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Quando i saraceni assediarono Roma

L’Italia, nel IX secolo, fu investita dal jihad, con una lunga e terribile contabilità fatta di centinaia di attacchi, raids e scorrerie, sul mare come all’interno che interessarono non solo il Sud, ma tutta la costa e le isole tirreniche, dalla Calabria al Lazio fino alla Lunigiana, a Genova, alla Sardegna, alla Corsica. E l’Adriatico: la Puglia, con tutte le sue città, Ancona, le foci del Po, Grado, la Dalmazia.

La battaglia di Ostia combattuta nell’anno 849 nel celebre dipinto del 1515 di Raffaello Sanzio conservato nelle Stanze Vaticane

Ma i saraceni penetrarono anche nell’interno, fino agli Abruzzi e al ducato di Spoleto. Fino al Piemonte e la val di Susa…

Episodi che fecero scalpore. Ma niente fece così scalpore come l’assalto a Roma.

Nel mese di agosto 846 – scrive Prudenzio di Troyes – i saraceni e i mauri investirono Roma devastando la basilica del beato Pietro principe degli Apostoli, asportando insieme all’altare che sovrastava la sua tomba tutti gli ornamenti e i tesori. Alcuni duchi dell’imperatore Lotario furono empiamente tagliati a pezzi.

Da Harun ibn Yahya sappiamo quale fosse la provenienza di questi saraceni: erano spagnoli. Mentre il Liber pontificalis riporta in che modo fosse composta la flotta e quanti gli armati: sbarca ad Ostia un gruppo di 63 navi, da cui scendono cinquecento cavalieri.

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Vediamo ora come si svolsero i fatti: i saraceni, dapprincipio, risalgono il Tevere, senza trovare alcuna resistenza. Assaltano le sedi dei forestieri, le scholae dei pellegrini sassoni, frisoni e franchi. Saccheggiano tutta la zona fuori dalle mura aureliane. Profanano le basiliche di San Pietro e San Paolo.

Le locuste, si disse, sono arrivate a distruggere le messi. L’unica reazione arriva dai contadini romani che attaccano il contingente saraceno, che scappa con diverse perdite. Il gruppo di predoni, scompaginato, una volta lasciata la città si riunisce di nuovo. Per altre razzie. Si avvia verso il Beneventano, lungo l’Appia. Arriva a Fondi.

Saraceni in carovana

A settembre comincia ad assediare Gaeta. Da Napoli e da Amalfi partono dei rinforzi, guidati dal console Cesario. Un contingente dell’imperatore franco corre in aiuto di Roma e cade in un agguato.

È uno sfacelo. I saraceni si dirigono verso Montecassino. Per strada bruciano tutto quello che trovano, chiese, cappelle, abitati. Li blocca solo un violento nubifragio. Si avvicina l’inverno. Per i razziatori è il momento di rientrare alle loro basi. Il blocco di Gaeta si spegne. Scatta, giocoforza, la tregua.

L’evento che colpisce Roma lascia una profonda ferita. L’eco di quegli avvenimenti arriverà fino al XII secolo, come ad esempio nella Destruction de Rome, sorta di proemio alla Chanson de Fierbras. Appare quasi inconcepibile che non sia esistito alcun meccanismo di difesa da parte romana. Il gruppo saraceno non è enorme. Basta un nubifragio a fermarlo: un po’ poco.

A ogni buon conto, è la capacità di sorpresa, l’effetto psicologico che li rende imbattibili. D’altro canto, i latini non possono che opporre la resistenza della popolazione locale, di contadini che si ingegnano guerrieri nell’assenza totale di ogni altra forza militare. I cavalieri franchi, poi, appaiono, in questa occasione, impreparati a confrontarsi con forze così rapide come quelle saracene.

Saraceno armato in un’opera del pittore statunitense Edwin Lord Weeks del 1885

Si devono aspettare i napoletani e gli amalfitani, gli unici, in quel momento, ad avere una potenza navale e armata sufficiente da contrapporre. Ma c’è incertezza sulla loro fedeltà. Fatto sta che i musulmani possono stazionare, praticamente indisturbati, per quattro mesi, tra Roma e il basso Lazio, mettendo a sacco la periferia della città, alle strette Gaeta, riducendo in macerie tutta la zona tra Fondi e Montecassino. Dopo il massacro, in ogni modo, c’è da ricostruire, ricomporre una resistenza, per far fronte a un domani che si presenta oscuro.

Nell’assenza del potere imperiale, il ruolo di promotore viene preso da papa Leone, il quale intuisce che i saraceni possono ritornare, presto. Allora bisogna coordinare le forze, riassestare le difese della città papale, operare con una forte e persuasiva opera di propaganda che rianimi le popolazioni avvilite, riattizzare lo zelo religioso, e, in ultimo, ricorrere all’aiuto bizantino e delle città marittime del Tirreno.

Intanto un’onda di commozione fa il giro d’Europa. Roma è caduta. Roma sta cadendo. Ma gli aiuti non arrivano. Non possono arrivare. Il destino è nelle mani dei signori locali. Specialmente dei napoletani.

A Roma, la vita riprende a fatica: bisogna ricostruire un tessuto connettivo e impedire che i luoghi santi divengano nuovo oggetto di razzia. Nasce così la Città Leonina. Mentre, nell’849, le città tirreniche riportano la vittoria navale di Ostia: un simbolo più che un momento di svolta nelle vicende meridionali del jihad. Da essa deriva almeno una certezza: che il nemico si può battere, sul suo stesso terreno. Ma questa, è un’altra storia.

Amedeo Feniello

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Chi erano i Vichinghi?

Quando pensiamo alla Scandinavia medievale, la prima immagine che ci viene in mente è quella dei Vichinghi, spietati predoni dei mari, affamati di terre e di ricchezze, che tra VIII e XI secolo imperversarono in Europa, seminando il terrore dall’Atlantico al Mar Caspio, dal Mediterraneo al Baltico.

Una nave vichinga rappresentata nell’arazzo di Bayeux

In effetti, nei libri, nei fumetti, nei film e nelle serie Tv di argomento nordico queste figure sono talmente onnipresenti e dominanti che, tanto nei media quanto nel parlare comune, il termine vichingo viene spesso impiegato a sproposito come sinonimo di scandinavo. Una simile equivalenza è però concettualmente errata oltre che storicamente infondata: difatti, se tutti i Vichinghi furono scandinavi, non tutti gli scandinavi furono Vichinghi.

The Vikings, il colossal del 1958 diretto da Richard Fleischer e interpretato da Kirk Douglas, Tony Curtis, Ernest Borgnine e Janet Leigh, con voce narrante di Orson Welles

A questo punto la domanda sorge spontanea: chi erano veramente i Vichinghi?

Per rispondere al nostro quesito dobbiamo anzitutto rivolgere l’attenzione alle fonti medievali, in cui tale vocabolo non solo è privo di qualsiasi accezione o sfumatura etnica, ma designa piuttosto una professione, un’attività, un genere di vita. I Vichinghi, insomma, non erano un popolo bensì soltanto una categoria specifica all’interno del mondo nordico: più precisamente, nelle fonti il termine indica coloro che, tra VIII e XI secolo, si univano in una sorta di contratto o partnership (félag in lingua norrena) e intraprendevano spedizioni in Europa occidentale – Isole britanniche, Francia, Germania, Spagna – e orientale – Baltico, impero bizantino, Russia – a scopo di razzia, commercio, conquista o insediamento.

Chiarita la questione dell’identità, resta aperta quella dell’etimologia della parola, tuttora uno dei problemi sostanzialmente insoluti della filologia nordica. Con l’eccezione di alcuni testi anglosassoni altomedievali, in cui è attestata la parola wicing con il significato di pirata, il termine (nella forma víkingr) si rinviene esclusivamente nelle fonti in lingua norrena: secondo alcuni, esso potrebbe derivare da vík, baia o insenatura, forse con il significato di predone [che approda] nelle baie o predone [che va] di baia in baia, ma è stato anche ipotizzato che, originariamente, il termine si riferisse agli abitanti del fiordo di Oslo, nel Medioevo chiamato appunto Vik (Baia).

In ogni caso la teoria dell’origine scandinava, e quindi autoctona, sembra la più verosimile ed è avvalorata dalla testimonianza del chierico tedesco Adamo di Brema, il quale attorno al 1075, scriveva di

questi pirati, che essi [i Danesi] chiamano Vichinghi [Wichingos] e noi Ascomanni [Ascomannos]

ovvero marinai o battellieri (dall’alto tedesco ascman, dove asc, frassino, è riferito al legno delle barche).

Al di fuori della Scandinavia, i pirati nordici erano poi conosciuti anche con altri nomi. Sempre Adamo aggiunge infatti che

i Danesi, gli Svedesi e i restanti popoli al di là della Danimarca sono tutti chiamati Normanni [Nortmanni] dagli storici franchi

In effetti quest’ultima parola (un prestito forse dal francone Nortmann) è la più utilizzata dagli autori latini di questo periodo per indicare genericamente tutti gli uomini del Nord, ovvero i popoli settentrionali, mentre alcuni secoli più tardi la troveremo nelle saghe con il significato specifico di Norvegesi (pl. Norðmenn).

Nelle fonti slave, bizantine e arabe gli scandinavi (in prevalenza Svedesi) che si diressero a oriente sono invece chiamati Rus’ (da cui il toponimo Russia attribuito alla regione in cui si stanziarono) e Variaghi, entrambi vocaboli di origine norrena: il primo, passato agli Slavi per il tramite dei Finni (cfr. l’odierno nome finlandese della Svezia, Ruotsi), era probabilmente connesso alla parola röd, remo, con il senso di rematori; il secondo indicava originariamente un gruppo di uomini uniti da un giuramento (da væringi, pl. væringjar, compagni giurati), che li impegnava a dividere spese e profitti in vista di un viaggio o una spedizione all’estero.

Tra i cronachisti musulmani, infine, i pirati nordici che attaccarono la Spagna mozarabica (al-Andalus) erano noti con il nome di al-Majus, cioè adoratori del fuoco, maghi (dal greco magos), quindi per estensione pagani: il termine, che in un primo tempo identificava soltanto gli Zoroastriani, dal IX secolo cominciò a essere impiegato in una accezione più ampia che includeva tutti i popoli di religione diversa dalle tre fedi monoteistiche.

Un disegno di L. Jori sulle rotte dell’espansione vichinga (luckyjor.org)

Perché partire? Le cause del movimento vichingo Oltre al problema irrisolto dell’etimologia del termine vichingo, un’altra questione ancora aperta è quella relativa alle cause che spinsero questi uomini del Nord ad abbandonare le proprie case per cercare fortuna in terre lontane. Accantonate ormai le spiegazioni monocausali avanzate in passato, insufficienti per comprendere un fenomeno così complesso, oggi si è orientati piuttosto a considerare una concomitanza di fattori demografici, economici e politici, sia interni che esterni al mondo nordico.

In primo luogo, in alcune regioni della Scandinavia (in particolare nelle aree costiere della Norvegia) l’aumento della popolazione, favorito da condizioni climatiche più miti rispetto al passato, avrebbe provocato una carenza di terra e una diminuzione delle risorse disponibili, con una conseguente, massiccia emigrazione di uomini.

In secondo luogo, dalla fine del VII secolo l’intensificazione dei traffici tra l’Inghilterra e il continente e poi di quelli nel Baltico favorirono lo sviluppo di grandi insediamenti commerciali, da cui trassero beneficio anche gli scandinavi, i quali non solo appresero le tecniche di navigazione impiegate dagli altri popoli (e specialmente l’uso della vela, fino ad allora sconosciuto in Scandinavia), ma acquisirono anche notizie e informazioni sulle condizioni politiche ed economiche interne ai vari regni e paesi europei.

In terzo luogo, dobbiamo considerare l’attitudine guerriera dei Vichinghi e il loro desiderio di arricchimento e di successo: nella Scandinavia dell’epoca, soprattutto laddove mancava un forte potere centrale come quello monarchico, la guerra poteva infatti essere un mezzo di promozione sociale individuale, perché chi tornava in patria portando con sé un ingente bottino vedeva aumentare la propria influenza e il proprio peso politico.

Navi vichinghe da un manoscritto del secolo XII (Morgan Library, NY)

In genere i partecipanti alle spedizioni vichinghe provenivano dalle classi più agiate della società: re, conti (jarl, pl. jarlar) o capi locali per i quali la guerra rientrava nella normale pratica di governo, essendo la loro autorità fondata essenzialmente sulla forza delle armi. Per loro, organizzare e condurre spedizioni armate era importante anche per ragioni di prestigio ed economiche: da un lato, le vittorie conferivano fama ai signori e ne rafforzavano il potere e la credibilità; dall’altro, costituivano una preziosa fonte di ricchezza cui attingere per arruolare truppe, allestire flotte, stringere amicizie e alleanze.

Tra i Vichinghi era poi facile trovare giovani di buona condizione sociale, per i quali la militanza all’estero era un’opportunità di arricchimento non soltanto materiale: in una società guerriera, infatti, l’esperienza del viaggio in terre lontane, in cui si dovevano affrontare pericoli e battaglie, era visto come il modo ideale per conseguire onore, fama e ricchezza, segni tangibili del successo personale e valori centrali della cultura vichinga.

Tutti questi fattori, comunque, non sarebbero bastati per garantire ai Vichinghi il successo nelle loro audaci imprese: determinante, in questo senso, fu il perfezionamento della tecnica nautica che fornì ai Vichinghi un vantaggio tecnologico sugli avversari, permettendo la costruzione di navi agili e veloci, ideali per compiere raid e azioni fulminee in terra nemica.

Attorno al VII secolo, in particolare, vennero introdotti l’albero a vela e la chiglia, quest’ultima al posto dell’asse orizzontale che, in precedenza, fungeva da base; la chiglia, soprattutto, fu una novità importante perché permise ai marinai scandinavi di affrontare anche il mare in burrasca.

I secoli IX e X, in particolare, rappresentano il periodo classico delle navi vichinghe: in quel periodo vennero introdotti l’albero a vela e la chiglia, quest’ultima al posto dell’asse orizzontale che, in precedenza, fungeva da base; la chiglia, soprattutto, fu una novità importante perché permise ai marinai scandinavi di affrontare anche il mare in burrasca.

I secoli IX e X rappresentano il periodo classico delle navi vichinghe, dalla caratteristica forma stretta e lunga con un basso pescaggio, ideale per risalire il corso dei fiumi; dotate di remi e di una vela centrale, avevano un timone a dritta (tribordo) di poppa. La prua era solitamente ornata con una decorazione mobile, scolpita a forma di animale o mostro stilizzato. A partire dal X secolo si osserva una crescente specializzazione delle tipologie navali, con grandi navi cargo o mercantili (knörr) da un lato, e vascelli da guerra più piccoli e rapidi (skeið, langskip) dall’altro. I nomi delle imbarcazioni, comunque, non devono essere considerati termini strettamente tecnici, dato che nelle fonti vengono frequentemente usati in maniera intercambiabile.

Spesso la forma della decorazione di prua poteva designare, per metonimia, l’intera nave: così fu, per esempio, per il Lungo Serpente (Ormrinn langi), del re norvegese Óláfr Tryggvason (995-999/1000), e per il Bisonte (Visundr), del re suo omonimo e successore Óláfr Haraldsson “il Santo” (1015-1030). Altro nome particolarmente ricorrente è dreki, cioè drago (pl. drekar da cui deriva drakkar, termine oggi molto in voga ma in realtà inesistente nelle fonti), con il quale venivano chiamate le navi da guerra che avevano una testa di drago scolpita sulla prua.

Due secoli di espansione Dal punto di vista cronologico, le data con cui si fa convenzionalmente iniziare l’età vichinga è il 793, anno dell’attacco norvegese al monastero inglese di Lindisfarne (8 giugno): da quel momento, per più di due secoli gli uomini del Nord infuriarono praticamente su tutto il continente, che fu incalzato sia da est che da ovest. Le spedizioni si svilupparono infatti lungo due direttrici principali, una orientale, l’altra occidentale.

La prima, continentale, dal Baltico seguiva il corso dei grandi fiumi russi (Dniepr, Dvina, Volga) e conduceva ai territori dell’Impero bizantino e oltre fino al Mar Caspio e al califfato di Baghdad; per ragioni evidentemente geografiche, essa fu percorsa soprattutto dagli svedesi, che nella prima metà del IX secolo gettarono le basi del futuro principato della Rus’ di Kiev, in norreno chiamato Garðaríki (Regno delle città) o Svíþjóð in mikla (Svezia la Grande), e nell’860 giunsero persino ad assediare Costantinopoli.

Mappa del Danelaw (area in giallo chiaro)

L’altra, marittima, fu intrapresa prevalentemente da danesi e norvegesi, che imperversarono in tutto l’arcipelago britannico e nell’Europa sud-occidentale, procurandosi basi logistiche o insediamenti veri e propri in cui svernare e da cui ripartire per ulteriori scorrerie: tra questi, solo per citarne alcuni, ricordiamo lo stanziamento in Irlanda nell’area dell’odierna Dublino (839); in Francia quelli alla foce della Senna e della Loira (841-845) e poi nella terra che da loro prese il nome di Normandia (911); nell’Inghilterra nord-orientale la creazione del Danelaw o [terra sottoposta alla] legge dei Danesi (878).

La furia vichinga non risparmiò neanche l’Europa meridionale, dove i pirati nordici si affacciarono per la prima volta nell’844, attaccando senza successo la città galiziana di La Coruña e poi espugnando Lisbona, Cadice, Medina e Siviglia, prima di essere finalmente respinti dalle forze musulmane dell’emiro Abd al-Rahman II (822-852).

Ben più nota, anche se semi-leggendaria, è la spedizione condotta circa quindici anni dopo dal capo vichingo Hásteinn (o Hasting), che in alcune tradizioni più tarde troviamo affiancato a Björn Ragnarsson detto Járnsíða (Fianco di Ferro).

Salpati nell’859 dalla Bretagna, Hásteinn e Björn colpirono dapprima la penisola iberica per poi proseguire verso sud, superando – primi tra gli scandinavi – lo stretto di Gibilterra; dopo aver compiuto altri saccheggi in nord Africa e in Spagna, i Vichinghi raggiunsero la Francia meridionale, attaccando Nîmes, Arles e Valence (860). Ricacciati indietro, Hásteinn e Björn si diressero ancora più a est, verso l’Italia, espugnando la città di Luni (erroneamente scambiata per Roma), e risalendo poi l’Arno fino a Pisa prima di riprendere il mare.

Da questo momento in poi i loro spostamenti si fanno incerti: forse proseguirono verso l’oriente bizantino, ma nell’861 li ritroviamo nel Mediterraneo occidentale. Qui tentarono di riattraversare lo stretto di Gibilterra ma si imbatterono in una grossa flotta araba, che inferse loro gravi perdite; finalmente, nella primavera dell’862, le navi superstiti fecero ritorno alle loro basi in Francia.

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Almeno fino al X secolo inoltrato la maggior parte delle incursioni vichinghe potrebbero essere definite imprese private, in quanto finalizzate alla razzia e/o all’insediamento ed erano organizzate e guidate da capi locali che partivano con il loro seguito e con chi desiderava unirsi a loro.

Le spedizioni erano all’inizio su piccola scala, e andarono progressivamente intensificandosi nel tempo: in Inghilterra, Irlanda e Francia si passò da raid stagionali a razzie sempre più frequenti, con le truppe scandinave che svernavano sul posto e tornavano ad attaccare all’arrivo della buona stagione; da qui all’insediamento e alle conquiste territoriali il passo fu breve, mentre in altre regioni d’Europa, come in Frisia, si ebbe da subito lo stanziamento degli invasori. Spesso l’unica possibilità di far cessare gli attacchi era quella di consegnare ai Vichinghi grandi somme di denaro, che nell’Inghilterra anglosassone assunsero il nome significativo di danegeld (tributo dei Danesi).

Complice la suddetta confusione tra “Vichinghi” e “Scandinavi”, nell’immaginario comune vengono spesso ed erroneamente ricondotti al fenomeno vichingo alcuni viaggi ed esplorazioni che, tra IX e XI secolo, condussero i nordici alla scoperta e alla colonizzazione di isole e terre atlantiche fino ad allora sconosciute o disabitate.

La mappa di Vinland sarebbe presumibilmente una cartografia del secolo XV secolo, ridisegnata da un originale del secolo XIII. Disegnata con inchiostro nero su pelle animale, se autentica, la mappa sarebbe la prima raffigurazione conosciuta della costa nordamericana, creata prima del viaggio di Colombo nel 1492. La didascalia in alto a sinistra recita: “Per volontà di Dio, dopo un lungo viaggio dall’isola di Groenlandia a sud verso le parti più lontane rimanenti del mare dell’oceano occidentale, navigando verso sud in mezzo al ghiaccio, i compagni Bjarni e Leif Eriksson hanno scoperto una nuova terra, estremamente fertile e persino con viti, … che hanno chiamato Vinland.” La maggior parte degli studiosi e degli scienziati hanno però concluso che si tratta di un falso, probabilmente disegnato nel secolo XX su una antica pergamena

È il caso dell’Islanda (Terra dei ghiacci) e delle Fær Øer (Isole delle pecore), raggiunte nella seconda metà del IX secolo da emigrati in maggioranza norvegesi, e della Groenlandia (Terra verde), scoperta nel 985 dal possidente norvegese Erik il Rosso e da questi così chiamata nella speranza di attirarvi altri coloni. Erik, però, non era un vichingo, come non lo era Bjarni Heriólfsson, il mercante islandese che attorno al 986, spinto fuori rotta dai venti mentre cercava di raggiungere anche lui l’insediamento groenlandese, avvistò le coste di una terra ignota: resosi conto che non si trattava della Groenlandia, Bjarni riprese il largo finché, dopo cinque giorni, scorse finalmente le sponde groenlandesi.

Quando le notizie di questi avvistamenti si diffusero in Groenlandia, Leif, figlio di Erik il Rosso, decise di ripercorrere la rotta di Bjarni nel tentativo di esplorare la terra da lui scorta a ovest: a tale scopo, egli acquistò la sua nave e ingaggiò il suo equipaggio, insieme al quale partì nell’anno 1000.

Dopo alcuni giorni di navigazione, Leif e i suoi sbarcarono dapprima su una terra montagnosa e segnata dai ghiacci, da Leif chiamata Helluland o Terra dalle rocce piatte (forse l’Isola di Baffin), quindi in una regione boscosa cui fu dato il nome di Markland o Terra delle foreste (Labrador), infine su una terra molto più ricca e fertile, situata più a sud, che Leif chiamò Vínland o Terra del vino (Terranova), per via della presenza di piante di vite selvatica.

Qui i groenlandesi si fermarono per diversi mesi, costruendo case di legno e dedicandosi all’esplorazione finché, nella primavera dell’anno seguente (1001), presero nuovamente il mare ritornando in Groenlandia.

Negli anni successivi, a queste prime spedizioni esplorative fecero seguito veri e propri tentativi di insediamento nel Vínland. Fra tutti, il più ambizioso e organizzato fu quello dell’islandese Thorfinn Karlsefni, che attorno al 1025 salpò con la moglie e altri sessantaquattro aspiranti coloni. Raggiunto il Vinland, Thorfinn approdò proprio in corrispondenza del vecchio insediamento di Leif Eriksson, rimanendovi per tre anni; in quel torno di tempo, sua moglie Gudrid diede alla luce il loro figlio Snorri, che fu quindi il primo europeo nato sul suolo americano.

Di lì a poco, tuttavia, la situazione apparentemente idilliaca fu turbata dal scoppio di conflitti con le popolazioni indigene, dagli scandinavi chiamati Skrælingar (miserabili, disgraziati); alla fine, poiché la continua ostilità degli Skrælingar rendeva troppo pericolosa la permanenza nel Vínland, Thorfinn e gli altri coloni presero la decisione di ritornare in patria.

La battaglia di Stamford Bridge, opera del pittore norvegese Peter Nicolai Arbo (1870)

Il crepuscolo dell’età vichinga Dall’Atlantico settentrionale al Mediterraneo, dallo Stretto di Gibilterra al Mar Caspio, quello dei Vichinghi fu dunque un impetuoso movimento espansivo, che dilatò l’orizzonte geografico dei Nordici oltre i confini del mondo allora conosciuto ma, al tempo stesso, espose la società scandinava a influenze e novità dall’esterno, prima fra tutte il cristianesimo. Ciò, inevitabilmente, diede avvio a un processo di cambiamento interno che, sul lungo termine, sarebbe stato determinante nel segnare il tramonto dell’epoca vichinga.

Come già per l’inizio, che abbiamo visto essere convenzionalmente fissato nell’anno 793, anche per la conclusione di questa fase storica viene solitamente individuata una data simbolica, il 1066, anno in cui, nel tentativo di conquistare l’Inghilterra, il re norvegese Haraldr Sigurðarson detto harðráði (di duro consiglio) cadde in battaglia a Stamford Bridge (25 settembre).

In verità, il declino dell’età vichinga fu un fenomeno più lungo e graduale, causato da un processo di evoluzione e di trasformazione politica, religiosa, sociale, culturale che può considerarsi concluso all’inizio del XII secolo. Innescato già attorno al IX secolo da una concatenazione di fattori interni ed esterni, tale processo aveva prodotto in Scandinavia una serie di cambiamenti fondamentali: «mutano i valori culturali, l’etica e le mentalità, emergono nuovi ceti sociali e si modificano le strutture politiche e socio-economiche ereditate dal passato» (F. Barbarani).

Benché tali mutamenti si verificassero in ciascun paese con tempi e modi differenti, elementi comuni furono la conversione della popolazione al cristianesimo, il consolidamento dell’istituzione monarchica in Danimarca, Norvegia e Svezia e la cessazione delle spedizioni vichinghe, che sotto la spinta di un processo di accentramento del potere furono progressivamente sottratte al controllo dei capi locali e infine sostituite da vere e proprie campagne di conquista, organizzate e guidate direttamente dai re.

Al volgere tra XI e XII secolo, l’età vichinga giunse dunque al termine, lasciando il posto a una nuova pagina della storia scandinava: dalle sue ceneri sarebbero infatti sorte tre grandi monarchie cristiane (Danimarca, Norvegia, Svezia), cui si devono affiancare l’Islanda (indipendente fino al 1262, quando si sottomise alla corona norvegese) e la Groenlandia (anch’essa annessa alla Norvegia nel 1262-1264).

In ultima analisi l’epoca vichinga, in quanto fase di transizione e di incontro/scontro tra popoli diversi, risultò decisiva per la piena integrazione dei paesi nordici nel contesto europeo.

Francesco D’Angelo

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Bibliografia:Adamo di Brema, Storia degli arcivescovi della Chiesa di Amburgo, a cura di Ileana Pagani, UTET, Torino 1996Francesco Barbarani, Viaggiatori, mercanti e guerrieri nell’età dei Vichinghi, in Il mondo dei Vichinghi. Ambiente, storia, cultura e arte. Atti del Convegno internazionale di studi (Genova, 18-20 settembre 1991), SAGEP, Genova 1992, pp. 239-275.Gianna Chiesa Isnardi, Storia e cultura della Scandinavia. Uomini e mondi del nord, Bompiani, Milano 2015Francesco D’Angelo, Da Vichinghi a crociati: gli scandinavi nel Mediterraneo (IX-XII sec,), in RiMe. Rivista dell’Istituto di Storia dell’Europa Mediterranea, 6/I n.s. (giugno 2020), pp. 55-78, http://rime.cnr.it/index.php/rime/article/view/454Katherine Holman, La conquista del nord. I Vichinghi nell’arcipelago britannico, Odoya, Milano 2014Gwyn Jones, I Vichinghi, Newton & Compton, Roma 1995Saghe della Vinlandia, a cura di Roberto Luigi Pagani, Diana Edizioni, Milano 2018Snorri Sturluson, Heimskringla: le saghe dei re di Norvegia, a cura di Francesco Sangriso, 5 voll., Edizioni Dell’Orso, Alessandria 2013-2019Erik Wahlgren, I Vichinghi e l’America, Torino, Einaudi 1991.

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Lucera, la fine della colonia saracena

Quel 15 agosto 1300 fu un giorno di terrore e morte, a Lucera. E lo furono anche il 16 agosto, poi il 17, il 18… Per nove giorni, la città pugliese posta a guardia del Tavoliere, prediletta da Federico II, ricca di commerci e famosa per l’abilità dei suoi artigiani e tessitori, fu spogliata di tutto, i suoi abitanti furono massacrati o dispersi, i più fortunati venduti al mercato degli schiavi. La loro colpa: essere quello che erano da quasi ottant’anni. Saraceni.

Il castello di Lucera, la fortezza svevo-angioina che fu una delle maggiori piazze d’armi del Medioevo italiano (foto a sinistra: mondimeidevali.net) Il busto conservato a Barletta, tradizionalmenteconsiderato il ritratto del sovrano svevo Federico II

Negli anni Venti del Duecento, Lucera era stata scelta da Federico II per risolvere un problema che lo assillava non poco: la ribellione dei saraceni in Sicilia. Per nulla inclini a tollerare la signoria dei Normanni e di chi era venuto dopo di loro, cioè gli Hohenstaufen dello stesso Federico, i saraceni avevano dato filo da torcere a molti territori soprattutto nella parte occidentale dell’isola, tra Palermo e Monreale.

Ad Agrigento avevano addirittura sequestrato il vescovo tenendolo in ostaggio per quattordici mesi e liberandolo solo dopo il pagamento di un ingente riscatto.

Federico, però, alla fine li aveva battuti e, posto di fronte al dilemma di dove tenere tutta quella massa di gente a dir poco infida, aveva avuto il colpo di genio: deportazione. Possibilmente in un territorio sicuro, facilmente controllabile e lontano dal mare. In due diversi momenti non meno di venti, trentamila saraceni erano così stati trasferiti a Lucera.

Perché proprio lì? Di sicuro, la cittadina pugliese non attraversava uno dei momenti più felici della sua antichissima storia: la vecchia cattedrale era crollata e della nuova non si aveva ancora notizia, la popolazione si era ridotta considerevolmente di numero e l’economia non andava come un tempo anche grazie alla concorrenza di centri dinamici come Foggia e Troia.

L’arrivo di forze fresche non aveva solo rivitalizzato l’economia e dato un significativo impulso ai commerci: dopo qualche tensione iniziale, aveva perfino creato le condizioni perché quegli antichi nemici diventassero fedelissimi sostenitori e addirittura guardia scelta di Federico II. Il quale, sfidando le ire di Onorio III e dei suoi successori, aveva consentito a Luceria saracenorum di dotarsi di moschee, minareti e harem popolati da bellezze esotiche e guardiani eunuchi, di conservare le antiche tradizioni musulmane, di scegliersi i governanti e di regolare la propria vita quotidiana secondo la legge coranica.

Le concessioni dell’imperatore ai saraceni erano state così ampie che, per comunicare coi suoi concittadini, il vescovo locale era stato costretto a imparare l’arabo.

Una stampa che raffigura la città di Lucera nel secolo XIII

Nel 1236, Gregorio IX aveva chiesto e ottenuto che un gruppo di francescani entrasse in città per predicare il Vangelo, ma la loro permanenza era durata poco e non aveva portato frutto. Nel frattempo, per decisione imperiale Lucera si era vista assegnare una delle grandi fiere del regno da tenere ogni anno nel periodo della mietitura, tra giugno e luglio: cos’altro occorreva per riportare traffici economici e benessere in una zona che fondava la sua ricchezza sulla quantità dei campi coltivati a grano?

Buoni lavoratori della terra, i saraceni si dimostrarono insuperabili anche nella produzione di tessuti e ceramiche oltre che nella produzione di armi come i loro tipici lunghi archi, ben presto messi a disposizione di chi in modo tanto singolare e imprevisto aveva restituito loro la libertà.

Dopo Federico II, i lucerini avevano servito in battaglia anche il figlio Manfredi, sopportando un lunghissimo assedio da parte del re di Napoli Carlo d’Angiò e cedendo definitivamente le armi solo dopo la morte del giovanissimo Corradino di Svevia, nipote di Federico, decapitato a Napoli nel 1268.

Il feeling fortissimo che Federico, Manfredi e Corradino avevano saputo costruire con i saraceni di Lucera non sarebbe mai scattato con Carlo I d’Angiò, nuovo padrone del campo dopo la fine degli Svevi, e nemmeno con suo figlio Carlo II, detto lo Zoppo.

Quell’enclave musulmana nel cuore dell’Europa cristiana dava inoltre un comprensibile e sempre crescente fastidio anche alla Chiesa di Roma, dal 1294 governata dalla mano ferma di Bonifacio VIII.

La cattedrale di Lucera, intitolata a Santa Maria

Le ragioni che portarono alla “soluzione finale”, tuttavia, non furono innanzitutto di natura politica o religiosa. Luceria saracenorum faceva gola soprattutto per i suoi floridi traffici con le città circonvicine, che l’avevano trasformata in un’isola di prosperità: fu così che, stremato per le spese militari derivate dalla guerra del Vespro scoppiata nel frattempo con gli aragonesi, Carlo II pensò bene di trasformare la città in terra di conquista, incamerando tutto quanto fosse possibile delle sue ricchezze cominciando dalle notevolissime riserve di grano, indispensabili a sfamare le truppe impegnate in Sicilia e ad alleviare Napoli dalla terribile carestia che l’affliggeva.

Una buona parte della popolazione saracena fu destinata al mercato degli schiavi, le loro case e i loro terreni incamerati dal fisco (tra le proteste di abazie e monasteri che pretendevano ciò che un tempo era stato loro) insieme a migliaia e migliaia di capi di bestiame.

Nonostante le inevitabili truffe e malversazioni operate dagli stessi ufficiali incaricati dal re di gestire l’operazione, la distruzione della colonia saracena fruttò alle casse angioine una cifra vicina alle settantamila once d’oro, più o meno settanta milioni di oggi, pari al doppio delle entrate complessive (Sicilia esclusa) derivanti dalla maggiore imposta diretta del regno, la cosiddetta “sovvenzione generale”.

Rasa al suolo Lucera, Carlo d’Angiò ordinò che la città venisse ripopolata da coloni per lo più napoletani e provenzali, si dotasse di una grandiosa cattedrale gotica e cambiasse il nome in Città di Santa Maria.La cattedrale è ancora lì. Il nome ha resistito pochi anni.

Mario Prignano

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Bibliografia:Michele Amari, Storia dei Musulmani di Sicilia, Firenze, Felice Le Monnier, 1854.Pietro Egidi, La colonia saracena di Lucera e la sua distruzione, Napoli, 1912.Raffaele Licinio, Lucera, Enciclopedia Federiciana – Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani.Bruna Soravia, Musulmani, Enciclopedia Federiciana – Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani.Amedeo Feniello, Sotto il segno del leone. Storia dell’Italia musulmana (Laterza, 2011).Giuseppe Staccioli e Mario Cassar, L’ultima città musulmana: Lucera (Caratteri Mobili, 2012).Umberto Rizzitano, Gli Arabi in Italia in L’Occidente e l’Islam nell’Alto Medioevo (Settimane di studio del Centro italiano di studi sull’Alto Medioevo, XII, 1965, pp. 93-114).Vito Bianchi, Sud ed Islam, una storia reciproca, Capone Editore, Lecce, 2003.

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Urbano VI deposto dai cardinali

Ad Anagni, i mercenari bretoni e i soldati del conte di Fondi Onorato Caetani, già padroni della città, si disposero intorno alla cattedrale presidiando tutti gli accessi: nessuno doveva turbare il clima teso e grave che si respirava al suo interno.

La facciata e il campanile della cattedrale Santa Maria di Anagni

L’intero collegio dei cardinali stava per annunciare al mondo che la Chiesa sarebbe diventata orfana del suo pastore universale, e che Bartolomeo Prignano, eletto qualche mese prima col nome di Urbano VI, era nientemeno che “anticristo, demonio, apostata, tiranno, truffatore e distruttore dell’intera cristianità”.

Cosa aveva portato i quattordici porporati riuniti quel 9 agosto 1378 nella cittadina a sud di Roma a prendere una decisione così terribile? Perché mai proclamare vacante la sede di Pietro contraddicendo la scelta che loro stessi avevano compiuto l’8 aprile in Vaticano?

Semplicemente, si erano accorti di avere valutato male le qualità di colui che avevano eletto come vicario di Cristo. Era come se lo Spirito Santo, distratto, avesse indicato una persona rivelatasi poi inadatta a tanto incarico. E, dopo numerosi e vani tentativi di correggerlo, avesse ora ingiunto loro di procedere a nuova elezione.

Il sospetto che qualcosa non andasse in questo integerrimo e dottissimo arcivescovo, stretto collaboratore del cardinale vicecancelliere di curia, era maturato già poche ore dopo l’elezione.

Il suo nome era sembrato un ottimo compromesso tra i romani, che dopo quasi settant’anni di residenza dei papi ad Avignone chiedevano a gran voce un nuovo pontefice “romano o almanco italiano”, e lo stesso sacro collegio, per tre quarti composto da francesi, che in lui vedeva una creatura manovrabile proprio in virtù dei suoi trascorsi curiali.

Il giorno dopo la sua intronizzazione, però, ecco la prima doccia fredda: al tradizionale pranzo con gli elettori Prignano aveva fatto trovare nei loro piatti un po’ di brodo, un ciuffo d’erba, una pietanza scondita. La sorpresa era stata grande, per quei principi della Chiesa abituati a banchetti quanto mai sontuosi, ma, come lo stesso Urbano aveva spiegato davanti alle loro facce interrogative, si trattava di un modo per invitarli a sovvertire le abitudini di vita, per informarle allo spirito di una povertà evangelica che non fosse solo enunciata ma anche praticata.

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Urbano VI, al secolo Bartolomeo Prignano, (Itri, 1318 circa – Roma, 15 ottobre 1389), è stato il primo italiano dopo il periodo della cattività avignonese. Durante il suo pontificato si verificò lo scisma d’Occidente

Qualche giorno più tardi, durante un concistoro, era andato oltre accusando i cardinali di condurre una vita smodata e piena di lussi. A uno di loro, Pierre de Vergne, rimproverò di avere speso più di centomila fiorini per comprare terreni intestandoli al cugino solo per sottrarre fondi alla Camera apostolica.

Un altro, Pietro Corsini, si sentì dare del “ladro” perché a dire del papa aveva rubato un prezioso scrigno tra i beni del defunto pontefice Gregorio XI; un altro ancora era uno “sciocco”, un altro “ribelle”. Con il cardinale di Limoges Jean de Cros, Urbano venne quasi alle mani. E un giorno interruppe un predicatore che tuonava contro la simonia per annunciare che tale grave peccato avrebbe comportato la scomunica “per qualunque prelato di qualunque stato e condizione, anche cardinale, anche papa, se fosse possibile”. Naturalmente, la circostanza che non era mai stato cardinale (sarebbe stato l’ultimo papa eletto al di fuori del sacro collegio) rendeva Urbano VI libero da ogni timore reverenziale verso la categoria più blasonata degli uomini di Chiesa.

Così, quando annunciò che presto avrebbe creato porporati “di tutte le nazioni” e “tanti italiani quanti sono gli ultramontani”, cioè i francesi, la misura risultò colma. Bisognava fermarlo. Come?

L’idea che il conclave potesse considerarsi viziato perché avvenuto sotto la pressione dei romani non era credibile, visto che proprio per evitare strumentalizzazioni l’intero collegio aveva confermato per ben due volte il proprio voto lontano da condizionamenti e ricatti.

Uno spunto lo fornirono le intemperanze caratteriali del nuovo papa e quel suo modo di agire irrispettoso e inurbano (“Inurbano”, come subito lo aveva ribattezzato il popolino romano): Bartolomeo Prignano, decisero i cardinali, era “demente”. E il papa demente, proprio come il papa eretico, semplicemente non è papa.

Tra i più accesi difensori di Urbano, Caterina da Siena scagliò le sue frecce acuminate contro i ribelli definendoli “adoratori del membro del demonio” e “matti, perché a noi avete dato la verità (cioè lo stesso Urbano VI) e per voi volete gustare la bugia”. Invano.

Urbano VI assediato da Carlo III nel castello di Nocera, dalle Croniche di Giovanni Sercambi

Con la scelta del 9 agosto 1378, che aprì di fatto lo Scisma d’Occidente, c’è da pensare che ben pochi di quei cardinali immaginavano in quale terrificante girone dantesco stavano cacciando la Chiesa e l’intero occidente cristiano.

Se ne sarebbe riemersi solo trentanove anni più tardi, profondamente cambiati e pronti per passare dall’Età di mezzo all’Età moderna. Dove niente del mondo conosciuto sarebbe più rimasto uguale a prima.

Mario Prignano

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Fibonacci, il genio dei numeri

La matematica, l’algebra, la geometria non sarebbero probabilmente quelle che conosciamo oggi senza l’opera paziente e preziosa di un personaggio che ha dedicato la sua vita allo studio e alla divulgazione della scienza dei calcoli e dei solidi. Ci riferiamo a Leonardo Fibonacci, altrimenti detto Leonardo Pisano a causa delle sue origini, vissuto tra il 1170 e il 1242, sebbene tali date non siano del tutto attendibili.

Leonardo Pisano detto il Fibonacci – Dall’opera I benefattori dell’umanità, volume VI, Firenze, Ducci 1850

Divenuto celebre per la cosiddetta “successione del Fibonacci”, che consiste in una sequenza numerica che egli aveva con ogni probabilità conosciuto nel mondo arabo-islamico dove aveva viaggiato, riguardo la sua vita le notizie non sono molte.

Sappiamo che nacque nel Quartiere di Mezzo a Pisa dalla famiglia di Guglielmo Bonacci, presente nella città toscana fino dall’XI secolo e il cui capostipite era tale Bonito. Siamo anche al corrente che aveva un fratello, Bonaccingo, al quale Leonardo fece da procuratore in occasione dell’acquisto di un appezzamento di terra con alcuni edifici e una torre che si trovavano poco fuori Pisa. Si deduce da ciò che la famiglia del Fibonacci fosse piuttosto facoltosa e appartenesse a quella borghesia mercantile pisana che aveva contribuito a far grande la repubblica marinara. Ne è conferma l’incarico che il padre ricevette dalla Repubblica, del quale Leonardo parla nella sua opera più famosa: il Liber Abbaci. Guglielmo fu infatti nominato publicus scriba nella città di Bugia, vicino ad Algeri, un incarico di prestigio in quanto egli rappresentava Pisa per tutto ciò che atteneva ai commerci nei porti più importanti del Mediterraneo.

Il giovane Fibonacci frequentò probabilmente la scuola della Cattedrale di Pisa e in seguito è quasi certo che abbia proseguito i suoi studi, incentrati particolarmente sulla matematica, presso un fondaco di proprietà di un amico del padre, per conseguire il titolo di contabile. In seguito Leonardo raggiunse il padre in Nord Africa dopo qualche tempo dal suo trasferimento, e qui confermò il grande interesse per lo studio della matematica. Aveva presto imparato a conoscere le nove cifre arabe, che egli definiva indiane. Grazie anche all’attività diplomatico-commerciale paterna, Fibonacci ebbe occasione di viaggiare molto: Sicilia, Grecia, Provenza, ma anche Egitto e Siria furono le mete da lui toccate.

Le principali rotte commerciali mediterranee nel basso Medioevo (worldmap.harvard.edu)

L’incontro con Federico II Nel corso di tali viaggi continuò a coltivare i suoi studi matematici e ad accrescere le sue conoscenze in materia, tanto che verso la fine del XII secolo ebbe l’opportunità di partecipare a una sorta di certamen con alcuni celebri matematici presso Costantinopoli.

Era inoltre in contatto con gli studiosi siciliani ospitati presso la corte dell’imperatore Federico II. Nel 1226 Leonardo incontrò a Pisa l’imperatore svevo che lo accolse con grande entusiasmo insieme alla Magna Curia al completo. Federico era molto affascinato dagli studi del matematico pisano, con il quale restò in contatto epistolare, in quanto il sovrano era in grado di comprendere appieno la portata innovativa e il valore delle opere scientifiche di Leonardo, che volle dedicare proprio a Federico il Liber Quadratorum, dove erano raccolte alcune questioni relative alle equazioni quadrate e cubiche, che, nel corso dell’incontro di Pisa tra il matematico e il sovrano svevo, erano state discusse sotto l’egida del filosofo di corte Giovanni da Palermo.

Tra gli scienziati della corte federiciana si trovava anche il già celebre filosofo scozzese Michele Scoto con il quale Fibonacci era in contatto e che considerava uno dei suoi mentori. Fu proprio lo Scoto a consigliare a Leonardo di riscrivere e rivedere il Liber Abbaci, la cui prima stesura risale al 1202, mentre la seconda vide la luce nel 1228. Leonardo, divenuto oramai famoso, ricoprì importanti incarichi amministrativi a Pisa, dove i suoi concittadini lo avevano scherzosamente denominato il bigollone, o bigollo, ovvero il viaggiatore.

Un’altra opera di grande rilievo del Fibonacci è un trattato di agrimensura che si intitola Practica Geometriae, incentrato sulle tecniche di misurazione delle figure piane, grazie al quale diventava possibile, o comunque più agevole, misurare con esattezza le parcelle di terreno, con notevoli vantaggi dal punto di vista non soltanto scientifico ma anche commerciale.

Tra Pisa e il Maghreb Seguendo le vicende di Leonardo Fibonacci e del padre, si può gettare lo sguardo sui rapporti tra la Repubblica di Pisa, nell’epoca del suo massimo splendore, e il Maghreb, più vastamente sui traffici tra la città toscana e il mondo islamico mediterraneo.

Porto Pisano, uno degli antichi sistemi portuali a servizio della città di Pisa (bassorilievo sulla Torre di Pisa)

I mercanti pisani esercitavano la loro attività in quella porzione d’Oriente che dalla Persia giunge fino al sud della Spagna, passando per le coste meridionali e orientali del Mediterraneo. Se in una prima fase tali rapporti furono incentrati sul conflitto armato, non si dimentichi che Pisa aveva conquistato Maiorca tra il 1113 e il 1115, mentre poco prima la marineria pisana aveva messo a sacco Mahdia, Maiorca, Bona e Palermo, fino ad allora in mani mussulmane, in una seconda fase prevalsero gli scambi e i trattati commerciali, segno evidente che la situazione era parecchio mutata avendo raggiunto comunque un equilibrio assai stabile.

Un primo trattato commerciale fu stipulato dalla Repubblica con il califfo Abu Yaqub Yusuf, a capo dell’impero Almohade, che comprendeva, fra XII e XIII secolo, il vasto territorio che va dall’Andalusia al Mahgreb, includendo l’area orientale dell’Africa. Erano gli anni in cui operava il padre del Fibonacci, Guglielmo, la politica pisana come già abbiamo osservato era profondamente mutata e l’obiettivo principale della Repubblica era quello di rendere sicura la vita e l’attività dei mercanti, i quali rappresentavano la vera fonte di ricchezza della città di Pisa.

Bugia, oggi Béjaïa, vicinissima ad Algeri, era un porto di grande interesse mercantile, in quanto centro dal quale partiva la maggior parte dei cereali, ma anche la seta e le spezie, alla volta dei più importanti porti mediterranei. Da lì giungevano a Pisa anche i pellami e la cera d’api.

L’ambito socio-economico e culturale in cui si trovò a vivere e a studiare Leonardo Fibonacci, era quello tipicamente mediterraneo: caratterizzato dalle fedi religiose e dalle culture islamica, cristiano-occidentale, bizantina, contrassegnato da una fitta, complessa rete di rapporti commerciali e culturali, inframezzati da momenti di crisi, dovuti principalmente a quelle che con una certa improprietà siamo soliti definire crociate.Come quella veneziana del 1204 e, più di quarant’anni dopo, la crociata di Luigi IX di Francia, entrambe foriere di pesanti contraccolpi in tutta l’area mediterranea.

È in tale contesto che il Fibonacci imprime ai suoi studi matematici una valenza pratica e concreta, preludio a quei manuali di mercatura che diverranno punto di riferimento per il commercio mediterraneo durante il basso Medioevo. Tommaso Fanfani ha giustamente definito Fibonacci

come l’innovatore più originale anche in materia di contabilità, l’iniziatore della prima rivoluzione commerciale del mondo occidentale, il primo che ricercò, nello studio dei numeri, gli strumenti insostituibili agli interessi del mercato

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Un foglio del manoscritto su pergamena del Liber abbaci conservato nella Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze

Il Liber Abbaci Il prezioso libro fu scritto nel 1202 e rivisto dall’autore stesso nel 1228. Il titolo si può correttamente tradurre come Libro del calcolo. Alcuni preziosi esemplari del Liber abbaci, nel rifacimento del 1228, dato che del primo non ne è rimasto nessuno, sono conservati presso la Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, la Biblioteca Vaticana di Roma e la Biblioteca Comunale di Siena.

I manoscritti risalgono al XIII secolo, inizi del XIV, sono scritti in latino, e rappresentano dei rari gioielli grazie all’abilità dei copisti. Il primo di questi proviene dalla Badia Fiorentina; la segnatura è: conventi soppressi C.I. 2616, a sottolineare come sia passato alla Biblioteca fiorentina dopo che Napoleone Bonaparte, tra il 1808 e il 1810, aveva appunto imposto la soppressione dei conventi. Si compone di duecentoquattordici carte in pergamena, dove si trovano disegnate, tra l’altro, le sequenze numeriche, le figure geometriche e i calcoli algebrici.

Le raffinate miniature dei capilettera impreziosiscono il codice insieme alla legatura, anch’essa molto bella. Un altro codice che contiene il Liber Abbaci proviene dall’eredità Magliabechi. Sappiamo quanto Antonio Magliabechi, uomo di profonda erudizione, amasse i libri, tanto da essere nominato bibliotecario della Biblioteca Palatina di Firenze da Cosimo III de’ Medici. Il manoscritto Magliabechiano XXI fa dunque parte del fondo storico della Biblioteca Nazionale e l’ipotesi è che vi sia entrato appena dopo il 1714, alla morte del Magliabechi. Anch’esso è scritto su pergamena, riporta raffinate miniature, ma avrebbe tuttavia bisogno di un consistente restauro. Nell’esemplare conservato a Siena manca il capitolo quindicesimo mentre quello della Vaticana manca del decimo.

Il Liber è dedicato al celebre astrologo e filosofo scozzese Michele Scoto, che il Fibonacci considerava il suo maestro. Nel testo vi sono alcuni capitoli dedicati alla risoluzione di problemi commerciali, altri sono dedicati ad insegnare il metodo di estrazione delle radici quadrate e cubiche, le regole del tre e le progressioni. Il capitolo più importante dell’opera è senz’altro il quindicesimo, dove l’autore pone il suo trattato di algebra, termine con il quale Fibonacci traduceva il vocabolo arabo al-giaba wal-muqabala, che equivale a restaurazione e opposizione.

Alcuni capitoli del Liber Abbaci sono dedicati alla mercatura. Nell’VIII ad esempio si parla dello scambio e della vendita di “cose venali e simili”; nell’IX il tema è quello del baratto e delle sue regole, mentre nel X si forniscono istruzioni riguardo le società commerciali e il ruolo dei consoci.Una parte importante del libro di Fibonacci riguarda il cambio delle monete, i pesi e le misure dei diversi paesi, messe in rapporto tra di loro, i prestiti e le operazioni finanziarie.

In sintesi, come ebbe ad affermare Marco Tangheroni “una utilizzazione minuziosa del Liber potrebbe molto aiutare a tracciare un quadro del commercio alla fine del XII secolo”. Non a caso nel terzo capitolo Leonardo indica regole precise di natura contabile, che il tesoriere deve seguire per la registrazione delle spese di esercizio di una nave mercantile. Di particolare importanza per la storia della ragioneria, è il dodicesimo capitolo, illustrato nei codici con numeri in cifre sparsi sulla pagina in pergamena, lì Fibonacci risolve diversi problemi di matematica applicata e di tecnica mercantile, solo accennati in parti precedenti. Una delle regole enunciate dal Fibonacci è di porre particolare attenzione a descrivere nella tabula lineata il prezzo di ognuna spesa,

collocando le lire sotto le lire…. e fare cum cautela la somma

Come osserva Gino Arrighi “ Il Liber Abbaci troverà posto in una scaffa dei più importanti banchi onde poter svolgere facilmente i calcoli per un piano d’ammortamento o per scegliere la moneta più conveniente per effettuare pagamenti su una determinata piazza”.

Monumento a Fibonacci di Giovanni Paganucci nel Camposanto di Pisa

Possiamo dunque inscrivere questa parte del Liber in una pratica di mercatura ante litteram. Ne è la riprova il fatto che Leonardo, una volta rientrato in patria dopo il lungo soggiorno in Nord Africa e nel Vicino Oriente, nel 1241, ebbe dal governo di Pisa il delicato incarico di riorganizzare la contabilità pubblica. Un riconoscimento di grande prestigio dunque, in quanto assieme alle oramai affermate e riconosciute doti scientifiche di grande matematico, si aggiungevano le straordinarie qualità tecniche di ragioneria, essenziali per una città come Pisa che aveva le sue propaggini commerciali in tutto il Mediterraneo e che l’uso del Liber Abbaci avrebbe aiutato a migliorare e incrementare.

Ma quali sono state le fonti delle quali il matematico pisano si è servito per elaborare la sua maggiore opera scientifica? Anche a tale proposito possiamo formulare solo delle ipotesi, sebbene piuttosto attendibili.

Nel suo testo, dal titolo: I numeri magici di Fibonacci, Keith Devlin, docente di matematica all’Università di Stanford, sostiene che egli abbia senz’altro conosciuto le opere di al-Khwārizmī, in particolare: Aritmetica mentre l’altra fondamentale fonte si riferisce al Libro sull’Algebra di Abū Kāmil.“Confrontando alcuni passi del Liber abbaci e della traduzione dell’Algebra fatta da Gherardo da Cremona, – sottolinea Devlin – la studiosa contemporanea Nobuo Miura ha scoperto che molti dei novanta problemi riportati nel capitolo di Leonardo sull’algebra, sono tratti direttamente dal testo di al-Khwārizmī”.

Gli arabi avevano importato dall’India i numeri di cui noi oggi ci serviamo. All’incirca nel 700 d.c. il sistema numerico oggi usato era stato completato, mentre la cosiddetta “rivoluzione dello zero”, la si deve al grande matematico indiano Brahmagupta, vissuto nel VI secolo d.c. nella regione indiana del Rajasthan. Egli elencò le proprietà dello zero tra le quali il fatto che sommato o sottratto a un altro numero quest’ultimo resta invariato e inoltre che un numero moltiplicato per zero dà zero come risultato. Fibonacci deve essere rimasto letteralmente affascinato da questa scoperta, che a noi oggi può apparire addirittura banale, tanto da farne il perno della sua vita di studioso e di matematico.

Alessandro Bedini

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Bibliografia:Fulvio Delle Donne, La porta del sapere. Cultura alla corte di Federico II di Svevia, Carocci 2019.Ernesto Burattini, Eva Caianiello, Concetta Carotenuto, Giuseppe Germano e Luigi Sauro, Per un’edizione critica del Liber Abaci di Leonardo Pisano, detto il Fibonacci, in Raffaele Grisolia e Giuseppina Matino (a cura di), Forme e modi delle lingue e dei testi tecnici antichi, Napoli, D’Auria, 2012.Raffaele Danna, Leonardo Fibonacci, in La nuova informazione bibliografica III, 2016, Bologna – Il Mulino.Alfred Posamentier e Ingmar Lehmann, I (favolosi) numeri di Fibonacci – Monte San Pietro, Muzzio, 2010.Nando Geronimi (a cura di), Giochi matematici del Medioevo, i “conigli di Fibonacci” e altri rompicapi liberamente tratti dal Liber abaci, Milano, Bruno Mondadori, 2006.Cornelis Jacobus Snijders, La sezione aurea. Arte, natura, matematica, architettura e musica, Padova, Muzzio, 1985.Paolo Ciampi, L’uomo che ci ci regalò i numeri, Milano, Mursia, 2016.Marcel Danesi, Labirinti, quadrati magici e paradossi logici. I dieci più grandi, Dedalo, 2006.Paolo Camagni, Algoritmi e basi della programmazione. Hoepli, 2003.Rob Eastaway, Probabilità, numeri e code. La matematica nascosta nella vita. Dedalo, 2003.Rita Laganà, Marco Righi, Francesco Romani, Informatica. Concetti e sperimentazioni. Apogeo, 2007.Adam Drozdek, Algoritmi e strutture dati in Java. Apogeo, 2001.Peter Higgins, Divertirsi con la matematica. Curiosità e stranezze del mondo dei numeri. Dedalo, 2001.Mario Livio, La Sezione Aurea, Storia di un numero e di un mistero che dura da tremila anni – Bur, 2003.Stefano Beccastrini e Maria Paola Nannicini, Matematica e letteratura. Oltre le due culture. Erickson, Trento, 2012Ivan Moscovich, Matemagica. Il grande libro dei giochi., Rizzoli, 2015.Aldo Scimone, La Sezione Aurea. Storia culturale di un leitmotiv della Matematica, Sigma Edizioni.Gino Arrighi, Entranza di Leonardo Pisano alla corte di Federico II, Pisa 1987.Gino Arrighi, Leonardo Fibonacci: un grande scienziato pisano del Duecento, Pisa 1966.

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I viaggi nel Medioevo

È in libreria I viaggi nel Medioevo (Odoya, 2020) dello storico tedesco Norbert Ohler.

Fonte principale dell’opera sono i diari di viaggio dei viaggiatori e dei pellegrini.

Pubblichiamo un estratto dell’introduzione al volume, dalla quale scopriamo che, rispetto all’antichità, la velocità dei viaggi era diminuita a dispetto di una eterna voglia di mettersi in cammino per mete vicine o lontanissime.

L’autore esamina l’affascinante rete di vie che ancora oggi in parte sono alla base della nostra circolazione stradale.

Analizza motivazioni, pericoli, equipaggiamenti, mezzi di trasporto, locande e innovazioni, insieme agli animali da sella, da tiro o da soma utilizzati e alle regole di ospitalità che tutti avevano il dovere di rispettare.

Il desiderio di spostarsi in modo più veloce e sicuro deve essere stato particolarmente acuto nell’uomo del Medioevo, anche perché, rispetto all’Antichità, la velocità dei viaggi era diminuita: nel I secolo a.C., Cicerone riceve a Roma quattro lettere dalla Britannia; tre di esse impiegano ventisette giorni, la quarta trentaquattro, benché all’epoca in Gallia non fosse ancora stata terminata la costruzione delle strade romane, né vi fosse un perfetto servizio di corrieri. Milleduecento anni più tardi un espresso da Roma a Canterbury impiegò ventinove giorni, normalmente ci volevano più di sette settimane. Svetonio riferisce che Cesare era spesso più veloce delle voci sul suo arrivo.

L’antica Via della seta

Fino all’era moderna, tali prestazioni rimasero in Europa altrettanto irraggiungibili quanto la qualità delle strade romane. Il Medioevo europeo fu dunque un periodo di decadenza? Per quanto riguarda la circolazione via terra senza dubbio.

I nuovi governatori locali e regionali non disponevano più dell’appoggio finanziario dell’antico grande impero: trascurarono l’indispensabile ordinaria manutenzione delle opere d’arte architettoniche, per non parlare poi della costruzione ex novo di strade, ponti e gallerie. È indicativo che grandi opere architettoniche romane come gli acquedotti fossero chiamati “ponti del diavolo”; si riteneva impossibile che questi fossero opera dell’uomo: doveva essere stato il diavolo ad averli innalzati in una notte. Tuttavia non ci furono solo regressi.

Nel Medioevo, partendo dall’Europa furono colonizzate l’Islanda, la Groenlandia e per un certo periodo addirittura zone del Nordamerica, e furono esplorate la Cina e l’India.

I viaggi per nave di Raimondo Lullo

La seconda data miliare impone un’ulteriore precisazione: l’avanzata dell’Europa oltremare, destinata a cambiare il mondo, fu possibile solo perché erano state costruite navi in grado di affrontare il mare aperto, erano stati perfezionati (o importati da altre culture) gli strumenti nautici, addestrati gli equipaggi, raccolti i capitali; tutto questo fece sì che individui risoluti, in collaborazione con case regnanti o compagnie commerciali disposte ad assumersi i rischi, potessero osare ciò che fino ad allora era stato impensabile.

Spiegare la scoperta dell’America nel 1492 solo con gli spettacolari progressi nella navigazione significherebbe operare un’illecita riduzione della storia. Un tale successo fu possibile solo perché tecnica, diritto, economia e società, quali ambiti complementari, avevano raggiunto un grado di maturazione tale da accelerare il generale processo di sviluppo. Le conquiste – compresi i miglioramenti nel modo di viaggiare – furono favorite dal fatto che il progresso coesisteva con la decadenza, non di rado compensandola.

Da dove traiamo, in genere, le notizie sui viaggi degli uomini? Il Medioevo ci ha lasciato un numero quasi sterminato di fonti, in cui sono menzionati – per lo più incidentalmente – gli aspetti particolari che si riferiscono al viaggio: biografie, cronache, fatture, documenti liturgici, certificati, pratiche, registri doganali, rapporti sulla costruzione di ponti e ospizi, reclami riguardanti albergatori, resoconti dei viaggi, regali. Tali documenti sono di valore inestimabile, ma non bisogna sottovalutarne le insidie celate dietro la lingua, la rappresentatività, come pure le prevenzioni e gli interessi degli autori in possesso di una cultura letteraria.

Per lunghi secoli questi documenti furono scritti nella lingua dei dotti, i quali si servivano di vocaboli latini per designare cose aventi solo una certa analogia con i corrispondenti oggetti antichi, come un esempio può illustrare: reda designa nel latino classico una carrozza di lusso a quattro ruote; nel Medioevo, a nord delle Alpi il termine reda è spesso usato per indicare un carro a un solo asse o una lettiga. Una componente non irrilevante – il fatto di avere quattro ruote – manca quindi del tutto, in cambio è reso qualcos’altro: sia nella lussuosa reda, sia nella lettiga, si viaggiava relativamente comodi. Quanto viene detto di Tolosa nel XII secolo vale anche per Spira nel secolo XIII?

Le fonti narrative sono molto più ricche di valutazioni di quanto non lo siano ad esempio i documenti ufficiali; d’altro canto spesso non è possibile stabilire ciò che è luogo comune, pregiudizio o idealizzazione. A questo si aggiunge il fatto che molti autori trascurano proprio ciò che noi vorremmo sapere. Nella biografia di Bennone di Osnabrück, ad esempio, a proposito delle vicissitudini e delle privazioni che il vescovo dovette sopportare durante un viaggio verso Roma al tempo della lotta per le investiture si dice:

Se volessimo raccontare nei particolari queste e tutte le altre cose che egli fece allora, allungheremmo la nostra esposizione senza alcun profitto

Anche minore è l’interesse di molti autori nei confronti dei realia. I cronisti dell’epoca evidentemente non erano affatto consapevoli di quello che agli occhi dello storico di oggi, a posteriori, può sembrare una rivoluzione: ad esempio l’invenzione della staffa, che permetteva di montare a cavallo più comodamente, o la realizzazione di carri con l’asse anteriore mobile; perlomeno non si riteneva che tali innovazioni meritassero di essere tramandate.

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Le fonti scritte sono integrate dalle miniature sui manoscritti medievali, dai sigilli, dalle monete, dalle sculture. Ma anche le fonti figurative destano interrogativi particolari: la nave o il carro trainato da cavalli che l’artista ha voluto riprodurre sono proprio quelli che si usavano ai suoi tempi? O forse gli interessava solo un prototipo, per il quale esisteva una raffigurazione convenzionale? Una nave doveva essere rappresentata solamente in quel certo modo? Come nelle opere letterarie esistono luoghi comuni (ad esempio per descrivere un santo, un essere malvagio, un paesaggio ameno), così ve ne sono anche nelle arti figurative, diversi a seconda dell’epoca, della località o del paese e del committente.

Il numero di manoscritti medievali, di illustrazioni e sigilli non può essere aumentato (se si prescinde dal fatto che ogni tanto in qualche biblioteca o archivio si rinviene un codice, o sotto vari strati di tintura viene alla luce un quadro); in cambio danneggiamenti, incendi, cattiva manutenzione causano spesso perdite irreparabili. Alla diminuzione complessiva del patrimonio scritto si contrappongono le fonti archeologiche, il cui numero e la cui qualità sono pian piano cresciuti in modo straordinario; grazie alle sofisticate tecniche di recupero e ai metodi di interpretazione del materiale, si è giunti a conoscenza di ambiti sui quali le fonti scritte si pronunciano solo di rado, inclusa la realtà quotidiana del viaggio nei millenni passati.

Grazie alle scoperte archeologiche subacquee, oggi siamo bene informati sull’aspetto, le dimensioni, il carico e l’equipaggiamento tecnico delle imbarcazioni antiche e medievali. Anche qui, a dire il vero, l’interpretazione dei reperti crea abbastanza spesso delle difficoltà: la nave di Oseberg, recuperata nel 1903, era una nave di rappresentanza, non progettata per gli usi quotidiani, o è il modello tipico di centinaia di altre navi?

La nave vichinga di Oseberg (Museo delle navi vichinghe di Oslo)

L’interpretazione del reperto è ancora più difficile nel caso di arredi funerari: un carro oppure una nave rappresentano un dono votivo, un giocattolo o la riproduzione naturalistica di un oggetto d’uso comune? Se un giocattolo presenta dettagli degni di nota, allora bisogna chiedersi: è possibile che le innovazioni siano state in un primo tempo sperimentate per gioco? Anche nel Medioevo e nell’Antichità giochi e giocattoli sono stati importanti per l’apprendimento e le invenzioni?

L’alterabilità del materiale complica l’interpretazione del reperto da parte dell’archeologo: molti oggetti importanti per il viaggio erano di materiale facilmente deperibile o addirittura infiammabile. Ponti, case, carri e navi, e a volte anche le fortificazioni stradali, erano fabbricati in legno; vestiti, carte geografiche, scarpe, briglie e finimenti per le cavalcature e le bestie da tiro erano di tessuto o di pelle. Essi si sono logorati con l’uso, sono marciti, bruciati, sono andati distrutti nelle inondazioni o nei naufragi. Alcuni frammenti trovati nelle tombe spesso devono essere completati perché sia possibile interpretarli. Che gli esperti poi si trovino d’accordo o meno in queste operazioni di completamento è un’altra questione.

Norbert Ohler

Norbert Ohler I viaggi nel Medioevo Odoya, 2020 Per ulteriori informazioni: www.odoya.it papetti@odoya.it

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Costanzo Cloro, dall’Illiria al trono dell’impero

Flavio Valerio Costanzo, meglio noto come Costanzo Cloro, nato secondo le fonti il 31 marzo del 250, è passato alla storia come il padre di quel Costantino che, tra le molte cose, sdoganò definitivamente il passaggio del Cristianesimo da religione non tollerata a culto di Stato.

Tuttavia la sua vicenda politica è strettamente connessa alla nascita della ben nota tetrarchia, inaugurata alla fine del III secolo da Diocleziano, la quale sembrò donare a Roma una nuova stabilità politica dopo un lungo periodo di rivolte, salvo poi implodere definitivamente in seguito all’abdicazione di Diocleziano.

Questo sistema, che come vedremo nacque per esigenze belliche e amministrative ben precise, prevedeva che l’impero fosse diviso in due parti sotto il controllo di due Augusti (Oriente e Occidente) coadiuvati a loro volta nell’esercizio delle loro funzioni da due Cesari, scelti direttamente dai due imperatori.

Il sistema, come già detto, sembrò funzionare almeno sino al ritiro di Diocleziano dalla scena pubblica dopo la quale ogni generale romano, a prescindere dalle proprie umili origini, si sentì legittimato a far esplodere una nuova guerra civile per usurpare il trono con la forza.

La presunta genealogia di Costanzo Cloro

Facendo però un passo indietro e tornando Costanzo, a cui verrà successivamente (VI secolo) affibbiato il nome di Chlorus (ovvero pallido, riferito alla sua carnagione), di lui sappiamo che probabilmente apparteneva alla folta schiera di soldati di professione che, in seguito ad una discreta carriera militare, approfittarono dell’instabilità del sistema politico romano per ritagliarsi un peso politico e fare carriera.

Ma come divenne così potente Costanzo? Le notizie ricavabili sulla biografia del padre di Costantino sono scarse e frammentarie, provenienti da fonti spurie; quello che emerge dalle fonti è che Costanzo nacque nell’Illirico nel 250 d.C. (CIL I2 301) come tutta una serie di generali che salirono al trono imperiale tra il III e il IV secolo, probabilmente da una famiglia di umili origini.

Sebbene le fonti successive, probabilmente collegate all’opera di nobilitazione del proprio lignaggio messa in atto da Costantino, parlino per Costanzo Cloro di una parentela diretta con l’imperatore Claudio II e quindi con la dinastia Flavia, Costanzo doveva essere semplicemente un umile soldato.

Inoltre, lo storico di Costantino Eusebio di Cesarea, nella sua Vita di Costantino, tramandò che già Costanzo fosse simpatizzante del Cristianesimo, decidendo in autonomia di non applicare le leggi persecutorie contro i cristiani imposte da Diocleziano. La scarsa aderenza alla storia di Eusebio ci consiglia però di diffidare di queste notizie e di inserire queste indicazioni all’interno di quella riabilitazione postuma in ottica cristiana messa in atto dall’opera eusebiana.

Busto di Costanzo Cloro, marito di Teodora, figlia di Massimiano e padre dell’imperatore Costantino (Altes Museum di Berlino)

Tornando quindi alla carriera militare di Costanzo, essa si sviluppò, come ci rende noto l’Anonimo Valesiano, sotto gli imperatori Aureliano e Probo svolgendo prima il ruolo di protector (tra il 271-273, un ruolo militare tardo antico che elevava i centurioni ad avere un rapporto privilegiato con l’entourage dell’imperatore, come una guardia del corpo), tribuno e infine di governatore della Dalmazia sotto l’imperatore Caro.

Dal punto di vista privato, il 270 fu per Costanzo un anno molto importante: la sua prima moglie Elena, una donna di altrettante umili origini (era una stabularia, una locandiera insomma) proveniente dalla Bitinia, diede alla luce il suo primogenito Costantino a Naisso, una città nei pressi del Danubio. Sebbene in questa sede non affronteremo questo tema, anche per la prima moglie di Costanzo è possibile ricavare una storia della ricezione di questo personaggio, riletto in salsa cristiana per tutto il Medioevo.

Attorno alla madre di Costantino, nacque la leggenda medievale che attribuì a lei il ritrovamento della Vera Croce e in seguito la conversione del figlio al Cristianesimo.

Le fonti attestarono che Costanzo, dopo aver prestato servizio sul fronte orientale, divenne protagonista nella pars Occidentalis, dove l’impero si trovava ad affrontare l’avanzata di popoli barbari che iniziavano a premere sui confini renani e danubiani.

Nel 285 infatti i romani dovettero affrontare la rivolta dei Bagaudi, briganti di origine celtica che, secondo il racconto di Eutropio, guidati da Amando e Eliano, si ribellarono contro Roma esasperati dall’eccessiva pressione fiscale a cui erano sottoposti. Sebbene sia i panegirici sul tema sia Eutropio abbiano ridimensionato la ribellione, riducendola semplicemente ad una scaramuccia contro dei campagnoli, il problema fu probabilmente sottostimato in quanto lo stesso cesare Massimiano dovette muoversi per porre fine alla sommossa.

Sempre nello stesso anno due eserciti barbari, uno composto da Burgundi e Alamanni, l’altro da Eruli e un popolo ad essi confederato, varcarono il Reno ed entrarono senza permesso nel territorio romano venendo poi intercettati e fermati dall’intervento di Massimiano.

La divisione tetrarchia dell’Impero romano, voluta da Diocleziano

Questa vittoria non fu comunque definitiva poiché nel 287, ancora Massimiano, nel frattempo divenuto Augusto, ritornò con forza contro questi popoli ricacciandoli oltre il Reno che, nelle parole forse trionfalistiche del panegirista che descrisse l’avvenimento, era diventato totalmente romano.

La zona del limes settentrionale fu tuttavia foriera di nuove ribellioni: già nel 286 il generale di origine gallica Marco Aurelio Mauseo Carausio, generale della Classis Britannica che si occupava per conto di Massimiano del pattugliamento della Manica per difendere appunto la Britannia dai predoni sassoni, dopo aver partecipato attivamente nella sconfitta dei Bagaudi, venne accusato dall’Augusto di aver intascato il bottino tolto ai pirati sassoni senza riconsegnarlo ai derubati o all’autorità imperiale.

La vicenda sfuggì ben presto di mano e, tra il 286 e il 287, la rivolta deflagrò con forza mettendo a repentaglio la stabilità dell’impero: Carausio fuggì in Britannia e, controllando sia la flotta che l’esercito grazie alla defezione di alcune legioni, mise in atto una vera e propria secessione.

Grazie al supporto navale (la Classis Britannica poteva contare su circa 500 uomini e un numero discreto ma sconosciuto di triremi) e alle legioni romane che gli giurarono fedeltà, Carausio riuscì lungamente a mantenere il controllo sia della Gallia settentrionale che della Britannia.

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Favorito dal fatto che i Romani dovettero concentrare le proprie forze per affrontare la presenza ostile dei Franchi che, d’accordo con lui premevano attorno al Reno, Carausio potè dunque farsi acclamare imperatore dalle legioni di stanza in Britannia. I Franchi infatti, già attivi in questo periodo, diedero infatti molto filo da torcere a Massimiano con le loro scorribande effettuate nei territori ancora instabili della Gallia.

Fu proprio in questa campagna che Costanzo, genero dell’imperatore, dato che aveva sposato in seconde nozze la figlia di Massimiano, Teodora, venne nominato dal suocero prefetto del pretorio e combatté con i Franchi di Gennobaudo ribaltando le sorti della guerra e avanzando vittoriosamente sino alle foci del Reno.

Dopo la sconfitta, i Franchi deposero le armi e Gennobaudo, re dei Franchi, chiese perdono all’imperatore Massimiano che, dopo averlo perdonato, ricollocò lui e i suoi uomini nei pressi dell’odierna Trier. Se il Reno sembrava da un lato pacificato, restava tuttavia da risolvere la questione di Carausio che nel frattempo si era fregiato del titolo di Restitutor Britanniae e Genius Britanniae, battendo addirittura autonomamente una moneta che, stando ai recenti ritrovamenti, avrebbe avuto più valore rispetto a quelle coniate dalla zecca imperiale.

Il generale gallo-romano doveva sentirsi davvero sicuro di sé, tanto da battere queste monete imprimendo sulla faccia la sua immagine assieme a quella dei colleghi Diocleziano e Massimiano, come si evince dai reperti ritrovati.

La facilità con cui egli ottenne l’appoggio militare delle legioni di stanza in Gallia e Britannia, secondo alcuni studiosi, fu possibile non solo grazie alla solita politica di elargizioni e promesse ma anche a causa risentimento latente della popolazione vessata dall’alta pressione fiscale imposta dal dominio romano. Massimiano tentò di ribattere a questa insolenza programmando invano diverse spedizioni dirette contro Carausio, abortite in partenza a causa di motivi non ben conoscibili dalla lettura delle fonti. Essendo infatti queste sostanzialmente panegirici encomiastici verso l’imperatore, gli autori, per evitare di incorrere nell’ira dei sovrani, decisero di soprassedere per convenienza sui reali motivi del fallimento dell’impresa.

Moneta di Carausio coniata dalla zecca di Londra, raffigurante un leone, simbolo della Legio IIII Flavia Felix

Nel 290, Diocleziano mosse dall’Oriente per incontrarsi direttamente con Massimiano a Milano, la sede dell’Augusto d’Occidente che, in attesa di riorganizzarsi, fu costretto obtorto collo a concedere una tregua a Carausio. Stando a quanto riportano recenti studi, il nuovo re di Britannia fu un ottimo stratega e un ottimo comandante, tanto che alcune ipotesi suggeriscono che egli avrebbe costruito per primo quel sistema di fortificazioni conosciuto come Litus Saxonicum ancora attestato nel IV secolo nella Notitia Dignitatum.

Tornando all’incontro tra gli imperatori, molti hanno voluto osservare come Diocleziano abbia inteso intervenire in un’area non formalmente sottoposta alla sua giurisdizione a causa del fallimento del collega e, alla luce del pericolo del protrarsi dell’usurpazione della Britannia, egli gettò le basi di quella tetrarchia di cui abbiamo fatto menzione all’inizio. L’Augusto d’Oriente probabilmente, comprese in questa occasione come, al netto delle difficoltà incontrate da Massimiano nel gestire i territori a lui sottoposti, fosse necessario un aiuto maggiore a chi governava per evitare uno scollamento del dominio romano. L’aiuto arrivò e infatti nel marzo del 293, entrambi gli Augusti nominarono due Cesari, per l’Oriente Galerio e per l’Occidente proprio Costanzo Cloro; quest’ultimo in particolare ricevette l’ordine di riportare sotto il controllo imperiale la Gallia e la Britannia ponendo fine all’usurpazione di Carausio.

Nello stesso anno dunque egli marciò verso Bononia (Boulogne-sur-mer), ancora in mano ai ribelli e, con una rapida manovra militare, costrinse alla resa la città, entrando in possesso così di un avamposto strategico per il controllo della Gallia e, soprattutto in ottica di un futuro sbarco in Britannia.

La caduta di Carausio, una volta perso il controllo della Gallia settentrionale, avvenne per mano del suo tesoriere Alletto che ne prese il posto e proseguì la guerra contro Costanzo. Per tagliare fuori definitivamente gli alleati Franchi di Alletto, Costanzo si prodigò prima per ripristinare il controllo romano sul fiume Reno, che fu nuovamente pacificato; infatti, dopo aver sconfitto ancora i barbari alleati dell’usurpatore, lì deportò come schiavi destinati a rimpinguare e coltivare le terre devastate della Gallia.

Stando alle nuove regole del sistema tetrarchico, ogni vittoria doveva essere suddivisa tra i membri del collegio imperiale e pertanto, grazie alle vittorie di Costanzo, anche Diocleziano, Massimiano e Galerio beneficiarono del titolo di Germanicus Maximus.

Una ricostruzione della Londinium romana

Il destino di Alletto però, privo del supporto degli alleati Galli e Germani era ormai segnato e, nel 296, Costanzo Cloro diede il via all’invasione dell’isola assieme al suo prefetto del pretorio Asclepiodoto. Mentre l’ex uomo di Carausio attendeva l’arrivo delle truppe imperiali sulle sponde del Kent, Costanzo divise le sue truppe facendo salpare il suo generale dalle foci della Senna mentre le sue forze presero il mare da Bononia.

A causa del maltempo però, l’esercito di Costanzo fu a sua volta diviso in due e, mentre una parte di esso riuscì a raggiungere l’isola, il Cesare preferì rientrare in Gallia per evitare un naufragio. Asclepiodoto invece, sbarcò aggirando le difese britanne e marciò direttamente su Londinium, eliminando in battaglia il successore di Carausio e le sue truppe mercenarie franche, sterminate poi definitivamente dalla sopraggiunta avanguardia di Costanzo. Anche lo stesso Cloro sopraggiunse in seguito sull’isola, ristabilendo così il controllo di Roma su quei territori e concludendo così una della più lunghe fratture politiche mai capitate all’impero romano: Costanzo potè così completare l’impresa a lui affidatagli da Diocleziano.

Circa tre anni dopo, le fonti riportano notizie di altre imprese belliche del padre di Costantino, attivo nel territorio dei Galli Lingoni dove ebbe la meglio contro un esercito di Alamanni. Da quel punto in poi sembrerebbe che Costanzo si dedicò sostanzialmente al mantenimento della pace all’interno dei confini dell’impero mentre Diocleziano si concentrò nella persecuzione dei cristiani. Con l’abdicazione di quest’ultimo e del collega Massimiano (305), Costanzo Cloro divenne quindi Augusto, associando come suo cesare Flavio Valerio Severo secondo le disposizioni del sistema della tetrarchia.

Successivamente però, mentre progettava una spedizione volta a conquistare la Britannia settentrionale e a sottomettere i Pitti e i Caledoni, Costanzo morì ad Eburacum (York) il 25 luglio del 306, lasciando l’impero senza guida.

Una pagina del manoscitto di Goffredo di Monmouth conservata presso la Biblioteca apostolica vaticana

Con la morte di Costanzo infatti, il sistema tetrarchico implose e, in seguito ad un altro periodo di sanguinose guerre civili, Costantino riunificò l’impero sotto il suo comando soltanto nel 324. Il corpo di Costanzo, per ordine del figlio, fu traslato a Treviri e collocato in un mausoleo a lui dedicato. La fortuna di Costanzo fu ravvivata in seguito da Goffredo di Monmouth che nella sua Storia dei Re di Britannia (1136) stravolse completamente la storia degli eventi narrati sino ad ora. Infatti, secondo Goffredo, Carausio sarebbe stato un britanno di nobili origini che su mandato del Senato romano, allestì una flotta per difendere la Britannia dalle invasioni dei barbari. Ricevuto tale compito, Carausio divenne via via sempre più potente e, con l’aiuto dei Pitti, riuscì ad estromettere il re della Britannia Bassiano e di farsi eleggere re al posto suo.

Per ricompensare l’aiuto di quei popoli Carausio donò loro l’Albania (il nome ancestrale della Scozia) ed essi ne presero possesso a scapito dei Britanni.

La fortuna di Carausio durò poco: il senato inviò il legato Allecto, divenuto nella versione di Goffredo totalmente romano, che sconfisse Carausio con tre legioni, vendicandosi di tutti coloro che avevano tradito Roma. I Britanni quindi si sollevarono e guidati dal duca di Cornovaglia Asclepiodoto (ovvero il luogotenente di Costanzo) eliminarono prima Allecto nascosto a Londinium e poi Livio Gallo, ufficiale di Allecto, trucidato insieme ai suoi legionari sulla riva del fiume Nautgallim/Gallemborne oggi Walbrook (su cui vennero ritrovati nel 1860 un gran numero di teschi durante uno scavo archeologico).

Dopo questo avvenimento il monaco inglese inserì l’avvento del nostro protagonista; infatti, alla morte del re Asclepiodoto, ucciso dal ribelle duca di Colchester Coel che gli sottrasse la corona, il senato romano inviò in Britannia proprio il senatore Costanzo, che aveva già riconquistato la Spagna e possedeva la fama di grande combattente. Costanzo prese accordi con Coel riconoscendogli il suo diritto al trono di Britannia, ma questi morì poco dopo di una malattia improvvisa lasciando campo al senatore.

Costanzo dunque sposò la figlia di Coel, Elena (che in realtà, come abbiamo visto, proveniva dalla Bitinia ed era di umili origini) che nella versione della storia di Goffredo è elogiata come la più abile al mondo nella conoscenza della musica e delle arti liberali e con cui generò poi Costantino, elogiato alla stessa maniera dall’autore medievale.

È interessante in questo caso evidenziare come l’opera di riabilitazione cristiana del lignaggio di Costantino e della madre Elena, iniziato da Eusebio, sia stato portato a termine da Goffredo, in quella che possiamo definire come una storia della ricezione dei personaggi romani attraverso i secoli.

Pietro Paolo Giannetti

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BibliogafiaFonti antiche:Anonimo, Notitia Dignitatum, a cura di O. Seeck, Berlino 1876 Anonimo, Consularia Constantinopolitana, IN MGH, Chronica Minora, a cura di T. Mommsen, Tomo IX, Vol. I, Berlino 1892Anonimo, Panegirici Latini, a cura di D. Lassandro e G. Micunco, Torino 2000Anonimo Valesiano, De Constantio Chloro, Costantino Magno et Aliis Imperatoratoribus, in Rerum Italicarum Scriptores, a cura di L. A. Muratori, Milano 1738Corpus Inscriptionum Latinarum, consultabile online su https://arachne.dainst.org/ Aurelio Vittore, De Caesaribus, a cura di H. W. Bird, Liverpool 1994Eusebio di Cesarea, Vita di Costantino, a cura di L. Franco, Milano 2009 Flavio Eutropio, Il compendio della Storia Romana, a cura di G. Bandini, Milano 1843Goffredo di Monmouth, Storia dei Re di Britannia, a cura di G. Agrati e M. L. Magini, Parma 2010Scrittori della Storia Augusta, Historia Augusta, a cura di L. Agnes, Torino 1960 Studi moderni:T. D. Barnes, Constantine and eusebius, Harvard 1981R. G. Collingwood, J. N. L. Myres, Roman Britain and the English Settlements. Pp. xxvi + 515; 10 Maps. Oxford : Clarendon Press, 1936. Cloth, 12s. 6d. S. Frere, Britannia, a History of Roman Britain, Londra 1963A. Harbus, Helena of Britain in Medieval Legend, Cambridge 2002P. A. Holder, The Roman army in Britain, Londra 1982B. Jones, D. Mattingly, An Atlas of Roman Britain, Cambridge 1990A. H. M. Jones, J. R. Martindale, J. Morris, The Prosopography of the Later Roman Empire, Vol. I, Cambridge 1971H. Mattingly, C. H.V. Sutherland, R.A.G. Carson, The Roman Imperial Coinage, Londra 1951Odahl, Constantine and the Christian Empire, New York 2004G. P. Welch, Britannia, The Roman Conquest and Occupation of Britain, Londra 1963

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La contessa Matilde vestita di mitologie

Diciamolo subito: Matilde è sempre stata sotto il segno del mito. A cominciare dal mito fondatore, quello di Donizone, che difficilmente avrebbe potuto esprimersi in modo diverso ma avrebbe potuto scegliere diverse modalità espressive, fino alla odierna fiorente industria turistica. Ma il mito è multiplo per sua natura.

Il monumento funebre Onore e gloria d’Italia dedicato a Matilde di Canossa da Gianlorenzo Bernini (1633-34, Basilica di San Pietro, Città del Vaticano)

Nel secolo XVII Matilde fu l’emblema perfetto della Controriforma trionfante e fiammeggiante, “donna illustre e guerriera di Dio”, l’eroina perfetta, la perfetta radice del trionfo della Chiesa Romana (1633, Castel Sant’Angelo; 1644, San Pietro: il Bernini); il Seicento è alla radice di molte cose…

Fanno parte delle mitologie le molte stupidaggini che si possono leggere nel web (es. Wikipedia: “Contessa, duchessa e marchesa […] in possesso di un vasto territorio che comprendeva la Lombardia, l’Emilia, la Romagna e la Toscana”; Italia donna. Il portale delle donne: “una donna bella e decisa […] amata e venerata da tutti”; SuperEva, Delitti e Misteri: “Le lotte per il potere ignorano ancora le donne, che non sono mai state considerate un pericolo, ma la storia, fino a quel momento, evidentemente non ha fatto ancora i conti con Matilde di Canossa”), che sempre più si rivela un potenziale immenso sciocchezzaio neo–flaubertiano… eppure con esso gli storici si dovranno abituare a confrontarsi se non vogliono essere relegati a una marginalità eburnea ed immacolata quanto si vuole ma totalmente insignificante, abdicando così al loro ruolo sociale di artigiani del metodo e dei procedimenti critici.

A questo riguardo è d’uopo aggiungere una cosa, a mio avviso del tutto non secondaria: anche la ricerca umanistica è eminentemente sperimentale: se non si sottopongono a verifiche spassionate e regolari, nonostante le evidenze delle ricerche più recenti o il semplice buon senso, i modelli consolidati e evidentemente bisognosi di verifica e si continua ad affidarsi solo a questi ultimi, si finisce per fare soltanto erudizione nel senso peggiore della parola e così si viene meno al métier dello storico e dell’intellettuale; la trahison des clercs, per citare un titolo di una novantina d’anni fa (Julien Benda, 1927), è, è sempre stata, e sempre sarà imperdonabile: espressione quando non radice di molti mali anche estremi, luogo in cui la conoscenza e l’etica si fondono indissolubilmente e muoiono insieme.

Matilde l’europea Ovviamente non è il caso di ripercorrere tutti i momenti topici di questa figura storico–mitologica; mi limiterò a segnalare quelli a mio avviso più evidenti.

Non si può prescindere dalle tematiche messe a fuoco nel 1997 nel convegno e dedicato a Matilde di Canossa nelle culture europee del secondo millennio. Dalla storia al mito (Bologna, Pàtron, 1999), per esempio le istanze prosopografiche, o piuttosto genealogiche, del Cinque e Seicento, comprese quelle del marchese Dal Pozzo (1678): tutte piuttosto comuni in tutta l’Europa, se si pensa alle contemporanee genealogie dei papi o al fatto che l’aristocrazia del regno di Spagna risultò allora discendere per intero dai Visigoti…

Come scrisse il Leibnitz al Muratori il 30 gennaio 1714 “il y a tant de fables et d’absurdités qu’on ne s’y peut fier que dans les choses fort modernes”, e, come scrisse il Muratori al Leibnitz il 6 novembre 1715, il tema “è pieno di favole”.

Non è che oggi (il web insegna) le cose siano diverse nella sostanza… Ma bisognerà aggiungere che un mito non è davvero tale se non è capace di aggiornarsi: magari per piccoli elementi, quasi impercettibili ma che rendono il segno dei tempi.

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Facciamo un salto in avanti. Ad esempio: l’insistenza sul carattere “europeo” di Matilde di Canossa. Ma ci si è mai chiesti che senso ha questa espressione per i secoli XI e XII? e non solo perché novecento anni fa non si aveva idea di che cosa fosse «Europa» e di qualunque cosa si trattasse era comunque a geometria variabile (per esempio le aree del Nord vengono inserite in Europa solo negli anni ’30 del XII secolo e solo da Guglielmo di Malmesbury, che appartenendo all’ambiente anglonormanno forniva così di radici «europee» i signori dell’Inghilterra).

Matilde «europea» perché apparteneva alla famiglia di Lorena e frequentava l’Impero e i grandi del suo tempo, ad esempio l’abate di Cluny Ponzio che (ora lo sappiamo) era spagnolo?

Ma allora tutti i grandi del suo tempo erano europei, visto che appartenevano alla medesima ristrettissima fascia di signori fra loro legati da relazioni familiari, politiche ed economiche; tanto per non allontanarci troppo dal caso di Ponzio, era imparentato per vie più o meno indirette con i conti di Tolosa, i franco–normanni, l’imperatore; con gli Aleramici e la casa di Navarra erano imparentati i Normanni di Sicilia, ma Margherita di Navarra, moglie di Guglielmo I, era imparentata con i conti di Mortagne e del Perche, franco–normanni; con l’imperatore Enrico V e poi con gli Anjou si imparentarono gli anglo–normanni di Enrico I Beauclerc…

L’insistenza sulla dimensione «europea» di Matilde non parlerà più del nostro tempo che del suo? Dico del tempo dell’Unione Europea e della moneta unica? Ma questo può aprire la strada ad un’altra domanda: chi ci dice che l’insieme stesso del mito di Matilde, così come lo conosciamo, non appartenga piuttosto agli ultimi duecento anni?

Dall’alto in basso: il Castello di Bianello (Quattro Castella, Reggio Emilia), una delle residenze di Matilde di Canossa; la stanza di Matilde nel castello; particolare del dipinto ottocentesco “La donna con il melograno” di Giuseppe Ugolini, conservato nella stanza di Matilde

Torniamo indietro, al Risorgimento: Francesco V d’Este, il castello di Bianello come centro delle sue esercitazioni militari, il famoso quadro commissionato a Giuseppe Ugolini che rappresentava Matilde, significativamente destinato al Palazzo Ducale: ed eravamo nel 1854, per così dire a metà strada tra i moti e la I guerra d’indipendenza del 1848 e la guerra del 1859 e l’immediata scomparsa del Ducato e del passato (plebiscito dell’11 e 12 marzo 1860, ratificato e pubblicato il 15 marzo 1860); realizzato fra il 1854 e il 1859, il dipinto fu venduto dall’ormai ex duca e finì a Bianello, che era stato acquistato da un privato, dove venne appiccicato al muro, su un support di tela, nel 1873.

Siamo già nel Regno d’Italia. Ed ecco i decenni antiprefettizi, delle Guarentigie, cattolici. Tanto per citare in ordine sparso, il raduno a Canossa dei Circoli Universitari Cattolici di Parma, Modena, Bologna e dei Fasci Democratici Cristiani nel 1902; il contributo di mons. Leone Tondelli L’eroismo di Matilde, che “sottolineava la fermezza e la costanza della Contessa nel difendere gli ideali e la persona di San Gregorio” (1915); l’associazione femminile cattolica reggiana delle Matildine, 1918, che ebbe un proprio stemma distintivo (dipinto su drappo candido nel 1934): “tre spighe di frumento […] il trinomio che era anche il programma delle giovani cattoliche: Eucarestia, Apostolato, Eroismo“; “Matelda. Rivista per Signorine” (1911–1938) che si batteva contro il divorzio e contro la città della modernità e ovviamente del vizio, Parigi, e che inaugurò le sue pubblicazioni dichiarando:

Matelda è colei che raggiunge la perfezione fisica con la perfezione morale che altro non è se non l’ideale femminile»

(Il che è tanto più significativo e attesta il provincialismo, la marginalità e anche l’arretratezza culturale e politica di queste sedi se si pensa al contemporaneo, frenetico, attivismo delle organizzazioni femminili tra le due sponde dell’Atlantico, sfociato in un’udienza concessa da Benedetto XV a Rosa Genoni e Anita Dobelli Zampetti e culminato nel 1923 in un congresso tenuto proprio a Roma.)

Fermiamoci di nuovo un momento. Chi ci dice, cioè, che anche nel suo caso, come forse in generale per tutto il Medioevo così come lo conosciamo noi, non sia stato il passato prossimo e a volte molto prossimo a fondare il passato remoto?

Perché non si può non dire della celebrazione del primo millenario (tarda estate 1950), preparato fattivamente da mons. Socche, vescovo di Reggio Emilia (autore di un volumetto apparso nel gennaio di quell’anno in cui, in nome dell’impegno contro il “cataclisma sociale”, istituiva un parallelo fra gli “ardui cimenti che avevano impegnato Matilde e Gregorio VII contro l’oppressione imperiale e la sua propria lotta intrepida di vescovo contro il materialismo ateo e violento del tempo”), e inaugurato dall’onorevole Gonella, ministro democristiano della Pubblica Istruzione, e punto d’inizio delle attuali celebrazioni. Che, peraltro, nel 1977, in piena età di “compromesso storico” (oltreché di terrorismo interno), e in perfetta temperie di Peppone e don Camillo, secondo l’esperienza originale della coabitazione e collaborazione politica in Emilia–Romagna, sfociarono in un grande e fondamentale convegno di studi fortemente voluto dal senatore Carri, sotto l’egida del Pci, “nuovo Principe” secondo l’insegnamento critico gramsciano.

Pontida antibolscevica Il passato è sempre stato usato con moltissima disinvoltura, basti pensare al fatto che durante il fascismo Pontida era inteso come giuramento antibolscevico (proprio così) e che la battaglia di Legnano, con il suo corredo mitico di Alberto da Giussano, si era prestata molteplicemente in chiave giobertiana (l’arringa alle truppe pontificie di Massimo d’Azeglio nel 1848) o laica e nazionalista con l’elisione di qualunque accenno al ruolo papale.

Per non parlare della Reconquista spagnola e dell’idea stessa di Crociata. E anche Matilde era diventata l’eroina del neoguelfismo così come, dall’altro lato, la nemica esemplare della Nazione tedesca e delle sue sorti progressive e magnifiche. Ma allora stiamo parlando di Matilde di Canossa o piuttosto dell’eroina della Controriforma trasformata in eroina della Guerra Fredda?

Di Matilde di Canossa o, come ha acutamente segnalato Paolo Golinelli nel 2008 non senza arguzia, di una delle eroine delle donne in armi degli USA (sorvolando con allegra disinvoltura sulle caratteristiche socioeconomiche del reclutamento nelle forze armate statunitensi…) arruolate nella guerra contro l’Asse del Male in una galleria che spazia dalle Amazzoni a Golda Meir?

Di Matilde di Canossa, o dell’eroina da gender studies? E chi ci dice che il mito costituito attraverso questo tipo di passaggi non abbia potuto radicarsi per la persistenza nel lunghissimo periodo di usi e costumi agrari in contiguità leggendaria (e inverificabile) proprio con Matilde?

Un mito dentro l’altro Torniamo alla fondazione del mito o piuttosto racconto mitologico. La affronteremo là dove forse non se lo aspetta, dove il mito ha la forma consapevole della barzelletta. Eppure forse dà accesso a molte più cose di quanto si possa pensare a prima vista. Del mito fa parte un altro mito. Questo si, antico e quasi contemporaneo alla contessa (fermiamoci un istante per una domanda ingenua: “contessa” di che cosa? perché è chiamata contessa di qua dall’Appennino e marchesa di là dal crinale?). Un mito che finisce per incrociarsi con un altro, quello fondativo.

Cosma di Praga, le nozze con Guelfo V di Baviera “il Pingue”. Siamo nel 1089, Matilde ha 43 anni. Guelfo IV di Baviera, padre del giovane sposo, era stato elettore di Rodolfo di Svevia, l’anti–re che aveva deluso i suoi morendo in battaglia nel 1080. E’ un’alleanza esplicitamente antienriciana che riporta Matilde nella dimensione sua propria di principe dell’impero, quella che le compete nonostante la condanna per fellonia di qualche anno prima. Questo il contesto. Ma veniamo al racconto.

Cosma di Praga (1045-1125) [immagine dal Lipský rukopis, uno dei manoscritti delle Cronache di Cosma]

Matrimonio non consumato Cosma, decano del duomo di Praga, perfezionatosi a Liegi tra il 1074 e il 1082 sotto la guida, fra gli altri, del famoso Franco scholasticus, e morto il 21 ottobre 1125, fa una iperbolica rappresentazione di Matilde: signora potentissima, dopo la morte del padre “prese le redini di tutto il regno di Lombardia e di quello di Borgogna insieme, avendo il potere di scegliere, intronizzare o eliminare 170 vescovi”; domina l’ordine senatorio e lo stesso Gregorio VII, ha un’attitudine virile, tanto che è lei a prendere l’inziativa, lei stessa tempesta di lettere Guelfo con la proposta di matrimonio:

acciocché senza erede la altezza regale non venisse a mancare insieme alla prole

gli promette

tot città, tot castelli, tot palazzi incliti, quantità infinite d’oro e d’argento

Il ragazzo alla fine si fa convincere.

Il clímax cresce gradatamente fino a culminare nelle nozze. Festeggiamenti all’altezza di tanta principessa, poi la prima notte.

Disastro. “Il duca Guelfo senza Venere, e Matilde vergine”. Diavolo… Guelfo ha 17 o 18 anni, dev’essere farcito di testosterone, come è possibile che l’impresa non gli riesca? Si arrabbia, si ribella: vuoi che tutti mi ridano in faccia?

Di certo per ordine tuo o per opera delle tue serve c’è qualche maleficio o nelle tue vesti o nel tuo letto. Credi a me, se io fossi di natura fredda non sarei mai venuto alla tua volontà!

Ma alla seconda notte le cose non cambiano. La terza notte Matilde congeda i servi, ora sono soli nel cubiculo; prende la tavola della mensa e la mette sui sostegni, si spoglia nuda nata (sicut ab utero matris); non ci sono vesti, non c’è materasso, non ci sono coltri, non c’è nulla, non può esserci maleficio!

Ma lui le resta di fronte

come un asinello di mal’animo, o un macellaio che affilando la lunga spada sta nel macello sopra una pingue vacca scuoiata che vuole sventrare. Dopo che a lungo la donna sedette sulla tavola facendo come l’oca quando si fa il nido e rivolta la coda di qua e di là, ma invano, alla fine la femmina nuda si levò indignata e afferrò con la mano sinistra l’escrescenza dell’impotente e sputandosi sul palmo della destra gli diede un ceffone e lo sbatté fuori.

Bisogna ammetterlo: Cosma di Praga non lascia nulla all’immaginazione. Scrive il copione, anzi il trattamento, di una farsa e dirige la coreografia. Non è necessario avere esperienza diretta di vita di campagna e del mestiere di macellaio: basta pensare ai gesti, basterà pensare a qualche cartone animato di Walt Disney per quanto riguarda l’oca e alla correggia di cuoio per affilare i coltelli (o anche i rasoi dei barbieri), e tutto sarà chiarissimo.

Guelfo affila una spada, cioè si adopera in solitudine per eccitarsi, Matilde si dimena, cioè si esibisce in una specie di lap dance per scuoterlo a fare il suo dovere maritale, il clímax culmina con la donna offesa o delusa, comunque inviperita, che afferra il giovine per la parte che inutilmente sporge, e si sputa nella mano perché il ceffone sia più intenso…

Matilde non si comporta davvero come una lady, ma non se ne potrebbe fargliene una colpa visto che questo comportamento risale al XIX secolo inglese — basterebbe rileggere i memoriali del secolo di Luigi XIV per ricordarselo… o le satire di Jonathan Swift (Oh! Celia, Celia, Celia shits! — per non dire dei casi di Strephon e Chloe, che soffrono allegramente di meteorismo). E comunque non va dimenticato che nel secolo XI il sesso era trattato con pochi infingimenti anche là dove noi troveremmo la cosa estremamente non appropriata, per esempio la vita di un santo: Pier Damiani non racconta che gli eremiti di Sitria avevano accusato san Romualdo di rapporti sodomitici con un suo giovane discepolo e commenta: aveva cent’anni, se anche avesse voluto gliel’avrebbero impedito il sangue freddo e il corpo inaridito?

E nella letteratura di discussione e polemica il sesso era un tema chiamato in causa con una discreta frequenza… E qui sta il problema. E ancora una volta il problema è nostro. Soltanto nostro. Nessuno ha mai notato il carattere volutamente farsesco e fiabesco (favoloso) del testo, tutti presi come si è stati dalla valutazione storicista.

Sposalizio di Guelfo V con Matilde di Canossa (miniatura, seconda metà del secolo XIV [Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana]

Potere senza privacy Nel 1978 Ernst Werner, eccellente studioso della DDR rigorosamente marxista, parlò di “legame innaturale” — innaturale perché? per la differenza d’età, forse, che giustificherebbe le défaillances del ragazzo? Ma se vogliamo restare sul piano dello storicismo–positivismo dobbiamo ricordare non soltanto i livelli di testosterone di ogni diciottenne, come già detto, ma anche il fatto la privacy non era ammessa nelle nozze regali (e non lo fu per molti secoli ancora) e dunque nessuno doveva verosimilmente farsi troppi complessi per il fatto di doversi accoppiare in pubblico; di più, la privacy era affidata, anche nei palazzi più grandi, ai tendaggi e ai tappeti più che ai muri, che certo riparavano dagli occhi ma non dalle orecchie.

Ed era comunque uno stato eccezionale, forse un privilegio solo degli anacoreti solitari, e anzi un dubbio privilegio, perché poteva essere intesa come una punizione e una penitenza. Sicché è difficile pensare che il ragazzo abbia avuto dei problemi per la promiscuità della situazione, o perché sua moglie era troppo matura per lui — anche perché prima sarà stato addestrato… Per questo Cosma fa inalberare il giovane: perché tutto è pubblico. Allora, cosa c’è di innaturale? Verrebbe da dire: cosa ne penserebbero le cougar women dei tempi nostri? Ed è pensabile che nell’austera, dignitosa e, per usare un efumismo, supercontrollata DDR questo non avvenisse?

E comunque Cosma (diversamente da quanto si può leggere, ancora una volta, in web) non fa neppure un accenno alla differenza d’età.

Giovanni Villani (Firenze, 1280-1348) – qui nella statua commemorativa della città di Firenze, Loggia del Mercato Nuovo – autore della Nuova Cronica [si può consultare l‘Archivio del Volto Santo di Lucca per l’edizione integrale digitale dell’opera]

L’onda lunga di Villani Come non lo fece Giovanni Villani: già, la sua opera (o forse solo quel passaggio della sua opera) ebbe un’eco lunga, almeno fino al Trecento fiorentino:

Guelfo non poteva conoscere la moglie carnalmente, né altra femmina per naturale frigidità o altro impedimento in perpetuo impedito; ma in pertanto volendo ricoprire la sua vergogna alla moglie diceva, che ciò li avveniva per malìe che fatte li erano per alcuni, che invidiavano i suoi felici advenimenti.

Ed ecco il tema dell’impotenza. Come si noterà, i temi crescono su se stessi e si avvitano su loro stessi: quel che Cosma forse insinuava, il Villani lo rese certezza. Più prudentemente Vito Fumagalli scrisse:

un grasso adolescente, segnato probabilmente dall’impotenza, certo dalla sterilità.

Il Pingue morì nel 1120, sulla cinquantina, senza essersi risposato e senza aver avuto eredi; magari non era nemmeno molto interessato alle donne — non sarebbe un caso isolato nel XII secolo. Facendo galleggiare quella certezza su un mare di variopinte invenzioni, la prima delle quali è: La madre della contessa Mattelda è detto che fu figliuola d’uno che regnò in Costantinopoli imperadore, e l’ultima: sepulta è nella chiesa di Pisa…

Per quanto Villani fosse

solito indicare con precisione la provenienza delle informazioni […] il problema delle fonti dei primi libri della Nuova Cronica non può dirsi completamente risolto.

In questo caso potrebbe dipendere da qualche compilazione precedente, e sarebbe di grande interesse riuscire a capire come proprio questa fonte possa essere giunta fino alla Firenze dei secoli XII–XIV.

Tanto più se si pensa al fatto che fino a lui di Matilde si erano in pratica perse le tracce: nessuna in Boccaccio, pochissime e generiche nel Petrarca — mentre è da lui che riprende le notizie Il Pecorone di ser Giovanni Fiorentino.

I deliri di Cosma Ma ritorniamo al testo di Cosma, evidentemente più fondativo di quanto si potesse pensare, e cerchiamo di capire qualcosa in più. Cosma è uomo organico al cosiddetto Reichskirchensystem. Propone i suoi delirii senili e le sue facezie senili al prevosto di Melnik,e proprio perché dichiara di scrivere facezie (nugae) deve alternare e comporre generi diversi di narrazione per compiacere il lettore. Ovviamente non sarà tenero con i nemici degli imperatori.

Ma nelle sue contraddizioni e omissioni e latitanze si rivela come una fonte ricchissima, anzi il fatto che dichiari ducem Suevie il duca di Baviera protagonista di tanto magra figura attesta, per noi forse paradossalmente, il livello delle sue informazioni perché era noto che

i più importanti possedimenti della famiglia di Guelfo erano situati nella Svevia meridionale, incluso il castello di Ravensburg, principale sede della dinastia. Qui si concentrò il potere di Guelfo IV negli anni in cui era stato privato del ducato di Baviera

(vale a dire nel 1077– 1096 quando la Baviera era stata amministrata direttamente dal re).

In filigrana Cosma rivela informazioni anche su Matilde: dopo la morte del padre, racconta, Matilde restò sola a governare, facendo vita da nubile.

Una litografia di Goffredo il Gobbo. Primo marito di Matilde di Canossa, non viene mai citato nei testi di Cosma da Praga e di Donizone

Sappiamo che le cose non erano andate così: ma Cosma opera una censura, oblitera tutto il lato lorenese della faccenda, fosse per lui non sapremmo dell’esistenza di Beatrice, di Goffredo il Barbuto, del primo marito di Matilde, Goffredo il Gobbo figlio del Barbuto. E in questo lo scopriamo sorprendentemente parallelo allo storico ufficiale della dinastia, Donizone, che dei due Goffredi non fa nessuna menzione. Verremo anche a lui. (Eppure forse Cosma suggerisce qualcosa, ma soltanto a chi sa già, quando la dichiara signora di Lombardia e di Borgogna… perché Borgogna?)

Comunque Matilde è (e resta suo malgrado) vergine, e la sua è una regalis celsitudo. Anche se il trattamento di Cosma innalza tutto all’iperbole e all’improvviso l’iperbole si sgonfia di botto, resta solo il ridicolo. E il ridicolo, come si sa, condannava (e dovrebbe condannare…) senza scampo.

Fine di un matrimonio Tanto per delimitare di nuovo il contesto ricordiamo che Matilde e Guelfo vissero e agirono insieme fino al 1095. Il matrimonio finì perché il padre di Guelfo V si riconciliò con Enrico IV e perché le aspettative di Guelfo V erano andate deluse. Matilde non cedette mai il controllo della sua signoria.

Matilde aveva un problema, proprio quello di cui parla Cosma di Praga: la successione o meglio la discendenza. Aveva avuto una figlia dal Gobbo, ma era morta subito. Ne riparlerò. Sapeva che il suo principato, il principato di suo padre e di suo nonno, e che poteva risalire solo fino a un bisnonno, o al più fino a un trisavolo di oscure origini, Sigefredo, sarebbe finito con lei.

Aveva urgente bisogno di un erede. Nulla di fatto con Guelfo, evidentemente c’erano problemi fisici, e non si trattava necessariamente di una palese impotenza del marito per la quale forse non si sarebbero aspettati ben sei anni…

Forse le violenze subíte nel primo matrimonio e magari le difficoltà del parto le avevano precluso la capacità di generare. La sua intraprendenza politica aveva ripreso fiato, anzi era entrata in una fase del tutto nuova, di grande, grandissima attenzione alle città della pianura e anche della Toscana. Non le serviva un marito, le serviva un figlio!

E un figlio lo ebbe, un Guido della numerosa famiglia dei Guerra — un figlio adottivo. Che si dissolse (se mai c’era stato davvero: la questione è stata riaperta di recente; e così potremmo finire per ritrovarci con un altro frammento di mito) quando comparve l’ultimo figlio adottivo, lui si, degno del rango di una principessa imperiale qual era e restava Matilde!

Fu Enrico V, l’imperatore. Qui entra in ballo, quasi fosse il primo filamento di DNA del mito, la seconda fonte quasi–contemporanea: il famosissimo Donizone.

Il De principibus canusinis (più comunemente noto come Vita Mathildis o Acta Comitissae Mathildis) fu redatto tra il 1111 e il 1116 dal monaco benedettino Donizone, abate del monastero di Sant’Apollonio di Canossa

La storia di Donizone Era un monaco di Sant’Apollonio di Canossa, scrisse una storia ufficiale di Matilde e della sua dinastia, il De principibus Canusinis: una storia in versi, un poema storiografico di grande cultura e grandissima intelligenza politica che fortunatamente da un quarto di secolo è stato recuperato come fonte fondamentale. Recentemente è stata messa in discussione una committenza diretta di Matilde; ma in ogni caso Donizone ci racconta una storia illuminante.

Nel 1110 Enrico V era sceso verso Roma, un eminente vassallo di Matilde, Arduino da Palude, gli aveva prestato il servizio feudale, i vescovi di Reggio Emilia Bonseniore e di Parma Bernardo degli Uberti — la nuova generazione di consiglieri di Matilde — erano con lui al seguito del re.

Nel febbraio 1111 Arduino combatte per il re e per i suoi vescovi contro i romani e contribuisce di fatto alla cattura di papa Pasquale II, in aprile il cosiddetto pravilegio con cui Pasquale II finiva per ammettere la liceità delle investiture, e l’incoronazione imperiale; Enrico V riprende la via verso la Germania. Il 6 maggio, “gioioso, ma molto stanco“, era a Bianello, l’alto castello da cui si ha l’intera visione dell’ampia pianura e nelle belle giornate si intravede il monte Baldo, sul lago di Garda. Parlò faccia a faccia con Matilde, dice Donizone che le attribuisce la padronanza del tedesco, del francese (d’oïl, probabilmente), del latino:

A lui ella promise di non cercare nessun re simile a lui; a lei egli diede il reggimento del regno ligure nelle veci del re, e la chiamò con chiare parole con il nome di madre.

Per troppo tempo intorno a questi tre versi ci si è esercitati in acrobazie spericolate per salvare la figura della diletta figlia di San Pietro, dato che non li si poteva elidere; in realtà sono chiarissimi. Matilde riconosce ufficialmente Enrico V come suo re, ufficialmente è riammessa tra le fedeltà del regno; ne viene riconosciuta l’autorevolezza egemonica al punto che sarebbe divenuta viceregina; Liguria e Lombardia erano sinonimi almeno sin dall’età di Augusto, la vicaria regni si era già verificata nella storia e in quei decenni Benzone d’Alba l’aveva evocata per la sua admirabilis balena (non nel senso di “grassona” ma di “prodigio della natura”), Adelaide di Torino.

Ma c’era ben di più: Enrico V chiamava Matilde madre, dunque se ne dichiarava figlio: allora, se ne era ufficialmente il figlio, avrebbe avuto diritto a rivendicare l’allodio, la proprietà privata della famiglia. Matilde vedeva riconosciuta la sua dignità regale, anzi il suo diritto a pretendere una dignità regale (la regalis celsitudo, come si esprime Cosma di Praga), era madre di un imperatore e l’imperatore sarebbe stato il suo erede, del privato come del pubblico.

Il tema dell’eredità Aveva 65 anni, avrebbe potuto governare in pace e tranquillità — tanto, lo sapeva già da lungo tempo che non avrebbe avuto eredi biologici. (E da qui prende avvio un altro mito, quello operativo evocato nella documentazione imperiale e papale, i beni matildini…).

Già, perché Donizone, come Cosma, non fa cenno dei matrimoni della sua Signora… Donizone rende vergine la sua Signora, lo fa consapevomente spargendo la sua opera dei simboli della verginità oltreché della solarità regale, e così facendo non soltanto la eleva alla più alta dignità terrena secondo un modello simbolico che risaliva almeno all’età di Ottaviano Augusto e giungerà almeno fino a Elisabetta I Tudor, ma garantisce il suo pieno diritto a disporre dell’eredità.

Almeno l’imperatore sarebbe stato un erede di rango adeguato! E così trasforma in elemento ideologico–politico ciò che Cosma aveva presentato come ridicola sfortuna di moglie. Secondo Donizone non è neppure una scelta, quella di Matilde, è una vocazione.

Proviamo a tirare le somme; perché, come al solito, niente di meglio che andare alle fonti. Non notando il carattere farsesco di Cosma (così come fino a una ventina d’anni fa nessuno aveva mai rilevato la sottolineatura della vergintà operata da Donizone) nessuno ne ha mai segnalato il carattere di paradosso. E nessuno ne ha nemmeno mai dedotto, con almeno un accento di pietà umana, che Cosma indicava la sterilità di Matilde, insomma la sterilità successiva alla perdita della piccola Beatrice e conseguente probabilmente alle attenzioni (diciamo così) del Gobbo, cui non a caso la giovane erede del principato canossano si era sottratta con la complicità fattiva, se non con l’intervento diretto, di Beatrice, che pure del Gobbo era matrigna acquisita oltreché parente.

Attenzione: noi ora diamo tutto questo per scontato, ma dimentichiamo che fino a una trentina d’anni fa nessuno si era accorto della maternità di Matilde, del suo fallimento e del fallimento del suo matrimonio. Due sposi promessi già da otto anni, cugini, e sposati di gran fretta prima che il Barbuto morisse, per mettere tutti di fronte al fait accompli (dicembre 1069); non conosciamo l’età del Gobbo ma quella di Matilde si, 23 anni: un’attesa lunga…

Deve passare quasi un anno prima della fecondazione e della gravidanza, dopo 18 mesi nasce e muore quasi subito la bambina (fine primavera–inizio estate 1071), il cui nome è scelto ancora una volta nell’onomastica lorenese; il ritorno in Italia (o fuga) non subito dopo il parto e il lutto, ma a distanza di qualche mese (Matilde era a Mantova il 19 gennaio 1072): tentativo — fallito — di recuperare i rapporti con il marito, o la necessità di recuperare la salute dopo il parto e mettersi in forze per il viaggio ? E poi il rifiuto ostinato della riconciliazione… tutte queste conoscenze le dobbiamo a Paolo Golinelli.

E possiamo farci qualche altra domanda. La separazione dal Gobbo: davvero dobbiamo considerarla come un fatto privato? La rottura o sospensione di un matrimonio dell’altissima aristocrazia che aveva dovuto inquietare l’autorità regia tanto quanto il matrimonio fra i genitori dei due contraenti aveva inquietato il padre dell’attuale re, davvero poteva passare inosservata?

Davvero il Gobbo non avrebbe potuto fare nulla per riprendersi la moglie sul lungo cammino fra Lorena e Lombardia? E perché non lo fece? Davvero si lasciò sorprendere e restò paralizzato dalla sorpresa, incapace di reagire? Beh, difficile a credersi: per lo meno, inverosimile…

E anche: quante donne non avevano e hanno subíto violenza e guasti irreparabili ad opera di uomini o di adolescenti né brutali né incapaci ma soltanto egoisti e indifferenti, posseduti soltanto dalla «nuda terrificante voglia maschile», per usare le parole di Cassandra (o meglio, di Christa Wolf, aspre, meccaniche: “Die nackte gräßliche männliche Lust“)? E allora valutiamo un altro aspetto del testo di Cosma: che poveraccio quel Guelfo, giovane e pieno di forze ma incapace di prendere una donna con i pochi gesti meccanici necessari…

E ci sarà evidente che il bersaglio principale di Cosma è proprio Guelfo. Si potrebbe dire: il dileggio maschilista di un uomo nei confronti di un altro uomo, un gioco tipico dei maschi e chiuso fra maschi… Questo è il cuore, non soltanto personale ma politico del problema. E per questo Cosma è centrale e non deve apparire pretestuoso utilizzarlo come la leva di Archimede…

Sarebbe sbagliato e perfino ingiusto negare a Matilde la consapevolezza del lignaggio: quello che a lei derivava da Beatrice, e che lei non fu in grado di trasmettere. La perdita del lignaggio, quale condizione poteva essere più dura di questa per una signora di altissimo rango come lei? Perché essere donna nel caso suo e delle sue simili e nella sua epoca, non era una diminutio ma una qualità che potenziava: se non abbiamo capito questo, non abbiamo capito niente.

Ritratto di Matilde di Canossa, scuola romana della metà del XVI secolo. Di probaile derivazione da un’opera dell’inizio del secolo XVI o da un prototipo perduto dell’alto Medioevo

Matilde non è in grado di riprodurre il suo sangue, la sua signoria è sterile, la sua famiglia finisce con lei, la sua storia è la conclusione ingloriosa della storia della sua rampantissima e altissima famiglia.Se poteva coltivare qualche dubbio e qualche illusione, i sei anni di matrimonio con Guelfo di Baviera dovevano essere stati impietosi: Matilde non poteva più avere figli biologici. Dunque non poteva fare altro che combattere solo per sé e per onorare la storia della sua famiglia, il suo futuro era sganciato dal suo passato, non avrebbe più avuto nessun rapporto con esso.

È a partire da questa base, che ovviamente non potevano avere né nel XVII né nel XIX secolo, e neppure nei primi due terzi del secolo XX, che dobbiamo muoverci. Altro che eroina e guerriera: una donna progressivamente senza via d’uscita. Ma attenzione ai facili psicologismi! Cosa ne sappiamo davvero, noi, di cosa sentissero 1000 anni fa o mezzo millennio fa?

Barbara H. Rosenwein, che ha dedicato la sua attività di ricerca alle manifestazioni emozionali e ne ha fatto il cuore delle sue indagini, pur esibendo un ragionevole ottimismo di fondo non si stanca di invitare alla cautela: e siamo sempre sul piano, ben constatabile, delle manifestazioni di emozioni e sentimenti.

Siamo certi di riuscire a comprendere fino in fondo, per fare solo un esempio celebre, i tristi sonetti di Isabella di Morra, anche quando suonano espliciti (es. Poscia ch’al bel desir troncate hai l’ale / che nel mio cor surgea, crudel Fortuna, / sì che d’ogni tuo ben vivo digiuna etc.)?

E quando non abbiamo a disposizione neppure un segno esteriore e razionalmente trattabile? Cosa ne sappiamo noi, e di noi chi non appartiene a dinastie industriali o finanziarie o universitarie e magari proviene dalle famiglie mononucleari della seconda metà del sec. XX, del senso profondo della dinastia, la continuità, la rottura, il dovere–della–continuità?

Oltretutto ricordiamocene sempre, noi siamo plebei. Inoltre, anche volendo procedere in maniera temeraria, nemmeno tentando di fare appello al lato femminile che ho come qualunque maschio riesco ad accostarmi sia pur lontanamente a una donna sicuramente ferita e resa sterile, e forse stupefatta per la sua impotenza a procreare, e magari esacerbata dalla convinzione profonda che era una penitenza, una punizione, una condanna che Dio le aveva riservato senza che lei lo meritasse…

Una croce incomprensibile come incomprensibili possono essere i disegni di Dio, alla quale doveva soltanto rassegnarsi. Si, ma quanto avrà impiegato a rassegnarsi? Quanto le sarà costata quella rassegnazione? A questo l’avranno esortata i suoi fidi ecclesiastici (come ad esempio aveva fatto Pier Damiani nei confronti dell’imperatrice Agnese)?

Matilde morì il 24 luglio 1115 a Bondeno di Roncore (oggi Bondanazzo di Reggiolo) e venne sepolta in San Benedetto in Polirone (San Benedetto Po). Nel 1632, per volere di papa Urbano VIII, la sua salma venne traslata a Roma in Castel Sant’Angelo. E lì rimase fino al 1645, quando trovò definitiva collocazione nella Basilica di San Pietro in Vaticano

Per confortarla in questo, oltreché con le incomparabili preghiere della sua abbazia accompagnatrici di una morte sommamente esemplare cui Matilde, per ragioni personali e anche sociali (diciamo così) si stava preparando da tempo, sarà intervenuto il cluniacense? Che comunque l’anno successivo sarà plenipotenziario dell’imperatore…

Ma davvero sarà andata così ? O siamo noi che ci abbandoniamo al romanzesco e, di nuovo, al facile psicologismo spicciolo? insomma, ad un nuovo/rinnovato mito?

Togliamola dal mito, Matilde di Canossa. Non merita di essere punita anche in questo. Non è colpa sua se è stata via via convocata in lande “che hanno bisogno d’eroi”, per parafrasare il geniale Bertoldt Brecht… Ricollochiamo nella storia il Bernini, Francesco V d’Este e il dipinto di Ugolini, l’età della separatezza dopo il 1870 e della ricucitura dopo il 1929, il secondo dopoguerra e il 1948, gli anni ’70 e il cosiddetto New World Order dei nostri anni recenti…

Lasciamola riposare in pace, non ha nessuna necessità di continuare ad essere fraintesa e usata. Un po’ di rispetto, perbacco!

Glauco Maria Cantarella

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Da leggere:B. Collina, Donna illustre e guerriera di Dio. Matilde nella letteratura fra Tre e Cinquecento, in Matilde di Canossa nelle culture europee del secondo millennio. Dalla storia al mito, a cura di P. Golinelli, Bologna, Pàtron, 1999, pp. 112–113. 2 J. Benda, La trahison des clercs, Paris, Grasset, 1927. 4 O. Rombaldi, Giulio dal Pozzo autore del volume «Meraviglie Heroiche di Matilda la Gran Contessa d’Italia», Verona 1678, ivi, p. 107. 5 Matilde di Canossa, donna d’Europa: La Gazzetta di Mantova, 29 agosto 2008.S. Masini, Matilde di Canossa, donna emiliana ed europea, in Noi donne, 27 dicembre 2007.G.M. Cantarella L’Europa, una creazione medievale, in Enciclopedia del Medioevo (Le Garzantine), cur. G.M. Cantarella, L. Russo, S. Sagulo, Milano (Garzanti) 2007, pp. 617–619. P. Golinelli, Toujours Matilde: la perenne attualità di un mito, in Matilde di Canossa, il Papato, l’Impero. Storia, arte, cultura alle origini del romanico, a cura di R. Salvarani– L. Castefranchi, Milano, Silvana Editoriale, 2008. P. Golinelli, Nonostante le fonti: Matilde di Canossa donna, in Scritti di Storia Medievale. P. Golinelli, Matilde e i Canossa nel cuore del Medioevo, Milano, Camunia, 1986.B. Collina, Donna illustre e guerriera di Dio. Matilde nella letteratura fra Tre e Cinquecento, in Matilde di Canossa nelle culture europee del secondo millennio. Dalla storia al mito, p. 116.E. Riversi, La memoria di Canossa. Saggi di contestualizzazione della Vita Mathildis di Donizone, Pisa (Edizioni ETS) 2013.E. Riversi, Matilde di Canossa. Tensioni e contraddizioni nella vita di una nobildonna medievale, Bologna, Odoya, 2014.

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Mediterraneo, oltre la geografia

Il Mediterraneo non è solo geografia, ricordava lo scrittore Predrag Matvejevitć.

Risalendo alla definizione di “mare salato” dei Greci, che per primi lo definirono ἅλς, cioè “sale”, Roberta Morosini nel libro Il mare salato. Il Mediterraneo di Dante, Petrarca e Boccaccio, (Viella, 2020) prova a “leggere” il Mediterraneo come spazio letterario.

Qual è il ruolo del mare nella Commedia di Dante? Come viene rappresentato e cosa significa per Petrarca? E come ne parla Boccaccio?

In un appassionante viaggio tra testo e immagine, il libro analizza e ricostruisce questi tre modi diversi di vedere il Mediterraneo.

Se si pensa alla definizione di Mediterraneo in termini di medium terre tenens, adottata anche dalla storiografia italiana e che dà il titolo a un magistrale studio di Cyprian Broodbank, essa tiene principalmente conto dei popoli che vivono sulle sue coste: uno spazio uniforme, abitato da culture simili per quel che riguarda le loro abitudini, lingue, credo religioso, attività economiche, forme di organizzazione politica.

Il Mediterraneo (isola di Stromboli) [foto: Stromboli adventures]

Non c’è un vero tentativo di concettualizzare quel mare, come per esempio avviene nel Phaedo di Platone, dove Socrate parla di un lacus, cioè uno stagno, intorno al quale vivono rane e formiche.

La parola mediterraneus cominciò ad essere usata con il suo significato marittimo – cioè “mare interno”, situato “tra le terre” – solo molti anni dopo.

La troviamo, per esempio, nei Collectanea rerum memorabilium di Solino, che fa riferimento a un passo dalla Naturalis historia di Plinio il Vecchio: Plinio si chiede da dove provenissero i maria omnia interiora; Solino riformula le parole di Plinio, cambiando la frase in unde maria mediterranea caput tollant. Isidoro invece, chiama il Mediterraneo mare magnum, specificando che attraversa l’Europa, l’Africa e l’Asia.

Le statue di Dante, Boccaccio e Petrarca sul porticato degli Uffizi a Firenze

Giovanni Balbi – fa notare Antonio Musarra – contò in toto orbe habitabili almeno trenta bacini marittimi simili. Solo in seguito finì per spiegare la parola mediterraneus nei termini di medium e terra uniti dal verbo teneo: di conseguenza, mediterraneus veniva usato per quel mare “che quasi occupava il centro della terra”.

Anche per Boccaccio è così:

Mediterraneum mare et id rudibus demonstrandum est. Est enim quicquid maris ab Abyla Mauritanie et Calpe Hispanie promontoriis, Herculis columnis, ab Occeano immissi habemus; eo Mediterraneum nuncupatum quia per medias effundatur terras, cum in circuitu stet Occeanus.

(Mediterraneum mare, in De diversis nominibus maris, VII)

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Non alieni dalla nostra analisi del Mediterraneo come “valle d’acqua” sono i suoi discordanti lidi, intesi qui come volle Virgilio quali litora litoribus contraria (Aen. IV 628), a significare cioè la ricchezza che risiede nella diversità dei popoli e delle loro religioni, che va al di là del mero dato geografico e geo-fisico.

Del resto, in una delle prime genealogie marittime, Isidoro di Siviglia faceva notare che i mari prendono il nome dei popoli che vivono sulle loro rive (a gentibus), “dalle isole” vicine, “dai destini umani” conservati dalla memoria, “in ricordo dei sovrani”, “secondo i costumi degli abitanti” o “dalla transumanza dei buoi” (a bovis transit-Bosphores).

Roberta Morosini

Roberta Morosini Il mare salato. Il Mediterraneo di Dante, Petrarca e Boccaccio Viella, 2020

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La Sartoria, questa Cenerentola

Negli ultimi anni la letteratura sulla storia della sartoria e sulla storia del costume, accademica e non, si è arricchita di moltissimo materiale, grazie anche all’impulso negli studi della cultura materiale, termine ormai molto in voga, di cui anche gli abiti possono far parte.

Da sinistra a destra: – 1080 ca., c.d. Arazzo di Bayeux, Bayeux, ricamo su lino; – 1520 ca., Alessandro da Vendri, la famiglia Giusti da Verona, giovane uomo con camicia riccamente ornata di lavori ad ago in bianco, Nat. Gall. dett.; – 1568, Antonio Mor, Ritratto di Sir Henry Lee, dett. con la manica dell’abito ornata di ricami che alludono alla sua posizione di favorito della Regina, visto che la sfera armillare e i nodi erano emblemi personali della Regina, Nat. Portrait Gall. London; – 1588, Niclauss Kippel, Book of italian Costumes, Walters Art Museum, Baltimora, pagina dal libro di memorie con descrizione di abito di una cortigiana veneziana; – 1952, nascita del Made in Italy: una creazione di Simonetta, photo Doug Jones, in Look Magazine;

Tuttavia, ancora resiste fortemente un certo snobismo accademico e culturale – perfino inconsapevole – che vuole abiti, moda e tutto ciò che vi è connesso, sartoria inclusa, “materia da donne” e con ciò, di minor interesse rispetto ad altro. Ora è in atto un rinnovato approccio tra gli studiosi della moda per riconsiderare quando si possa veramente pensare che la “moda” sia nata.

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L’argomento include moltissimi aspetti importanti, tra i quali una riflessione sugli assunti sui quali si basa lo studio della moda fino ad oggi, ovvero che “la moda non esiste prima del Medioevo” e che “la moda non esiste al di fuori dell’Occidente europeo” ed entrambe le affermazioni sono oggi considerate fallaci (Welters L., Lillethun A., 2018).

A queste potremmo anche aggiungere che “la moda sia cosa da donne”, perché storicamente non solo il modo di vestirsi era considerato importantissimo anche dagli uomini, ma perché è solo negli ultimi duecento anni che, per motivazioni di ordine socio-economico, la moda è diventata di primario interesse soprattutto femminile, e comunque sostanzialmente nella parte del consumo, perché nella parte della produzione la presenza maschile è rimasta costante, se non è addirittura aumentata – basti pensare ai tanti nomi maschili o femminili di designer famosi.

In alto: Punti di cucitura delle vesti di Otzi. In basso: Punti di rammendo delle vesti di Otzi (3300a.C. ca, Bolzano, Museo Archeologico) [immagine tratta da: Fleckinger A., Steiner H., L’uomo venuto dal ghiaccio, Museo Archeologico dell’Alto Adige, Folio, Bolzano 2000]

In realtà, la sartoria è arte antichissima, addirittura precedente alla tessitura ed esprime molto più di quanto si pensi, come dimostrano, ad esempio, le vesti di Ötzi – la mummia del Similaun, databile tra il 3350 e il 3100 a.C. -, i cui abiti sono stati cuciti con grande attenzione e rivelano almeno due punti di cucitura differenti, di cui una serie regolare e precisa (oggi diremmo “professionale”) ed una serie di veri e propri rammendi (Fleckinger A., Steiner H., 2000, p.28).

Questo potrebbe significare che già oltre 5000 anni fa all’interno della comunità di Ötzi qualcuno cuciva regolarmente, sviluppando una concreta abilità, ed altri invece usavano il cucito nelle situazioni di emergenza. Ciò apre un interessante panorama sulla composizione sociale e sui compiti assegnati alle persone all’interno del gruppo del cacciatore alpino.

Per secoli – e fino ad oggi – non sono mancati uomini che si sono occupati della produzione di ogni comparto legato alla realizzazione degli abiti, dalla tessitura, alla confezione, fino al ricamo.

Molti tra i manufatti medievali e rinascimentali più belli realizzati a ricamo, ad esempio, sappiamo essere stati realizzati da team maschili, dove il disegnatore è sempre un artista di talento – come Antonio Pollaiolo, il Botticelli, Perin del Vaga, Francesco Botticini, Filippino Lippi, Raffaellino del Garbo, giusto per citare alcuni tra i più attivi in questo campo in epoca rinascimentale (Garzelli A., 1973) – e gli esecutori sono anch’essi spesso uomini, sebbene non manchino team tutti femminili.

Molti non sono neanche del tutto consapevoli che anche la sartoria si è evoluta, modificata, adattata nei secoli, e l’analisi dell’evoluzione degli strumenti e delle tecniche sartoriali è un esercizio molto interessante, ed anche piuttosto utile, per la comprensione della storia dell’abito, delle tecniche e del gusto, le cui modifiche hanno visto analoghe evoluzioni della società in seno alla quale esse sono apparse.

Dimensioni e struttura di un ago preistorico in osso comparato ad un ago moderno in acciaio

L’ago nella sua forma attuale, con una punta e la cruna, è testimoniato già in epoca preistorica (oltre 20.000 anni fa) ed è di per sé una invenzione straordinaria: per realizzare un ago, infatti, occorrono abilità diverse e necessità considerate importanti da una intera comunità. Dalla caccia dell’animale per ottenere ossa, tendini e pelli – che rispettivamente costituiscono gli antenati degli aghi moderni, dei fili e dei tessuti -, alle competenze per realizzare lesine d’osso così sottili ma resistenti da poter essere traforate per ospitare il filo, fino a far passare un filo attraverso un buco in una sola operazione per connettere due pelli, lavorate allo scopo.

Private del pelo o con, pelli e pellicce sono state adattate al corpo umano per sopravvivere in ambienti ostili, ed hanno consentito le migrazioni di intere popolazioni e la colonizzazione del mondo intero, assieme all’invenzione delle corde – che, in fin dei conti, sono un grosso filo – e al fuoco.

Le soluzioni tecniche per adattare un materiale morbido e flessibile ad un corpo tridimensionale e mobile quale è il corpo umano hanno conosciuto secoli di evoluzione, ma già nell’antichità erano sviluppate culture per le quali l’aspetto sartoriale aveva una notevole importanza: nel mondo cretese minoico, ad esempio, le forme delle vesti – giubbini, corpetti, perizoma – sono molto aderenti al corpo, e le gonne probabilmente impunturate per ottenere la tipica forma a campana di molte iconografie (come la famosa “Dea dei Serpenti”, 1600-1580 a.C. ca).

In tempi più recenti, l’introduzione del gherone è una evoluzione sartoriale fondamentale che in Europa compare attorno al VII-IX secolo ed è probabilmente stata introdotta da popoli dell’Est europeo. Il termine “gherone” deriva infatti dal tedesco medievale ghere (“lembo”) e dal termine longobardo gairo (“punta di giavellotto”) (Devoto G., ad vocem gherone), ed è proprio un pezzo di tessuto triangolare che amplia la forma delle tuniche medievali, consentendo una maggiore aderenza al torace ma una migliore mobilità delle gambe: è questo il momento in cui la nobiltà vira verso la cavalleria quale espressione di potenza, militare e sociale.

Il gherone consente un miglior controllo del quantitativo di tessuto da usare per realizzare un abito, e favorisce la posizione a cavallo rispetto alle tuniche precedenti. È uno strumento decisamente importante nell’evoluzione della sartoria in senso moderno, le sue vere applicazioni storiche e potenzialità non sono state ancora del tutto studiate. È certamente grazie ad un uso accorto del gherone (Paci Piccolo S., Baldassari F., 2019) che nel Medioevo si cominciano ad avere molte più forme strutturali delle vesti e l’approccio all’abito diventa più personalizzato, tanto che le vesti possono essere adattate a corpi molto diversi pur rimanendo aderenti: un percorso importante che troverà un primo compimento attorno al XVI secolo.

È tra il XII ed il XIV secolo che nascono nuove figure professionali legate all’abbigliamento, già molto specializzate – ed è questo un indice del fatto che questa situazione sia la conseguenza di un lungo processo e non un’invenzione repentina. È già attiva la produzione per terzi. Troviamo così i sartori (per le “vesti per di sopra”), i farsettai o zupari (che realizzano le vesti “per di sotto”), i calzaioli (calze, calze solate, copricapi morbidi), i calzolai (scarpe), i borsai e ovetari (borse, cuffie, veli e accessori minuti), cui si aggiungono i ricamatori e i lavoratori del metallo e del cuoio in genere (Tosi Brandi E-. 2018).

Immagine tratta da: Con gli occhi di Piero, a cura di M.G. Ciardi Dupré, G.C. Dauphiné Griffo (Marsilio, Venezia 1992)

Si sviluppano anche tecniche di cucito particolari e molto specializzate, come la cosiddetta incannucciata o lavorazione a canne, una complessa evoluzione del gherone del XV secolo (Con gli Occhi di Piero, 1992), che dona la caratteristica forma cilindrica al corpo di condottieri e gentildonne: verrà abbandonata lentamente nei decenni successivi per restare fino ad oggi in alcune lavorazioni tipiche dell’abbigliamento tradizionale popolare di alcune regioni.

Nei secoli seguenti, gli abiti saranno realizzati da una nutrita serie di specialisti: al sarto si aggiungono via via le cucitrici, i magliai, i guantai, i ricamatori, coloro che realizzano pizzi, nastri e merletti, le modiste e i calzolai.

Dal XVII secolo si sviluppano anche tecniche di sartoria ancor più specializzate, che richiedono nuovi strumenti o, meglio, l’uso innovativo di alcuni strumenti già conosciuti, come il ferro da stiro, ad esempio.

I tessuti e le forme non sono solo tagliati a misura, ma anche manipolati e lavorati per far sì che il corpo cui sono destinati possa conformarsi alla moda contemporanea (L’Abito per il Corpo, il Corpo per l’Abito, 1998). Inoltre, tutta una serie di punti di cucitura diventano ancor più raffinati e le cucitrici si specializzano in elaborati lavori di rifinitura, a metà tra il cucito e il ricamo: per intenderci, ricordiamo le magnifiche camicie ricamate del Cinquecento e del Seicento (Seventeenth-century Women’s Dress Patterns, 2011) che non sono solo decorate dal ricamo, ma anche elaborate nella loro struttura, con inserti di gheroni e tasselli, colli, polsini, piegature e increspature, con effetti ornamentali e funzionali molto consistenti.

Per concludere, la storia della sartoria è un campo affascinante e molto intrigante, che offre numerose possibilità di investigazione interdisciplinare ed aiuta a comprendere anche meglio il mondo attuale, nel quale molte di queste tecniche si sono perse, mentre altre sono state conservate e trasmesse all’interno delle mura domestiche e dei laboratori sartoriali (avete presente il Made in Italy?). E oggi vengono riscoperte con passione e maggiore consapevolezza.

Sara Paci Piccolo

Il sito web di Sara Paci Piccolo: Storia del costume e della sartoria,sartoria teatrale e storica, storia del cristianesimo

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Bibliografia:Baldassari F., Paci Piccolo S., Le Virtù della Vanità, Il Trecento, Gilda Historiae, Sarzana 2019.Con gli occhi di Piero, a cura di M.G. Ciardi Dupré, G.C. Dauphiné Griffo, Marsilio, Venezia 1992.Devoto G., Dizionario Etimologico, CDE, Milano 1985.Garzelli A., Il ricamo nella attività artistica di Pollaiolo, Botticelli, Bartolomeo di Giovanni, Edam, Firenze 1973.Fleckinger A., Steiner H., L’uomo venuto dal ghiaccio, Museo Archeologico dell’Alto Adige, Folio, Bolzano 2000.L’Abito per il Corpo, il Corpo per l’Abito, a cura di K.A. Piacenti, S. Di Marco, Artificio, Firenze 1998.Piccolo Paci S., Per una storia della sartoria, in “Kermes”, 33, IX, sett/dic.1998, pp.63-75.Seventeenth-century Women’s Dress Patterns, a cura di S. North, J. Tiramani, Victoria&Albert Museum, London 2011.Tosi Brandi E., L’Arte del Sarto nel Medioevo, quando la moda diventa un mestiere, Il Mulino, Bologna 2017.Welters l., Lillethun A., Fashion History, A Global View, Bloomsbury, London, New York, Oxford, New Dehli, Sydney 2018.

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