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Discorsi intorno al coito

Impotenza e satirismo: illuminante è l’esposizione che ne fa nella sua Practica brevis Giovanni Plateario, magister fiorito nella prima metà del XII secolo.

L’impotenza, scrive il medico salernitano, che la definisce aproximeron, è una condizione morbosa per la quale non si riesce a portare a termine il coito ed è legata a due cause principali: una mortificante freddezza o un eccessivo calore, che attenuano o sopprimono la vis coeundi.

Se è in causa la freddezza, l’intera regione genitale si presenta fredda e areattiva e il malato non riesce ad avere l’erezione perché tutto ciò che è freddo nuoce. Le cause per Plateario vanno ricercate in una dieta fredda, nella brutta stagione e nella coesistenza di altre situazioni morbose come l’artritismo e la depressione.

Se la ragione consiste in un eccesso di calore, il soggetto avverte un abnorme calore sulla regione genitale. La causa dell’impotenza è da ricercarsi in una dieta calda, in una precedente febbre, un soverchio lavoro, nel calore stagionale o in un temperamento bilioso.

La satiriasi o satirismo è definita tout court una smodata erezione del membro virile, legata ad abbondante fumosità che invade i canalicoli penieni e spesso senza diletto. I rimedi ricalcano all’incirca le preparazioni medicamentose citate nel De coitu, ritrovando una qualche conferma empirica, ma nella maggioranza dei casi rimangono frutto di inveterate e superstiziose credenze.

Per l’impotenza, vengono consigliate tra l’altro la ruchetta (Eruca sativa), la pastinaca (Pastinaca sativa), la noce di cocco (Cocos nucifera), lodate peraltro come afrodisiache dal Tractatus de herbis.

Suggeriti ancora il cardamomo, il pepe lungo, la noce moscata, il satyrion: un elettuario a base di orchis mascula, nonché parti di vari animali (testicoli di volpe e cervelli di passeri), antesignani di una più moderna opoterapia.

Per quanto riguarda il satirismo, si insiste sull’uso di diaforetici e refrigeranti, nonché su preparazioni varie a base di ruta, psillio, agnocasto e canfora, che notoriamente raffreddano gli impulsi sessuali.

Il Regimen Sanitatis Salernitanum, l’opera più citata ed edita della trattatistica medica, per ciò che riguarda la sessualità, non appare discostarsi molto dai convincimenti esposti nel trattatello costantiniano.

Come ampiamente noto, il testo è una raccolta di precetti salutari sotto forma di poema, parte in esametri, parte in cosiddetti versi leonini. Precetti, composti e trasmessi oralmente tra l’XI e il XIII secolo, adunati e commentati una prima volta dal medico e alchimista catalano Arnaldo di Villanova, morto nel 1311, e successivamente arricchiti da nuovi e disparati contributi.

Sono massime che spaziano dalla prevenzione all’igiene, fino a vari argomenti di medicina.

Una parte cospicua delle sentenze è dedicata all’alimentazione, di cui si sottolineano virtù e difetti, e a suggerimenti sulla condotta da tenere per vivere bene e allungare gli anni. Sono affermazioni che coincidono con l’exploit della cosiddetta medicina igienico popolare, sorta per contrastare alcune correnti eudemonistico-estetiche e spinte edonistiche, dilagate tra XIII e XIV secolo in un contesto sociale profondamente cambiato (fine del feudalesimo, sviluppo della borghesia, diffusione dei mercati e dei commerci).

La copertina della prima edizione (Venezia, 1480) del Regimen Sanitatis Salernitarum, un trattato didattico in versi latini redatto nell’ambito della Scuola Medica Salernitana nel XII-XIII secolo. È comunemente conosciuto anche come Flos Medicinae Salerni (Il fiore della medicina di Salerno) o Lilium Medicinae (Il giglio della medicina).

Si assiste infatti proprio in età prerinascimentale a una proliferazione di Regimina tale da rappresentare in questi anni, epoca di fermenti e intemperanze, un peculiare genere di letteratura.

Ricordiamo tra questi il De conservanda sanitate del medico Giovanni da Toledo, Le régime du corps del francescano Aldobrandino da Siena, lo Speculum sanitatis ad regem Aragonum di Arnaldo di Villanova, il Regimen sanitatis ad dominum Antonium di Maino de’ Mainieri, il De conservanda vita humana di Bernard de Gordon, il De conservanda sanitate di Pietro Ispano (papa Giovanni XXI), il Regimen peregrinantium di Adamo da Cremona e molte altre opere.

Ma tra i tanti libri il più famoso e diffuso resta il Regimen salernitanum, rivalutato e apprezzato proprio in epoca umanistica e rinascimentale. In questo libro, attribuito ai maestri salernitani, si sotiene che il coito giovi in primavera, sia salutare d’inverno e contribuisca al vivere sano, se praticato in autunno.

Sono dichiarazioni che compaiono in precetti diversi e tematicamente distanti tra loro, che sostanzialmente concordano nel suggerirne un esercizio ragionevole e sconsigliano le pratiche sessuali nei mesi estivi, specialmente in agosto per l’evidente nocività del caldo eccessivo, che estenua le forze e compromette la salute. Una raccomandazione peraltro che richiama il noto adagio popolare: “Agosto, moglie mia non ti conosco”, di probabile origine medievale.

Alcune massime consigliano l’attività sessuale nei mesi di novembre, dicembre e gennaio ma nel talamo nuziale, evidentemente per il maggior godimento che si può provare nei mesi freddi al caldo di un letto e in un ambiente sereno e rassicurante.

Abusare del sesso è invece ritenuto dannoso: la libidine esagerata snerva e debilita il corpo, dapprima indebolendone l’energia e poi annullandone il godimento e accorciando gli anni; se invece il coito è usato con moderazione, senza indulgimenti e frenetiche esagerazioni, può migliorare il benessere fisico. Decisamente proscritti sono gli amplessi sessuali durante le mestruazioni. Così come anche dopo eccessivi rapporti carnali è bene non applicarsi in lavori intellettuali, perché gli occhi si affaticano e la mente è confusa.

Sempre secondo la precettistica salernitana, il desiderio nella donna è meno intenso, ma persistente. Mentre nell’uomo è violento, quasi una tempesta, ed è legato all’ardore “presente nel midollo”. Il mese di marzo eccita il desiderio nell’uomo, mentre a maggio massima è la libido nella donna.

Giuseppe Lauriello

La sessualità nel Medioevo – Il “Liber de coitu” di Costantino Africano, di Giuseppe Lauriello, edizioni Penne&Papiri

Giuseppe Lauriello, primario medico emerito di pneumologia e storico della medicina, si è occupato in particolare della Scuola medica salernitana, promuovendone la conoscenza attraverso conferenze e relazioni.

Si è aggiudicato il Premio internazionale “Scuola medica salernitana per la Storia della Medicina”.

Membro della Società italiana di Storia della medicina e dell’Accademia di Storia dell’arte sanitaria, ha pubblicato diversi libri:

I testi anatomici della Scuola di Salerno; La patologia respiratoria nel dottrinario della Scuola medica salernitana (1984); Istruzioni per il medico: deontologia e metodologia medica da un manoscritto del XII secolo (1997); Discorsi sulla Scuola medica salernitana (2005); Post mundi fabricam, manuale di chirurgia di Ruggiero salernitano (2011); La Scuola di Salerno e la sua chirurgia (2017); La Practica brevis di Giovanni Plateario (Edizioni Penne e Papiri, 2018).

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L’infelicissima fuga dell’antipapa Baldassarre Cossa

Un passato di corsaro e il nome di un santo: questo toccò in sorte a Baldassarre Cossa, rampollo di una famiglia che controllava il mare davanti a Napoli per conto dei sovrani angioini, eletto papa nel 1410 col nome di Giovanni XXIII nel drammatico e vano tentativo di risolvere lo Scisma tra Roma e Avignone.

Il libro di Mario Prignano Giovanni XXIII, l’antipapa che salvò la Chiesa (Morcelliana 2019, prefazione del card. Walter Brandmüller) ne racconta ascesa, caduta, meriti nascosti e pubbliche debolezze fino al terribile processo a cui fu sottoposto nel concilio di Costanza, la riabilitazione da parte del pontefice legittimo Martino V e, molti secoli dopo, anche di Angelo Roncalli.

Prignano lo fa con l’ambizione dichiarata di riportare il racconto come risulta dalle fonti citate a pie’ di pagina, spesso insospettabilmente ricche di dettagli, ambientazioni, sentimenti, dialoghi: un vero godimento per chi scrive e per chi legge.

Come nel caso della fuga di Giovanni XXIII dal concilio di Costanza. Inseguito dai soldati del re dei Romani, e futuro imperatore, Sigismondo, Giovanni ripara nel paesino di Breisach protetto dal duca Federico d’Austria con l’obiettivo di riparare in Francia.

Prima ancora dell’alba, irriconoscibile, con indosso una giacca corta e un ampio mantello nero, accompagnato da un solo attendente, il papa si diresse verso il ponte che, scavalcando il fiume, conduceva in Francia. Trovò la porta della città ancora chiusa e il capitano di guardia inquieto perché, così disse, là fuori brulicava di imperiali.

Firenze, Battistero di San Giovanni, particolare del monumento funebre a Baldassarre Cossa, l’antipapa Giovanni XXIII, realizzato da Donatello e Michelozzo (1426-1427)

Preoccupato, quel viandante ansioso di lasciare il paese accettò il consiglio di tentare un’altra via, ma anche questa risultò sbarrata. Che fare? Come in un incubo, pure l’ultima porta, quella che guardava a sud in direzione del villaggio di Neuenburg, gli si parò davanti sprangata e controllata a vista: non si passava neanche lì.

Giovanni cominciò ad allarmarsi. E allarmandosi finì per attirare l’attenzione: cosa mai spingeva quel tizio tutto infagottato e il suo premuroso accompagnatore ad agitarsi tanto? Perché volevano lasciare la città a quest’ora antelucana?

Due omaccioni tedeschi gli si avvicinarono curiosi fino a scoprire che, sorpresa, quel vecchio altri non era che nostro signore il papa Giovanni XXIII: e stava cercando di fuggire! In un batter d’occhio le loro grida attirarono decine di uomini e donne, praticamente l’intero rione.

Nessuno di loro aveva l’aria di voler minacciare il pontefice, ma lasciarlo fuggire ora che gli inviati del concilio erano in paese poteva significare prolungare una guerra di cui anche gli abitanti di Breisach, al pari di molti altri sudditi del duca Federico, cominciavano ad essere stufi. E poi c’era lo spettacolo: quando mai sarebbe capitato di assistere alla scena di un papa beccato alle prime luci dell’alba mentre tenta di scappare travestito insieme al suo attendente?

Inseguiti dalla folla che ingrossava sempre più, Baldassarre e il suo uomo riuscirono a trovare rifugio dentro la bottega di uno scalpellino finché, avvisato da chissà chi, si materializzò il cancelliere del duca Federico. Costui iniziò una trattativa con le sentinelle che alla fine consentì di schiudere la porta della città quanto bastava per far sgusciare fuori il papa e chi l’accompagnava.

Appena fuori, i fuggiaschi si incamminarono veloci verso sud costeggiando il Reno. Alle loro spalle, dagli spalti e dietro le mura di Breisach, l’eco degli schiamazzi e gli sberleffi della folla divertita impiegò un po’ prima di spegnersi del tutto.

Un manoscritto della biblioteca dell’Archiginasio di Bologna: l’illustrazione allude alla deposizione di Baldassarre Cossa attraverso la raffigurazione di un monaco con la falce in mano: Giovanni XXIII era stato “falciato” da una sentenza canonica, perché condannato per apostasia. La gamba tagliata allude – per il gioco di parole coscia/Cossa – al cognome dell’antipapa. Un oggetto difficile da identificare (dei ceppi che ricordano l’incarcerazione di Giovanni XXIII a Radolfzell?), ma che ha la forma della lettera B iniziale di Baldassarre, completa la presentazione del nome del pontefice sotto forma di rebus.

Dopo qualche centinaio di metri i due vennero raggiunti da circa quaranta armati austriaci che si offrirono di scortarli fino all’abitato di Neuenburg, dove arrivarono a mezzogiorno. Giovanni, ovviamente, non aveva alcuna intenzione di sostarvi più del necessario, ma visto che Neuenburg non aveva un ponte sul Reno il primo problema fu trovare una barca. Il secondo fu di trovarla sufficientemente spaziosa per ospitare un nugolo di curiali che, saputa la novità, si erano lasciati Breisach alle spalle e si erano messi sulle tracce del pontefice.

Quando finalmente sembrò tutto sistemato, sul villaggio piombò una notizia terribile: da Strasburgo a nord e da Basilea a sud, gli imperiali si preparavano a stringere in una morsa il piccolo avamposto austriaco per catturare Giovanni XXIII e portarlo via prigioniero. Presi dal panico, i residenti si lanciarono in una caotica corsa al rifornimento di scorte alimentari e di armi che ben presto si trasformò in una rivolta contro il papa: doveva immediatamente liberare il paese della sua scomodissima presenza.

Anche gli uomini del duca d’Austria, che avrebbero dovuto proteggerlo, si fecero avanti pregando quell’uomo il cui aspetto non ricordava più nemmeno lontanamente quello del vicario di Cristo, di andare a difendere altrove la sacralità della sua persona. Non si rendeva conto di quanto fosse pericoloso per lui restare a Neuenburg? Breisach sì, che era robusta abbastanza per affrontare l’urto degli imperiali. Baldassarre insistette, disse che gli interessava solo varcare il Reno e che non vedeva alcun rischio per la sua persona, essendo da sempre abituato a trattare con le genti d’arme. Inoltre, vista la situazione, sarebbero andati solo lui e il suo attendente, l’uomo che l’aveva accompagnato a Neuenburg quella mattina: perché non provarci?

Niente da fare, troppo rischioso per chiunque esporsi alla rappresaglia degli imperiali. A pochi metri dalla salvezza, papa Giovanni fu costretto a tornare sui suoi passi.

Era sera quando si mise in cammino per fare a ritroso la strada in direzione di Breisach. Le sue condizioni erano pietose. Cavalcava un semplice e malfermo ronzino nero, indosso ancora abiti civili, la testa coperta da un cappuccio scuro, nella mente i più bui presagi. Con lui c’era una piccola scorta di austriaci; dietro, disordinatamente, i curiali che avevano avuto il coraggio di seguirlo.

Dopo svariate ore di marcia, a notte fonda, arrivarono sotto le mura di Breisach. Le sentinelle di guardia alla stessa porta da cui lui era uscito con tanta ignominia la mattina precedente fecero attendere Baldassarre un’ora e mezza per poi decidere di rifiutargli l’ingresso.

Il secondo tentativo andò meglio. Erano ormai le due del mattino. Sopraffatto dall’ansia e dalla fatica, provato dalla seconda notte insonne dopo quella passata a progettare l’infelicissima fuga che lo aveva portato a Neuenburg, Giovanni scoppiò in un pianto dirotto: si sentiva perduto, spaventato dal domani, tradito da coloro che avrebbero dovuto proteggerlo e salvarlo.

Mario Prignano

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San Bevignate e i Templari

Le Riformanze del Comune di Perugia narrano che il 22 aprile dell’anno 1453 il Consiglio dei Priori e dei Camerari delle Arti era stato chiamato a pronunciarsi in merito alla festa di ‘san’ Bevignate e, a questo proposito, nel preambolo della delibera consiliare si sottolineava dapprima la necessità di “onorare con ogni studio, lavoro e diligenza quei santi che salvaguardano la pace e la felicità della città”, per poi affermare con una certa enfasi che, tra questi,

uno straordinario è san Bevignate, la cui chiesa è nei sobborghi di porta Sole, il quale, come si vede dalla sua leggenda, nacque e visse nel contado e terminò la sua vita piamente nella medesima città. E, benché non sia iscritto nel catalogo dei santi, tuttavia, per la santità della vita e la frequenza dei miracoli – operati dalla divina bontà per i suoi meriti, molti e evidentissimi, in vita e in morte – non c’è dubbio ch’egli sia tra i santi nella gloria del Paradiso.

La chiesa di San Bevignate a Perugia. Il complesso architettonico è una delle testimonianze meglio conservate dell’Ordine del Tempio (Complesso templare di San Bevignate – Comune di Perugia, foto: Sandro Bellu)

In buona sostanza, la vicenda del quasi bisecolare culto tributato in sede locale a quello che André Vauchez ha definito “il santo misterioso di Perugia” culminava nel 1453 con una vera e propria “canonizzazione laica”, grazie alla quale si arrivava in qualche modo a supplire “alla imbarazzante mancanza della proclamazione pontificia”, come ha scritto Chiara Frugoni in un suo saggio di qualche anno fa.

Ma quello che più conta ai nostri occhi è che i reggitori della città, nel fissare il grado di solennità con cui il 14 maggio i perugini avrebbero dovuto celebrare la festa del neopromosso ‘santo’, si trovarono a fare il punto non soltanto sulla tradizione agiografica fiorita nel frattempo, ma anche sulla consistenza storica del personaggio Bevignate, dal momento che una serie di provvedimenti ufficiali del Comune mostravano inequivocabilmente una profonda affezione nei suoi confronti già a partire dalla metà del Duecento.

Per non dire poi dell’imponente chiesa intitolata al “quasi santo”, come lo ha definito Attilio Bartoli Langeli, e che, con l’accordo del Comune, era stata edificata nei sobborghi di porta Sole nel luogo in cui il nostro personaggio, a quanto pare, aveva scelto di abitare in solitudine in suo reclusorio.

Uno degli affreschi all’interno di San Bevignate ritrae il vescovo nell’atto di benedire Bevignate. Tra i due personaggi, un cartiglio la cui iscrizione è in parte ancora leggibile: SANCTUS BENVEGNATE IN SUO RECLUSORIO PER OCTO… Riferibile alla concessione solenne del luogo dove poi verrà edificata la chiesa (Complesso templare di San Bevignate – Comune di Perugia)

Premesso dunque che varie e di diversa natura sono le fonti che si riferiscono a questo peculiarissimo culto locale, forse non tutti sanno che Bevignate è uno dei protagonisti della celebre Legenda di fra Raniero Fasani, l’eremita perugino studiato da Ugolino Nicolini in quanto iniziatore, nell’aprile del 1260, della generalis devotio dei Flagellanti o Disciplinati, promotori delle processioni penitenziali che da Perugia si diffusero ben presto in altre città con l’intento di dare impulso, insieme alla pubblica disciplina dei singoli, ad azioni di pacificazione e di concordia in seno alle istituzioni comunali.

E, stando alla Legenda, sarebbe stato proprio Bevignate – nel fondamentale ruolo di mediatore fra cielo e terra – a spingere il Fasani, turbato dall’apparizione della Vergine piangente e dalla consegna di una lettera celeste, a dedicarsi alla penitenza pubblica e a convincerlo a consegnare la lettera miracolosamente ricevuta al vescovo perugino, che al tempo era Bernardo Corio:

E dico a te che, a causa di innumerevoli e turpi peccati dei sodomiti, degli usurai, degli eretici, cioè a motivo dell’incredulità dei patarini, dei gazari e dei poveri di Lione, e di molti altri, Dio voleva distruggere questo mondo. Ma, per le preghiere della Vergine, il Signore Gesù Cristo si è placato e concede ai cristiani il tempo di fare penitenza e vuole che la disciplina, che tu a lungo occultamente hai praticato, pubblicamente si faccia dai popoli. Per cui domani andrai dal vescovo di Perugia ed a lui presenterai la lettera affinché ciò che in essa è contenuto pubblicamente riveli al popolo.

E non è tutto, giacché alla narrazione agiografica si affianca, nella zona absidale della chiesa di San Bevignate, una straordinaria testimonianza iconografica del moto penitenziale perugino del 1260 che, come abbiamo appena visto, la Legenda mette in correlazione giustappunto con Bevignate.

Ecco dunque che, sul lato destro dell’abside, la banda orizzontale posta al di sotto del solenne Giudizio Universale contiene quella che Pietro Scarpellini ha definito una scena tranche de vie, preziosa testimonianza di quello spettacolo a saeculo inaudito che, a partire dall’aprile del 1260, animò le strade di Perugia per iniziativa dei Disciplinati di fra Raniero Fasani.

Sulla parete destra dell’abside sono raffigurate cinque uomini nudi dalla cintola in su, nell’atto di flagellarsi (Complesso templare di San Bevignate – Comune di Perugia)

In altre parole, quella dall’anonimo pittore sarebbe una sorta di ‘fotografia’ – purtroppo lacunosa nella parte centrale, ma di indubbia efficacia descrittivo-narrativa – delle processioni del tempo in cui sono raffigurate cinque figure nude dalla cintola in su che incedono salmodiando mentre si infliggono la disciplina con il flagello a tre corde e si battono il petto con la mano sinistra. E, a proposito di ‘fotografie’, nel capofila del gruppo, che si caratterizza per la barbetta corta e biforcuta, per i capelli arrotondati sul cranio e per la cintola alta alla vita, l’occhio indagatore di Pietro Scarpellini ha voluto vedere rappresentato lo stesso Fasani.

Spostando ora l’attenzione sulle fonti documentarie perugine di produzione comunale, si constata come tra gli argomenti all’ordine del giorno nella seduta del Consiglio generale e speciale del 18 maggio 1256 si trovi un fugace, ma prezioso riferimento a una lettera inviata alle autorità cittadine dal templare Bonvicino, già dal 1239 attestato niente meno che come cubiculario di papa Gregorio IX.

Se dunque a partire dal 1256 Bonvicino risulta impegnato in prima persona nel confronto con le autorità cittadine in merito alla edificatio ecclesie Sancti Benvegnati nel contado di porta Sole, negli anni successivi, con il sostegno del vescovo e del Comune di Popolo, si adoperava per fare in modo che Alessandro IV promuovesse un’inchiesta super vita et meritis beati Benvignatis; e ancora nel 1266-1267 analoga richiesta veniva presentata direttamente a nome dei Templari, che per l’occasione si qualificarono come fratres sancti Benvignatis.

Nel 1262, infine, l’onnipresente Bonvicino cercava di ottenere dai canonici della cattedrale di San Lorenzo una lapide di marmo, verosimilmente da utilizzare come mensa d’altare per la chiesa, che ormai doveva essere in avanzato stato di costruzione, e che – cosa a dir poco bizzarra – continuava a essere intitolata a un personaggio non ancora fatto oggetto della consacrazione ufficiale da parte della Chiesa.

Fu dunque per questa ragione che nell’aprile del 1277 i perugini decisero di inviare un’ambasceria a Viterbo, dove al tempo risiedeva papa Giovanni XXI, cercando di trarre vantaggio dalla temporanea presenza in città del gran maestro Guglielmo di Beaujeu (1273-1291), la più alta carica dell’Ordine del Tempio.

Il ritratto del capofila dei flagellanti, nel quale Pietro Scarpellini ha riconosciuto Raniero Fasani (Complesso templare di San Bevignate – Comune di Perugia)

Gli ambasciatori rinnovarono l’istanza della canonizzazione, confidando nel favorevole intervento di Guglielmo, ma la morte improvvisa del pontefice, avvenuta il 20 maggio 1277 a seguito del crollo del soffitto della stanza in cui si trovava, e la partenza per la Terra Santa del gran maestro fecero sì che la richiesta patrocinata dai perugini non avesse seguito.

A dispetto di ciò, in sede locale l’attenzione nei riguardi di Bevignate trova ufficiale e solenne riscontro addirittura nello Statuto del Comune di Perugia del 1279, nel quale veniva inserito un apposito capitolo dal titolo Qualiter de canonisatione sancti Benevegnatis proponatur in consilio con cui si stabiliva che ogni anno nel mese di maggio il podestà e il capitano del Popolo dovevano riunire il Consiglio maggiore e riproporre all’ordine del giorno la questione della canonizzazione di Bevignate.

Provvedimenti ancora più precisi si ritrovano nella redazione statutaria dell’anno 1285, ove si prescriveva che ogni anno il podestà e il capitano del Popolo per tutto il mese di maggio erano tenuti a verificare o a fare verificare diligentemente se il corpo e le reliquie del santo si trovassero ancora nella chiesa.

La domus di San Giustino de Arno, a pochi chilometri da Perugia (foto: Stefano Guglielmi)

Se dunque la Legenda suggerisce in chiave agiografica il luogo di incontro di due eremiti locali – Bevignate dice a Raniero Fasani:

Ego sum frater Benvignay. Non me cognoscis? Steti enim tecum decem annis

che in sinergia avrebbero dato vita all’esperienza penitenziale fondata sulla disciplina pubblica, le fonti storiche, dal canto loro, mostrano inequivocabilmente un altrettanto interessante rapporto: quello cioè venutosi a creare tra la figura di Bevignate e i Templari, che, in concomitanza con l’edificazione e il completamento della monumentale chiesa a lui intitolata, risultano essere, insieme al Comune perugino, i più convinti sponsor della sua canonizzazione presso la Curia pontificia.

Come spiegare allora, a fronte di tutto ciò, la connessione fra l’eremita locale Bevignate e la gloriosa militia Templi? Già nel 2005 Antonio Cadei aveva proposto un collegamento tra le dimensioni dell’edificio e l’intenzione da parte dell’Ordine del Tempio di farne «il santuario memoriale dell’eremita Bevignate», introducendo così un aspetto poco noto nella vita e nell’architettura di committenza templare, rappresentato dalla promozione di culti particolari da parte di un ordine di fatto sprovvisto di un santo fondatore e di santi propri.

Dopodiché, è stata Chiara Frugoni a tornare sull’argomento formulando l’ipotesi per cui, «qualunque sia stato il suo sfondo di vita», Bevignate a un dato momento sarebbe entrato a far parte dell’Ordine del Tempio e i suoi confratelli, impegnati nella costruzione a Perugia del nuovo insediamento da affiancare alla più antica domus di San Giustino de Arno (situata una quindicina di chilometri a nord di Perugia), si sarebbero adoperati per «avere uno dei loro nel registro dei santi».

Particolare degli affreschi sul lato sinistro della contofacciata, dedicati alle attività dell’Ordine del Tempio in Terrasanta (Complesso templare di San Bevignate – Comune di Perugia, foto: Lanfranco Sportolari)

In questo modo, troverebbe una plausibile spiegazione il fatto che la chiesa templare fu a suo tempo intitolata a qualcuno che, sebbene non ancora ufficialmente santificato, non si esitava a raffigurare in tutta evidenza all’interno degli affreschi della parete absidale di fondo in una posizione tutt’altro che casuale: vale a dire ad angolo con la processione dei Disciplinati ed esattamente di fronte ai milites Templi dipinti all’altro capo dell’edificio sul lato sinistro della controfacciata nell’atto di adempiere in vari contesti la loro missione in Terrasanta.

Ma soprattutto sarebbero pienamente comprensibili la tenacia con cui i templari negli anni sessanta-settanta del Duecento si adoperarono per ottenere la canonizzazione di Bevignate e l’attenzione ripetutamente mostrata dall’influente Bonvicino sia per la chiesa, da subito detta nei documenti di San Bevignate, sia per il suo titolare, di cui patrocinò la consacrazione ufficiale da parte della Santa Sede.

Consacrazione che, come si apprende dalla riformanza del 1453 (et licet adscriptus non sit in cathalogo sanctorum) non dovette giungere a compimento in ragione del fatto che, come ipotizza Chiara Frugoni,

la tragica fine dei Templari, voluta da Filippo il Bello e troppo debolmente contrastata da Clemente V, potrebbe avere ben travolto anche il povero Bevignate.

Sonia Merli Sintesi aggiornata da S. Merli, La chiesa dei Templari, in MedioEvo, IX (2008), pp. 28-35.Disponibile anche su Academia.edu: La chiesa dei Templari

Da leggere:Templari e Ospitalieri in Italia. La chiesa di San Bevignate a Perugia, a cura di M. Roncetti, P. Scarpellini, F. Tommasi, Milano, Electa/Editori Umbri Associati, 1987.M. Vallerani, Movimenti di pace in un Comune di Popolo: i Flagellanti a Perugia nel 1260, in “Bollettino della Deputazione di storia patria per l’Umbria”, CI, 1, 2004, pp. 369-418.C. Frugoni, In margine a templari e flagellanti, in ‘Milites Templi’. Il patrimonio monumentale e artistico dei templari in Europa, Atti del convegno (Perugia, 6-7 maggio 2005), a cura di S. Merli, Perugia, Volumnia, 2008, pp. 285-298.P. Renzi, M. Alfi, San Bevignate: agiografia e iconografia. La traslazione, in San Bevignate e i templari, portale turistico istituzionale della città di PerugiaP. Rihouet, L’évêque et la translation de saints incanonisables (Pérouse, mai 1609), in Archives de sciences sociales des religions 2019/3 (n° 187), pp. 49-76

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I Della Robbia: un ritratto di famiglia

[…] dopo avere molte cose esperimentato, trovò che il dar loro una coperta d’invetriato adosso, fatto con stagno, terra ghetta, antimonio et altri minerali e misture cotte al fuoco d’una fornace aposta, faceva benissimo questo effetto e faceva l’opere di terra quasi eterne.

Così, nella seconda edizione delle sue celebri Vite, Giorgio Vasari evocava Luca Della Robbia quale inventore di “un’arte nuova utile e bellissima”: la scultura in terracotta invetriata.

Luca Della Robbia, Visitazione (particolare), 1445 ca. Pistoia, chiesa di San Giovanni Fuorcivitas

Si trattava di una tecnica del tutto inedita nelle arti plastiche ‘occidentali’ ed elaborata intorno al 1440 proprio dallo scultore fiorentino, perfezionata grazie anche al supporto tecnologico fornitogli da Filippo Brunelleschi, che divenne presto (e per almeno altri quarant’anni) monopolio esclusivo di famiglia. Un’ “arte” non solo nuova ma riconoscibilissima e, tuttora, inimitabile.

A dispetto di un cognome parlante, che alludeva alla pianta erbacea (la robbia, appunto) utilizzata sin dall’antichità per estrarne quel ruber intenso, il rosso è proprio il grande assente nella tavolozza ceramica impiegata nella loro bottega. Il colore, quasi certamente, evocava piuttosto l’attività commerciale tintoria a cui erano dediti gli avi di Luca e che praticava ancora suo padre Simone, tanto da ritrovare la maggior parte dei membri della famiglia immatricolati all’Arte dei Medici e Speziali (la corporazione fiorentina a cui si associavano anche i merciai) o all’Arte della Lana.

Ben diversa sarebbe stata invece la strada intrapresa da Luca, nato allo scoccar del secolo (tra 1399 e 1400), del quale tuttavia si ignorano la formazione e le prime esperienze artistiche.

Lorenzo Ghiberti e bottega, Storie di Isacco (particolare), 1425-1452. Firenze, Museo dell’Opera di Santa Maria del Fiore (Porta del Paradiso)

Con tutta probabilità dovette però frequentare anche quella ‘scuola del mondo’ ante litteram quale fu a Firenze la nutrita bottega ‘delle porte’ bronzee del Battistero, che impegnò il suo artefice Lorenzo Ghiberti per quasi cinquant’anni, dove decine di giovani collaboratori mossero i primi passi della loro carriera artistica e personale. Secondo le fonti, il discepolato di Luca sarebbe da rintracciare nel cantiere della seconda porta realizzata dalla bottega di Ghiberti e destinata al lato est del Battistero: così bella che secondo Michelangelo, così come riporta Vasari, sarebbe stata degna del paradiso.

Il grandioso debutto autonomo, il primo ad essere documentato, di un Luca Della Robbia poco più che trentenne fu la cosiddetta Cantoria per la Cattedrale fiorentina: la balconata marmorea dell’organo maggiore, a cui lavorò tra 1431 e 1438. Negli stessi anni l’esecuzione di un’altra cantoria venne poi affidata a Donatello e destinata ad arredare il lato dirimpetto della tribuna, laddove si ergeva la cupola progettata da Brunelleschi che sarebbe stata solennemente consacrata da papa Eugenio IV il 25 marzo 1436.

Un esordio illustre quello di Luca ed intriso di potenti suggestioni derivanti dalla cultura classica, ben evidenti nell’eleganza ‘neoattica’ dei fanciulli che affollano le scene della sua cantoria, ora musici, cantori o variamente impegnati in un leggiadro volteggiare di danze.

Luca Della Robbia, Coro danzante, 1431-1438. Firenze, Museo dell’Opera di Santa Maria del Fiore (Cantoria)

Nella Firenze della prima metà del Quattrocento l’antico non rappresentava infatti solo il modello di una Rinascita ma soprattutto un elemento con il quale potersi fondere e convivere, confermato anche dal crescente desiderio di collezionare antichità greche e romane. Ben note erano le raccolte private di artisti come Ghiberti e Donatello o di umanisti quali Niccolò Niccoli e Ambrogio Traversari, intorno ai quali lo scultore poté facilmente orbitare e coltivare il suo gusto antiquario.

Non è un caso dunque se tra i cinque padri di quella Rinascita l’umanista Leon Battista Alberti avesse deciso di annoverare anche Luca Della Robbia, in un ideale pantheon fiorentino dove questi figurava insieme a Brunelleschi, Ghiberti, Donatello e Masaccio. Una vera e propria primavera del Rinascimento che fiorì più che mai nella scultura, se si considera che tra quei cinque illustri ingegni solo uno era pittore, Masaccio, peraltro morto a soli ventisette anni già nel 1428.

Sin dagli albori del Quattrocento si era diffuso un nuovo interesse per la scultura ‘in terra’ dove il cotto venne finalmente emancipato dal suo ruolo di materiale gregario e destinato quasi solo alla confezione di vasi, mattoni o stoviglie. Una pratica, quella della scultura in terracotta, che iniziò a consolidarsi nel cantiere di Ghiberti per la Porta Nord del Battistero (la prima delle due realizzate dal maestro) dove già si praticava la modellazione in cera e in creta per creare i bozzetti delle formelle, che sarebbero state poi fuse in bronzo. Un’abitudine a cui si conformarono progressivamente i suoi allievi e collaboratori.

Ghiberti era infatti l’unico a Firenze che poteva disporre di una grande fonderia e i segreti delle arti del fuoco (la conoscenza delle proprietà delle terre, della legna per la combustione, le caratteristiche dei forni) erano indispensabili anche per la pratica della scultura in terracotta.

Come molti artisti che si formarono nella ‘bottega delle porte’ (Donatello, Michelozzo e Michele da Firenze, tra gli altri) fu lì che Luca Della Robbia apprese la tecnica della plastica fittile, perfezionandola poi nel tempo fino a crearne un genere a sé. Ecco dunque l’idea di un rivestimento ceramico – l’invetriatura – ottenuto con procedimenti simili a quelli già in uso per la maiolica, lavorando uno smalto stannifero solidificato in seconda cottura e poi colorato con ossidi metallici.

A partire dagli anni Quaranta del Quattrocento, Luca si dedicò quasi esclusivamente alla pratica della scultura invetriata: di certo più rapida rispetto alla lavorazione di legno, pietra o marmo e molto più remunerativa, grazie al minor costo del materiale e la facilità di replica degli esemplari. Ma oltre ai considerevoli vantaggi pratici l’invetriatura consentiva di raggiungere valori espressivi nuovi e sofisticati.

Luca Della Robbia, Resurrezione di Cristo, 1442. Firenze, Cattedrale di Santa Maria del Fiore

La prima opera interamente realizzata con la nuova tecnica fu la monumentale lunetta con la Resurrezione di Cristo, destinata a sormontare il portale della Sagrestia delle Messe nella Cattedrale di Santa Maria del Fiore. Solo qualche anno dopo Luca avrebbe inoltre iniziato a lavorare (insieme a Michelozzo e Maso di Bartolomeo) anche alla fusione di quei battenti, gli stessi che il 26 aprile del 1478 salvarono letteralmente la vita a Lorenzo il Magnifico che li richiuse dietro di sé per trovare rifugio in sagrestia durante la congiura dei Pazzi.

La plastica robbiana iniziò così ad impreziosire le architetture fiorentine: dagli stemmi delle Arti incastonati sui fianchi della chiesa di Orsanmichele, agli inserti invetriati con le figure di Apostoli per il portico della Cappella Pazzi nel chiostro della Basilica di Santa Croce, fino ai medaglioni con le Virtù per la cappella del Cardinale del Portogallo in San Miniato al Monte.

Le immagini luminose nel candore politissimo delle superfici e le integrazioni cromatiche costituirono uno dei fattori di maggior successo che presto riscosse la scultura in terracotta invetriata. A decretarne la fortuna fu soprattutto l’impiego duraturo del colore che vi veniva applicato, anche se i pigmenti erano relativamente pochi: per ottenere il blu si utilizzava il cobalto, per il bruno il manganese, per il verde il rame, per il giallo l’antimonio e il ferro per l’arancio. Per uno smalto più bianco e fortemente coprente si aggiungeva invece una maggior quantità di stagno nella miscela.

Luca Della Robbia, Il mese di Ottobre, 1450-1456 ca. Londra, Victoria & Albert Museum

L’ “arte nuova” non tardò a soddisfare anche il gusto dei committenti privati, come nel caso dei Lavori dei Mesi per lo studiolo di Piero di Cosimo de’ Medici, nel palazzo di famiglia in via Larga. Una vera e propria Wunderkammer, andata purtroppo perduta, dove i tesori di gemme antiche, manoscritti miniati e oreficerie facevano mostra di sé negli armadi a tarsie prospettiche, amorevolmente sorvegliati dalla volta ‘celeste’ in cui rilucevano i Mesi.

L’attività della bottega di Luca non mancò poi di declinarsi verso una delle produzioni più popolari nella Firenze del Quattrocento, quella dei rilievi mariani destinati alla devozione domestica. Così, le madonne robbiane si diffusero capillarmente anche nei monasteri, negli oratori e nelle numerose confraternite devozionali.

Una seduzione ottica di smalti lucenti ben esemplata dalla cosiddetta Madonna Bliss, oggi conservata al Metropolitan Museum of Art di New York, dove al candore latteo degli incarnati si alternano l’oro e il turchese (un colore raro nella tavolozza di Luca): con un riverbero di echi donatelliani il Bambino si stringe affettuosamente al collo della Madre nella calda intimità della nicchia, appena violata dallo sguardo indiscreto dell’osservatore. Un prototipo iconografico, già adottato da Luca in altri rilievi mariani, caro anche a Filippo Lippi che lo tradusse in pittura nella sua Madonna Medici Riccardi.

Luca Della Robbia, Madonna col Bambino (detta Bliss), 1450-1460 ca. New York, The Metropolitan Museum of Art Luca Della Robbia, Ritratto di giovanetto, 1445 ca. Napoli, Museo Civico Gaetano Filangieri

Il mercato della scultura robbiana si estese rapidamente a macchia d’olio e fino alle corti d’Europa, grazie all’agevole mobilità dei suoi oggetti che potevano essere spediti verso le più remote e impervie destinazioni fino alle Fiandre, in Francia o in Inghilterra oltre che in quei centri mediterranei dove il fascino per la maiolica era ben radicato: il Portogallo, la Spagna e il Regno di Napoli.

I segreti della terracotta invetriata furono trasmessi da Luca al nipote Andrea, che lo scultore adottò dopo la morte di suo fratello Marco, con il quale condivideva la bottega in via Guelfa a Firenze.

Il contributo di Andrea fu plausibilmente precoce, poiché doveva aiutare a soddisfare l’alta richiesta della prolifica attività di famiglia, tanto che almeno fino agli Settanta del secolo risulta spesso difficile riconoscere nelle opere la sua mano da quella dello zio Luca.

Andrea iniziò presto però a distinguersi, orientandosi verso una nuova complessità narrativa sentimentale e più incline agli effetti pittorici, coniando anche sigle personali, ad esempio, nel colorare le iridi di giallo oro (a differenza di quelle grigio-azzurre di Luca). Il successo dell’erede del sapere robbiano è ben testimoniato dalla produzione di grandi tavole per il territorio ‘toscano’, ‘umbro’ e fino al meridione aragonese. Lo stesso Vasari ricordava come fossero “infinite” le opere sfornate dalla bottega di via Guelfa durante gli anni più fecondi di Andrea.

I notevoli vantaggi economici raggiunti da quest’ultimo, grazie anche ad una struttura produttiva ampiamente collaudata, dovettero peraltro contribuire ad una alterna disarmonia nei rapporti con lo zio che, con l’avanzare degli anni, andava incontro ad un’attività sempre meno operosa. Già nel 1471 infatti Luca negava al nipote ogni vantaggio testamentario, ritenendolo già abbastanza favorito nell’aver appreso i preziosi segreti di famiglia.

Andrea Della Robbia, Altare con le stimmate di San Francesco, Tobiolo e l’Angelo (particolare), 1475 ca. Firenze, Museo dell’Opera di Santa Croce

Gran parte dell’attività di Andrea si mostrò in profonda sintonia con gli orientamenti della spiritualità francescana, come dimostrano le numerose committenze da parte dell’ordine per i suoi maggiori centri cultuali: la grande pala con l’Incoronazione della Vergine per l’Osservanza di Siena, il Trittico per la Basilica di Santa Maria degli Angeli ad Assisi (dove lasciò anche una delle più note immagini di San Francesco) o ancora le opere per la basilica fiorentina di Santa Croce e quella di San Bernardino a L’Aquila.

Ma soprattutto è dagli anni Ottanta del Quattrocento che Andrea Della Robbia iniziò a lavorare alla serie di sette tavole per il monastero de La Verna, nel Casentino.

Una delle qualità principali delle terrecotte invetriate era quella di sapersi adattare anche a località montane, com’era nel caso del santuario francescano, dimostrando di saper resistere a freddo e umidità. Quella tecnica “faceva l’opere di terra quasi eterne”, come ricordava Vasari.

Dopo essersi arrampicato su quel crinale dell’appennino tosco-romagnolo, anche il poeta Dino Campana nel 1910 rimase folgorato davanti all’Annunciazione di Andrea (posta nella Chiesa Maggiore) tanto da descriverla puntualmente nei suoi Canti Orfici:

[…] e nella chiesa l’angiolo, purità dolce che il giglio divide e la Vergine eletta, e un cirro azzurreggia nel cielo e un’anfora classica rinchiude la terra ed i gigli: che appare nello scorcio giusto in cui appare il sogno, e nella nuvola bianca della sua bellezza che posa un istante il ginocchio a terra, lassù così presso al cielo.

Andrea Della Robbia, Annunciazione (particolare), 1475 ca. La Verna, Chiesa Maggiore

Oltre al fruttuoso e inesauribile filone delle madonne robbiane, la produzione di pale d’altare si moltiplicò anche grazie alla collaborazione di almeno cinque dei figli di Andrea, che lavorarono inizialmente con lui in bottega: Marco, Giovanni, Luca, Francesco e Girolamo.

La tecnica dell’invetriatura cominciò però a mutare, assumendo una policromia più variegata e dall’intonazione popolare che ben si adattava ai nuovi canoni artistici dettati da Girolamo Savonarola nella Firenze di fine Quattrocento. I Della Robbia furono infatti tra coloro che subirono il fascino del frate domenicano, tanto che due dei figli di Andrea (Marco e Francesco) avrebbero preso i voti nel convento fiorentino di San Marco e vestiti proprio da Savonarola. Sembra dunque assumere un valore simbolico quell’ideale abbraccio tra San Francesco e San Domenico nella lunetta dell’Ospedale di San Paolo, eseguita nell’ultimo decennio del secolo dalla bottega dei Della Robbia, in anni in cui il rapporto tra i due ordini si era fatto particolarmente teso.

Andrea Della Robbia e bottega, Incontro tra San Francesco e San Domenico (particolare). 1498 ca. Firenze, Ospedale di San Paolo

Presto, Giovanni Della Robbia si sganciò dall’orbita paterna mostrandosi il più prolifico ed ingegnoso tra i figli di Andrea. La sua invetriatura, così vivacemente policroma, si concretizzò in strutture notevolmente enfatizzate di tutti quegli elementi ricorrenti nel repertorio robbiano (ghirlande, candelabre, canestri di fiori e frutta). Un’esuberanza decorativa che sarà tipica del suo lessico personale e che già si intravedeva nel Lavabo per la sagrestia di Santa Maria Novella, tra le opere più importanti del suo esordio autonomo (1498). Frequente era anche in Giovanni l’uso di figure bianche su sfondi naturalistici, insieme all’impiego di smalti policromi, come ad esempio nel noto fonte battesimale per la pieve di San Leonardo a Cerreto Guidi.

Anche se la sua clientela richiedeva soprattutto una produzione più tradizionale – orientata verso quei prodotti seriali che la bottega sapeva garantire da decenni, tra cui proliferavano tabernacoli viari e rilievi devozionali – non mancarono opere monumentali come la Resurrezione commissionata dalla famiglia fiorentina degli Antinori per la sua Villa Le Rose, nella campagna fiorentina (oggi al Brooklyn Museum di New York).

Ma l’episodio di maggiore significato scultoreo dell’attività di Giovanni Della Robbia rimane quello delle sessantasei teste clipeate che popolano il chiostro dei Monaci nella Certosa del Galluzzo, monastero certosino alle porte di Firenze.

Giovanni Della Robbia, Resurrezione di Cristo, 1520-1524 ca. New York, Brooklyn Museum

Un rapido declino della scultura in terracotta invetriata sarebbe tuttavia iniziato dopo la morte di Andrea Della Robbia (1525), a cui seguì solo pochi anni dopo anche quella del figlio Giovanni (1529), complice oltre ai dissidi fra gli eredi anche la peste del 1527/1529. Un tramonto a cui non fu di certo estraneo anche il giudizio della severa estetica classicista, quasi ossessionata dalla monocromia.

Così il ruolo di attrattore visivo della plastica robbiana mutò presto identità, da genere speciale della scultura monumentale a mera decorazione policroma e sempre più assimilabile alle predilezioni visive della maiolica.

Giovanni Della Robbia, David, 1523. Galluzzo (Firenze), Certosa, Chiostro dei Monaci

Opere divenute progressivamente invisibili, eco lontana di un mondo rinascimentale che ancora oggi, non di rado, si accontenta di illustrare cartoline ricordo nei bookshop delle chiese o bomboniere di matrimonio.

Eppure tra Otto e Novecento la figura di Luca Della Robbia, che molto piacque alla cultura preraffaellita, conobbe una nuova fortuna tanto che John Ruskin tratteggiò un profilo dello scultore definendolo:

brillantemente toscano, con la dignità di un greco; ha la semplicità inglese, la grazia francese, la devozione italiana.

A poco a poco, le famose ‘robbiane’ cominciarono a divenire uno di quei pezzi incontournables per le collezioni dei musei di tutto il mondo, amate ed apprezzate anche da persone totalmente estranee ai percorsi dell’arte.

D’altronde, come affermava icasticamente il grande esteta inglese Walter Pater nel 1888:

suppongo che nulla porti alla mente la vera aria di una città toscana così vividamente come quei pezzi di terracotta blu e bianca.

Caterina Fioravanti

Bibliografia essenziale: La primavera del Rinascimento. La scultura e le arti a Firenze 1400 – 1460, catalogo della mostra (Firenze, marzo-agosto 2013), a cura di B. Paolozzi Strozzi e M. Bormand, Firenze 2013 (Mandragora). I Della Robbia e l’ “arte nuova” della scultura invetriata, catalogo della mostra (Fiesole maggio-novembre 1998) a cura di G. Gentilini e C. Acidini Luchinat, Firenze 1998 (Giunti). La scultura in terracotta. Tecniche e conservazione, a cura di M.G. Vaccari, Firenze 1996 (Centro Di). G. Gentilini, I Della Robbia: la scultura invetriata nel Rinascimento, Firenze 1992 (Cantini).

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La leggenda dell’aquila e la Madonna della Romita

L’eremo di santa Maria dell’Eremita di Piedipaterno, fu costruito vicino a una sorgente in fondo al Fosso di Roccagelli, in prossimità delle cascate del torrente. Nascosto nella piccola valle dominata da un imponente scoglio roccioso con anfratti e grotte, permetteva di vivere l’esperienza eremitica in un ambiente simile a quelli frequentati dai Padri del deserto.

L’abbazia di Santa Maria dell’Eremita a Piedipaterno, una frazione del Comune di Vallo di Nera in Valnerina (Umbria) [foto: I luoghi del silenzio]

Intorno al IX secolo, accanto alle celle, fu edificato un edificio sacro cui si accedeva anche dall’alto attraverso uno scosceso e impervio pendio.

L’insediamento divenne in breve tempo uno dei centri religiosi più importanti della Valnerina, al pari di Sant’Eutizio, San Pietro in Valle o Castel San Felice di Narco.

Agli inizi dell’anno Mille l’eremo fu trasformato in monastero dai monaci benedettini che, un secolo dopo, la concessero alla congregazione di Vallombrosa. Il complesso monastico sorge alla destra del Nera, in un contesto ambientale da togliere il respiro ancora oggi, defilato rispetto all’antica strada per Norcia.

I viaggiatori e i pellegrini che passavano di là, potevano trovare rifugio nell’ospizio annesso al monastero. Oggi il silenzio di un tempo è interrotto dal rumore delle auto che sfrecciano vicine, ignare della grande importanza che nel Medioevo aveva avuto l’abbazia di Santa Maria de Ugonis, questo era il suo titolo, comunemente detta “la Romita”.

Nel Quattrocento, quando è identificata come “cenobio de Paterno”, divenne un santuario mariano a seguito di un evento prodigioso.

Si racconta, infatti, che un’aquila, in volo sui campi ricavati nell’emiciclo roccioso della valle, ghermì il bimbo in fasce che una contadina al lavoro aveva deposto accanto a sé. La donna, rivoltasi in soccorso alla Madonna della Romita, un’antica statua lignea che era nella chiesa, le promise in cambio della salvezza del bambino la donazione di tutti i suoi beni. Come per miracolo l’aquila tornò indietro, facendo ampi giri, i cui segni sarebbero ancora impressi nelle rocce, e riportò il bambino alla madre. Si narra che a questo punto la donna, pronta a firmare l’atto di donazione, ebbe un ripensamento, ma la penna con cui il notaio stava vergando il documento s’immobilizzò e riprese a funzionare solo quando la donna confermò la sua volontà.

La storiella, probabilmente, faceva parte dell’armamentario affabulatorio dei questuanti girovaghi che, per attirare l’attenzione e ottenere una buona elemosina, decantavano visioni, miracoli e celesti inviti del simulacro mariano.

L’interno dell’abbazia, che nel corso dei secoli subì danni sia per gli eventi sismici che per incuria

I quaestores elemosinarum erano dei laici “oblati del monastero o semplicemente prezzolati” che giravano di paese in paese per racimolare elemosine utili alle celebrazioni delle messe nel loro oratorio, oppure per acquistare derrate e generi alimentari per il monastero. Non sempre questa raccolta era fatta da persone affidabili, a volte si trattava di mestieranti, tanto che nell’area di Spoleto l’attività aveva dato vita a una vera e propria professione, per lo più a servizio degli ospedali, detta dei cerretani, in seguito indicante una vasta gamma di mendicanti e imbroglioni travestiti con abiti monacali.

Nel 1484 Teseo Pini, vicario generale di Spoleto, scrisse un volumetto Speculum cerretamorum denunciando queste pratiche. Nel 1487 il beato Bernardino da Feltre, predicatore dell’osservanza francescana, si recò a Spoleto per disinfestare la città e il suburbio dai cerretani. La vita monastica fu interrotta nel 1653 quando, a causa della soppressione del monastero decretata dal Papa Innocenzo X, i monaci furono costretti ad abbandonare l’abbazia. La decisione non fu gradita dalle comunità di Paterno e Meggiano tanto che nel 1656 si rivolsero a papa Alessandro VII per far tornare i padri vallombrosani, ma la supplica non fu accolta.

Dalla visita pastorale di Carlo Giacinto Lascaris avvenuta nel 1712 apprendiamo che il monastero era allora quasi crollato, probabilmente a causa degli eventi sismici del 1703. Lo stato di abbandono e d’incuria proseguì negli anni seguenti fino alla decisione, probabilmente dopo l’unità d’Italia, di demolire una buona parte della navata della chiesa per ampliare il cimitero.

Il bel volto di un santo ancora emerge dalle pareti della chiesa romanica

La parte residua dell’antica chiesa romanica, raro esempio di un edificio con tiburio all’incrocio della navata con il transetto, fu adattata a cappella cimiteriale innalzando il pavimento fino all’altezza della quota del presbiterio, in origine molto più in alto rispetto al piano dell’aula. L’intervento occultò definitivamente l’ingresso che dalla navata conduceva alla cripta sottostante, interessante esempio di ambiente ipogeo a croce greca, con volte a botte e quattro bracci muniti di altari, nella quale sono ancora visibili sulle pareti labili lacerti affreschi.

Colpisce la bella testa di un santo quattrocentesco in parte occultata dalla carta di giornale – si legge ancora il titolo dell’articolo “Nonni più arzilli sull’erba” – utilizzata da vandali per preparare lo stacco del dipinto, fortunatamente non completato. Anche nelle pareti della chiesa, più volte saccheggiata e forse ancor più coinvolgente per la sua profanazione, restano solo le tracce della decorazione pittorica che la rendeva maestosa.

Ignoti maestri espressero qui il segno del loro tempo, dal Trecento al Seicento. Ancora in parte visibile, oltre a una bella Incoronazione della Vergine attorniata da santi, la suggestiva rappresentazione del Miracolo dell’aquila. Ampio spazio è dato alla descrizione della valle, con le sue rocce, gli anfratti e le celle eremitiche, l’aquila che vola in alto e riporta il Bambino alla Madonna apparsa tra le nuvole. In basso è, forse, dipinta la stessa abbazia.

Anche il portale romanico della facciata fu smontato e riutilizzato come ingresso nel muro di cinta del cimitero. L’abside fu adibita a camera da letto della famiglia Medori che fino agli anni Settanta dello scorso secolo abitava la casa annessa e aveva la custodia della chiesa. Purtroppo nulla poté fare, in una notte del 1973, per scongiurare il furto dall’altare maggiore della preziosa statua lignea della Madonna della Romita o Madonna Nera, così definita per il colore scuro che aveva preso nel tempo a causa del fumo delle candele dei devoti.

La statua lignea della Madonna della Romita, ora visibile nella chiesa di Piedipaterno

La statua prese le vie del mercato antiquariale e non se ne seppe nulla fino al dicembre del 1997 quando don Francesco Medori, figlio del custode della chiesa, riconobbe sulla copertina di un giornale l’immagine della “sua” Madonna.

Da lì, attraverso una serie di mediazioni, la statua fu restituita il 28 maggio 1998 alla comunità di Piedipaterno da Nella Longari, raffinata e generosa antiquaria milanese nelle cui mani era finita la scultura e alla quale è stata dedicata recentemente una piazzetta. La scultura raffigura la Vergine coronata, seduta su un trono appena accennato e avvolta da un manto ricoperto di lamine d’argento sotto il quale s’intravede la tunica azzurra. Con una mano offre il seno al Bambino, seduto sulla sua gamba sinistra, mentre con l’altra lo sostiene. Il postergale cuspidato presuppone la presenza in origine di ante semplici o doppie per la protezione della scultura all’interno di un tabernacolo. L’iconografia della Madonna del latte, che compare nella plastica lignea all’inizio del Trecento, colloca la scultura alla metà del secolo.

Oggi la statua è esposta nella chiesa di Piedipaterno, insieme a un bellissimo battistero anch’esso proveniente dall’abbazia, essendo la chiesa di provenienza inagibile, se pur in parte consolidata.

Vittoria Garibaldi

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Nitardo, il primo testo in antico francese

Dobbiamo a Nitardo, un nipote di Carlo Magno, la conoscenza del primo documento scritto in una lingua romanza: è un testo in francese antico, vergato in un manoscritto in quella che sarà poi chiamata langue d’oïl (lingua d’oïl) per distinguerla dalla langue d’oc, la lingua occitana o provenzale.

Il testo dei Giuramenti di Strasburgo

In un suo libro, Storia dei figli di Ludovico il Pio, Nitardo trasmise le parole usate nei Giuramenti di Strasburgo (Sacramenta Argentariae), sottoscritti il 14 febbraio 842, nei quali si certificava in modo solenne l’alleanza tra due dei figli di Ludovico il Pio: Carlo il Calvo e Ludovico il Germanico.

Per farsi capire da tutti i soldati franchi i due sovrani non giurarono, come era consuetudine in latino ma lo fecero ognuno nella lingua dell’altro. E i loro generali li imitarono poco dopo. Così il popolo, che non parlava il latino e non comprendeva nemmeno la lingua dell’esercito alleato, capì con chiarezza tutti i punti del patto d’onore stretto tra i due fratelli. Ludovico il Germanico (804-876) giurò in antico francese (rustica romana lingua) e Carlo il Calvo (823-877) in tedesco (teudisca lingua).

Il testo in proto-francese recita: “Pro Deo amur et pro Christian poblo et nostro commun salvament, d’ist di en avant, in quant Deus savir et podir me dunat, si salvarai eo cist meon fradre Karlo, et in aiudha et in cadhuna cosa…”. Una promessa sotto giuramento: “Per l’amore di Dio e per la salvezza del popolo cristiano e nostra comune, da oggi in avanti, in quanto Dio sapere e potere mi concede, così salverò io questo mio fratello Carlo e con (il mio) aiuto e in ciascuna cosa…”.

Nitardo (nato prima dell’ 800 e morto il 15 maggio 845) era il cugino dei due sovrani, in quanto figlio illegittimo di Berta che l’imperatore Carlo Magno aveva avuto dalla sua terza moglie Ildegarda. Il padre era Angilberto, uno dei più importanti poeti della Schola Palatina. Carlo Magno pretendeva che le figlie non si sposassero per non alimentare le possibili ambizioni dei potenziali generi. Ma Angilberto era un suo amico fraterno. Nei convivi di corte, il compagno poeta di Berta veniva chiamato addirittura “Omero”. Carlo Magno lo stimava profondamente, tanto da nominarlo tutore di suo figlio Pipino, giovane re d’Italia e pure ambasciatore presso il papa. Angilberto (750-814) fu vicino al grande re dei Franchi anche a Roma, la notte di Natale dell’800, quando papa Leone III incoronò il sovrano dei Franchi a Imperatore dei Romani.

Carlo il Calvo rappresentato in un salterio (Parigi, Bibliothèque Nationale)

Con l’approvazione di Carlo Magno, Angilberto passò quindi dalla condizione di amante di Berta (779-829) a quella di convivente more uxorio. E Nitardo potè vivere a corte insieme a suo nonno e ai suoi cugini. Ricevette una istruzione accurata: conte di Ponthieu, fu uno dei rari storici laici dell’Alto Medioevo e diventò uno degli uomini più potenti del suo tempo. Nelle lotte tra figli di Ludovico il Pio, prese sempre le parti di Carlo il Calvo.

Fu proprio su sollecitazione del suo sovrano che iniziò a scrivere i quattro libri delle Historiae filiorum Ludovici pii: Carlo il Calvo voleva trasmettere ai posteri la sua versione dei fatti sulle intricate vicende seguite alla morte di Carlo Magno e la competizione tra i figli di Ludovico il Pio per la spartizione dell’impero carolingio.

Dopo avere partecipato alla battaglia di Fontenoy (841), Nitardo si ritirò nel monastero di Saint-Riquier, di cui era stato da poco nominato abate. Per uno strano caso del destino, lui, uomo di lettere, morì con la spada in mano in Aquitania, ucciso dai vichinghi.

Fu sepolto a Saint-Riquier, nello stesso sepolcro in cui già riposava suo padre Angilberto dal quale, oltre che all’amore per la poesia, aveva ereditato anche la carica di abate. Le loro ossa, ritrovate nel 1989, andarono perdute quando furono prestate per uno studio ad un centro di ricerca che però sostenne a lungo di averle restituite. Ne seguirono cause legali e polemiche incrociate. La querelle finì nel 2011: per puro caso i poveri resti di Nitardo e di Angilberto spuntarono fuori da un cartone semiapaerto che era stato abbandonato in una soffitta dell’abbazia.

Virginia Valente

Bibliografia essenziale:Lorenzo Renzi e Alvise Andreose, Manuale di linguistica e filologia romanza, Il Mulino, 2015.Stefano Asperti, Origini romanze. Lingue, testi antichi, letterature, Viella, 2006.

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IV secolo (312-324) – In hoc signo vinces

L’irresistibile ascesa di Costantino, dalla vittoria del 312 nella battaglia di Ponte Milvio contro Massenzio, al trionfo contro il suo ultimo rivale Licinio, nello scontro decisivo di Crisopoli nel 324. Dodici anni segnati da grandi e importanti avvenimenti: l’emanazione dell’Editto di Milano che riconobbe piena libertà di culto ai cristiani, l’inaugurazione dell’Arco di Costantino e della prima Basilica di San Pietro, l’istituzione della domenica come giorno dedicato alla festa e la nascita del solido, la moneta imperiale d’oro fino che darà il nome ai soldi e ai soldati e che alcuni storici ricorderanno come “il dollaro del Medioevo”.

Battaglia di Ponte Milvio (Scuola di Raffaello, Stanze Vaticane)

CRONOLOGIA:

312 – Costantino entra in Italia dal passo del Monginevro con 40.000 uomini. Le truppe di Massenzio sono quattro volte superiori. Il figlio di Massimiano può infatti schierare ben 160.000 soldati. Ma l’avanzata di Costantino è inarrestabile: vince a Segusio (l’attuale Susa) crocevia dei diversi itinerari transalpini . Ma non fa saccheggiare la città e riprende presto la marcia. L’esercito di Massenzio viene travolto vicino Augusta Taurinorum, l’attuale Torino.

Sogno di Costantino, dalle Storie della Vera Croce di Piero della Francesca, 1460 ca.

Cadono in rapida successione Milano, Brescia e Verona. Muore in battaglia Ruricio Pompeiano, il miglior generale di Massenzio. Altre città della pianura padana, grate per la clemenza usata verso la popolazione civile, si sottomettono in modo volontario all’imperatore.

Costantino il Grande sconfigge le forze di Massenzio nella battaglia di Ponte Milvio. È il 28 ottobre 312: a pochi chilometri dalla Città Eterna si fronteggiano due eserciti, entrambi romani. E due imperatori che dovevano entrambi il loro potere a un colpo di mano. A poche settimane dall’inverno, un assedio avrebbe di sicuro logorato le forze di Costantino. Ma Massenzio commette l’errore di rinunciare alla protezione delle mura. Vuole lo scontro aperto. E all’altezza di Ponte Milvio attraversa il Tevere su un ponte di barche: la sua cavalleria pesante, stretta tra il fiume e i nemici, viene travolta. La strage di uomini e cavalli colora di rosso le acque del Tevere.

Massenzio muore annegato. Il giorno dopo la battaglia il suo cadavere, con la testa mozzata, viene ripescato nelle acque del Tevere. Dopo di lui, non ci sarà più un imperatore che risiederà stabilmente a Roma.

Il trionfo del Cristianesimo nel sogno di Costantino. Eusebio di Cesarea ha tramandato la leggendaria tradizione: Costantino gli raccontò che il giorno prima della battaglia di Ponte Milvio aveva sognato, in mezzo al cielo, un trofeo luminoso a forma di croce. Sovrastava il sole. E accanto c’era una scritta: Touto nika (in greco, “Con questo vinci”). Una successiva tradizione la trasformò nel famoso In hoc signo vinces (“In questo segno vincerai”). La notte seguente, Cristo apparve in sogno all’imperatore “e gli ordinò di costruire un oggetto ad immagine del simbolo che si era palesato in cielo, e di servirsene come protezione nei combattimenti contro i nemici”. Dopo quella visione, il futuro solus imperator avrebbe fatto apporre sugli scudi il monogramma chi-ro, le iniziali nella lingua greca del nome di Cristo, Christos: il cristogramma da allora onnipresente nelle chiese, nei paramenti ed in innumerevoli opere d’arte.

Costantino entra a Roma da unico imperatore dell’impero d’Occidente. Ha 40 anni. Governa su Gallia, Britannia, Italia, Spagna e Africa. Scioglie in modo definitivo la guardia imperiale dei pretoriani, fedelissima a Massenzio, e fa smantellare il loro grande accampamento al Viminale.

Il solido, moneta di oro fino (due pezzi dell’epoca di Leone I)

Il solido, la moneta che darà nome ai soldi e ai soldati Costantino fonda il sistema monetario dell’impero sul solidus, la moneta d’oro fino che sostituisce l’aureo usato nell’impero romano. Il solido viene coniato in abbondanza in tutto l’impero a partire dal 312. Era più largo e più sottile degli aurei. Rimase la moneta standard per i commerci internazionali fino all’XI secolo. Così stabile e popolare da essere definita da molti storici come “il dollaro del Medioevo”. Con i solidi, venivano pagate le truppe imperiali e anche i mercenari. Da cui il termine soldato in italiano, soldier in inglese e soldat in francese. E altre parole, verbi e modi di dire, come soldo, solidità, assoldare oppure stare al soldo di qualcuno.

313 – Costantino e Licinio emanano l’Editto di Milano che riconosce ai cristiani piena libertà di culto e dispone che vengano loro restituiti i beni confiscati. La nuova religione viene equiparata alle altre già praticate nell’impero. Aderire al cristianesimo non viene più considerata una colpa contro lo stato. Alla proclamazione dell’editto non è estranea la volontà di Elena, madre di Costantino. Una mossa avveduta: i cristiani, ormai presenti in tutti i ceti sociali e in tutti i luoghi dell’impero, sono diventati una fondamentale forza politica.

A Milano Licinio sposa Costanza, sorella di Costantino. I due augusti firmano anche un patto di alleanza. Ma ormai è chiaro che la pace non potrà durare a lungo.

L’alleanza tra Licinio e Costantino esclude il terzo imperatore, rimasto fieramente pagano.

Massimino Daia passa all’azione: si fa proclamare imperatore dalle sue truppe, rompe la tregua con Licinio, sconfina in Occidente e conquista Bisanzio.

Licinio in una scultura conservata nei Musei Vaticani

Licinio affronta Massimino e lo sconfigge nella battaglia di Tzirallum, in Tracia. Il campo di battaglia è nei pressi di Adrianopoli, vicino al confine tra l’Asia e l’Europa. Massimino Daia, travestito da schiavo, riesce a mettersi in salvo. Arrivato a Nicomedia, punisce i sacerdoti pagani che avevano predetto la sua vittoria. Revoca anche gli editti contro i cristiani, sperando di mitigare l’ostilità della popolazione. Poi, inseguito dai soldati di Licinio, si ritira dietro la catena del Tauro. Ma a Tarso si ammala e muore sfiancato dalla calura di agosto.

Gli unici imperatori superstiti sono due cognati: Costantino (Occidente) e Licinio (Oriente).

Diocleziano muore nella sua villa di Salona, vicino Spalato.

Licinio ordina una strage di parenti. Vuole togliere di mezzo tutti coloro che in qualche modo possono accampare diritti per future successioni al trono. Fa uccidere i due figli bambini di Massimino Daia. Poi ordina le esecuzioni di Candiniano, figlio del suo ex protettore Galerio e di Severiano, erede dell’augusto Severo, assassinato nel 307 nelle segrete di Massenzio. Condanna a morte anche Valeria e Prisca, la figlia e la moglie di Diocleziano.

Valeria e Prisca sfuggirono per un anno alla cattura. Quasi un anno dopo la condanna a morte emanata da Licinio, vennero riconosciute e catturate in una strada di Tessalonica (Salonicco): furono decapitate su una piazza della città. E i loro cadaveri vennero gettati in mare. Per anni Diocleziano, dalla sua villa vicino a Spalato, aveva scritto lettere accorate e dignitose nelle quali chiedeva che Prisca e Valeria potessero tornare da lui. Ma né Licinio né Massimino Data, che pure dovevano i loro onori e le loro cariche al vecchio imperatore, vollero mai liberare le due donne, usate come ostaggi nella lotta per il potere.

314 – Silvestro viene eletto papa. Succede all’africano Milziade. Verrà poi riconosciuto santo. Protagonista di un pontificato lungo 21 anni (314-325) è il primo pontefice di una Chiesa non minacciata dalle persecuzioni dei primi secoli. Ma la sua azione è oscurata dal carisma e dalla personalità dell’imperatore Costantino. Silvestro non partecipa né al Concilio di Arles (314) né a quello di Nicea(325): le decisioni prese gli vengono solo comunicate. Sotto il suo pontificato Costantino fa costruire la prima basilica di San Pietro (319). Per alcuni secoli viene creduto autentico il falso documento della “Donazione costantiniana” in cui l’imperatore donava a Silvestro e ai suoi successori la città di Roma e anche alcune province italiane. Il documento, già dubbio nel X secolo, viene riconosciuto del tutto falso nel Quattrocento.

A Treviri viene fondato il primo vescovado a nord delle Alpi. La città fondata da Augusto sulle rive della Mosella era già stata scelta ai tempi dell’istituzione della tetrachia (284) come residenza di uno dei cesari. Treviri è una delle città più popolose del tardo impero romano: vanta mura di ampiezza eccezionale insieme alle terme, a una basilica e a un grande teatro.

L’Arco di Costantino a Roma (foto: Livioandronico 2013)

315 – La costruzione dell’Arco di Costantino A Roma viene elevato il grande monumento che celebra la vittoria su Massenzio del 312. Costruito tra il Colosseo e l’Arco di Tito, lungo la strada percorsa per celebrare i trionfi dell’antica Roma, l’Arco di Costantino si sviluppa in tre fornici con quattro colonne corinzie incastonate alle pareti. Un vero e proprio museo di scultura romana, straordinario per ricchezza e importanza. Il senato lo dedicò a Costantino in occasione dei decennalia dell’Impero. Imponenti le misure: 21 m di altezza, 25,9 metri di larghezza e 7,4 m di profondità. L’iscrizione sopra il fornice centrale ricorda che la vittoria su Massenzio fu conseguita instinctu divinitatis (per ispirazione divina). Una espressione che non ha un esclusivo significato cristiano. Tanto che gli aristocratici romani e la popolazione dell’Urbe, in maggioranza ancora pagana, potevano ricondurre la frase alla tradizionale religione dei loro padri. Diverse sculture ritraggono le Vittorie, divinità fluviali e altre figure allegoriche. La vittoria contro Massenzio è illustrata in sei lunghi pannelli che illustrano, nei dettagli, la campagna militare: dalla partenza dell’esercito di Costantino da Milano all’assedio di Verona, fino alla battaglia di Ponte Milvio e all’ingresso in città di Costantino dai Rostri del Foro Romano a cui seguì la distribuzione di denaro al popolo all’interno del Foro di Cesare.

316 – Costantino vuol fare dell’Italia uno “stato cuscinetto” tra i due augusti. Conferisce a suo cognato Bassiano (marito della sorellastra Anastasia) il titolo di cesare e gli promette la giurisdizione sulla penisola e sulle province danubiane. Chiede a Licinio di riconoscere la nomina che rimane a lungo sospesa. Licinio teme l’accordo e lo strapotere di Costantino. D’accordo con Senicione, fratello di Bassiano, convince quest’ultimo a ordire una congiura contro Costantino che però scoipre il complotto e fa arrestare e condannare a morte il cognato. Subito dopo, chiede a Licinio di consegnargli anche Senecione. Licinio rifiuta. È il casus belli che porta i due imperatori a uno scontro armato.

A Cibali, in Pannonia, Costantino sconfigge Licinio. Il rivale si ritira ad Adrianopoli.

Licinio nomina suo cesare Aurelio Valerio Valente, dux limitis della regione del Danubio. È la provocazione con la quale fa sapere a Costantino che non lo considera più il legittimo signore d’Occidente e che può conferire cariche imperiali senza avere la sua approvazione.

Dura reazione di Costantino che vince ancora Licinio nella battaglia di Mardia (l’odierna città bulgara di Harmanli).

317 – Il 1 marzo gli imperatori rivali firmano una pace che durerà sette anni (fino al 324). Il nuovo accordo prevede la cessione dell’Illirico a Costantino. Entrambi gli imperatori si impegnano a rispettare i rispettivi confini territoriali.

Licinio è costretto a far giustiziare Aurelio Valerio Valente ma conserva l’Oriente, la Tracia, il Ponto, l’Asia e l’Egitto e governa con le sue leggi la sua parte di impero.

La pace del 317 certifica l’esistenza di due regni “separati” ed indipendenti. È la fine della tetrarchia voluta da Diocleziano, fondata invece sull’unità imperiale e sulla suddivisione del potere tra tue augusti e due cesari.

In segno di pace, a Serdica (l’attuale Sofia) vengono creati tre nuovi cesari: Crispo e Costantino il Giovane, entrambi figli di Costantino, e il figlioletto di Licinio e Costanza che porta lo stesso nome del padre.

I due imperatori sono divisi sull’atteggiamento verso i cristiani: Costantino li favorisce, Licinio li combatte.

Lattanzio raffigurato in una pittura murale del IV secolo

Il cristiano Lattanzio precettore dell’erede al trono Crispo Lattanzio, scrittore e apologeta cristiano di grande fama, viene chiamato a Treviri, in Gallia, da Costantino per fare da precettore al figlio Crispo. Una scelta rivelatrice della politica dell’imperatore verso i cristiani. Lattanzio infatti in una delle sue opere più famose, il De mortibus parsecutorum, descrive con molti particolari, le persecuzioni di Diocleziano e degli altri imperatori romani sino all’editto di Milano. E ammonisce: prima o poi tutti sono stati colpiti dalla punizione divina e hanno concluso in modo tragico o inglorioso la propria vita. Per lui, nel mondo, c’era un senso vivo del male. Ma lo scoppio d’ira di Dio “atterra i malvagi”. Lattanzio fu riscoperto nel Rinascimento da autori come Angelo Poliziano e Pico della Mirandola e per il suo periodare elegante si guadagnò il soprannome di “Cicerone cristiano”.

318 – Costantino rafforza ovunque i suoi confini. Per combattere i barbari ma anche per preparare un nuovo conflitto contro Licinio. L’imperatore viaggia per molto tempo lungo il limes dell’Illirico, costruisce nuove teste di ponte, potenzia le flotte fluviali e marittime e costruisce nuovi arsenali militari.

Testa in marmo di Costantino (Metropolitan Museum of Arts, New York)

319 – A Roma Costantino fa costruire la prima basilica di San Pietro. L’antica basilica di San Pietro in Vaticano è la più grandiosa delle chiese cimiteriali fatte edificare da Costantino a Roma. Nasce intorno al 319 nel luogo della tomba di Pietro, in un punto accidentato che presenta dislivelli di oltre dieci metri: nell’area sono ancora presenti i resti del circo di Caligola, teatro delle feroci persecuzioni ordinate da Nerone contro i cristiani durante le quali l’apostolo Pietro aveva subito il martirio. Cinque navate e centoventi altari: una costruzione grandiosa, simile alla Basilica di San Paolo fuori le Mura. Verrà demolita secoli dopo per fare spazio alla chiesa monumentale di oggi.

320 – Licinio attacca in modo formale il potere della Chiesa. Vieta i sinodi, restringe l’attività del clero ed espelle i cristiani da tutte le cariche governative.

321 – La domenica diventa giorno di festa Nulla come il calendario scandisce la vita dei cittadini. Un decreto emanato nel 321 vieta il lavoro la domenica per tutte le categorie sociali ad eccezione dei lavoratori agricoli. È l’inizio di una legislazione filocristiana. Soprattutto perché non lavorano i giudici: lo stato protegge così i cristiani nel giorno in cui si devono recare in chiesa. Nel decreto, conservato nel Codex Iustinianus, non viene usata la parola domenica ma il termine dies solis, il giorno del sole. Anche perché se fosse stato utilizzato il nome cristiano la legge sarebbe stata incomprensibile per la maggior parte dei cittadini. Così invece, tutti possono capire, cristiani e pagani. Qualche decennio, dopo un’altro decreto proibirà ai giudici di chiamare in tribunale i giudei di sabato, loro giorno di festa.

Piede di Costantino, frammento di statua conservata nel cortile del Palazzo dei Conservatori, presso i Musei capitolini a Roma

Costantino sposta il suo esercito nella regione illirica. Licinio lascia la Tracia e la Mesia e si ritira in Anatolia.

322 – Goti e Sarmati saccheggiano le due provincie abbandonate da Licinio.

323 – I Goti continuano a devastare i territori imperiali. Costantino lascia il quartier generale di Tessalonica, sconfina in Tracia e doma i barbari. Ordina di non pagare più il tributo annuale ai Goti. I barbari vengono assoldati come mercenari nel suo esercito (in 40.000 secondo lo storico Giordane).

Licinio protesta per lo sconfinamento di Costantino nei suoi territori. Le rimostranze si susseguono per mesi.

324 – Dopo sette anni riesplode la guerra civile: resa dei conti tra Licinio e Costantino.

Licinio raccoglie vicino Adrianopoli un esercito di 300.000 fanti e 15.000 cavalieri, insieme ad una flotta di 350 navi.

Costantino ammassa le sue truppe vicino Tessalonica: ha un esercito di 120.000 uomini formato dalle genti più bellicose d’Europa. La sua flotta non ha più di duecento navi.

Licinio ha una flotta che è quasi il doppio di quella del rivale ma non sfrutta il suo grande vantaggio sul mare e attende l’esercito di Costantino al riparo di Adrianopoli.

Le province dell’impero romano nella sua massima espansione

Licinio viene sconfitto prima nello scontro terrestre di Adrianopoli e poi in quello navale dell’Ellesponto per poi soccombere al suo rivale il 18 settembre nella decisiva battaglia di Crisopoli (l’attuale Uskudar).

Licinio fugge a Nicomedia insieme a quel che resta del suo esercito ma viene inseguito e catturato.

Costanza, sorella di Costantino e moglie di Licinio intercede verso il fratello. Chiede che al marito venga risparmiata la vita in cambio della abdicazione al trono. L’imperatore sconfitto è costretto a prostrarsi ai piedi di Costantino e ad implorare la pietà del vincitore.

Licinio viene confinato a Calcedonia. Ma la sua sentenza di morte è solo rimandata: viene ucciso un anno dopo, dopo essere stato accusato di complottare per tornare sul trono.

Costantino I è Totius orbis imperator, imperatore del mondo intero.

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Le banche, una rivoluzione

Brutale. Maledetto. In una parola, oscuro. Per tanti di noi cos’è il Medioevo se non questo? Ma fu davvero così? Assolutamente no. Fu, spesso, tutt’altro. Una grande epoca di sperimentazioni, sociali e del potere. Di invenzioni (dagli occhiali alle note musicali). E di innovazioni. Tra tutte emergono le idee nuove del mercato e dell’economia, e la banca è il parto meglio riuscito di questo nuovo mondo della ricchezza alla riscossa.

Il cambiavalute e sua moglie, Quentin Massys, 1514 (Museo del Louvre, Parigi)

Essa nasce da una necessità, lampante. Serve a depositare danaro, certo. Ma la rivoluzione che genera è insita nella nuova, incredibile chance che offre: di poter muovere il denaro senza farlo muovere.

Non è un paradosso, ma l’uovo di Colombo, che cambia, in maniera rivoluzionaria, la maniera di intendere il capitale. Il fenomeno di punta della grande trasformazione commerciale che anima l’Europa dal Duecento in avanti, basato su nuove tecniche di conto, di calcolo e di gestione del danaro.

Ritratto di Luca Pacioli, attribuito a Jacopo de’ Barbari, 1495 (museo nazionale di Capodimonte). Fra Luca Pacioli è considerato l’inventore della partita doppia. Nella Summa de arithmetica, geometria, proportioni et proportionalità, mandata alle stampe nel 1494, illustra per la prima volta nei dettagli il metodo contabile

Immaginate infatti d’ora in poi un mondo non più costretto a muovere ingenti quantità di danaro, difficile e pericoloso da trasportare, quasi immobile. Ma un universo mobile, aereo, fatto di leggeri e volatili pezzi di carta, con un percorso che va dalla lettera di cambio alla cambiale e al moderno assegno circolare; costruito su contabilità sempre più complesse, dominate da un’altra innovazione medievale: la partita doppia.

Nel corso di questo turbinoso ed elettrizzante XIII secolo, in Italia le banche crescono e prosperano. Non è forse questa l’epoca delle fortune improvvise e dei “facili guadagni”, come avrebbe detto Dante? Di specialisti se ne trovano in diverse città. Si muovono ancora in maniera embrionale: sono cambiavalute, prestatori, mercanti con un piede più nel commercio che nella finanza.

In Toscana però, prima che altrove, gli operatori tendono a specializzarsi, grazie soprattutto al rapporto privilegiato con la principale potenza finanziaria del tempo, il Papato, che ha assoluto bisogno di gente che sappia raccogliere e far transitare nelle sue casse le decime che la Cristianità è tenuta a versare per la sopravvivenza della Chiesa – e per la sua grandezza! -. Si muovono i Senesi, con la gran tavola dei Bonsignori. Ma meglio faranno, nel corso del Trecento, i grandi banchi fiorentini, come la joint venture dei Bardi, Peruzzi e Acciaiuoli che avvilupperanno, nei loro tentacoli, oltre il Papato, due tra le maggiori monarchie del tempo, l’inglese e di Napoli.

In una trama di crediti, debiti, franchigie, facilitazioni ed interessi che raggiunse cifre di portata clamorosa, con deficit difficilmente sopportabili per questi stati dall’assetto amministrativo e fiscale ancora fragile.

Mappa della massima penetrazione in Europa della Gran Tavola dei Bonsignori e degli altri maggiori banchieri della Repubblica di Siena nel XIII secolo

Il contesto bancario commerciale italiano non va immaginato come modesto ma assume già allora una scala europea. I capitali si spostano da un luogo all’altro, con una facilità insospettata fino ad allora, laddove ci fosse maggiore bisogno di investimenti, con una cadenza che va dalle coste mediorientali del Mediterraneo alle città fiamminghe, all’Inghilterra della lana o alle città anseatiche, come Lubecca o Amburgo. Ma gli agganci non si limitano all’Europa. Si spingono fino al mondo musulmano e guardano, con vigore, alle ricchezze cinesi, lungo le vie della Seta fino al Catai.

Una dimensione diremmo oggi globale. Non si tratta di un azzardo interpretativo. Ne erano consapevoli gli stessi protagonisti di questo boom. Gente come il genovese Benedetto Zaccaria. Oppure i fratelli Vivaldi, che tentarono il “folle volo” cercando di raggiungere inutilmente l’Oriente attraverso la rotta occidentale che sarà poi di Colombo. O i Polo. O uomini come Francesco Pegolotti che nella overture della sua “Pratica di mercatura” traccia come primo e principale itinerario commerciale da seguire quello verso la Cina, fino a Pechino. Uno spirito nuovo anima questo tempo. I protagonisti si sentono eroici. Invincibili. Consapevoli che nessun ostacolo si contrapponesse tra loro e il successo.

Quella crisi, che si scatena nel Trecento, oggi gli storici la chiamano in tanti nomi, anche roboanti, come stagflazione. Ma manteniamoci bassi: quello che accadde fu che la macchina finanziario-commerciale si bloccò.

Il successo: un sogno in cui cadono in tantissimi, donne e uomini. Che però non avevano calcolato una cosa: che, con la banca, si genera anche il suo opposto, cioè’ la crisi della banca. Nessuno avrebbe infatti immaginato che questa macchina meravigliosa prima o poi si sarebbe inceppata. Che c’erano dei meccanismi che la gente dell’epoca pensava di governare ed invece erano ingovernabili.

La sede del Banco di San Giorgio a Genova, fondata nel 1407 come Officium comperarum et bancorum Sancti Georgii

Il motore si ingolfò, ingrippandosi, senza dare cenni di movimento. Questo sul lungo periodo. Nell’immediato, invece, il troppo credito garantito alle monarchie inglese e napoletana si rivelò un disastro, perché i due sovrani non avevano danaro da restituire, impegnato com’era in guerre (per esempio nella fase iniziale della guerra dei Cent’anni) o in mala gestione politica e finanziaria.

Si parla di una cifra incredibile, che superava un milione di fiorini. Conseguenza? Il fallimento della joint venture Bardi-Peruzzi-Acciauoli, incapace di far fronte al passivo di cassa e all’assalto degli sportelli da parte dei correntisti a dir poco imbufaliti. Fatto che si trascinò dietro di sé, con un indescrivibile effetto domino, tante altre banche medie, piccole, minori con un’onda che colpì una massa composita, che andava dal papa all’ultimo negoziante, con uno shock da cui ci si riprese a fatica.

Solo con una nuova rivoluzione finanziaria che comincia alla fine del Trecento ed ha magnifici artefici, come Francesco di Marco Datini, i Medici o Adamo Centurione, uno dei padri del Banco di San Giorgio.

Amedeo Feniello

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La nascita di Costantinopoli

Quando pensava a una nuova capitale per il suo impero, Costantino Il Grande (280-337) aveva in mente Serdica, l’attuale Sofia, oggi capitale della Bulgaria.

Il volto della statua colossale di Costantino I (Musei Capitolini, Roma)

Una predilezione su cui concordano le principali fonti storiche. Espressa già prima di superare una serie interminabile di battaglie dalla quale, alla fine, emerse come il vincitore in una lunga e spietata lotta per il potere che nell’arco di 18 anni coinvolse, insieme a lui, ben altri 8 imperatori, a partire da suo padre il generale Costanzo Cloro, chiamato così, “chlorus”, per il pallore dell’incarnato. Massimiano, Galerio, Severo, Massimino Daia, Licinio, Massenzio e il vecchio Domizio Alessandro, un “usurpatore” che nel 308 ebbe l’idea di farsi acclamare augusto d’Africa: nel 326, tutti gli augusti erano tutti svaniti nel gorgo di vicende terribili e tumultuose. Ora c’era un solo impero. E soprattutto un unico imperatore.

Mancava solo una capitale costruita a sua immagine e somiglianza. Ogni imperatore, sul modello di Alessandro Magno ne aveva scelta una nelle varie regioni dell’impero, a volte adottando una città, a volte fondandone una ex novo.

“La mia Roma è Serdica”, ripeteva Costantino a se stesso e a chi gli era intorno. La scelta, almeno all’inizio, lo convinceva per due ottimi motivi. Il primo era affettivo: sentiva quelle aspre terre dell’Illiria, della Tracia e della Pannonia, comprese tra il Mar Nero, l’Adriatico e l’Egeo, come la sua vera patria. Lì era venuto al mondo suo padre. Lui stesso era nato nella città fortificata di Naisso, lungo il fiume Nišava, nell’attuale Serbia, a poco più di un centinaio di miglia da Serdica. Provenivano dal cosiddetto triangolo illirico anche tutta un’altra serie di imperatori, ascesi al potere a partire dal 268. Idoli dei legionari, tutti di origine plebea: da Claudio il Gotico ad Aureliano, fino a Probo e al grande Diocleziano. Soldati ruvidi e coraggiosi. Figli del limes danubiano ma per molti versi più romani dei romani.

L’altro motivo era una disaffezione che in alcuni periodi arrivò a rasentare l’odio: in realtà, Costantino, inebriato del mito di Roma non ne sopportava i cittadini. E i romani, in fondo, non amavano lui. Almeno quanto lui volesse. In riva al Tevere, si criticava l’amore per i fasti orientali di un imperatore che, ornato di bracciali e collane, nel momento del trionfo aveva ignorato la rituale ascesa al Campidoglio e non aveva reso grazie a Giove, simbolo eterno della grandezza di Roma. Non solo: Costantino aveva sciolto la guardia pretoriana di Massenzio e abolito i popolari giochi dei gladiatori, oltre ad aver riempito di chiese una città nella quale insieme ai nuovi, tanti cristiani, convivevano, soprattutto nelle fasce più abbienti della popolazione molti cittadini che praticavano ancora i riti dei loro padri. L’antipatia era manifesta. E ricambiata. Quella grande, cinica e corrotta città, appariva a Costantino sempre più lontana e ingovernabile. Soprattutto dopo l’uccisione di Crispo (302-326), quando si moltiplicarono i sarcasmi, le critiche e le condanne, sempre meno velate, per l’autocrate capace di mettere a morte anche suo figlio.

L’imperatore aveva da tempo preso coscienza di un fatto: Roma non poteva più essere il centro del mondo e il cuore dell’impero. Ne rimaneva il nome, quello sì, immortale: Caput Mundi. E la gloria perduta. La bussola della storia seguiva quella dell’economia e del potere militare e politico. E indicava l’Oriente.

Il realismo politico vinse sulle ragioni del cuore anche per Serdica capitale: l’antico oppidum dei Traci aveva una posizione geografica sfavorevole, inadatta a un adeguato controllo di un impero così vasto.

L’estensione dell’impero romano alla morte di Costantino I

Dopo la vittoria del 18 settembre 324 a Crisopoli contro Licinio, un nuovo sogno orientale abbagliò Costantino: Troia, la città madre di Roma, poteva, anzi, doveva essere la sua nuova capitale. La posizione geografica era eccellente. E il fascino del luogo appariva irresistibile: una Nuova Roma proprio nella patria di Enea. La nascita di un nuovo mondo là dove tutto era iniziato. Un ritorno alle origini del mito.

Zosimo, scrittore bizantino del VI secolo, autore di una storia di Roma in sei libri, ci ricorda che il luogo preciso scelto per la fondazione della nuova capitale era situato tra l’antica Ilio e il capo Sigeo: l’imperatore

vi pose le fondamenta ed eresse una parte del muro che ancora oggi possono vedere quelli che navigano verso l’Ellesponto.

Jacob Burckhardt, il grande storico di Basilea vissuto nel XIX secolo, descrisse in modo vivido la determinazione di Costantino: “Si recò di persona là dove da millenni si sacrificava sui tumuli degli eroi di Omero; sulla tomba d’Aiace, intorno all’ex campo greco, tracciò il perimetro della futura città”.

Sembrava fatta. Ma all’improvviso i lavori cessarono. Costantino aveva di nuovo cambiato idea. Un ripensamento sul quale, a distanza di secoli, è difficile fare piena luce. Forse fu dettato da opportunità politiche o dai consiglieri cristiani dell’imperatore, contrari alla costruzione della nuova capitale del mondo sulle rovine di quella che era la più mitologica delle città pagane. Ancora una volta, molti anni dopo, quando il Cristianesimo si era ormai affermato in tutto l’impero, la propaganda imperiale spiegò la vicenda parlando di una visione: Dio stesso aveva ordinato a Costantino di fermarsi.

Dove doveva sorgere la Nuova Roma? L’imperatore pensò anche a Tessalonica, l’attuale Salonicco. Ma la ricca città fondata dai Macedoni e chiamata con il nome della sorellastra di Alessandro Magno, era già stata la capitale di Galerio, il primo augusto della tetrarchia dopo il ritiro a vita privata del vecchio Diocleziano. Allora la scelta, che sembrava quella definitiva, cadde su Calcedonia, la colonia greca nel mar di Marmara, che sorgeva sulla sponda asiatica del Bosforo. Ma fu un altro segno del destino, questa volta pagano, a cambiare il corso delle cose.

Leggenda vuole che alcune aquile, rubassero le funi con le quali i progettisti di Costantino stavano misurando il perimetro della futura capitale dell’impero e le portassero in volo sull’altra riva, a Bisanzio, la città costruita dai Greci nel VII secolo avanti Cristo.

Il Bosforo in una foto da satellite

L’imperatore aveva già visitato il luogo due anni prima, quando aveva sconfitto Licinio, il suo ultimo concorrente al trono. Appariva perfetto: al confine tra l’Asia e l’Europa e in una posizione strategica, dalla quale si potevano controllare sia i commerci via terra tra i due continenti che le rotte marittime dal Mar Egeo al Mar Nero.

Bisanzio sorgeva su una penisola che per tre lati era difesa dalle acque: ad est il Bosforo, a nord il Corno d’Oro e a sud il Mar di Marmara. Per via di terra era accessibile da un solo lato, ad occidente. Ma lì si poteva difendere con un adeguato sistema di mura. La città era collegata alla regione balcanica e all’Adriatico attraverso la via Egnatia e alla frontiera siro-persiana grazie ad una strada militare che tagliava in due la penisola anatolica.

Nella scelta del sito di Bisanzio, c’erano da metter in conto anche fondamentali esigenze strategiche. Dalle rive del Bosforo la vigilanza diretta dei confini imperiali appariva più agevole. E si potevano controllare meglio le crescenti ambizioni del risorto impero persiano.

Non si trattava di costruire ex novo una nuova capitale. Ma Costantino volle comunque un tradizionale e solenne rito di fondazione. Gli astrologi considerarono come favorevole la posizione delle stelle. E gli àuguri, attraverso il volo degli uccelli, accertarono la benevolenza degli dei. Nelle sue vesti di sommo sacerdote, con la cerimonia della limitatio, l’imperatore tracciò sul terreno con una lancia i confini della città a lui consacrata e quadruplicò l’ampiezza della antica colonia greca.

Nel 326 fu posata la prima, simbolica pietra.

Elena con suo figlio Costantino il Grande e la Vera Croce in una icona ortodossa bulgara

L’imperatore impresse un ritmo frenetico ai lavori. La penisola sul Bosforo divenne il luogo del più grande cantiere dall’epoca dell’incendio di Roma al tempo di Nerone. Migliaia e migliaia di lavoratori accorsero a Bisanzio da ogni lato dell’impero. Bisognava far presto. Costantino fece ampliare e restaurare i precedenti edifici voluti a Bisanzio da Settimio Severo. L’ippodromo venne ricostruito in direzione del mare. Accanto fu edificato il Gran Palazzo: un immenso sistema di edifici di quasi 100mila metri quadrati con terrazze e giardini che digradavano dolcemente verso il Mar di Marmara. Statue e preziosi marmi policromi abbellirono le Terme. E nell’area oggi compresa tra la basilica di Santa Sofia e la Moschea Blu, nacque il Foro: una grande piazza pubblica, delimitata da quattro portici (tetrastoon). Era l’Augusteion, chiamato così in onore di Elena, l’augusta, l’imperatrice madre che un tempo era stata una locandiera e che ora partecipava alla gloria di quel figlio nato da una relazione con Costanzo Cloro, padrone del mondo conosciuto e a cui tutti si prosternavano come fosse un dio.

Come Roma, Costantinopoli sorgeva su sette colli e venne divisa in quattordici distretti amministrativi. E come Roma si arricchì di grandiosi edifici pubblici, collegati tra loro da una strada imponente: la Mese (la “via di Mezzo”) larga 25 metri e costeggiata da portici colonnati, all’interno dei quali trovarono spazio negozi di ogni tipo.Ad est, la Mese iniziava dal Milion, una colonna miliare d’oro dalla quale si poteva misurare la distanza che separava Costantinopoli dalle province dell’impero. Nacque un più efficiente sistema di mura fortificate. Un grande acquedotto e grandi cisterne assicuravano l’approvvigionamento idrico.

Sul modello romano, Costantino istituì anche un Senato. Ma non voleva soppiantare Roma, o perlomeno l’idea di Roma: per lungo tempo nei ranghi dello stato romano, i senatori che vivevano in riva al Tevere rimasero più importanti di quelli di Costantinopoli. Tanto da essere chiamati clarissimi, mentre quelli della città sul Bosforo venivano appellati soltanto come clari. Quanto al potere, per entrambi le classi senatoriali era ridotto. Quelli di Costantinopoli erano assoggettati completamente all’imperatore. Vennero reclutati pressoché tutti dai territori orientali. Questo fatto ebbe conseguenze importanti: nella compagine imperiale il Senato di Roma si trovò, di fatto a rappresentare l’elemento latino. Quello di Costantinopoli soltanto l’elemento greco. Una contrapposizione che in futuro avrebbe segnato una ulteriore frattura tra la pars orientis e la pars occidentis dell’impero.

Costantino, come a Roma, volle un Prefetto che governasse la città. Ma come per il Senato, era un ruolo formale. Quello che davvero contava era la volontà dell’imperatore.

Costantinopoli illustrata da Hartmann

Nella nuova, grande città, pagani e cristiani ottennero spazi paritari. E accanto ai templi nacquero chiese di grande bellezza.

Per sostenere i grandiosi lavori della sua capitale, Costantino utilizzò enormi somme di denaro, fece abbattere i boschi del Ponto Eleusino e svuotare le celebri cave di marmo dell’isola di Proconneso.

Molte città vennero spogliate dei loro tesori: meraviglie dell’arte antica destinate ad abbellire la nuova capitale. Solo nell’area dei bagni pubblici vennero sistemate ottanta grandi statue bronzee. Le cronache citano una statua di Pallade da Lindo e un’altra di Zeus che proveniva da Dodona, il centro dell’Epiro sede degli oracoli dedicati alle divinità pelasgiche. Sulla “spina” dell’Ippodromo vennero sistemati i quattro celebri cavalli, scolpiti nel bronzo di Corinto e attribuiti a Lisippo, che dopo la quarta crociata (1204) furono portati nella basilica veneziana di San Marco. Nel “sacco di Costantinopoli” i crociati distrussero anche una splendida statua di bronzo che raffigurava Ercole, anch’essa di Lisippo. Sappiamo anche di un’altra statua di Zeus, opera di Fidia, che finì bruciata in un incendio nell’anno 462. Un gruppo di Muse dall’Elicona vigilava sulle decisioni del Senato. Girolamo (347- 420) padre della Chiesa, dopo la morte di Costantino, vergò parole di condanna per quel caotico costruire:

Inaugurano Costantinopoli mentre quasi tutte le città vengono spogliate.

Ancora più severo fu, nell’Ottocento, Burckardt che addebitò all’imperatore quello che apparve

il più vergognoso e immane saccheggio della storia.

L’atto di fondazione fu grandioso e segnato dai riti con i quali, mille anni prima, era stata consacrata Roma. L’11 maggio 330 fu celebrata la cerimonia della dedicatio.

Per Costantino, la Nuova Roma doveva richiamare sempre l’antica. Alle due città venne assegnato lo stesso nome segreto, Flora, che doveva rimanere per l’eternità ed essere suggellato da pratiche misteriche in grado di assicurare alla nuova città la stessa fortuna di quella fondata da Romolo il 21 aprile del 753 avanti Cristo.

Sull’11 maggio 330, il giorno della nascita di Costantinopoli, i resoconti delle fonti storiche, tanto per cambiare, sono discordanti. Eusebio di Cesarea, vescovo e storico, apologeta dell’imperatore, afferma che la nuova e grande città fu consacrata al Dio dei martiri cristiani. La Chronographia del greco-siriano Giovanni Malala, scritta due secoli dopo i fatti (560 circa) sostiene invece che prima della dedicatio, l’imperatore avrebbe fatto trasportare in segreto da Roma il Palladium, l’antica e venerata effige lignea che Enea avrebbe portato da Troia nel Lazio. Un talismano che in modo arcano aveva protetto per secoli le sorti del Caput Mundi e che ora tornava in Oriente a trasferire il mito dell’invincibilità a Costantinopoli.

La Colonna di Costantino(foto: Jose Mario Pires)

L’imperatore avrebbe fatto seppellire il simulacro troiano sotto una gigantesca colonna, alta 32 metri e formata da sette blocchi cilindrici di porfido sovrapposti. Nel corso della fondazione della città venne posizionata proprio al centro del Foro e in suo onore fu chiamata Colonna di Costantino. Giovanni Malala ci informa che

sulla sua colonna egli pose la sua statua, che ha sul capo sette raggi.

Nel centro della sua città e anche del suo impero, Costantino volle essere raffigurato come una divinità solare: Helios Apollo “il sole che tutto domina con lo sguardo”, come recitava un’altra iscrizione usata dai suoi sudditi di Termesso, una città sui monti Tauri.La Colonna di Costantino conosciuta anche come “Colonna bruciata” o “Pietra cerchiata” è il solo resto importante sopravvissuto all’età del fondatore di Costantinopoli.

Costantino non rinunciò mai alla sua funzione di Pontifex maximus. Un imperatore “papa” affascinato dal monoteismo al quale si era avvicinato già al tempo della guerra contro Massenzio. Lo storico Franco Cardini sottolinea l’atteggiamento ambiguo dell’imperatore di fronte al credo religioso. Certo, era attratto dal cristianesimo della madre Elena. Ma per lungo tempo più che monoteista “fu enoteista: adorava una divinità suprema accompagnata da altri dei”.

La tradizione cristiana vuole che nel 337, sentendo la morte vicina, volle essere battezzato. Tra i tanti edifici nati durante la fondazione di Costantinopoli, l’unico che fu completato prima della sua morte fu la chiesa dei Santi Apostoli. Il sarcofago dell’imperatore venne posto in posizione centrale tra i cenotafi dei dodici apostoli.

Un altro segno di come Costantino volle passare alla storia: un “isoapostolo”. Uguale agli Apostoli. Quasi un omologo di Cristo.

Federico Fioravanti

Bibliografia sulla civiltà bizantina: Georg Ostrogorsky, Storia dell’impero bizantino, Einaudi, 1993. Silvia Ronchey, Lo Stato bizantino, Einaudi, 2002. Cécile Morrison, Il mondo bizantino, Einaudi, 2004 – Edizione italiana a cura di Silvia Ronchey e Tommaso Braccini. Charles Diehl, La civiltà bizantina, Garzanti, 1962. Steven Runciman, La civiltà bizantina, Ghibli, 2014. Gerhard Herm, I bizantini, Garzanti, 1997. Cyril Mango, La civiltà bizantina, Laterza 2019. Umberto Eco (a cura di), L’Antichità, Encyclomedia, 2012.

Bibliografia su Costantino Il Grande, Bisanzio e Costantinopoli: Eusebio di Cesarea, Vita di Costantino, BUR 2009. Timothy Barnes, The New Empire of Diocletian and Constantine, Cambridge, MA: Harvard University Press, 1982. Tommaso Braccini, Bisanzio prima di Bisanzio. Miti e fondazioni della nuova Roma, Salerno, 2019. Richard Krautheimer, Tre capitali cristiane. Topografia e politica, Einaudi, 1987.Augusto Fraschetti, La conversione. Da Roma pagana a Roma cristiana, Laterza 2004. J. Burckhardt, L’età di Costantino il Grande, Firenze, 1990. Manfred Clauss, Costantino e il suo tempo, Il Mulino, 2013. Alessandro Barbero, Costantino il Vincitore, Salerno Editore, 2016. Eberhard Horst, Costantino il Grande, Milano, 1987. A. Marcone, Pagano e cristiano. Vita e mito di Costantino, 2002. Roger Rémondon, La crisi dell’impero romano, da Marco Aurelio ad Anastasio, Milano, 1975. Furio Sampaoli, Costantino il grande e la sua dinastia, 1955. Umberto Eco (a cura di), L’Antichità, Encyclomedia, 2012. Antonio Spinosa, La grande storia di Roma, Mondadori, 1996. Michael Grant, Gli imperatori romani. Storia e segreti, Newton&Compton editori, 2005. Giuseppe Corradi, Gli imperatori romani, Torino, 1994.

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L’uomo dalla barba blu

Una fantasia che rispetta la Storia. È in libreria L’uomo dalla barba blu. Gilles de Rais e Giovanna d’Arco nel labirinto delle menzogne e delle verità (Giunti, 2020). Un appassionante romanzo sulle fosche vicende di un serial killer del primo Quattrocento: maresciallo di Francia, barone di Laval, signore di una catena di castelli tra Bretagna, Vandea e Poitou, compagno fedele di Giovanna d’Arco ed eroe della guerra contro gli inglesi. La vera storia di Gilles de Rais, accusato di aver ucciso decine e decine di bambini, è ancora più feroce di quella di “Barbablu”, il terribile personaggio della fiaba di Perrault, che si ispirò a quelle tragiche vicende. Una leggenda nera. Un processo infamante. E un retroscena politico sconosciuto ai più.

Questa è una vecchia storia terribile. L’hanno raccontata già in tanti: ma sempre tradendola, manipolandola, stravolgendola. L’hanno trasformata ora in un racconto agiografico, roba di santi e magari di miracoli; ora in una fiaba misteriosa e crudele; ora in una cronaca irta di fatti di sangue, di contratti notarili falsificati, di eredità contestate, di lupi travestiti da agnelli e di lupi veri.

L’uomo dalla barba blu di Franco Cardini e Marina Montesano (Giunti editore, 2020)

Parliamo di un tempo lontano che, pure, ha straordinarie analogie con il mondo di oggi. In questi primi anni del XXI secolo il mondo sta ancora vivendo una lunga, dura stagione di conflitti avviata nel 1914, in quella “Prima guerra mondiale” che ormai ci appare come la fase iniziale di un solo, lungo braccio di ferro tra un blocco eurocentrale autoritario opposto a un mondo russo autocratico e a un Occidente democratico divisi, lontani eppure alleati fra loro. Un conflitto che non si è esaurito nella “guerra dei Trent’anni” 1914-1945, ma i postumi del quale, proiettati sul Vicino Oriente, sull’Asia, sull’Africa e sull’America latina, proseguono ancora oggi. Stiamo vivendo, dal fatale colpo di pistola di Sarajevo ai giorni nostri, un’interminabile, nuova “guerra dei Cent’anni” che ha anzi ormai valicato i limiti di durata del secolo. Così oggi non era troppo diverso nemmeno allora.

Seicento anni or sono, più o meno, l’Europa è ancora sconvolta da una guerra che dura ormai dalla metà del Trecento e non accenna a estinguersi. La posta in gioco è davvero altissima: nientemeno che la corona di Francia, contesa tra i due rami della medesima dinastia, quella capetingia.

Nel 1328 muore Carlo IV. Suoi illustri antenati sono stati il glorioso san Luigi ma anche il cupo Filippo IV, padre del re ora scomparso. Ai sensi della “Legge salica” non c’è alcun dubbio: la corona deve andare al pretendente di sesso maschile più prossimo; ma Carlo non ha avuto figli e pertanto il designato è Filippo di Valois, cugino del defunto, che ascende al trono col nome di Filippo VI. Tuttavia, a rivendicare i propri diritti di successione insorge il giovane Edoardo III, re d’Inghilterra e figlio della principessa Isabella, sorella di Carlo IV. Il sovrano deceduto sarebbe quindi zio del pretendente inglese: la linea di parentela è femminile, ma la parentela in sé è più prossima.

D’altronde, fin dall’XI secolo i sovrani d’Inghilterra altro non sono che dei vassalli dei re di Francia per le terre che posseggono oltre la Manica. E, nonostante con la pace di Parigi del 1259 siano stati costretti a rinunziare a Normandia, Maine, Angiò e Poitou, restano pur sempre vassalli del re di Francia in quanto duchi di Guienna, ovvero d’Aquitania, nell’estremo sud-ovest del regno.

In un primo tempo Edoardo finge d’accettare la scelta dei giuristi che a Parigi si erano pronunziati a proposito della successione. Ma qualche anno dopo, nel 1339, cogliendo al volo l’opportunità di un’ennesima rivolta nelle Fiandre entra in conflitto contro Filippo VI per strappargli la corona. Va da sé che non è per nulla improbabile che, a fomentare quei tumulti, sia stato proprio lui. L’Inghilterra è del resto molto legata alle città fiamminghe, le cui fiorenti manifatture hanno bisogno dell’ottima lana inglese per confezionare i loro splendidi e ricercati tessuti.

Nessuno poteva certo allora immaginarlo, ma è cominciata così una guerra tanto lunga da esser detta “guerra dei Cent’anni”. In realtà sono stati un po’ di più: il conflitto si sarebbe concluso infatti definitivamente solo nel 1453.

La genealogia dei re di Francia, Inghilterra e Navarra dal 1270 al 1387 (grafico: Festival del Medioevo)

È un tempo durissimo, anche per il clima: il peggioramento già avviato fin dall’inizio del Trecento sarebbe culminato nella “piccola era glaciale”, tra la fine del Cinquecento e il Settecento. Vi parleremo di tempi di carestie e pestilenze, di rabbia e vendetta, di paura e superstizione, di brevi torride estati devastate dalla pestilenza e di lunghi gelidi inverni di fame, quando i lupi si nutrivano di vento.

In questa Francia del XV secolo, sconvolta dalla guerra dei Cent’anni, hanno luogo le drammatiche vicende di una contadina-pastorella della regione dei Vosgi presentatasi d’incanto come vergine guerriera; e quelle di un cupo ed enigmatico gran signore bretone, un bel cavaliere spietato in battaglia e tenebroso nel cuore. Sono destinati a morire della stessa orribile morte, a distanza di un decennio circa l’una dall’altro, prima lei a Rouen di Normandia quindi lui a Nantes di Bretagna: Giovanna la Pulzella, detta Giovanna d’Arco, e Gilles de Montmorency-Laval, sire di Rais.

Le vite dei due giovani avrebbero potuto magari unirsi: vivono invece solo una breve, feroce stagione assieme, nel nome della fede nel loro Dio e dell’amore per il loro re, Carlo VII, che avrebbe tradito entrambi. Due vite divorate l’una dopo l’altra dalle fiamme d’una giustizia che pretende di essere divina.

Il sigillo di Gilles de Rais

Gilles de Montmorency-Laval nasce fra 1404 e 1405 nella Torre nera del castello di Champtocé-sur-Loire, dimora del nonno materno Jean de Craon. Figlio di Guy II de Laval-Rais e di Marie de Craon, inalbera a sua volta i titoli di barone di Rais e conte di Brienne. È imparentato con tutte le grandi famiglie della Francia occidentale. Giovanna vede invece la luce a Domrémy in Lorena, nei Vosgi, pochi anni dopo, intorno al 1412, in una famiglia non umile ma comunque appartenente al popolo.

I due hanno dunque avuto un’infanzia assai diversa. Una vita di villaggio, spesso scossa dalle vicende belliche che minacciavano la zona ma segnata anche dalle crisi mistiche di una ragazzina, quasi una fanciulla, alla quale strane voci da lei ostinatamente identificate con quelle dell’arcangelo Michele e delle sante Margherita e Caterina parlavano del suo destino e di quello della Francia.

Dal canto suo, Gilles resta presto orfano di padre; ad assumerne la tutela prendendolo in custodia sarà il nonno Jean de Craon, che nel 1415 ha perduto il suo erede maschio in guerra, nella battaglia di Azincourt tra Carlo VI e Enrico V d’Inghilterra. Nonno e nipote sono stati direttamente coinvolti nella guerra, schierati a fianco della nobilissima dinastia dei Monfort di Bretagna.

Nel 1420, cinque anni dopo il fatale fatto d’arme, i due regni al di qua e al di là della Manica, Francia e Inghilterra, si riuniscono con il trattato di Troyes in un solo regno sotto lo scettro del valoroso vincitore, Enrico V d’Inghilterra. Mediatore del progetto è il più grande e saggio signore di Francia e d’Occidente, Filippo detto “il Buono”. Sembra in quel momento che la lunga guerra debba finire: ma il “delfino” Carlo, principe ereditario dello sconfitto Carlo VI di Francia, si oppone alla volontà del padre che ha accettato di abdicare. Pochi aristocratici lo seguono: fra questi Jean de Craon e suo nipote, i quali peraltro sono divenuti una specie di banditi che si approfittano del caos di questi anni.

Gilles de Rais in un’opera ottocentesca di Jean-Antoine-Valentin Foulquier

Ma non sono banditi qualunque. Cercano anche di farsi una cerchia di alleati e sfruttano a tale scopo lo strumento dell’unione nuziale. Gilles si fidanza con Catherine, figlia di Miles II de Thouars, che è anche sua cugina. Il legame così contratto viene però dichiarato nullo in quanto incestuoso, dato il troppo stretto rapporto di parentela fra i due giovani: allora Gilles ricorre a un antico stratagemma, rapisce la fidanzata e la sposa nel 1420. Le nozze finiscono col venir convalidate e portano a Gilles grandi ricchezze.

Nel 1422 muoiono però sia Enrico V re di Francia e d’Inghilterra sia lo spodestato Carlo VI: a questo punto, la rinnovata questione successoria oppone il delfino Carlo, che ha ovviamente impugnato l’accordo di Troyes, al duca di Bedford, fratello di Enrico V, che rappresenta in quanto reggente i diritti del piccolo Enrico VI sulla testolina del quale – ha appena dieci mesi – gravano ben due corone.

Nel 1427 Gilles de Rais ha ventisette anni e si trova a ricoprire importanti incarichi nell’esercito del delfino, conseguendo diverse vittorie. Tuttavia l’anno successivo gli inglesi scatenano un’offensiva; e, dopo aver a lungo esitato tra Orléans e Angers, decidono di porre l’assedio alla prima di queste due città che, chiave del medio corso della Loira sorge a nord del grande fiume, sulla sua riva destra, a guardia del solido ponte che unisce le due sponde: è pertanto una sentinella avanzata del delfino Carlo, detto sprezzantemente il “re di Bourges” in quanto signore solo di poche terre a sud della Loira. Se gli inglesi s’impadronissero di Orléans, tutto il suo fragile dispositivo di difesa crollerebbe.

È in tale contesto che entra in scena Giovanna d’Arco.

Questo racconto, dall’aspetto coscientemente labirintico (il labirinto della storia, che sembra avere molti esiti e forse è in realtà priva di esito; che presenta troppe verità e forse manca di Verità vera), è stato concepito alla maniera di un rosario mariano: i suoi tre “misteri” – il gaudioso della santità di Giovanna, il glorioso dello splendore mondano di Gilles e della sua vita principesca, il doloroso delle pene e delle miserie ch’essi nascondono e della fatica che costa lo scontarle – si snodano ciascuno in cinque capitoli, tanti quanti le “poste” di un rosario. A ogni capitolo, come a ogni giorno nella vita di ciascuno di noi, basta la sua pena: la vera sfida sta nel trovarne il complessivo senso.

Nel nostro caso, forse, il rovesciamento del giudizio consolidato a proposito di un uomo, di un evento, di un’epoca.

Franco Cardini e Marina Montesano

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