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Romualdo e Pier Damiani

Cluniacensi, Cassinesi, Camaldolesi, Avellaniti, Vallombrosani e Cistercensi: i secoli dello splendore e dell’egemonia del monachesimo benedettino nel bel libro I castelli della preghiera. Il monachesimo nel pieno medioevo (secoli X – XII) edito da Carocci e a cura di Glauco Maria Cantarella. Il volume contiene saggi dello stesso Cantarella e di Guido Cariboni, Nicolangelo D’Acunto, Umberto Longo, Giorgio Milanesi, Francesco Renzi e Enrico Veneziani. Ecco un estratto, a firma Umberto Longo, sul rapporto tra Romualdo e Pier Damiani.

Romualdo nacque a Ravenna intorno alla metà del X secolo da una famiglia di alto lignaggio. Dopo aver assistito a una violenta faida familiare, disgustato dalla violenza del mondo, il giovane decise di entrare nel monastero di Sant’Apollinare in Classe. Ben presto egli abbandonò il monastero, deluso dalla rilassatezza della vita che vi si conduceva, e seguì un eremita di nome Marino, con il quale intraprese un’itineranza eremitica tra il delta del Po e la laguna veneta.

Intorno al 978 i due eremiti, dopo aver incontrato il santo abate del monastero di San Michele di Cuxa Guarino, decisero di seguirlo fino ai lontani Pirenei. Al gruppo si unirono anche il doge di Venezia Pietro Orseolo e i due nobili veneziani Giovanni Gradenigo e Giovanni Morosini, che avevano deciso di abbracciare la vita monastica in rotta con le lotte politiche che insanguinavano la loro città.

San Romualdo in un dipinto del 1660 di Carl Johann Loth conservato alle Gallerie dell’Accademia di Venezia

A Cuxa Romualdo rimase per una decina d’anni circa, durante i quali visse in una celletta vicino al cenobio e poté perfezionare la sua formazione spirituale attraverso le letture degli insegnamenti dei Padri del deserto e di Giovanni Cassiano, grazie ai quali egli incominciò ad elaborare la sua rationabilitas eremitica.

Verso il 988 egli decise di tornare in Italia, ma prima di riuscire a partire dovette vincere l’opposizione della popolazione locale che pur di non perdere il sant’uomo tentò addirittura di ucciderlo. Giunto in Italia egli riprese la via della peregrinazione alternando periodi di solitudine e di predicazione.

Da allora la vita del santo eremita fu improntata dalla instancabile itineranza che lo condusse a fondare e riformare centri di vita religiosa non solo in Italia, ma anche in Istria, dove soggiornò per ben due volte, nel 1001 e, con ogni probabilità, dopo il 1009.

Nonostante la duplice esperienza istriana il centro dell’opera di riforma di Romualdo fu l’Italia, dapprima i luoghi inospitali e selvaggi del delta padano e poi, soprattutto, la regione appenninica. In queste zone impervie egli istituì numerose fondazioni anche se spesso di piccole dimensioni, grazie anche al sostegno dei potenti e dei vescovi locali.

Nella sua attività Romualdo poté godere sempre dell’appoggio imperiale. Fu infatti in strette relazioni con Ottone III e la sua corte e l’imperatore fu legato al santo da un intenso rapporto di venerazione e unione spirituale. Anche l’imperatore Enrico II tenne in particolare considerazione i consigli e gli ammonimenti del santo eremita.

Pier Damiani nell’opera del Maestro di San Pier Damiani, 1440 conservata a Faenza

Nella diocesi di Arezzo, intorno al 1023, Romualdo fondò l’eremo di Camaldoli, la sua filiazione più celebre, che ben presto divenne una congregazione e contribuì più di ogni altra alla sua fama presso i posteri. Romualdo non rimase a lungo a Camaldoli e riprese la sua opera di riforma itinerante fino a quando la morte lo colse intorno al 1027, recluso nella sua cella, in un’altra delle sue fondazioni, l’eremo di Val di Castro nei pressi di Fabriano.

Quando Pier Damiani compose la Vita Romualdi alcune fondazioni eremitiche romualdine erano già scomparse, in molte l’organizzazione vacillava e la memoria della vicenda e dell’insegnamento del santo rischiava l’oblio. Attraverso la rappresentazione di numerosi episodi relativi alla condotta di Romualdo nell’opera sono affrontati e descritti i cardini della esperienza eremitica vissuta e promossa da Romualdo secondo l’interpretazione e la proposta di Pier Damiani.

Il compito del santo riformatore Romualdo, per il biografo Pier Damiani che ha deciso di esserne discepolo e continuatore, è chiaramente esplicitato nel già ricordato capitolo 37 con l’icastica frase: «totum mundum in heremum velle convertere». Nella visione fortemente ideologica di Pier Damiani negli anni Quaranta dell’XI secolo non c’è dialettica tra il mondo e l’eremo, ma quello si deve convertire a questo.

La Vita Romualdi insieme agli altri scritti e all’intensa attività nella prima parte della sua vita testimoniano lo sforzo di realizzare tale programma. Attraverso l’esempio offerto dal santo Pier Damiani presenta il “suo” Romualdo, campione dell’eremitismo che per il giovane agiografo è già la forma più perfetta di esperienza di vita cristiana.

Jean Leclercq notava che la vita di Romualdo «est entourée de mystère» e si interrogava su quanto l’opera di Pier Damiani non fosse innanzitutto una testimonianza sull’autore stesso, non essendo rimasto alcuno scritto di Romualdo, né citato, né conservato dai suoi contemporanei. L’opera può e deve essere letta anche sulla base dell’incessante gioco di specchi che si costruisce tra agiografo e “agiografato”. In essa è presentato e proposto il Romualdo secondo Pier Damiani, il santo protagonista e l’agiografo sono una coppia inscindibile.

La spiritualità e l’idea religiosa di Romualdo, muto nella parola scritta, emergono potenti dalle sue fondazioni e dai suoi discepoli, tra i quali Pier Damiani spicca come il massimo erede. Egli dà voce e vita al maestro che si è scelto attraverso la sua biografia agiografica e il suo progetto di continuatore della riforma monastica e eremitica, all’interno della quale la figura di Romualdo diventa paradigma grazie alla sua indefessa opera di fondatore di nuovi centri di vita religiosa e di riformatore del monachesimo, mediante la proposta di una rinnovata spiritualità, il cui fulcro è costituito dall’attenzione alla dimensione spirituale e interiore della preghiera.

Umberto Longo

Glauco Maria Cantarella (a cura di)I castelli della preghieraIl monachesimo nel pieno Medioevo (secoli X – XII)Carocci, 2020Saggi di: Glauco Maria Cantarella, Guido Cariboni, Nicolangelo D’Acunto, Umberto Longo, Giorgio Milanesi, Francesco Renzi, Enrico Veneziani.Per maggiori informazioni: scheda del libro

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La vita al tempo della peste

Psicosi collettiva. Caccia ai potenziali untori. Negazione delle prime avvisaglie del contagio per timore degli effetti devastanti sull’economia. Misure restrittive con gravissime conseguenze sul commercio e sull’economia. Assalti ai forni per paura della quarantena. Sussidi per i disoccupati. E governi costretti a sanare il deficit con prestiti, nuove tasse e emissione di titoli del debito pubblico. Le sconcertanti analogie attraverso i secoli di fronte al contagio nell’ultimo libro di libro Maria Paola Zanoboni, “La vita al tempo della peste. Misure restrittive, quarantena, crisi economica”, Jouvence (Mimesis Edizioni).

Dall’antichità ai primi decenni del XVIII secolo le epidemie di peste coinvolsero ovunque tutti i possibili aspetti della vita economica, politica e sociale, con analogie impressionanti comuni a tutte le epoche della storia: dalla psicosi collettiva, alla caccia ai potenziali untori, alla negazione delle prime avvisaglie del contagio per timore degli effetti economici che avrebbero innescato; alle devastanti conseguenze sul commercio e sull’economia (in primis la “crisi del ‘300”), dovute alle misure restrittive; ai tentativi dei governi di sanare il deficit con prestiti, emissione di titoli del debito pubblico, nuove tasse, e di soccorrere con sussidi i disoccupati; agli assalti ai forni per paura della quarantena.

La diffusione della Peste Nera alla metà del Trecento (Fonte: Storia digitale Zanichelli)

È sconcertante come, nonostante i progressi nelle discipline mediche, gli strumenti di prevenzione disponibili ai nostri giorni siano gli stessi elaborati nel ‘300, a partire dal Nord della Penisola (Gian Galeazzo Visconti ne fu uno dei principali ideatori), recepiti tardi dal resto dell’Europa (tardissimo dal’Inghilterra, che li mise in pratica solo alla fine del ‘500, su consiglio dei medici padovani presenti a Londra), e adottati con successo fino al 1720, quando l’ultimo cordone sanitario (a Marsiglia) debellò quasi del tutto il morbo dal Vecchio Continente.

Il ricorso a forme di vera e propria “dittatura sanitaria” fu dal ‘300 al ‘700 il metodo comunemente adottato per cercare di far rispettare le misure restrittive.

Divieto di accesso e di uscita dalle città colpite, stretta sorveglianza sui movimenti di merci e persone, cordoni sanitari, isolamento, quarantena e “quarantena generale” (ovvero lockdown con modalità identiche a quelle attuali); divieto di assembramento e di ritrovo, chiusura di attività commerciali, taverne, scuole, luoghi di pubblico intrattenimento; cancellazione delle manifestazioni di ogni tipo, comprese le fiere e i mercati; divieto di partecipare a cerimonie religiose, processioni, funerali; “bollette e fedi di sanità” (passaporti che consentivano la circolazione di persone e merci attestando la provenienza da luoghi non contagiati): questi i provvedimenti sanitari messi in atto a partire dalla metà del ‘300 per prevenire e limitare il contagio.

Malato di peste nera in una miniatura del sec. XV

Tra queste disposizioni veniva comunemente adottata, soprattutto a partire dal ‘500, la quarantena generale, ovvero la reclusione in casa di tutta la popolazione per un dato periodo di tempo. I reclusi erano rifocillati a spese dello stato se indigenti, oppure veniva concesso solo al capofamiglia di uscire di casa, la mattina, per procurarsi i viveri.

La gente mal sopportava tale situazione, e cercava con ogni sotterfugio di continuare i propri commerci, come descrivono ampiamente i carteggi delle magistrature sanitarie.

La popolazione dell’entroterra ligure , sprezzante dei divieti, continuava tranquillamente i propri traffici lungo il crinale dell’Appennino. I fiorentini erano refrattari ad ogni costrizione e durante l’epidemia del 1630, anziché rispettare l’obbligo dell’isolamento imposto dalla quarantena generale, andavano ugualmente al lavoro, e se rimanevano a casa (perché guadagnavano meno del sussidio statale di cui potevano usufruire), invece di osservare l’obbligo dell’isolamento, “vanno attorno, conversano, sono raccettati da altri, introducono nelle case loro altre genti”. E lo stesso accadeva nelle altre località della Toscana, a Napoli, a Milano, a Palermo.

Esistevano poi precise norme di quarantena per le merci, e regole scrupolose di sanificazione delle case e delle suppellettili (alla cui distruzione col fuoco i più poveri si opponevano strenuamente). Per le masserizie comuni (materassi di lana e piuma) si utilizzava la ripetuta bollitura nell’aceto (lana e tessuti), mentre le piume  venivano spruzzate una per una con l’aceto bollente, che avendo la capacità di tenere lontani gli insetti (e quindi le pulci vettore della peste bubbonica), veniva comunemente utilizzato come disinfettante.

San Carlo lo usava per sanificare le monete che dava agli appestati e per lavarsi le mani prima e dopo aver somministrato loro la comunione. I tessuti preziosi venivano lasciati all’aria e disinfettati con fumi di incenso, mirra, laudano.

Interi settori dei lazzaretti di molte città di mare (Ragusa Dubrovnik, Venezia, Genova) erano adibiti alla quarantena delle merci provenienti dai paesi sospetti, e in particolare da quelli musulmani, dove la peste era endemica e non venivano presi adeguati provvedimenti. Il fatalismo delle popolazioni musulmane troncava infatti sul nascere ogni tentativo di prevenzione.

Frammento dell’affresco della Danse macabre (XV secolo) sito su una parete interna dell’Abbazia di Chaise-Dieu in Alvernia

Ma tutto questo rallentava paurosamente i traffici aumentandone i costi, per cui i tentativi di aggirare le le pratiche di quarantena erano continui.La necessità di regolamentare e far rispettare le misure preventive contro il contagio portò in Italia (e solo in un secondo tempo in Europa) alla creazione di magistrature sanitarie permanenti dotate di amplissimi poteri, fino a diventare, nei momenti di emergenza, vere e proprie forme di dittatura sanitaria.

La principale venne instaurata a Palermo nel 1575 dal medico e deputato alla sanità Giovanni Filippo Ingrassia, che non esitò a disseminare di forche le vie cittadine per convincere la gente ad obbedire. I suoi metodi, basati sulla triade “oro” (cioè denaro necessario alle spese per l’emergenza), “fuoco” (per bruciare le suppellettili infette), “forca” (per punire i trasgressori), furono imitate ed applicate assiduamente in tutta la Penisola. Persino i Cappuccini incaricati nel 1576 e nel 1630 di gestire il Lazzaretto di Milano non ebbero scrupoli ad adottare tali metodi.

Misure molto severe vennero prese anche a Genova (dove la popolazione era particolarmente indisciplinata e refrattaria a interrompere i propri commerci) in occasione delle epidemie cinquecentesche e seicentesche. A Venezia nel 1504 il Senato attribuì ai Provveditori di Sanità la facoltà di arrestare gli inquisiti e di sottoporli a tortura.

A Corfù nel ‘600 i Provveditori di Sanità erano dotati di amplissimi poteri giurisdizionali: potevano ordinare il rogo delle merci e delle navi infette e condannare a morte chiunque fosse stato sospettato di aver diffuso, anche in modo involontario, la peste. Ovunque si minacciava di giustiziare davanti alla porta di casa chi non rispettava la quarantena.

Dalla peste dunque arrivò la nascita della sanità pubblica sia a livello di strumenti di controllo del territorio e della popolazione, sia a livello nosocomiale: i lazzaretti infatti, in quanto atti a gestire l’emergenza di una patologia a rapida evoluzione, erano molto più vicini al concetto moderno di ospedale di quanto lo fossero gli “hospitalia” medievali (strutture di ricovero per i viandanti), o i lebbrosari (strutture di lunga degenza).

Le epidemie di peste portarono ovunque e in ogni epoca, in Italia e in Europa, crisi economiche notevolissime, dovute sia alle misure di contenimento degli spostamenti di uomini e merci, che danneggiavano contemporaneamente il commercio e le casse statali (per il mancato introito dei dazi), sia, per le pandemie più gravi, ai mutamenti profondi sull’assetto economico e sociale prodotto quando il crollo demografico era particolarmente repentino e devastante.

L’esempio più grave di crisi economica a livello europeo fu quello provocato dalla pandemia del 1348 e degli anni successivi (la “crisi del ‘300”), che distruggendo 1/3 della popolazione europea (circa 30 milioni di individui su un totale di 100 milioni), ebbe conseguenze epocali in ogni settore dell’economia.

Di fronte alla crisi economica aggravata dalle misure restrittive, la gente preferendo “morire di peste che di fame”, chiedeva a gran voce la “restituzione del commercio”, che i governi cittadini concedevano con molta cautela, trascorso un notevole lasso di tempo dalla fine del contagio. Quando scoppiava un’epidemia di peste, infatti, il sistema degli Uffici di Sanità di tutto il nord della Penisola faceva immediatamente scattare l’allarme, provvedendo a mettere in quarantena la città o il villaggio colpito e causando l’interruzione di ogni rapporto di comunicazione e di scambio.L’area interessata veniva così a trovarsi nel più completo isolamento, con il conseguente arresto dei traffici e il collasso totale di ogni attività commerciale e manifatturiera. Un rallentamento di tutte le attività vitali si impossessava delle città all’arrivo della pestilenza.

San Carlo visita gli appestati (Giovan Battista Crespi detto il Cerano, 1602, Duomo di Milano)

Ovunque gli effetti sull’economia e sull’occupazione erano devastanti: nel 1575 la produzione tessile di Verona venne messa in ginocchio dalla quarantena seguita allo scoppio dell’epidemia, al punto che molti disoccupati erano morti di fame, senza alcun aiuto perché imprigionati in una città completamente isolata.

Nel 1576 a Milano la chiusura di tutte le botteghe e la cessazione di ogni attività economica lasciò senza lavoro e senza sostentamento 80.000 persone.

A Firenze nel 1630 le transazioni commerciali si ridussero del 96%. Quando la medesima epidemia raggiunse Busto Arsizio, la produzione locale di tessuti di cotone venne bandita da tutte le altre località della Penisola, e lo stesso si verificò per i tessuti serici di Genova, colpita nel 1657 dal contagio.

La quarantena di 57 giorni subita da Recco in quell’occasione aveva ridotto la località in ginocchio, mentre i tessitori di seta di Chiavari e Lavagna erano alla fame non potendo esercitare la loro attività per mancanza della materia prima e l’impossibilità di ottenere nuove commissioni.

A Chiavari in particolare mancavano il sale e la farina per fare il pane, e il poco che si riusciva a produrre era “più proporzionato alla distrutione della vita humana che alla sua conservazione”.

A Napoli nel 1656, nonostante il pericolo, moltissimi ambivano diventare inservienti del lazzaretto perché “preferivano morire di peste che di fame”: cessata infatti la produzione della seta e fuggita la nobiltà che dava da vivere agli artigiani, ben 50.000 persone erano ridotte in miseria. Nella città dove “le ville, i giardini, i lidi un tempo ameni e le fresche sponde del mare, spiravano ormai aure pestifere”, non c’era vicolo in cui non si udisse un morto o un moribondo, e innumerevoli vedove, e orfani sopravvivevano solo al dolore, “e quella vita che hanno non so come negata alla peste, si è forza cederla volontariamente alla fame”.

Per rimpinguare i bilanci devastati dalle spese per l’emergenza sanitaria, i metodi dei governi, dal Trecento in poi, furono sempre gli stessi: imposte indirette, contribuzioni straordinarie, prestiti forzosi, emissione di titoli del debito pubblico, nuove tasse.

Maria Paola Zanoboni

Maria Paola Zanoboni La vita al tempo della peste Misure restrittive, quarantena, crisi economica Milano, Jouvence (Mimesis Edizioni), 2020 Per maggiori informazioni: scheda libro

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Oderisi e la miniatura al tempo di Dante

Laura Pasquini, storica dell’arte medievale dell’Università di Bologna è l’autrice di “Pigliare occhi, per aver la mente”. Dante, la Commedia e le arti figurative – Carocci editore, Saggi, 2020.

Un affascinante viaggio attraverso le immagini di Dante: mosaici, affreschi e sculture che catturarono l’attenzione del grande poeta nella costruzione della Divina Commedia.

Nell’immaginario dell’Alighieri, uno spazio particolare occupano Oderisi da Gubbio e il misterioso Franco Bolognese maggiori esponenti dell’arte della miniatura a Bologna tra la fine del XIII e l’inizio del XIV secolo.

«Ascoltando chinai in giù la faccia;e un di lor, non questi che parlava,si torse sotto il peso che li ‘mpaccia,

e videmi e conobbemi e chiamava,tenendo li occhi con fatica fisia me che tutto chin con loro andava.

(Pg. XI, 73-84)

«Oh!», diss’io lui, «non se’ tu Oderisi,l’onor d’Agobbio e l’onor di quell’artech’alluminar chiamata è in Parisi?».

«Frate», diss’elli, «più ridon le carteche pennelleggia Franco Bolognese;l’onore è tutto or suo, e mio in parte».

Dante e i superbi (Amos Nattini)

L’arte «ch’alluminar chiamata è in Parisi», cioè la miniatura. Fra le anime dei superbi, Dante ne incontra uno degli esponenti più significativi. Si tratta di Oderisi da Gubbio, artista che il poeta potrebbe aver conosciuto durante il suo primo soggiorno bolognese e che, essendo forse meno curvo dei suoi compagni di pena, riesce a vedere Dante e a chiamarlo lui per primo: «e videmi e conobbemi e chiamava» (Pg. XI, 76).

Anche Dante riconosce immediatamente l’amico, nonostante il masso lo nasconda in parte e lo costringa a tenere «in giù la faccia» (v. 73), ma non si limita a chiamarlo per nome: volendo ancora disquisire d’arte e di quella rivoluzione figurativa di cui lui era stato attento spettatore, si rivolge a Oderisi ricordandone in primo luogo la professione, quella di miniatore, nella quale l’artista si era particolarmente distinto, dando lustro oltre che a sé stesso e a Gubbio, sua città d’origine, più in generale all’arte di miniare le carte, che fino a quel momento, e dunque prima di Oderisi, era stata considerata appannaggio esclusivo degli artisti d’Oltralpe.

L’arte praticata viene, quindi, analizzata sottilmente, in pochi versi, nelle sue peculiarità e nelle sostanziali modifiche che in breve ne avevano mutato le priorità, le caratteristiche espressive, in base, evidentemente, al gusto della committenza e dei fruitori.

Tutto ciò per confermare quanto sia vana la fama sulla terra, se in breve tempo chi era all’apice dell’apprezzamento dei più si trova a essere superato, in un avvicendamento tanto drammatico quanto naturale, da chi ha potuto assecondare l’inesorabile evolversi del gusto nell’arte.

Il miniatore superbo respinge ora con atto di umiltà il primato che Dante gli riconosce e dichiara apertamente di essere stato superato in maestria dal bolognese Franco, che in vita fu suo concorrente, e di cui ora «ridon» (v. 82) di più le carte. I manoscritti che «pennelleggia» (v. 83) nel presente della fictio dantesca, essendo dunque ancora in vita, il miniatore più giovane, mostrerebbero in sostanza qualità tecniche superiori.

Le competenze di Dante, disegnatore a sua volta, rispetto alla pittura e al minio non devono essere messe in discussione.

Oltre che in un passo della Vita nova (23, 1-3), anche in vari luoghi della Commedia il poeta dimostra di padroneggiare perfettamente certe tecniche apprese presumibilmente dall’ambiente delle arti, degli speziali in particolare, e legate nello specifico al disegno, alla miscelazione dei colori, agli strumenti più opportuni da impiegare per ottenere effetti coloristici diversificati.

Li livres dou Tresor (1260-1267) di Brunetto Latini

Marco Santagata ha individuato come possibile tramite nel contatto con gli speziali il maestro Brunetto Latini, di cui sono note e riconosciute le frequentazioni con quell’arte, e ha indicato come esempio di una conoscenza tecnica approfondita da parte di Dante la terzina di Pg. VII, 73-75, in cui sono elencati i colori di una virtuale tavolozza, accostati ma anche eventualmente miscelati fra loro: «Oro e argento fine, cocco e biacca, / indaco, legno lucido e sereno,/ fresco smeraldo in l’ora che si fiacca».

Rilevanti sono poi le due occorrenze legate nella seconda cantica al termine “disegnare” e riferite sempre, con pertinenza, a procedimenti tecnici precisi.

Nel primo caso – «Per te poeta fui, per te cristiano: / ma perché veggi mei ciò ch’io disegno /a colorare stenderò la mano» (Pg. XXII, 73-75) – si allude a un eventuale abbozzo al tratto, successivamente colorato; ciò doveva avvenire come meglio chiarito in Pg. XII, 64-65, alternando il pennello allo “stile”, la piccola asta di piombo o di stagno che serviva appunto per tracciare il segno, dando luogo ora ai volumi, alle masse «l’ombre», ora a lineamenti, linee, «tratti».

Nel secondo caso: «come pintor che con essempro pinga/ disegnerei com’io m’addormentai» (Pg. XXXII, 67-68), si allude più semplicemente alla riproduzione di un’immagine sulla base di un modello. È dunque con cognizione di causa che il poeta disquisisce di miniatura, qualificando come più ridenti le carte dipinte da Franco Bolognese.

Considerando la generale svolta naturalistica che interessava in quegli anni ogni manifestazione artistica, possiamo forse ipotizzare, nonostante le perplessità esternate a questo proposito da Giovanni Fallani che quel progresso fosse dovuto a un modo nuovo di stendere il colore e di modularlo con la luce, agli eventuali effetti chiaroscurali che evidenziavano la plasticità dei corpi e ai nuovi rapporti spaziali che la miniatura precedente, fortemente debitrice nei confronti della cultura bizantina, non aveva ancora “voluto” esprimere. E questo induce allora a tradurre quel “ridenti”, delle carte, con “espressive”, capaci cioè, come certa scultura di fine Duecento, di esprimere attraverso la qualità delle forme anche il sentire dell’anima.

D’altra parte, come chiarito egregiamente da Saverio Bellomo, il “riso” in Dante è veicolo privilegiato di «situazioni psicologiche e sentimenti complessi». Come inoltre dichiarato dal poeta stesso nel Convivio (III, VIII, 11) «[L’anima] dimostrasi ne la bocca, quasi come colore dopo vetro. E che è ridere se non una corruscazione de la dilettazione de l’anima, cioè uno lume apparente di fuori secondo sta dentro?».

Le carte di cui Oderisi loda la tecnica superiore sarebbero allora non solo meglio “alluminate” – dal francese enluminer che a sua volta deriva da “allume” –, ovvero meglio irradiate dal colore e dalla luce: quelle carte “ridenti” sarebbero innanzi tutto capaci di esprimere e stimolare, per la vivacità delle forme, una nuova espressività.Questa l’eventuale interpretazione del testo cui peraltro non possono a tutt’oggi corrispondere riscontri figurativi precisi.

Nonostante i molteplici tentativi attuati nel corso del tempo per dare corpo e consistenza a queste due figure sulla base di attribuzioni certe, i profili dei due artisti, quello del bolognese Franco in particolare, rimangono vaghi e sfumati, come ancora imbozzolati in quell’ermetico «capitolo di storiografia artistica» (Battaglia Ricci, 2006, p. 72) costituito dalle due terzine del canto XI.

Se le testimonianze documentarie hanno in effetti dato consistenza storica alla figura di Oderisi, attestandone la presenza a Bologna negli anni tra il settimo e l’ottavo decennio del Duecento, e forse fino alla fine del secolo, quando Dante ne testimonia indirettamente la scomparsa (cfr. Filippini, Zucchini, 1947, pp. 183-5), lo stesso non si può dire per Franco, discepolo del maestro eugubino solo per una libera interpretazione dei versi danteschi, che rimangono l’unica fonte testuale della sua esistenza e attività a Bologna tra la fine del XIII secolo e l’inizio del successivo.

Maestro della Bibbia Vat. lat. 20, f. 8r, fine sec. XIII. Città del Vaticano, Biblioteca

La notizia fornita da Vasari che Franco, assieme a Oderisi, fosse al lavoro a Roma per la libreria papale, benché assolutamente priva di riscontri oggettivi, favorì di certo da parte di Carlo Cesare Malvasia, nella Felsina pittrice del 1678, l’idea di farne il capostipite del rinnovamento della pittura bolognese del Trecento. Le numerose proposte attributive, con gli interventi brillanti e suggestivi di Longhi e Fallani, cui fanno seguito i numerosissimi contributi della critica più recente, non possono tuttavia condurre a soluzioni certe e anzi sono persino approdate, nello sconforto generato dal totale deserto documentario, a dichiarazioni di resa totale.

Così Aldo Rossi (2000, p.75) arriva ad affacciare «un’ipotesi estrema: che Franco Bolognese sia un fantasma e Dante volesse […] alludere cioè a questa bottega bolognese [di Paolo di Jacopino dell’Avvocato] di secondo stile, dalla quale Oderisi si sentiva ormai scalzato».

Di sicuro il contesto evocato da Dante rispecchia pienamente «il senso dell’importanza e della considerazione goduta allora dalla scuola bolognese anche al di fuori dei confini cittadini, in tutta Europa, dove l’attività dei miniatori locali fu ben presto universalmente riconosciuta ed applaudita» (Medica, 2000, p. 126).

Sappiamo anche per certo che proprio negli anni in cui Dante scrive di questo avvicendarsi stilistico e forse generazionale, la scuola bolognese vive effettivamente un momento di notevole evoluzione. Già verso gli anni Settanta del Duecento, ma più ancora nel decennio successivo, la miniatura felsinea di “primo stile” si innovava attraverso un più stretto dialogo con la pittura monumentale e nello specifico con la cultura figurativa umbro-toscana.

Forse proprio in questa fase, quando lo stesso Dante si trovò a Bologna, potrebbe situarsi l’attività dell’eugubino Oderisi la cui area figurativa potrebbe avvicinarsi a opere come la Abbey Bible del Paul Getty Museum di Los Angeles o la Bibbia lat. 20 della Biblioteca Apostolica Vaticana (fig. 55; Medica, 2000, p. 123): si tratta di manoscritti di notevole qualità, dai colori pastosi, caratterizzati inoltre dall’evidenza pittorica delle figure che si stagliano solenni sui fondali richiamando anche stilemi desunti dalla tradizione ellenistico-bizantina.

Iacopino da Reggio, attr., Bibbia ms. Latin 18, f. 1v, fine sec. XIII. Parigi, Bibliothèque Nationale de France

La successiva affermazione, verso la fine del XIII secolo, del cosiddetto “secondo stile”, che ebbe nel Maestro della Bibbia di Gerona l’esponente più rappresentativo, si concretizzava invece nella cospicua rielaborazione di raffinati modelli bizantini di età paleologa, già comparsi nella fase precedente, ma declinati ora con una vitalità tutta occidentale nell’ambito di un gusto già gotico.

Sullo scorcio del Duecento, in vista del secolo successivo, un’ulteriore evoluzione si rileva in manoscritti quali la Bibbia ms. Latin 18 della Bibliothèque Nationale de France, attribuita ora a Iacopino da Reggio, dove le sollecitazioni dovute al retaggio della cultura bizantina lentamente si stemperano in una sempre maggiore aderenza a ritmi di stampo ormai gotico, con una pittura più corposa ed effetti di vigorosa plasticità che sembrano già interloquire con la cultura giottesca assisiate.

Erano queste per Longhi le carte «ridenti» di dantesca memoria, quelle attribuibili a Franco Bolognese.

Laura Pasquini

Laura Pasquini “Pigliare occhi, per aver la mente”. Dante, la Commedia e le arti figurative Carocci editore, Saggi, 2020. Per maggiori informazioni: scheda del libro

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