Category Archives: Ultimi articoli 3

Aldo Manuzio, l’inventore di libri

L’inventore di libri. Aldo Manuzio. Venezia e il suo tempo (Laterza, 2020) di Alessandro Marzo Magno.

Manuzio fu il primo editore nel senso moderno del termine. Inventò il libro tascabile, il carattere corsivo e la numerazione delle pagine. Fu il primo a sistemare la punteggiatura che utilizziamo ancora oggi: introdusse la virgola uncinata, il punto e virgola, gli apostrofi, gli accenti e il punto come chiusura del periodo. Pubblicò tutti i maggiori classici in greco e latino ma usò l’italiano per i libri a maggiore diffusione. Con lui nacque la prefazione, la dedica e il catalogo delle opere stampate. E si affermò il piacere della lettura come passatempo.

Immaginiamo di essere in una bottega libraria del 1493, ovvero l’anno prima che Manuzio cominci a stampare: vedremmo libri privi di quasi tutte le caratteristiche che ci sono tanto familiari se non quella di essere costituiti da carta stampata con l’inchiostro. Se invece entrassimo in quella medesima bottega una ventina di anni più tardi, nel 1515, ovvero quando Aldo Manuzio muore, ci ritroveremmo ad avere a che fare con un oggetto riconoscibile: un libro maneggevole e stampato in modo da essere leggibile ed elegante.

Al di là di carta e inchiostro, tutto quello che caratterizza un libro come lo conosciamo noi oggi lo dobbiamo ad Aldo Manuzio. Questo signore colto e raffinato ha messo in mano ai suoi contemporanei di mezzo millennio fa un oggetto che usiamo sostanzialmente immutato ancora ai nostri giorni.

Il ritratto di Aldo Manuzio conservato a Carpi, nella cappella di Palazzo dei Pio

Con Manuzio nasce un libro nuovo e diverso in tutto; la sua pagina a stampa appare ai contemporanei talmente perfetta da non far più rimpiangere gli antichi codici manoscritti. I «buoni libri» di Aldo Manuzio decretano la fine dei codici: erano trascorsi oltre mille anni dal IV secolo d.C., da quando cioè i fogli rettangolari di pergamena legati fra loro avevano preso il posto in precedenza appartenuto ai rotoli di papiro.

Aldo introduce il bisogno di leggere e la lettura per passatempo, ma a tutto questo si accompagna pure l’idea dell’interpretazione del testo, del libero arbitrio, della libertà di opinione. Elementi che oggi ci appaiono scontati: si legge un libro e lo si giudica, si decreta se sia piaciuto o meno, se sia scorrevole, noioso, piacevole, avvincente e via così. Nel XV secolo, invece, le cose stavano assai diversamente. Gli scritti erano pubblicati assieme a tutto l’apparato dei commenti, dagli antichi ai moderni, gli stampatori si sforzavano di dare sempre almeno tre-quattro commenti, intrecciati tra loro a mosaico nei margini di grandi libri in formato in folio (ovvero i volumi nei quali i fogli di carta venivano piegati solo una volta, le cui dimensioni si aggiravano almeno sui 40×25 centimetri).

Si trattava quindi di una sorta di testo accompagnato da ipertesto che di fatto impediva di elaborare un giudizio: tutto quello che ci sarebbe stato da dire era già stato detto in precedenza dagli antichi sapienti; e chi mai avrebbe osato contraddirli. Aldo allora spoglia il testo, lo pubblica integrale, nudo, senza commenti che lo circondino e lo soffochino. A questo punto ognuno è libero di interpretarlo come preferisce.

La prima edizione della Hypnerotomachia Poliphili è del 1499

Manuzio mette definitivamente fine alla moda del testo incorniciato dalle spiegazioni. La novità dev’essere prorompente agli occhi dei contemporanei, un po’ come – spostandoci nell’architettura – succederà una quarantina d’anni più tardi, quando Andrea Palladio al posto di edifici di mattoni rossi, pieni di pinnacoli e arzigogoli, comincerà a costruire fabbricati di pietra bianca, lisci e squadrati. La nudità dei testi imposta da Aldo doveva provocare un effetto simile a quello ispirato dall’essenzialità degli edifici voluta da Palladio. Già fermandosi qua sarebbe evidente la portata della rivoluzione aldina. Eppure c’è dell’altro.

Aldo Manuzio ha avuto l’accortezza di intuire il potere della promozione commerciale e, se non si temesse di esagerare nel dipingerlo a tinte troppo brillanti, si potrebbe anche dire che è stato un autentico genio della vendita di se stesso e dei propri prodotti. Ha utilizzato i mezzi che aveva a disposizione, in particolare le dediche e le prefazioni.

Ai nostri occhi la dedica di un libro può apparire superflua perché alla fin fine il libro di per sé – al di là del contenuto – è oggi un prodotto banale; entriamo in una libreria e vediamo libri a migliaia, a decine di migliaia qualora la libreria sia grande; in una biblioteca ce ne possono addirittura essere milioni, svariati milioni in alcuni casi: la biblioteca del Congresso, a Washington DC, la maggiore del mondo, possiede 28 milioni di libri. In tante case almeno una parete è ricoperta di libri e il costo di ogni singolo volume è, nella media, abbastanza contenuto e affrontabile dalla stragrande maggioranza della popolazione.

La celeberrima marca tipografica, stampata in xilografia, col delfino intorno all’àncora e il nome Al-dvs ripartito ai due lati, adottata da Aldo Manuzio per contrassegnare le proprie edizioni

Alla fine del Quattrocento, però, non era così: il libro a stampa era stato inventato una quarantina di anni prima, si trattava di una novità preziosa e ricercata, gli esemplari in circolazione erano pochi e costosi, se non costosissimi. Le dediche, quindi, servono ad Aldo per stabilire una relazione con i potenti ed è bravissimo a farlo: nessun altro editore riuscirà a tessere una tela di rapporti a livello tanto alto. Il record delle dediche spetta ad Alberto Pio, principe di Carpi, a lui Manuzio destina ben dodici edizioni.

L’imperatore Massimiliano I d’Asburgo arriva a definire l’editore «familiare nostro»; Lucrezia Borgia sarà nominata sua esecutrice testamentaria e lo accoglierà a Ferrara durante la guerra di Cambrai; Isabella d’Aragona, moglie di Gian Galeazzo Sforza riceve un salterio greco con dedica.Alla vigilia dell’erompere della guerra di Cambrai, che contrappone una coalizione di potenze europee unite contro Venezia, quando ormai già si udivano tintinnare le spade, Manuzio intitola edizioni a importanti esponenti delle parti che si stavano per affrontare. Nel marzo 1509, due mesi prima della fatale – per i veneziani – battaglia di Agnadello, dedica un Plutarco a Jacopo Antiquario, già uomo di fiducia degli Sforza, e un Orazio a Jeffroy Charles, nobile francese originario di Saluzzo nonché presidente del senato milanese. Salvo un’eccezione nel 1503, queste sono le uniche dediche aldine che riguardino Milano.

Un mese dopo, nell’aprile 1509, a guerra ormai dichiarata, destina Sallustio a Bartolomeo d’Alviano, vice comandante generale delle truppe veneziane, e questa è la sola volta che indirizza un’opera a un uomo d’arme. È evidente il desiderio di costruirsi benemerenze su entrambi i fronti; utilizzando un linguaggio odierno le si potrebbe definire dediche bipartisan.

Alessandro Marzo Magno

Alessandro Marzo MagnoL’inventore di libri. Aldo Manuzio. Venezia e il suo tempo Laterza, 2020Per maggiori informazioni: https://www.laterza.it/index.php?option=com_laterza&Itemid=97&task=schedalibro&isbn=9788858141601

Read More

Le Grotte dei Mille Budda

Il grande racconto del favoloso Oriente(Il Mulino, 2020)di Attilio Brilli

Nel libro, la storia di un affascinante viaggio sulle orme di un pellegrino dell’Alto Medioevo e anche di Aurel Stein, l’esploratore e archeologo britannico di origini ungheresi che nel 1906 scoprì le Grotte dei Mille Budda, nei pressi di Dunhuang, nel Turkestan, oggi provincia cinese del Sinkiang.

Un luogo stupefacente che conserva un grande patrimonio di statue e dipinti insieme ad un immenso deposito di manoscritti, tra cui il primo libro a stampa di cui si abbia conoscenza: il Sutra del diamante, che risale all’anno 868.

Nel 1906 l’esploratore e archeologo britannico di origini ungheresi Aurel Stein compie una memorabile impresa rivelando all’Occidente le così dette Grotte dei Mille Budda, nei pressi di Dunhuang, nel Turkestan – oggi provincia cinese del Sinkiang – con il loro incredibile patrimonio di statue, dipinti e un immenso deposito di manoscritti.

Le Grotte dei mille Budda e la loro localizzazione nella valle Mutou fra le Montagne Fiammeggianti dello Xinjiang, al confine del deserto di Taklamakan

Dunhuang era stata un tempo una prospera oasi della Via della Seta, fra il deserto di Taklamakan e quello di Gobi, nonché un luogo di culto molto frequentato dai pellegrini buddisti.

Una delle tante raffigurazioni di pellegrini nelle Grotte dei Mille Budda

Tramanda la leggenda che nel IV secolo d.C. un monaco avrebbe visto in sogno una nuvola colma di mille Budda galleggiare a lungo sulla città e che, da quel momento, nei suoi pressi sarebbero state scavate grotte a scopo devozionale.

Residente a quel tempo in India, Aurel Stein giunge a Dunhuang superando gli immensi sistemi montuosi del Pakistan del nord e dell’Afghanistan, del Kashmir e del Karakorum. È infatti convinto che Dunhuang e le sue grotte siano state un tempo il luogo d’incontro delle civiltà occidentali e di quelle orientali.

Le Grotte dei Mille Budda erano già note al monaco pellegrino buddista Xuanzang, del VII secolo d.C., un personaggio che Aurel Stein considera, come Marco Polo, un «vecchio amico» e una guida d’elezione. Infrangendo il divieto imperiale, Xuanzang aveva intrapreso la lunga, perigliosa via dell’India per acquisire una conoscenza diretta dei sacri testi buddisti e per riportarne in Cina importanti esemplari.

Con lui in particolare, Stein avverte una segreta affinità che travalica i secoli, infatti entrambi seguono le tracce del diffondersi del buddismo, dallo Himalaya indiano verso la Cina attraverso le zone più impervie del pianeta; entrambi affrontano i rigori del clima, i ghiacci perenni, le tempeste di sabbia. Seguendo le orme di Xuanzang, più volte Stein s’imbatte nelle immagini dipinte del monaco, altrettanti segnali che la via che sta seguendo è quella giusta.

Il Sūtra del Diamante in cinese, il testo a stampa più antico del mondo (868), ora conservato presso la British Library

A Stein le fatidiche grotte appaiono simili alle celle di un alveare scavate in una parete di conglomerati friabili che si leva per mezzo miglio a strapiombo in riva al fiume Tang. Raggiungibili per mezzo di scale a pioli o di corda, le grotte assommano a più di cinquecento. L’esploratore archeologo è affascinato dalle loro ricchissime decorazioni, infatti le pareti interne appaiono affrescate con colori brillanti che si sono mantenuti tali grazie all’atmosfera estremamente secca. Vi ricorrono processioni di figure imponenti provviste di aureola, tipiche della tradizione buddista, i cui volti, vesti e posture tradiscono l’influenza indiana.

Molte raffigurazioni di stile cinese vengono dedicate alla Via della Seta e ai suoi commerci, ma la maggior parte delle scene sono ispirate alla vita del Budda. Oltre questo immenso emporio figurativo, Stein scopre una grotta rimasta sigillata per novecento anni piena di rotoli di manoscritti in varie lingue, cinese, tibetano, sanscrito.

Oltre ai rotoli di manoscritti, nella grotta ci sono pitture su seta e sculture, senza contare, come poi venne rivelato, il primo libro a stampa di cui si abbia conoscenza, datato 868 d.C., detto Sutra del diamante.

Attilio Brilli

Attilio BrilliIl grande racconto del favoloso orienteIl Mulino, 2020Collana “Grandi illustrati”Per ulteriori informazioni: https://www.mulino.it/isbn/9788815290656

CLICCA QUI PER SOSTENERE IL FESTIVAL DEL MEDIOEVO

Read More

  • Consenso al trattamento dati
error: Tutti i contenuti di questo sito web sono protetti.