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Category Archives: Donne

Monete e potere: Giovanna d’Aragona, regina di Napoli

Come è ben noto, la storia può essere letta mediante l’uso di fonti diverse, a volte adoperandone alcune che spesso sembrano avere solo un ruolo marginale per l’esito dell’analisi storica. In questo caso specifico, partendo dalla presentazione di alcune rare monete coniate nel corso della seconda metà del XV secolo dalla zecca di Napoli, potremo giungere ad illustrare l’importanza politica che alcuni gesti della ritualità del potere femminile hanno ricoperto nel linguaggio storico-sociale del Mezzogiorno aragonese.

Cavallo con i ritratti di Ferrante I e Giovanna, sovrani di Napoli. (1477 circa. Museo Nazionale di Napoli). Da Pannuti-Riccio 1984

La moneta intorno a cui si articola questa breve nota è di piccolo taglio e può essere descritta in questo modo: D/ • F •• R • Busto di Ferrante I d’Aragona rivolto a destra con corona ornata di gemme e trifogli. R/ IOHAN – NA • REGINA Busto di Giovanna d’Aragona rivolto a destra con ricca corona gemmata.

Dal peso che si aggira intorno a 1,80 g. e con un diametro di circa 18 mm., tale nominale è in rame ed è noto con la denominazione di “cavallo” (fig. 1). Quest’ultimo venne introdotto proprio da Ferrante I (1458-1494) nell’agosto del 1472 (i primi pezzi furono battuti, però, solo il 18 aprile) per sostituire i vecchi denari di mistura, ormai sviliti e male accolti dalla popolazione: quei tagli avevano corso legale soprattutto tra le classi medio-basse della società. Fu il duca di Ascoli, Orso Orsini, che consigliò al sovrano napoletano di promuovere una riforma monetaria, probabilmente perché nelle province del Regno più lontane dalla capitale si avvertiva maggiormente il cattivo influsso economico di una moneta che si presentava del tutto degradata nel suo valore effettivo. Il duca descrive il cavallo come «moneta tutta de rame et grossa al modo delle medaglie antique con la immagine de la Maestà sua e con lo reverso de qualche digna cosa». Infatti, sui cavalli si trova, di solito, il ritratto di Ferrante con la corona radiata. L’ispirazione probabilmente arrivava dai ritratti romani imperiali che si trovavano sugli antoniniani del III secolo d.C., così come pare che da queste antiche monete romane si sia tratta la misura per il diametro.

L’esemplare napoletano riporta una delle poche rappresentazioni della regina Giovanna, figlia del re aragonese Giovanni II di Trastámara (1458-1479) e sorella di Ferdinando il Cattolico (1479-1516). Sebbene la sua effigie sia fortemente idealizzata, atta maggiormente ad una funzione politico-simbolica più che fisiognomica, restituisce ugualmente la rilevanza che questa figura femminile ebbe per la storia dell’Italia meridionale verso la fine del Medioevo. Il cavallo qui illustrato fu coniato con ogni probabilità intorno al 1477 per celebrare il matrimonio del re di Napoli con Giovanna, sua cugina: erano questi i secondi sponsali per Ferrante, dopo la scomparsa della prima consorte, Isabella di Chiaromonte, avvenuta il 30 marzo 1465. Si dovette, però, attendere almeno fino ai primi di gennaio del 1475 affinché Ferrante decidesse nuovamente di contrarre matrimonio. Fu nel corso di quell’anno, infatti, che egli, per scacciare ogni eventuale pretesa sul suo Stato da parte del ramo legittimo degli Aragona, chiese in sposa la figlia di Giovanni II. Se i progetti del sovrano napoletano avessero avuto esito positivo, il suo Regno ne sarebbe uscito fortificato anche in caso di attacco da parte della Francia di Luigi XI (1461-1483). I capitoli matrimoniali furono stipulati a Tudela di Navarra il 5 ottobre del 1476 e ratificati a Napoli il 25 novembre: nell’accordo, Giovanna, in cambio alla rinuncia di ogni diritto sui Regni di Aragona e Navarra, ricevette dal padre una dote di ben 100.000 fiorini d’oro, mentre il suo futuro marito le concesse le rendite, che non potevano essere riscosse in contanti, di alcune città del Regno (tra le altre, si ricordano Sulmona, Teano, Venafro, Isernia, Agnone, Caramanico, Tocco, etc.) e un cospicuo donativo, pari a 20.000 ducati. Terminate le trattative, condotte per ben due anni dagli oratori napoletani Galcerano de Requesens, conte di Trivento ed Avellino, Antonio de Tricio ed Antonio d’Alessandro, il figlio e successore di Ferrante, Alfonso duca di Calabria, fu incaricato di prelevare la sposa e di scortarla, via mare, fino a Napoli. Con un cospicuo seguito, accompagnato da alcuni dei nobili più in vista del Regno, Alfonso salpò l’11 giugno 1477 e approdò a Barcellona il 25 di quello stesso mese. Il legni napoletani non si fermarono a lungo nella città catalana se già il 29 agosto 1477 la flotta, al comando dell’ammiraglio Antonello Sanseverino, principe di Salerno, fece scalo a Genova, alleata di Napoli.

Chiesa di S. Maria Incoronata (1352-1373), colonnato esterno. Via Medina, Napoli

Sabato 6 settembre 1477, Alfonso ed il suo seguito, ora arricchito dalla presenza della futura regina, facevano sosta a Gaeta, dove si fermarono per almeno tre giorni. Grazie alle cronache di Giuliano Passero e di Notar Giacomo siamo ben informati su ciò che avvenne da quando, l’11 settembre 1477, Giovanna sbarcò a Napoli, sul molo allestito appositamente presso Castel dell’Ovo. Qui fu accolta dal legato pontificio cardinale Borgia, futuro papa Alessandro VI (1492-1503), e dalle personalità più insigni del Regno, come «la signora Duchessa di Calabria, et altre assaissime donne» (Passero). Dal molo si snodò una solenne e fastosa processione che accompagnò Giovanna per i Seggi di Napoli, «inliquali erano gentile donne che inquilli aballavano et si li andavano ad basare la mano como ad Regina» (Notar Giacomo). Il corteo giunse davanti alle porte dell’«Archiepiscopato de Napoli et lla era lo Serenissimo Re Ferrando»: qui il legato celebrò le nozze prima di entrare in chiesa e di officiare i consueti riti. Alla cerimonia presero parte «tucte le imbassarie de ytalia si ancho del soldano et del re detunisi, et prelati assay» (Notar Giacomo). Quella sera la coppia reale si ritirò in Castel Capuano, dove diede un ricevimento all’insegna dello sfarzo: «ce sono state 62 trombette, pifari, e tamburri assaissimi», scrive il Passero. Celebrato il matrimonio, ora Giovanna doveva essere protagonista della cerimonia dell’incoronazione che ne avrebbe ufficializzato il ruolo politico nel Regno. La «messa della Incoronatione della regina Joanna d’Aragona mogliere dello signore re Ferrante» (Passero) si tenne il 16 settembre 1477 e fu celebrata ugualmente dal cardinale Borgia. Fu allestito un sontuoso catafalco presso la chiesa di S. Maria Incoronata (fig. 2), pronto per accogliere la coppia reale che vi si sarebbe recata partendo «dallo Castello novo».

Ferrante si presentò al pubblico che era accorso per assistere a quella plateale manifestazione di potenza e prestigio ostentando una ricchezza che sicuramente non passò inosservata. Così ce lo descrive vividamente Notar Giacomo: «lo Re portava la Corona intesta, sopra uno cavallo guarnito de ioye de multo valore», valore che il Passero stima per la sola corona indossata dal sovrano per quella solenne occasione in «più di 20 milia docati».

Giovanna, invece, «andava intreze». Giunti al di sotto del catafalco, Ferrante e Giovanna presero posto su due troni posti lì all’uopo: «dove lo legato innanze incomenzasse la messa dixe la letania appresso lo signore duca decalabria lo duca de Andri et dui piscopi portaro la regina avante lo legato et quella benedixe et si le dono lo oglio sancto alla spalla dericta et si se posse una tunicella biancha: et si venne lo duca de Venosa con lo pummo de oro et lo princepe debisignano conlo sepctro, et messere Anello Archamone prese la corona dallo altare et portolla avante del Re, et si le fe uno sermone et depo la retorno alo altare, dove lo legato posse la corona intesta dela Regina» (Notar Giacomo). Poco dopo, il Borgia le porse anche lo scettro ed il globo dorato. Il rito religioso officiato dal legato papale concluse la cerimonia, che continuò con numerose manifestazioni di giubilo.

Il passaggio per noi più interessante si registrò in questo frangente e, per analizzarlo al meglio, ci serviremo di entrambe le cronache. «Fornuta la messa lo signore re fece 20 cavalieri, e se tornai ad assettare co la regina alla seggia reale, et in questo se gettaro monete d’argento de’ più sorte con gran festa, et gaudio» (Passero); «lo Serenissimo Re Ferrando fe xx cavaleri et iectaose piu sorte de moneta de argento» (Notar Giacomo). Ci sono pochi dubbi, ormai, che per questa felice ricorrenza furono coniate e gettate al popolo ivi accorso questi cavalli di rame con il ritratto sia del re che della regina. Le cronache del tempo, però, come abbiamo visto, parlano di monete d’argento e non di rame. Tuttavia, nessuna moneta in questo metallo che potesse far riferimento all’incoronazione di Giovanna d’Aragona è stata mai rinvenuta finora. Ciò ha condotto il numismatico francese Arthur Sambon, alla fine del XIX secolo, ad ipotizzare che questi cavalli in rame venissero argentati e dorati per poi essere gettati alla folla che, raccogliendoli, li avrebbe scambiati e spesi per moneta di più alto valore. È anche probabile che questo sistema fosse stato applicato effettivamente e che le attività commerciali della città, in quel particolare frangente, avessero ricevuto disposizioni per accogliere una valuta che presentava un valore nominale superiore a quello dell’intrinseco.

Ma una notizia potrebbe fornire ulteriori dati per capire quali monete vennero effettivamente coniate per l’incoronazione della regina. In una sua relazione, risalente alla seconda metà del Cinquecento, Leonardo de Zocchis, credenziero del campione nella zecca di Napoli, scrisse alcune informazioni in merito ad un carlino in argento che Ferrante avrebbe fatto coniare per questa ricorrenza: «et poi nelo anno 1477 si cugnorno carlini da una banda sculpita la effigie de esso re con littere che dicono “Nuptiarum Hilaritas”, da l’altra banda scolpita la effigia dela serenissima Regina sua consorte con littere che dicono le supradette parole “Nuptiar(um) Hilaritas”, li quali debbero servire ad buttarli al triunpho nuptiale».

Ricostruzione del carlino in argento per le nozze di Ferrante e Giovanna d’Aragona in base alla descrizione fattane da Leonardo Zocchis. Disegno dell’autore

Tale descrizione ha portato recentemente alcuni numismatici, tra cui chi scrive, a ricavare un disegno di questo carlino delle nozze, del quale finora non è venuto in luce alcun esemplare per poter smentire l’iniziale scetticismo del Sambon. Quest’ultimo, infatti, era già a conoscenza della descrizione dello Zocchis attraverso una sua prima relazione, meno ricca di dettagli, ma che, a livello di contenuti, combacia perfettamente con questo suo secondo resoconto. Di sicuro, gli eventuali carlini furono gettati al popolo insieme ai cavalli di rame, come sembra si possa ricavare dalle cronache succitate che menzionano «più sorte» di monete. Ciò nonostante, in mancanza di conferme attraverso l’osservazione diretta di un simile esemplare argenteo, l’ipotesi del Sambon resta ancora la più credibile.

Raffaele Iula

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La povertà femminile

Incessantemente evocata e altrettanto scarsamente documentata nella sua drammatica concretezza – soprattutto per il Medioevo -, la povertà femminile (limitata a determinate fasi o situazioni dell’esistenza e non generalizzabile), trapela dai contesti più vari, in scene che ne rendono palpabile tutto il suo spaventoso, raccapricciante, squallore.

Lavori agricoli del mese di Febbraio, da Les Très Riches Heures du Duc de Berry (1412-1416 circa, manoscritto dei fratelli Limbourg conservato al Musée Condé di Chantilly)

Emerge casualmente dalle vite dei Santi, dai processi di canonizzazione, dai libri contabili degli orfanotrofi, dagli atti notarili, dalle controversie giudiziarie, dalle cronache, dalle novelle, dagli statuti urbani e rurali. Un mondo altalenante tra città e campagna (dove sicuramente maggiore era il disagio), popolato di vedove, anziane, malate e disabili, balie, filatrici, prostitute, braccianti agricole, che solo annotazioni casuali nella documentazione più varia hanno potuto riportare alla luce sottraendole alla polvere del tempo. Un mondo concreto di sofferenza che riaffiora soltanto a tratti, spesso con risvolti impensati.

Come ha messo in evidenza soprattutto la storiografia anglosassone (J.Bennet, P. Skinner, Sh.Farmer), l’universo femminile dei ceti meno abbienti non era sempre e necessariamente in condizioni di drammatica indigenza, e anzi i casi concreti di povertà vengono assai raramente documentati. Le dichiarazioni in tal senso provenienti in prima persona da alcune vedove, ad esempio, erano di fatto totalmente ingiustificate e dipendevano piuttosto dal diverso concetto che ciascuno aveva di povertà, mentre le donne sole non erano necessariamente povere e incapaci di mantenersi, ma anche questo variava moltissimo da caso a caso, in rapporto all’età, al contesto sociale ed economico, alla situazione specifica di ciascuna. Persino l’iconografia offre molto più frequentemente immagini di donne nel pieno delle loro capacità lavorative piuttosto che di mendicanti.

Coltivazione del frumento (Tacuinum Sanitatis Casanatense, sec. XIV)

Esistevano però, nel Medioevo come oggi, specifiche fasi o congiunture sfortunate dell’esistenza (malattia, invalidità, vecchiaia, madri sole con neonati), o settori lavorativi particolarmente disagiati (come il bracciantato agricolo), che potevano gettare le donne (e parimenti gli uomini), nella miseria più nera. Eppure, anche in questi frangenti, alcune di loro riuscivano sorprendentemente a risollevarsi grazie ad un’oculata gestione delle proprie misere risorse, o con l’aiuto di attive reti di solidarietà femminile che qualche volta riuscivano persino a sottrarre all’abisso della malattia e della disperazione le più sfortunate. Pur nell’estrema variabilità dei contesti, anche tra i ceti più umili e nei mestieri meno retribuiti (filatrici, balie e domestiche cittadine), una donna sola riusciva spesso a sopravvivere col proprio lavoro, e qualche volta persino ad aiutare parenti più poveri. Questo si verificava anche perché molte di loro, pur in situazione precaria, riuscivano a mettere in atto soluzioni per sfuggire alla povertà integrando il proprio reddito con gli introiti derivanti dall’affitto di una casa, di una stanza, di un terreno, o con l’acquisto di titoli del debito pubblico, grazie ai risparmi di momenti migliori. I conti correnti aperti presso il banco dell’Ospedale di S.Maria della Scala a Siena (sec.XIV), e quelli del banco dell’ospedale fiorentino degli Innocenti (sec.XVI), appartenevano in buona parte a donne dei ceti più umili, che cercavano nell’interesse offerto (5%) una garanzia di sopravvivenza. Emerge insomma un’estrema capacità di reagire ai colpi del destino, nonché quella di rivendicare tenacemente i propri diritti, fino a ricorrere alle vie legali per ottenere quanto loro spettante.

Meditatione de la vita di Nostro Signore (1330-1340 ca.) Paris, BnF, département des Manuscrits, Italien 115, fol. 8v

La famiglia non sempre era di aiuto: vedove un tempo facoltose si riducevano in povertà perché gli eredi dei mariti rifiutavano di restituire loro la dote; ragazze disabili di famiglie agiate venivano abbandonate dai parenti sulla tomba del santo dove erano state accompagnate col pretesto di chiedere un miracolo; mogli paralitiche venivano costrette dai mariti a mendicare per contribuire al reddito familiare.Sorprendentemente, in soccorso di queste donne, oltre alle istituzioni assistenziali e alle reti solidaristiche, intervenivano talvolta statuti cittadini e rurali, provvedimenti governativi, datori di lavoro, sia pubblici che privati (grandi cantieri, arsenali, istituzioni “statali” come la Zecca veneziana), e in questo senso erano rivolti persino gli orientamenti giurisprudenziali del diritto canonico, imponendo agli uomini di pagare gli alimenti per i figli illegittimi. C’erano istituzioni come l’Arsenale di Venezia (il cantiere pubblico veneziano) o la Fabbrica del Duomo di Milano, che prevedevano persino una pensione per la vedova dell’operaio morto per infortunio sul lavoro; statuti rurali che consentivano alle donne in attesa di un bambino di entrare nella proprietà altrui e nutrirsi dei frutti degli alberi. Il consiglio direttivo di una miniera di sale francese (secc. XV-XVII) giunse persino ad accordare la pensione di vecchiaia a donne di almeno 60 anni che lavoravano da più di 40 …

Lavori agricoli del mese di giugno, da Les Très Riches Heures du Duc de Berry (1412-1416 circa, manoscritto dei fratelli Limbourg conservato al Musée Condé di Chantilly)

I casi più eclatanti di povertà sono documentati in regioni geografiche assai distanti fra loro: nella Toscana tre/quattrocentesca (soprattutto nell’aretino), e nelle campagne inglesi del ‘200, dove le braccianti agricole che lavoravano a volte portando sulle spalle i propri neonati, potevano ingaggiare lotte furibonde per un tozzo di pane, o morire di stenti, durante l’inverno, scivolando in canali ghiacciati. Dalla documentazione emergono mogli di contadini che non avevano nulla per sostentare la famiglia, balie di campagna (remunerate molto meno di quelle cittadine), così denutrite che non riuscivano ad allattare i piccoli loro affidati; filatrici sottopagate, derubate con vari trucchi dai lanaioli che commissionavano loro il lavoro, o costrette a vendersi per riscattare l’abito della festa.

Molto migliore invece la condizione di filatrici e balie cittadine, meglio remunerate e che talvolta riuscivano a vivere del proprio lavoro, anche se in periodi di guerre o carestie la situazione si faceva più drammatica proprio nelle città, costringendo le madri a vendere le figlie bambine per un po’ di nutrimento.

Nelle città poi, le donne di tutti i ceti sociali di tutta Europa, fra il XIII e il XVI secolo erano coinvolte in tutte le possibili attività lavorative, dal tessile ai lavori più pesanti come l’edilizia e le miniere, e ad ogni livello, dalla manovalanza all’imprenditoria.

Maria Paola Zanoboni

Consigli di lettura:Maria Paola Zanoboni, Donne al lavoro nell’Italia e nell’Europa medievali (secc.XIII-XV), Milano, Jouvence, 2016Maria Paola Zanoboni, Povertà femminile nel medioevo. Istantanee di vita quotidiana, Milano, Jouvence, 2018, e la bibliografia ivi citata, tra cui:S. Farmer, Surviving Poverty in Medieval Paris: Gender, Ideology, and the Daily Lives of the Poor, Ithaca, Cornell University Press, 2002G. Piccinni, Le donne nella mezzadria toscana delle origini. Materiali per la definizione del ruolo femminile nelle campagne, «Ricerche Storiche», XV (1985), pp. 127-182, ora anche in A. Cortonesi, G. Piccinni, Medioevo delle campagne. Rapporti di lavoro, politica agraria, protesta contadina, Roma, Viella, 2006, pp. 153-203G. Piccinni, Il banco dell’ospedale di Santa Maria della Scala e il mercato del denaro nella Siena del Trecento, Pisa, Pacini, 2012I. Chabot, «Breadwinners». Familles florentines au travail dans le Catasto de 1427, «MEFRIM», 2016, 128-1, pp. 2-22

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Costanza d’Altavilla, la monaca imperatrice

«Quest’è la luce de la gran Costanza / che del secondo vento di Soave / generò ‘l terzo e l’ultima possanza».

La nascita di Costanza e la morte del padre Ruggero II (1154) Pietro da Eboli, Liber ad honorem Augusti, Bern, Burgerbibl., 120 II, 96r

Sono i versi con cui Dante, nel III canto del Paradiso (vv. 118-120), presenta Costanza d’Altavilla. Ci troviamo nell’ultimo cielo, quello della Luna, dove si trovano gli “spiriti difettivi”, che hanno il grado più basso di beatitudine, perché i loro voti furono non adempiuti o trascurati in parte. A parlare è Piccarda Donati, la quale indica un’anima splendente alla sua destra, che ha vissuto la sua stessa esperienza: anch’ella fu suora e le fu tolto forzatamente il velo, pur se in seguito rimase in cuore fedele alla regola monastica. È l’imperatrice Costanza d’Altavilla, che dall’imperatore Enrico VI (secondo vento di Soave) generò Federico II di Svevia (‘l terzo e l’ultima possanza).

Costanza fu figlia del normanno Ruggero II d’Altavilla, il primo re di Sicilia, e nacque nel 1154, poco dopo la morte del padre. Trascorse l’infanzia a Palermo e rimase molto a lungo nubile, fino a 32 anni, un’età, per l’epoca, davvero avanzata. È possibile che proprio da ciò sia nata la voce della monacazione di Costanza, resa immortale dai versi danteschi: si tratta, probabilmente, solo di un’invenzione posteriore, che poi fu accreditata in vario modo. A partire dal secolo XIV, infatti, vari monasteri si contesero l’onore di aver ospitato tra le loro mura l’imperatrice, come monaca se non addirittura come badessa.

Il fidanzamento (1184) e il matrimonio (1186) di Costanza con Enrico VI Pietro da Eboli, Liber ad honorem Augusti, Bern, Burgerbibl., 120 II, 96r

Non si sa quasi niente di Costanza fino al suo fidanzamento per procura (ad Augusta il 29 ottobre 1184) e al matrimonio con l’erede al trono degli imperatori Svevi, Enrico VI, figlio di Federico I, il Barbarossa. Nell’estate del 1185 Costanza lasciò per la prima volta la Sicilia per andare a sposarsi. Il re di Sicilia Guglielmo II (suo nipote: era figlio di Guglielmo I, di cui Costanza era sorella) accompagnò personalmente, per un tratto, Costanza e il suo spettacolare seguito di uomini, cavalli e muli. A Foligno incontrò lo sposo e assieme si recarono a Milano: le nozze furono celebrate il 27 gennaio 1186 in S. Ambrogio con grande pompa.

In quel momento ancora non poteva essere prevista l’effettiva successione di Costanza sul trono siciliano. Il re Guglielmo II era ancora abbastanza giovane (aveva 32 anni) per generare figli. Ma tra la fine del 1189 e la prima metà del 1190 tutti gli eventi cambiarono verso! Il 18 novembre 1189 si spense Guglielmo II e il 10 giugno 1190 morì in Oriente (mentre effettuava la sua crociata) anche Federico Barbarossa. A Enrico VI spettava ora l’impero, a Costanza la Sicilia: assieme potevano essere signori dell’Europa!

Tutta l’attenzione di Enrico, da quel momento, si concentrò sul Regno dell’Italia meridionale, quel pontile nel centro del Mediterraneo che permetteva a chi lo possedeva di dominare il mondo. In Sicilia, però, la situazione non era pacifica: la nobiltà di corte aveva approfittato dei diffusi sentimenti antitedeschi per privilegiare una “soluzione nazionale”, eleggendo re il conte Tancredi di Lecce, un nipote illegittimo di Ruggero II, che il 18 gennaio 1190 fu incoronato re di Sicilia.

Pietro da Eboli, Liber ad honorem Augusti, Bern, Burgerbibl., 120 II, 105r, incoronazione di Enrico VI

Bisognava fare in fretta e bisognava scendere in Italia a rivendicare il trono: il lunedì di Pasqua (15 aprile 1191) papa Celestino III, a Roma, in San Pietro, incoronò solennemente Enrico e Costanza imperatore e imperatrice. Poi proseguirono verso sud, tentando invano di conquistare il Regno ma fermandosi a Napoli e a Salerno, dove Costanza fu catturata dai nemici. La conquista sarebbe riuscita solo tre anni dopo. Entrato a Palermo, nel Natale del 1194 Enrico fu incoronato re di Sicilia. Il giorno dopo, con coincidenza strabiliante, il 26 dicembre 1194, Costanza diede alla luce a Jesi, nella Marca anconetana, l’erede al trono Federico II.

Quando Federico nacque, Costanza era quarantenne, anche se alcune fonti le accrebbero gli anni fino a 55 e oltre. A causa dell’età matura della madre, al suo primo parto, già i contemporanei guardarono con aperto sospetto a questa nascita. Negli anni successivi, soprattutto quando cominciarono i contrasti più accesi tra Federico II e il fronte composto da papato e Comuni, si andò diffondendo sempre più la voce che Costanza avesse simulato il parto, perché era troppo anziana per avere un figlio. Fu per contrastare tale diceria, che se ne inventò un’altra, ancora più fantasiosa, cioè che il parto era avvenuto sulla pubblica piazza, sotto una tenda, perché tutta una comunità potesse essere chiamata a testimoniare l’effettualità dell’evento.

Pietro da Eboli, Liber ad honorem Augusti, Bern, Burgerbibl., 120 II, 138r, Nascita di Federico

Per due anni Costanza resse il regno in assenza del marito, che tornò solo nella primavera del 1197: nel maggio di quell’anno fu sventata una congiura contro Enrico, ordita, forse, dalla stessa Costanza. Poco dopo l’imperatore si ammalò e morì il 28 settembre 1198 a Messina: secondo alcune dicerie era stata Costanza ad avvelenarlo. In qualunque modo stessero i fatti, la situazione era assai delicata e richiedeva misure rapide ed efficaci. L’interesse della madre era quello di garantire la successione al figlio. E per farlo si accordò col papa, che unico poteva proteggerlo; in questo modo riuscì a far incoronare Federico re di Sicilia il 17 maggio 1198.

A partire da quel momento si sarebbe, però, dovuta mettere da parte qualsiasi rivendicazione del titolo imperiale, che pure sarebbe spettato a Federico. Era stato Innocenzo III – il più potente propugnatore delle supreme prerogative papali, colui che amò definirsi verus imperator – a pretenderlo, per timore che i territori della Chiesa si trovassero accerchiati, da nord e da sud, da un unico signore, troppo potente per essere contrastato facilmente.

Le cose sarebbero andate diversamente e Federico sarebbe stato incoronato imperatore nel 1220, ma frattanto, il 27 novembre 1198, Costanza morì a 44 anni. Nel suo testamento nominava papa Innocenzo III reggente del Regno e tutore di Federico, che allora aveva solo 4 anni.

Ecco, tra storia e mito questa è la vicenda di Costanza d’Altavilla, una monaca imperatrice che generò in tarda età un figlio destinato a mutare la storia del mondo. Una donna destinata a vivere di luce riflessa: quella di Dio, nel paradisiaco cielo della Luna, e quella del figlio, il grande Federico II di Svevia, che protesse fino alla fine, come solo una madre può fare.

Fulvio Delle Donne

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La grandezza di Ildegarda

A più di ottant’anni, un’età ragguardevole per l’epoca, ma non rara fra i monaci – la cui salute era favorita dai disciplinati ritmi di lavoro e riposo e dalla dieta della vita monastica – moriva nel monastero benedettino di Rupertsberg della diocesi di Magonza la badessa Ildegarda, sapiente scrittrice, donna di potere e a mio parere filosofa.

Ildegarda di Bingen, dal Liber Divinorum Operum (Biblioteca Governativa di Lucca, Codex Latinus 1942 fol. 1v)

Uso questa parola deliberatamente rifiutando il luogo comune che la definisce “visionaria”, termine senz’altro equivoco: gli scritti di Ildegarda parlano, oltre che di teologia, soprattutto di quella che nel secolo XII si chiamava “filosofia della natura” (poi “fisica”), della formazione del cosmo, delle qualità delle cose e degli eventi fisici e di etica, condividendo gran parte del sapere e delle fonti dei suoi contemporanei maestri a Chartres e Parigi.

Oltre alla Bibbia e agli scritti dei Padri, la badessa di Bingen conosceva teorie filosofiche e mediche antiche, e persino ermetiche, giunte a lei per vie che restano, a noi, ancora ignote.

Ildegarda afferma che «tutta la filosofia che nasce in Abramo» si realizza attraverso la ragione e che lei «senza aver ricevuto istruzione e senza scuola ha compreso gli scritti dei profeti e anche dei filosofi». Singolare e diversa è invece la forma dell’esposizione scelta da Ildegarda, la visione: la narrazione potentemente visuale le è dettata, dichiara, da un rivelazione inviatale dalla Voce, o dalla Luce. In essa Ildegarda «vede e custodisce nella memoria», sperimenta e conosce la verità.

Il suo stile – che lei definisce “semplice e rozzo“ e gli studiosi moderni giudicano originale e potente – si compone sontuosamente fra immagini, colori e simboli ed è dovuto anche al suo essere donna e come tale non autorizzata istituzionalmente a insegnare nello spazio e con il linguaggio della scuola. Il suo messaggio dunque deve essere garantito, legittimato, dall’Alto: ciò le assicurerà un‘autorità sempre più indiscussa, fino a permetterle, nelle sue lettere, di dialogare con i potenti della terra e i dotti del suo tempo.

Ma che cosa vede e descrive, nei suoi scritti, Ildegarda? In Scivias, una delle opere maggiori, espone la sua teologia, dalla creazione del mondo alla Caduta di Adamo, alla fondazione della Chiesa e ai sacramenti; nel Liber de vita meritorum mette al centro del Cosmo la figura dell’Uomo alato, simbolo della divinità eterna, immanente e operante nel mondo, «fuoco che romba nascosto e bruciante e anima tutte le cose». Il tema ritorna nel De operatione Dei, la sua opera più sistematica: Ildegarda illustra le potenti immagini di un mondo simbolico ricco di analogie con alcuni aspetti centrali della cultura del secolo: l’uomo “operaio della divinità”; il mondo come macrocosmo, materia vivente al pari dell’uomo microcosmo; l’Anima del mondo e l’armonia delle sue parti; tutte riflessioni pervase dalla speranza di un accesso al divino che passa attraverso l’umana ragione e l’umana virtù. La figura dell’Amore riconosce il mondo come teofania e si identifica con l’opera della Ragione: «Mio è il soffio della Parola risonante attraverso la quale la creazione nasce all’essere…».

Ildegarda di Bingen (Bermersheim vor der Höhe 1098 – Bingen 1179)

All’interno di questo quadro rileviamo teorie particolari e sorprendenti come l’analisi originale della differenza del temperamento melanconico nell’uomo e nella donna, contenuta nell’esposizione della dottrina antica dei quattro umori e caratteri. «L’eccesso di umore melanconico nell’uomo provoca lussuria e frenesia. Amaro, avido, privo di saggezza, carico di senso di morte l’uomo melanconico desidera le donne ma non le ama e le assale come un lupo di notte o un vento impetuoso che scuote le case: il suo abbraccio non dà tenerezza … La donna melanconica è poco resistente e i suoi pensieri mutevoli vagano qua e là. Dopo aver fatto l’amore si sente sfinita e non sa parlare con dolcezza agli uomini che non ama veramente nel profondo del cuore e che quindi si allontanano da lei. Talvolta il piacere dell’amore la invade ma per breve tempo e subito lo dimentica. Vive meglio, più forte e sana se non si sposa…».

Notevole anche la valutazione acuta e positiva dell’amore fisico fra uomo e donna, anche qui distinti nel piacere (delectatio): «l’amore dell’uomo è un ardore simile a un incendio che divampa nel bosco, quello della donna assomiglia al caldo tepore che viene dal sole e fa crescere i frutti…».

È bello e singolare che siano gli scritti di una monaca sapiente, grande protagonista della cultura monastica, a rappresentare con tanta evidenza l’affermarsi di un nuovo linguaggio e di un positivo atteggiamento che prende le distanze dalle tendenze ascetiche della cultura altomedievale.

Mariateresa Fumagalli Beonio BrocchieriVoce dall’Enciclopedia delle Donne

Consigli di lettura:Ildegarda di Bingen, Il libro delle opere divine (testo latino a fronte), a cura di Cristiani M. – Pereira M., Milano, Mondadori 2003Peter Dronke, Donne e cultura nel Medioevo, Milano, Il Saggiatore 1986Altra biografia su Filosofemme

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Christine de Pizan, la prima femminista

Cristina, nata in Italia, fu educata alle lettere e alle scienze dal padre, prima docente di medicina e astronomia all’università di Bologna, poi consigliere del re Carlo V alla corte di Parigi, dove si stabilisce con la famiglia.

Christin de Pizan (Bibliothèque nationale de France, Département des manuscrits Français, 609 fol. 2v)

Cristina stessa ricorda che il maggior ostacolo alla sua istruzione – raro percorso per una donna di quei secoli – era rappresentato dalla opposizione della madre che avrebbe preferito per lei la tradizionale istruzione femminile (“ago e filo”), più adatta a una futura moglie.

Due disgrazie danno in seguito, dolorosamente, ragione a Cristina: le morti ravvicinate del padre e del giovane e amato marito la lasciano senza mezzi e con figli piccoli da crescere.Costretta dunque, come lei dice , a “diventare uomo”, mette a frutto la sua cultura e le sue capacità: diviene la prima scrittrice della storia francese in grado di provvedere con il suo lavoro alla famiglia, conquistandosi un ruolo sociale e intellettuale di prestigio.

Esordisce ricopiando nel suo scriptorium testi famosi per la corte; poi compone opere su commissione di principi e nobili come la biografia di Carlo V chiestale dal fratello del sovrano.I tempi in Francia allora erano molto duri: la guerra contro gli inglesi, la Guerra dei Cent’anni, iniziata nei primi decenni del XIV secolo e durata fino alla metà del XV, è segnata ben presto da carestie tremende e dalla Peste Nera, che spazza via le risorse umane ed economiche rendendo la vita politica e quotidiana precaria e pericolosa. Ma la cultura rimaneva viva e all’università di Parigi maestri ben noti insegnano teorie originali e forti, come avveniva del resto nelle università inglesi di Oxford e Cambridge.

Cristina vive dunque in un clima culturale vivace e ricco di dibattiti e anche contrasti: si discute di guerra e pace, di ricchezza e “vera nobiltà” d’animo; di virtù pagane come la magnanimità, diverse dalle virtù cristiane fondate sull’umiltà. Ma Cristina nei suoi scritti introduce un tema assolutamente originale, senz’altro rivoluzionario: uomo e donna sono – afferma – pari “per natura” quanto a capacità intellettuali. Soltanto l’educazione , il ruolo sociale e le circostanze, secondo Cristina, fanno la differenza avvantaggiando nella vita l’uomo e relegando la donna in secondo piano.

Sul tema le due opere più importanti sono La città delle dame (1405) in cui rovescia i luoghi comuni dell’inferiorità femminile che risalivano all’autorità di Aristotele, e il Dettato dedicato a Giovanna d’Arco scritto poco prima di morire.

Nella prima opera Cristina racconta di aver ricevuto la visita di tre donne, Ragione, Rettitudine e Giustizia, che la invitano a costruire una fortezza per difendere le donne dalle maldicenze e dai pregiudizi avversi. La Città racchiude una lunga sequenza di donne esemplari per sapienza, cultura, coraggio. Del resto un uomo di valore come il padre di Cristina – affermano le tre prestigiose figure simboliche – “era persuaso che le donne potessero imparare le scienze e le lettere al pari degli uomini”, tanto da istruire quella figlia così dotata. E invero il risultato gli aveva dato ragione: Cristina in tutti i suoi scritti (ballate, scritti politici e biografie) dimostra la sua ampia cultura e non ignora, ad esempio, le opere di Aristotele, Dante e Boccaccio.

L’opera dedicata a Giovanna d’Arco è scritta invece da una Cristina già vecchia e melanconica, la quale da anni non prende in mano la penna; è una dimostrazione nei fatti della teoria dell’autrice sulla parità naturale del genere femminile. Questa volta non è la storia antica, biblica e classica, a portare esempi a favore di Cristina ma “un miracolo” vissuto, una impresa straordinaria a lei contemporanea, quella di Giovanna di Orléans eroina e protagonista della riscossa francese nella Guerra dei Cent’anni: «Io Christine per la prima volta dopo tanto tempo comincio a ridere… per lungo tempo ho vissuto triste come in gabbia… nel dolore, io come gli altri, ma la stagione è cambiata».

Christin de Pizan (Venezia 1364 – Parigi 1430)

La Fortuna è ritornata nella vita della Francia e di Cristina. L’intreccio della vita della scrittrice e della Pulzella d’Orléans è evidente nel racconto. Certamente è difficile capire come una giovane contadina abbia potuto convincere il re della sua capacità di condurre l’esercito alla vittoria, ma lo è altrettanto «spiegarsi come Cristina, donna laica e borghese , sia riuscita a fare della sua cultura un tale strumento di autoaffermazione» [Maria Giuseppina Muzzarelli].

«Che onore per il sesso femminile quando questo nostro regno interamente devastato, fu risollevato e salvato da una donna, cosa che cinquemila uomini non hanno fatto…» scrive Cristina.

Non sappiamo se abbia vissuto abbastanza per conoscere la tragica conclusione della storia di Giovanna (condannata nel maggio 1430): per pochi mesi forse la notizia le è stata risparmiata.

Mariateresa Fumagalli Beonio BrocchieriVoce dall’Enciclopedia delle donne

Consigli di lettura:Maria Giuseppina Muzzarelli, Un’italiana alla corte di Francia. Christine de Pizan intellettuale e donna, Bologna, Il Mulino 2007Christine de Pizan, La Città delle Dame (introduzione, traduzione e note a cura di Patrizia Caraffi; edizione originale a fronte a cura di Earl Jeffrey Richards) Milano, Luni Editrice 1997 (ristampa, Roma, Carocci 2004)Anna Slerca (a cura di), Christine de Pizan, Cento ballate d’amante e di dama (testo originale a fronte). Aracne 2007.Patrizia Caraffi – Giovanna Angeli (a cura di), Atti del convegno, Bologna 2009Christine de Pizan, La Città delle Dame, a cura di P.Caraffi, Milano, 1997

Studi: K. Brownlee, Discourses of the self: Christine de Pizan and the “Rose”, in “Romanic Review”, 79 (1988)E. R. Curtius, Letteratura europea e Medio Evo Latino, a cura di R.Antonelli, Firenze 1992J. Cerchiglini, L’étrangère, Revue des langues romanes, 92 (1988), N°2: Christine de PizanC. C. Willard, Christine de Pizan: from poet to political commentator, in Politics, gender & genre. The political thought of Christine de Pizan, San Francisco – Oxford 1992Michela Pereira, Né Eva, né Maria. Condizione femminile e immagine della donna nel Medioevo, Bologna, 1981

Risorse on-line:http://www.pinn.net/~sunshine/march99/pizan3.htmlhttp://home.infionline.net/~ddisse/christin.htmlhttp://www.csupomona.edu/~plin/ls201/christine1.htmlhttp://faculty.msmc.edu/lindeman/piz1.htmlhttp://www2.uni-wuppertal.de/FB4/romanistik/CdeP/welcome.html

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Caterina da Siena, misticismo e trasgressione

«Oimè oimè padre mio dolcissimo perdonate alla mia presuntione di quel che v’ho detto e a dire costretta so’ dalla dolce Verità di dirlo. La Volontà sua è questa e vi dimanda che facciate giustizia dell’abondantia delle molte iniquità che si commettono nel giardino della Santa Chiesa…Voi avete preso l’autorità, dovete usare virtù e potentia vostra e non volendola usare meglio sarebbe a rifiutarla… Guardate quanto avete cara la vita che non commettiate negligentia né tenete a beffe le operazioni dello Spirito Santo che sono dimandate a voi…» (Lettera 255).

Particolare dell’affresco di Andrea Vanni, con santa Caterina e una devota, Siena, Chiesa di San Domenico (unico dipinto eseguito mentre la santa era ancora viva)

Così scrive Caterina poco più che ventenne al pontefice Gregorio XI tornato (provvisoriamente) a Roma da Avignone nel 1367: con dolorosa e audace determinazione gli chiede di liberare la chiesa dalla corruzione rinnovando lo spirito del vangelo. E prima ancora lo aveva implorato ma anche minacciato: «Venite venite venite e non aspettate tempo ché il tempo non aspetta voi…» (lettera 206).

Caterina era nata in una famiglia numerosissima e modesta ma non povera, da Lapa e da Giacomo Benincasa nell’attuale contrada dell’Oca. Proprio in quell’anno (1347) erano apparsi in Europa i primi orrendi segni della peste che farà più di venti milioni di vittime. In Italia anche le fiorenti città della Toscana come Siena erano state contagiate dai viaggiatori provenienti da Venezia dove attraccavano le navi partite dai porti dell’Asia.

Caterina fino all’adolescenza vive nel chiuso della casa di famiglia dove il suo comportamento caparbio e silenzioso preoccupa i genitori: mangia pochissimo, si dedica a dure pratiche ascetiche, si isola dalla vita familiare. A quindici anni si unisce al gruppo delle Mantellate, donne laiche e benestanti che sotto la guida dei domenicani, pur continuando a vivere in famiglia, praticavano un regime di vita religiosa e povera e prestavano quotidiana assistenza agli indigenti della città. Caterina adotta le loro regole con estremo fervore e senza nessuna prudenza: è giovanissima e bella e la sua dedizione totale alle opere di misericordia desta sospetti e maldicenze fra le compagne.

Vive una duplice vita: nel chiuso delle mura domestiche gioisce delle visioni divine talvolta violente e sempre inebrianti per la presenza vivida di un Cristo uomo sofferente e amoroso; fuori nelle strade della città cura instancabilmente i derelitti e i malati, con quell’amore «che è uno e medesimo». «In quanta eccelentia sta l’anima in me e io in lei …come il pesce sta nel mare e il mare nel pesce così io sto nell’anima, mare pacifico» (Dialogo, par. 111).

Altre donne di quei secoli – Margherita da Cortona, Umiliana de’ Cerchi, Angela da Foligno, tutte laiche come Caterina – avevano preannunciato Caterina nell’espressione di una spiritualità tutta nuova: come lei avevano voluto e vissuto durissime penitenze e digiuni, praticato soccorso materiale e affettivo verso i poveri e gli ammalati, goduto come lei visioni traboccanti felicità, rapimento e annullamento di sé nel divino.

Caterina, come Francesco d’Assisi, conosce Dio anche attraverso i lebbrosi e la povertà: l’esperienza religiosa nel Duecento oramai lontana dalla solennità e dalla solitudine contemplativa del monastero altomedievale era divenuta convivenza attiva e condivisione delle miserie e difficoltà del popolo della città mentre il colloquio appassionato con il Cristo restava riservato a un tempo e a uno spazio personale e intimo.

Su questo aspetto lo storico cristiano Claudio Leonardi ha scritto parole decisive e, credo, amare: «Dopo Caterina lo spirituale dovrà sempre più rifugiarsi nel privato, apparire come un fatto che occorre velare perché straordinario e anche pericoloso per l’esperienza storica della Chiesa». Quando nel 1370 Urbano lascia Roma per stabilirsi a Avignone, Caterina ha una visione che riassume e innalza il messaggio delle precedenti: Cristo le apre il petto e sostituisce il cuore della donna con il suo. È il segno di una trasformazione mistica che trasmette a Caterina una energia unica: guidata dal suo Dio interiore la giovane donna esce dalla sua città natale e affronta il mondo e i potenti della terra con un linguaggio, una sapienza e un coraggio che lei stessa riconosce come «cose nuove». In questi dieci anni, gli ultimi della sua breve vita, avviene qualcosa di prodigioso: Caterina è riconosciuta come profeta e guida del popolo cristiano in un passaggio difficile, al pari di Mosè che aveva traghettato la sua gente attraverso il Mar Rosso. Fino allora il suo compito era stato «convertire i cuori», ma nell’ultimo decennio della vita Caterina vuole convertire e riformare la stessa Chiesa di Avignone sottomessa non solo al potere dei re francesi ma anche segnata dalla «temporalità» e dalla lontananza dal vangelo. Il pensiero di Caterina è lucido e veloce, il suo stile singolare anzi unico, ma come tante altre donne del suo tempo la giovane donna non sa scrivere e detta ad alcuni fedeli litterati della sua comunità le lettere indirizzate ai potenti e agli amici, scritti piene di grida, ammonimenti e preghiere. Nel 1374 i domenicani le assegnano come confessore e segretario personale Raimondo da Capua, forse anche con l’intento di controllarla. Ma fatalmente Raimondo diventa presto un suo devoto, la segue con amicizia e fedeltà assoluta tanto che è Caterina a raccomandargli di esser più libero e staccarsi da tutti, anche da lei («anche da me»).

Caterina sul frontespizio dell’edizione aldina delle Lettere (Xilografia, 1500)

Caterina dunque scrive, predica, consiglia, viaggia in Italia, va fino ad Avignone e contribuisce a far nascere nel pontefice Gregorio XI la decisione di tornare a Roma. Ma due anni dopo, nel 1378 con l’avvento di un antipapa, l’unità della Chiesa si frantuma e Caterina assiste impotente e disperata alla rovina.

Quando muore a Roma il 27 aprile del 1380 le sue ultime parole sono «dolce Gesù» e «sangue sangue sangue».

Nelle lettere di Caterina dalla prima all’ultima avvertiamo una corrente impetuosa di affettività, un senso straordinario della corporeità e di quella «dolcezza del cuore» che arriva talvolta a sconvolgerla: quando il sangue del condannato da lei convertito all’amore divino e alla pace, durante l’esecuzione capitale le macchia la veste e le invade i sensi e l’anima, scrive: «Riposto che fu, l’anima mia riposò in pace in tanto odore di sangue… che mi era venuto addosso di lui. Non voglio dire di più… Non vi meravigliate figlioli miei dolcissimi se io non vi impongo altro se non di vedervi annegati nel sangue e nel fuoco che versa il costato del figliolo di Dio…Gesù dolce Gesù amore» (lettera 273).

Enigmatica e grandissima Caterina. Vista dall’esterno, fuori dall’aura della sua santità canonica e dell’alta posizione di patrona d’Italia e d’Europa, appare ai nostri occhi di moderni ricca di contrasti difficili da comporre, spesso incomprensibili: una giovane donna incredibilmente tenace e determinata nell’opera che svolge in ambito pubblico (oggi diremmo politico), lucida e forte nelle sua idea di riforma religiosa che riprende con nuova forza molti motivi del dissenso cristiano e delle eresie, appassionata e inquieta nei pensieri e nella immaginazione, sofferente nel suo giovane corpo volontariamente e ostinatamente stremato dal digiuno[1].

Mariateresa Fumagalli Beonio BrocchieriVoce dall’Enciclopedia delle Donne

Note: [1] Interessante l’analisi di R. Bell (La santa anoressia, Laterza 1987) che rimane tuttavia generica: attraverso la malattia l’autore sembra voler spiegare il talento misterioso della santità femminile. È come pretendere di render conto delle straordinarie visioni di Ildegarda di Bingen attraverso gli attacchi di emicrania di cui soffriva. Oliver Sacks (L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello, Adelphi) scrive: «non tutti coloro che soffrono di mal di testa sono in grado di immaginare quel che Ildegarda vede nelle sue grandiose visioni….» e non tutte le anoressiche hanno la forza di parola e d’azione di Caterina.

Consigli di lettura:Le lettere di Caterina furono riunite dopo la sua morte e rimaneggiate in senso agiografico. Il Duprè Theseider (Epistolario di S. Caterina da Siena, Roma, 1940) riconosce l’autenticità delle 382 lettere ma ne edita criticamente solo 88. Possiamo rifarci all’edizione di U. Meattini ed. Paoline (ultima ed. 1987), Il Dialogo (Caterina l’ha chiamato Il libro della divina dottrina) è nelle Edizioni Cateriniane di G. Cavallini, Roma 1980.Interessante la traduzione italiana di alcune lettere: Vestitevi di sangue. Lettere ai fedeli (a cura di M.Colombo), Archinto 1991.Per orientarsi sui numerosi studi dedicati a Caterina da Siena, al di là di quelli più particolarmente agiografici, consiglio:C. Leonardi, Caterina la mistica, in Medioevo al femminile, Laterza I ed. 1989Scrittrici mistiche italiane a cura di G.Pozzi e C. Leonardi, Genova 1988Atti del Convegno, Todi 1983, Temi e problemi della mistica femminile, edito dal Centro Studi della spiritualità medievale.The feminine mind in medieval mysticism, in Creative women in medieval and early modern Italy, a cura di E. Ann Matter e John Coakley, University of Pennsylvania Press 1995.

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Irene, la donna che si fece Imperatore

“Irene, l’unica donna che si fece uomo per governare i Romani d’Oriente. Santa per aver riammesso il culto delle immagini sacre, diabolica perché fece assassinare il suo unico figlio, morì in solitudine a Lesbo”.

Irene d’Atene fu imperatrice bizantina dal 797 all’802

Descrivere la vita di una santa non è mai stato facile. Se da un lato ci si imbatte sul suo profilo agiografico, ricolmo di una perfetta retorica descrittiva, dall’altro, magari scavando un po’, si possono trovare dettagli molto interessanti che permettono una ricostruzione biografica molto più vicina alla realtà. Se oltre a queste normali difficoltà ci si aggiunge pure un periodo turbolento e poco comprensibile come quello iconoclasta, ecco la vita di Irene diventare ancora più stimolante.

Come un’altra santa, Olga di Kiev, Irene fece di tutto per ottenere il potere e mostrò il suo lato più oscuro quando lo ottenne. Eppure, quando fu scelta dai messi imperiali, verosimilmente quindicenne, a fronte della sua straordinaria bellezza e della sua indubbia fede cristallina, mostrava poca vivacità e una naturale quanto educata timidezza.

Sotto il suo sguardo tenebroso celava però un che di superbia ben nascosto dalla dura educazione ricevuta in famiglia. Quando i messi imperiali la videro se ne compiacquero e mandarono subito le informazioni all’Imperatore che era alla spasmodica ricerca di una moglie per il proprio figlio maschio, Leone. Irene, ovviamente, accettò di buon grado l’offerta da parte del palazzo imperiale e acconsentì di sposare il figlio dell’Imperatore. Il loro matrimonio fu felice, e appena nove mesi dopo i due ebbero il primo figlio che chiamarono, per continuità dinastica, Costantino. Tutta la famiglia imperiale assistette al lieto evento e per un lungo periodo a Costantinopoli si fece festa.

Irene però pensava al futuro da principessa. Come sposa del prossimo Imperatore aveva degli obblighi ben definiti dal rigido protocollo romeo. Così ella si dedicò all’apprendere, ascoltare, curiosare, e a rendere il palazzo imperiale la sua futura casa. Il tempo però fu tiranno, così come il triste destino di Leone. Trascorsi appena cinque anni di matrimonio, Irene si trovò con le redini dell’Impero in mano, visto che il giovane Costantino VI era ancora piccolo per poter governare.

Solidi con l’effige di Irene

Il suo avvenire però non si concretò immediatamente, anzi, nel primo momento Irene fu accerchiata da oppositori e dai fratellastri di Leone. Oltre a ciò il suo essere donna non le rese la situazione certamente facile, anzi, gran parte della corte pensava che lei fosse del tutto inadatta al ruolo di “Imperatrice madre”.

Si deve però precisare che l’Impero dei Romani non era più quello ereditato da Giustiniano e prima di lui da Costantino, sebbene preservasse le leggi romane e la cultura greca, era molto affascinato dalla mistica cristiana. Le leggi promulgate da Leone III e da Costantino V, avevano consegnato alla moglie poteri maggiori che permettevano loro di tutelarsi dall’ingombrante presenza del pater familias. Infatti, nell’Impero della Nuova Roma la donna godeva di una posizione sociale ed amministrativa decisamente migliore di quanto le era stato riservato nella Roma di qualche secolo prima.

Irene riuscì a sfruttare tutto quello che la legge le permetteva. Appena assurta al potere scoprì di essere naturalmente portata per il comando. Quella che un tempo era una timida e provinciale donna della lontana e decaduta Atene, ora si stava trasformando in una perfetta burocrate costantinopolitana.

Nonostante fosse solo reggente fece sentire la sua voce ovunque: destrutturò l’élite iconoclasta costruita dal suocero sostituendola con una a lei fedele, sventò poi un colpo di stato ordito dai fratellastri di Leone confermando il suo unico figlio come erede legittimo di suo marito, Leone IV. La sua figura duale, madre premurosa e imperatrice mai si scollò, almeno fino a quando Costantino non crebbe abbastanza per prendere decisioni autonome. Molti gruppi, specie l’élite militare, vedevano nel figlio di Leone IV il discendente legittimo della famiglia imperiale, e quindi l’unico titolare al porfido trono. Quando fu maggiorenne Costantino tentò di emanciparsi ma questo gli riuscì solamente a livello teorico, il rapporto simbiotico madre-figlio mai si spezzò anzi, con gli anni crebbe in maniera abnorme.

L’esercito impose il figlio di Leone a mandare in esilio la madre una volta raggiunto il potere, ma Costantino non lo fece mai: prima la relegò agli arresti domiciliari, poi si convinse di restituirle la sua antica dimora ed infine le tolse anche l’obbligo di non vedere persone esterne al suo entourage.

Il sarcofago di Irene nella Basilica di Santa Sofia (Istanbul)

Irene ebbe così la possibilità di muoversi silenziosamente come un serpente marino degli oceani profondi. Appena poté colpire lo fece con una ferocia incredibile. Riuscì a far imprigionare il suo unico figlio e ordinò alle sue guardie di accecarlo. Si trovò così alla guida dell’Impero più grande e più prestigioso d’Europa, e non scelse il solito titolo femminile di Basilissa, ma optò per quello maschile di “Basileus ton Rhomaion” (Imperatore dei Romani). Dimostrando tutta la sua volontà non solo di governare, ma pure di comandare. Una donna che diventò uomo solo sui documenti e preservò, invece, la propria femminilità nella gestione di un potere ormai assoluto.

Irene fu anche capo militare e riuscì ad ottenere discreti successi contro Bulgari e Arabi. Ebbe forse un amante, per altro anch’egli ripudiato ed in seguito perseguitato, ma non si risposò. La sua straordinaria bellezza andò scemando negli anni a differenza della sua fede passionale, che divenne sempre elemento fondamentale nella sua perigliosa vita.

Gli anni del suo governo non sono ricordati come rivoluzionari. Irene anzi si mosse nel solco della tradizione, specie dopo il ritorno al culto delle immagini da lei lungamente e convintamente voluto. Le sue riforme amministrative ed economiche si rivelarono presto fallaci e controproducenti, tanto che furono abolite non appena Irene fu deposta. Cinque giorni dopo la sua cacciata arrivò una lettera da Carlo, re dei Franchi e nuovo Imperatore d’Occidente con una richiesta di matrimonio per Irene. Se la proposta fosse stata accolta, i due Imperi, le due Roma, si sarebbero potute riunire come un tempo ricostruendo l’unità così agognata da Giustiniano e dagli Imperatori dopo di lui.

Ma la lettera, come è stato detto, giunse troppo tardi ed Irene, con la sua indole autoritaria, già aveva creato molti dissapori nell’entourage imperiale. Il suo governo autocratico e solitario durò appena cinque anni. Poi venne deposta e costretta a prendere i voti monastici. Morì appena cinquantenne sull’isola di Lesbo, sola e dimenticata.

Nicola Bergamo

Consigli di lettura:

N. Bergamo, Irene, Imperatore di Bisanzio, Jouvence, Milano, 2015.

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Il lavoro delle donne

Dagli studi più recenti sul lavoro femminile medievale che stanno fiorendo in tutta Europa su basi rigorosamente documentarie, emerge un quadro completamente diverso dagli stereotipi tradizionali: non donne chiuse in casa a svolgere soltanto mansioni domestiche, o filatura, tessitura e cucito, ma attivissime in tutti i settori (compresi i più pesanti, come l’edilizia o il lavoro in miniera), e a tutti i livelli, dalla manovalanza all’imprenditoria, riuscendo spesso a mantenersi da sole e persino ad aiutare familiari in difficoltà.

Pittrice, immagine da un manoscritto del De mulieribus claris (G. Boccaccio)

La rigorosa analisi dei documenti, e il raffronto delle ricerche specifiche su contesti geografici anche molto lontani tra loro, hanno cioè messo in evidenza realtà e linee di comportamento comuni a tutte le donne d’Europa (secc. XIII – inizio XVI), ben diverse da quelle che la tradizionale storiografia sull’argomento, senza supporti documentari, continua da decenni a ripetere.

A prescindere dalle teorizzazioni generali, avulse da qualsiasi riscontro documentario, l’analisi dei singoli microcosmi consente dunque di percepire, nella concretezza e nella peculiarità delle situazioni, il modo di pensare e di agire delle donne medievali. Tra le caratteristiche comuni a vasti ambiti cronologici e geografici emerge in primo luogo il fortissimo spirito di corpo e la capacità organizzativa che portavano le donne, un po’ dovunque in Italia e in Europa, ad integrarsi perfettamente nella vita economica, sociale e politica delle loro città, arrivando talvolta a trattare direttamente con le autorità municipali, ottenendone il consenso (Bilbao, Valencia, Basilea, Rouen).

L’imprenditoria femminile Nonostante la sua capillare diffusione c’erano settori, come quello tessile, in cui il lavoro femminile prevaleva, dando vita a ben organizzate manifatture gestite da donne. Persino nella filatura della lana esistevano delle imprenditrici autonome: a Barcellona alla fine del ‘300 alcune di loro davano vita a piccole aziende in cui assumevano apprendiste, e giungevano fino a commercializzare direttamente il prodotto, vendendolo al mercato settimanale sulla piazza cittadina.

Cicli di produzione tutti al femminile caratterizzavano alcuni settori dell’imprenditoria, come quello tessile

Tre settori esclusivamente femminili erano caratterizzati da notevoli ed autonome capacità organizzative: le fasi preliminari alla filatura serica; la filatura dell’oro; la confezione di veli e cuffie/acconciature di seta e di cotone. Articoli, questi ultimi, destinati alle donne e che richiedevano un gusto prettamente femminile nell’ideazione. Perciò in tutta Europa veniva lasciata loro la gestione dell’intero ciclo produttivo (dalla realizzazione dei modelli, alla tessitura e alla commercializzazione), compreso il conferimento del capitale necessario ad avviare l’attività. Donne imprenditrici dotate di propri capitali commissionavano ad altre donne che lavoravano a domicilio (spesso, a loro volta, con delle allieve), la tessitura dei manufatti.

Nella maggior parte delle attività erano coinvolte le nobildonne come finanziatrici e come imprenditrici: nella Venezia d’inizio ‘500 le aristocratiche avevano fatto un business persino della confezione dei merletti, prodotto raffinato e di semplice manutenzione, destinato ad avere successo. Molte di loro poi, come “mercantesse pubbliche”, controllavano tutto il ciclo di lavorazione dell’oro filato (secc.XIV-XV) o partecipavano in prima persona a società commerciali per l’esportazione dei tessuti in tutta Europa.

Donne costruttrici, da La città delle Dame (Christine de Pizan, 1404-1405)

Altre operavano nella nascente arte della stampa (fine sec.XV), firmando come editrici le pubblicazioni: la nobildonna greca Anna Notaras aprì una tipografia a Venezia all’inizio del ‘500 per diffondere nella città lagunare la cultura della madrepatria. Altre ancora, a Roma soprattutto (come Vannozza Cattanei, madre di Lucrezia Borgia), erano attivamente impegnate nella gestione di alberghi e locande, vere miniere d’oro negli anni santi, oppure armavano navi (a Marsiglia nel ‘300 e nel ‘400) e assoldavano pescatori per cercare il corallo nel mare della Sardegna, facendolo poi lavorare e foggiare in perle da manodopera femminile alle loro dipendenze.

Anche Lucrezia Borgia era un’abilissima imprenditrice agricola impegnata in lavori di bonifica e in svariate attività, tra cui la produzione di mozzarelle di bufala (di cui tra l’altro era golosa). Non raramente finanziava i suoi affari vendendo i propri gioielli: sacrificando una catena d’oro costruì l’argine di un fiume. Analogamente la madre di Lucrezia con la vendita dei propri monili finanziò la ristrutturazione di un albergo nel centro di Roma, garantendosi in tal modo una cospicua rendita.

Donne che costruiscono le mura di Messina, dal manoscritto della Nuova Cronica di Giovanni Villani (manoscritto Chigiano L VIII 96, Biblioteca Vaticana)

Edilizia e miniere Le donne medievali erano attivissime anche in compiti molto faticosi, nell’edilizia e nelle miniere: a Siena e a Pavia scavavano acquedotti e canali (dei 640 lavoratori reclutati nel 1474 a Pavia, 284 erano donne, tra cui anche alcune bambine); in Francia e Spagna partecipavano come manovalanza alle costruzione delle cattedrali (secc.XIV-XV); a Messina costruivano le mura cittadine (sec.XIII). In Francia le donne occupavano un ruolo notevole nelle miniere di sale. In quelle di Salins (Jura), tra il ‘400 e il ‘600 le operaie svolgevano compiti di primaria importanza come maestranze specializzate, occupando ruoli chiave all’interno del contesto produttivo, con incarichi di fiducia tramandati di madre in figlia.

Nelle loro mani si trovava la maggior parte dell’attività, e godevano (alla pari degli uomini), di indennizzi in caso di infortuni o di malattia, e di una pensione d’invalidità o di vecchiaia accordata dal consiglio direttivo della salina, su richiesta dell’interessata che avesse lavorato a lungo (38-40 anni) e fosse ormai troppo debole e anziana o impossibilitata a lavorare. Così, nel 1476, un’operaia ormai attempata che lavorava da 38 anni chiese e ottenne la pensione settimanale che “era consuetudine assegnare ai lavoratori della salina”.E come lei molte altre di circa 60 anni che lavoravano da circa 40. Non tutte chiedevano però la pensione: alla fine del ‘400 , un’operaia di 80 anni lavorava ancora insieme alla figlia. Sorprendente poi la longevità delle impiegate nelle saline: alcune raggiungevano i 110/112 anni, e non si trattava di casi isolati.

Neppure in questo settore mancava l’imprenditoria femminile: negli anni ’90 del ‘400 la nobildonna romana Cristofora Margani, vedova del mercante pisano Alfonso Gaetani, gestiva in prima persona le importantissime miniere di allume di Tolfa (Civitavecchia), occupandosi sia del lavoro dei minatori, sia dei rapporti col mondo mercantile.

Uno dei pannelli dipinti del soffitto di santa Maria de Mediavilla a Teruel (1285): donne musulmane che lavorano in cantiere

I finanziamenti La prassi abituale per mettersi in affari per le donne di ogni ceto sociale era quella di autofinanziarsi con la propria dote, o con la vendita di abiti e monili preziosi (pratica a cui fece ricorso, come accennato, anche Lucrezia Borgia). Talvolta utilizzavano i propri capitali, anziché in prima persona, per finanziare operazioni di microcredito, soprattutto a favore di aziende femminili. La cosa era tanto diffusa che, fra ‘300 e ‘500 ovunque (da Roma, alla Spagna, alla Germania), esistevano apposite figure professionali, le “imperlatrici”, dotate delle competenze tecniche necessarie a valutare i preziosi che altre donne cedevano in pegno, per ottenere somme da investire in attività manifatturiere.

Donne e corporazioni Contrariamente a quanto si pensa, nel Medioevo non erano le corporazioni a rifiutare l’accesso alle donne, ma succedeva il contrario. Motivi di carattere economico (evitare la concorrenza sleale e i furti), o di tutela della collettività (impedendo il commercio di alimenti scadenti), portavano – solo quando strettamente necessario -, le istituzioni cittadine e le associazioni professionali a esigere che anche le donne fossero sottoposte alla giurisdizione corporativa, in cui esse non avevano alcun interesse ad entrare. Far parte di una corporazione non era cioè un privilegio, ma una costrizione e un sistema per controllarle.

Le donne preferivano invece organizzarsi da sole, cosa che consentiva loro di lavorare in nero, evitando le tasse, e di non avere obblighi di alcun tipo. Talvolta, pur invitate a iscriversi alle corporazioni, rifiutavano. Tutto questo poteva scatenare liti feroci con la corporazione: nel 1306 le autorità cittadine e corporative veneziane si diedero a cercare casa per casa le sarte, per obbligarle a pagare le tasse e a lavorare nel rispetto dei regolamenti. Esse naturalmente non volevano farsi trovare, e tanto meno iscriversi alla corporazione: se scoperte, adducevano pretesti di ogni tipo, soprattutto quello di confezionare esclusivamente capi per la famiglia.

I documenti mostrano insomma – in tutta l’Europa medievale – una realtà ben diversa da quella a cui siamo abituati, sottraendo alla polvere del tempo uno straordinario brulicare di attività femminili del tutto impensate.

Maria Paola Zanoboni

Consigli di lettura:Maria Paola Zanoboni, Donne al lavoro nell’Italia e nell’Europa medievali (secc.XIII-XV), Milano, Jouvence, 2016, e la bibliografia ivi citata, tra cui:La donna nell’economia (secc.XIII-XVIII), Atti della XXI Settimana di Studio dell’Istituto Internazionale di Storia Economica F.Datini (aprile 1989), Firenze, Le Monnier, 1990.G. Piccinni, Le donne nella vita economica, sociale e politica dell’Italia medievale, in Il lavoro delle donne, a c. di Angela Groppi, Roma-Bari, Laterza, 1996, pp.5-46. P. Delsalle, Le travail des femmes sur les chantiers et dans les métiers du bàtiment aux XVe, XVIe et XVIIe siècles, in L’edilizia prima della rivoluzione industriale: secc. XIII-XVIII, atti della trentaseiesima Settimana di studi, 26-30 aprile 2004, a cura di Simonetta Cavaciocchi, Firenze, Le Monnier, 2005, pp.861-887.Donne, lavoro, economia a Venezia e in Terraferma tra medioevo ed età moderna, a cura di Anna Bellavitis e Linda Guzzetti, fascicolo monografico di «Archivio Veneto» serie VI, fasc.3, 2012.A. Esposito, Perle e coralli: credito e investimenti delle donne a Roma (XV- inizio XVI secolo), in Dare credito alle donne. Presenze femminili nell’economia tra medioevo ed età moderna, a cura di G. Petti Balbi e P. Guglielmotti, Atti del convegno internazionale di studi Asti, 8-9 ottobre 2010, Centro Studi Renato Bordone sui Lombardi, sul credito e sulla banca, Asti, 2012, pp.227-237. I. Ait, Donne in affari: il caso di Roma (secoli XIV-XV), in Donne del Rinascimento a Roma e dintorni, a cura di Anna Esposito, Roma, Fondazione Marco Besso, 2013, pp.53-84.I. Ait, Interessi, solidarietà e crescita economica: il finanziamento delle attività produttive a Roma nel XV secolo, in Reti di credito. Circuiti informali, impropri, nascosti (secoli XIII-XIX), a c. di M.Carboni e M. G. Muzzarelli, Bologna, Il Mulino, 2014, pp. 91-108.M. P. Zanoboni, Il lavoro delle donne nel medioevo, in “Storia Economica”, XX (2017), fasc. 2, pp.425-435.

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Marozia, ape regina della pornocrazia

Marozia, disegno tratto da Franco Cesati, I Misteri del Vaticano o la Roma dei Papi, vol.1, 1861

È lei Maria, madre della Chiesa; ma non viene da Nazareth, non è santa; ed è tutt’altro che vergine. L’hanno chiamata “la puttana dei papi”, “meretrice dell’impero” e “Venere tremenda”; ma solo per la proverbiale misoginia dei preti. Perché Maria di Teofilatto detta affettuosamente Mariozza e passata alla storia come Marozia, era l’esatto contrario di una cortigiana; perché lei, la corte, non la frequentava: lei la corte la creava, la nutriva e la manovrava.

Amante del papa, madre del papa, nonna del papa, Marozia è l’ape regina del Vaticano, la protagonista della pornocrazia romana, la donna più potente, spregiudicata e disinibita dell’era cristiana. Certo, non risponde proprio al modello di santità femminile: con tre mariti, un concubino, innumerevoli amanti, intrighi, omicidi e cospirazioni, Marozia è ben lontana dalla purezza di Chiara e Scolastica, dal misticismo e dal coraggio di Giovanna d’Arco e dell’erudizione di Ildegarda di Bingen, ma ha segnato quanto e forse più di loro la storia della Chiesa, diventando protagonista assoluta del suo momento più oscuro.

Intelligentissima, affascinante e cinica, pur essendo analfabeta Marozia riesce a tenere le redini della città Roma e della Chiesa cattolica per più di vent’anni tra matrimoni, amicizie, alleanze e guerre.

“Bella come una dea e focosa come una cagna” la definisce il vescovo Liutprando da Cremona: “Viveva nel cubicolo del Papa e non usciva mai dal Laterano”. Va detto però che Liutprando era sfacciatamente di parte, essendo cresciuto alla corte dell’imperatore tedesco. “Gli studiosi più aggiornati, invece – nota Tommaso di Carpegna Falconieri nel Dizionario biografico degli italiani pubblicato dalla Treccani – senza giurare che Marozia fosse un esempio di cristiana modestia, sono convinti che la sua autorità dovesse posare su una base più solida della lussuria e del vizio”.

Mappa di Roma, Taddeo di Bartolo (1362-1422), Palazzo Pubblico di Siena

Marozia, insomma, doveva avere molto ingegno, molta abilità e pochi scrupoli. Nata presumibilmente nell’anno 892, è figlia di Teofilatto, senatore capostipite di una dinastia destinata a tenere le redini della capitale per oltre un secolo, e Teodora, anch’essa rampolla di una famiglia aristocratica, nonché spregiudicata amante di vescovi e papi.

Maria ha quattro fratelli: Teodora e Teofilatto – morti giovani, e Sergia e Bonifacio, che se ne vanno ancora bambini e vengono sepolti nella basilica di Santa Maria Maggiore. Resta quindi l’unica erede di una dinastia ambiziosa e ansiosa di conquistare il potere.

Artaud de Montor, Sergio III in The Lives and Times of the Popes, The Catholic Publication Society of America, New York, 1911.

Quando ha appena quindici anni – intorno all’anno 907 – diventa l’amante di papa Sergio III, che aveva conosciuto quando era ancora vescovo di Cerveteri e che peraltro è anche un suo lontano parente.

“Non v’è da dubitare – scrive Mariangela Galatea Vaglio – che a mettere Marozia nel letto di Sergio III siano stati i genitori, dandole anche buoni consigli su come restarci a lungo e ottenere dal maturo amante ogni genere di favori”. L’amorosa tresca, dunque, non è dettata solo da irrefrenabile passione ma anche da mirati calcoli politici. Resta il fatto che da Sergio Marozia concepisce un “figlio d’arte”: Giovanni, destinato anch’egli al papato.

A dispetto del severo giudizio di molti cronisti dell’epoca, che puntano il dito contro l’immorale unione, la cosa, per i tempi, è piuttosto normale. Siamo ancora lontani dalle riforme moralizzatrici dell’XI secolo e anche dal divieto assoluto, per gli chierici, di sposarsi. Di fatto, se intorno all’anno 500 era stato deciso di riservare l’ordinazione sacerdotale a uomini celibi con l’obbligo che tali rimanessero, moltissimi ecclesiastici continueranno a prendere moglie fino a che non sarà loro del tutto impedito dalle regole più rigide imposte a partire dal 1049, e pur se considerato da molti una piaga, il concubinaggio di preti, vescovi e papi – nel IX secolo – è assolutamente comune a Roma.

“Gli indizi cui portano gli studi – spiega ancora Tommaso di Carpegna Falconieri – invitano a riflettere sulla struttura peculiare del clero palatino e della società aristocratica del IX-X secolo, presso cui il rapporto concubinario – e lo stesso matrimonio dei chierici – era avvertito in modo tutt’altro che negativo”. Insomma la relazione tra Marozia e papa Sergio non è affatto clandestina: la donna vive in Laterano come una vera “papessa” e persino nel Liber Pontificalis Sergio III figura come padre di Giovanni XI. Nel 911 il papa muore – forse ucciso, e qualcuno dice malignamente che la mano di Marozia c’entri qualcosa – e la ragazza sposa Alberico, marchese di Spoleto e di Camerino. Il matrimonio sancisce un’alleanza tra le due famiglie per il predominio di tutta l’Italia centrale e la coppia mette al mondo quattro figli: Alberico, Costantino, Sergio (che sarebbe diventato vescovo di Nepi), Berta e forse un’altra figlia.

Intanto sul soglio pontificio sale Giovanni X, amante di Teodora. “Al contrario dei predecessori – scrive Galatea Vaglio – questo prelato che si dice abbia sedotto Teodora nel corso di un’ambasciata, quando era vescovo a Ravenna, e l’abbia convinta a chiamarlo nell’Urbe per non essere troppo distanti, ha carattere ed ambizione, per cui vuole giocare in politica in proprio, e non essere il fantoccio di nessuno. Comincia a tessere alleanze che a Teofilatto, Alberico e Marozia sembrano pericolose”. Il nuovo papa, quindi, va marcato stretto e quando muore la madre è Marozia stessa a diventarne l’amante assicurandosi così un posto caldo nel letto ma anche sul trono.

Sigillo di Berengario (Monza, Museo del duomo)

Con l’aiuto di Marozia Giovanni incorona Re d’Italia Berengario del Friuli, poi mette in piedi una Lega Cristiana per combattere i Saraceni, che hanno fondato avamposti in Campania e nel basso Lazio. Con l’ausilio della flotta bizantina, gli arabi sono sconfitti e scacciati.

Gli equilibri incerti della politica italiana reggono per alcuni anni, “ma poi Berengario – nota Vaglio – ha la pessima idea di farsi uccidere dagli Ungari, e la corona d’Italia diviene di nuovo vacante. Alberico di Spoleto e Marozia ci fanno un pensiero su, ma il Papa non li appoggia come si sarebbero aspettati”. Giovanni non ama l’idea di avere in casa un Re d’Italia, dato che Alberico e gentile signora sono già fin troppo ingombranti come duchi, e i rapporti finiscono per farsi sempre più tesi, fino a rompersi del tutto. Alberico decide così di organizzare un colpo di stato per impadronirsi di Roma. Riesce a cacciare Giovanni che, però, in poco tempo si riorganizza e torna in città, costringendo Alberico a riparare a Orte, dove muore nel 924, ucciso nel corso di una rivolta sobillata dal papa.

Intanto anche Teofilatto è morto, Marozia è rimasta sola e Giovanni decide di voltarle le spalle per trattare con Ugo di Provenza, che nel 926 diventa Re d’Italia e imperatore in pectore. L’accordo con il Papa vede Ugo strappare la Sabina ai Teofilatti, mentre il ducato di Spoleto e la marca di Camerino – destinati al piccolo Alberico – vengono assegnati a Pietro, fratello del Papa. A Marozia non resta che sposare Guido, marchese di Toscana, interessato a ostacolare le mire egemoniche di Ugo e aprirsi la prospettiva del dominio su Roma.

Una rappresentazione della morte violenta di Giovanni X al cospetto di Marozia

Le nozze vengono celebrate nel 926 e subito scoppia la guerra: Marozia e Guido entrano in Roma e assediano il Laterano, lo espugnano e uccidono Pietro davanti agli occhi del fratello. Poco tempo dopo catturano anche lo stesso Giovanni che muore nel 929, forse strangolato.

Marozia diventa così, finalmente, la vera Signora di Roma, e questa volta non si limita al ruolo di eminenza grigia: assume infatti i titoli di Senatrice dei Romani e di patrizia, governando per quattro anni la città e imponendo tre pontefici. Leone VI (928) e Stefano VII (929-931) vengono messi sul trono di san Pietro quando è ancora vivo Giovanni X, poi Marozia fa eleggere papa il suo primo figlio, che ha appena 21 anni e diventa Giovanni XI. La donna non ha intenzione di comandare il papato a distanza: si stabilisce quindi nello stesso palazzo del Laterano, non lasciando al papa ufficiale nemmeno l’ombra di una iniziativa, né tantomeno di una decisione.

Quando nel 929 muore Guido di Toscana, Marozia deve trovare un nuovo marito e un nuovo alleato. Ugo di Provenza ha affidato la Toscana al suo fratellastro Adalberto, così Maria guarda verso Bisanzio, intavolando trattative con l’imperatore Lecapeno per concludere un matrimonio tra sua figlia Berta e un principe della casa imperiale. In cambio Giovanni XI riconoscerà Teofilatto – figlio dell’imperatore – come patriarca di Costantinopoli. La trattativa è destinata, però, a naufragare a causa di un’improvvisa inversione di marcia da parte della Nostra. Se non puoi batterli fatteli amici, pensa Marozia. Anzi, fatteli amanti. Meglio ancora: fatteli mariti: sentendosi sempre più minacciata da Ugo di Provenza, Maria decide che l’unico modo per evitare di essere attaccata dal pericoloso rivale, è quello di sposarlo. Così decide di offrigli la mano e Ugo, che è appena rimasto vedovo, non se lo fa ripetere due volte: il matrimonio gli consentirà di allargare il suo dominio su Roma e farsi incoronare imperatore dal figliastro.

Illustrazione di Lodovico Pogliaghi da F. Bertolini La Storia di Roma (1886). Le Nozze di Marozia e Ugo di provenza

Nel luglio dell’anno 932 viene dunque celebrato a Roma il matrimonio del secolo. A guastare la festa arriva però il figlio Alberico, che non ha alcuna intenzione di farsi rubare il posto dal patrigno. Marozia lo sa, e durante la festa di nozze ordina al figlio di lavare le mani del proprio consorte come gesto di omaggio e riverenza; il giovanotto, però, anziché versare l’acqua gliela tira addosso e si prende in cambio uno schiaffone. Il principe lascia il castello gonfio di rabbia ma, questo è certo, non lascerà impunito l’affronto; tanto più che gli è giunta voce che Ugo sta pensando di catturarlo e accecarlo e che quell’umiliazione, probabilmente, non era altro che un pretesto per provocarlo e arrivare allo scontro per poi toglierlo di mezzo. Non c’è altro da fare – si dice – che prevenire l’attacco e rovesciare il tavolo. Nei mesi successivi organizza una congiura con l’aristocrazia romana, poi si adopera per sobillare il popolo additando la madre come una sgualdrina, il patrigno come invasore straniero, ed entrambi come incestuosi, visto che Ugo è il fratellastro di Guido di Toscana, e quindi cognato di Marozia.

La storia ci insegna che se non è difficile insultare una donna additando la sua condotta sessuale, ancor meno lo è sollevare il popolo evocando un’invasione straniera. Sta di fatto che la corte si ribella, i romani insorgono e la coppia imperiale è costretta a rifugiarsi a Castel Sant’Angelo. Dopo un breve assedio Ugo e Marozia devono capitolare e Alberico diventa il nuovo signore di Roma. Mentre Ugo fugge dalla capitale, Marozia viene arrestata e Giovanni confinato in Laterano, continuando a fare quello che aveva sempre fatto; e cioè, nulla. O per meglio dire, dare ordini prendendoli dai parenti. Morirà tre anni dopo, senza essere mai riuscito a dimostrare di essere vivo.

Da quel momento di Marozia si perdono le tracce. Alberico la fa chiudere in un monastero dove passa in silenzio il resto dei suoi giorni e dove muore il 2 giugno del 936, proprio mentre Alberico stipula una tregua con Ugo e sancisce una nuova alleanza sposando la figlia Alda di Provenza. Che, alla faccia dei presunti incesti, non è altro che sua sorella acquisita. Marozia viene sepolta nel monastero dei santi Ciriaco e Nicola sulla via Lata. Dall’unione di Alberico e Alda nascerà Ottaviano, che diventerà Signore di Roma come il padre e papa come lo zio inaugurando – peraltro – l’abitudine dei pontefici romani di cambiare nome. Giovanni XII morirà ad appena ventisette anni, scaraventato fuori da una finestra dall’oste che lo aveva trovato a letto con la moglie e sarà liquidato dal Liber Pontificalis come “scelleratissimo, poiché fu il peggiore, e trascorse tutta la sua vita nell’adulterio e nella vanità”.

Marozia, da parte sua, non contenta di aver segnato la storia di due decenni, diventerà anche una leggenda millenaria, e – assumendo il nome di suo figlio e di suo nipote – si trasformerà nel mito della papessa Giovanna: la giovane – immortalata anche in una carta dei tarocchi – che si finge un maschio per farsi eleggere Papa, e viene poi smascherata perché durante una solenne processione partorisce il figlio avuto da un amante, finendo linciata dalla folla.

Come Giovanna, anche Marozia è riuscita ad avere tutto ciò che può avere un uomo ma si è fatta fregare dall’unica cosa che un uomo non può avere: la maternità. La leggenda diventa quindi perfetta sintesi di una vita avventurosa e tremenda e la metafora di un destino, è il caso di dire, scritto nelle carte.

Arnaldo Casali

Per saperne di più: Tommaso di Carpegna Falconieri, Marozia in Dizionario biografico degli italiani, vol.70, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 2008. Giovanni Di Capua, Marozia. La pornocrazia pontificia intorno all’anno Mille, Scipioni, 2013. Vittoria Calabri, Marco Poli, Intrighi e misfatti. Marozia fra storia e leggenda, Nuova S1, 2012. Paola Toscano, Straordinaria e scellerata vita di Marozia che volle farsi imperatrice, Mondadori, 1998. John O’Malley, Storia dei papi, Fazi Editore, Roma 2011. Elena Percivaldi, La vita segreta del Medioevo, Newton Compton Editori, Roma 2014. Claudio Rendina, I papi, storia e segreti Newton Compton Editori, Roma 1983. Pietro Fedele, Ricerche per la storia di Roma e del papato nel secolo X, in Archivio della R. Società Romana di Storia Patria, voll. XXXIII-XXXIV, 1910-1911.

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Lady Godiva e il sarto guardone

Peeping Tom, Jean Carolus (1814-1897), collezione privata

Tom resisti. Tom non farlo. Tom concentrati sul lavoro: taglia, cuci, finisci quel vestito per Mistress Oaks, che sei già in ritardo sulla consegna. Era per questa sera, ricordi? E ancora non hai nemmeno cominciato!

Vuoi fare come il solito tuo, e consegnare il lavoro con due giorni di ritardo, e poi magari lamentarti perché se la prendono comoda per pagarti? Avanti, mettiti al lavoro. E non guardarti intorno. No, Tom, no: allontanati dalla finestra, allontanati da quella maledetta finestra! Conosci l’ordinanza: deve restare chiusa, sprangata per tutta la giornata. Non fare cazzate, che poi te ne penti. Sì, lo so: lo so anche io che non capita tutti i giorni, uno spettacolo del genere. A voi del popolino, poi, figuriamoci quando vi ricapita, di vedere una contessa nuda. E fosse pure vecchia, brutta, ossuta e mascolina, basterebbe già soltanto la curiosità, per affacciarsi a guardare se i nobili sono proprio come noi, oppure oltre al sangue blu hanno le zinne viola e il culo turchese.

Il problema è che Lady Godiva non è solo nobile: è anche bella. Molto bella. Lady Godiva è proprio come le regine delle fiabe, e fra pochi minuti arriverà, per fare l’amore con il suo popolo. Già, perché è proprio un atto d’amore, quello che sta per fare: è proprio l’amore per voi – gente che non conta niente – che l’ha portata a spogliarsi di tutto per questa follia.

Si è messa in testa di liberarvi dalle tasse che suo marito vi ha imposto. Almeno dell’ultima, delle tasse che si è inventato il conte Leofrico per dissanguare il popolo di Coventry.

Lady Godiva ritratta da Edmund Blair Leighton (1892) nel momento della discussione con il marito

E così, in questo giorno qualsiasi all’alba del secondo millennio, estenuato dalle insistenze della moglie – tanto bella quanto petulante – Leofrico le ha lanciato la sfida: “Toglierò tutte le tasse e lascerò solo quella sui cavalli. Solo, però, se tu avrai il coraggio di cavalcare nuda in mezzo a quel popolo che tanto ami”. Se si sente così solidale, con la plebaglia di Coventry, si spogliasse come loro, la bella contessa: se ne andasse ignuda come un penitente, per chiedere la grazia al suo Signore. “E sia. Lo farò, mio signore – aveva risposto la contessa – ma voi, mio signore, permetterete che la plebaglia possa accedere allo spettacolo che solo a voi è riservato? Consentirete che la vostra Signora possa essere mangiata con gli occhi da qualsiasi pezzente di Coventry?”. “Se voi lo permettete – gli aveva detto con tono di sfida – non mi farò problemi neanche io, a mostrarmi nuda al mio popolo”. Il conte Leofrico l’aveva guardata corrucciato. Già: poteva davvero mettere in mostra le grazie della sua signora, alla mercé di borghesi e cafoni? Certo che no. Ma adesso come poteva uscire da quella situazione imbarazzante? “Ebbene – aveva detto infine – voi ve ne attraverserete a cavallo, nuda, la città e il mercato. Ma nessun abitante potrà guardarvi: al momento del vostro passaggio, tutti i residenti di Coventry dovranno barricarsi in casa, con finestre e scuri chiusi. Nessun occhio plebeo dovrà ardire di posare il suo sguardo sul patrimonio esclusivo del Conte. E se qualcuno oserà farlo, allora il vostro corpo sarà l’ultima cosa che quell’occhio impudente riuscirà a vedere!”. E sia. Dunque l’ora è giunta: Lady Godiva è partita dal castello sul suo cavallo, completamente nuda, e tutti gli abitanti di Coventry si sono rintanati in casa, nelle loro faccende affaccendati, resistendo alle tentazione di sbirciare fuori.

Nella sua Lady Godiva (1856), Adam van Noort ritrae anche Peeping Tom che la osserva dalla finestra (sulla destra del dipinto)

E tu, Tom il sarto, che intenzioni hai? Ehi, ma che cosa stai facendo con quell’arnese? Sei matto? Tom, ripensaci finché sei in tempo. Ma che dici? Ma quale occhiatina? Non puoi rovinare la persiana per sbirciare fuori! Fermati! Pensi che se ritagli un piccolo spioncino dalla finestra nessuno si accorgerà di niente? Pensi davvero di fregare il tuo Signore? Pensi di poterti godere lo spettacolo di Godiva impunemente? Lo hai sentito, sì, quale sarà il destino dei guardoni? Fermati finché sei in tempo, Tom. Fermati! D’accordo, ormai è troppo tardi, il danno è fatto. Beh, adesso, però, rimetti quel tondino di legno sulla persiana: se non puoi riattaccarlo, cerca almeno di incastrarlo in qualche modo. Devi riparare quella persiana prima che… Cosa? Sta arrivando? Sta arrivando? Beh, allora fammi dare un’occhiata anche a me, avanti. Eccola là: già si intravede all’orizzonte la sagoma del cavallo e dell’amazzone, attraversare le strette e silenziose vie della cittadina. Il cuore ci batte a mille, le palpitazioni aumentano mano a mano che quell’ombra in lontananza si avvicina. Non galoppa, non trotta: il cavallo procede a passo lento, come se stesse facendo una sfilata. Una sfilata invisibile: Lady Godiva si offre allo sguardo di chi non può guardare. Ecco, finalmente è davanti a noi: l’emozione ci chiude la gola. Il cavallo è bianco e fiero e indossa dei paramenti di porpora, con ricamati in oro dei leoni rampanti. La sella è elegante e variopinta e anticipa, con la sua bellezza, il mistero che accoglie, beata lei.

Godiva, John Collier (1898, Herbert Art Gallery Museum)

Ed eccola, Lady Godiva: i capelli castani dai riflessi rossi scendono sulle spalle fino a coprire i seni, ma non la schiena, i glutei, le cosce, le gambe bianchissime. È magra, la contessa: eterea come un angelo. Ci passa davanti in silenzio, lentamente. Abbiamo tutto il tempo di godere di questo meraviglioso spettacolo: passiamo lo sguardo su quel corpo più e più volte: dai capelli fluenti fino al petto, cerchiamo, tra la chioma, di intravedere un capezzolo, ma non c’è niente da fare… in compenso, qualcosa, di sotto, si riesce a scorgere, sì… “Quanto invidio quella sella!” esclama Tom. E io gli faccio cenno di tacere, razza di idiota; che magari fuori si sente qualcosa. E infatti, Godiva si volta verso la nostra finestra, come se avesse percepito quelle parole impertinenti. Vieni qua, Tom, ritraiti, e copri con il legno quel buco! Ma Tom è in estasi e continua – come se niente fosse – a guardare quello spettacolo incredibile. Cavalca all’amazzone, ovviamente, la Contessa, quindi sì, qualcosa si riesce a sbirciare, dalle parti basse, indagando tra le cosce. “L’ho visto! L’ho visto!” grida Tom. Ma che cosa? “Il pelo!”. Questa volta la contessa si gira decisamente verso la finestra del sarto, si accorge di quel piccolo forellino sulla persiana, e dell’occhio che – dietro – la scruta avido. Muove la briglia e il cavallo comincia a trottare, allontanandosi e scomparendo in poco tempo dalla nostra vista. Sei contento, Tom, razza di guardone? Te lo hanno spiegato – sì – che quelli come te diventano ciechi?

Ed è esattamente quello che gli succederà. Che sia tortura o maledizione poco conta: Tom perderà la vista, non vedrà più niente, sarà cieco fino alla morte. E darà il suo nome a tutti i guardoni della città, poi del Regno, poi dell’Impero. Ancora oggi, per indicare ciò che in italiano viene reso con la parola “guardone” e in francese con “voyeur” in inglese si dice “Peeping Tom”.

Una statua di lady Godiva a Coventry, commissionata a metà del XX secolo da un abitante della cittadina

Quanto a Godiva, beh, la contessa di Coventry e il suo inusitato gesto verranno raccontati per secoli in mille modi diversi, fino a trasformare la nostra lady in un personaggio leggendario, quasi un archetipo femminile.

Eppure Godiva è esistita. È esistita realmente, ha avuto davvero a cuore le sorti del suo popolo, è stata una grande benefattrice delle case religiose, e ha promosso attività caritative e sociali. Nata intorno al 990 nell’Inghilterra ancora germanica, è conosciuta per essere stata tra i pochi anglosassoni e l’unica donna a mantenere i propri possedimenti e i propri privilegi anche dopo la conquista dei normanni.

Il suo nome era Godgifu – che significa “Dono di Dio” – anche se nei documenti è stato latinizzato in “Godiva”. Niente a che fare, quindi, con il godere, anche se nella letteratura successiva delle lingue romanze, l’assonanza ha finito per regalare al gesto della nuda signora un’accezione erotica e a farne una figura assai più peccaminosa di quanto non fosse l’originale. Secondo il Liber Eliensis, scritto alla fine del XII secolo da un monaco dell’Isola di Ely, Godiva era vedova quando Leofrico, conte di Mercia, la sposò. Nel 1043 Leofrico fondò un monastero benedettino a Coventry, e secondo Ruggero di Wendover – scrittore morto nel 1230 – era stata proprio la moglie a convincerlo a compiere questo atto. Nel 1050, il suo nome è menzionato insieme a quello del marito su una concessione di terra fatta al monastero di Santa Maria di Worcester. Sono anche ricordati come benefattori di altri monasteri a Leominster, Chester, Much Wenlock ed Evesham.

Il suo sigillo Ego Godiva Comitissa diu istud desideravi compare su una lettera di Thorold di Bucknall indirizzata al monastero benedettino di Spalding, che – tuttavia – molti storici considerano un falso, mentre altri ritengono che Thorold – che compare nel Libro di Domesday come sceriffo di Lincolnshire – fosse il fratello di Godiva.

Alla morte di Leofrico, nel 1057, la nostra lady continuò a vivere nella contea fino a dopo la conquista normanna, per morire il 10 settembre 1067, secondo alcune fonti, o nel 1086 secondo altre. Anche il luogo in cui Godiva è sepolta è oggetto di dibattito: secondo alcuni la sua tomba si trova nella chiesa della Benedetta Trinità a Evesham, mentre la scrittrice Octavia Randolph la colloca a fianco di quella del marito, nella chiesa principale di Coventry.

La versione più antica della leggenda è raccontata dallo stesso Ruggero di Wendover nel Flores Historiarum. Secondo Ruggero la contessa attraversò il mercato di Coventry da un’estremità all’altra, mentre la gente era riunita, scortata solo da due cavalieri. Non ci sono cenni, quindi, né al coprifuoco per la popolazione, né tanto meno a Peeping Tom, figura che non compare nelle cronache prima del XVII secolo.

La processione di Lady Godiva (David Gee, 1829)

D’altra parte non è detto nemmeno che Godiva fosse proprio nuda: se la cavalcata doveva assumere i contorni di una processione penitenziale allora la Contessa indossava comunque della biancheria intima, ma secondo l’interpretazione di altri studiosi Godiva si sarebbe spogliata semplicemente dei suoi gioielli e delle insegne nobiliari. Altri storici – come Rebecca Taylor – ricollegano il gesto di Godiva a rituali ancora diffusi ben oltre la cristianizzazione, nelle aree rurali della Gran Bretagna, come quello di portare in giro in primavera una ragazza nuda su un asinello per garantire fertilità alla terra e alle popolazioni. “L’eroina Godiva si innesca su questo filone e ha qualche parentela con Robin Hood nel soddisfare l’odio popolare per ogni forma di tassazione, in un proto-socialismo magnanimo”.

Tra Ottocento e Novecento per il movimento delle suffragette la figura di Lady Godiva rappresenterà anche il riconoscimento fondamentale del ruolo della donna nella politica. Secondo una tradizione, la sua tenuta – di 140mila metri quadrati – si trova ancora a Belbroughton, in Inghilterra, ed è stata messa in vendita qualche anno fa per oltre 3 milioni di euro. Si tratta della dimora che il conte aveva lasciato in eredita ai monaci di Worcester ma che Godiva aveva continuato ad abitare anche dopo la sua morte, pagando però l’affitto ai religiosi. Nel castello – due piani con otto stanze da letto elegantemente decorate, con pavimenti in legno di quercia, cucine, saloni, camini e una torre che ospita oggi due appartamenti – sono ancora presenti una cappella normanna con banchi e altare intatti.

Il cartellone dell’opera di Pietro Mascagni ispirata a Lady Godiva (1911)

Resta il fatto che la contessa che cavalca nuda tra le vie della città ha suggestionato per centinaia di anni il folklore popolare: basti pensare che il 31 maggio 1678 la processione di Godiva verrà introdotta come momento culminante della fiera di Coventry, mentre dal 1812 l’effige in legno di Peeping Tom vigila sul mondo da una casa dall’angolo nord-occidentale della Hertford Street, anche se in origine quell’uomo in armatura rappresentava in realtà San Giorgio. Dalla metà degli anni ottanta del XX secolo Pru Porretta, un residente di Coventry, utilizza la figura di Lady Godiva per promuovere gli eventi e le iniziative della comunità e dal 2005 ogni settembre, in occasione del compleanno della Contessa, organizza una rievocazione storica locale per l’unità e la pace nel mondo, conosciuta come “The Godiva Sisters”.

Innumerevoli gli artisti che hanno immortalato Lady Godiva nelle loro opere: a cominciare da Alfred Tennyson, autore di un poema da cui fu tratta – nel 1911 – l’opera lirica di Pietro Mascagni. Opera in cui, però, Godiva diventa Isabeau, figlia di Raimondo, sovrano di un regno collocato in un Medioevo dai contorni indefiniti: unica figlia, rifiuta il matrimonio e il padre la costringerà, per punizione, a cavalcare nuda per le vie della città, accettando, però, la richiesta del popolo, affezionato alla “reginotta”, che nessuno la possa vedere durante la cavalcata sotto il sole di mezzogiorno. Folco, un ragazzo di umili origini e grande sognatore, decide di infrangere il divieto e di osservare Isabeau, gettando fiori al suo passaggio. Il popolo, inferocito, vuole la sua condanna a morte ma Isabeau, inizialmente offesa, cede infine all’amore del giovane ed entrambi vengono lapidati dalla folla. Tenuta a battesimo nel Coliseo di Buenos Aires nel 1911, Isabeau arrivò in Italia solo l’anno successivo in una doppia prima alla Scala di Milano e a La Fenice di Venezia.

La locandina del film hollywoodiano del 1955

Ma anche l’arte contemporanea si è lasciata ispirare dalla leggenda della contessa nuda: dai Velvet Underground (la band fondata da Andy Wharol e guidata da Lou Reed) che le hanno dedicato il brano Lady Godiva’s Operation ai Queen, che nel 1978 scrivono “I’m a racing car passing by, like lady Godiva” nella canzone Don’t stop me now, mentre nel 1987 i Simply Red pubblicano la canzone Lady Godiva’s room e Roberto Vecchioni la cita nel brano Sei nel mio cuore. Per non parlare del quadro di Adam van Noort, maestro di Peter Paul Rubens, la statua di John Thomas ma anche i tanti film pornografici ed erotici che hanno preso ispirazione dalla lady gaudente, avvinghiata nuda al suo destriero (da citare almeno Peccati venali di Lady Godiva del 1969 e Nuda ma non troppo del 1951). Tra le sue innumerevoli incarnazioni, la povera Godiva conta persino una bambola gonfiabile nel romanzo Insciallah di Oriana Fallaci.

Hollywood si è invece curiosamente occupata della contessa una volta sola, e con risultati discutibili, per il kolossal Lady Godiva, diretto nel 1955 da Arthur Lublin e interpretato da Maureen O’Hara e George Nader. Ambientato durante le lotte tra sassoni e normanni, vede la contessa Godiva accusata di essere un’adultera e costretta per questo a cavalcare nuda attraverso Coventry. Un “fumettone per famiglie” rimasto però nella storia del cinema e segnato anche dalla presenza di un giovanissimo Clint Eastwood che, non ancora venticinquenne, interpreta il capo dei sassoni. Recentissima è invece la rilettura in chiave contemporanea, con una giovane insegnante con la “nuda ambizione” di ripetere il gesto della celebre contessa.

Arnaldo Casali

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