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Marozia, ape regina della pornocrazia

Marozia, disegno tratto da Franco Cesati, I Misteri del Vaticano o la Roma dei Papi, vol.1, 1861

È lei Maria, madre della Chiesa; ma non viene da Nazareth, non è santa; ed è tutt’altro che vergine. L’hanno chiamata “la puttana dei papi”, “meretrice dell’impero” e “Venere tremenda”; ma solo per la proverbiale misoginia dei preti. Perché Maria di Teofilatto detta affettuosamente Mariozza e passata alla storia come Marozia, era l’esatto contrario di una cortigiana; perché lei, la corte, non la frequentava: lei la corte la creava, la nutriva e la manovrava.

Amante del papa, madre del papa, nonna del papa, Marozia è l’ape regina del Vaticano, la protagonista della pornocrazia romana, la donna più potente, spregiudicata e disinibita dell’era cristiana. Certo, non risponde proprio al modello di santità femminile: con tre mariti, un concubino, innumerevoli amanti, intrighi, omicidi e cospirazioni, Marozia è ben lontana dalla purezza di Chiara e Scolastica, dal misticismo e dal coraggio di Giovanna d’Arco e dell’erudizione di Ildegarda di Bingen, ma ha segnato quanto e forse più di loro la storia della Chiesa, diventando protagonista assoluta del suo momento più oscuro.

Intelligentissima, affascinante e cinica, pur essendo analfabeta Marozia riesce a tenere le redini della città Roma e della Chiesa cattolica per più di vent’anni tra matrimoni, amicizie, alleanze e guerre.

“Bella come una dea e focosa come una cagna” la definisce il vescovo Liutprando da Cremona: “Viveva nel cubicolo del Papa e non usciva mai dal Laterano”. Va detto però che Liutprando era sfacciatamente di parte, essendo cresciuto alla corte dell’imperatore tedesco. “Gli studiosi più aggiornati, invece – nota Tommaso di Carpegna Falconieri nel Dizionario biografico degli italiani pubblicato dalla Treccani – senza giurare che Marozia fosse un esempio di cristiana modestia, sono convinti che la sua autorità dovesse posare su una base più solida della lussuria e del vizio”.

Mappa di Roma, Taddeo di Bartolo (1362-1422), Palazzo Pubblico di Siena

Marozia, insomma, doveva avere molto ingegno, molta abilità e pochi scrupoli. Nata presumibilmente nell’anno 892, è figlia di Teofilatto, senatore capostipite di una dinastia destinata a tenere le redini della capitale per oltre un secolo, e Teodora, anch’essa rampolla di una famiglia aristocratica, nonché spregiudicata amante di vescovi e papi.

Maria ha quattro fratelli: Teodora e Teofilatto – morti giovani, e Sergia e Bonifacio, che se ne vanno ancora bambini e vengono sepolti nella basilica di Santa Maria Maggiore. Resta quindi l’unica erede di una dinastia ambiziosa e ansiosa di conquistare il potere.

Artaud de Montor, Sergio III in The Lives and Times of the Popes, The Catholic Publication Society of America, New York, 1911.

Quando ha appena quindici anni – intorno all’anno 907 – diventa l’amante di papa Sergio III, che aveva conosciuto quando era ancora vescovo di Cerveteri e che peraltro è anche un suo lontano parente.

“Non v’è da dubitare – scrive Mariangela Galatea Vaglio – che a mettere Marozia nel letto di Sergio III siano stati i genitori, dandole anche buoni consigli su come restarci a lungo e ottenere dal maturo amante ogni genere di favori”. L’amorosa tresca, dunque, non è dettata solo da irrefrenabile passione ma anche da mirati calcoli politici. Resta il fatto che da Sergio Marozia concepisce un “figlio d’arte”: Giovanni, destinato anch’egli al papato.

A dispetto del severo giudizio di molti cronisti dell’epoca, che puntano il dito contro l’immorale unione, la cosa, per i tempi, è piuttosto normale. Siamo ancora lontani dalle riforme moralizzatrici dell’XI secolo e anche dal divieto assoluto, per gli chierici, di sposarsi. Di fatto, se intorno all’anno 500 era stato deciso di riservare l’ordinazione sacerdotale a uomini celibi con l’obbligo che tali rimanessero, moltissimi ecclesiastici continueranno a prendere moglie fino a che non sarà loro del tutto impedito dalle regole più rigide imposte a partire dal 1049, e pur se considerato da molti una piaga, il concubinaggio di preti, vescovi e papi – nel IX secolo – è assolutamente comune a Roma.

“Gli indizi cui portano gli studi – spiega ancora Tommaso di Carpegna Falconieri – invitano a riflettere sulla struttura peculiare del clero palatino e della società aristocratica del IX-X secolo, presso cui il rapporto concubinario – e lo stesso matrimonio dei chierici – era avvertito in modo tutt’altro che negativo”. Insomma la relazione tra Marozia e papa Sergio non è affatto clandestina: la donna vive in Laterano come una vera “papessa” e persino nel Liber Pontificalis Sergio III figura come padre di Giovanni XI. Nel 911 il papa muore – forse ucciso, e qualcuno dice malignamente che la mano di Marozia c’entri qualcosa – e la ragazza sposa Alberico, marchese di Spoleto e di Camerino. Il matrimonio sancisce un’alleanza tra le due famiglie per il predominio di tutta l’Italia centrale e la coppia mette al mondo quattro figli: Alberico, Costantino, Sergio (che sarebbe diventato vescovo di Nepi), Berta e forse un’altra figlia.

Intanto sul soglio pontificio sale Giovanni X, amante di Teodora. “Al contrario dei predecessori – scrive Galatea Vaglio – questo prelato che si dice abbia sedotto Teodora nel corso di un’ambasciata, quando era vescovo a Ravenna, e l’abbia convinta a chiamarlo nell’Urbe per non essere troppo distanti, ha carattere ed ambizione, per cui vuole giocare in politica in proprio, e non essere il fantoccio di nessuno. Comincia a tessere alleanze che a Teofilatto, Alberico e Marozia sembrano pericolose”. Il nuovo papa, quindi, va marcato stretto e quando muore la madre è Marozia stessa a diventarne l’amante assicurandosi così un posto caldo nel letto ma anche sul trono.

Sigillo di Berengario (Monza, Museo del duomo)

Con l’aiuto di Marozia Giovanni incorona Re d’Italia Berengario del Friuli, poi mette in piedi una Lega Cristiana per combattere i Saraceni, che hanno fondato avamposti in Campania e nel basso Lazio. Con l’ausilio della flotta bizantina, gli arabi sono sconfitti e scacciati.

Gli equilibri incerti della politica italiana reggono per alcuni anni, “ma poi Berengario – nota Vaglio – ha la pessima idea di farsi uccidere dagli Ungari, e la corona d’Italia diviene di nuovo vacante. Alberico di Spoleto e Marozia ci fanno un pensiero su, ma il Papa non li appoggia come si sarebbero aspettati”. Giovanni non ama l’idea di avere in casa un Re d’Italia, dato che Alberico e gentile signora sono già fin troppo ingombranti come duchi, e i rapporti finiscono per farsi sempre più tesi, fino a rompersi del tutto. Alberico decide così di organizzare un colpo di stato per impadronirsi di Roma. Riesce a cacciare Giovanni che, però, in poco tempo si riorganizza e torna in città, costringendo Alberico a riparare a Orte, dove muore nel 924, ucciso nel corso di una rivolta sobillata dal papa.

Intanto anche Teofilatto è morto, Marozia è rimasta sola e Giovanni decide di voltarle le spalle per trattare con Ugo di Provenza, che nel 926 diventa Re d’Italia e imperatore in pectore. L’accordo con il Papa vede Ugo strappare la Sabina ai Teofilatti, mentre il ducato di Spoleto e la marca di Camerino – destinati al piccolo Alberico – vengono assegnati a Pietro, fratello del Papa. A Marozia non resta che sposare Guido, marchese di Toscana, interessato a ostacolare le mire egemoniche di Ugo e aprirsi la prospettiva del dominio su Roma.

Una rappresentazione della morte violenta di Giovanni X al cospetto di Marozia

Le nozze vengono celebrate nel 926 e subito scoppia la guerra: Marozia e Guido entrano in Roma e assediano il Laterano, lo espugnano e uccidono Pietro davanti agli occhi del fratello. Poco tempo dopo catturano anche lo stesso Giovanni che muore nel 929, forse strangolato.

Marozia diventa così, finalmente, la vera Signora di Roma, e questa volta non si limita al ruolo di eminenza grigia: assume infatti i titoli di Senatrice dei Romani e di patrizia, governando per quattro anni la città e imponendo tre pontefici. Leone VI (928) e Stefano VII (929-931) vengono messi sul trono di san Pietro quando è ancora vivo Giovanni X, poi Marozia fa eleggere papa il suo primo figlio, che ha appena 21 anni e diventa Giovanni XI. La donna non ha intenzione di comandare il papato a distanza: si stabilisce quindi nello stesso palazzo del Laterano, non lasciando al papa ufficiale nemmeno l’ombra di una iniziativa, né tantomeno di una decisione.

Quando nel 929 muore Guido di Toscana, Marozia deve trovare un nuovo marito e un nuovo alleato. Ugo di Provenza ha affidato la Toscana al suo fratellastro Adalberto, così Maria guarda verso Bisanzio, intavolando trattative con l’imperatore Lecapeno per concludere un matrimonio tra sua figlia Berta e un principe della casa imperiale. In cambio Giovanni XI riconoscerà Teofilatto – figlio dell’imperatore – come patriarca di Costantinopoli. La trattativa è destinata, però, a naufragare a causa di un’improvvisa inversione di marcia da parte della Nostra. Se non puoi batterli fatteli amici, pensa Marozia. Anzi, fatteli amanti. Meglio ancora: fatteli mariti: sentendosi sempre più minacciata da Ugo di Provenza, Maria decide che l’unico modo per evitare di essere attaccata dal pericoloso rivale, è quello di sposarlo. Così decide di offrigli la mano e Ugo, che è appena rimasto vedovo, non se lo fa ripetere due volte: il matrimonio gli consentirà di allargare il suo dominio su Roma e farsi incoronare imperatore dal figliastro.

Illustrazione di Lodovico Pogliaghi da F. Bertolini La Storia di Roma (1886). Le Nozze di Marozia e Ugo di provenza

Nel luglio dell’anno 932 viene dunque celebrato a Roma il matrimonio del secolo. A guastare la festa arriva però il figlio Alberico, che non ha alcuna intenzione di farsi rubare il posto dal patrigno. Marozia lo sa, e durante la festa di nozze ordina al figlio di lavare le mani del proprio consorte come gesto di omaggio e riverenza; il giovanotto, però, anziché versare l’acqua gliela tira addosso e si prende in cambio uno schiaffone. Il principe lascia il castello gonfio di rabbia ma, questo è certo, non lascerà impunito l’affronto; tanto più che gli è giunta voce che Ugo sta pensando di catturarlo e accecarlo e che quell’umiliazione, probabilmente, non era altro che un pretesto per provocarlo e arrivare allo scontro per poi toglierlo di mezzo. Non c’è altro da fare – si dice – che prevenire l’attacco e rovesciare il tavolo. Nei mesi successivi organizza una congiura con l’aristocrazia romana, poi si adopera per sobillare il popolo additando la madre come una sgualdrina, il patrigno come invasore straniero, ed entrambi come incestuosi, visto che Ugo è il fratellastro di Guido di Toscana, e quindi cognato di Marozia.

La storia ci insegna che se non è difficile insultare una donna additando la sua condotta sessuale, ancor meno lo è sollevare il popolo evocando un’invasione straniera. Sta di fatto che la corte si ribella, i romani insorgono e la coppia imperiale è costretta a rifugiarsi a Castel Sant’Angelo. Dopo un breve assedio Ugo e Marozia devono capitolare e Alberico diventa il nuovo signore di Roma. Mentre Ugo fugge dalla capitale, Marozia viene arrestata e Giovanni confinato in Laterano, continuando a fare quello che aveva sempre fatto; e cioè, nulla. O per meglio dire, dare ordini prendendoli dai parenti. Morirà tre anni dopo, senza essere mai riuscito a dimostrare di essere vivo.

Da quel momento di Marozia si perdono le tracce. Alberico la fa chiudere in un monastero dove passa in silenzio il resto dei suoi giorni e dove muore il 2 giugno del 936, proprio mentre Alberico stipula una tregua con Ugo e sancisce una nuova alleanza sposando la figlia Alda di Provenza. Che, alla faccia dei presunti incesti, non è altro che sua sorella acquisita. Marozia viene sepolta nel monastero dei santi Ciriaco e Nicola sulla via Lata. Dall’unione di Alberico e Alda nascerà Ottaviano, che diventerà Signore di Roma come il padre e papa come lo zio inaugurando – peraltro – l’abitudine dei pontefici romani di cambiare nome. Giovanni XII morirà ad appena ventisette anni, scaraventato fuori da una finestra dall’oste che lo aveva trovato a letto con la moglie e sarà liquidato dal Liber Pontificalis come “scelleratissimo, poiché fu il peggiore, e trascorse tutta la sua vita nell’adulterio e nella vanità”.

Marozia, da parte sua, non contenta di aver segnato la storia di due decenni, diventerà anche una leggenda millenaria, e – assumendo il nome di suo figlio e di suo nipote – si trasformerà nel mito della papessa Giovanna: la giovane – immortalata anche in una carta dei tarocchi – che si finge un maschio per farsi eleggere Papa, e viene poi smascherata perché durante una solenne processione partorisce il figlio avuto da un amante, finendo linciata dalla folla.

Come Giovanna, anche Marozia è riuscita ad avere tutto ciò che può avere un uomo ma si è fatta fregare dall’unica cosa che un uomo non può avere: la maternità. La leggenda diventa quindi perfetta sintesi di una vita avventurosa e tremenda e la metafora di un destino, è il caso di dire, scritto nelle carte.

Arnaldo Casali

Per saperne di più: Tommaso di Carpegna Falconieri, Marozia in Dizionario biografico degli italiani, vol.70, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 2008. Giovanni Di Capua, Marozia. La pornocrazia pontificia intorno all’anno Mille, Scipioni, 2013. Vittoria Calabri, Marco Poli, Intrighi e misfatti. Marozia fra storia e leggenda, Nuova S1, 2012. Paola Toscano, Straordinaria e scellerata vita di Marozia che volle farsi imperatrice, Mondadori, 1998. John O’Malley, Storia dei papi, Fazi Editore, Roma 2011. Elena Percivaldi, La vita segreta del Medioevo, Newton Compton Editori, Roma 2014. Claudio Rendina, I papi, storia e segreti Newton Compton Editori, Roma 1983. Pietro Fedele, Ricerche per la storia di Roma e del papato nel secolo X, in Archivio della R. Società Romana di Storia Patria, voll. XXXIII-XXXIV, 1910-1911.

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Lady Godiva e il sarto guardone

Peeping Tom, Jean Carolus (1814-1897), collezione privata

Tom resisti. Tom non farlo. Tom concentrati sul lavoro: taglia, cuci, finisci quel vestito per Mistress Oaks, che sei già in ritardo sulla consegna. Era per questa sera, ricordi? E ancora non hai nemmeno cominciato!

Vuoi fare come il solito tuo, e consegnare il lavoro con due giorni di ritardo, e poi magari lamentarti perché se la prendono comoda per pagarti? Avanti, mettiti al lavoro. E non guardarti intorno. No, Tom, no: allontanati dalla finestra, allontanati da quella maledetta finestra! Conosci l’ordinanza: deve restare chiusa, sprangata per tutta la giornata. Non fare cazzate, che poi te ne penti. Sì, lo so: lo so anche io che non capita tutti i giorni, uno spettacolo del genere. A voi del popolino, poi, figuriamoci quando vi ricapita, di vedere una contessa nuda. E fosse pure vecchia, brutta, ossuta e mascolina, basterebbe già soltanto la curiosità, per affacciarsi a guardare se i nobili sono proprio come noi, oppure oltre al sangue blu hanno le zinne viola e il culo turchese.

Il problema è che Lady Godiva non è solo nobile: è anche bella. Molto bella. Lady Godiva è proprio come le regine delle fiabe, e fra pochi minuti arriverà, per fare l’amore con il suo popolo. Già, perché è proprio un atto d’amore, quello che sta per fare: è proprio l’amore per voi – gente che non conta niente – che l’ha portata a spogliarsi di tutto per questa follia.

Si è messa in testa di liberarvi dalle tasse che suo marito vi ha imposto. Almeno dell’ultima, delle tasse che si è inventato il conte Leofrico per dissanguare il popolo di Coventry.

Lady Godiva ritratta da Edmund Blair Leighton (1892) nel momento della discussione con il marito

E così, in questo giorno qualsiasi all’alba del secondo millennio, estenuato dalle insistenze della moglie – tanto bella quanto petulante – Leofrico le ha lanciato la sfida: “Toglierò tutte le tasse e lascerò solo quella sui cavalli. Solo, però, se tu avrai il coraggio di cavalcare nuda in mezzo a quel popolo che tanto ami”. Se si sente così solidale, con la plebaglia di Coventry, si spogliasse come loro, la bella contessa: se ne andasse ignuda come un penitente, per chiedere la grazia al suo Signore. “E sia. Lo farò, mio signore – aveva risposto la contessa – ma voi, mio signore, permetterete che la plebaglia possa accedere allo spettacolo che solo a voi è riservato? Consentirete che la vostra Signora possa essere mangiata con gli occhi da qualsiasi pezzente di Coventry?”. “Se voi lo permettete – gli aveva detto con tono di sfida – non mi farò problemi neanche io, a mostrarmi nuda al mio popolo”. Il conte Leofrico l’aveva guardata corrucciato. Già: poteva davvero mettere in mostra le grazie della sua signora, alla mercé di borghesi e cafoni? Certo che no. Ma adesso come poteva uscire da quella situazione imbarazzante? “Ebbene – aveva detto infine – voi ve ne attraverserete a cavallo, nuda, la città e il mercato. Ma nessun abitante potrà guardarvi: al momento del vostro passaggio, tutti i residenti di Coventry dovranno barricarsi in casa, con finestre e scuri chiusi. Nessun occhio plebeo dovrà ardire di posare il suo sguardo sul patrimonio esclusivo del Conte. E se qualcuno oserà farlo, allora il vostro corpo sarà l’ultima cosa che quell’occhio impudente riuscirà a vedere!”. E sia. Dunque l’ora è giunta: Lady Godiva è partita dal castello sul suo cavallo, completamente nuda, e tutti gli abitanti di Coventry si sono rintanati in casa, nelle loro faccende affaccendati, resistendo alle tentazione di sbirciare fuori.

Nella sua Lady Godiva (1856), Adam van Noort ritrae anche Peeping Tom che la osserva dalla finestra (sulla destra del dipinto)

E tu, Tom il sarto, che intenzioni hai? Ehi, ma che cosa stai facendo con quell’arnese? Sei matto? Tom, ripensaci finché sei in tempo. Ma che dici? Ma quale occhiatina? Non puoi rovinare la persiana per sbirciare fuori! Fermati! Pensi che se ritagli un piccolo spioncino dalla finestra nessuno si accorgerà di niente? Pensi davvero di fregare il tuo Signore? Pensi di poterti godere lo spettacolo di Godiva impunemente? Lo hai sentito, sì, quale sarà il destino dei guardoni? Fermati finché sei in tempo, Tom. Fermati! D’accordo, ormai è troppo tardi, il danno è fatto. Beh, adesso, però, rimetti quel tondino di legno sulla persiana: se non puoi riattaccarlo, cerca almeno di incastrarlo in qualche modo. Devi riparare quella persiana prima che… Cosa? Sta arrivando? Sta arrivando? Beh, allora fammi dare un’occhiata anche a me, avanti. Eccola là: già si intravede all’orizzonte la sagoma del cavallo e dell’amazzone, attraversare le strette e silenziose vie della cittadina. Il cuore ci batte a mille, le palpitazioni aumentano mano a mano che quell’ombra in lontananza si avvicina. Non galoppa, non trotta: il cavallo procede a passo lento, come se stesse facendo una sfilata. Una sfilata invisibile: Lady Godiva si offre allo sguardo di chi non può guardare. Ecco, finalmente è davanti a noi: l’emozione ci chiude la gola. Il cavallo è bianco e fiero e indossa dei paramenti di porpora, con ricamati in oro dei leoni rampanti. La sella è elegante e variopinta e anticipa, con la sua bellezza, il mistero che accoglie, beata lei.

Godiva, John Collier (1898, Herbert Art Gallery Museum)

Ed eccola, Lady Godiva: i capelli castani dai riflessi rossi scendono sulle spalle fino a coprire i seni, ma non la schiena, i glutei, le cosce, le gambe bianchissime. È magra, la contessa: eterea come un angelo. Ci passa davanti in silenzio, lentamente. Abbiamo tutto il tempo di godere di questo meraviglioso spettacolo: passiamo lo sguardo su quel corpo più e più volte: dai capelli fluenti fino al petto, cerchiamo, tra la chioma, di intravedere un capezzolo, ma non c’è niente da fare… in compenso, qualcosa, di sotto, si riesce a scorgere, sì… “Quanto invidio quella sella!” esclama Tom. E io gli faccio cenno di tacere, razza di idiota; che magari fuori si sente qualcosa. E infatti, Godiva si volta verso la nostra finestra, come se avesse percepito quelle parole impertinenti. Vieni qua, Tom, ritraiti, e copri con il legno quel buco! Ma Tom è in estasi e continua – come se niente fosse – a guardare quello spettacolo incredibile. Cavalca all’amazzone, ovviamente, la Contessa, quindi sì, qualcosa si riesce a sbirciare, dalle parti basse, indagando tra le cosce. “L’ho visto! L’ho visto!” grida Tom. Ma che cosa? “Il pelo!”. Questa volta la contessa si gira decisamente verso la finestra del sarto, si accorge di quel piccolo forellino sulla persiana, e dell’occhio che – dietro – la scruta avido. Muove la briglia e il cavallo comincia a trottare, allontanandosi e scomparendo in poco tempo dalla nostra vista. Sei contento, Tom, razza di guardone? Te lo hanno spiegato – sì – che quelli come te diventano ciechi?

Ed è esattamente quello che gli succederà. Che sia tortura o maledizione poco conta: Tom perderà la vista, non vedrà più niente, sarà cieco fino alla morte. E darà il suo nome a tutti i guardoni della città, poi del Regno, poi dell’Impero. Ancora oggi, per indicare ciò che in italiano viene reso con la parola “guardone” e in francese con “voyeur” in inglese si dice “Peeping Tom”.

Una statua di lady Godiva a Coventry, commissionata a metà del XX secolo da un abitante della cittadina

Quanto a Godiva, beh, la contessa di Coventry e il suo inusitato gesto verranno raccontati per secoli in mille modi diversi, fino a trasformare la nostra lady in un personaggio leggendario, quasi un archetipo femminile.

Eppure Godiva è esistita. È esistita realmente, ha avuto davvero a cuore le sorti del suo popolo, è stata una grande benefattrice delle case religiose, e ha promosso attività caritative e sociali. Nata intorno al 990 nell’Inghilterra ancora germanica, è conosciuta per essere stata tra i pochi anglosassoni e l’unica donna a mantenere i propri possedimenti e i propri privilegi anche dopo la conquista dei normanni.

Il suo nome era Godgifu – che significa “Dono di Dio” – anche se nei documenti è stato latinizzato in “Godiva”. Niente a che fare, quindi, con il godere, anche se nella letteratura successiva delle lingue romanze, l’assonanza ha finito per regalare al gesto della nuda signora un’accezione erotica e a farne una figura assai più peccaminosa di quanto non fosse l’originale. Secondo il Liber Eliensis, scritto alla fine del XII secolo da un monaco dell’Isola di Ely, Godiva era vedova quando Leofrico, conte di Mercia, la sposò. Nel 1043 Leofrico fondò un monastero benedettino a Coventry, e secondo Ruggero di Wendover – scrittore morto nel 1230 – era stata proprio la moglie a convincerlo a compiere questo atto. Nel 1050, il suo nome è menzionato insieme a quello del marito su una concessione di terra fatta al monastero di Santa Maria di Worcester. Sono anche ricordati come benefattori di altri monasteri a Leominster, Chester, Much Wenlock ed Evesham.

Il suo sigillo Ego Godiva Comitissa diu istud desideravi compare su una lettera di Thorold di Bucknall indirizzata al monastero benedettino di Spalding, che – tuttavia – molti storici considerano un falso, mentre altri ritengono che Thorold – che compare nel Libro di Domesday come sceriffo di Lincolnshire – fosse il fratello di Godiva.

Alla morte di Leofrico, nel 1057, la nostra lady continuò a vivere nella contea fino a dopo la conquista normanna, per morire il 10 settembre 1067, secondo alcune fonti, o nel 1086 secondo altre. Anche il luogo in cui Godiva è sepolta è oggetto di dibattito: secondo alcuni la sua tomba si trova nella chiesa della Benedetta Trinità a Evesham, mentre la scrittrice Octavia Randolph la colloca a fianco di quella del marito, nella chiesa principale di Coventry.

La versione più antica della leggenda è raccontata dallo stesso Ruggero di Wendover nel Flores Historiarum. Secondo Ruggero la contessa attraversò il mercato di Coventry da un’estremità all’altra, mentre la gente era riunita, scortata solo da due cavalieri. Non ci sono cenni, quindi, né al coprifuoco per la popolazione, né tanto meno a Peeping Tom, figura che non compare nelle cronache prima del XVII secolo.

La processione di Lady Godiva (David Gee, 1829)

D’altra parte non è detto nemmeno che Godiva fosse proprio nuda: se la cavalcata doveva assumere i contorni di una processione penitenziale allora la Contessa indossava comunque della biancheria intima, ma secondo l’interpretazione di altri studiosi Godiva si sarebbe spogliata semplicemente dei suoi gioielli e delle insegne nobiliari. Altri storici – come Rebecca Taylor – ricollegano il gesto di Godiva a rituali ancora diffusi ben oltre la cristianizzazione, nelle aree rurali della Gran Bretagna, come quello di portare in giro in primavera una ragazza nuda su un asinello per garantire fertilità alla terra e alle popolazioni. “L’eroina Godiva si innesca su questo filone e ha qualche parentela con Robin Hood nel soddisfare l’odio popolare per ogni forma di tassazione, in un proto-socialismo magnanimo”.

Tra Ottocento e Novecento per il movimento delle suffragette la figura di Lady Godiva rappresenterà anche il riconoscimento fondamentale del ruolo della donna nella politica. Secondo una tradizione, la sua tenuta – di 140mila metri quadrati – si trova ancora a Belbroughton, in Inghilterra, ed è stata messa in vendita qualche anno fa per oltre 3 milioni di euro. Si tratta della dimora che il conte aveva lasciato in eredita ai monaci di Worcester ma che Godiva aveva continuato ad abitare anche dopo la sua morte, pagando però l’affitto ai religiosi. Nel castello – due piani con otto stanze da letto elegantemente decorate, con pavimenti in legno di quercia, cucine, saloni, camini e una torre che ospita oggi due appartamenti – sono ancora presenti una cappella normanna con banchi e altare intatti.

Il cartellone dell’opera di Pietro Mascagni ispirata a Lady Godiva (1911)

Resta il fatto che la contessa che cavalca nuda tra le vie della città ha suggestionato per centinaia di anni il folklore popolare: basti pensare che il 31 maggio 1678 la processione di Godiva verrà introdotta come momento culminante della fiera di Coventry, mentre dal 1812 l’effige in legno di Peeping Tom vigila sul mondo da una casa dall’angolo nord-occidentale della Hertford Street, anche se in origine quell’uomo in armatura rappresentava in realtà San Giorgio. Dalla metà degli anni ottanta del XX secolo Pru Porretta, un residente di Coventry, utilizza la figura di Lady Godiva per promuovere gli eventi e le iniziative della comunità e dal 2005 ogni settembre, in occasione del compleanno della Contessa, organizza una rievocazione storica locale per l’unità e la pace nel mondo, conosciuta come “The Godiva Sisters”.

Innumerevoli gli artisti che hanno immortalato Lady Godiva nelle loro opere: a cominciare da Alfred Tennyson, autore di un poema da cui fu tratta – nel 1911 – l’opera lirica di Pietro Mascagni. Opera in cui, però, Godiva diventa Isabeau, figlia di Raimondo, sovrano di un regno collocato in un Medioevo dai contorni indefiniti: unica figlia, rifiuta il matrimonio e il padre la costringerà, per punizione, a cavalcare nuda per le vie della città, accettando, però, la richiesta del popolo, affezionato alla “reginotta”, che nessuno la possa vedere durante la cavalcata sotto il sole di mezzogiorno. Folco, un ragazzo di umili origini e grande sognatore, decide di infrangere il divieto e di osservare Isabeau, gettando fiori al suo passaggio. Il popolo, inferocito, vuole la sua condanna a morte ma Isabeau, inizialmente offesa, cede infine all’amore del giovane ed entrambi vengono lapidati dalla folla. Tenuta a battesimo nel Coliseo di Buenos Aires nel 1911, Isabeau arrivò in Italia solo l’anno successivo in una doppia prima alla Scala di Milano e a La Fenice di Venezia.

La locandina del film hollywoodiano del 1955

Ma anche l’arte contemporanea si è lasciata ispirare dalla leggenda della contessa nuda: dai Velvet Underground (la band fondata da Andy Wharol e guidata da Lou Reed) che le hanno dedicato il brano Lady Godiva’s Operation ai Queen, che nel 1978 scrivono “I’m a racing car passing by, like lady Godiva” nella canzone Don’t stop me now, mentre nel 1987 i Simply Red pubblicano la canzone Lady Godiva’s room e Roberto Vecchioni la cita nel brano Sei nel mio cuore. Per non parlare del quadro di Adam van Noort, maestro di Peter Paul Rubens, la statua di John Thomas ma anche i tanti film pornografici ed erotici che hanno preso ispirazione dalla lady gaudente, avvinghiata nuda al suo destriero (da citare almeno Peccati venali di Lady Godiva del 1969 e Nuda ma non troppo del 1951). Tra le sue innumerevoli incarnazioni, la povera Godiva conta persino una bambola gonfiabile nel romanzo Insciallah di Oriana Fallaci.

Hollywood si è invece curiosamente occupata della contessa una volta sola, e con risultati discutibili, per il kolossal Lady Godiva, diretto nel 1955 da Arthur Lublin e interpretato da Maureen O’Hara e George Nader. Ambientato durante le lotte tra sassoni e normanni, vede la contessa Godiva accusata di essere un’adultera e costretta per questo a cavalcare nuda attraverso Coventry. Un “fumettone per famiglie” rimasto però nella storia del cinema e segnato anche dalla presenza di un giovanissimo Clint Eastwood che, non ancora venticinquenne, interpreta il capo dei sassoni. Recentissima è invece la rilettura in chiave contemporanea, con una giovane insegnante con la “nuda ambizione” di ripetere il gesto della celebre contessa.

Arnaldo Casali

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L’Itinerarium di Egeria, reporter del IV secolo

Il viaggio di Egeria

Nella Pasqua dell’anno 381 dopo un lungo viaggio, iniziato forse dalle sponde atlantiche della Galizia o forse da un castello della Aquitania, una agiata signora di nome Egeria giunge finalmente a Gerusalemme.

Agli occhi dei pellegrini Gerusalemme, affacciata sul deserto sassoso della Giudea, con i suoi improvvisi giardini di olivi e fiori all’interno delle mura, con le sue numerose chiese, appariva commovente e inebriante, anche per la memoria della Passione che in essa vi si cercava.

Sappiamo che era allora una città povera, dalle case sbrecciate e le mura ferite; non priva di pericoli, ma ricca di costumi diversi e pittoresca per la varietà delle lingue che risuonavano nelle vie. Egeria era senz’altro una donna devota e determinata, probabilmente una vedova non anziana e certamente in buona salute, provvista di mezzi economici e senza legami familiari.

Viaggiare così lontano allora voleva dire fare trasferimenti di 30 o 40 chilometri al giorno a cavallo o anche a piedi. Egeria era certamente coraggiosa: come tutti i viaggiatori in Terrasanta avrà incontrato i predoni che aspettavamo al varco i pellegrini e affrontato i soliti disagi – il clima e le malattie, il cibo e l’acqua scarsi.

Un francobollo spagnolo dedicato ad Egeria

Nonostante questi pericoli fossero assai comuni, in quei secoli lontani accadeva che alcune donne, non poche, viaggiassero da sole. Succedeva per ragioni diverse: pellegrine, regine e nobildonne, badesse, ma anche mercantesse, percorrevano a piedi, in groppa al cavallo o all’asino, lungo i fiumi o per mare sopra imbarcazioni certo non confortevoli, le regioni d’Europa e si spingevano anche più lontano. Raggiungevano i Luoghi Santi, come la giovanissima vedova Melania – imitata più tardi da sua figlia e da sua nipote – o la beata Marcella, sollecitata da san Gerolamo a “entrare nella grotta del Salvatore e a salire pregando il Monte degli Ulivi” insieme a lui… Il caso di Egeria è un po’ diverso perché possediamo fortunatamente il suo racconto di viaggio.

L’Itinerarium, scritto in un latino un po’ zoppicante infarcito di termini già volgari (“pisinno” per bambino), è indirizzato alle sue “dilette signore sorelle” rimaste al di là del mare: amiche o compagne che condividevano semplicemente la devozione religiosa, le letture e l’affetto, o forse appartenenti, con lei, a una comunità laica.

Gerusalemme, metadel viaggio di Egeria, nella mappa più antica esistente: il mosaico della Chiesa greco-ortodossa di San Giorgio a Madaba

Fra andata e ritorno Egeria sta lontana da casa per più di tre anni; non evita infatti digressioni che rendono più interessante il suo viaggio: a Costantinopoli arriva per mare e da là, percorrendo la strada militare che attraversa la Bitinia, arriva in Galazia, in Cappadocia; visita Tarso, poi Antiochia e da qui raggiunge Haifa (allora Sycamina), dove prega al monte Carmelo, sacro al profeta Elia. Giunge finalmente a Gerusalemme: eccola, la sospirata città, apparire alta sui colli. Parte da lì per varie escursioni: in Egitto, dove, prima di salire al Sinai, ammira al monastero di santa Caterina “il giardino bellissimo dove sgorga una fonte fresca e abbondante”. Con poche parole, che ancor oggi si possono verificare, descrive la fatica dell’ascesa alla montagna erta e petrosa del Sinai, dalla cui cima può ammirare tutt’intorno la corona di monti che si apre in un silenzio sovraumano. Altro viaggio in Giudea, a Betlemme, a Nazareth, poi alla suggestiva collina dominata dall’Herodion … Passando il fiume Giordano, Egeria arriva “in Arabia” dove sale al monte Nebo. Visita poi Emessa, famosa per la leggendaria corrispondenza fra Gesù e re Agbar, ritornando poi a Efeso per pregare sul luogo dell’apostolo Giovanni.

Il monastero di Santa Caterina sul Sinai (foto Egghead06)

Egeria commenta tutto questo con cura ma anche parsimonia; descrive le sue emozioni ricorrendo a immagini bibliche, dice poco o nulla di sé e dei suoi compagni di viaggio.

Di lei sappiamo meno di quel che vorremmo, ma abbastanza per ricostruire l’avventura non così insolita, ma comunque rara, di una dama agiata che a cavallo fra IV e V secolo viaggia e scrive.

Mariateresa Fumagalli Beonio Brocchieri voce dall’Enciclopedia delle donne

Fonti e risorse bibliografiche: www.thelatinlibrary.com/egeria.html Egeria, Pellegrinaggio in Terra Santa, Città Nuova Editrice, Roma 1985 F. Allegri, Donne e pellegrine dall’antichità al Medioevo, Jaca Book, Milano 2012. F. Cardini, Egeria la pellegrina, in F. Bertini-F. Cardini-C. Leonardi-M.T. Fumagalli Beonio Brocchieri, Medioevo al femminile, a cura di F. Bertini, Laterza, Roma-Bari, 1989. R. Franchi, Luoghi santi ed Egitto: itinerari principali del pellegrinaggio cristiano antico al femminile, in «Rivista di Ascetica e Mistica», 2012. E. Giannarelli, Egeria, Diario di viaggio. Introduzione, traduzione e note (Letture cristiane del Primo Millennio 13), Edizioni Paoline, Milano 1992. E. Giannarelli, Il pellegrinaggio al femminile nel cristianesimo antico: fra polemica e esemplarità, in Donne in viaggio. Viaggio religioso, politico, metaforico, a cura di M.L. Silvestre-A. Valerio, Laterza, Roma-Bari 1999. N. Natalucci (a cura di), Egeria, Pellegrinaggio in Terra Santa (Biblioteca Patristica 17), Nardini, Firenze 1991. G. Otranto, Il pellegrinaggio nel cristianesimo antico, in «Vetera Christianorum» 36 (1999).

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Pulcheria, la castità come potere

Pulcheria in una immagine di Hieronymus Wierix (sec. XVII)

Imperatrice di fatto se non di nome, Aelia Pulcheria nacque nel gennaio del 399 e morì attorno al 455 d.C.. Era figlia di Arcadio ed Eudocia, prima coppia a regnare sulla pars orientalis dell’Impero romano dopo la spartizione definitiva di Teodosio I.

Figura già bizantina, dunque, e non solo in ossequio alle ripartizioni della storiografia, ma per l’atmosfera di ieratica religiosità e rigida ortodossia che Pulcheria seppe imporre alla corte di Costantinopoli e ai rituali della vita cittadina.

Quando nacque, la coppia imperiale aveva già una figlia, Flacilla; poco dopo nacquero altre due sorelle e soprattutto l’erede al trono, Teodosio. Le cronache non registrano differenze nelle solennità del cerimoniale di battesimo, a conferma del ruolo cruciale, retaggio della tradizione romana, svolto dalle donne della famiglia imperiale nel garantire la continuità dinastica. Tradizione che Pulcheria seppe mantenere e al contempo innovare, con una formula inconsueta attinta ai principi della fede cristiana.

Lo storico palestinese Sozomeno, nel V secolo, ne ricorda l’ottima istruzione: nonostante le fonti siano molto lacunose a riguardo, possiamo immaginare che abbia ricevuto l’educazione che si richiedeva alle donne del suo rango. Tuttavia, Pulcheria seppe distinguersi: con ammirazione forse agiografica si ricorda la sua perfetta conoscenza sia del greco che del latino e la familiarità con la letteratura classica. Ricevette sicuramente anche un’educazione religiosa, affidata a un alto prelato, a un monaco o a una guida spirituale. Rimasta presto orfana dei genitori, Pulcheria dovette occuparsi del fratello e delle sorelle, facendo da tutrice e occupandosi della loro educazione e formazione religiosa.

Nel 408 Teodosio salì al trono: aveva otto anni; nel 414, Pulcheria venne nominata Augusta, benché ne avesse solo quindici. Sozomeno e altri storici descrivono l’evento come un riconoscimento del ruolo di tutela che da tempo la sorella esercitava nei confronti del fratello. Una procedura istituzionale quantomeno inconsueta che elevava di fatto una donna al rango ufficiale di reggente. Ruolo che Pulcheria continuò a mantenere, anche quando il fratello divenne adulto e prese in mano le redini dell’Impero.

Pulcheria in una immagine oleografica

Già due anni prima, nel 412, Pulcheria aveva reso pubblica la decisione che avrebbe segnato definitivamente la sua immagine: la scelta del voto di castità, alla quale si aggiunse la rinuncia al matrimonio, non sappiamo se spontanea o imposta, da parte delle sue tre sorelle.

Era pratica non inconsueta, da parte di matrone cristiane dell’aristocrazia tardo-imperiale, quella di abbandonare la mondanità e gli impegni pubblici per ritirarsi a vita privata, dedicandosi alla preghiera e alle opere pie. Ma la scelta di Pulcheria, amplificata dalla cassa di risonanza del suo rango e “istituzionalizzata” attraverso la proclamazione pubblica, imprimeva al fenomeno contorni quasi epocali: la commistione tra legittimazione politica e virtù religiose si faceva sempre più stretta.

Se è vero, come ha scritto Georg Ostrogorsky nella Storia dell’Impero bizantino, che Bisanzio fu un connubio di struttura statale romana, cultura greca e religione cristiana, non c’è dubbio che la figura di Pulcheria abbia nutrito quell’alone d’incenso sacro che gravita da sempre sull’immagine della corte di Costantinopoli.

Alla porpora, all’oro e ai broccati della tradizione tardo-imperiale romana, alle raffinatezze dell’erudizione greca, Pulcheria associò, e spesso cercò di sostituire, i toni austeri e i silenzi della meditazione, il salmodiare delle processioni religiose, la frugalità, i digiuni e le mortificazioni dell’ascetismo cristiano.

La partecipazione dell’Augusta alla vita dell’impero fu intensa. Le fonti insistono sul ruolo svolto nelle dispute teologiche e nelle fondazioni religiose, ma Pulcheria fu attiva anche nella politica culturale: alla sua influenza si fa risalire il provvedimento con cui, tra il 415 e il 416, Teodosio II interdisse i pagani da tutte le pubbliche funzioni. Non fu l’unica occasione in cui Pulcheria seppe imporre le sue idee: persino la moglie di Teodosio II, la giovane Athenai, fu scelta dall’Augusta. Figlia di un retore pagano di Atene, nutrita di letture classiche ma autrice anche di ispirati inni religiosi, Eudocia, questo il nome cristiano che la giovane prese dopo il matrimonio, fu a lungo rivale della cognata a corte, fino a essere costretta, per intrighi di palazzo, a ritirarsi a Gerusalemme.

Testa di una statua di Teodosio II conservata al Louvre

La religiosità dell’Augusta impose alla vita di palazzo le cadenze pie della vita monastica: “Egli [Teodosio] – scrive Socrate Scolastico – rese il suo palazzo simile a un monastero: poiché, insieme alle sue sorelle, si alzava presto la mattina per recitare gli inni di lode a Dio” (Socrate Scolastico, Ecclesiastica Historia, VII, 22). Pulcheria fu la guida spirituale di Teodosio: lo incitava a dedicarsi alla vita semplice e alla devozione quotidiana.

Preghiere, funzioni, digiuni e letture edificanti: l’imperatore e le tre sorelle conducevano vita comunitaria, assistendo alle funzioni religiose e conducendo le processioni che attraversavano le vie di Costantinopoli e che saranno poi una scena ricorrente nella capitale; visitando chiese, monasteri e ospizi e occupandosi di poveri e malati; dedicandosi a lavori manuali. Tra preghiere e astinenze, la vita della famiglia imperiale scorreva secondo le cadenze di una ritualità già bizantina.

Il nome di Pulcheria è legato a opere pie e a molte fondazioni, anche se è difficile stabilire con certezza quali chiese e monasteri siano riconducibili a iniziativa diretta dell’Augusta e quali alla sua influenza presso il fratello: le fonti che ce ne parlano, come la Chronographia di Teofane nel IX secolo, sono tarde, e probabilmente già orientate a costruire il culto di Pulcheria, vergine e santa, più che alla realtà storica della sua azione evergetica.

Ma certo il suo ruolo non fu secondario nel graduale processo di trasformazione che fece di Costantinopoli una città cristiana: parafrasando il detto di Ottaviano (I sec. d.C.), che si sarebbe ascritto il merito di aver trovato Roma in mattoni e di averla lasciata di marmo, si può dire che Pulcheria nacque in una capitale che era la città di Costantino e la lasciò “Città della Vergine”.

Pulcheria riceve reliquie di santi da suo fratello Teodosio II – Particolare di un bassorilievo in avorio conservato nel Museo del duomo di Treviri

Alcuni episodi sono rivelatori: lo storico palestinese Xanthopulos, nel XIV secolo, riporta la notizia dell’invio a Pulcheria di un prezioso carico di reliquie dalla Palestina, comprendenti alcune gocce del latte della Vergine, qualche goccia del sangue di Cristo, un fuso per filare appartenuto a Maria e l’icona della Vergine dipinta da san Luca; l’Augusta le fece deporre solennemente nel santuario della Theotokos a Costantinopoli. Il racconto ha già il tono favolistico delle cronache medievali di Rodolfo il Glabro.

Certo è invece il suo ruolo nelle controversie teologiche che sancirono la progressiva affermazione dell’ortodossia nicena sulla natura umana e divina di Cristo. In particolare il ruolo dell’Augusta fu decisivo al Concilio di Calcedonia, nel 451, che sancì la condanna del credo nestoriano. Pulcheria vi venne acclamata come la “nuova Elena” – essendo già sant’Elena madre di Costantino. L’imperatrice presiedette l’apertura delle sedute conciliari accanto a Marciano, il generale sposato pochi mesi prima: morto Teodosio II, la continuità dinastica era passata alla sorella che l’aveva trasferita a Marciano, accettando di sposarlo purché rispettasse i suoi voti di verginità. Dall’esito del Concilio Pulcheria guadagnò fama di grande intransigenza morale; da cui la santificazione come “custode della fede” e l’istituzione del culto il 10 settembre.

Una moneta d’oro raffigurante Pulcheria

Prima e dopo Calcedonia, l’imperatrice intrattenne una fitta corrispondenza con il papa Leone I, con monaci e prelati, calandosi con grande energia nel ruolo di paladina dell’ortodossia contro le minacce dell’eresia monofisita. Sul versante opposto, le sue prese di posizione le valsero, da parte di nestoriani e monofisiti, accuse di ogni nefandezza e in modo particolare di incesto col fratello. Morì nel luglio del 453; fu sepolta nella chiesa dei santi Apostoli a Costantinopoli.

“Castità al potere”, ha scritto in merito, a ragione, la storica Christine Angelidi. Ma sarebbe forse più preciso parlare di castità come potere. La rinuncia alla procreazione, e quindi al destino “naturale” della femmina, diventa rifiuto del ruolo imposto e strumento culturale per l’accesso al potere che solo il ruolo di “madre di re” sembrava rendere possibile. Armata della propria castità come un’Atena cristiana, e in controtendenza rispetto all’ostilità del diritto romano verso la verginità femminile in genere, in Pulcheria la fecondità biologica lascia spazio a quella spirituale, in una transizione del modello femminile dalla peccatrice Eva a Maria redentrice del genere umano.

Roberto Limonta voce dall’Enciclopedia delle donne

Fonti e risorse bibliografiche: Socrate Scolastico, Ecclesiastica Historia in J. P. Migne (éd.), PG LXVII, c. 30-842 Sozomeno, Ecclesiastica Historia in J. P. Migne (éd.), PG LXVII, c. 843-1724 Teofane, Chronographia, I, De Boor, Leipzig 1883 Xanthopulos, Historia Ecclesiastica in J. P. Migne (a cura di), PG 145 (604-1333), PG 146, PG 147 (8-448) C. Angelidi, Pulcheria. La castità al potere, Jaca Book, Milano 1998 E. Cantarella, La condizione femminile in U. Eco (a cura di), La grande storia. L’antichità, vol. 10, Encyclomedia Publishers, Milano 2011 G. Dagron, Costantinopoli. Nascita di una capitale (330-451), Einaudi, Torino 1991 K. G. Holum, Theodosian Empresses. Women and Imperial Dominion in Late Antiquity, University of California Press, Berkeley-London-Los Angeles 1982 G. Ostrogorsky, Storia dell’impero bizantino, Einaudi, Torino 1968 A.M. Talbot, La donna in G. Cavallo (a cura di), L’uomo bizantino, Laterza, Bari-Roma 1992

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Eloisa, l’innocenza dell’amore

Abelardo e Eloisa in una miniatura del secolo XIV

Scrivendo di Eloisa, grande intellettuale del XII secolo (Ile de la Cité 1099 – Troyes 1163) è luogo comune riferirsi soprattutto alla sua storia d’amore con Abelardo, quasi che sia l’unico merito di questa scrittrice di straordinario talento e cultura biblica e classica, rappresentante di una nuova corrente del pensiero etico.

Eloisa nasce all’inizio del secolo e muore nel 1163, al monastero del Paracleto, vicino a Troyes, dove era badessa da più di trenta anni.

A Parigi nel 1117 incontra Pietro Abelardo, allora quarantenne, famoso per il suo insegnamento innovativo in logica, per il successo che godeva fra i suoi allievi e le aspre polemiche che lo opponevano ai pensatori più tradizionalisti del tempo. Eloisa e Abelardo abitavano a Parigi: era l’inizio della crescita economica e culturale per cui la città diverrà un secolo dopo la capitale del regno più importante d’Europa e la sede di una università famosa.

Abelardo, scelto imprudentemente dal tutore Fulberto come maestro per la giovane nipote Eloisa, diviene ben presto il suo amante.

Scriverà più tardi: “Ci trovammo prima uniti nella stessa casa poi nello stesso cuore… e con il pretesto delle lezioni ci abbandonammo completamente all’amore. Parlavamo più d’amore che di libri, la mia mano correva più spesso al suo seno che alle pagine. Erano più numerosi i baci che le parole… Nella nostra passione passammo per tutte le fasi dell’amore e se in amore si può inventare qualcosa noi lo inventammo”.

Quanto a Eloisa, ella non dubitava che il suo amato maestro fosse anche “il più grande filosofo del mondo” oltre che l’uomo più desiderabile: “Quale regina e nobile donna non invidiava le mie gioie e il mio letto?”.

Abelardo ed Eloisa in un’opera di Edmund Blair Leighton, 1882

Tutto dura poco, neppure un anno: Fulberto scopre la loro relazione amorosa, ormai di dominio pubblico, e si vendica crudelmente su Pietro facendolo evirare da sicari.

Gli amanti, che avevano avuto un figlio, Astrolabio, e si erano in seguito sposati, si ritirano in due monasteri alle porte di Parigi: lei all’Argenteuil, lui a Saint Denis. Eloisa fino alla fine della vita sarà una monaca attiva e irreprensibile e una badessa universalmente stimata e operosa. Ma non si pente del suo passato e tenacemente rimpiange “ogni giorno” il suo l’amore perduto. Abelardo scriverà opere filosofiche fondamentali di teologia e morale: ma il professore più seguito e amato di Parigi resta un uomo inquieto e malinconico e sarà, infine, condannato al silenzio.

Molti anni dopo la loro separazione i due innamorati si scrivono straordinarie lettere d’amore e di filosofia arrivate fino a noi. Eloisa è anche autrice di quarantadue Problemata dove pone questioni etiche e esegetiche il cui filo conduttore è la ricerca continua di approfondimento del senso della (sua) vita monastica, del significato del testo della Scrittura in quei passi dove è più oscuro, del valore delle azioni devote prescritte dalla religione che Eloisa propone di individuare al di là dei gesti e persino della preghiera.

Per Eloisa il significato morale di un’azione sta dunque non nel comportamento visibile e accertabile (che è criterio di legalità sociale) ma nell’intenzione (animus) che muove chi agisce: solo l’intenzione rivela il valore essenziale dell’azione: “Nulla può inquinare l’anima se non ciò che viene dall’anima”. Questa è l’idea guida delle sue riflessioni anche nelle lettere ad Abelardo, come quando afferma “Io che ho molto peccato sono completamente innocente”.

Il peccato sessuale (“impuro” e quindi condannato dalla legge cristiana) si dissolve di fronte alla verità dell‘amore – disinteressato e quindi “puro”- per Abelardo, che Eloisa chiama “unico padrone del mio corpo e del mio animo”. Seguendo il medesimo criterio dell’interiorità come valore morale, giudica la propria vita monastica, così impeccabile agli occhi di tutti, una vita senza vero merito: “Non posso aspettami nulla da Dio per la vita che ho seguito e le sofferenze patite perché non ho compiuto nulla per Suo amore ma soltanto per obbedire a te, Abelardo, che me lo ordinavi … ”.

Il mausoleo di Abelardo e Eloisa nel cimitero parigino di Père-Lachaise

Documenti coevi alla vicenda dei due amanti testimoniano il loro dramma, la cultura di Eloisa e la diffusa fama del suo amore infelice.

Secoli dopo persino Voltaire, così difficile a commuoversi, confessava di aver pianto leggendo le appassionate parole di Eloisa; ma nel romantico Ottocento, che pure adorava la “grande amorosa”, alcuni studiosi misero in dubbio l’autenticità di un carteggio così audace, appassionato e sensuale, in contrasto (apparente) con l’immagine e i luoghi comuni sulla cultura cristiana medievale. Sospetti che continuarono da parte di alcuni storici (P. Benton e G. Duby per esempio) fino a qualche decennio fa, quando le ricerche di J.Monfrin, P. Dronke, D. Luscombe, P. Zerbi, G. Orlandi e di chi firma questa “voce”, dissiparono con argomenti diversi i dubbi sull’autenticità di quelle lettere che il grande E. Gilson giudicava “troppo belle per non essere vere”.

Mariateresa Fumagalli Beonio Brocchieri voce dall’Enciclopedia delle donne

Fonti e risorse bibliografiche: La migliore traduzione delle lettere in italiano è: Lettere di Abelardo e Eloisa, traduzione di C. Scerbanenco, Rizzoli Bur 1996 (introduzione di Maria Teresa Fumagalli Beonio Brocchieri) Etiènne Gilson, Eloisa e Abelardo, trad it. Einaudi 1986 (opera in francese del 1938) Peter Dronke, Il secolo XII, in Claudio Leonardi (a cura di), Letteratura latina medievale. Un manuale, Impruneta, SISMEL-Edizioni del Galluzzo, 2002. Peter Dronke, Donne e cultura nel Medioevo, Mondadori 1986 (traduzione italiana dall’inglese Women writers, 1984) Guy Lobrichon, Heloise, L’amour et le savoir, Gallimard Parigi 2005 Mariateresa Fumagalli Beonio Brocchieri, Eloisa e Abelardo, Parole al posto di cose, Mondadori 1984 Mariateresa Fumagalli Beonio Brocchieri, Eloisa e Abelardo, Laterza 2014

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La leggenda nera di Ortensia Baglioni

Veduta di Parrano (Terni), uno dei feudi di Ortensia Baglioni – foto Elena Volterrani

Nel corso della sua lunga e tormentata vita perse quattro figli e tre mariti. Una donna decisamente molto distratta; o estremamente pericolosa.

È ricordata come la “Lucrezia Borgia di Parrano”, ma il paragone con Ortensia Baglioni, in realtà, è ingeneroso nei confronti della povera Lucrezia, vittima di una fama pessima ma comunque immeritata.

Ortensia, invece, con tre mariti e due figli ammazzati è senza dubbio la donna più scaltra, letale e spregiudicata della storia a cavallo tra Medioevo e Rinascimento.

D’altra parte tra cospirazioni e intrighi di palazzo, lei, c’era nata e cresciuta: figlia del conte Antonio Baglioni e di Beatrice Farnese, Ortensia è nipote sia della bellissima Giulia Farnese, amante di papa Alessandro VI Borgia che di suo fratello Alessandro Farnese, il futuro papa Paolo III.

È proprio lo zio cardinale a darla in sposa nel 1531 a Sforza Marescotti, un soldato rampollo di un’antica e gloriosa famiglia bolognese. Dall’unione nascono Alfonso e Beatrice; appena sette anni dopo il matrimonio, però, Sforza viene assassinato dai suoi vassalli. Vedova tutt’altro che inconsolabile (e anzi – si mormora – mandante del delitto) l’anno successivo Ortensia sposa Girolamo di Pier Giovanni di Marsciano, con cui fa altri due figli: Marcantonio e Girolamo. Anche il secondo marito sei anni dopo toglie il disturbo, ucciso da un piatto di maccheroni avvelenati servitogli dall’amorevole consorte.

Il borgo di Pornello (Terni) – Foto Fiorenzo Lo Grasso

Tempo quattro anni, e il 7 maggio 1549 Ortensia convola a terze nozze con il conte Ranuccio Baglioni, ponendo però come condizione che lo sposo le assegni i feudi di Parrano e Pornello. Anche con Ranuccio Ortensia concepisce due figlie, Elena e Lavinia. Ma poi si libera del marito: esattamente come Sforza, infatti, il 18 settembre 1553 il conte viene ucciso in un agguato tesogli dai vignanellesi, esasperati dalle continue vessazioni del loro padrone ma anche stavolta, si dice, istigati dalla signora.

Nel frattempo è scomparso Paolo III Farnese e a succedergli è il cardinale Giovanni Maria Ciocchi Del Monte, che ha assunto il nome di Giulio III. Il nuovo papa è zio di Ascanio Della Corgna, Capitano generale della fanteria e della cavalleria e cognato di Ranuccio, di cui ha sposato la sorella Giovanna. Due giorni dopo l’omicidio, Giulio III mette le due bambine sotto la tutela di Ascanio, affidandogli anche i feudi di Vignanello e di Parrano, mentre la guardia papale arresta Ortensia. Il tribunale pontificio ascolta molti testimoni, tra cui il cardinale Tiberio Crispo di Orvieto, secondo il quale la donna è “onesta e una buona moglie”, mentre Ranuccio viene descritto come un violento che trattava malissimo i suoi vassalli “sichè dico meravegliarme che non prima sia stato ammazzato da quelli suditi”. Il processo si conclude con l’assoluzione della donna: sulla forca finiscono cinque paesani.

Nel 1565 Ortensia, che ha ripreso possesso del suo feudo, scrive il proprio testamento lasciando al figlio Alfonso il castello di Vignanello e a Elena e Lavinia quello di Parrano. A Girolamo, invece, lascia un altro piatto di maccheroni avvelenati e anche Lavinia muore “atossicata” ancora giovanissima, mentre Marcantonio si toglie di mezzo da solo per morte naturale. Ma su nessun decesso viene aperta una indagine.

Lo stemma Marescotti-Farnese

A impedire a Ortensia di rimettere le mani sul feudo di Parrano, resta però la contessina Elena, il cui tutore è lo zio Ascanio. Determinata a manovrare la vita della figlia, appena compie 14 anni comincia a cercarle un marito, ma deve scontrarsi con i ripetuti rifiuti della ragazza. Il conflitto raggiunge tali livelli che per proteggere la contessina dalle grinfie della madre il papa arriva a far rinchiudere la giovane in monastero e a proibirle di contrarre matrimonio senza la sua autorizzazione. Ortensia, nel frattempo, si è insediata nel castello, approfittando dell’assenza di Elena che vive a Perugia dagli zii, e tollera l’invasione materna solo “per honore suo per non la cacciare via”.

La velenosa contessa, che non si fa certo intimidire dall’ostilità della ragazzina, scrive al cugino Alessandro Farnese. E spiega di essere a Parrano proprio su invito della figlia; “Questo castello monsignor mio mi riesce molto meglio che io non pensavo: vassalli fidelissimi et amorevolissimi; solo ce manca uno buono patrone che tema Idio et governa le sue pecorelle iustamente”. Ortensia manda in continuazione messaggeri a Perugia perché convincano la figlia a raggiungerla a Parrano, ma Elena non ha nessuna intenzione di lasciarsi avvicinare dalla madre e quando la vede arrivare non le permette nemmeno di entrare nel palazzo. La donna non sia arrende e in occasione della Pasqua del 1567 tenta un nuovo approccio mandando come ambasciatore il figlio Alfonso. Durante il pranzo, però, l’erede fa alla sorella uno strano discorso, che suona come un sinistro avvertimento: “Se vostra Signoria morisse, signora contessa, a me mi resterebbe qualche cosa di vostro: ma se morissi io non ve resteria a voi cosa alcuna de mio; perché io ho figli”.

Convinta che la madre voglia eliminarla per lasciare tutto al fratello, Elena è ancora più decisa a non mettere piede a Parrano. Tuttavia, le mani della famigerata Ortensia riescono a insinuarsi fino a Pieve del Vescovo, dove la contessina sta passando un piacevole soggiorno in compagnia della zia Giovanna. È il 23 aprile ed Elena è abbastanza incauta da lavarsi il viso con l’acqua da toletta che la madre le ha mandato “per rendere più liscia la pelle”. Qualche ora dopo l’applicazione dell’unguento la ragazza si sente male e dopo due giorni di agonia muore, all’età di sedici anni. Il corpo viene trasportato a Perugia, accompagnato “da circa cento contadini et altre genti con lumi” e seppellito nella chiesa di San Fiorenzo a Porta Sole. Prima, però, viene chiesta un’autopsia perché il cadavere si è gonfiato ed è diventato nero, e il Papa ordina un’indagine. Quando il 7 maggio 1567 il commissario pontificio Gandolfi giunge a Parrano, Ortensia – circondata da un piccolo esercito formato da vassalli e da banditi – si rifiuta di consegnargli il feudo. Gandolfi è costretto a desistere ma una settimana dopo torna, prende possesso del castello e trascina Ortensia davanti al Governatore di Roma.

Castel Sant’Angelo. Costruito nel II secolo d.C. come mausoleo per le spoglie dell’imperatore Adriano, fu spesso utilizzato come luogo di prigionia

Rinchiusa ancora una volta a Castel Sant’Angelo, la donna viene assolta da tutte le accuse e ritorna in possesso del castello e degli altri beni sequestrati. E il 9 marzo 1574 dona al nipote Marcantonio di Alfonso i castelli di Vignanello, Parrano, Pornello e Mealla “per la conservazione della famiglia”.

Alfonso e Marcantonio, divenuti i padroni assoluti, scatenano la loro ferocia con delitti e vessazioni ai danni delle popolazioni sottoposte, offrendo anche rifugio a banditi provenienti dal Regno di Napoli, tanto da attirarsi addosso anche un’inchiesta ordinata da papa Gregorio XIII che culmina con uno scontro armato e l’arresto per ribellione e lesa maestà.Scarcerati tre anni dopo, padre e figlio tornano nei loro feudi. Le nefandezze continuano. Ortensia si sfoga con il cugino cardinale: “Quando io pensavo dopo tanti stenti et mie fatighe potermi riposare, mi trovo afflitta da un figliolo tiranno, che sempre è andato peggiorando. Et il patir mio è infinito”.

Intanto, nel 1574 Marcantonio ha sposato Ottavia di Piefrancesco Orsini conte di Bomarzo, il committente del celebre Parco dei Mostri. Avranno sette figli, ma anche molti guai: tanto è violento e arrogante il marito, infatti, che la donna arriva a intentargli una causa per ottenere la separazione.

Alfonso morirà a Roma il 25 marzo 1604, lasciando tutto il potere nelle mani del figlio, che rispetterà la tradizione di famiglia: finirà ammazzato in un agguato tesogli la notte del 4 settembre 1608, finito con due colpi di archibugio e poi straziato con un’accetta.

In compenso tra i sette figli di Marcantonio non mancherà una santa: Clarice, monaca francescana canonizzata nel 1807 da Pio VII. Un’altra pargola, invece, viene chiamata proprio con il nome della famigerata bisnonna: futura marchesa di Fabro, nascerà appena quattro anni dopo la morte di Ortensia, che si spegne serenamente – se così si può dire – il 12 aprile 1582. Con sette morti sulla coscienza e due processi per omicidio. Ma un patrimonio ricchissimo e indiviso.

Arnaldo Casali

Articolo pubblicato su MedioEvo N° 259 di agosto 2018

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Maria Maddalena, da apostola a prostituta

Maddalena penitente e otto storie della sua vita (Maestro della Maddalena, ca. 1280-1285, Galleria dell’Accademia, Firenze)

Tra le donne evangeliche in Occidente è forse la più conosciuta, a parte Maria madre di Gesù, ed è la più misconosciuta e falsificata. Tuttavia, a suo modo, anche molto amata dal popolo cristiano, per ragioni tradizionali e simboliche che con i Vangeli hanno poco a che fare; e perciò anche molto raffigurata, molto raccontata: sappiamo quanti dipinti, dal Medioevo all’Ottocento (e poi, nell’ultimo secolo, quanti film sulla vita di Cristo), hanno contribuito a consolidarne l’immagine erronea. Per questo viene automaticamente associata a due elementi visivi fissi, cioè i lunghi capelli sempre e spesso, nei dipinti, anche un vaso.

In termini evangelici, però, capelli e vaso hanno a che fare non con lei, bensì con un altro personaggio affascinante, enigmatico, molteplice: la donna che unse Gesù, dal quarto evangelista identificata con un’altra Maria, quella di Betania, sorella di Marta e di Lazzaro. Invece per Marco/Matteo rimane senza nome e Luca presenta come autrice dell’unzione una peccatrice galilea, ugualmente anonima.

Per questo, oltre che con la peccatrice, Maria di Magdala viene identificata anche con Maria di Betania, in Occidente; mentre l’Oriente cristiano ha sempre distinto le tre donne evangeliche. Anzi, Maria di Betania, tradizionalmente letta come prototipo delle mistiche, diventa la Maddalena “dopo la cura”, e pazienza per la geografia. Infatti Magdala, cioè Migdal, si trova in Galilea, sul lago di Tiberiade; Betania invece in Giudea, è praticamente un sobborgo di Gerusalemme, e non si capisce davvero come facesse a essere “di Magdala” una che era “di Betania”.

Maria di Magdala nella chiesa d’Occidente ha perduto il suo autentico volto evangelico di discepola e di apostola, e ha acquisito un volto immaginario in cui si fondono i caratteri spirituali di tre donne dei Vangeli, tra loro ben diverse. Avere tre volti è abbastanza prossimo al non averne nessuno, l’eccesso di valenza simbolica rende evanescente la persona.

Tornando ai simboli visivi, i capelli evocano la sessualità, e per questo le donne ebree avevano l’obbligo sociale e religioso di non mostrarsi mai in pubblico a testa scoperta: trasgredire l’obbligo equivaleva a una sorta di adulterio, e poteva costituire un valido motivo di ripudio. Anche il vaso in termini simbolici è un simbolo di femminilità, evoca la rotondità dei fianchi e la destinazione materna del corpo femminile. L’immediato riferimento visivo non si verifica per nessun’altra donna; nemmeno per la madre di Gesù, che resta nell’immaginario come avvolta da un nimbo di bellezza-luce, amorevolezza e castità, senza particolari esteriori che possano connotarla, a parte il velo.

Cristo in pietà tra la Madonna e Santa Maria Maddalena con simboli della Passione (Maestro della Madonna Straus, notizie 1390-1410, Galleria dell’Accademia, Firenze)

Già, il velo: nell’iconografia tradizionale è rarissimo che Maria di Magdala lo porti. Questo, certo, perché si devono vedere i capelli lunghi, e anche perché la testa coperta è attributo della donna regolare e rispettabile, in gran parte del mondo antico (ma anche moderno, fino a tempi non troppo remoti).

Tutti credono di conoscere la Maddalena, almeno per sentito dire; in realtà quasi nessuno, se non ha qualche conoscenza scritturistica di prima mano, conosce il personaggio evangelico, la discepola prediletta e autorevole, la prima testimone della Resurrezione.

Assunzione di Santa Maria Maddalena (Antonio del Pollaiolo, 1460 ca., Museo della Pala del Pollaiolo, Staggia Senese)

Il suo ruolo nell’evento di Gesù è assolutamente unico, e possiamo trovarne una prova (molto discreta, ma di grande significato) nel fatto che sia nominata più di qualsiasi altra donna della cerchia di Gesù, e sempre al primo posto: questo genere di precedenze non è irrilevante nella Scrittura. Proprio questa singolare dignità evangelica rende tanto più strano il destino riservatole nella tradizione cristiana.

L’unico tra gli evangelisti che nomini Maria di Magdala prima della crocifissione di Gesù è Luca (8,1-3), nel breve ma fondamentale passo riguardante le discepole galilee. Di queste donne dice cumulativamente due cose molto importanti: 1) che erano state guarite da spiriti maligni e da infermità; 2) che aiutavano con i loro beni il gruppo itinerante. Ciò significa che dovevano essere abbastanza ricche e – cosa singolare per quei tempi – anche abbastanza libere di disporre dei propri beni, oltre che della propria esistenza.

Di Maria di Magdala in particolare viene detto che era stata liberata da ben sette demoni. Il sette nella cultura ebraica esprime la pienezza. Secondo l’evangelista quindi Maria di Magdala proveniva da una grave realtà di malattia. Forse psicosomatica, come diremmo noi oggi – ma quale malattia non lo è?

Gli altri tre evangelisti ricordano per la prima volta le donne seguaci di Gesù nel momento della crocifissione e della sepoltura, e poi nei racconti pasquali. I vari racconti non coincidono nei particolari, fuorché appunto per la presenza di Maria di Magdala, per il suo ruolo di testimone. In quel momento supremo, le donne vengono nominate dagli evangelisti come persone ben note: evidentemente si vuole intendere che non compaiono in questo momento per la prima volta. E se devono esser nominate in quel momento non è per scrupolo di completezza o per rendere omaggio al loro amore e alla loro fedeltà, o per altre ragioni “moderne” dello stesso genere; solo perché era necessario – e di solito a questo aspetto non si presta sufficiente attenzione. Chi raccontava la morte di Gesù e la sua vittoria sulla morte, parlando o scrivendo, non poteva rifarsi alla testimonianza dei discepoli maschi, i quali non c’erano perché erano fuggiti nel momento dell’arresto del loro Rabbi (un fatto doloroso, poco onorevole, ma evidentemente conosciuto da tutti). Perciò diventava inevitabile rifarsi alla testimonianza delle donne; quantunque le donne in Israele non fossero abilitate a testimoniare.

Santa Maria Maddalena (Piero di Cosimo, 1490-95, Palazzo Barberini, Roma)

Va sottolineato che, se i discepoli maschi di Gesù non fossero fuggiti, le discepole certo sarebbero state lì ugualmente; ma noi oggi non sapremmo della loro presenza, perché gli evangelisti non avrebbero considerato essenziale rilevarla. Così come è avvenuto con la presenza delle donne all’ultima Cena.

Da alcuni vangeli apocrifi di tinta gnostica e di elevata qualità spirituale (come il Vangelo di Maria e il Vangelo di Tommaso), che sono significativi pur se non possono venir considerati fonti storicamente attendibili, si ricava l’impressione che qualche perplessità e qualche gelosia a riguardo del ruolo privilegiato e autorevole di Maria di Magdala potesse esistere già all’interno della cerchia dei discepoli di Gesù.

L’equivoco, che comincia a farsi sentire fin dai primi secoli, viene consolidato, praticamente ufficializzato, a partire dal V secolo. Determinante risulta la responsabilità di papa Gregorio Magno: il quale, oltre a “chiarire” definitivamente la presunta identità di Maria di Magdala con la sorella di Lazzaro e con la peccatrice (chiarimento che confonderà la questione per molti secoli), plasma la fisionomia leggendaria della Maddalena leggendo i sette demoni di cui parla Luca come emblema dei sette peccati capitali: “Septem ergo daemonia Maria habuit quod universis vitiis plena fuit” (Maria dunque aveva sette demoni, nel senso che era piena di tutti i peccati). Con ciò l’immagine della Grande Peccatrice è fatta e finita, bollata dalla grandissima autorità di Gregorio e consegnata al futuro. Resisterà, in Occidente, per quasi un millennio e mezzo.

Uno sbaglio di esegesi, d’accordo; che però non sarebbe potuto avvenire, e soprattutto non sarebbe durato così a lungo, se l’humus ideologico e psicologico non fosse stato favorevole. Una donna irregolare, peccatrice (prostituta, visto che i peccati sessuali sembrano gli unici che possano avere rilevanza morale e sociale, per una donna), poi pentita e redenta attraverso fiumi di lacrime e – secondo la leggenda, il cui peso qui supera quello dei Vangeli – abissi di umiliazione e decenni di assurda penitenza postpasquale, rientra negli schemi patriarcali e li consolida, perciò è edificante ed è “bella”. Invece una donna che sia discepola prediletta di Gesù durante la vita pubblica di lui e poi annunciatrice della sua resurrezione, dunque apostola, è scomoda, disturba nel profondo.

Santa Maria Maddalena (Luca Signorelli, 1504 ca., Duomo, Orvieto)

Questa confusione oggi è superata, ufficialmente: ma più nella teoria che negli effetti. Superata dagli studiosi, dai teologi (dai protestanti con circa un secolo di anticipo rispetto ai cattolici, perché i protestanti erano più abituati al confronto personale con la Scrittura e meno condizionati dal peso della tradizione); non però dalla massa dei fedeli, e neppure da tutti i pastori. Ancora in certe omelie, quando capita di parlare di Maria di Magdala – ma capita poco, rispetto a quella che dovette essere la sua rilevanza nella vicenda di Gesù – , il suo volto reale di discepola viene oscurato dal volto immaginario di peccatrice; e quando si legge il racconto lucano della peccatrice, ancora qualche predicatore cede alla tentazione di chiamare Maddalena quella donna!

Una volta nel calendario liturgico della chiesa cattolica Maria di Magdala era etichettata come “penitente”. Oggi non più. Ma chi ha il coraggio di chiamarla seriamente “apostola”? Il termine non viene usato se non in funzione analogica, lirica, suggestiva…, comunque accuratamente svuotato di qualsiasi effettiva risonanza ecclesiale. L’appellativo di confessore della fede non ha il femminile. Le donne sante erano (e sono) ancora poche e poco rilevanti, all’infuori dei paradigmi fissi della verginità o del martirio.

Eppure anche Agostino, certo non sospettabile di eccessive compiacenze a riguardo delle donne, chiama apostola Maria di Magdala: anzi, apostola apostolorum, seguendo Giovanni 20, 1-18. “Apostola degli apostoli”, nel senso che riceve da Gesù un incarico apostolico nei confronti di quelli stessi che noi chiamiamo apostoli; ma per chi abbia anche solo orecchiato un po’ la lingua ebraica e il suo modo di formare il superlativo, potrebbe anche aleggiarvi qualcosa come “la più apostola di tutti”…

Lilia Sebastiani

(da Adesso n.38)

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Dorotea Bucca, la prima insegnante universitaria

Busto di Dorotea Bucca, scultore di Casa Fibbia (1680-1690 ca.), Palazzo Masetti Calzolari, Bologna

Ha aperto un varco nella Storia come solo pochissime donne sono riuscite a fare: è la Giovanna d’Arco della scienza e della filosofia, l’Ipazia di Alessandria del Medioevo, la Chiara d’Assisi del mondo laico, una precorritrice dell’intero movimento femminista.

Dorotea Bucca è la prima insegnante universitaria della storia, salita in cattedra nella prima università d’Europa, in un’epoca in cui alle donne veniva impedito di studiare anche solo per imparare a leggere e scrivere.

Come Ipazia è figlia d’arte, come Giovanna cresce in una famiglia che asseconda le sue attitudini, come Chiara è la prima donna ad assumere incarichi prettamente maschili, come altre pochissime donne del Medioevo riuscirà a farsi largo in un mondo di uomini divenendo l’autorevole maestra per centinaia di loro.

A differenza però di Ipazia (capo della scuola di Alessandria nel IV secolo), di Giovanna (condottiera dell’esercito francese alla riscossa durante la Guerra dei Cent’anni) e di Chiara (prima donna a scrivere una regola monastica), di Dorotea sappiamo pochissimo; nessuno dei suoi contemporanei, pur riconoscendone l’autorità e l’importanza, si è infatti preso la briga di raccontarne la vita, e nemmeno uno dei suoi scritti è giunto fino a noi.

Tutto ciò che sappiamo su Dorotea Bucca, di fatto, è quanto riportato nel libro di Giovanni Boccaccio Delle donne illustri. Con una piccola notazione da premettere: e cioè che Boccaccio è vissuto tra il 1313 e il 1375, mentre Dorotea dal 1360 al 1436; aveva quindi appena quindici anni quando morì il suo presunto biografo.

L’edizione del libro “Delle donne illustri” di Giovanni Boccaccio, curata e aggiornata da Francesco Serdonati nel 1596

In effetti il libro dedicato dallo scrittore fiorentino alle grandi donne dell’antichità e del Medioevo ci è giunto attraverso una stampa pubblicata da Filippo Giunti e curata da Francesco Serdonati nel 1596: è lui, dunque, l’autore del profilo biografico della prima docente universitaria donna, aggiunto – insieme a molti altri – nella nuova edizione dell’opera di Boccaccio, tradotta dal latino in volgare da Giuseppe Betussi e aggiornata “con una giunta fatta dal medesimo d’altre donne famose e un’altra nuova giunta fatta da Francesco Serdonati d’altre donne illustri antiche e moderne”.

Donati racconta che Dorotea, nata a Bologna nel 1360, era figlia di un importante insegnante dell’università di Bologna, di cui ci sono rimaste però ancora meno notizie che su di lei: Giovanni Bucco, “bolognese filosofo e medico di gran fama”.

Giovanni aveva dunque “una figliuola nomata Dorotea, la quale s’esercitò parimente nelle lettere e fece tal profitto, che ancor essa meritò di conseguire l’insegne del dottorato nello studio di Bologna nella scienza di filosofia”.

Giovanni è così fiducioso nel talento della figlioletta, da incoraggiarla nello studio delle lettere e della medicina fino a farle conseguire il dottorato in filosofia. Poco dopo Dorotea si cimenta in una pubblica lettura all’Università di Bologna, ottenendo un successo tale, che alla morte del padre nel 1390 è lei stessa a ereditare la cattedra di medicina e filosofia dello Studio bolognese. “Come ancora oggi – scrive Serdonati – appare nella camera di Bologna al campione dei lettori stipendiati”. Per continuare a insegnare agli studenti del padre, a Dorotea – che ha trent’anni di età – viene garantito uno stipendio di cento lire, cifra enorme per il periodo.

Dorotea, scrive ancora il biografo, “esercitò molti anni tale ufficio con suo grande onore e con soddisfazione di tutta la città e a udir lei concorrevano molti scolari d’ogni nazione, cosa veramente rara e degna d’esser notata e ammirata”.

La prima insegnante universitaria donna occuperà infatti la cattedra per ben 46 anni, fino al 1436, quando morirà quasi ottantenne tra la venerazione dei suoi studenti.

A differenza di molte sue “colleghe” femministe ante litteram, infatti, Dorotea affronta una carriera sostanzialmente priva di ostacoli: i suoi quasi cinquant’anni di insegnamento trascorrono serenamente nel rispetto dei colleghi e degli allievi: forse anche per questo il suo personaggio non ha “fatto notizia” ed è ignorato persino dall’Enciclopedia Treccani.

Se pensiamo a Ipazia (massacrata da fanatici cristiani), a Giovanna d’Arco, abbandonata dal suo stesso re nelle mani del nemico e bruciata sul rogo, e agli stessi scontri tra Chiara d’Assisi e il papato, ci rendiamo conto che la maggior parte delle grandi donne del Medioevo ha fatto emergere la propria grandezza attraverso il conflitto con gli uomini, pagando spesso con la vita il prezzo del carisma e dell’indipendenza.

È vero anche, però, che il contesto in cui cresce Dorotea è il migliore che la giovane intellettuale possa trovare in Europa: c’è infatti molta più apertura in Italia, riguardo all’educazione delle donne in materie scientifiche, di quanto non avvenga nello stesso periodo, ad esempio, in Inghilterra.

Trotula di Salerno (Miscellanea medica XVIII), inizi del secolo XIV

Nel suo campo Dorotea trova un antecedente innanzitutto nelle mulieres salernitane, le donne della Scuola medica di Salerno che – caso unico nella storia accademica – godevano di ancora maggiore autorevolezza dei colleghi uomini. La più celebre tra esse era Trotula di Salerno, “magistra” nata tra il 1030 e 1040 e morta verso la fine del secolo, che aveva sposato Giovanni Plateario senior, altro illustre maestro della Scuola, scritto il libro De mulierum passionibus e trovato il tempo di crescere due figli: Giovanni Plateario il Giovane e Matteo Plateario.

Contemporanee di Dorotea sono invece Albella (che compone due trattati in versi), Mercuriade (autrice di quattro opere), Jacobina Felice, Alessandra Giliani e Margherita.

Successivamente si faranno notare invece Costanza Calenda e Rebecca Guarna, fisica, chirurga e scrittrice del XIV secolo, cresciuta in un’importante famiglia salernitana e destinata a lasciare alcuni trattati su febbre, urina ed embrioni.

Quello che stupirà, però, è che Dorotea ha un precedente ancora più illustre in un mondo che immaginiamo il più chiuso in assoluto nei confronti delle donne: l’Islam.

Se l’Università di Bologna è la più antica d’Europa, infatti, è solo la terza ad essere sorta nel mondo: la prima in assoluto è l’Università di al-Qarawiyyin, a Fès, in Marocco, fondata nell’anno 859 proprio da una donna: Fatima, figlia di un ricco mercante chiamato Muhammad al-Fihri. Come la sorella Maryam, Fatima era molto istruita e aveva ricevuto una ricca eredità dal padre, che aveva voluto destinare alla costruzione di una moschea e di un centro di istruzione religiosa e politica per la comunità di al-Qarawiyyūn.

Più che delle grandi eroine che hanno legato il loro nome a imprese gloriose, quindi, Dorotea è testimone eccellente di quell’esercito silenzioso di donne che, nel corso dei secoli, hanno fatto crescere l’emancipazione femminile non attraverso atti eroici ma nella quotidianità, senza lasciare una memoria sensazionale ma dando un fondamentale contributo a rendere normale ciò che un tempo sembrava inaudito.

Arnaldo Casali

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Le streghe, “donne difettose”

Incubus concepisce Merlino con la madre nel romanzo Histoire de Merlin di Robert de Boron (1280 1290, Bibliothéque Nationale de France)

Prudentia, Nicolosa, Bessie, Eleanor, Thomette, Bardonneche; e ancora Belisandra, Margaretha, Gera, Margery…

Questi sono solo alcuni dei nomi che possiamo rintracciare negli atti processuali in Europa contro donne considerate eretiche in quanto streghe.

“È la verità che è stregha, ne è pubblica la voce et fama”, testimoniano nei verbali i vicini di casa. La cattiva reputazione delle imputate è nota fino ai paesi limitrofi. Le accusate sono personalità ben conosciute, a cui i compaesani e non solo, si rivolgevano spesso per comprare verbena o calaminta, perfette per disinfettare le ferite e riprendere le forze dopo la malattia nei boschi viterbesi; o ancora per annullare gli effetti dell’alcool di un marito poco dedito ai doveri coniugali in Veneto; assistere le partorienti o disfare il malocchio lanciato sui bambini da altre streghe delle campagne umbre; e ancora si faceva riferimento a loro per ottenere un filtro che facesse concepire una nobile donna inglese, bere una bevanda tonificante dopo una grave malattia in Scozia, o risanare una contessa in Austria con foglie di mela e noce.

Vi è però un’altra faccia della medaglia: nel corso dei secoli queste donne arrivano anche a provocare l’impotenza, scatenare terribili tempeste, far impazzire il bestiame che non avrebbe più dato latte, infliggere atroci morti ai neonati ancora “stretti nella cunnola” per ricavarne unguenti e sacrifici per Satana. Tutto ciò in virtù del patto con il demonio, col quale raccontano di congiungersi carnalmente durante i sabba, le loro riunioni notturne.

Due pagine del Malleus Maleficarum (1487, Boston Medical Library Rare Books Collection)

È nel tardo Medioevo che si arriva a questa concezione delle streghe e alla redazione di un manuale che ne regolamenta la persecuzione con crescente rigore: il Malleus Maleficarum (Il Martello delle streghe). Pubblicato tra il 1486 e il 1487 da due frati domenicani, H. Institor (von) Kramer e Jacob Sprenger, il libro sviluppa le caratteristiche della stregoneria che diverrà centrale nell’età moderna. L’opera ha un grande successo al punto che tra il 1487 e il 1669 se ne contano ben 29 edizioni.

Anche prima del Malleus si discuteva del demonio, temuto da ogni buon cristiano, come pure delle fattucchiere e sono molte le fonti che dimostrano quanti vi ricorressero, però in virtù del nuovo patto queste donne giungono a schiacciare le immagini devozionali, compiere atti spregevoli e omicidi. I nuovi eretici sono prevalentemente di sesso femminile e ben diversi dai precedenti delinquenti colpevoli di superstizione. Ormai i due autori abbracciano la visione diabolica della stregoneria che ha alla base l’accordo con Lucifero, lasciando al passato la concezione illusoria del Canon Episcopi che metteva in guardia i vescovi dalla pericolosa arte della magia, ma considerava, al pari di credenze, le testimonianze delle donne che raccontavano di aver compiuto lunghe cavalcate notturne. Gesti che per le autorità non erano stati mai compiuti, se non nei sogni delle protagoniste, dove il diavolo si era potuto insinuare perché quelle donne si erano allontanate dalla fede.

Eva tentata dal diavolo nelle sembianze di serpente (1455, Le Miroir de Humaine Salvation, Ludolphus de Saxonia, attribuito)

Le streghe rinnegano la propria fede, sputano sulle ostie benedette “biastemando ai Santi” e compiono altri atti osceni come il bacio nel deretano (osculum infame) a prova della fedeltà al loro nuovo signore. La fede cristiana è persa, i voli e i sabba sono diventati realtà. Citando i frati domenicani, le “peggiori erano quelle che si comportavano in modo più abominevole delle bestie, eccetto i lupi”. Queste donne sono accusate di uccidere i bambini, provocare la sterilità e le grandinate. Satana sceglie sempre le donne come streghe, non c’è dubbio per gli autori, a parte qualche stregone.

Ma per quale motivo? Secondo i due domenicani, le streghe sono donne “difettose”.

Le loro vocazioni naturali le rendono perfette per collaborare con Lucifero: fanno parte di una specie diversa che è “debole d’intelletto quasi come i bambini”. La stregoneria è tipicamente femminile perché la donna, non l’uomo, è “difettosa dalla Creazione”. E spiegano nel Malleus Maleficarum: “Si può notare che c’è come un difetto nella formazione della prima donna, perché essa è stata fatta con una costola curva, cioè una costola del petto ritorta come se fosse contraria all’uomo. Da questo difetto deriva anche il fatto che, in quanto animale imperfetto, la donna inganna sempre”.

È avvezza al peccato, come già la prima donna, Eva. Perde facilmente la fede che è pronta a mettere in dubbio alla prima occasione, rinnegando persino il battesimo. Più lussuriosa e infima dell’uomo, è dedita alle sporcizie carnali: con la sua concupiscenza porta scompiglio e disordine nella società. Come se non bastasse, è considerata subdola, un pericolo occulto che la rende più amara della morte. Irosa e capace di odiare, con uguale ardore, coloro che prima aveva amato e frequentato. Come Antonietta, moglie di Pierre, che sulle Alpi francesi avvelenò l’acqua del suo vicino di nome Jean.

Queste streghe hanno il cuore come una rete carica di malvagità: “Ecco perciò sono le donne più infette che gli uomini, dunque eresia delle streghe, non degli stregoni”.

Il demonio insinua le donne (ca. 1450, Bibliothéque Nationale de France)

Le astuzie nei processi Una donna così subdola anche durante i processi cercherà di attirare gli uomini e raggirarli con astuzie, facendo leva sui desideri carnali. Notai, podestà e soldati potevano essere tratti in inganno anche solo dallo sguardo. Ecco allora l’intervento di altre donne nel processo, scelte tra quelle sicuramente oneste e di buona reputazione. Spettava a loro spogliare le imputate prima di condurle al carcere, togliendo qualche stregoneria che potevano portare cucita addosso, come quella del silenzio.

Era infatti un dato certo che la strega non poteva piangere, perciò per valutare l’innocenza o la colpevolezza, i giudici inducevano al pianto l’imputata con una formula precisa: “Nella misura in cui sei innocente versa le tue lacrime, se invece sei colpevole, non farlo in nessun modo”. Però piangere, filare, ingannare è proprio delle donne e quindi anche la strega colpevole poteva riuscire a farlo, convincendosi della sua innocenza pur di salvarsi. D’altronde, è pacifico che le donne usano il pianto quando devono ottenere qualcosa. La sospettata poteva anche riuscire a bagnarsi furtivamente gli occhi e le guance con la saliva, perciò i suoi carcerieri dovevano rimanere particolarmente vigili.

Per capire la sincerità o meno di questi comportamenti, i giudici dovevano ricercare testimoni di buona fama così da poterne valutare la reputazione; è quanto accadde in un processo del centro Italia celebrato nel XVI secolo, dove secondo il documento rogato dal notaio a carico della “vedova del fu Michele”, furono ascoltati solo testi considerati “gente dabbene”. Bisogna interrogare anche le amiche, capaci di svelare ogni trucco dell’imputata: si sa, le donne a causa della “lingua lubrica, quando sanno qualcosa per le loro male arti”, non riescono a nasconderlo.

Gli autori del Malleus arrivano persino a sostenere che le streghe potevano provocare illusioni, “come portar via il membro” dei soldati che ispezionavano le case o sporcare di veleno le giunture di mani e braccia rimaste scoperte dai vestiti.

Il bacio a Satana con cui le streghe rinnegavano Dio (1608, Osculum infame, Francesco Maria Guazzo nel Compendium maleficarum)

Rimedi contro le astuzie diaboliche Cosa fare dunque? In via preventiva, sempre meglio portare addosso del sale esorcizzato la domenica delle palme e anche erbe benedette, avvolte insieme con la cera, anch’essa benedetta.

Durante l’arresto bisognava impedire alle sospettate di correre in camera, perché in quel luogo avrebbero potuto recuperare certi arnesi preposti a dare la stregoneria del silenzio, celati con rituali specifici. Le ispezioni andavano condotte anche tra le pietre smosse vicino al camino, dove quelle donne nascondevano gli unguenti di lupo o cane.

Le prescrizioni per scongiurare le astuzie erano chiare: si dia da bere un calice o una tazza d’acqua santa dove era stata versata una goccia di cera benedetta, pratica da ripetere a digiuno e tre volte al giorno. Altre donne rasino completamente le imputate. Il tutto invocando la Santissima Trinità. Secondo giudici illustri, le streghe possono essere smascherate più facilmente il venerdì, giorno in cui “costumano pigliare un’immagine del Crocifisso, e gli fanno tutti quei vilipendi, e strazi, che furono fatti a Cristo Salvatore nel tempo della sua amarissima passione”.

Per spogliare dei poteri la strega e il diavolo che può camuffarsi da amante, gli stessi giudici consigliano l’uso di rami d’ulivo benedetti, il fegato del pesce sopra alla cenere insieme al fumo degli incensi. Questi rimedi erano utili anche per smascherare le adepte che usavano certe polveri di colore “ruffo o cinerizio”, orpelli fatti di capelli e legnetti, grazie ai quali si trasformano in civette, gazze e lupi. Giammai potranno assumere le sembianze della colomba “perché Dio glielo ha vietato”.

Ma ormai le testimonianze e i documenti ci conducono oltre il Medioevo.

La condanna al rogo (ca. 1574, Biblioteca Centrale di Zurigo, collezione di Johann Jakob)

Quali pene? Uno dei principi cardine del sistema penitenziario dell’Inquisizione era raggiungere il ravvedimento morale dell’eretico applicando sanzioni che lo avrebbero portato al pentimento e alla conversione.

Il colpevole sarebbe diventato un esempio per gli altri e non di rado, avrebbe svelato i nomi dei suoi complici. Confrontando gli atti degli archivi europei emerge che nel corso dei secoli si alternarono pene diverse: dall’assoluzione, con ingiunzione di compiere pellegrinaggi e pubbliche penitenze deliberate dal tribunale ecclesiastico, alla confisca dei beni “a die commissi delicti” (dal giorno in cui il reato era compiuto), fino ad indossare fogli dove erano stati scritti i reati commessi, mentre le colpevoli cavalcavano un asino tra le vie del paese.

Ancora: l’esilio, la fustigazione e il rogo nella pubblica piazza. Poteva anche capitare che il tribunale dell’Inquisizione assolvesse le imputate da tutti i reati, ma che, nonostante il ricongiungimento con la Chiesa, durante lo stesso giorno le streghe fossero condannate a morte da quello civile.

Fu così per un gruppo di donne della campagna francese. Una di loro, di nome Thomette, nel XV secolo era stata scagionata completamente dal giudice ecclesiastico, mentre quello laico la condannò a rispondere addirittura con la sua vita. Sebbene l’accusa fosse la stessa, eresia, sopra la donna pendevano ancora ben 14 capi d’imputazione tra cui l’essere entrata in rapporto con il diavolo, l’aver ascoltato il suo parere, aver rinnegato Dio, creato polveri magiche con cui aveva commesso malefici e ucciso bambini e aver partecipato ai sabba.

Padre Jean- Baptiste Labat nelle sue Cronache di viaggio in Italia e Spagna, nel 1714 documenta l’applicazione del supplizio della corda, con cui si torturava la vittima sospendendola a 10 piedi di altezza da terra. Fatto che possiamo riscontrare anche nei processi celebrati nel XVI secolo vicino Roma, dove una presunta strega venne “così sospesa” affinché “potesse venir interrogata”.

Le conoscenze pervenute fino ad oggi si intrecciano quindi, mischiando e confondendo folclore, leggende e vicende processuali realmente avvenute. Spesso, scorrendo queste pagine scritte a mano, dove i notai annotavano talvolta anche fatti personali, ricette e rimedi contro i malefici o le malattie, leggiamo di comportamenti talmente assurdi da superare ogni fantasia.

Nel lungo elenco di testimoni e imputate compaiono moltissime donne: vicine di casa, cognate, ostetriche, nemiche. Non di rado gli uomini restano nell’ombra, eccetto chi amministra la giustizia. Come scrivevano gli autori del Malleus Maleficarum: «Benedetto l’Altissimo che finora ha preservato il sesso maschile da un così grande flagello».

Mazzo delle erbe contro le streghe (notte di San Giovanni, lago di Barcis, PN)

Le streghe moderne Ancora oggi ci sono zone come il lago di Barcis in provincia di Pordenone, dove la notte di San Giovanni le donne raccolgono in un mazzo le erbe “magiche”, come iperico, ruta e rosmarino, da portare in chiesa o da bruciare per tenere lontano gli influssi maligni. Olivo benedetto, lauro e saggina vanno invece posti sulle soglie delle case: la strega perderà del tempo per contare tutti i singoli rametti prima di entrare, perché è risaputo, le donne non resistono alle tentazioni! Così anche in Spagna, precisamente vicino alla città di Salamanca, dove durante la domenica delle Palme vengono benedetti i rami di alcuni alberi specifici, da sistemare nelle abitazioni per tenere lontano il “mal de oio”.

Ci sono siti diventati meta turistica grazie alla ricostruzione storica e dove sono state girate serie televisive di grande successo, ambientante nei luoghi in cui effettivamente furono celebrati anche processi per eresia.

Uno di questi luoghi si trova in Scozia, precisamente nelle Highlands vicino alla città di Inverness. Famosa per la battaglia di Culloden, combattuta il 16 aprile 1746.

I siti di Balnauran of Clava e Milton of Clava, poco distanti, sono diventati il teatro di una delle scene più importanti di “Outlander”. Tratta dalle novelle di Diana Gabaldon, la serie televisiva racconta le avventure della viaggiatrice nel tempo Claire Beauchamp Randall Fraser. Ripercorre le vicende della disfatta scozzese e ha appassionato milioni di spettatori anche con le sue storie dedicate alla stregoneria, di cui la protagonista viene accusata.

Lilias Adie, il volto di una strega realmente esistita ricostruito dall’Università di Dundee (foto Christopher Rynn, University of Dundee)

Di recente, è stato ricostruito il volto di una donna del XVIII secolo accusata di essere una strega. Lilias Adie, secondo un suo vicino di casa, un certo Nelson, aveva provocato all’uomo una grave malattia. La storia si svolse nel Fife, in Scozia. Gli storici dell’Università di Dundee hanno ridisegnato i tratti somatici della donna, condannata per stregoneria. Lilias morì nel 1704, forse suicida, dopo aver confessato di aver scelto Satana come amante.

L’équipe degli studiosi scozzesi ha utilizzato una scultura virtuale in 3D per ricreare il volto della donna: nessuna traccia di quello che per l’immaginario collettivo potrebbe essere un aspetto stregonesco. Piuttosto, l’immagine di una donna comune, che pagò per una colpa assurda.

Casi di donne accusate di stregoneria sono stati registrati in Europa anche nel corso del Novecento: povere donne, sottoposte a elettroshock dopo essere state internate su precisa richiesta delle famiglie d’origine.

Monia Montechiarini

(Vietata la riproduzione, anche parziale, dell’articolo).

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Chiarissima Chiara

La Tavola del Maestro di Santa Chiara, capolavoro della fine del XIII secolo e prima opera agiografica dedicata alla fondatrice delle Clarisse

Un bagliore improvviso aveva illuminato la notte e una scia di fuoco si era trascinata a terra in un battito. Chiara aveva ammirato quello spettacolo dal suo lettuccio di paglia, attraverso la finestra del dormitorio che incorniciava il cielo stellato. Poi non aveva resistito alla tentazione, e come faceva da bambina, aveva espresso un desiderio.

Ora le mani rugose stringono la pergamena da cui pende il rosso sigillo di ceralacca. Fa un caldo terribile, in questo 11 agosto dell’anno 1253 dall’incarnazione del Signore, ma Chiara sembra non sentirlo: abbraccia come un’amante quella regola fresca di bolla pontificia, non smette di baciarla. È un refrigerio, è una benedizione, è il traguardo di una vita intera; è la vittoria finale dopo una lotta senza quartiere durata oltre vent’anni: un braccio di ferro con il Papa che ha messo a dura prova la sua fede, il suo coraggio, la sua determinazione.

Ma ora ha vinto: due giorni fa è arrivata da Roma la sospirata approvazione: l’approvazione della prima regola monastica scritta da una donna. È stata durissima ma ce l’ha fatta, Chiara, e ora può morire in pace. Sì, può morire in pace, finalmente, perché nessuno ormai potrà più distruggere la sua utopia, nessuno potrà censurare la sua esperienza: il sogno di Francesco è nero su bianco, con tanto di bolla papale.

Ci avevano provato in tutti i modi, a normalizzare la sua rivoluzione. Avevano tentato di costringerla a diventare una monaca qualunque, ad accettare rendite e privilegi, a seguire regole astratte scritte da uomini come facevano tutte le altre donne, a chiuderla in convento sotto stretta clausura, a farle interpretare la parte della dolce discepola del Serafico Padre; a incarnare il sesso debole in un idillio mistico-amoroso con il Giullare di Dio, il Poverello di Assisi, l’Altro Cristo.

Codice Membranaceo contenente la regola delle Clarisse (Oristano, Archivio del convento di Santa Chiara)

Volevano farla stare al suo posto, chiusa tra le sbarre a offrirsi al mondo come Reverenda Madre, la bella statuina nel presepe francescano.

Ma non avevano capito con chi avevano a che fare: Chiara aveva sfidato lo stesso Papa, per costringerlo ad accettare le sue condizioni; era arrivata a fare una sorta di sciopero della fame, rifiutando ogni forma di assistenza materiale per protestare contro le disposizioni che volevano dividere fratelli e sorelle. Il papa aveva proibito ai frati minori di visitare i monasteri delle clarisse, e Chiara aveva reagito cacciando anche quelli che portavano le elemosine: “Ce li tolga tutti allora i frati, dato che ci toglie quelli che ci porgono il nutrimento di vita”. E il papa, immediatamente, aveva dovuto fare marcia indietro.

“Chiara di nome, più chiara per vita, chiarissima per virtù” aveva scritto Tommaso da Celano in un imbarazzante capitolo della sua biografia di Francesco. Aveva appena 36 anni, Chiara, quando Tommaso aveva pubblicato la sua Vita di san Francesco, ma il frate scrittore l’aveva già messa sull’altare, parlando di lei come di una santa: “Pietra preziosa e fortissima divenne la pietra basiliare per tutte le altre pietre di questa famiglia religiosa”; “nobile per grazia; vergine nel corpo, purissima di spirito; giovane di età, matura per saggezza; costante nel proposito, ardente ed entusiasta nell’amore a Dio; piena di sapienza e di umiltà”. “Ma cosa scrive, questo? – aveva esclamato stizzita leggendo quelle pagine – Non sono ancora morta, io!”.

Ma le cose si erano capovolte, con il tempo: vent’anni dopo Chiara era stata punita per la sua ribellione al papa con una sorta di damnatio memoriae: nella Seconda vita scritta da Tommaso da Celano su Francesco, infatti, il suo nome era stato completamente rimosso. Tanto era stata esaltata nel primo libro, quanto ignorata nel secondo. Ma di questo a lei certo importava ben poco: quello che le interessava era che – pur senza citarla – nel suo secondo libro Tommaso ci avesse infilato anche i suoi, di ricordi. Ma soprattutto, voleva ottenere una nuova vittoria: Il Privilegio della povertà, ovvero il Privilegio di non avere alcun privilegio. Che detto così sembra quasi una battuta spiritosa, ma invece era una cosa terribilmente seria. E aveva dovuto forzare la mano a Gregorio IX, per ottenerlo. Perché era una richiesta inaudita: ogni monastero al mondo si sostentava con rendite, proprietà, privilegi. Ma Chiara non aveva nessuna intenzione di fare la monaca: lei voleva condividere la vita di assoluta povertà di Francesco e dei suoi compagni. Lei e le sue sorelle, quindi – esattamente come i frati – dovevano vivere del lavoro delle proprie mani e delle elemosine; senza alcuna sicurezza, senza alcuna garanzia, e senza alcun genere di protezione. “Se è per il voto che temi – le aveva detto Gregorio – noi ti sciogliamo dal voto”. “Santo padre – aveva risposto lei – per nulla mai desidero essere sciolta dalla sequela di Cristo!”.

Tommaso da Celano, primo biografo di San Francesco

Infine, la Regola: la cosa più difficile. Perché non si è mai vista una donna che si mette a scrivere una regola. Le regole le fanno gli uomini, e le donne si limitano a seguirle. Il cardinale Ugolino, che poi era diventato Gregorio IX, ne aveva scritta una per tutte le monache che – in giro per il mondo – avevano voluto seguire l’esempio di Francesco. E tutte le abbadesse dei monasteri francescani l’avevano accettata. Tutte, tranne Lei. E alla fine, dall’ennesimo braccio di ferro con il Laterano era uscita vittoriosa. Alla fine, è proprio il caso di dire. Perché è arrivata giusto l’altro ieri, l’approvazione definitiva della sua regola. E ora finalmente Chiara se ne può andare: può abbandonare questo corpo martoriato, chiudere gli occhi e immergersi nell’eterno. E riabbracciare finalmente Francesco, dopo 27 lunghissimi anni. Ricorda ancora come fosse avvenuto un’ora fa il loro primo incontro, e quella notte magica, a Santa Maria degli Angeli.

Una gioia immensa, la più grande che avesse mai provato. Tutti riuniti in quella piccola chiesetta; l’aria fresca di quella notte di primavera. Francesco in persona le aveva tagliato i capelli, poi Chiara si era spogliata dei suoi vestiti da nobildonna e aveva indossato il sacco delle contadine.

Tutti erano profondamente eccitati, ma nello stesso tempo turbati nel pensiero di quello che le sarebbe potuto accadere, nella preoccupazione di dove poterla rifugiare. Perché sapevano bene che Chiara non avrebbe mai potuto vivere con loro; che la cosa li avrebbe inevitabilmente associati agli eretici, proprio ora che il Papa li aveva onorati della sua approvazione. Solo tra gli eretici, infatti, si trovano donne e uomini che convivono. Ma Francesco aveva già pensato a tutto: l’aveva fatta subito portare nel ricco e potente monastero benedettino di San Paolo delle abbadesse. Non a fare la monaca, però, beninteso, ma la serva: la serva delle monache.

Gregorio IX in un antico capolettera

Qui erano arrivati lo zio Monaldo con tutto il parentame a cavallo e armati fino ai denti, ben determinati a non accettare uno scandalo simile. Avesse fatto la monaca – in un convento così importante, poi – non avrebbero avuto niente da ridire. Ma che un membro della loro famiglia si potesse ridurre in quello stato, a fare la servetta, no, era un’infamia che la famiglia di Offreduccio non poteva permettersi.

Avevano tentato di portarsela via, prima con le buone e poi con le cattive, ma Chiara si era aggrappata alla tovaglia dell’altare e si era tolta il velo, mostrando la testa rasata. Era un segno inequivocabile: Chiara era a tutti gli effetti una penitente, e quindi – esattamente come Francesco – era passata sotto la giurisdizione della Chiesa. Nulla poteva fare, a questo punto, la famiglia, per impedirle di seguire la sua strada, e Monaldo e i cugini se ne erano dovuti tornare ad Assisi con le pive nel sacco. Dopo quello spiacevole incidente, però, le monache l’avevano gentilmente pregata di accomodarsi fuori dal convento, ché altre rogne del genere non le volevano. D’altra parte fare la conversa in un monastero di abbadesse altolocate non era certo l’aspirazione di Chiara, che era stata piuttosto contenta di andarsene subito. Francesco, ancora una volta, si era occupato di trovarle una sistemazione, e alla fine l’aveva portata nel convento della chiesa di Sant’Angelo.

D’altra parte il grande santo non poteva far mancare “un aiuto al sesso più debole – come scriverà l’anonimo compilatore della Legenda Sanctae Clarae virginis – il quale, preso dal gorgo della libidine, era attratto dalla volontà ed ancor più vi era spinto dalla fragilità”.

Ma la verità è che non era stato Francesco, a convertire Chiara, checché se ne dica: altro che sesso debole! Lei aveva scelto di dedicare la sua vita al Vangelo prima ancora che lo facesse lui, anche se era ancora soltanto una bambina.

La Chiesa di San Paolo delle Abbadesse si trova al di fuori del nucleo abitato di Bastia Umbra, poco lontano da Assisi. L’edificio, eretto tra l’XI e il XII secolo, era collegato ad un monastero benedettino femminile. Nel 1212, su richiesta di San Francesco d’Assisi, accolse per alcune settimane Santa Chiara d’Assisi, ma i suoi familiari tentarono, anche in modo violento, di riportarla a casa

Lui ci aveva messo una vita, per capire cosa voleva davvero dalla vita: era stato un ricco commerciante, il re della gioventù di Assisi: era felice, aveva tutto quello che un uomo può desiderare, e sapeva divertirsi. Poi quell’ansia di ulteriorità che lo tormentava, lo aveva portato sulla strada della guerra: voleva farsi crociato, per guadagnarsi un titolo nobiliare. Poi era andato a combattere i perugini. Infine, quando aveva ormai 24 anni, aveva dato di matto: aveva regalato ai poveri tutte le sue ricchezze e si era messo a vivere in mezzo ai lebbrosi. Il padre lo aveva trascinato in tribunale, e il processo si era svolto sulla piazza di San Rufino, proprio dove si affacciava il palazzo della famiglia di Chiara e lei lo aveva seguito, quel processo, affacciata alla finestra. Aveva 12 anni, a quei tempi, ma aveva già iniziato a rifiutare proposte di matrimonio e deciso di seguire la strada della povertà. Mentre lui si spogliava completamente nudo di fronte a tutta la città, lei indossava umili maglie sotto i vestiti sontuosi, per assaggiarne almeno un po’, di umiltà. E per il resto, faceva quello che poteva; quello che può fare una giovane nobildonna di città: tanta elemosina, fino al punto di privarsi spesso del cibo per mandarlo ai più bisognosi; continuava a rifiutare le sempre più frequenti proposte di matrimonio della migliore gioventù di Assisi. Non voleva sposarsi, ma non voleva nemmeno farsi monaca. E certo di alternative a quel tempo non ce ne erano mica. Ma era stato proprio quel matto a indicarle la strada: la strada della follia; perché l’amore – l’amore quello vero – è così: al cuore non si comanda.

Era un nemico, oltre che un matto, Francesco di Bernardone. Apparteneva a quella borghesia che aveva cacciato la famiglia di Offreduccio da Assisi – una decina di anni prima – insieme a tutti i “maiores”, la nobiltà che abitava nella parte alta della città. Quelli si erano rifugiati a Perugia, e poi i perugini – con il loro appoggio – avevano attaccato gli assisani.

San Francesco rinuncia ai beni terrenni, la quinta delle ventotto scene del ciclo di affreschi delle Storie di san Francesco della Basilica superiore di Assisi, (Giotto, 1295 -1299)

Francesco, al tempo in cui inseguiva ancora sogni di gloria militare, catturato a Collestrada era rimasto per un anno nelle prigioni di Perugia, ed era tornato parecchio malconcio. Si diceva che fosse proprio la malattia, ad avergli dato alla testa. Ma ora era proprio quella follia a tracciare la strada. Se l’aveva fatto Francesco, di spogliarsi tutto e vivere in mezzo ai poveri, poteva farlo anche lei. Non si era fatto mica monaco, lui, né tantomeno prete. Altro che maiores, il suo gruppo si faceva chiamare “minores”. Era esattamente questo che Chiara voleva dalla vita: da sorella maggiore voleva diventare una “sorella minore”. Aveva iniziato con la beneficenza, mandando delle elemosine agli operai della Porziuncola. Poi anche suo cugino Rufino si era unito a quell’allegra brigata e lei – ormai diciottenne – aveva deciso che era arrivato il suo turno. Era riuscita ad incontrarlo diverse volte. Una volta Francesco stesso si era presentato in persona al palazzo degli Offreduccio ma Monaldo, lo zio di Chiara che aveva preso il comando della famiglia dopo la morte del padre Favarone, lo aveva cacciato. Allora si era mossa Chiara, accompagnata dall’amica d’infanzia Bona di Guelfuccio, per andare a trovarlo. Erano stati incontri clandestini, segreti e brevi, che a vederli non ci avrebbe creduto nessuno, che quell’interesse era di natura divina e non sessuale. Anche perché quando stavano insieme, Chiara e Francesco, facevano scintille; in ogni senso: le parole di Francesco la infiammavano e la illuminavano. Qualche anno dopo, l’unica volta in cui Chiara si era recata alla Porziuncola per pranzare con Francesco e i suoi compagni, da Assisi erano accorsi con le tinozze d’acqua, convinti che ci fosse un incendio, tanta era la luce che si era irradiata da quella valle. Dunque bisognava tenere a freno le malelingue: la città è piccola e la gente mormora. E cosa avrebbero detto di una giovane e aristocratica zitella che si vede con una sorta di eccentrico penitente senza abito né regola? Nel corso di quei rari e brevi incontri, comunque, Chiara aveva comunicato a Francesco la sua ferma intenzione di seguirlo. Era una donna più che matura e bisognava prenderla sul serio. Anche perché aveva già regalato tutti i beni della sua dote ai poveri, rifiutandosi di venderli ai parenti stessi che avevano offerto un prezzo altissimo. “Non si possono truffare i poveri” aveva detto lei. E Francesco l’aveva presa sul serio davvero. E per il grande momento non aveva lasciato niente al caso: come giorno aveva scelto la Domenica delle Palme, e aveva stabilito un messaggio in codice per segnalare l’approvazione da parte della Chiesa. Entrata in Cattedrale, Chiara – a differenza di tutte le sue amiche – non era andata a prendere il ramo d’ulivo dalle mani del vescovo; lo stesso vescovo Guido, però, vedendola si era mosso dall’ambone, aveva sceso i gradini e aveva raggiunto la ragazza, consegnadole la palma. Quella notte, poi, era fuggita dal palazzo di famiglia uscendo dalla porta dei morti, sul retro: quella chiusa, che si apriva – appunto – solo per far passare i cadaveri. E lei stessa si era dovuta adoperare per sgombrarla e forzarne la serratura.

Poi l’affannato cammino per le vie deserte di Assisi, l’uscita dalla porta della città, con la complicità di una guardia. E infine la corsa gioiosa per il bosco con la sua accompagnatrice fino a quando – nel luogo convenuto – non si erano incontrate con due fraticelli.

Si erano guardati pieni di eccitazione, di affanno, di sorriso. I lunghi capelli biondi sciolti le ricoprivano le spalle come un manto dorato; la torcia in mano; e gli occhi neri che sprizzavano gioia.

Senza pronunciare una parola, si erano incamminati verso la Porziuncola, dove li aspettavano Francesco con gli altri.

Si sentiva confusa e felice mentre gli otto piedi marciavano gioiosi verso Santa Maria degli Angeli e quando era arrivata in vista della minuscola chiesa aveva visto brillare decine di fiaccole.

“Non lasciarmi sola!” esclama tra i singhiozzi Agnese, ridestandola dai suoi ricordi. Chiara si guarda intorno e si accorge di essere circondata da tutte le sue sorelle: Francesca, Benvenuta, Illuminata, Pacifica, Cristiana. Ci sono anche frate Leone e frate Angelo, che per quasi trent’anni si sono assunti la responsabilità di custodire la memoria di Francesco contro i tentativi di “normalizzazione” operati dalla Curia romana e dai vertici dell’Ordine. Grazie a Leone e Chiara, il monastero di San Damiano è diventato un vero e proprio centro di resistenza francescana; Leone ha affidato a Chiara i rotoli con le sue memorie e Chiara – a sua volta – ha affidato i suoi a Leone. “Non lasciarmi sola, sorella mia!” ripete Agnese piangendo.

Il Monastero di Sant’Angelo di Panzo, sulle pendici orientali del Monte Subasio, sotto l’Eremo delle Carceri

Non aveva resistito quindici giorni, Caterina, senza la sorella maggiore. Aveva sedici anni, quando Chiara se ne era andata di casa. E dopo due settimane l’aveva raggiunta nell’eremo di Sant’Angelo in Panzo: un antico convento semi-diroccato ma da cui sgorgava una sorgente che alimentava tutta Assisi. Mai metafora era stata più appropriata e le due sorelle erano felici di vivere lì, insieme ad altre donne laiche, che avevano deciso di fare vita comune in preghiera e in penitenza, ma senza prendere i voti.

Monaldo e il resto della famiglia, però, dopo aver tentato invano di riportare a casa la primogenita, avevano deciso di riprendersi almeno Caterina. D’altra parte la sorella minore, a differenza di Chiara, non aveva ricevuto nessuna tonsura e non rientrava dunque in alcuno status ecclesiastico: era solo una laica che era scappata di casa e si era rifugiata in una Chiesa. Con lei, dunque, la famiglia non si era fatta problemi: erano arrivati in dodici al convento e avevano chiesto pacificamente di entrare. Poi si erano diretti verso Caterina: “Perché sei venuta in questo luogo? – le avevano detto – Affrettati al più presto a tornare con noi!”. Di fronte al rifiuto della ragazza, l’avevano agguantata e trascinata di peso fuori dalla chiesetta. Il problema è che quel peso si era fatto sempre più pesante. Chiara era assorta nella preghiera mentre i cugini non riuscivano più a muovere il corpo di Caterina. “Avrà mangiato piombo a cena!” avevano sghignazzato, strappandole i vestiti e i capelli. Avevano chiamato anche soccorsi, facendosi aiutare da contadini arrivati dai campi e dalle vigne, ma era stato del tutto inutile. Allora Monaldo, furioso, le aveva sferrato un pugno violentissimo in faccia con il guanto di ferro. Quel pugno, però, non era mai arrivato a destinazione perché all’improvviso lo zio era stato colto da un dolore atroce al braccio e il drappello se ne era dovuto tornare a casa, ancora una volta con le pive nel sacco.

Venuto a conoscenza dell’accaduto, Francesco aveva tagliato i capelli anche a Caterina, e le aveva cambiato nome in Agnese “perché mansueta come un agnello” aveva battuto quella congrega senza alzare una mano, armata solo della sua determinazione e delle preghiere di Chiara.

La chiesa di San Damiano, alle porte di Assisi

Poco dopo Francesco aveva capito che non si trattava più di trovare un luogo adatto per accogliere una giovane penitente: stava nascendo già una nuova comunità, proprio come era accaduto a lui quando l’amico Bernardo di Quintavalle gli aveva detto di voler condividere la sua vita. E se la comunità dei fraticelli si era rifugiata a Santa Maria degli Angeli, bisognava trovare un posto anche per le sorelle. La scelta era caduta su San Damiano, la chiesetta diroccata che Francesco stesso aveva restaurato con le sue mani e dove aveva vissuto per un periodo. Poco tempo dopo le due sorelle erano state raggiunte da Pacifica di Guelfuccio, la sorella di Bona (che, invece, aveva scelto di sposarsi), poi Benvenuta, originaria di una nobile famiglia di Perugia, e poi tante altre ragazze, quasi tutte di origini aristocratiche. La prima ad andarsene, invece, era stata proprio Agnese: Francesco l’aveva mandata in giro per l’Italia a fondare nuovi monasteri delle Povere Dame: si era stabilita a Monticelli, in Lombardia e poi aveva passato tutta la vita a fondare monasteri nell’Italia centrale e settentrionale. Solo adesso che ha 58 anni è finalmente tornata a San Damiano dalla sorella, e non ha nessuna intenzione di separarsene ancora.

“Non lasciarmi sola!” grida ancora Agnese piangendo. “Sorella carissima – risponde Chiara – piace a Dio che io me ne vada, ma tu smetti di piangere perché poco tempo dopo di me, anche tu verrai al Signore e il Signore ti darà una grande consolazione prima che me ne vada da te”.

Agnese si asciuga le lacrime e sorride. Beatrice guarda le due sorelle, prima l’una poi l’altra; cerca i loro sguardi, per capirci qualcosa anche lei. Sorelle in ogni senso, perché Beatrice è stata la terza, della famiglia, a unirsi alle Povere Dame di San Damiano. E non l’ultima: qualche tempo dopo addirittura la loro madre – Ortolana – aveva deciso di entrare in quello strambo monastero. L’unica delle sorelle a prendere marito era stata Penenda, la secondogenita, e alla fine a San Damiano – tra parentele di sangue e parentele di spirito – non ci si capiva più niente: perché Ortolana era madre carnale e figlia spirituale di Chiara, e viceversa, e non si sapeva più chi doveva chiamare madre chi. “Ma importa poco – amava ripetere la badessa – perché qui non ci sono più madri né figlie: siamo tutte sorelle”.

Santa Chiara dipinta da Giotto con l’attributo del giglio

“Siamo tutte… tutte sorelle” ripete Chiara con voce sempre più flebile, tra i colpi di tosse. “Mangia qualcosa – le fa Beatrice – sono diciassette giorni che non tocchi cibo”. “Sono allenata” sorride lei.

Se c’è qualcosa su cui Chiara si era trovata in dissenso persino con Francesco, era il digiuno. Lei ne aveva fatto quasi una cifra stilistica: non solo praticava il digiuno due volte a settimana nei periodi normali e tutti i giorni durante la Quaresima, ma addirittura alternava giorni di digiuno con giorni in cui non mangiava proprio nulla. E solo il fine settimana, in periodo di festa, si concedeva un bicchiere di vino. Non c’era da stupirsi, se Chiara ancora giovane aveva finito per ammalarsi.

Francesco, da parte sua, aveva visto quegli eccessi di mortificazione come una forma di fanatismo e una mancanza di rispetto nei confronti del proprio corpo, che è un dono di Dio. Digiunava anche lui, certo, ma solo per dare il buon esempio ai suoi compagni e per tenere a bada gli istinti: voleva dominare il proprio corpo, distaccarsi dai bisogni materiali, ma non c’era in lui nessuna intenzione di affliggere l’organismo. Anzi: amava le cose buone e i mostaccioli di frate Jacopa. Ma non era bastato nemmeno il suo ascendente su Chiara per farle cambiare idea: alla fine il nostro era stato costretto a ricorrere all’autorità del Vescovo per costringerla a non lasciare passare un giorno senza mangiare almeno un’oncia e mezza di pane.

Anche sul letto, Francesco aveva dovuto alzare la voce. Non amava certo i cuscini di piume, il Poverello; ma a tutto c’è un limite: Chiara dormiva sulla nuda terra, sopra un sacco di sermenti di vite, usando un pezzo di legno come guanciale. Diamine, ci dormiva anche Francesco, sulla nuda terra, ma un conto è rinunciare a lussi e comodità, un conto è farsi del male deliberatamente. Durante il capitolo delle stuoie Francesco aveva proibito a tutti i frati di indossare cilici o altri attrezzi dolorosi sotto la tonaca. E alla fine aveva convinto Chiara ad accettare una stuoia e un letto di paglia.

Frate Rinaldo si avvicina a quel lettuccio misero: “Devi avere pazienza, Chiara. Tanta pazienza. Questa malattia è il tuo martirio”. “Dopo che ho conosciuto la grazia del mio signore Gesù Cristo attraverso il suo servo Francesco – gli risponde lei – caro fratello, nessuna pena mi è stata fastidiosa, nessuna penitenza mi è stata pesante, nessuna malattia mi è stata dura”. “Quanto sei grande, Chiara! Quanto sei forte!” escalma Cristiana. Poi aggiunge: “Ti ricordi quando volevi partire per il Marocco e convertire gli infedeli? Come hai messo in imbarazzo il papa, con quel proposito di violare così palesemente la clausura? E quando hai cacciato i saraceni da San Damiano con il Santissimo salvando tutta la città?”. “Sei un’eroina. Ma anche un’ottima dottoressa – aggiunge Balvina – ti ricordi quando mi hai curato quel dolore terribile all’anca e ti sei tolta il velo per farne una fasciatura?”. “E quando con il tuo speciale impiastro hai guarito la fistola che mi aveva oppresso per anni?” fa Benvenuta. “E di come mi hai guarito dalla febbre idropica con la tua arte medica! – aggiunge Amata – te lo ricordi?” “A me hai fatto recuperare la voce!” interviene la perugina, “e a me hai fatto passare la sordità!” esclama Cristiana. “E quando ti è caduta addosso la porta del monastero, e non ti sei fatta niente?” si inserisce suor Angeluccia. “E della gattuccia che ti portava la tovaglia – soggiunge Francesca – te lo ricordi? Non potevi alzarti dal letto e continuavi a chiamare qualcuna che ti portasse quella tovaglia. Ma l’unica a rispondere al tuo appello era stata la nostra gattuccia, che te l’aveva portata strascinandola per terra”. “Sì, e tu ti sei arrabbiata – interviene Benvenuta – “cattiva, non la sai portare!”’ l’hai rimproverata. E allora la gattuccia l’aveva avvolta per non farla toccare per terra”. “E che dire – fa Pacifica – di quando hai moltiplicato i pani come Cristo? Abbiamo mangiato in cinquanta una sola pagnotta, e alla fine eravamo sazie!”. “E te lo ricordi quando ci hai raccontato che ti è apparso il diavolo, sotto forma di un giovane negro e ti ha detto che se piangi troppo diventerai cieca e poi ti si scioglierà il cervello e ti uscirà dalle narici e così finirai con l’avere il naso storto?” “E quella volta che sei stata due giorni e due notti in contemplazione, immobile sul tuo letto, senza accorgerti del tempo che passava?” “E quando ti ho dato un calcio in bocca, madre Chiara, te lo ricordi?” si affaccia un’altra sorella. “E che hai sempre esagerato, nel voler essere serva di tutte. Va bene darci l’acqua, va bene lavare i sedili del refettorio, ma addirittura lavarci i piedi quando tornavamo da qualche giro, era troppo”. “Che goffa che sei – aggiunge Francesca – Chiara ti voleva baciare il piede e tu, per ritrarlo, l’hai colpita in piena faccia!”. Chiara sorride. “E voi vi ricordate di quando Francesco mi ha allattato?”.

Cala il gelo. Cristiana guarda Leone e Angelo, imbarazzata, poi sussurra alla badessa: “Sssh… non raccontare queste cose…”. “E perché non dovrei?” ribatte Chiara, e prosegue: “Francesco si scoprì il petto e mi disse di succhiare il suo capezzolo, e io l’ho fatto e ho succhiato con gusto fino a che non ne è uscito il latte che ha nutrito la mia anima”. Cristiana guarda ancora Leone. “E’ stata una visione – gli dice all’orecchio – non è accaduto veramente”. “Sì, lo so” sorride Leone. “E poi il suo capezzolo mi è rimasto in bocca – continua Chiara – e Francesco è rimasto dentro di me. Per sempre”.

Sorride, Chiara. Nessun dolore fisico potrà toglierle quel sorriso stampato sulla faccia. E si stringe ancora al cuore la sua Regola.

Rivede la visita di papa Innocenzo di qualche giorno fa. Era entrato in monastero con tutto lo stuolo di cardinali. Voleva rivederla viva, per l’ultima volta. Aveva salito gli stretti gradini che portavano al dormitorio e l’aveva trovata stesa sul suo giaciglio, con il dolore nel corpo e la gioia nel volto. Gli aveva allungato la mano per farsela baciare ma Chiara aveva chiesto di poter baciare anche il piede. Subito due monache avevano portato uno sgabello di legno e il papa ci aveva poggiato la sua sacra fetta; quella ci aveva stampato sopra baci appassionati, sopra e sotto; poi gli aveva chiesto la remissione di tutti i peccati. “Avessi io bisogno solo di questa indulgenza” aveva risposto il vicario di Cristo, benedicendola e impartendole l’assoluzione. “Lodate il Signore, figliole mie! – aveva esclamato quando tutti se ne erano andati – perché Cristo oggi si è degnato di concedermi un dono tale che il cielo e la terra non basterebbero per ricompensarlo!”.

C’era sempre stato un rapporto complicato, con i vicari di Cristo. Una dialettica conflittuale, un amore spinto dalla santità e frenato dalla burocrazia. Di fatto i cardinali protettori dell’ordine e i papi che si erano succeduti l’avevano forzata ad assumere il ruolo di fondatrice di un ordine che in realtà non aveva mai fondato. Perché l’esperienza che si era formata ed era cresciuta a San Damiano non aveva niente a che fare con quella di tutti gli altri monasteri francescani sorti parallalamente in tutta Italia. Suor Filippa Mareri, per dirne una, Chiara non l’aveva mai conosciuta; Francesco le aveva parlato di lei, ma aveva costruito in modo del tutto indipendente la sua esperienza monastica a Borgo San Pietro. In giro per l’Italia, poi, c’erano tante comunità di “vergini prudenti” che non avevano avuto niente a che fare nemmeno con Francesco: a promuoverle e gestirle era stato il cardinale Ugolino, ed era stato lui – poi – a convincere il papa a riunire tutte queste esperienze diverse in un unico ordine religioso, che inizialmente si chiamava La congregazione delle povere dame della valle di Spoleto e della Toscana senza che ci fosse un legame ufficiale con i francescani e di cui lo stesso Ugolino aveva scritto la regola. Una regola basata sulla clausura, che Chiara non condivideva. Si trattava, di fatto, di due carismi completamente diversi, ma la Pianticella di Francesco era stata forzata ad entrare – con il suo monastero – in quel nuovo ordine, e solo la sconfinata ammirazione che il cardinale aveva per Chiara le aveva permesso, progressivamente, di imporre il suo ideale su quell’ordine che avrebbe finito presto per portare il suo stesso nome, ottenendo il privilegio della povertà, il legame con i frati minori, e una regola tutta nuova scritta personalmente da lei. In cui – ad esempio – la clausura viene stemperata, dal momento in cui le suore non devono restare recluse ma possono uscire dal monastero per “utile, ragionevale, manifesto e approvato motivo”. Eppure in realtà, per secoli, quello di Assisi resterà un monastero a “statuto speciale” e a molte clarisse nel mondo, a cominciare da Agnese di Boemia, verrà impedito per decenni di seguire la forma di vita di San Damiano.

Chiara d’Assisi ritratta da Piero della Francesca

Chiara guarda fuori della finestra il cielo limpido di questo giorno di mezza estate. E le sembra ancora più limpido, ancora più azzurro, ancora più chiaro, questo cielo. E’ circondata da frati e preti che recitano la Passione del Signore, ma quasi non li sente più. Continua a fissare il cielo d’estate, le sembra già quasi di esserci dentro, a quel cielo. Come se la porta, lassù, si stesse per aprire. Poi, tornando a guardare il gruppo di persone che prega attorno al suo giaciglio, si accorge che è arrivato frate Ginepro: un magnifico Giullare di Dio. A vederlo si sente piena di energia: “Ginepro! – esclama allegra – hai sotto mano qualcosa di nuovo sul Signore?”. Ma non sente la risposta. Quando il frate apre la bocca le sembra che dalla fornace del suo cuore fervente, anziché suoni escano delle scintille fiammanti che la riscaldano d’amore. Poi guarda le sorelle in lacrime: “Amate sempre la povertà!” raccomanda. “E ricordatevi che quando uscite dal monastero e vedete gli alberi, le fronde e i fiori, dovete sempre lodare il Signore! E anche quando vedete gli uomini e le altre creature, sempre tutte le cose e in tutte le cose dovete lodare Dio!”. Sospira. “E che Dio vi benedica! Vi benedica tutti! E riempia di grazia tutte le sorelle dei nostri monasteri poveri, presenti e future!”. Frate Angelo, tra le lacrime, cerca di consolare le sorelle. Leone bacia il letto di paglia. Tutti i volti sono gonfi di lacrime, i petti risuonano di singhiozzi. “Va’ sicura – mormora Chiara – perché avrai una buona guida di viaggio. Va’ perché chi ti ha creato, ti ha santificato e custodendoti sempre come una madre custodisce suo figlio, ti ha voluto bene con amore”. “Tu – aggiunge – Signore benedetto, sei colui che mi ha creato”. “Ma con chi stai parlando?” le chiede Agnese. “Io parlo all’anima mia benedetta” risponde Chiara. “Vedi anche tu il re della gloria che io vedo?”. “Cosa?” fa in tempo a dire Agnese, prima che le arrivi una fitta di dolore fortissima; la suora si gira istintivamente verso la porta del dormitorio e vede che sta entrando una turba di vergini vestite di bianco che portano ognuna sulla testa ghirlande d’oro. Tra di esse ne avanza una più luminosa dalle altre: sulla testa ha una corona con una specie di turibolo, da cui si irradia una luce quasi accecante. Quella donna si avvicina al lettuccio di Chiara, si piega su di lei e la stringe in un abbraccio dolcissimo. Poi le vergini la coprono con un pallio di meravigliosa bellezza e tutte fanno a gara a servirla, lavandole il corpo e decorando il suo letto. Quando Agnese si riscuote Chiara è morta, ma il suo volto sorridente continua a risplendere come in quella visione. Le mani nodose stringono al petto la sospirata Regola approvata dal Papa. I frati e le suore raccolti intorno al giaciglio piangono, e non sanno se di gioia o di dolore, non sanno più se hanno perso un’amica o hanno guadagnato una santa.

Chiara di nome, più chiara per vita, chiarissima per virtù. Adesso si può dire, adesso che non c’è più. Adesso che ci sarà sempre.

Arnaldo Casali

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