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Category Archives: Donne

La Signora Amore di Margherita Porete

Il primo giorno di giugno del 1310, la data del rogo di Parigi, è anche la sola data conosciuta nella vita di Margherita Porete, nata probabilmente a Valenciennes.

Anche Margherita è teologa, ma diversamente da Ildegarda a che dichiarava di trasmettere il messaggio della Voce, afferma di parlare a nome delle “anime semplici e libere”, quell’invisibile comunità alla quale sentiva di appartenere.

Il destino delle due donne non poteva che essere diverso. Il Miroir des ames simples (in volgare francese) di Margherita è un testo considerato oggi dagli studiosi un’opera “incomparabilmente originale” (Peter Dronke) e di rara potenza poetica e drammatica, un saggio di autocoscienza e di pietà religiosa che ci dice molto sui movimenti ispirati al Libero Spirito.

Al centro delle idee vi è la Signora Amore che “non tien conto di vergogna o onore, di povertà e ricchezza, di inferno o paradiso” e giunge a “guardare la morte della Ragione” (impersonata dalla scolastica dell’università del tempo).

La trama della teologia di Margherita è volutamente paradossale e rispecchia con semplicità di espressione i temi del pensiero neoplatonico e del linguaggio mistico che aspirano all’annullamento di sé, e persino il motivo, proprio della letteratura cavalleresca e cortese, dell’innamorato lontano (in questo caso Dio).

In contrasto alla “piccola chiesa” dei potenti e dei dotti istituita sulla terra, Margherita illumina l’idea della chiesa vera, “semplice e invisibile” vincolata dalla sola carità, senza dogmi e dimostrazioni.

Scrive Margherita:

Teologi e chierici anche se possedete ingegno non sarete in grado di capire se non camminate sulle vie dell’umiltà e se Amore e Fede non vi aiuteranno a andare oltre la Ragione…

Manoscritto de Lo specchio delle anime semplici, conservato nel Musée Condé di di Chantilly

Che Margherita non si sia degnata di rispondere ai suoi giudici non fa meraviglia: predicava in pubblico dottrine eretiche, violava come donna l’antico divieto di insegnare pubblicamente e soprattutto proponeva una religione come fede interiore e spontanea, libera dai vincoli della gerarchia ecclesiastica.

La sua condanna a morte era inevitabile. Per due secoli l’unico manoscritto sopravvissuto nonostante la scomunica, copiato in segreto più volte, assicurò la sua fama.

Poi sull’opera di Margherita scese un lungo silenzio rimosso soltanto trent’anni fa da uno storico della letteratura come Peter Dronke.

Mariateresa Fumagalli Beonio Brocchieri Articolo pubblicato su: Enciclopedia delle donne

Bibliografia essenziale:Margherita Porete, Specchio delle anime semplici annientate, Milano, San Paolo 2000.Romana Guarnieri, “Specchio” di Margherita ne Il movimento del Libero Spirito, Edizioni di storia e letteratura, Roma 1965.Peter Dronke, Donne e cultura nel Medioevo, Milano, Il Saggiatore, 1986.Georgette Epiney, Burgard Emilie Zum Brunin, Le poetesse di Dio – L’esperienza mistica femminile nel Medioevo, Milano, Mursia. Georges Duby, Micelle Pierrot, Storia delle donne – Il Medioevo, Bari, Laterza 2009.

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Matilde, la contessa femminista

Le immagini di Matilde di Canossa che ci sono state tramandate fin dal manoscritto originale della Vita Mathildis, scritta intorno al 1115 dal monaco e cronista Donizone, sono quelle di una persona vincente: lei in trono che riceve il dono del codice (O Matilde luminosa, accetta, ti prego cara, questo volume si legge sotto la miniatura che raffigura la scena); lei che si fa da intermediaria tra Enrico IV e Gregorio VII per l’assoluzione dell’imperatore a Canossa.

Miniatura tratta dall’edizione originale della Vita Mathildis di Donizone (1115). Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana

Ma la sua vita privata non fu affatto facile, né sempre felice.

Matilde nasce a Mantova nel 1046, ma a soli 6 anni la sua esistenza assume i contorni della tragedia: il padre, Bonifacio, marchese di Toscana, viene assassinato e, dopo che sono morti anche la sorellina Beatrice e il fratello Federico, lei è costretta a fuggire sola con la madre, Beatrice di Lorena, da una città che le sarà sempre ostile, perché mal sopportava il peso di conti tanto potenti, lí residenti.

Poi deve assistere al matrimonio della madre con Goffredo il Barbuto, osteggiato dall’imperatore Enrico III, il quale fa prigioniere le due donne, portandole nel suo castello di Goslar, nell’alta Germania.

Promessa sposa fin da bambina al fratellastro del patrigno, Goffredo il Gobbo, fu costretta a sposarlo a Verdun e a restare in Lorena con lui, in un’unione triste e sfortunata, segnata dalla morte di una bambina appena nata, Beatrice, il 29 gennaio 1071, e da una salute malferma in una terra per lei inospitale.

Dopo un anno e mezzo di matrimonio, Matilde abbandonò il Gobbo, rifugiandosi dalla madre due volte vedova, e rifiutò di riconciliarsi col marito, benché fosse venuto in Italia per riaverla, e in suo favore fosse intervenuto persino Gregorio VII, il papa che Matilde tanto ammirava. Ecco la prima attualità di Matilde: una donna che resiste alle pressioni degli uomini, perfino dei piú potenti!

Dal 1076 (all’indomani della morte della madre e dopo che Goffredo il Gobbo era rimasto vittima di un agguato tesogli mentre espletava i suoi bisogni corporali) Matilde si ritrova sola al governo di un grande dominio, che va dal Lago di Garda a Tarquinia, nel Lazio settentrionale.

LA FEDELTÀ DEI VASSALLI Si trattava di poteri che erano stati delegati ai suoi antenati dagli imperatori (da Ottone I a Corrado II il Salico) oppure acquisiti con alleanze e matrimoni, e di una grande massa di beni allodiali, cioè di proprietà private sue. Matilde governa questo grande dominio assicurandosi la fedeltà dei suoi vassalli, il sostegno di importanti monasteri – come S. Benedetto Polirone (tra il Po e il Lirone), che affidò ai monaci cluniacensi – e l’appoggio dei vescovadi e delle città, fin quando non scoppiò la lotta per le investiture. Si trattava in generale di vescovi-conti, che esercitavano un doppio mandato: religioso, in quanto vescovi, e politico, in quanto conti.

Fino all’età di Gregorio VII la loro nomina veniva indifferentemente dal papa o dell’imperatore, che in quanto sovrano, incoronato e unto dal papa, godeva di una sua sacralità (regale sacerdotium). Nel riorganizzare la Chiesa, in senso romanocentrico, Gregorio VII non riconobbe piú i vescovi di nomina imperiale, imponendo la loro riconsacrazione papale. Ne nacque uno scontro, nel quale intervenne di peso Enrico IV, facendo deporre da 40 vescovi a Worms il papa, non eletto secondo i canoni, e che era oggetto di scandalo, perché si faceva consigliare da un «senato di donne», con riferimento alle sue consigliere Beatrice e Matilde, «os vulvae» («bocca di fica»), come scrive Benzone d’Alba.

La conseguenza fu la stesura del Dictatus papae, che stabiliva la superiorità del pontefice su ogni altra autorità, e la conseguente scomunica dell’imperatore.

Enrico IV allora, aiutato da Matilde, sua seconda cugina, e da Ugo di Cluny, suo padrino di battesimo, si presentò penitente a Canossa, dove il 28 gennaio 1077, dopo tre giorni al gelo, ottenne l’assoluzione da papa Gregorio. Meno di due settimane piú tardi, però, l’imperatore riaprí le ostilità rinnegando il giuramento fatto.

Mappa del dominio di Matilde di Canossa

A questo punto si pose per Matilde il problema di scegliere da che parte stare. Il suo dovere di vassalla le imponeva di schierarsi con l’imperatore, ma il suo ideale religioso la obbligava ad appoggiare il papa. Quest’ultimo prevalse, anche contro il suo stesso interesse, con una scelta tipicamente femminile, di donne che antepongono l’ideale al tornaconto, aliene da compromessi. E anche questo la rende attuale.

Le conseguenze della scelta furono drammatiche: mentre Matilde veniva privata dei poteri feudali che le derivavano dall’essere vassalla dell’imperatore, tutte le città del suo dominio, governate da vescovi filoimperiali, l’abbandonarono; della rete dei suoi castelli solo quattro le rimasero fedeli: Nogara, nel Veronese, Piadena, nel Cremonese, Monteveglio, nel Bolognese e Canossa.

Nel 1090 Enrico IV sferrò un attacco poderoso contro Matilde: da Nogara, che gli resistette, si portò all’assedio di Mantova, che, dopo sei mesi d’assedio ,si consegnò all’imperatore. Assediò quindi Monteveglio, non riuscendo a conquistarlo, e da qui si volse direttamente alla volta del castello di Canossa. Era ottobre e una nebbia fittissima avvolse le truppe imperiali, che si fecero circondare dai contingenti matildici, esperti del territorio, i quali inflissero loro una cocente sconfitta a Madonna della Battaglia (ottobre 1092).

SCELTE LUNGIMIRANTI Matilde si dimostrò allora una sovrana illuminata, capace di assicurarsi il sostegno dei suoi collaboratori, i vassalli minori. Aveva intorno a sé una schiera di vassalli fedelissimi: Arduino della Palude (Palidano); Guido Guerra (Lucca e Pistoia), Amedeo di Nonantola, Ubaldo di Carpineti, Pietro de Ermengarda (Bologna), Pagano di Corsena (Bagni di Lucca), Alberto di San Bonifacio (Verona), e molti altri, disposti a fare di tutto per lei.

Nella circostanza, Matilde ci appare come un’alta dirigente di oggi, che sa guadagnarsi la stima e la fiducia dei suoi sottoposti, considerandoli collaboratori e non dipendenti.

Matilde, donna indipendente, che prende posizione e si fa necessariamente dei nemici, si trovò attaccata proprio sul piano personale, in quanto donna.

Ciò emerse in particolare quando, spinta da Urbano II, decise di sposarsi per la seconda volta e, nonostante avesse superato i quarant’anni d’età, scelse il sedicenne Guelfo V di Baviera. Oltre all’appoggio di una famiglia potente, c’era in lei la speranza di dare alla luce un erede, ma il ragazzo si rivelò impotente. Un fatto che alimentò le maldicenze e, probabilmente, ispirò le pantomime che si recitavano sulle piazze e nei mercati in suo dileggio, come si ricava dalla narrazione delle prime tre notti di matrimonio scritta da Cosma di Praga intorno al 1120.

Il “logo” che Matilde apponeva in calce ai suoi documenti

Ancora una volta Matilde si mostra come una figura moderna, anche negli aspetti negativi: anche oggi, infatti, la donna che riesce ad arrivare a posizioni di potere viene attaccata dai suoi avversari non per come lo gestisce, ma solo perché è donna, e, in quanto tale, viene diffamata e colpevolizzata sul piano personale e soprattutto sessuale.

Matilde, però non si fece scoraggiare, né venne meno ai suoi intenti: uscita vincitrice dallo scontro con Enrico IV, riconquistò progressivamente le sue città, senza consumare vendette, ma contribuendo al rinnovamento e al progresso delle stesse. Seppe avvalersi di due strumenti estremamente moderni: la comunicazione e la valorizzazione del lavoro delle persone. Per la prima ebbe al suo fianco intellettuali di valore, giudici, sacerdoti, monaci e una cancelleria efficiente, che usava per i suoi documenti gli stilemi propri dei sovrani e un logo (diremmo oggi) estremamente significativo: la scritta

MATILDA DEI GRATIA, SI QUID ESTSe Matilde è qualcosa, lo è per grazia di Dio

nei quattro spazi di una croce. Questo “logo” esaltava la sua fede, richiamando un passo di san Paolo, ma ne affermava al contempo l’indipendenza: quello che aveva le era stato dato da Dio, non dall’imperatore!

Sulla vicinanza di Matilde al mondo del lavoro, anche di quello piú umile, siamo documentati innanzitutto dal fatto che volle liberi dal servaggio della gleba (la schiavitú medievale) molti suoi servi e molte sue ancelle (lo scrive Donizone), e poi dalle immagini del duomo di Modena, costruito e decorato da Wiligelmo sotto la sua sovrintendenza.

Modena, Duomo. Particolari dei rilievi di Wiligelmo sugli episodi del Libro della Genesi. Inizi del sec. XII

Nelle storie del Libro della Genesi riprodotte in facciata il “lavoro dei progenitori” è rappresentato con Adamo ed Eva che zappano ai piedi di un albero in perfetto parallelismo, con un’idea di parità tra uomo e donna altrove impensabile nel Medioevo (normalmente Adamo zappa ed Eva tiene il fuso e ha sulle ginocchia Caino e Abele, come sulla facciata di S. Zeno a Verona).

La pesantezza del lavoro è poi sottolineata in un’iscrizione accanto a un telamone che regge una mandorla con l’Altissimo:

Costui è schiacciato, costui implora, geme costui, egli troppo fatica.Hic premitur / Hic plorat / Gemit hic / Nimis iste laborat.

La costruzione del nuovo duomo era stata probabilmente illustrata in affreschi poi andati perduti, ma ricopiati nel bifolio che racchiude la Relatio translationis di san Geminiano, il vescovo protettore di Modena. E due delle quattro miniature mostrano gli operai intenti alla costruzione, con l’architetto Lanfranco mentre le altre due raffigurano il corteo papale e Matilde che l’accoglie, nonché la traslazione stessa.

IN CERCA DI PROTEZIONE In altre occasioni Matilde si mostrò meno moderna, per esempio nel costante bisogno di un protettore maschio, o nel volere un erede a tutti i costi, oppure nel sostenere un papa, Gregorio VII, che oggi definiremmo un reazionario accentratore. La “rivoluzione” (come ha scritto Glauco Maria Cantarella) da lui attuata aveva generato una Chiesa romanocentrica, che tolse ogni autonomia ai patriarcati e alle arcidiocesi, né il pontefice si preoccupò di recuperare la Chiesa orientale, separatasi nel 1056; Gregorio VII volle un clero secolare identico a quello regolare, imponendo il celibato ecclesiastico, quando per mille anni i preti si erano sposati; impose l’obolo di san Pietro, come tributo annuale di regnanti, vescovadi e grandi abbazie, per un ideale di chiesa ricca e potente nel mondo, e pronta alle crociate.

Paolo Golinelli

Da leggere:Paolo Golinelli, Toujours Matilde: la perenne attualità di un mito, in Renata Salvarani, Liana Castelfranchi (a cura di), Matilde di Canossa, il papato, l’impero. Storia, arte, cultura alle origini del romanico, Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo 2008 – pp. 242-253. Adriano Peroni, Francesca Piccinini (a cura di), Romanica. Arte e liturgia nelle terre di San Geminiano e Matilde di Canossa, Franco Cosimo Panini, Modena 2006. Paolo Golinelli, Matilde e i Canossa, Mursia, Milano 2007 .

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“Tutto andrà bene”, frase di speranza di Giuliana di Norwich

“All shall be well”,. “Tutto andrà bene”. La frase che sbuca sulle vie e i balconi d’Italia al tempo del Coronavirus è una espressione che usò Giuliana di Norwich, (8 novembre 1342 – 1416) una mistica inglese, santa della Chiesa anglicana e considerata beata dalla Chiesa cattolica.

Nelle Rivelazioni, al capitolo 27, scrisse: “È stato necessario che esistesse il peccato; ma tutto sarà bene, e tutto sarà bene, ed ogni sorta di cosa sarà bene”. Nella sua opera Giuliana espresse una originale teoria della visione: l’uomo è cieco poiché è peccatore. Deve quindi imparare a vedere Dio in tutte le manifestazioni del creato. E l’amore di Dio, in quanto essenza di ogni cosa, ha il potere di mutare in bene ogni male.

Una statua che raffigura Giuliana nella cattedrale di Norwich

La mistica inglese visse in un’epoca segnata da guerre e pestilenze. Si chiamava Katherine, si era sposata molto giovane e aveva avuto due figli. La cosiddetta “peste dei piccoli” le portò via i due bambini ed il marito. Si rifugiò allora nell’Abbazia benedettina di Carrow situata dentro la città di Norwich, nell’Anglia orientale, a circa 100 miglia a nord est di Londra. Ma il venerdì santo del 1373 fu colpita da una gravissima malattia durante la quale ebbe le visioni della Passione di Cristo. Quando guarì, iniziò una vita di reclusione volontaria in una cella a fianco del santuario di San Julien a Norwich. E da San Giuliano prese il suo nuovo nome. Nella sua cella rielaborò le visioni avute durante la malattia e scrisse “Le Rivelazioni del Divino amore”.

Per Giuliana Dio è “nostra Madre tenerissima e carissima”. Padre e madre insieme. Nel suo libro, che ebbe un grande successo anche perché scritto da una donna, Giuliana si definisce “una semplice creatura che non conosce le lettere”. Simile in questo a S.Caterina da Siena. Di certo qualche chierico del vicino convento le fece conoscere alcuni scritti dei padri della Chiesa citati, in qualche modo, nelle “Rivelazioni”. Ma lei scriveva che la sua sapienza era “data da Dio” (“God-given”).

Fu anche la prima scrittrice ad usare il volgare per raggiungere con il suo messaggio anche le persone semplici.

Norwich, “dalle cinquanta chiese”, era all’epoca, dopo Londra, la più importante città inglese. E la cattedrale dedicata alla Santissima Trinità, costruita dal 1096 al 1109, possedeva una delle più importanti biblioteche d’Inghilterra.

La chiesa di San Giuliano a Norwich (foto: Charles Hutchins)

La mistica inglese visse fino a 74 anni, per l’epoca una età ragguardevole. Negli ultimi anni della sua vita decine e decine di persone la visitarono nella piccola cella adiacente al convento di Norwich per avere un consiglio e esporre le loro pene.

La mistica Margery Kemp, autrice della prima autobiografia conosciuta in Inghilterra, scrisse di un viaggio a Norwich nel 1414 per parlare con Giuliana, che considerava una guida spirituale.

E anche il poeta, saggista e drammaturgo americano T.S. Eliot (1888-1965), premio Nobel per la letteratura nel 1948 inserì la frase “E tutto sarà bene e / ogni sorta di cose sarà bene” tratta dalle “Rivelazioni” di Giuliana di Norwich nel Little Gidding, quarto poemetto dei “Quattro quartetti”.

Le “Rivelazioni” sono arrivate fino a noi in due distinte versioni: un “testo lungo” e un “testo breve”. La versione breve è la più antica anche se fu il “testo lungo” ad essere editato per primo nel 1670, dal benedettino parigino Serenus Cressy.

Virginia Valente

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Le donne misteriose dell’arazzo di Bayeux

L’arazzo di Bayeux è una graphic novel dell’anno Mille e racconta la vita quotidiana di un popolo di guerrieri, re e regine, che seppe creare regni e dinastie, dai freddi mari del nord all’assolato sud d’Italia e in Terrasanta.

La prima scena ricamata sul panno di Bayeux raffigura re Edoardo il Confessore e Aroldo Godwinson a Winchester

L’arazzo, anche se in realtà si tratta di un panno ricamato, racconta la storia di un avventuriero che divenne il conquistatore dell’Inghilterra, ma anche delle donne che realizzarono questo lungo panno in filo di lana con l’uso di otto colori naturali su uno sfondo lasciato scarno, con forme in rilievo e un risultato molto simile ad un intaglio o a un bassorilievo.

In un rotolo di lino lungo 70 metri sono rappresentati gli eventi compresi nel periodo che va dal 1064 al 1066, cioè fino alla battaglia di Hastings (nella parte mutila forse era rappresentata l’incoronazione di Guglielmo: vi sono raffigurate 623 persone, 505 animali di specie differenti, 202 cavalli e bestie da soma, 55 cani, 41 imbarcazioni e 49 alberi (leggi anche: L’arazzo di Bayeux).

L’arazzo fu tessuto tra il 1070 e il 1077 per volere del vescovo Oddone, fratellastro di Guglielmo il Conquistatore, raffigurato nella tela in più di una scena (vi compare in misura minore rispetto al duca normanno, ma più di altri personaggi). Il luogo di produzione del manufatto è stato indicato in Canterbury, dove si trovava una rinomata scuola di tessitori. La presenza del vescovo Oddone fa pensare che sia stato proprio lui a dare quell’omogeneità ideativa del disegno per tutti i 70 metri della lunghezza, mentre il lavoro di tessitura dovette essere affidato a una squadra di donne. Quelle donne misteriose di cui non si conosce il nome, pur conoscendo la loro abilità artigianale.

Un’altra tradizione popolare narra che il compito di ricamare il tessuto, realizzato a pezzi e poi unito, spettò alla regina Matilde, moglie dello stesso Guglielmo, nel Kent o a Winchester nell’Hampshire, mentre attendeva il ritorno del consorte dalle imprese belliche sul suolo inglese. Quella che è, ormai, considerata una leggenda trovava una sua base sulla reputazione delle donne anglosassoni per sofisticati lavori di tessitura, così come narrato da Guglielmo di Poitiers e dalle cronache che riportano episodi di mogli intente a confezionare tessuti commemorativi delle gesta degli eroici mariti.

Oddone, con il bastone di comando in mano, alla battaglia di Hastings, incoraggia le truppe dopo la ritirata

Le origini e gli influssi Oddone ebbe modo, inoltre, appena preso possesso della contea del Kent, già famosa per il talento dei suoi ricamatori, di ammirare gli arazzi e le tessiture che ornavano le chiese e ne prese spunto per raccontare la conquista dell’Inghilterra, per glorificare se stesso e il fratello divenuto re, attraverso un elemento estremamente semplice e comprensibile da tutti.

Nell’arazzo, continueremo a chiamarlo così per comodità, si rintracciano varie influenze sia stilistiche sia iconografiche, come la produzione tessile delle isole britanniche, il collegamento alla produzione miniaturistica dell’isola, specialmente nell’uso degli alberi e della vegetazione nel suddividere le scene, nella disposizione dei personaggi e nell’uso degli alberi contorti come separazione. Un esempio rappresentativo è il Vangelo di Sant’Agostino di Canterbury, conservato al Corpus Christi College di Cambridge. Non mancano richiami alle influenze celtiche e scandinave come nel Salterio di Winchcombe, nell’uso di ornamenti di ricamo nei bordi del tessuto o nelle decorazioni delle barche. La maestria delle mani che crearono un simile capolavoro è testimoniata anche dal fatto che un punto usato per realizzare l’arazzo, è denominato punto di Bayeux.

Importante anche l’attenzione ai dettagli dell’abbigliamento, nella rappresentazione delle opere architettoniche, come il castello di Hastings, la città di Arras e Mont Saint Michel, senza dimenticare i segni distintivi dei popoli raffigurati: i normanni sempre a cavallo, in armatura o ricche vesti e perfettamente rasati, segno di cultura superiore, mentre gli inglesi appaiono pelosi, con i baffi e in armi come semplici pedoni.Pur essendo realizzato da donne, manca tuttavia la rappresentazione del mondo femminile. Le donne vi compaiono solo tre volte, per lo più come figure marginali in un mondo tutto maschile: Elfia, la figlia di Guglielmo e promessa sposa di Aroldo, la regina Editta, moglie di Edoardo il confessore e una donna senza nome, vittima delle rappresaglie di guerra.

L’arazzo racconta Il racconto dell’arazzo si apre con il re Edoardo il Confessore che convoca, nel 1064, Aroldo Godwinson e gli conferisce l’incarico di recarsi in Normandia, dal duca Guglielmo, per avvisarlo che in mancanza di un erede diretto, ha deciso di nominarlo successore. Aroldo raggiunge cavalcando con i suoi fedeli la costa meridionale dell’Inghilterra. Porta con sé i cani, come se si recasse ad una battuta di caccia, e un falco, segno di nobiltà, visto che è duca di Wessex.

Conoscendo i pericoli della traversata Aroldo si ferma a pregare in una chiesa a Bosham, in compagnia di uno scudiero, per impetrare una buona navigazione.Giunto al palazzo signorile, Aroldo e i suoi banchettano nella sala d’onore in attesa della partenza, bevendo da una coppa, mentre gli amici suonano il corno.Arriva un servitore che avverte il gruppo della marea montante, momento propizio per partire. Aroldo e i suoi si tolgono i calzari e si imbarcano.

Nel 1064 il conte Aroldo sbarca, trascinato dalle correnti, sulle terre del conte Guido I di Ponthieu

La nave si imbatte in una tempesta, va alla deriva e non approda in Normandia, ma nelle terre del conte Guido di Ponthieu. Dalla nave spiaggiata una vedetta nota avvicinarsi una schiera armata. Aroldo tenta di spiegare al conte chi sia, il suo rango e quale missione deve adempiere, ma il nobile Guido, notate le vesti sontuose dei naufraghi, l’importanza della nave e volendo prendere ostaggi gli uomini e impadronirsi di quel che resta delle nave stessa e del suo carico, dà ordine ai suoi uomini di catturare Aroldo, che viene circondato da due piccardi e viene portato via ancora scalzo.

Guido di Ponthieu fa portare i prigionieri nel suo castello di Beaurain e seduto sul trono, con la spada alzata, si appresta ad annunciare ad Aroldo l’entità del riscatto preteso per la sua liberazione.Aroldo accompagnato dallo scudiero è impaurito, conscio di non poter pagare il riscatto senza l’aiuto del duca Guglielmo. Alla scena assiste un servitore, nascosto dietro ad una colonna. Quel servitore poi corre ad avvertire Guglielmo.Il duca normanno, sospettando cosa potesse essere accaduto, aveva già inviato due emissari, i quali parlano con il conte che è appoggiato ad un’ascia da guerra. Un servo dice a Guido di prestare attenzione alle condizioni poste da Guglielmo. Anche i cavalli tenuti alle briglie dal nano Turoldo mostrano il nervosismo che permea la scena.I due messi del duca galoppano verso il castello di Guglielmo. Uno dei due riferisce al duca quanto richiesto dal conte per liberare Aroldo; Guglielmo invia subito due uomini d’arme con l’accettazione delle richieste per liberare Aroldo: un castello e le terre ai confini del ducato. Guido allora cavalca verso le terre di Guglielmo e le due scorte armate si incontrano al confine.

Aroldo è ospite di Guglielmo a Brionne e parlano a lungo, del naufragio e dell’offerta della corona. Guglielmo offre in matrimonio ad Aroldo la figlia Elfia, rappresentata sotto un portico mentre riceve uno schiaffo simbolico da un chierico: con questo gesto veniva data la conferma del fidanzamento. È la prima figura femminile che compare nell’arazzo. Poi Guglielmo e Aroldo corrono in aiuto di Rivaion di Dol e con l’esercito passano sotto Mont Saint Michel, i cavalieri indossano cotta di maglia ed elmo con nasale, i fanti una sola tunica.

Nei pressi di Mont-Saint Michel, attraversando il fiume Couesnon, uomini e cavalli affondano nelle sabbie mobili

Nell’attraversare il fiume Couesnon, Aroldo compie un valoroso gesto cavalleresco, salvando due armati che rischiavano di annegare. Poi i normanni preparano l’assalto alla città, ma il ribelle Conan ha lasciato il castello calandosi da una finestra e lasciando una serie di scudi sugli spalti per far credere che fossero presidiati. Conan e i bretoni hanno lasciato la città, quindi, raggiungono Rennes, ma devono ripiegare a Dinant. Gugliemo pone l’assedio alla cinta di legno, mentre due soldati appiccano le fiamme e Conan deve arrendersi, consegnando le chiavi su una punta di lancia.Guglielmo consegna gli stemmi di cavaliere normanno ad Aroldo, adesso è un suo fedelissimo, vincolato dal giuramento di vassallaggio. Poi si recano a Bayeux, dove si svolge un episodio fondamentale: Guglielmo riceve il giuramento di Aroldo, sulle sacre reliquie dei martiri, di prestare assistenza politica e materiale al legittimo successore del re d’Inghilterra.

Aroldo torna in Inghilterra su una nave normanna che viene avvistata da una vedetta con i curiosi che si affacciano alla finestra.Aroldo raggiunge re Edoardo e racconta le sue avventure.

La scena nella quale Edoardo, in fin di vita, viene trasportato a Westminster

Seguono le scene con il funerale del re a Westminster, appena consacrata come testimonia la mano di Dio che appare in cielo.Qui appare la seconda donna, Editta o Edith del Wessex (sorella di Aroldo), che piange, nascosta ai piedi del letto funebre, il marito morto. La scena con Edoardo in punto di morte che lascia il regno ad Aroldo è descritta dopo il funerale il re. Vista la committenza normanna dell’arazzo, è intuibile che si sia voluto sottolineare l’usurpazione del trono da parte di Aroldo che non poteva essere stato scelto dopo la morte del re.

Il racconto riprende con Aroldo che accetta la corona offertagli dai notabili inglesi, con i vassalli che rendono omaggio con la spada alzata. In cielo appare la cometa di Halley, vista come funesto presagio. E Aroldo immagina l’arrivo di una flotta nemica, come descrivono le navi disegnate sotto il trono.Dei viaggiatori riportano al duca Guglielmo la notizia della morte di Edoardo e della consacrazione di Aroldo. Allora il normanno ordina subito la costruzione di una flotta per punire lo spergiuro Aroldo.

La costruzione della flotta

I boscaioli abbattono gli alberi, i falegnami piallano le assi e i carpentieri incavigliano il fasciame delle navi. Dopo pochi mesi la flotta per l’invasione è pronta e le imbarcazioni vengono varate attraverso un complesso sistema di gomene e pulegge.Armi e vino vengono trasportati alle navi a piedi o su carri, le cotte di maglia, dal peso di quindici chili, vengono portate da due servitori su assi di legno infilate nelle maniche. Nell’agosto del 1066 la flotta è radunata in attesa del vento favorevole. Solo il 27 settembre il vento del sud permette di sciogliere le vele verso l’Inghilterra.

Guglielmo è imbarcato sulla Mora, la nave fatta costruire dalla moglie Matilde (seppur nominata non compare nell’arazzo), l’albero maestro porta al culmine la croce benedetta da papa Alessandro II. Quattrocento navi con 10mila uomini attraversano la Manica (non tutti combattenti). Il 28 settembre i normanni sbarcano a Pevensey. Nessun soldato di Aroldo contrasta lo sbarco in quanto sono stati ritirati dalla costa pensando che la stagione fosse troppo avanzata per la navigazione, cosa che avrebbe indotto Guglielmo a rimandare. In realtà sappiamo che Aroldo era impegnato a respingere un’invasione norvegese a Stamford Bridge.

La prima nave da sinistra è la Mora, con il vessillo di papa Alessandro II. Porta a bordo Guglielmo

I normanni fanno razzia nelle campagne che appaiono disabitate. Wadard è un intendente e gestisce i rifornimenti, mentre due cuochi preparano il cibo che altri servono ai tavoli. Al tavolo d’onore il vescovo Oddone benedice i cibi, al suo fianco ci sono il duca Guglielmo e Ruggero con la barba, valoroso combattente ad Hastings.

Dopo il pranzo si riunisce il consiglio di guerra, si decide di costruire un campo fortificato. Un messaggero avverte che Aroldo ha appena sconfitto i norvegesi a Stamford Bridge e marcia verso Hastings.Guglielmo fa distruggere una casa che può ostacolare le operazioni belliche. Una donna fugge, è la terza donna raffigurata nell’arazzo, dopo la figlia di Guglielmo Elfia e la regina Editta, moglie di Edoardo. Raffigura il popolo non combattente che subisce le violenze della guerra.

Guglielmo si prepara alla battaglia indossando la cotta di maglia, poi impugna il gonfalone e attende il suo cavallo da battaglia, dono del re Alfonso d’Aragona.Nei pressi di un bosco la cavalleria normanna si riunisce dietro i gonfaloni. Per evitare la battaglia Guglielmo manda un monaco a ricordare ad Aroldo il giuramento e proponendo una singolar tenzone. Aroldo rifiuta affermando che Edoardo gli ha lasciato il regno.Guglielmo impugna il bastone di comando, un cavaliere galoppa per avvertire il duca dell’avvistamento delle truppe di Aroldo. All’opposto una vedetta di Aroldo fa lo stesso, individuando i normanni.

Il duca Guglielmo arringa le truppe e le esorta a combattere eroicamente

All’alba, dopo la messa all’aperto, Guglielmo arringa l’esercito, ma alcuni cavalieri hanno già spronato alla volta del nemico, con le lunghe lance, seguiti dagli arcieri.La fanteria inglese dietro la pavesata di scudi resiste. Le perdite sono ingenti, come mostra il registro inferiore. L’ala sinistra normanna rimane impantanata nelle paludi. Aroldo ha rispolverato le tattiche romane, scavando fossati e cospargendo il terreno di chiodi che si infilano negli zoccoli dei cavalli.I normanni si ritirano, si sparge la voce che Guglielmo sia morto, caduto da cavallo, ma prima Oddone li rianima, poi il duca si erge sulle staffe, si alza l’elmo e mostra il volto ai suoi soldati, mentre il suo portastendardo lo indica agli uomini.Lo scontro riprende forza e i normanni sfondano lo schieramento inglese. La fanteria sassone si disperde. Resistono solo gli housecarls, le guardie del re. Una freccia penetra nell’occhio di Aroldo che viene finito da un cavaliere normanno. Guglielmo diventa il Conquistatore (leggi anche: La battaglia di Hastings) e l’arazzo termina il suo racconto.

Umberto Maiorca

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Non solo Egeria. Le pellegrine di Gerusalemme

L’exploit di studi sulle donne nel Medioevo ha generato, dopo la lezione di Georges Duby, un nuovo soggetto storiografico. Il tema del viaggio al femminile ha attirato l’interesse degli studiosi fino a porsi, a partire dagli Anni Novanta, come proficuo tema di ricerca.

Particolare di una miniatura di Maria Egiziaca, vestita unicamente di biondi capelli, mentre le viene consegnato il mantello del suffragio (Parigi, Yates Thompson 3 f. 287)

Emblematica l’agiografia di Maria Egiziaca, prostituta redenta dal pellegrinaggio in Terra Santa, tramandata, nella versione più antica, dal patriarca di Gerusalemme Sofronio (550-639). La pellegrina, bloccata da una forza misteriosa mentre è in procinto di entrare al Santo Sepolcro, si rivolge alla Vergine, che le indica il punto del Battesimo nel Giordano. Maria Egiziaca attraversa il fiume e inizia, sulla riva opposta, la sua nuova vita eremitica e ascetica. Il pellegrinaggio è un rito di passaggio, purifica e rigenera.

Nel Tardo Antico le donne dell’alta società figurano tra i protagonisti del fenomeno nel momento del suo primo grande sviluppo. Egeria, che scrive e si rivolge alle dominae sorores, appartiene a una classe sociale di alto rango comprovata da vari dati: la deferenza con cui è ricevuta dalle massime autorità religiose; la scorta di soldati e ufficiali imperiali che l’accompagna in alcuni tratti del suo percorso; la durata e i costi del viaggio; l’utilizzo di carri ben attrezzati e di cavalcature; il possesso di un diploma (una sorta di passaporto ante litteram) che le permette di muoversi lungo il cursus publicus. Egeria parte dalla Galizia per un pellegrinaggio che dal Mar Rosso e dall’Arabia la conduce fino ad Antiochia e a Costantinopoli, dopo che era transitata, ovviamente, dalla Palestina. A Gerusalemme la pellegrina descrive con dovizia di particolari le basiliche costantiniane e le liturgie dei Luoghi Santi, trasmettendone l’atmosfera coinvolgente in occasione delle festività.

La fortuna dell’Itinerarium Egeriae costituisce un caso eccezionale nella storiografia sul pellegrinaggio. Il suo diario fu scoperto “appena” un secolo e mezzo fa nella biblioteca della Fraternita di Santa Maria della Misericordia di Arezzo. A un solo decennio dal ritrovamento del codice esistevano già cinque edizioni e quattro traduzioni integrali: russo (1890), italiano (1890), inglese (1891), danese (1896), cui seguirono, negli anni seguenti, quelle in greco, tedesco, spagnolo, francese, polacco, portoghese, romeno, catalano ed ebraico. Si contano persino cinque bibliografie egeriane! Di lei, insomma, molto – forse troppo? -, si è scritto. Pierre Maraval l’accosta ad una scrittrice moderna che, per la personalità e la freschezza con la quale racconta le sue memorie, avrebbe meritato il successo del suo bestseller. Gustave Morin la tratteggia così: ingenua, generosa, riservata, ottimista, dinamica, che si commuove, con spirito di iniziativa, «estroversa», paragonandola ad una miss inglese dei primi del Novecento che viaggia in libertà a dispetto dei limiti e dei pregiudizi che l’opinione pubblica impone al suo sesso. Ma i limiti e i pregiudizi sono forse quelli dell’età di Morin perché Egeria non è né l’unica, né la prima.

L’inventio Crucis eleniana, Biblioteca Capitolare, Vercelli, ms. CLXV, Collectio canonum et conciliorum, 2r, IX sec.

È l’imperatrice Elena ad avviare il pellegrinaggio in Terra Santa nel 326. Concluso il Concilio di Nicea, la madre di Costantino visita Betlemme e Gerusalemme dove, accompagnata dal vescovo Macario, riscopre il luoghi della Passione e – così raccontano Ambrogio e Paolino da Nola – la Vera Croce. Eusebio di Cesarea, che enfatizza il ruolo di Costantino, sottolinea la convergenza tra i desideri della madre e l’operatività del figlio, che avvia la costruzione dell’allora tripartito Santo Sepolcro (basilica a cinque navate, triportico con atrio, Anastasis).

Alla famiglia imperiale appartengono anche le pellegrine Elia Eudocia Atenaide, moglie di Teodosio II; Eudossia, figlia degli stessi Elia Eudocia e Teodosio, che sposerà Valentiniano III; Licinia Eudocia, figlia di Eudossia e Valentiniano; Anicia Giuliana – la committente per antonomasia –, figlia di Placidia la Giovane e Flavio Anicio Olibrio.

Un alone di santità circonda, in particolare, Eudocia. Vi contribuisce il recupero delle reliquie del protomartire Stefano e delle catene di san Pietro, oltre all’intensa attività edilizia. Dopo il matrimonio della figlia Eudossia, celebrato a Costantinopoli il 28 ottobre 437, Eudocia decide di sciogliere un voto: parte in pellegrinaggio attorno al 438-439; si reca una seconda volta in Palestina nel 443 e vi rimane fino alla morte. Lì fonda due monasteri, tre oratori e un convento con annesso ospizio. Finanzia la costruzione della chiesa del Pretorio o Santa Sofia, di San Pietro al palazzo di Caifa, di San Giovanni Battista a sud del Santo Sepolcro e della basilica di Santo Stefano in cui sarà sepolta nel 460.

L’imbarco di santa Paola per la Terra Santa, (Claude Lorrain, Museo del Prado, Madrid, 1639)

Poi c’è la cerchia di Gerolamo. Durante gli anni romani, l’allora segretario di papa Damaso si riunisce sull’Aventino con un gruppo di clarissimae cui inculca l’ideale del distacco dal mondo. La lettera 108 del suo epistolario, datata 404 e nota come Epitaphium sanctae Paulae, è indirizzata a Eustochio dopo la morte di sua madre Paola. Gerolamo rievoca il pellegrinaggio di Paola che giunge al porto di Ostia accompagnata da parenti, amici e servitori. L’imbarco è reso drammatico dalla separazione dagli affetti. La donna cerca di dissimulare l’emozione. Ma la fede che la spinge a partire è più forte di tutto. Paola visita la Palestina e i monasteri dell’Egitto, fonda un ospedale a Betlemme. E nella lettera a Marcella, Paola e Eustochio esortano la destinataria a raggiungerle. Nel farlo, madre e figlia contrappongono la ricchezza e la grandezza di Roma alla parvula Bethleem: Paola aveva vestito abiti di seta, era stata servita dagli schiavi, ora si edifica attraverso le difficoltà del pellegrinaggio e il rigore della vita monastica.

Si colloca alla metà del IV secolo il pellegrinaggio di Melania Seniore. Melania si trovava in Palestina quando, ricevuta la notizia del matrimonio di sua nipote, decide di tornare a Roma. Ma passa poco che, vendute tutte le proprietà, se ne rivà a Gerusalemme, dove fonda un monastero. Anche Melania Iuniore e Piniano conducono una vita di fede opposta al modello mondano di Roma. Coniugi aristocratici cristiani, giunsero dall’Italia nel 410-411 a Tagaste, poi, presi dal richiamo di Gerusalemme, lasciano tutto per la Terra Santa.

Le molte pellegrine che giungono in Terra Santa durante il Basso Impero sembrano dileguarsi alla fine del V secolo. Il Medioevo barbarico ha tramandato figure e resoconti di diversi pellegrini europei, ma non sussistono fonti odeporiche che dettagliano viaggi di donne nei secoli V-X. Ugeburga, non una pellegrina, ma la monaca parente di Willibaldo che ne riporta il resoconto di viaggio nell’VIII secolo, sembrerebbe – se si eccettuano i riferimenti di genere nelle agiografie – l’unica presenza femminile nella storia del pellegrinaggio gerosolimitano durante l’Alto Medioevo.

Dopo l’Anno Mille il quadro d’insieme cambia radicalmente. Anziché scoraggiare il pellegrinaggio, la distruzione del Santo Sepolcro ad opera del fatimide al-Hakim (1009) provoca uno sviluppo del fenomeno, sul medio periodo, connesso anche al nuovo assetto geopolitico della penisola Balcanica che favorisce il percorso terrestre e ad un anelito escatologico sempre intenso tra 1033 e 1099. Non si viaggia più soli o in piccole compagnie bensì in grandi gruppi di pellegrini che in alcuni casi comprendono qualche migliaio di fedeli. Tra questi sono documentate molte donne. Anzi c’è ragione di pensare che molte ve ne siano tra i componenti di quelle moltitudini di cui parla Rodolfo il Glabro anche quando non sono documentate esplicitamente. Uomini e donne, laici e chierici, ricchi e senzaveri partono pellegrini in Oriente. Oppure agguantano una forma surrogata di viaggio sacro, più accessibile e, ai loro occhi, comunque meritoria, andando a visitare le tante Gerusalemme d’Europa che si costituiscono accanto a chiese e cappelle che custodiscono le reliquie di Terra Santa o che semplicemente rinviano, nell’intitolazione, al Santo Sepolcro di Gerusalemme.

I miracoli di San Pantaleone raccontano di come Gida Thorkelsdóttir, moglie di Godwin del Wessex e madre di Araldo II d’Inghilterra, tenne fede alla sua promessa di andare a Gerusalemme dopo la guarigione del figlio che era stato assalito da un orso. Gida si giovò dei migliori mezzi di trasporto, che in parte alleviarono il peso di una fatica comunque enorme e assai prolungata. Ed è anche il caso di Ildegarda. Nel 1046 la contessa d’Angiò va a morire a Gerusalemme «secundum desiderium cordis sui» e chiede di essere sepolta nei pressi della tomba del Salvatore.

Le pie donne al Sepolcro, dall’Apocalisse di Bamberga, Staadtbibliothek, Bamberg, ms. CXL, 69v., c. 1010

Le fonti menzionano pure alcune coppie di coniugi che ripetono, uniti dalla fede, l’esperienza di fede fatta molti secoli prima da Melania e Piniano: Dudone di Dons ed Edwige di Chiny; il catalano Mir Compan che viaggia con la moglie Eliardis e la figlia Adelaide. Ed anche alle Crociate, ogni cavaliere mosse dietro di sé donne, bambini e servitori. Alla Prima, per esempio, parteciparono Rodolfo I de Gäel, conte di Norwich, con sua moglie Emma di Hereford e il loro figlio Alain de Gäel. Ma non sempre è possibile. A volte partire significa lasciarsi tutto alle spalle, anche gli affetti più cari. Un tale Pietro Raimondo, di Vic, fa testamento. Chiede alla consorte di aspettarlo sette anni, a meno che non riceva una comprovata notizia della sua morte, e che nel frattempo non si abbandoni alla turpitudine dell’adulterio.

Quello delle pellegrine è un tema che si estende anche al Tardo Medioevo. Emergono i casi-exempla di Brigida di Svezia e Margery Kempe, entrambe spose e madri che, nella seconda parte della loro vita, scelgono di partire in pellegrinaggio. Brigida, figlia di pellegrini, appartiene a una famiglia dell’alta aristocrazia e può permettersi un seguito di protezione. Dopo la morte del marito – con il quale era già stata a Compostela – decide di recarsi a Roma e a Gerusalemme. La Kempe vive un’esperienza più difficile. Dopo una visione, parte sola, e senza mezzi, per Santiago, Roma e Gerusalemme lasciando un resoconto di viaggio noto come Libro di Margery Kempe.

Nella storia del pellegrinaggio la presenza femminile, non secondaria, sconfessa la convenzionale immagine di “Medioevo maschio”. Pur rilevando, tuttavia, la proficuità del filone di studi, non riusciamo ad individuare una specificità del pellegrinaggio femminile, anche laddove sia possibile definire, come è stato sostenuto, e in riferimento ai secoli successivi, mete prettamente femminili. La storia del pellegrinaggio al femminile si dissolverebbe in un elenco. Una donna medievale non mostra, automaticamente, motivazioni e aspirazioni diverse da quelle degli altri pellegrini. Si rileva piuttosto un tratto peculiare nell’avventura delle matrone romane del Tardo Antico accomunate tra loro, queste sì, non tanto dall’essere donne, ma da un determinato status sociale che permette loro, attraverso la disponibilità di mezzi, di alleviare le fatiche di un viaggio intercontinentale che allora aveva tutti i caratteri dell’intrapresa.

Giuseppe PertaUniversità per Stranieri Dante Alighieri di Reggio Calabriahttps://medalics.academia.edu/GiuseppePerta

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Monete e potere: Giovanna d’Aragona, regina di Napoli

Come è ben noto, la storia può essere letta mediante l’uso di fonti diverse, a volte adoperandone alcune che spesso sembrano avere solo un ruolo marginale per l’esito dell’analisi storica. In questo caso specifico, partendo dalla presentazione di alcune rare monete coniate nel corso della seconda metà del XV secolo dalla zecca di Napoli, potremo giungere ad illustrare l’importanza politica che alcuni gesti della ritualità del potere femminile hanno ricoperto nel linguaggio storico-sociale del Mezzogiorno aragonese.

Cavallo con i ritratti di Ferrante I e Giovanna, sovrani di Napoli. (1477 circa. Museo Nazionale di Napoli). Da Pannuti-Riccio 1984

La moneta intorno a cui si articola questa breve nota è di piccolo taglio e può essere descritta in questo modo: D/ • F •• R • Busto di Ferrante I d’Aragona rivolto a destra con corona ornata di gemme e trifogli. R/ IOHAN – NA • REGINA Busto di Giovanna d’Aragona rivolto a destra con ricca corona gemmata.

Dal peso che si aggira intorno a 1,80 g. e con un diametro di circa 18 mm., tale nominale è in rame ed è noto con la denominazione di “cavallo” (fig. 1). Quest’ultimo venne introdotto proprio da Ferrante I (1458-1494) nell’agosto del 1472 (i primi pezzi furono battuti, però, solo il 18 aprile) per sostituire i vecchi denari di mistura, ormai sviliti e male accolti dalla popolazione: quei tagli avevano corso legale soprattutto tra le classi medio-basse della società. Fu il duca di Ascoli, Orso Orsini, che consigliò al sovrano napoletano di promuovere una riforma monetaria, probabilmente perché nelle province del Regno più lontane dalla capitale si avvertiva maggiormente il cattivo influsso economico di una moneta che si presentava del tutto degradata nel suo valore effettivo. Il duca descrive il cavallo come «moneta tutta de rame et grossa al modo delle medaglie antique con la immagine de la Maestà sua e con lo reverso de qualche digna cosa». Infatti, sui cavalli si trova, di solito, il ritratto di Ferrante con la corona radiata. L’ispirazione probabilmente arrivava dai ritratti romani imperiali che si trovavano sugli antoniniani del III secolo d.C., così come pare che da queste antiche monete romane si sia tratta la misura per il diametro.

L’esemplare napoletano riporta una delle poche rappresentazioni della regina Giovanna, figlia del re aragonese Giovanni II di Trastámara (1458-1479) e sorella di Ferdinando il Cattolico (1479-1516). Sebbene la sua effigie sia fortemente idealizzata, atta maggiormente ad una funzione politico-simbolica più che fisiognomica, restituisce ugualmente la rilevanza che questa figura femminile ebbe per la storia dell’Italia meridionale verso la fine del Medioevo. Il cavallo qui illustrato fu coniato con ogni probabilità intorno al 1477 per celebrare il matrimonio del re di Napoli con Giovanna, sua cugina: erano questi i secondi sponsali per Ferrante, dopo la scomparsa della prima consorte, Isabella di Chiaromonte, avvenuta il 30 marzo 1465. Si dovette, però, attendere almeno fino ai primi di gennaio del 1475 affinché Ferrante decidesse nuovamente di contrarre matrimonio. Fu nel corso di quell’anno, infatti, che egli, per scacciare ogni eventuale pretesa sul suo Stato da parte del ramo legittimo degli Aragona, chiese in sposa la figlia di Giovanni II. Se i progetti del sovrano napoletano avessero avuto esito positivo, il suo Regno ne sarebbe uscito fortificato anche in caso di attacco da parte della Francia di Luigi XI (1461-1483). I capitoli matrimoniali furono stipulati a Tudela di Navarra il 5 ottobre del 1476 e ratificati a Napoli il 25 novembre: nell’accordo, Giovanna, in cambio alla rinuncia di ogni diritto sui Regni di Aragona e Navarra, ricevette dal padre una dote di ben 100.000 fiorini d’oro, mentre il suo futuro marito le concesse le rendite, che non potevano essere riscosse in contanti, di alcune città del Regno (tra le altre, si ricordano Sulmona, Teano, Venafro, Isernia, Agnone, Caramanico, Tocco, etc.) e un cospicuo donativo, pari a 20.000 ducati. Terminate le trattative, condotte per ben due anni dagli oratori napoletani Galcerano de Requesens, conte di Trivento ed Avellino, Antonio de Tricio ed Antonio d’Alessandro, il figlio e successore di Ferrante, Alfonso duca di Calabria, fu incaricato di prelevare la sposa e di scortarla, via mare, fino a Napoli. Con un cospicuo seguito, accompagnato da alcuni dei nobili più in vista del Regno, Alfonso salpò l’11 giugno 1477 e approdò a Barcellona il 25 di quello stesso mese. Il legni napoletani non si fermarono a lungo nella città catalana se già il 29 agosto 1477 la flotta, al comando dell’ammiraglio Antonello Sanseverino, principe di Salerno, fece scalo a Genova, alleata di Napoli.

Chiesa di S. Maria Incoronata (1352-1373), colonnato esterno. Via Medina, Napoli

Sabato 6 settembre 1477, Alfonso ed il suo seguito, ora arricchito dalla presenza della futura regina, facevano sosta a Gaeta, dove si fermarono per almeno tre giorni. Grazie alle cronache di Giuliano Passero e di Notar Giacomo siamo ben informati su ciò che avvenne da quando, l’11 settembre 1477, Giovanna sbarcò a Napoli, sul molo allestito appositamente presso Castel dell’Ovo. Qui fu accolta dal legato pontificio cardinale Borgia, futuro papa Alessandro VI (1492-1503), e dalle personalità più insigni del Regno, come «la signora Duchessa di Calabria, et altre assaissime donne» (Passero). Dal molo si snodò una solenne e fastosa processione che accompagnò Giovanna per i Seggi di Napoli, «inliquali erano gentile donne che inquilli aballavano et si li andavano ad basare la mano como ad Regina» (Notar Giacomo). Il corteo giunse davanti alle porte dell’«Archiepiscopato de Napoli et lla era lo Serenissimo Re Ferrando»: qui il legato celebrò le nozze prima di entrare in chiesa e di officiare i consueti riti. Alla cerimonia presero parte «tucte le imbassarie de ytalia si ancho del soldano et del re detunisi, et prelati assay» (Notar Giacomo). Quella sera la coppia reale si ritirò in Castel Capuano, dove diede un ricevimento all’insegna dello sfarzo: «ce sono state 62 trombette, pifari, e tamburri assaissimi», scrive il Passero. Celebrato il matrimonio, ora Giovanna doveva essere protagonista della cerimonia dell’incoronazione che ne avrebbe ufficializzato il ruolo politico nel Regno. La «messa della Incoronatione della regina Joanna d’Aragona mogliere dello signore re Ferrante» (Passero) si tenne il 16 settembre 1477 e fu celebrata ugualmente dal cardinale Borgia. Fu allestito un sontuoso catafalco presso la chiesa di S. Maria Incoronata (fig. 2), pronto per accogliere la coppia reale che vi si sarebbe recata partendo «dallo Castello novo».

Ferrante si presentò al pubblico che era accorso per assistere a quella plateale manifestazione di potenza e prestigio ostentando una ricchezza che sicuramente non passò inosservata. Così ce lo descrive vividamente Notar Giacomo: «lo Re portava la Corona intesta, sopra uno cavallo guarnito de ioye de multo valore», valore che il Passero stima per la sola corona indossata dal sovrano per quella solenne occasione in «più di 20 milia docati».

Giovanna, invece, «andava intreze». Giunti al di sotto del catafalco, Ferrante e Giovanna presero posto su due troni posti lì all’uopo: «dove lo legato innanze incomenzasse la messa dixe la letania appresso lo signore duca decalabria lo duca de Andri et dui piscopi portaro la regina avante lo legato et quella benedixe et si le dono lo oglio sancto alla spalla dericta et si se posse una tunicella biancha: et si venne lo duca de Venosa con lo pummo de oro et lo princepe debisignano conlo sepctro, et messere Anello Archamone prese la corona dallo altare et portolla avante del Re, et si le fe uno sermone et depo la retorno alo altare, dove lo legato posse la corona intesta dela Regina» (Notar Giacomo). Poco dopo, il Borgia le porse anche lo scettro ed il globo dorato. Il rito religioso officiato dal legato papale concluse la cerimonia, che continuò con numerose manifestazioni di giubilo.

Il passaggio per noi più interessante si registrò in questo frangente e, per analizzarlo al meglio, ci serviremo di entrambe le cronache. «Fornuta la messa lo signore re fece 20 cavalieri, e se tornai ad assettare co la regina alla seggia reale, et in questo se gettaro monete d’argento de’ più sorte con gran festa, et gaudio» (Passero); «lo Serenissimo Re Ferrando fe xx cavaleri et iectaose piu sorte de moneta de argento» (Notar Giacomo). Ci sono pochi dubbi, ormai, che per questa felice ricorrenza furono coniate e gettate al popolo ivi accorso questi cavalli di rame con il ritratto sia del re che della regina. Le cronache del tempo, però, come abbiamo visto, parlano di monete d’argento e non di rame. Tuttavia, nessuna moneta in questo metallo che potesse far riferimento all’incoronazione di Giovanna d’Aragona è stata mai rinvenuta finora. Ciò ha condotto il numismatico francese Arthur Sambon, alla fine del XIX secolo, ad ipotizzare che questi cavalli in rame venissero argentati e dorati per poi essere gettati alla folla che, raccogliendoli, li avrebbe scambiati e spesi per moneta di più alto valore. È anche probabile che questo sistema fosse stato applicato effettivamente e che le attività commerciali della città, in quel particolare frangente, avessero ricevuto disposizioni per accogliere una valuta che presentava un valore nominale superiore a quello dell’intrinseco.

Ma una notizia potrebbe fornire ulteriori dati per capire quali monete vennero effettivamente coniate per l’incoronazione della regina. In una sua relazione, risalente alla seconda metà del Cinquecento, Leonardo de Zocchis, credenziero del campione nella zecca di Napoli, scrisse alcune informazioni in merito ad un carlino in argento che Ferrante avrebbe fatto coniare per questa ricorrenza: «et poi nelo anno 1477 si cugnorno carlini da una banda sculpita la effigie de esso re con littere che dicono “Nuptiarum Hilaritas”, da l’altra banda scolpita la effigia dela serenissima Regina sua consorte con littere che dicono le supradette parole “Nuptiar(um) Hilaritas”, li quali debbero servire ad buttarli al triunpho nuptiale».

Ricostruzione del carlino in argento per le nozze di Ferrante e Giovanna d’Aragona in base alla descrizione fattane da Leonardo Zocchis. Disegno dell’autore

Tale descrizione ha portato recentemente alcuni numismatici, tra cui chi scrive, a ricavare un disegno di questo carlino delle nozze, del quale finora non è venuto in luce alcun esemplare per poter smentire l’iniziale scetticismo del Sambon. Quest’ultimo, infatti, era già a conoscenza della descrizione dello Zocchis attraverso una sua prima relazione, meno ricca di dettagli, ma che, a livello di contenuti, combacia perfettamente con questo suo secondo resoconto. Di sicuro, gli eventuali carlini furono gettati al popolo insieme ai cavalli di rame, come sembra si possa ricavare dalle cronache succitate che menzionano «più sorte» di monete. Ciò nonostante, in mancanza di conferme attraverso l’osservazione diretta di un simile esemplare argenteo, l’ipotesi del Sambon resta ancora la più credibile.

Raffaele Iula

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La povertà femminile

Incessantemente evocata e altrettanto scarsamente documentata nella sua drammatica concretezza – soprattutto per il Medioevo -, la povertà femminile (limitata a determinate fasi o situazioni dell’esistenza e non generalizzabile), trapela dai contesti più vari, in scene che ne rendono palpabile tutto il suo spaventoso, raccapricciante, squallore.

Lavori agricoli del mese di Febbraio, da Les Très Riches Heures du Duc de Berry (1412-1416 circa, manoscritto dei fratelli Limbourg conservato al Musée Condé di Chantilly)

Emerge casualmente dalle vite dei Santi, dai processi di canonizzazione, dai libri contabili degli orfanotrofi, dagli atti notarili, dalle controversie giudiziarie, dalle cronache, dalle novelle, dagli statuti urbani e rurali. Un mondo altalenante tra città e campagna (dove sicuramente maggiore era il disagio), popolato di vedove, anziane, malate e disabili, balie, filatrici, prostitute, braccianti agricole, che solo annotazioni casuali nella documentazione più varia hanno potuto riportare alla luce sottraendole alla polvere del tempo. Un mondo concreto di sofferenza che riaffiora soltanto a tratti, spesso con risvolti impensati.

Come ha messo in evidenza soprattutto la storiografia anglosassone (J.Bennet, P. Skinner, Sh.Farmer), l’universo femminile dei ceti meno abbienti non era sempre e necessariamente in condizioni di drammatica indigenza, e anzi i casi concreti di povertà vengono assai raramente documentati. Le dichiarazioni in tal senso provenienti in prima persona da alcune vedove, ad esempio, erano di fatto totalmente ingiustificate e dipendevano piuttosto dal diverso concetto che ciascuno aveva di povertà, mentre le donne sole non erano necessariamente povere e incapaci di mantenersi, ma anche questo variava moltissimo da caso a caso, in rapporto all’età, al contesto sociale ed economico, alla situazione specifica di ciascuna. Persino l’iconografia offre molto più frequentemente immagini di donne nel pieno delle loro capacità lavorative piuttosto che di mendicanti.

Coltivazione del frumento (Tacuinum Sanitatis Casanatense, sec. XIV)

Esistevano però, nel Medioevo come oggi, specifiche fasi o congiunture sfortunate dell’esistenza (malattia, invalidità, vecchiaia, madri sole con neonati), o settori lavorativi particolarmente disagiati (come il bracciantato agricolo), che potevano gettare le donne (e parimenti gli uomini), nella miseria più nera. Eppure, anche in questi frangenti, alcune di loro riuscivano sorprendentemente a risollevarsi grazie ad un’oculata gestione delle proprie misere risorse, o con l’aiuto di attive reti di solidarietà femminile che qualche volta riuscivano persino a sottrarre all’abisso della malattia e della disperazione le più sfortunate. Pur nell’estrema variabilità dei contesti, anche tra i ceti più umili e nei mestieri meno retribuiti (filatrici, balie e domestiche cittadine), una donna sola riusciva spesso a sopravvivere col proprio lavoro, e qualche volta persino ad aiutare parenti più poveri. Questo si verificava anche perché molte di loro, pur in situazione precaria, riuscivano a mettere in atto soluzioni per sfuggire alla povertà integrando il proprio reddito con gli introiti derivanti dall’affitto di una casa, di una stanza, di un terreno, o con l’acquisto di titoli del debito pubblico, grazie ai risparmi di momenti migliori. I conti correnti aperti presso il banco dell’Ospedale di S.Maria della Scala a Siena (sec.XIV), e quelli del banco dell’ospedale fiorentino degli Innocenti (sec.XVI), appartenevano in buona parte a donne dei ceti più umili, che cercavano nell’interesse offerto (5%) una garanzia di sopravvivenza. Emerge insomma un’estrema capacità di reagire ai colpi del destino, nonché quella di rivendicare tenacemente i propri diritti, fino a ricorrere alle vie legali per ottenere quanto loro spettante.

Meditatione de la vita di Nostro Signore (1330-1340 ca.) Paris, BnF, département des Manuscrits, Italien 115, fol. 8v

La famiglia non sempre era di aiuto: vedove un tempo facoltose si riducevano in povertà perché gli eredi dei mariti rifiutavano di restituire loro la dote; ragazze disabili di famiglie agiate venivano abbandonate dai parenti sulla tomba del santo dove erano state accompagnate col pretesto di chiedere un miracolo; mogli paralitiche venivano costrette dai mariti a mendicare per contribuire al reddito familiare.Sorprendentemente, in soccorso di queste donne, oltre alle istituzioni assistenziali e alle reti solidaristiche, intervenivano talvolta statuti cittadini e rurali, provvedimenti governativi, datori di lavoro, sia pubblici che privati (grandi cantieri, arsenali, istituzioni “statali” come la Zecca veneziana), e in questo senso erano rivolti persino gli orientamenti giurisprudenziali del diritto canonico, imponendo agli uomini di pagare gli alimenti per i figli illegittimi. C’erano istituzioni come l’Arsenale di Venezia (il cantiere pubblico veneziano) o la Fabbrica del Duomo di Milano, che prevedevano persino una pensione per la vedova dell’operaio morto per infortunio sul lavoro; statuti rurali che consentivano alle donne in attesa di un bambino di entrare nella proprietà altrui e nutrirsi dei frutti degli alberi. Il consiglio direttivo di una miniera di sale francese (secc. XV-XVII) giunse persino ad accordare la pensione di vecchiaia a donne di almeno 60 anni che lavoravano da più di 40 …

Lavori agricoli del mese di giugno, da Les Très Riches Heures du Duc de Berry (1412-1416 circa, manoscritto dei fratelli Limbourg conservato al Musée Condé di Chantilly)

I casi più eclatanti di povertà sono documentati in regioni geografiche assai distanti fra loro: nella Toscana tre/quattrocentesca (soprattutto nell’aretino), e nelle campagne inglesi del ‘200, dove le braccianti agricole che lavoravano a volte portando sulle spalle i propri neonati, potevano ingaggiare lotte furibonde per un tozzo di pane, o morire di stenti, durante l’inverno, scivolando in canali ghiacciati. Dalla documentazione emergono mogli di contadini che non avevano nulla per sostentare la famiglia, balie di campagna (remunerate molto meno di quelle cittadine), così denutrite che non riuscivano ad allattare i piccoli loro affidati; filatrici sottopagate, derubate con vari trucchi dai lanaioli che commissionavano loro il lavoro, o costrette a vendersi per riscattare l’abito della festa.

Molto migliore invece la condizione di filatrici e balie cittadine, meglio remunerate e che talvolta riuscivano a vivere del proprio lavoro, anche se in periodi di guerre o carestie la situazione si faceva più drammatica proprio nelle città, costringendo le madri a vendere le figlie bambine per un po’ di nutrimento.

Nelle città poi, le donne di tutti i ceti sociali di tutta Europa, fra il XIII e il XVI secolo erano coinvolte in tutte le possibili attività lavorative, dal tessile ai lavori più pesanti come l’edilizia e le miniere, e ad ogni livello, dalla manovalanza all’imprenditoria.

Maria Paola Zanoboni

Consigli di lettura:Maria Paola Zanoboni, Donne al lavoro nell’Italia e nell’Europa medievali (secc.XIII-XV), Milano, Jouvence, 2016Maria Paola Zanoboni, Povertà femminile nel medioevo. Istantanee di vita quotidiana, Milano, Jouvence, 2018, e la bibliografia ivi citata, tra cui:S. Farmer, Surviving Poverty in Medieval Paris: Gender, Ideology, and the Daily Lives of the Poor, Ithaca, Cornell University Press, 2002G. Piccinni, Le donne nella mezzadria toscana delle origini. Materiali per la definizione del ruolo femminile nelle campagne, «Ricerche Storiche», XV (1985), pp. 127-182, ora anche in A. Cortonesi, G. Piccinni, Medioevo delle campagne. Rapporti di lavoro, politica agraria, protesta contadina, Roma, Viella, 2006, pp. 153-203G. Piccinni, Il banco dell’ospedale di Santa Maria della Scala e il mercato del denaro nella Siena del Trecento, Pisa, Pacini, 2012I. Chabot, «Breadwinners». Familles florentines au travail dans le Catasto de 1427, «MEFRIM», 2016, 128-1, pp. 2-22

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Costanza d’Altavilla, la monaca imperatrice

«Quest’è la luce de la gran Costanza / che del secondo vento di Soave / generò ‘l terzo e l’ultima possanza».

La nascita di Costanza e la morte del padre Ruggero II (1154) Pietro da Eboli, Liber ad honorem Augusti, Bern, Burgerbibl., 120 II, 96r

Sono i versi con cui Dante, nel III canto del Paradiso (vv. 118-120), presenta Costanza d’Altavilla. Ci troviamo nell’ultimo cielo, quello della Luna, dove si trovano gli “spiriti difettivi”, che hanno il grado più basso di beatitudine, perché i loro voti furono non adempiuti o trascurati in parte. A parlare è Piccarda Donati, la quale indica un’anima splendente alla sua destra, che ha vissuto la sua stessa esperienza: anch’ella fu suora e le fu tolto forzatamente il velo, pur se in seguito rimase in cuore fedele alla regola monastica. È l’imperatrice Costanza d’Altavilla, che dall’imperatore Enrico VI (secondo vento di Soave) generò Federico II di Svevia (‘l terzo e l’ultima possanza).

Costanza fu figlia del normanno Ruggero II d’Altavilla, il primo re di Sicilia, e nacque nel 1154, poco dopo la morte del padre. Trascorse l’infanzia a Palermo e rimase molto a lungo nubile, fino a 32 anni, un’età, per l’epoca, davvero avanzata. È possibile che proprio da ciò sia nata la voce della monacazione di Costanza, resa immortale dai versi danteschi: si tratta, probabilmente, solo di un’invenzione posteriore, che poi fu accreditata in vario modo. A partire dal secolo XIV, infatti, vari monasteri si contesero l’onore di aver ospitato tra le loro mura l’imperatrice, come monaca se non addirittura come badessa.

Il fidanzamento (1184) e il matrimonio (1186) di Costanza con Enrico VI Pietro da Eboli, Liber ad honorem Augusti, Bern, Burgerbibl., 120 II, 96r

Non si sa quasi niente di Costanza fino al suo fidanzamento per procura (ad Augusta il 29 ottobre 1184) e al matrimonio con l’erede al trono degli imperatori Svevi, Enrico VI, figlio di Federico I, il Barbarossa. Nell’estate del 1185 Costanza lasciò per la prima volta la Sicilia per andare a sposarsi. Il re di Sicilia Guglielmo II (suo nipote: era figlio di Guglielmo I, di cui Costanza era sorella) accompagnò personalmente, per un tratto, Costanza e il suo spettacolare seguito di uomini, cavalli e muli. A Foligno incontrò lo sposo e assieme si recarono a Milano: le nozze furono celebrate il 27 gennaio 1186 in S. Ambrogio con grande pompa.

In quel momento ancora non poteva essere prevista l’effettiva successione di Costanza sul trono siciliano. Il re Guglielmo II era ancora abbastanza giovane (aveva 32 anni) per generare figli. Ma tra la fine del 1189 e la prima metà del 1190 tutti gli eventi cambiarono verso! Il 18 novembre 1189 si spense Guglielmo II e il 10 giugno 1190 morì in Oriente (mentre effettuava la sua crociata) anche Federico Barbarossa. A Enrico VI spettava ora l’impero, a Costanza la Sicilia: assieme potevano essere signori dell’Europa!

Tutta l’attenzione di Enrico, da quel momento, si concentrò sul Regno dell’Italia meridionale, quel pontile nel centro del Mediterraneo che permetteva a chi lo possedeva di dominare il mondo. In Sicilia, però, la situazione non era pacifica: la nobiltà di corte aveva approfittato dei diffusi sentimenti antitedeschi per privilegiare una “soluzione nazionale”, eleggendo re il conte Tancredi di Lecce, un nipote illegittimo di Ruggero II, che il 18 gennaio 1190 fu incoronato re di Sicilia.

Pietro da Eboli, Liber ad honorem Augusti, Bern, Burgerbibl., 120 II, 105r, incoronazione di Enrico VI

Bisognava fare in fretta e bisognava scendere in Italia a rivendicare il trono: il lunedì di Pasqua (15 aprile 1191) papa Celestino III, a Roma, in San Pietro, incoronò solennemente Enrico e Costanza imperatore e imperatrice. Poi proseguirono verso sud, tentando invano di conquistare il Regno ma fermandosi a Napoli e a Salerno, dove Costanza fu catturata dai nemici. La conquista sarebbe riuscita solo tre anni dopo. Entrato a Palermo, nel Natale del 1194 Enrico fu incoronato re di Sicilia. Il giorno dopo, con coincidenza strabiliante, il 26 dicembre 1194, Costanza diede alla luce a Jesi, nella Marca anconetana, l’erede al trono Federico II.

Quando Federico nacque, Costanza era quarantenne, anche se alcune fonti le accrebbero gli anni fino a 55 e oltre. A causa dell’età matura della madre, al suo primo parto, già i contemporanei guardarono con aperto sospetto a questa nascita. Negli anni successivi, soprattutto quando cominciarono i contrasti più accesi tra Federico II e il fronte composto da papato e Comuni, si andò diffondendo sempre più la voce che Costanza avesse simulato il parto, perché era troppo anziana per avere un figlio. Fu per contrastare tale diceria, che se ne inventò un’altra, ancora più fantasiosa, cioè che il parto era avvenuto sulla pubblica piazza, sotto una tenda, perché tutta una comunità potesse essere chiamata a testimoniare l’effettualità dell’evento.

Pietro da Eboli, Liber ad honorem Augusti, Bern, Burgerbibl., 120 II, 138r, Nascita di Federico

Per due anni Costanza resse il regno in assenza del marito, che tornò solo nella primavera del 1197: nel maggio di quell’anno fu sventata una congiura contro Enrico, ordita, forse, dalla stessa Costanza. Poco dopo l’imperatore si ammalò e morì il 28 settembre 1198 a Messina: secondo alcune dicerie era stata Costanza ad avvelenarlo. In qualunque modo stessero i fatti, la situazione era assai delicata e richiedeva misure rapide ed efficaci. L’interesse della madre era quello di garantire la successione al figlio. E per farlo si accordò col papa, che unico poteva proteggerlo; in questo modo riuscì a far incoronare Federico re di Sicilia il 17 maggio 1198.

A partire da quel momento si sarebbe, però, dovuta mettere da parte qualsiasi rivendicazione del titolo imperiale, che pure sarebbe spettato a Federico. Era stato Innocenzo III – il più potente propugnatore delle supreme prerogative papali, colui che amò definirsi verus imperator – a pretenderlo, per timore che i territori della Chiesa si trovassero accerchiati, da nord e da sud, da un unico signore, troppo potente per essere contrastato facilmente.

Le cose sarebbero andate diversamente e Federico sarebbe stato incoronato imperatore nel 1220, ma frattanto, il 27 novembre 1198, Costanza morì a 44 anni. Nel suo testamento nominava papa Innocenzo III reggente del Regno e tutore di Federico, che allora aveva solo 4 anni.

Ecco, tra storia e mito questa è la vicenda di Costanza d’Altavilla, una monaca imperatrice che generò in tarda età un figlio destinato a mutare la storia del mondo. Una donna destinata a vivere di luce riflessa: quella di Dio, nel paradisiaco cielo della Luna, e quella del figlio, il grande Federico II di Svevia, che protesse fino alla fine, come solo una madre può fare.

Fulvio Delle Donne

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La grandezza di Ildegarda

A più di ottant’anni, un’età ragguardevole per l’epoca, ma non rara fra i monaci – la cui salute era favorita dai disciplinati ritmi di lavoro e riposo e dalla dieta della vita monastica – moriva nel monastero benedettino di Rupertsberg della diocesi di Magonza la badessa Ildegarda, sapiente scrittrice, donna di potere e a mio parere filosofa.

Ildegarda di Bingen, dal Liber Divinorum Operum (Biblioteca Governativa di Lucca, Codex Latinus 1942 fol. 1v)

Uso questa parola deliberatamente rifiutando il luogo comune che la definisce “visionaria”, termine senz’altro equivoco: gli scritti di Ildegarda parlano, oltre che di teologia, soprattutto di quella che nel secolo XII si chiamava “filosofia della natura” (poi “fisica”), della formazione del cosmo, delle qualità delle cose e degli eventi fisici e di etica, condividendo gran parte del sapere e delle fonti dei suoi contemporanei maestri a Chartres e Parigi.

Oltre alla Bibbia e agli scritti dei Padri, la badessa di Bingen conosceva teorie filosofiche e mediche antiche, e persino ermetiche, giunte a lei per vie che restano, a noi, ancora ignote.

Ildegarda afferma che «tutta la filosofia che nasce in Abramo» si realizza attraverso la ragione e che lei «senza aver ricevuto istruzione e senza scuola ha compreso gli scritti dei profeti e anche dei filosofi». Singolare e diversa è invece la forma dell’esposizione scelta da Ildegarda, la visione: la narrazione potentemente visuale le è dettata, dichiara, da un rivelazione inviatale dalla Voce, o dalla Luce. In essa Ildegarda «vede e custodisce nella memoria», sperimenta e conosce la verità.

Il suo stile – che lei definisce “semplice e rozzo“ e gli studiosi moderni giudicano originale e potente – si compone sontuosamente fra immagini, colori e simboli ed è dovuto anche al suo essere donna e come tale non autorizzata istituzionalmente a insegnare nello spazio e con il linguaggio della scuola. Il suo messaggio dunque deve essere garantito, legittimato, dall’Alto: ciò le assicurerà un‘autorità sempre più indiscussa, fino a permetterle, nelle sue lettere, di dialogare con i potenti della terra e i dotti del suo tempo.

Ma che cosa vede e descrive, nei suoi scritti, Ildegarda? In Scivias, una delle opere maggiori, espone la sua teologia, dalla creazione del mondo alla Caduta di Adamo, alla fondazione della Chiesa e ai sacramenti; nel Liber de vita meritorum mette al centro del Cosmo la figura dell’Uomo alato, simbolo della divinità eterna, immanente e operante nel mondo, «fuoco che romba nascosto e bruciante e anima tutte le cose». Il tema ritorna nel De operatione Dei, la sua opera più sistematica: Ildegarda illustra le potenti immagini di un mondo simbolico ricco di analogie con alcuni aspetti centrali della cultura del secolo: l’uomo “operaio della divinità”; il mondo come macrocosmo, materia vivente al pari dell’uomo microcosmo; l’Anima del mondo e l’armonia delle sue parti; tutte riflessioni pervase dalla speranza di un accesso al divino che passa attraverso l’umana ragione e l’umana virtù. La figura dell’Amore riconosce il mondo come teofania e si identifica con l’opera della Ragione: «Mio è il soffio della Parola risonante attraverso la quale la creazione nasce all’essere…».

Ildegarda di Bingen (Bermersheim vor der Höhe 1098 – Bingen 1179)

All’interno di questo quadro rileviamo teorie particolari e sorprendenti come l’analisi originale della differenza del temperamento melanconico nell’uomo e nella donna, contenuta nell’esposizione della dottrina antica dei quattro umori e caratteri. «L’eccesso di umore melanconico nell’uomo provoca lussuria e frenesia. Amaro, avido, privo di saggezza, carico di senso di morte l’uomo melanconico desidera le donne ma non le ama e le assale come un lupo di notte o un vento impetuoso che scuote le case: il suo abbraccio non dà tenerezza … La donna melanconica è poco resistente e i suoi pensieri mutevoli vagano qua e là. Dopo aver fatto l’amore si sente sfinita e non sa parlare con dolcezza agli uomini che non ama veramente nel profondo del cuore e che quindi si allontanano da lei. Talvolta il piacere dell’amore la invade ma per breve tempo e subito lo dimentica. Vive meglio, più forte e sana se non si sposa…».

Notevole anche la valutazione acuta e positiva dell’amore fisico fra uomo e donna, anche qui distinti nel piacere (delectatio): «l’amore dell’uomo è un ardore simile a un incendio che divampa nel bosco, quello della donna assomiglia al caldo tepore che viene dal sole e fa crescere i frutti…».

È bello e singolare che siano gli scritti di una monaca sapiente, grande protagonista della cultura monastica, a rappresentare con tanta evidenza l’affermarsi di un nuovo linguaggio e di un positivo atteggiamento che prende le distanze dalle tendenze ascetiche della cultura altomedievale.

Mariateresa Fumagalli Beonio BrocchieriVoce dall’Enciclopedia delle Donne

Consigli di lettura:Ildegarda di Bingen, Il libro delle opere divine (testo latino a fronte), a cura di Cristiani M. – Pereira M., Milano, Mondadori 2003Peter Dronke, Donne e cultura nel Medioevo, Milano, Il Saggiatore 1986Altra biografia su Filosofemme

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Christine de Pizan, la prima femminista

Cristina, nata in Italia, fu educata alle lettere e alle scienze dal padre, prima docente di medicina e astronomia all’università di Bologna, poi consigliere del re Carlo V alla corte di Parigi, dove si stabilisce con la famiglia.

Christin de Pizan (Bibliothèque nationale de France, Département des manuscrits Français, 609 fol. 2v)

Cristina stessa ricorda che il maggior ostacolo alla sua istruzione – raro percorso per una donna di quei secoli – era rappresentato dalla opposizione della madre che avrebbe preferito per lei la tradizionale istruzione femminile (“ago e filo”), più adatta a una futura moglie.

Due disgrazie danno in seguito, dolorosamente, ragione a Cristina: le morti ravvicinate del padre e del giovane e amato marito la lasciano senza mezzi e con figli piccoli da crescere.Costretta dunque, come lei dice , a “diventare uomo”, mette a frutto la sua cultura e le sue capacità: diviene la prima scrittrice della storia francese in grado di provvedere con il suo lavoro alla famiglia, conquistandosi un ruolo sociale e intellettuale di prestigio.

Esordisce ricopiando nel suo scriptorium testi famosi per la corte; poi compone opere su commissione di principi e nobili come la biografia di Carlo V chiestale dal fratello del sovrano.I tempi in Francia allora erano molto duri: la guerra contro gli inglesi, la Guerra dei Cent’anni, iniziata nei primi decenni del XIV secolo e durata fino alla metà del XV, è segnata ben presto da carestie tremende e dalla Peste Nera, che spazza via le risorse umane ed economiche rendendo la vita politica e quotidiana precaria e pericolosa. Ma la cultura rimaneva viva e all’università di Parigi maestri ben noti insegnano teorie originali e forti, come avveniva del resto nelle università inglesi di Oxford e Cambridge.

Cristina vive dunque in un clima culturale vivace e ricco di dibattiti e anche contrasti: si discute di guerra e pace, di ricchezza e “vera nobiltà” d’animo; di virtù pagane come la magnanimità, diverse dalle virtù cristiane fondate sull’umiltà. Ma Cristina nei suoi scritti introduce un tema assolutamente originale, senz’altro rivoluzionario: uomo e donna sono – afferma – pari “per natura” quanto a capacità intellettuali. Soltanto l’educazione , il ruolo sociale e le circostanze, secondo Cristina, fanno la differenza avvantaggiando nella vita l’uomo e relegando la donna in secondo piano.

Sul tema le due opere più importanti sono La città delle dame (1405) in cui rovescia i luoghi comuni dell’inferiorità femminile che risalivano all’autorità di Aristotele, e il Dettato dedicato a Giovanna d’Arco scritto poco prima di morire.

Nella prima opera Cristina racconta di aver ricevuto la visita di tre donne, Ragione, Rettitudine e Giustizia, che la invitano a costruire una fortezza per difendere le donne dalle maldicenze e dai pregiudizi avversi. La Città racchiude una lunga sequenza di donne esemplari per sapienza, cultura, coraggio. Del resto un uomo di valore come il padre di Cristina – affermano le tre prestigiose figure simboliche – “era persuaso che le donne potessero imparare le scienze e le lettere al pari degli uomini”, tanto da istruire quella figlia così dotata. E invero il risultato gli aveva dato ragione: Cristina in tutti i suoi scritti (ballate, scritti politici e biografie) dimostra la sua ampia cultura e non ignora, ad esempio, le opere di Aristotele, Dante e Boccaccio.

L’opera dedicata a Giovanna d’Arco è scritta invece da una Cristina già vecchia e melanconica, la quale da anni non prende in mano la penna; è una dimostrazione nei fatti della teoria dell’autrice sulla parità naturale del genere femminile. Questa volta non è la storia antica, biblica e classica, a portare esempi a favore di Cristina ma “un miracolo” vissuto, una impresa straordinaria a lei contemporanea, quella di Giovanna di Orléans eroina e protagonista della riscossa francese nella Guerra dei Cent’anni: «Io Christine per la prima volta dopo tanto tempo comincio a ridere… per lungo tempo ho vissuto triste come in gabbia… nel dolore, io come gli altri, ma la stagione è cambiata».

Christin de Pizan (Venezia 1364 – Parigi 1430)

La Fortuna è ritornata nella vita della Francia e di Cristina. L’intreccio della vita della scrittrice e della Pulzella d’Orléans è evidente nel racconto. Certamente è difficile capire come una giovane contadina abbia potuto convincere il re della sua capacità di condurre l’esercito alla vittoria, ma lo è altrettanto «spiegarsi come Cristina, donna laica e borghese , sia riuscita a fare della sua cultura un tale strumento di autoaffermazione» [Maria Giuseppina Muzzarelli].

«Che onore per il sesso femminile quando questo nostro regno interamente devastato, fu risollevato e salvato da una donna, cosa che cinquemila uomini non hanno fatto…» scrive Cristina.

Non sappiamo se abbia vissuto abbastanza per conoscere la tragica conclusione della storia di Giovanna (condannata nel maggio 1430): per pochi mesi forse la notizia le è stata risparmiata.

Mariateresa Fumagalli Beonio BrocchieriVoce dall’Enciclopedia delle donne

Consigli di lettura:Maria Giuseppina Muzzarelli, Un’italiana alla corte di Francia. Christine de Pizan intellettuale e donna, Bologna, Il Mulino 2007Christine de Pizan, La Città delle Dame (introduzione, traduzione e note a cura di Patrizia Caraffi; edizione originale a fronte a cura di Earl Jeffrey Richards) Milano, Luni Editrice 1997 (ristampa, Roma, Carocci 2004)Anna Slerca (a cura di), Christine de Pizan, Cento ballate d’amante e di dama (testo originale a fronte). Aracne 2007.Patrizia Caraffi – Giovanna Angeli (a cura di), Atti del convegno, Bologna 2009Christine de Pizan, La Città delle Dame, a cura di P.Caraffi, Milano, 1997

Studi: K. Brownlee, Discourses of the self: Christine de Pizan and the “Rose”, in “Romanic Review”, 79 (1988)E. R. Curtius, Letteratura europea e Medio Evo Latino, a cura di R.Antonelli, Firenze 1992J. Cerchiglini, L’étrangère, Revue des langues romanes, 92 (1988), N°2: Christine de PizanC. C. Willard, Christine de Pizan: from poet to political commentator, in Politics, gender & genre. The political thought of Christine de Pizan, San Francisco – Oxford 1992Michela Pereira, Né Eva, né Maria. Condizione femminile e immagine della donna nel Medioevo, Bologna, 1981

Risorse on-line:http://www.pinn.net/~sunshine/march99/pizan3.htmlhttp://home.infionline.net/~ddisse/christin.htmlhttp://www.csupomona.edu/~plin/ls201/christine1.htmlhttp://faculty.msmc.edu/lindeman/piz1.htmlhttp://www2.uni-wuppertal.de/FB4/romanistik/CdeP/welcome.html

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