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La morte di Corradino, l’ultimo degli Hohenstaufen

Il monumento funebre di Corradino di Svevia a Napoli

La domenica mattina del 28 ottobre, Corradino dettò le sue ultime volontà al notaio Giovanni di Brigaudy. Nominò eredi testamentari i suoi zii, Ludovico ed Enrico di Baviera. Per essere prosciolto dal bando dovette rinunciare a tutti i suoi titoli e diritti: per questo dovette firmare il proprio testamento col semplice titolo di dominus Conradus. Altrettanto fece suo cugino, Federico di Baden d’Austria, il quale destinò alcuni beni a dei cenobi in suffragio della propria anima.

Sull’attuale piazza del Mercato di Napoli, lunedì 29 ottobre, venne allestito il palco, “lungo il ruscello dell’acqua che corre di contra alla chiesa de’ frati del Carmine”, tra il monastero degli Eremiti e il cimitero ebraico. Carlo, si narra, assisteva seduto su di un trono improvvisato.

Le narrazioni sulla fine dell’ultimo degli Hohenstaufen sono quanto mai varie. Saba Malaspina narra che il giovane sovrano dimostrò coraggio, affrontando la morte da buon cristiano. Bartolomeo di Neocastro si diffonde lungamente sul discorso che Corradino avrebbe pronunciato davanti ad una folla ammutolita, diversamente da quanto accadeva solitamente in occasione di esecuzioni capitali, momento per il popolino di sfogare i propri istinti più bassi.

Quando i condannati sfilavano dinanzi alla folla, o per la condanna a morte o per essere esposti alla gogna, erano spesso oggetto di terribili vessazioni. Nel caso della gogna, se la posizione prona e il blocco degli arti potevano arrecare al massimo scomodità, erano la vergogna pubblica e la reazione della gente la vera essenza della punizione. Benché l’esposizione durasse poche ore o al massimo qualche giorno, il malcapitato poteva infatti subire le peggiori angherie: poteva essere ricoperto di sterco, divenire bersaglio di pietre, subire lacerazioni o ustioni. Qualche volta tale trattamento poteva essere fatale: il lancio di pietre provocò la morte di un ladro spergiuro, John Walker, ancora nel 1732, e di due altri malfattori venti anni più tardi. L’ultimo degli Svevi si dichiarò “figlio dell’innocenza”, giunto in Italia a reclamare quel Regno ereditato di diritto dal padre. Essendogli negato il perdono, Corradino lo implorò almeno per quegli amici che la sua sfortunata stella aveva ingannato. Ma non ottenne soddisfazione. Chiese di morire allora per primo, per non assistere alla triste sorte dei suoi compagni che lo avevano seguito nelle calde terre del Mezzogiorno e anche in quanto principale responsabile di tale tragico destino.

Secondo altri fu invece preceduto sul patibolo dal giovane cugino Federico di Baden, del quale avrebbe baciato il capo ormai reciso. Lo Svevo chiese poi di essere sepolto accanto a lui e ai suoi fedeli compagni.

La decapitazione di Corradino nella Chronica di Giovanni Villani

Prima di chinarsi sul ceppo, Corradino avrebbe levato le mani al cielo, invocando l’aiuto del Signore. E avrebbe ripetuto le parole che furono del Cristo nel giardino degli ulivi: “Si calix iste a me transire debet, in manus tuas commendo spiritum meum”. Ma non sapremo mai quanto di questo racconto sia legato ai topoi letterari e quanto invece appartenga alla realtà. In un anomalo, ma rispettoso silenzio, spirava così l’ultimo degli Hohenstaufen. L’Angioino dovette forse stupirsi un poco di quel rispetto con cui la taciturna folla napoletana assistette alla decapitazione di quel garzone biondo. Al secco colpo della scure sul collo di Corradino fecero seguito le decapitazioni di Federico di Baden, detto, del conte GhAlardo Donoratico da Pisa, dei contie Gualferano e Bartolomeo Lancia e di due figli di quest’ultimo. Poi vennero trascinati sul palco i baroni del Regno accusati di tradimento e, allestite le forche, furono pubblicamente impiccati. Molti altri baroni di Puglia e degli Abruzzi, “ch’erano stati contro allo re Carlo e suoi rubelli, fece morire con diversi tormenti”. La ricerca dei traditori proseguì ancora a lungo. Sappiamo ad esempio di come nel dicembre del 1268 il re angioino, elogiando Roberto de Cornay per lo zelo mostrato nella cattura dei ribelli, gli ordinò “di far trascinare e poi impiccare Miceliano del Bene di Cava e gli altri ribelli. E lo stesso faccia pure in seguito con quanti ribelli riesca a prendere, senza attendere ulteriori disposizioni”.

Ad un mese esatto di distanza dalla morte del giovane Hohenstaufen, il 29 novembre 1268, papa Clemente moriva a Viterbo. Talvolta questa singolare coincidenza è stata utilizzata per dipingere il papa quasi tormentato dal fantasma di Corradino, consapevole di non aver fatto quanto avrebbe potuto, o dovuto, per evitare una condanna ingiusta, e dunque turbato negli ultimi istanti della sua vita. Dalle fonti coeve non sembra però che questa diceria circolasse, mentre invece, già ai primi del Trecento, come abbiamo visto, si era diffusa la voce di una sua qualche implicazione in una esecuzione anomala e fuori dal diritto e dalla consuetudine. Ma se Clemente IV poteva morire sereno per aver almeno estirpato il rischio di rivendicazioni tedesche sul Mezzogiorno, sarà stato comunque angosciato per aver posto nelle mani di Carlo d’Angiò una serie di poteri e titoli che avrebbero comportato altrettali rischi. A fronteggiare simili timori sarebbero stati i successori di papa Clemente.

Corradino di Svevia nel Codex Manesse

A Carlo I, invece, venne attribuita sin da subito l’enorme responsabilità e la volontà di chiudere l’affaire svevo in modo più che determinato, al punto da meritare immediatamente giudizi severi da quasi tutti i suoi contemporanei. Già il 24 agosto, in una lettera al Comune di Padova, l’Angioino annunciò di aver catturato Tommaso d’Aquino e altri traditori e che erano già stati condannati a morte, “iam capitali sententia damnati”. Stesso tragico destino aveva previsto per Corradino e i suoi compagni quando, nel settembre del 1268, e quindi a cattura appena avvenuta, scrisse al Comune di Lucca. In quella lettera, infatti, non vi si scorge appello, e la sentenza è nella sua mente, già stabilita: “iam in capitali sententias condempnatos”, ancor prima di qualsiasi processo. Ed è un indizio tutt’altro che di poco conto il fatto che, solo nelle lettere indirizzate a papa Clemente, l’Angioino non usi un tono così laconico, probabilmente per evitare ulteriori rampogne che già il pontefice aveva indirizzato prima a lui e poi, essendo palesemente inascoltato, a suo fratello Luigi IX, invitandolo a mitigare maniere così feroci. L’ordine di arresto (e talvolta di condanna a morte), infatti, venne talvolta esteso anche ai figli dei milites e di tutti coloro che avevano in qualche modo favorito la discesa dello Svevo. Un poeta toscano, di posizione guelfa, testimone del clima di polizia e di accanimento contro i vinti, ebbe dunque ad apostrofare i ghibellini come “gente folle di chui tale festa, or non sapete come Carllo paga, in uno punto chilglie incontro or intoppa”.

Enorme fu l’impressione suscitata in tutta la Germania per la morte di Corradino: ma nessuno prese l’iniziativa di vendicare lui e la casa sveva. Con Corradino si chiudeva un’epoca, tramontata di fatto con la morte di Federico II, estenuatasi ancora sino al 1268: David Abulafia, in un suo libro pubblicato nel 1990, intitolò argutamente il capitolo dedicato agli eredi di Federico II “I fantasmi degli Hohenstaufen”. Lo scontro tra Papato e Impero si chiude sulla piazza del Mercato di Napoli e l’esecutore di questa cesura è un nuovo, inedito protagonista della storia d’Italia. Il che già sta a simboleggiare come non si trattasse più di uno scontro bipolare, e quanto si andasse complicando la questione italiana.

Con Corradino si estingue la casa degli Hohenstaufen e con essa le prerogative imperiali in Italia, obiettivo spasmodicamente anelato tanto dal papa quanto da Carlo I. Ma non altrettanto accade con l’idea di Impero, che in Italia fatica a sopirsi.

Di fatto il ruolo svolto da Federico II aveva determinato una bipartizione interna ai Comuni d’Italia, creando una tensione a livello intercittadino. Chi aveva trovato nello Svevo (e quindi nell’Impero) prospettive vantaggiose, fu successivamente portato a mantenere, il più delle volte, quelle posizioni originali. Le famiglie cosiddette ghibelline, dunque, più che fedeli all’Impero in senso lato, avevano stipulato legami di fedeltà coi sovrani svevi. Ricordiamo che Manfredi o Corradino non furono mai imperatori. Ma l’identificazione della casata sveva con l’Impero aveva oramai assunto, passando dal Barbarossa a Federico II, quasi un senso sinonimico: governare la Svevia significava governare l’Impero. Un anno dopo la morte di Corradino, quando gli eredi di Federico II erano o morti o in catene, il papa si accaniva in una lettera contro tutti i nemici della Chiesa ed in particolare contro i discendenti del fu imperatore Federico. Giocoforza, coloro che avevano sostenuto gli Svevi, trovarono negli Angioini – più che nel Papato – i nuovi nemici. In nome dell’Impero ci si ribellò a Carlo d’Angiò in Sicilia nel 1282, nel giorno dei cosiddetti Vespri Siciliani. Già dal 1266 Costanza, figlia di Manfredi e sposa di Pietro III d’Aragona, mostrava polemicamente il titolo di regina.

Pochi mesi prima di morire, Manfredi aveva inviato alla corte dell’Aragonese il proprio consigliere Enrico di Ventimiglia per richiedere probabilmente aiuti militari in Italia, e non è da escludere che alcuni soldati catalani si siano uniti alle truppe per combattere l’Angioino. Ma si deve attendere qualche anno perché Pietro appaia “come il rappresentante del ghibellinismo italiano in contrapposizione all’angioino che è il capo del guelfismo. Il primo, anzi, è qualcosa di più: è – e lo dichiara ufficialmente – l’erede della tradizione sveva.

Negli anni in cui si consumano le vicende di Manfredi e Corradino, il legame con la famiglia Hohenstaufen viene studiato e sfruttato in vista di una politica mediterranea e antiangioina. Quando nel 1282 a Palermo esplodono i Vespri, i tempi sono maturi per rivendicare il Regno “pro exaltacionibus predecessorum nostrorum”, ricucendo quel fil rouge svevo, tagliato a Benevento e Tagliacozzo, e ora riallacciato dall’Aragonese.

Il sovrano ebbe un fitto scambio epistolare coi grandi campioni del ghibellinismo italiano, Guido da Montefeltro, Guido Novello, Corrado di Antiochia, sia prima che dopo i Vespri. Già nel 1271 erano giunti alla corte d’Aragona molti nobili legati anche da vincoli di parentela ai signori che avevano servito i sovrani svevi: Bertrando Canelli, parente del vicario in Toscana per conto di Manfredi; Corrado e Manfredi Lancia, parenti della moglie dell’imperatore; Enrico da Isernia, Giovanni da Procida e Ruggero di Lauria. Giunsero ancora Francesco e Nicola d’Aspello, Gentile da Padula, Rinaldo de Sabella, Riccardo Filangieri e Francesco da Trogisio, “miles et familiaris” di Manfredi e podestà di Siena ai tempi del successo di Montaperti. Fu quest’ultimo che venne inviato dal re in Italia per sobillare una rivolta e appurare le eventuali fedeltà su cui poter fare affidamento. Dopo i Vespri, poi, la Sicilia aragonese divenne la meta preferita dei ghibellini d’Italia che vi riconobbero l’ideale continuazione del Regno di Federico II. Giacomo II, subentrato a Pietro, dopo la parentesi di Alfonso III, accolse dunque a Palermo membri delle famiglie fiorentine degli Uberti, dei Rabuffati, dei Soldanieri, dei Ghiandoni, degli Ubriachi.

Si recuperava così, seppure in modo ideologico, la presenza sveva in Italia che avrebbe più oltre trovato in Federico III d’Aragona (1273-1337) un leader, ma anche un omonimo dell’ultimo grande imperatore, guida del ghibellinismo italiano. Pur essendo il secondo sovrano di Trinacria con il nome di Federico, assunse il nome di Federico III, proprio per sottolineare la continuità con la tradizione imperiale con gli Svevi.

Il giovane nuovo sovrano, agli inizi del XIV secolo, in un panorama oramai fortemente mutato, divenne un nuovo catalizzatore. Da un lato convogliò sul Regno di Trinacria le simpatie ghibelline, specie di Genova, rinforzate da una alleanza con Ludovico il Bavaro, e i nemici degli Angiò e del Papato; dall’altro attirò sulla propria figura, e sulla coalizione da lui sostenuta, l’antica propaganda antisveva, che ritrovò in lui un novello Anticristo.

Federico Canaccini

Il libro Federico Canaccini 1268 La battaglia di Tagliacozzo Roma, Laterza, 2019, Collana: Storia e Società 184 pp., €18 – Disponibile anche in ebook

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​Usi, abusi e riusi del mito di Federico II di Svevia

Al supermarket del mito: come “servirsi” della storia. Un libro svela l’uso, l’abuso e il riuso della memoria (positiva o negativa) imbastita intorno a Federico II​ di Svevia

Li porta bene sulle spalle i suoi 8 secoli l’imperatore normanno-svevo Federico II (Jesi, 1194 – Castel Fiorentino, 1250). Adorato in Puglia, dove è assurto a idolo per dar nobiltà alle radici di quella regione, fino a essere trasformato in un marchio commerciale buono per tutti gli usi, come un alias di Che Guevara o Marilyn Monroe da stampare su magliette e gadget. Nel resto del Sud d’Italia viene onorato, come rivela il nome della celebre Università di Napoli, ma molto più blandamente rispetto alla Puglia; è detestato, per contrapposizione, nel Settentrione, che si è autodefinito padano-leghista, sui cui “santini” viene invece riprodotta l’effige dell’inesistente Alberto da Giussano. E, ancora, è quasi completamente ignorato dalla gente comune nell’area di cultura germanica (persino nella sua Svevia, terra degli avi tedeschi Enrico VI e Federico Barbarossa), dove miti, archetipi e simboli sono stati collezionati a dismisura.

Che ne è infine di lui in quei Paesi arabi nei quali fu protagonista della cosiddetta “crociata pacifica”? Resta un nemico, sostengono alcuni media islamici; insomma,uno dei tanti “predatori” di una Terra santa lacerata ancora oggi.

A indagare sugli usi, i riusi e gli abusi che della sua immagine si è fatto – a seconda delle stagioni, della collocazione geografica, delle mire politiche – c’è un cronista prestato al mestiere di storico, che dei ferri di questa disciplina si è qui rigorosamente servito.

Marco Brando, giornalista di lungo corso e scrittore, si è messo sulle tracce del “leader” del Sacro romano impero. Come? Cercando di svelare il vestito – anzi, meglio, i vestiti – che gli sono stato cuciti addosso nel corso dei secoli e provando i esaminare il massiccio impiego ideologico della sua immagine. Ne è scaturito un avvincente caso giudiziario – ​L’imperatore nel suo labirinto. Usi, abusi e riusi del mito di Federico II di Svevia ​ – che, grazie anche a una gradevolissima scrittura, regala più di un sorriso e scardina l’impiego che del cosiddetto “puer Apuliae” è stato fatto, trasformandolo in un mito capace di “rimuovere” il personaggio storico. Un libro che mette in guardia dall’abitudine sempre più diffusa di stravolgere la storia; o meglio, di tirarla dalla propria parte fino a negarla.

Per metà inchiesta “giornalistica” e per l’altra metà ricerca di storia contemporanea, il libro fa emergere anche le tante false raffigurazioni del Medioevo, impiegate per demonizzare le presunte “stagioni buie”, per rassicurarsi sul proprio “luminoso” presente o per travestirsi nei protagonisti di un video-gioco ambientato nei labirinti di un castello ottagonale.

Il puzzle ricostruito svela gli usi e gli abusi dell’imperatore, gli antichi debiti e i secolari pregiudizi, la ferita profonda che lacera l’Italia imprigionandola nel suo Sud e nel suo Nord.

Accompagnato dalla prefazione di Giuseppe Sergi e dalla postfazione di Tommaso di Carpegna Falconieri, medievisti di chiara fama, il libro aggiorna e amplia un precedente volume – ​Lo strano caso di Federico II di Svevia (Palomar, Bari 2008) – ormai esaurito, riproducendo in appendice i testi di Raffaele Licinio e Franco Cardini presenti in quella edizione, oltre a una ricca sezione iconografica.

In controluce si legge, a prescindere dal personaggio impiegato, l’uso che si fa dei miti, fornendo gli strumenti per coltivarli, come naturalmente avviene, senza farsene fagocitare fino a perdere il lume della ragione.

Marco Brando, ​L’imperatore nel suo labirinto. Usi, abusi e riusi del mito di Federico II di Svevia, prefazione di Giuseppe Sergi, postfazione di Tommaso di Carpegna Falconieri, in appendice scritti di Raffaele Licinio e Franco Cardini e una raccolta di immagini. In apertura un testo di Daniele Pugliese, Firenze, ​TESSERE​, 2019, pp. 304.

Edizione cartacea​, ​ISBN ​978-88-944323-4-3, € 18,00 Edizione e-book​, ​ISBN ​978-88-944323-7-4, € 5,99

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La porta del sapere. Cultura alla corte di Federico II di Svevia

Imperatore. Federico II di Svevia (1194-1250) fu l’ultimo a dare senso universale a quel titolo, rivelando piena consapevolezza in ogni gesto.

La sua corte fu polo attrattivo di tradizioni culturali molteplici (latina, romanza, greca, araba, ebraica) oltre che centro propulsore di straordinarie innovazioni letterarie e scientifiche.

L’ultimo libro di Fulvio Delle Donne, La porta del sapere. Cultura alla corte di Federico II di Svevia (Carocci, 2019 ) indaga l’elaborazione della dirompente concezione del sapere dell’erede delle dinastie degli Hohenstaufen e degli Altavilla.

Federico II di Svevia fu certamente un personaggio capace di generare speranze e timori: destinato alla guida del mondo per stirpe familiare e attese, fu l’ultimo del Medioevo a dare un senso universale alla funzione imperiale, ma fu anche potente signore di un regno collocato al centro del Mediterraneo.

Aspetti nazionali e sovranazionali, dunque, si univano e si sovrapponevano in lui, tanto che sarebbe impossibile distinguere il re di Sicilia dall’imperatore. Nella sua figura convergevano tradizioni tedesche e normanne, modelli culturali occidentali e orientali, aspirazioni mistiche e pulsioni terrene, e la sua corte, sempre in movimento tra Sicilia, Italia meridionale e settentrionale, Germania e Terra Santa, non poteva non rappresentare tale eterogeneità.

Tracciare un quadro sintetico della cultura che si sviluppò alla corte di Federico II, dunque, significa dare un ordine alla complessità, a partire dal concetto stesso di corte, che in quel contesto storico è molto ambiguo. Fu per circa un trentennio il signore più potente dell’Europa, un’Europa che – secondo gli schemi mentali di quei secoli – estendeva le sue propaggini a tutto il bacino del Mediterraneo.

Federico ebbe piena consapevolezza del proprio ruolo: una consapevolezza che acquisì gradualmente e in maniera sempre più netta mentre divampava il fuoco violentissimo dello scontro con il papato. Dunque, è questa la radice primigenia che portò l’imperatore a farsi fautore di quello straordinario rinnovamento ideologico, che egli più o meno esplicitamente e più o meno formalmente affidò ai letterati e ai funzionari attivi presso la sua corte.

Nei suoi apparati amministrativi le regole della retorica si fusero con le norme del diritto e le fondamenta ideologiche del pensiero cristiano si adattarono alle strutture filosofiche e scientifiche della speculazione aristotelica o averroistica.

In questa prospettiva, egli organizzò l’acquisizione del sapere in funzione di un preciso progetto di governo, che trovò il momento fondativo nell’istituzione dell’Università di Napoli (1224): gli insegnamenti lì offerti – come viene ripetutamente affermato nelle fonti documentarie che la riguardano – avrebbero costituito la scala per accedere alla conoscenza, e la conoscenza avrebbe aperto le porte alla nobiltà, che fonde le virtù dell’animo con la capacità di amministrare gli uffici dello stato.

Fu, dunque, l’esigenza di sviluppare, allo stesso tempo, sia un apparato amministrativo fidato ed efficiente che una comunicazione ufficiale ed efficace a imprimere il proprio stigma sulla produzione culturale che ne derivò.

Una produzione che non poteva non essere, necessariamente, il riflesso del “sublime” ruolo imperiale, dell’istituzione che, secondo la teologia politica dell’epoca, era imposta da Dio a guida del mondo e costituiva un ineludibile modello esemplare per tutta l’umanità.

Fulvio Delle Donne insegna Letteratura latina medievale e umanistica all’Università della Basilicata. La sua vasta produzione scientifica, caratterizzata da interessi e metodi sia filologico-letterari che storici, copre i secoli VI-XVI. Sull’età sveva ha pubblicato numerose edizioni critiche (Nicola da Rocca, Andrea Ungaro, Breve chronicon de rebus Siculis, l’anonimo Itinerarium) e monografie, tra le quali: Il potere e la sua legittimazione: letteratura encomiastica in onore di Federico II di Svevia (Nuovi Segnali, 2005); «Per scientiarum haustum et seminarium doctrinarum». Storia dello ‘Studium’ di Napoli in età sveva (Mario Adda, 2010); Federico II: la condanna della memoria. Metamorfosi di un mito (Viella, 2012) e La porta del sapere. Cultura alla corte di Federico II di Svevia (Carocci editore).

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Castel del Monte, oltre gli stereotipi

Numerosi interrogativi si affollano intorno a Castel del Monte, edificato per ordine di Federico II di Svevia intorno al 1240 su un banco roccioso dell’altopiano delle Murge occidentali, in Puglia, a 18 chilometri dalla città di Andria.

Perché fu costruito su quella collina? Era un edificio completamente isolato, privo di difese e inabitabile? Perché fu scelta la pianta ottagonale? Ma, soprattutto, cos’è Castel del Monte? Era veramente un castello o, come si continua da affermare da più parti, un tempio, uno scrigno esoterico, un osservatorio astronomico, un hammam?

Il volume “Castel del Monte. La storia e il mito” di Massimiliano Ambruoso (Edipuglia) offre convincenti risposte a questi quesiti ripercorrendo la storia di Castel del Monte sulla base di quanto si evince dall’analisi delle fonti medievali, dalla lettura delle descrizioni effettuate dai viaggiatori dei secoli passati, dallo studio del monumento, in un serrato confronto con gli altri castelli edificati da Federico II e alla luce della vasta storiografia sull’argomento.

Al termine di questo percorso attraverso le fonti, il “castello” Castel del Monte si riappropria della sua originaria identità. In un continuo rimbalzo dalla storia al mito e dal mito alla storia emergono tutti i limiti di letture “alternative” inverosimili e incongrue, risultato e al tempo stesso punto di partenza di un insieme di luoghi comuni penetrati a fondo nell’odierna cultura di massa.

Non vi è opera di divulgazione sull’argomento che non introduca un elemento di mistero: incomprensibile, si dice, appare la dislocazione degli ambienti, poco funzionale per un loro utilizzo pratico, ma la cui fruizione sarebbe giustificabile solo immaginando percorsi iniziatici per fantomatici cavalieri; misteriosa la pianta ottagonale di questo edificio, le cui presunte coincidenze numeriche, geometriche e astronomiche alimentano congetture che conducono inevitabilmente a interpretazioni esoteriche prive di qualsiasi aggancio con la realtà storica; oscuro sarebbe il luogo ove sorge, quella collina ritenuta erroneamente isolata e lontana da ogni contatto con il mondo esterno, e dove si doveva giungere sempre e solo all’alba con un percorso di avvicinamento ritenuto anch’esso un itinerario iniziatico.

L’analisi storica, autentico asse portante del volume, sfata questi e altri stereotipi e si pone come un baluardo insostituibile contro le storture e le deformazioni del mito che ha avvolto Castel del Monte, stravolgendone nel sentire comune l’identità, le origini e le funzioni.

Al termine di una esauriente trattazione, volta a dimostrare, attraverso l’utilizzo delle fonti storiche, come Castel del Monte altro non sia se non un castello a tutti gli effetti, emerge chiaramente come il gioiello dell’architettura federiciana rappresenti un esempio paradigmatico di quel “Medioevo immaginato” e reinventato dalla nostra società contemporanea.

L’intento dello studio proposto è quello di restituire Castel del Monte alla sua storia, reagendo alla tentazione esoterica e alle mistificazioni per riportare la ricerca a un minimo di rigore scientifico.

La presentazione del libro è firmata da Franco Cardini. La prefazione è di Francesco Violante. La stampa è di Edipuglia (www.edipuglia.it).

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Tagliacozzo, la sconfitta del re bambino

La decapitazione di Corradino di Svevia (miniatura, sec. XIV)

Il 29 ottobre del 1268 il sole splende su Campo del Moricino a Napoli. L’ultimo principe della casa di Svevia lascia Castel dell’Ovo e sale sul patibolo.

Sconfitto a Tagliacozzo e catturato con l’inganno, è stato condannato a morte da Carlo d’Angiò.

Prima di essere decapitato si rivolge ai presenti e lancia un guanto alla folla: «Qualcuno raccoglierà la mia sfida». Una mano furtiva raccoglie quel guanto e cova vendetta. Quattordici anni dopo quell’uomo, Giovanni da Procida, già medico di Federico II, si presenta a Pietro d’Aragona e ne invoca l’intervento a favore dei ribelli dei Vespri siciliani.

La discesa in Italia Corradino ha sedici anni quando reclama l’eredità del nonno Federico II e dello zio Manfredi. È cresciuto in Baviera, educato dalla madre Elisabetta di Baviera, tra poeti, racconti epici e spettacoli gentili. Poco conosce della politica e della scena italiana, degli scontri tra guelfi e ghibellini, tra papato e impero. In Italia lo accolgono tutti festosamente, ma quando si tratta di combattere contro Carlo d’Angiò in pochi lo seguono. Anzi, lo tradiscono e lo vendono al rivale.

La calorosa accoglienza ricevuta nella ghibellina Pisa e nelle città imperiali dell’Italia settentrionale incoraggiano Corradino a continuare la marcia verso il Sud e verso l’eredità che legittimamente gli spetta. La rivolta dei guerrieri saraceni di Lucera, ancora fedeli al Falco di Svevia, gli suggerisce la strategia da seguire: puntare sulla città pugliese per liberare la guarnigione dall’assedio e così facendo costringere Carlo alla battaglia. Le cose andranno in maniera molto diversa. Sceso in Italia per riconquistare il regno di Napoli, passato in mani francesi dopo la battaglia di Benevento il 26 febbraio del 1266, Corradino si scontra con le truppe di Carlo d’Angiò nella battaglia di Tagliacozzo, o Scurcola Marsicana, combattuta presso i Piani Palentini il 23 agosto del 1268, e perde tutto.

Cartina dell’Abruzzo. In evidenza, l’area geografica di Tagliacozzo

Corradino scende in Italia passando per il Brennero e il 21 ottobre del 1267 è a Verona. E subito si presentano le prime divisioni. I suoi vassalli tedeschi, tra cui il duca Ludovico, il conte Mainardo e Rodolfo d’Asburgo, consci della situazione italiana, lo consigliano di riprendere la via della Germania, troppo complicato battere l’Angiò e tenere buono il Papa. I nobili italiani, in special modo gli esuli meridionali, lo incitano a proseguire, a puntare a sud, forti anche delle vittorie sul mare e in Sicilia di Corrado Capece. Le notizie provenienti da Lucera e della ribellione dei saraceni fedeli a Federico II, inoltre, convincono Carradino a ripartire alla volta di Pisa con tremila cavalieri, dove entra il 7 aprile del 1268. Nel frattempo papa Clemente IV ha rinnovato la scomunica, privando Corradino del titolo di re di Gerusalemme, predicando la crociata contro il giovane e lanciando l’interdetto alle città che lo avrebbero aiutato. A Roma viene accolto favorevolmente da una piccola parte della nobiltà, con i Frangipane, i Colonna e i Conti che si mantengono neutrali. A questo punto non rimane che lo scontro aperto tra i due rivali.

Corradino e i suoi consiglieri scelgono di non entrare nel Regno attraverso la Via Appia, anche in virtù delle forti posizioni del nemico sulle linee del Liri e del Volturno, ma passando per l’Abruzzo, lungo la Via Valeria avanzando direttamente verso Lucera, dove i saraceni erano insorti dal febbraio. Con cinquemila cavalieri, quindi, lascia Roma e si dirige a sud. La fanteria lo abbandona alle prime difficoltà montuose del percorso, nei pressi di Arsoli. Poco importa, anche re Carlo non ha fanteria.

Tra i due contendenti inizia una partita a scacchi per scegliere il luogo dello scontro. Corradino lascia la Via Valeria e si dirige a nord-est, verso L’Aquila, per evitare la trappola del doppio attraversamento del Salto e di dare battaglia prima del congiungimento con i suoi partigiani di Puglia. Carlo si sposta con i suoi cavalieri sull’altopiano di Ovindoli per intercettare l’avversario. Giunti nella Valle del Salto, gli imperiali si dirigono a Campo Palentino, dove arrivano la sera del 22 agosto. Carlo attraversa la Via Valeria e si attesta ad Albe. In mezzo ai due eserciti scorre un torrente, il Riale, oggi quasi completamente scomparso, che confluisce nel Salto poco più a valle.

Prima della battaglia «Nel 1268 Carlo d’Angiò, riferendo a papa Clemente IV sulla vittoria di Tagliacozzo, accenna prima al suo spostamento “con le schiere formate” e poi a “schiere distinte e ordinate a battaglia” in vista del nemico il quale, a sua volta, lo attende nella pianura antistante “senza tuttavia avere in nessun modo sciolto le sue schiere”». Carlo d’Angiò, però, nella lettera inviata la sera stessa al Papa, per annunciargli la vittoria, non fa cenno al disonorevole trucco utilizzato per ingannare e battere Corradino. Perché sa che la tattica consigliata da Alardo di Valéry e adottata in battaglia viola la consuetudine cavalleresca. Non vi fu onore, d’altronde, nel comportamento del re francese sia nella vendetta contro chiunque avesse aiutato Corradino né nel destino riservato al giovane svevo, nonostante le suppliche di Elisabetta di Baviera, accorsa a Napoli per salvare il figlio.

Lo schieramento iniziale della battaglia di Tagliacozzo o dei Piani Palentini (fonte: www.warfare.it)

L’esercito di Corradino era composto da cinquemila cavalieri, superiore a quello del nemico, diviso in tre formazioni schierate lungo il ruscello. Nella prima schiera militavano cavalieri tedeschi, ghibellini toscani ed esuli o rifugiati del Regno, sotto il comando di Kroff di Flünglichen, Corrado di Antiochia e Galvano Lancia. Enrico di Castiglia comandava la seconda schiera di cavalieri spagnoli e ghibellini romani. Corradino e la sua guardia personale, con Federico d’Austria e il marchese Pelavicino erano nella formazione di ghibellini lombardi.

Carlo d’Angiò poteva contare su appena quattromila cavalieri, divisi in tre tronconi: provenzali e guelfi italiani sotto il comando del maresciallo di Francia Henri de Courence; mercenari francesi agli ordini di Jean de Clary e del siniscalco di Provenza Guillaume l’Estendart; la guardia personale del re e i suoi cavalieri più fidati e valorosi. Tra i cavalieri Angioini figurava Alardo di Valéry, il quale aveva passato gli ultimi venti anni della sua vita in Terrasanta, dove aveva appreso un modo diverso di fare la guerra. Non più le violente cariche di cavalleria in campo aperto, ma l’azione di piccoli drappelli di cavalieri, spesso in numero inferiore rispetto al nemico, attraverso agguati e colpi di mano. Così Alardo, vista l’inferiorità numerica dei francesi, consiglia Carlo d’Angiò di nascondere un migliaio di cavalieri dietro un boschetto ai piedi di un colle, sulla destra dello schieramento avversario (“E là da Tagliacozzo/ove senz’armi vinse il vecchio Alardo”, canto XXVIII dell’Inferno). Il piano prevede di attirare gli imperiali in campo aperto, fingere un ripiegamento verso le colline e poi colpirli alle spalle. I francesi hanno preparato un altro inganno per Corradino: il cavaliere Henri de Courence si posiziona al centro della pianura, con la seconda schiera, portando le insegne reali con i gigli della casa di Francia, per attirare e confondere la carica avversaria. I consiglieri di Corradino indicano il centro francese: «Sire, Carlo si è circondato dei suoi cavalieri più fidati, lì al centro, ma lo possiamo travolgere con una carica».

La battaglia Il sole si è alzato da poco quella mattina quando i due eserciti si dispongono a specchio, divisi solo da un rivolo d’acqua. Gli Angioini attendono che gli Svevi attraversino il Riale per dar corso al loro piano, mettendo il ruscello alle spalle dei nemici e tagliando loro l’eventuale fuga. I Tedeschi stanno fermi, facendo lo stesso calcolo: preferiscono che a farsi avanti siano i Francesi, chiudendosi da soli la via di fuga.

La fase di rotta degli Angioini, che arretrano dopo la presa del ponte da parte degli Svevi (fonte: www.warfare.it)

Lo stallo viene deciso dalla presenza di un piccolo ponte di legno nei pressi di Castrum Pontis, l’unico punto in grado di garantire la fuga o l’inseguimento: gli Angioini decidono di prenderne possesso, gli Svevi fanno un finto tentativo di riprendere il ponte. E mentre sul passaggio si combatte, Enrico di Castiglia (cugino di Carlo d’Angiò, ma suo fiero avversario), seguendo un sentiero protetto dall’intricata vegetazione cresciuta sulle rive del Riale, «guadò arditamente il fiume alla testa de’ suoi valorosi soldati ed attaccò i Provenzali che furono ben tosto rotti, come pure poco dopo il corpo de’ Francesi». Gli Angioini sbandano, Henri de Courence si lancia nella mischia con le insegne regali. La schiera tedesca che combatte sul ponte aumenta la pressione e riesce ad avere la meglio dei francesi che scappano. Henri di Courance viene disarcionato e ucciso, le insegne di Francia sono a terra. Gli Svevi credono di aver vinto. Enrico di Castiglia si lancia all’inseguimento dei fuggiaschi, le truppe sveve si sparpagliano per la pianura in cerca di bottino. Corradino osserva tutto e ascolta i messaggeri che gli annunciano: «Re Carlo è morto, abbattuto insieme con le sue insegne».

«I Ghibellini erano talmente superiori di numero, che l’armata nemica si vide in breve distrutta o posta in disordinata fuga. Carlo che dall’alto di un colle vedeva l’uccisione delle sue genti, si disperava, e voleva ad ogni modo andare in loro soccorso, ma il signore di San Valerì, che perfettamente conoscendo la natura de’ Tedeschi aveva calcolati gli effetti della loro vittoria, non gli permise di muoversi». Lo scontro, però, non è finito.

La battaglia di Tagliacozzo fu un unicum rispetto alla tipologia degli scontri medievali. Fu una carneficina, senza rispetto delle regole cavalleresche, con prigionieri giustiziati sul posto e cavalieri massacrati anche quando si arrendevano. Fu una gigantesca imboscata, frutto del genio di Alardo di Valery, ma anche esempio di errato comando da parte di Corradino e dei suoi comandanti che non seppero tenere a freno la voglia di bottino dei loro uomini.

«La tendenza a spogliare subito i corpi degli uccisi, che era, come si è visto, duramente repressa dalle leggi bizantine perché distoglieva gli uomini dal combattimento, fu non di rado motivo di gravi sconfitte: basterà citare il famoso caso di Tagliacozzo dove nel 1268 Carlo d’Angiò battè Corradino di Svevia. Dopo il primo scontro – racconta Giovanni Villani – i Tedeschi si credettero di aver vinto e si cominciarono a spandere per lo campo, e intendere a la preda e alle spoglie, soccombendo così facilmente alla terza schiera che re Carlo aveva tenuto di riserva secondo i consigli di Alardo di Valery, maestro dell’oste e savio di guerra, il quale conosceva la cupidigia de’ Tedeschi e come erano vaghi delle prede».

L’ultima fase della battaglia, nella quale Carlo d’Angiò sferra l’attacco decisivo contro le truppe di Corradino (fonte: www.warfare.it)

Solo quando «Alardo di San Valerì vide compiutamente rotti gli ordini di battaglia delle truppe di Corradino, e che dispersi nell’inseguire i fuggiaschi, erano divisi in piccole bande, e non più in istato di sostenere l’urto della sua cavaleria, voltosi a Carlo, gli disse: “Fate adesso suonare la carica, che giunto è l’istante opportuno”».

Era arrivato il momento, per Carlo e le sue truppe nascoste, di attaccare. Fu così che «le truppe di Corradino, disordinate, esauste dallo strapazzo della mischia sostenuta e dall’inseguimento dei nemici fuggiaschi, avide di bottino ed intente al saccheggio, furono da quella piccola schiera di nemici atterrate, calpestate, disperse».

Carlo d’Angiò esce dal suo nascondiglio e coglie di sorpresa gli Svevi e con «freschi cavalieri» attacca i nemici «oppressi dalla fatica, e talmente dispersi, che in verun luogo trovavansi duecento cavalieri riuniti e disposti a fare resistenza, ne fecero uno spaventoso massacro». I cavalieri tedeschi, toscani e lombardi si accorgono del doppio inganno quando è troppo tardi. Impossibile riorganizzare le file e contrattaccare. Impossibile reggere l’urto di mille cavalieri lanciati contro nemici appiedati e intenti a spogliare cadaveri.

Neppure il ritorno di Enrico di Castiglia dall’inseguimento può fare nulla. Il cavaliere spagnolo riorganizza i suoi, tiene duro, cerca di riguadagnare la riva opposta del Riale, ma alla fine deve soccombere. «I Francesi, vedendo rialzata l’insegna del loro re, accorrevano ad ordinarsi intorno alla medesima, e per tal modo la gente di Carlo andava ingrossando, mentre scemava quella di Corradino».

Corradino assiste alla disfatta dalla terza linea, senza entrare mai in battaglia. Assiste impotente alla fine di una sanguinosa giornata che costa almeno quattromila morti e quasi altrettanti feriti. L’esercito di Corradino non esiste più, mentre quello di Carlo non è in grado di sostenere un’altra battaglia.

La statua di Corradino di Svevia nella chiesa di Santa Maria del Carmine, a Napoli

La fuga e l’esecuzione Il principe svevo cerca la salvezza a Roma, ma il clima politico è cambiato, adesso sono tutti angioini. Con Federico di Baden e pochi altri tedeschi e italiani fedeli raggiunge Astura, sulla costa a sud di Anzio, per salpare verso la Sicilia o Pisa, «ma Giovanni Frangipani, signorotto di Astura, fece inseguire i fuggiaschi con un rapido veliero, che li costrinse a tornare alla riva, ove furono rinchiusi nel castello. Con la promessa di denaro e di terre, il Frangipani consegnò i prigionieri agli emissari di Carlo d’Angiò». La prigione in Castel dell’Ovo e il patibolo lo attendevano. Corradino pagava per la giovane età, l’inesperienza, i cattivi consiglieri e «perché tutte le sue genti, sicure di aver già vinto, cominciarono a spogliare il campo e a bottinare, dando modo a re Carlo di irrompere con la sua schiera sui predatori e metterli in rotta».

Le suppliche e le preghiere della madre, Elisabetta di Baviera, non salvarono la vita al giovane, accusato di tradimento e lesa maestà. «Corradino trovavasi già tra le mani del carnefice; si staccò egli medesimo il mantello, e postosi in ginocchi per pregare, si rialzò gridando: “Oh mia madre, di quale profondo dolore ti sarà cagione la notizia che ti sarà portata della mia morte!”». Elisabetta di Baviera risponderà a questa preghiera tramite il poeta risorgimentale Aleardo Aleardi: «Nobile augello che volando vai, se vieni da la dolce itala terra, dimmi, hai veduto il figlio mio?”. “Lo vidi; era biondo, era bianco, era beato, sotto l’arco d’un tempio era sepolto”.

Ad Elisabetta riuscì solo di far traslare il corpo dell’ultimo sovrano svevo, dieci anni dopo la morte, nella chiesa di Santa Maria del Carmine a Napoli dove «una statua di lui ed una pietosa iscrizione nella Chiesa del Carmine parlano del cordoglio di essa e le ricche dotazioni che lasciò a quei frati per suffragio dei suoi diletti». Una statua del giovane sovrano, voluta da Massimiliano di Wittelsbach, ideata da Bertel Thorvaldsen ed eseguita da Peter Schoepf nel 1847, decora il sepolcro di Corradino.

Umberto Maiorca

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La battaglia di Parma o di Victoria

Mappa di Parma posteriore al 1460 (Archivio di Stato di Parma)

Nelle campagne intorno a Parma è una fredda mattina d’inverno, con la nebbia che avvolge la natura e attutisce i rumori. L’imperatore Federico II non rinuncia alla sua grande passione: la caccia. È quasi un anno che assedia, inutilmente, la città.

Quella mattina, tra le brume invernali, mentre scruta il cielo in cerca di prede per i suoi falconi, in lontananza si intravedono delle colonne di fumo. Provengono da Victoria, l’accampamento fortificato che ha voluto far costruire, una vera e propria città sorta attorno a Parma, affinché nessuno entrasse o uscisse nel corso dell’assedio. Una sortita degli assediati, però, sta infrangendo non solo le mura dell’accampamento, ma il sogno di unificare l’intera penisola sotto la corona imperiale.

La situazione politica in Italia La battaglia di Parma del 18 febbraio 1248 è un episodio che si inserisce nella lotta tra i guelfi italiani, il Papato e Federico II. L’imperatore, inseguendo il suo sogno di unificare tutta la penisola sotto la sua corona, aveva cinto d’assedio la città emiliana, dal luglio del 1247.

Parma era stata sempre ghibellina, ma l’elezione di Innocenzo IV aveva cambiato molte cose nel dominio sulla città, a partire dalla nomina di Alberto da Sanvitale a vescovo, sino ad arrivare al colpo di mano compiuto da Ugo da Sanvitale, fratello del vescovo, Bernardo di Rolando, cognato del Pontefice, Giberto da Gente e Gregorio da Montelongo, i quali si impossessano di Parma. Federico II riunisce l’esercito e marcia verso la città velocemente. Scaccia i ribelli e insedia Tebaldo Franceschi come suo luogotenente.

Innocenzo IV al Concilio di Lione attorniato da vescovi (miniatura del XIII secolo)

La lotta tra Papato e Impero prosegue anche negli anni successivi, fino ad arrivare al Concilio di Lione del 1245, dove viene confermata la scomunica di Federico II. L’imperatore, dopo essere scampato ad una congiura nella Pasqua del 1246, decide di marciare sulla città francese, ma quando l’esercito è nei pressi di Torino, viene avvisato che Parma si è ribellata il 15 giugno del 1247. La colonna imperiale, quella comandata dal figlio di Federico, Enzo, e un contingente inviato da Ezzelino da Romano puntano su Parma per ricondurla all’obbedienza imperiale. Il Papa fa giungere in città, invece, aiuti da Milano, Piacenza, Ferrara e Mantova.

Inizia così un assedio che sarebbe durato otto mesi e che portò alla costruzione di Victoria, una città fortificata con case, palazzi e una chiesa, destinata a sostituire Parma una volta che fosse caduta, distrutta e le sue rovine fossero state cosparse di sale. In una fredda mattina d’inverno, però, le cose cambiarono sotto gli occhi dell’imperatore, che in quel momento era a caccia nella valle del Taro e dovette rifugiarsi prima a Borgo San Damiano e poi a Cremona.

L’assedio «E fu così che l’Imperatore cinse Parma d’assedio ponendo il proprio campo ad ovest della città, fuori le mura di barriera Santa Croce». Per otto mesi i due eserciti si confrontano. Attaccanti e difensori compiono sortite, tentativi di sfondare le mura, scaramucce tra cavalieri. Non vengono risparmiate atrocità varie: per indurre gli assediati ad arrendersi, vengono decapitati tutti i prigionieri fatti nel corso dei vari scontri, mentre gli imperiali catturati vengono gettati dalle mura. E se ogni «mattina l’Imperatore faceva condurre un gruppo di prigionieri sotto le mura cittadine, più o meno all’altezza dell’attuale ponte Caprazucca, facendoli decapitare sotto lo sguardo impotente dei propri concittadini», gli assediati non sono da meno e «molte spie e messi, che tentarono di penetrare nascostamente in città, furono colte dalle guardie del podestà e abbruciati nella pubblica piazza, talché niuno della città osò far motto di entrare in trattati col nemico».

Il campo fortificato di Victoria I parmigiani decidono di chiudersi in città e di resistere alle forze imperiali. «Tra gli assedianti un nipote del papa e di Orladno de Rossi; Ugo Boterio da Parma, i figli dell’imperatore, Ezzelino, Oberto Pelavicino e il marchese Lancia. Mentre tra gli assediati vi era il legato pontificio Gregorio di Montelongo che con milizie milanesi si era precipitato a rafforzare la guarnigione di Parma che, passando al partito guelfo, si era data automaticamente al fronte antimperiale. Proprio Gregorio di Montelongo fu l’animatore della resistenza della città durante il lungo assedio cui fu sottoposta Parma, impedendone la capitolazione».

Federico II decide per l’assedio, ha tempo, non vuole correre rischi. Decide anche di costruire una città che avrebbe dovuto sostituire Parma una volta caduta. La costruzione «venne pianificata dagli astrologi e iniziata sotto la costellazione di Marte, dio della guerra, come auspicio di vittoria. Tuttavia gli scienziati trascurarono di osservare quanto fosse vicino l’influsso del Cancro, cui poi sarebbe stata attribuita la responsabilità della distruzione dell’abitato: civitas, sub tali ascendente incepta, cancrizare debebat. Ciò compromise l’intera azione politica di Federico, poiché, secondo le parole di Rolandino da Padova, ab hac die in antea retrocessit eius victoria more cancri». L’imperatore fa trasportare a Victoria il denaro per mantenere l’esercito, la corona e le vesti imperiali, armi, salmerie, vettovaglie e la biblioteca imperiale. A presidio del tesoro dell’imperatore viene posta la guardia personale saracena. L’imperatore trasferì a Victoria anche la sua personale collezione di animali esotici e fece aprire una zecca che coniava il “vittorino”. «Nel 1247, durante l’assedio di Parma da parte di Federico II, ogni mattina i cavalieri imperiali si disponevano presso la città e vi rimanevano sino a sera “aspettando e custodendo le loro gualdane” che non solo bruciavano e devastavano tutto ciò che trovavano, ma si portavano via anche tegole e mattoni delle case distrutte per utilizzarli, secondo l’ordine dell’imperatore, nella costruzione di nuove abitazioni».

La cavalleria parmigiana esce dalle mura per attaccare l’accampamento di Federico II

La battaglia «Correva il giorno diciottesimo di febbrajo 1248, allorché i Parmigiani, avendo saputo che Federigo si era allontanato con assai gente per cacciare col falcone, si disposero a tentare una disperata sortita. Non fu per questa volta la fortuna contraria ai generosi. Gl’imperiali assaltati all’improvviso, dopo leggiera resistenza si danno alla fuga; ne segue una strage infinita. Taddeo da Suessa e il marchese Lancia caddero morti sul campo, tentando di ritenere i fuggitivi; un inestimabile tesoro cadde in potere dei vincitori, e la stessa corona imperiale».

Le prime ore del giorno non sono buone solo per la caccia, ma anche per sorprendere il nemico ed «il primo movimento di ribellione dei Parmigiani contro l’imperatore avviene anch’esso summo mane e, nel corso del lungo assedio che ne seguì, un mattino allo spuntare dell’aurora un reparto si avvicina d’improvviso e furtivamente a una porta della città, lancia una catena munita di uncini contro lo steccato difensivo, svellendolo per la lunghezza di tre pertiche, ma nonostante l’ora la sorpresa non riesce».

La ricostruzione dell’attacco fa capire che si trattò di una assalto fatto dopo che «un gruppo di parmensi trascinò il grosso dell’esercito imperiale lontano dalla città con una falsa sortita. Nel frattempo, il resto delle truppe parmensi ‒ cui si erano uniti anche donne, fanciulli, giovani, vecchi ‒ attaccò Victoria, avendo ragione con relativa facilità dei difensori rimasti».

I parmigiani penetrano nell’accampamento con facilità e nel corpo a corpo ne che ne segue hanno facilmente la meglio sulle milizie imperiali. La cavalleria di Federico è lontana, all’inseguimento di cavalieri parmigiani in finta fuga. «Il marchese Lancia l’unico in comando a Victoria quel giorno, venne attirato fuori dall’accampamento con i suoi cavalieri in una manovra diversiva attuata dai parmensi. Il grosso delle milizie parmensi e dei suoi cittadini affamati attaccarono in quel momento il campo di Victoria scarsamente difeso. L’accorrere al campo di Federico non evitò una sconfitta disastrosa per le aquile imperiali».

Gregorio da Montelongo in una moneta che lo ritrae seduto in trono. Fu patriarca di Aquileia dal 1251 al 1269

Dopo alcune incursioni diversive, quindi, Victoria fu presa d’assalto, saccheggiata, distrutta, con la collaborazione di tutti i cittadini che volevano riconquistare la libertà.

L’azione contro Victoria, però, non è frutto del caso, ma si tratta di un’operazione bellica ben preparata e studiata da Gregorio di Montelongo per rompere l’assedio. «Si trattò di un’operazione vasta e complessa, svoltasi su un fronte lungo una ventina di chilometri dal Po a Parma e scandita da scontri plurimi e fulminei fra le truppe di Enzo di Svevia e le milizie parmensi e milanesi. La velocità, la capacità di coordinamento e la rapidità dell’azione, incentrata sulla cavalleria, determinarono l’esito della battaglia, espressione di un disegno che superava le logiche rigide del municipalismo e che in Gregorio da Montelongo trovava il suo principale sostenitore. Un insieme di fattori, quali il coordinamento politico e il consenso fra le forze eminenti dell’area padana, sostenute dalla diplomazia pontificia, scaturirono in un’azione militare ben concertata, non più basata sulla semplice pratica o vincolata a consuetudini locali e a bisogni extramilitari: ciò costituisce, come ha notato Roberto Greci, un’importante novità dal punto di vista della pratica militare che rende vieppiù significativa la battaglia di Victoria». L’attacco alla città-fortificata di Federico contribuirono anche molti cavalieri parmigiani ghibellini, i quali tradirono l’imperatore e contribuirono alla sorpresa.

Le perdite e il bottino Secondo alcune fonti gli imperiali ebbero 2.000 morti e 3.000 prigionieri o feriti. Più attendibile parlare di 1.500 morti, di cui solo 500 caduti nello scontro.

Secondo Salimbene de Adam i parmigiani «portarono via all’imperatore tutto il suo tesoro che comprendeva oro, argento, pietre preziose, vasi e vestimenti; si impossessarono del suo corredo e della suppellettile, e anche della corona imperiale, che era di grande peso e valore, tutta d’oro e tempestata di pietre preziose con molte figure in rilievo lavorate che sembravano cesellature … La corona era stata trovata da un ometto di media statura chiamato Cortopasso che la portava in giro per le strade tenendola in mano come un falcone e mostrando la a tutti coloro che la volevano vedere vanto della Victoria conseguita contro Federico II … molti tesori in oro in argento e pietre preziose furono sotterrati dentro orci, locali e tombe proprio nel posto dove era la città di Victoria e sono ivi ancora al giorno d’oggi, ma non se ne conoscono i nascondigli».

Le conseguenze A livello strategico e militare la distruzione di Victoria non comportò ripercussioni per Federico II che riprese il controllo del centro Italia attraverso il presidio del passo della Cisa in grado di garantire il libero transito in direzione lungo la direttrice nord-sud. La sconfitta sotto le mura di Parma, però, inflisse un grave colpo al prestigio dell’imperatore, compattando il fronte avversario in vista degli scontri futuri.

Umberto Maiorca

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La battaglia di Benevento

Manfredi incoronato (miniatura della Nuova Cronica di Giovanni Villani)

Manfredi, il re “bastardo” figlio di Federico II, non immaginava che Carlo d’Angiò, alle prese con problemi finanziari e alleati turbolenti, riuscisse a tenere insieme l’esercito raccolto lungo la strada e, soprattutto confidava nella fedeltà dei suoi baroni, nella rete di castelli a difesa del suo regno, nelle frecce degli arcieri saraceni e nella guardia personale con le nuove armature, più leggere e resistenti di quelle dei cavalieri francesi.

Il re di Sicilia, non aveva fatto i conti, però, con il tradimento, gli intrighi, l’inganno dei parenti e la forza dell’esercito franco-angioino.

E di fronte alla carneficina di Benevento e all’infrangersi del sogno di Federico, suo padre, scelse di morire in mezzo alla mischia, senza insegne regali, da semplice e coraggioso cavaliere.

 

I contendenti Carlo d’Angiò, non era la pedina che si credeva nelle mani di papa Clemente IV, ma per arrivare ad impossessarsi del regno del Sud era pronto a tutto.

Carlo d’Angiò ritratto da Arnolfo di Cambio (Roma, Musei Capitolini)

Accettò ben volentieri la nomina a senatore e comperò, dal Pontefice, l’onore della “crociata” contro Manfredi, al prezzo di benefici ed esenzioni a favore della Chiesa, oltre alla promessa di non ambire a riunificare la Penisola sotto il suo scettro (piano sia di Federico II sia di Manfredi). Una crociata con il benestare del Papa, il quale assolveva «ladri, briganti, stregoni, incendiari, sacerdoti concubinari, purché partecipino all’impresa dando denari e uomini a Carlo». Il pretendente al trono parte da Marsiglia, tra aprile e maggio del 1265, e giunge a Roma, insediandosi in Laterano (papa Clemente IV risiede a Perugia) e inizia l’opera diplomatica per isolare Manfredi e portare dalla sua parte la nobiltà romana. Manfredi temporeggia. Prova a infastidire l’Angiò con una scorreria ad est di Roma. Il francese, con le poche truppe a sua disposizione marcia fino a Tivoli. Lo scontro non avvenne perché Manfredi preferì ritirarsi.

Carlo prosegue nella sua politica di dispensare favori e promesse e il suo partito si allarga, tra sostenitori e neutrali. Nel frattempo il vescovo Guido di Mello, presule di Auxerre, conduce l’armata francese in Italia, attraverso il Col di Tenda nel novembre del 1265. I francesi, forti di 20.000 fanti, 6.000 cavalieri e 600 balestrieri montati, trovano la strada spianata lungo la loro discesa fino a Roma, dove il 6 gennaio del 1266, Carlo è incoronato re.

 

Il castello Boncompagni Viscogliosi, edificato su una fortificazione medievale, e la cascata grande del fiume Liri a Isola del Liri (Frosinone). Il Liri scorre tra Abruzzo, Lazio e Campania e alla confluenza col Gari prende il nome di Garigliano. Fin dal Medioevo è documentato anche con il nome Verde e così è menzionato da Dante a proposito di Manfredi di Sicilia, i cui resti mortali per ordine papale furono dissotterrati a Benevento e traslati fuori dei confini del Regno di Sicilia

L’invasione del sud Di fronte a questa situazione disastrosa, Manfredi corre ai ripari, seppur tardivi: rinforza la linea difensiva dei castelli lungo il fiume Liri, concentrando le forze tra Rocca d’Arce e San Germano, affidando le difese a Riccardo, conte di Caserta, e Giordano d’Anglano, chiede rinforzi in Germania, assolda mercenari, chiama a raccolta i ghibellini italiani (in pochi risposero, come ricorderà lo stesso Manfredi poco prima della battaglia), riunisce i contingenti di saraceni e promuove la leva feudale (con scarsi risultati e gravi ritardi di esecuzione). Il re di Sicilia, al comando di 5.000 cavalieri e 10.000 saraceni, si dispone lungo la seconda linea di difesa lungo il Volturno, nei pressi di Capua, in attesa del nipote Corrado d’Antiochia, comandante del contingente che operava nelle Marche. Truppe che, tagliate fuori dalla rapida marcia dell’Angiò, non giungeranno mai. Si tratta di misure che Manfredi prende con grave ritardo rispetto alla situazione venutasi a creare.

Il 20 gennaio, infatti, Carlo d’Angiò muove guerra, sapendo di non poter attendere oltre, correndo il rischio di veder sfaldarsi il fronte anti Manfredi, tessuto insieme con il Papa a colpi di intrighi e promesse di conquista. Le insegne francesi, quelle del Pontefice e dei guelfi italiani, marciano insieme lungo la via Latina, tra due ali festanti di folla. L’esercito angioino passa per Anagni, Frosinone e Ceprano, dove varca il confine del regno del sud su un ponte sguarnito di ogni difesa.

Cassino (nella foto vista dall’alto della celebre abbazia di Montecassino) tra i secoli IX e XIX era conosciuta come San Germano. Assunse questo nome dalla donazione delle reliquie di San Germano di Capua, custodite nella Chiesa del Salvatore e meta di pellegrinaggi

I francesi non incontrano alcun ostacolo anche nell’entrare a Rocca d’Arce. Poco più complessa si rivela la conquista di San Germano, difesa dall’Anglano con 6.000 uomini. Davanti alle mura dell’odierna Cassino, infatti, i francesi si arrestano per alcuni giorni e, mentre i capi riflettono su come assaltare la città, una squadra di cavalieri ghibellini ne esce per abbeverare i cavalli. Ne nasce subito uno scontro e la conseguente ritirata degli uomini dell’Anglano. Un gruppo di cavalieri angioini, però, si getta all’inseguimento e riesce a penetrare a San Germano prima che venga chiusa la postierla dalla quale erano usciti i cavalieri di Manfredi. I pochi angioini riescono a travolgere la debole difesa degli assediati e ad issare sulle mura il giglio di Francia, provocando la resa immediata della città. Nel giro di pochi giorni si arrendono, quasi senza combattere, 32 castelli e rocche. L’intero sistema difensivo del nord del regno è caduto.

Carlo prosegue l’avanzata lungo il Volturno, piegando poi verso il Sannio, con l’intenzione di passare per Alife e Telese e cogliere alle spalle Manfredi, sempre di stanza a Capua. Lo svevo, però, avvertito delle mosse del nemico, si dirige alla volta di Benevento, deciso a sbarrare il passo all’avversario. Ormai lo scontro tra i due è ineluttabile, anzi necessario: Manfredi non può più cedere terreno e non si fida più dei suoi baroni; l’Angiò non può più tenere insieme l’esercito senza l’immediata conquista del trono e delle ricchezze del regno.

Le truppe angioine si presentano davanti a Benevento il 25 febbraio, dopo aver attraversato i passi montani del Sannio coperti di neve. Manfredi si è disposto poco più a nord, dietro il fiume Calore, nei pressi di Santa Maria della Grandella. Ancora una volta il re di Sicilia si trova in una posizione favorevole, ma non ne approfitta. Non attende che sia l’esercito avversario ad attraversare l’unico e stretto ponte sul Calore, ma ordina ai suoi di passare oltre e disporsi dalla battaglia. Le operazioni richiedono diverse ore, l’esercito di Manfredi si sfilaccia e la cavalleria sveva si trova nella svantaggiata posizione di dover caricare il nemico in salita, perdendo così velocità e potenza d’urto.

 

La battaglia di Benevento in una miniatura del secolo XIV

La battaglia «Il sovrano schierò d’avanguardia i suoi arcieri saraceni, poi dispose tre linee successive di cavalleria, la prima costituita da 1.200 tedeschi e affidata a Giordano d’Anglano, la seconda da un migliaio di mercenari lombardi e toscani, oltre a qualche centinaio di saraceni, al comando di Galvano Lancia, conte di Salerno, e di Bartolomeo Semplice, e la terza da oltre un migliaio di leve feudali siciliane, sotto il suo diretto comando». Il rivale angioino schierò «una prima linea di fanteria, nella quale i balestrieri avevano la preponderanza numerica, per controbilanciare l’azione degli arcieri saraceni; di seguito, il principe schierò la propria cavalleria, anch’essa su tre linee». La prima linea era affidata ad Ugo di Mirepoix e Filippo di Monfort con 900 cavalieri, la seconda era sotto gli ordine direttamente di Carlo e composta dal fiorentino Guido Guerra con 1.400 lance italiane e francesi; Giles Le Brun e Roberto di Fiandra comandavano la terza linea composta da 700 combattenti fiamminghi, con il compito di aggirare le truppe avversarie.

La battaglia ebbe inizio prima che Manfredi potesse schierare per intero le proprie truppe. Lo scontro si accese dopo un nutrito lancio di frecce da parte delle truppe saracene, le quali non attesero né gli ordini del re né l’arrivo della cavalleria tedesca («non è noto se di propria iniziativa, o per ordine di Manfredi, o in seguito, come sembra probabile, all’errata interpretazione di un ordine ricevuto» riporta l’enciclopedia Treccani nella pagina web sulla battaglia). Dopo un primo momento di smarrimento e dopo gravi perdite, però, la prima linea di cavalieri provenzali si ricompose e caricò i saraceni, i quali senza copertura e l’appoggio dei cavalieri pesanti teutonici, vennero spazzati via.

La battaglia di Benevento miniata nella Nuova Cronica di Giovanni Villani

La violenta contro carica di Giordano d’Anglano parve non solo ristabilire l’equilibrio, ma far pendere la bilancia dalla parte sveva. Le armature tedesche sembravano impenetrabili, tutti i colpi rimbalzavano o scivolavano di lato. Carlo fece intervenire anche la seconda linea angioina, aumentando la pressione sulle forze di Manfredi e facendole indietreggiare. I francesi, inoltre, scoprirono, nel corso del combattimento, che le armature dei tedeschi avevano un punto debole: l’attaccatura della protezione del braccio sotto l’ascella. E lì colpirono le spade angioine. I comandanti angioini, inoltre, diedero un ordine che contrastava con qualsiasi norma cavalleresca: intimarono ad arcieri, balestrieri e fanti di colpire i destrieri dei cavalieri nemici, causando perdite e confusione tra le file sveve.

Il comandante svevo Lancia, infine, aveva appena terminato l’attraversamento del Calore e stava riorganizzando le sue truppe, quando dovette fronteggiare l’assalto della terza linea francese, giunta in battaglia dopo una larga manovra di aggiramento. I pochi ghibellini italiani si diedero alla fuga e anche i cognati di Manfredi e la nobiltà lasciarono il campo di battaglia. Il sogno di un regno d’Italia unito dalle Alpi alla Sicilia era svanito e ogni possibilità di rivincita era infranta. Manfredi si tolse l’armatura e l’elmo con i simboli dell’aquila argentata, scambiò la sovrarmatura con Tebaldo Annibaldi e si gettò nella mischia, trovandovi la morte.

L’epigrafe in memoria di Manfredi di Svevia con i versi di Dante Alighieri, al Ponte Vanvitelli di Benevento

Solo 600 cavalieri, su 3.600, riuscirono a fuggire, ma «in quella battaglia ebbe gran mortalità d’una parte e d’altra, ma troppo più della gente di Manfredi» scrisse il cronista Villani ricordando l’episodio.

Carlo d’Angiò, supportato da papa Clemente IV, vietò la sepoltura dei caduti fino a quando non fosse stato rinvenuto il corpo del re di Sicilia. E il cadavere di Manfredi venne trovato tre giorni dopo da un popolano in mezzo ai cadaveri di fanti e cavalieri; issatolo sul dorso di un asino andava in giro gridando: «Chi accatta Manfredi?». Il villano venne fustigato da un nobile francese e il corpo di Manfredi portato davanti a Carlo. Fu riconosciuto dai cognati e dal fedele Giordano d’Anglano (giustiziato l’anno successivo in Provenza dopo un tentativo di fuga dalla prigionia), il quale chiese di darne onorata sepoltura. Carlo d’Angiò rispose che non poteva, in quanto Manfredi era scomunicato e non poteva essere sepolto in terra consacrata. Il corpo del re di Sicilia venne tumulato ai piedi del ponte di Benevento e coperto di sassi dai soldati angioini. In seguito Bartolomeo Pignatelli, arcivescovo di Cosenza, lo fece esumare e seppellire lungo il corso del Liri, fuori dai confini del regno del sud. Ipotesi alla quale crede anche Dante Alighieri quando incontra il re di Sicilia nel terzo canto del Purgatorio.

Umberto Maiorca

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Cortenuova, il crepuscolo dell’Impero

La statua di Federico II, Palazzo Reale, Napoli.

Il Carroccio è perso, la croce di ghisa spezzata e gettata nel fango, il comandante Tiepolo fatto prigioniero e poi giustiziato. Milano e Brescia rischiano di essere assediate e rase al suolo. Le città del nord Italia si sottomettono a Federico II. Il 27 novembre del 1237 Federico II “vendica” la disfatta del nonno, il Barbarossa, avvenuta sessantuno anni prima a Legnano.

Nella pianura bergamasca lo “Stupor mundi” infligge una sonora sconfitta militare alla rinata Lega lombarda, ma non riesce a cogliere i frutti politici che lo avrebbero reso padrone dell’Italia. Cortenuova è il punto più alto della parabola di Federico II.

Le premesse Unificare i possedimenti imperiali di Germania e d’Italia. Un sogno accarezzato da Federico Barbarossa e da Enrico VI, ma sempre infrantosi davanti al desiderio di indipendenza dei Comuni lombardi e del Papa. Un sogno che neppure Federico II riuscì a realizzare, costretto a correre in Germania per punire il figlio ribelle Enrico dopo essere riuscito a piegare la nobiltà del Sud Italia. E una volta pacificata la Germania di nuovo in Italia per piegare i lombardi. Era diritto dell’imperatore governare sui territori del Sacro romano impero. “Senonché era già suo era il regnum del Mezzogiorno. Pertanto se la colata montante da sud si fosse fusa con quella discendente da nord, un unico magma avrebbe sommerso, nel centro, un’altra potenza: quella del patrimonium sancti Petri”1. Lo stesso Federico II, attraversando il Mincio nel 1236, aveva ricordato che era suo diritto “avventurarmi nelle terre dell’impero” come un qualsiasi pellegrino o viandante. I riottosi Comuni del Nord, i ligures, o Collegati, Milano, Brescia, Mantova, Padova, Treviso, Bologna, Faenza, Verona, Piacenza, Lodi, Vercelli, Novara e Alessandria, avevano rifiutato di sottomettersi a Federico II, di partecipare a Diete e negoziati. Rivendicavano quelle libertà conquistate sul campo di Legnano. Guerra, quindi. Anche se l’imperatore svevo preferiva utilizzare il termine “perseguimento di un diritto” quando indicava la punizione da infliggere ai ribelli.

Si prepara la guerra Federico aveva fatto ritorno in Italia nell’estate del 1236, assediando e saccheggiando Vicenza. Papa Gregorio IX aveva cercato di mediare tra Federico e i lombardi, ma il 5 novembre 1236 a Brescia si erano rinsaldati i legami della seconda Lega lombarda ed erano state respinte tutte le richieste dell’imperatore. Un altro tentativo di mediazione del Pontefice era stato portato avanti a Brescia, nel luglio del 1237, alla presenza dei legati pontifici Tommaso di Santa Sabina e Rinaldo d’Ostia e dei rappresentanti dell’imperatore Hermann von Salza, Gran Maestro dell’Ordine teutonico, e il cancelliere Pier della Vigna. Mentre a Brescia si trattava, Federico rinforzava il suo contingente con 2.000 cavalieri teutonici e 6.000 arcieri saraceni, raccogliendo le truppe alleate di Ezzelino da Romano e di Gaboardo di Arnstein dalla Toscana, fino a raggiungere il numero di 15.000 uomini in armi. L’esercito federato, composto da 6.000 fanti e 2.000 cavalieri, era al comando di Pietro Tiepolo, figlio del doge di Venezia. Lo seguiva il Carroccio e la Compagnia dei Forti, altri mille uomini tra cavalieri e pedoni guidati da Enrico da Monza. La campagna dell’imperatore si aprì con la conquista di Mantova, senza colpo ferire. La città aprì le porte all’approssimarsi dell’esercito imperiale. Cosa che non fece Montichiari, dove una guarnigione di 1.500 fanti e 20 cavalieri resistette per due settimane, permettendo alle truppe della Lega di raggiungere Brescia ed impedendo che Federico la cingesse d’assedio. L’imperatore diede ordine, allora, di devastare il territorio, con l’intenzione di far uscire l’esercito della Lega dalla città e dare battaglia in campo aperto. I bresciani non abboccarono e preferirono attendere i soldati delle altre città federate, ancora in marcia per congiungersi con gli alleati.

Cortenuova. Miniatura dal manoscritto chigiano di Giovanni Villani (XIV sec., Biblioteca Vaticana).

La battaglia L’imperatore di ritirò a Pontevico, nelle vicinanze di Cremona. I ligures scelsero Manerbio, poco a nord dell’accampamento imperiale, in un terreno paludoso e protetto da un fiume, tenendo fede ad una strategia puramente difensiva. “Federico II nel 1237 si mostrò desideroso di imporre rapidamente la sua autorità ai comuni cittadini dell’Italia settentrionale e rinfacciò ai Milanesi la tattica dilatoria da loro adottata: «Temendo di venire con noi a battaglia campale, si sforzano di sbarrare il passo al nostro valoroso esercito in strettoie e ai passaggi dei fiumi, formano con i loro armati2 masse che contrappongono ai nostri cavalieri rendendo così impossibile un combattimento libero e senza impedimenti» nel quale sia possibile ottenere, una volta per tutte, la vittoria decisiva”3. A Cortenuova questa tattica, però, costò la sconfitta alla truppe della Lega lombarda.

L’imperatore decise di togliere il campo il 23 novembre, superò il fiume Oglio e congedò una parte delle truppe alleate. Federico II aveva deciso di porre termine alla campagna e di svernare in territorio sicuro. Almeno questo intesero i comandanti della Lega lombarda. E iniziarono a smobilitare anch’essi, marciando verso nord in direzione di Milano. L’esercito imperiale segue la direzione di nord-ovest, risale il fiume per 22 chilometri e si attesta a Soncino. I Collegati vanno a nord, da Manerbio verso Lograto e poi virano verso Chiari e raggiungono Palazzolo. Marciano paralleli all’Oglio e nella nebbia i due eserciti non si vedono. Probabilmente le due colonne sentono il rumore di ferro e carriaggi. Dalla sua posizione Federico può controllare la via di fuga verso Milano e verificare velocemente se i nemici intendono superare l’Oglio a nord o a sud e muovere di conseguenza. Per di più alle spalle dei Collegati c’è un contingente di bergamaschi attestato tra Ghisalba e Cividate al Piano con l’ordine di segnalare con il fumo il passaggio del fiume da parte del nemico. Un compito che i bergamaschi assolsero con molto rigore, dando alle fiamme la chiesa. Virtualmente i soldati della Lega sono già accerchiati.

La propaganda federiciana, posteriore alla battaglia, ha inteso attribuire all’imperatore una precisa strategia per attirare in trappola la Lega lombarda, attraverso un finto ripiegamento per condurre la battaglia in terreno favorevole. Secondo quanto scrive il cancelliere Pier delle Vigne (la vista delle “insegne mortuarie” dei ribelli avvenne “casualiter tamen feliciter”, cioè casualmente, ma con successo), invece, sembra più che Federico si sia reso conto di aver provocato un’occasione favorevole con la sua decisione e di averne prontamente approfittato.

La mattina del 27 novembre le truppe della Lega si apprestano a muovere, dopo aver trascorso la notte nei pressi del castello di Cortenuova, dove si erano trincerati allargando lo spazio tra mura e fossato per collocare il Carroccio. Il simbolo della libertà comunale era trainato, in questa occasione, non dai lenti buoi, ma da veloci e resistenti cavalli da guerra, che muovono per guadare l’Oglio. Passano il fiume le avanguardie di fanteria, poi i milanesi e i piacentini. Intorno alle tredici buona parte dell’esercito ha varcato il fiume e una lunga fila di picchieri e pavesai è schierata a difesa delle operazioni. Il Carroccio e le salmerie sono ancora a Cortenuova. All’improvviso, da sud, giunge un cavaliere. È un esploratore di Federico. L’uomo si lancia verso le truppe della Lega e urla: “Allerta! L’imperatore vi darà sempre battaglia”.

Federico II è già stato avvertito dei movimenti nemici e l’esercito si è subito messo in movimento per coprire i 18 chilometri che lo separano dai lombardi. I soldati di Federico marciano a ranghi compatti, bandiera dopo bandiera, ognuna segue il vessillo del proprio comandante. L’ora è tarda per dare battaglia, ma Federico ha deciso di regolare i conti ugualmente. Il cronista Matteo da Parigi immagina l’imperatore che arringa i suoi uomini: “Alza e dispiega , tenace alfiere mio, l’aquila mia vincitrice. Miei guerrieri, che tante volte vi inebriaste del sangue nemico, sguainate le vostre terribili lame. Travolgete con il vostro furore codesti ratti, che hanno osato uscire dalla loro tane. Che provino oggi le lance folgoranti dell’imperatore romano”.

Federico II entra in Cremona col Carroccio.

Gli imperiali coprono la distanza in poche ore e verso le tre l’avanguardia si scontra con un drappello di cavalieri lombardi, mettendolo in fuga. L’imperatore fa marciare le truppe disposte su sette colonne e quando giunge sull’obiettivo non fa schierare le truppe nell’ordine di battaglia, ma lancia subito all’attacco la sua cavalleria dopo un fitto lancio di frecce da parte dei suoi saraceni. Milanesi e piacentini non si aspettavano una marcia così rapida e un attacco altrettanto veloce. L’unica difesa pronta era il muro di “palvesi” rivestiti di cuoio pesante e una siepe di “lanze longhe”.

Uno schieramento coeso, ma poco numeroso e non in grado di contrastare il tiro dei saraceni e le cariche dei cavalieri teutonici. Il fronte si rompe in poco tempo e i lombardi superstiti cercano di raggiungere Cortenuova, dove già erano ammassati milanesi e alessandrini ammassati intorno al Carroccio. La cavalleria della Lega lombarda, decisiva sul campo di Legnano, viene spazzata dal terreno di battaglia dai duemila “teothoni” lasciando al suolo un ammasso di uomini disarcionati, morti, feriti, cavalli trafitti o scossi. La confusione, d’altronde, regna anche nel campo lombardo quando Federico immette nello scontro le altre truppe venete di Ezzelino da Romano e, poi, la retroguardia con l’intento di cogliere una vittoria decisiva prima del buio. I fanti lombardi, però, tengono duro per quasi tre ore e l’antemurale dei picchieri ripiega ordinatamente. Al grido di “Roma guerriera! L’imperatore guerriero” gli uomini di Federico assaltano le “lanze longhe”, cercano di scalzare dal fossato i picchieri alessandrini e di penetrare nel quadrilatero guelfo stretto attorno al Carroccio, dal quale si alza il grido di “Sant’Ambrogio”. Ancora Matteo da Parigi: “Infiniti, dall’una e dall’altra parte, vengono schiantati. E il grido in mischia dei combattenti, l’urlo dei morenti, il rombo delle armi, il nitrir dei cavalli, il ruggito dei cavalieri che si avvinghiano, la martellante percussione dei colpi folgoranti, gremiscono di fragore lo stesso cielo”.

Più volte nel corso di quelle ore le truppe federiciane sono sul punto di vincere la battaglia, lo stesso imperatore lo ricorda in un suo scritto: “Superato il fossato vedemmo alcuni dei nostri arrivare fino quasi a toccare il timone del Carroccio”. I lombardi, però, tengono duro e respingono i tentativi di penetrazione nel quadrato difensivo. Lo stesso comandante Pietro Tiepolo cade nelle mani dei ghibellini mentre combatte. Gli imperiali scavalcano il contrafforte e il fossato, si fanno sotto, vengono respinti, non c’è spazio per caricare e i cavalieri gettano le lance e mettono mano a spade e asce. Il corpo a corpo infuria. La Compagnia dei Forti rimane saldamente al proprio posto. Poi giunge la sera e cala la nebbia. Federico sospende l’attacco, ma ordina alle truppe di dormire in assetto da guerra, senza togliere le armature, pronti a tutto. Già “nel settembre del 1236 fanti e cavalieri dei comuni fedeli a Federico II giungono al fiume Chiese a non più di due miglia dall’esercito della Lega lombarda, e ivi rimasero tutta la notte armati e schierati aspettando l’arrivo dell’imperatore”4.

L’attacco finale è previsto per le prime luci dell’alba. D’altronde “in azioni intraprese allo spuntare dell’alba si distinguono sia Federico II sia suo figlio Enzio: nel novembre del 1237, durante i movimenti che porteranno alla battaglia di Cortenuova, l’imperatore di primissimo mattino ordinò ai fanti di varcare l’Oglio, il 27, sempre «summo mane», un cavaliere fu inviato a sfidare il nemico che stava a sua volta attraversando il fiume”5.

Federico II di Svevia.

Durante la notte, approfittando delle nebbia e delle maglie larghe nel blocco degli imperiali attorno a Cortenuova, le truppe lombarde abbandonano il campo, lasciando il Carroccio, spogliato delle insegne, della croce di ghisa e danneggiato in modo da renderlo irriconoscibile. All’alba il castello di Cortenuova è deserto, ma l’imperatore ordina alla sua cavalleria di inseguire i fuggiaschi. La piena dell’Oglio e del Serio impedì alla maggior parte di fuggire e riparare a Brescia o Milano e molti finirono annegati. I prigionieri furono almeno 5.000. Altrettanti rimasero sul campo di battaglia. “Nel 1237, dopo la vittoria di Cortenuova contro la seconda Lega lombarda, Federico II fece scrivere, con la solita magniloquenza, che «in nessun’altra guerra vi furono tanti morti» e che «le sepolture non bastano agli uccisi», ma non si ha alcuna memoria di necropoli, salvo il ritrovamento di qualche sporadico e insignificante frammento di ossa”6. Le perdite imperiali furono esigue.

Le conseguenze Federico II aveva riscattato la sconfitta di Legnano e inflitto una disfatta umiliante alla Lega lombarda. Il Carroccio sfilò per le vie di Cremona trainato da un elefante. Il comandante Pietro Tiepolo, incatenato al Carroccio che sarà poi donato alla città di Roma, verrà spedito a Trani e lì impiccato. L’imperatore Federico celebrò il suo trionfo, distrusse Cortenuova, accettò la sottomissione di Lodi, Novara, Vercelli, Chieri e Savona e l’omaggio di Amedeo IV di Savoia e Bonifacio II del Monferrato, intimò ai milanesi e ai bresciani la resa incondizionata (senza ottenerla) e si inimicò ulteriormente papa Gregorio IX. La parabola di Federico II aveva raggiunto il suo apice, poi verranno la sconfitta di Fossalta, la prigionia del figlio Enzo e la morte nel 1250.

Umberto Maiorca

1 Raffaele Iorio, La rivincita dell’imperatore, in Storia e dossier, Giunti, n. 104, aprile 1996, pp. 39-45. 2 Flavius Vegetius Renatus, Epitoma rei militaris, Stutgardiae-Lipsiae, 1995. 3 A. A. Settia, Rapine, assedi, battaglie. La guerra nel medioevo, Laterza, 2004, p. 184. 4 A. A. Settia, op. cit., p. 246. 5 A. A. Settia, op. cit., pp. 254-255.

Bibliografia essenziale Caproni R., La battaglia di Cortenuova, Cortenuova, 1987 Cattaneo G., Federico II di Svevia, Roma, 1992 Kantorowicz E., Federico II imperatore, Milano 1976

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Federico II, oltre la morte

Pochi avanzi di mura sul dorso di una collina invasa dalle sterpaglie. È quel che oggi resta di Castel Fiorentino, una rocca che nella prima metà del XIII secolo sorgeva nelle campagne della Capitanata, 9 chilometri a sud di Torremaggiore, a ovest di San Severo e Lucera.

Qui, nel giorno dell’anno con meno luce, il 13 dicembre del 1250, festa di Santa Lucia, a soli 56 anni, morì Federico II di Svevia.

L’imperatore si era sentito male qualche giorno prima, durante una battuta di caccia. Lo aveva colpito una infiammazione intestinale a cui presto seguì una serie violenta di attacchi di dissenteria.

Lo stesso atroce male, nel 1197 aveva stroncato in giovane età la vita di suo padre, Enrico VI di Hohenstaufen.

Federico, piegato dal dolore, perse conoscenza. Gli amici e i dignitari di corte che erano con lui, decisero allora di non portarlo nella reggia di Foggia: lo ricoverarono invece nella residenza imperiale più vicina, in uno dei tanti palazzi che l’imperatore aveva fatto costruire in Puglia, amata “terra del suo ristoro”.

L’anno precedente, nel 1249, più di una sventura aveva messo a dura prova l’eccezionale tempra del sovrano.

Nel mese di febbraio, a Cremona, era scampato alla morte per avvelenamento. Nello stesso mese Pier delle Vigne, per molti anni consigliere, amico e “braccio destro” di Federico, fu arrestato dalle truppe imperiali: accusato di “alto tradimento”, preferì la morte alla tortura e all’ignominia e si suicidò lanciandosi a cavallo verso un burrone. Il delitto di cui fu protagonista rimane, ancora oggi, misterioso. Forse si macchiò del reato di corruzione. Federico una volta disse che “aveva trasformato lo scettro della giustizia in serpente”. Ma poi non parlò più di lui e del dolore di una amicizia tradita.

Enzo, re di Torre e di Gallura, imprigionato a Bologna (dal Codice Chigi)

Appena tre mesi dopo, il 26 maggio del 1249, l’amatissimo figlio Enzo cadde prigioniero dei bolognesi. Inutilmente l’imperatore chiese la sua liberazione, con lettere in cui alternava, in modo sapiente, promesse e minacce. Da Bologna risposero con il crudo realismo della politica: “Spesso accade che un piccolo cane catturi un cinghiale”.

Il povero Enzo, che come ricordava Fra Salimbene era “tra tutti i figli quello che più valeva”, non riabbracciò più suo padre: morì a Bologna dopo 23 anni di una dorata ma implacabile prigionia. In quell’orribile 1249 si spense a soli 24 anni anche Riccardo di Teate, un altro figlio naturale al quale Federico aveva affidato il comando della Romagna, della Marca di Ancona e di Spoleto. L’imperatore, stanco nel corpo e nella mente, era carico di acciacchi. Parlava sempre più spesso “delle Nostre membra affaticate dagli strapazzi della guerra”. E alle persone del suo seguito ripeteva che voleva “riprendersi nelle dolci delizie del Nostro Regno”.

All’inizio del 1250, quando tornò nella reggia di Foggia, i messaggeri a cavallo cominciarono finalmente a portare buone nuove: dopo molti rovesci militari, le sorti della guerra volgevano in favore dell’imperatore.

Le truppe di Federico avevano riconquistato Ravenna e molte altre città e territori tra le Marche, l’Umbria e la Romagna. A Savona, la flotta di Genova, città nemica, venne sbaragliata. Anche a Piacenza fu eletto podestà un ghibellino.

Il sacro romano impero al tempo di Federico II

Ezzelino da Romano e il conte di Savoia, parenti della famiglia imperiale, controllavano con la solita sicurezza i valichi verso il Brennero e quelli che si aprivano verso le terre di Borgogna. E i complotti di papa Innocenzo IV, che aveva scomunicato e deposto Federico, avevano ormai esasperato i maggiori principi e sovrani d’Europa. Nell’agosto del 1250 anche l’anti re Gugliemo d’Olanda fu battuto in modo clamoroso in Renania da Corrado IV, secondogenito dell’imperatore.

Rimaneva la dolorosa spina di Bologna e di Enzo, il biondo “principe poeta”, prigioniero di nemici ostinati che per lui non prevedevano nemmeno la possibilità un riscatto. Nell’autunno, l’imperatore si trasferì a Melfi. Con l’aiuto di Riccardo di Montenero, successore di Pier delle Vigne, si rimise al lavoro per riordinare l’amministrazione dell’impero. Le cacce e le lunghe cavalcate lo portavano spesso fino a Lagopesole, dove stava nascendo su un’alta collina il suo ultimo e più grande castello.

Ma adesso, nei giorni dell’agonia, steso su un letto nella rocca di Castel Fiorentino, il futuro stava per svanire, insieme ai ricordi, ai sogni e alle speranze.

Una cronaca, scritta dopo la sua morte e rievocata nei secoli, racconta che in uno dei rari momenti di lucidità, Federico chiese dove si trovasse. Gli fu detto che era nella sua domus di Fiorentino, un luogo che fino ad allora non aveva mai avuto occasione di visitare. All’imperatore tornò in mente una profezia attribuita a Michele Scoto, l’astrologo di corte, oppure secondo altre leggende da Gioacchino da Fiore: “Morirete vicino la porta di ferro, in un luogo il cui nome sarà formato dalla parola fiore…”.

Chiamato anche Torre Fiorentina (ca. 10 km a sud di Torremaggiore, in provincia di Foggia), Castelfiorentino è il nome odierno della piccola città medievale di Florentinum (Fiorentino). Sullo sfondo, a sinistra dei resti della porta, si scorge l’obelisco eretto in memoria di Federico II di Svevia

Per questo, in tutti i tumultuosi anni del suo regno, Federico aveva sempre evitato Florentia (Firenze). E non era nemmeno più tornato a Florentinum (Ferentino) la città ciociara che aveva frequentato nel lontano 1223, quando con papa Onorio III progettava una crociata e dove fu deciso il suo matrimonio con Jolanda, una delle sue quattro mogli, figlia del re di Gerusalemme. Il vaticino si avverava: Federico stava morendo. Dal suo letto, agonizzante, guardava una porta di ferro che confinava con la parete di una torre. Sgomenti, lo vegliavano il figlio diciottenne Manfredi, l’arcivescovo di Palermo Berardo di Castagna, il gran giustiziere della Magna Curia Riccardo di Montenero, Pietro Ruffo responsabile delle scuderie imperiali, Riccardo, conte di Caserta e genero dell’imperatore e il medico Giovanni da Procida.

Fu letto il suo testamento: “Poiché transitoria è l’umana natura, Noi, Federico…”. I testimoni ascoltarono le ultime volontà del sovrano: unico discendente e erede dell’impero fu nominato il figlio Corrado IV, re di Germania. In caso di morte senza eredi, Enrico Carlotto, secondogenito dell’imperatore e della seconda moglie Isabella d’Inghilterra, avrebbe preso il suo posto. Dopo di lui, c’era Manfredi, il figlio riconosciuto come legittimo, che ottenne il ducato di Taranto e che durante l’assenza di suo fratello Corrado avrebbe dovuto regnare, in qualità di vicario, sull’Italia imperiale e il regno di Sicilia.

Federico stabilì che se la Chiesa (“Nostra Madre”) avesse riconosciuto i diritti e i possessi dell’Impero, poteva rientrare in possesso delle sue proprietà. L’Ordine dei Templari poteva riottenere tutti suoi possedimenti, così come le chiese e i conventi che dovevano essere reintegrati nei loro diritti. I prigionieri, tranne quelli che si erano macchiati del reato di alto tradimento, potevano essere liberati. Le chiese distrutte andavano ricostruite. Centomila once d’oro vennero destinate per la Terra Santa. I sudditi del regno dovevano essere sgravati da collette e imposte generali.

Scorcio del lato ovest della cattedrale di Palermo. Antichissimo luogo di culto, dal 2015 è stata dichiarata patrimonio dell’umanità Unesco nell’ambito dell’Itinerario Arabo-Normanno di Palermo, Cefalù e Monreale

IL TRAMONTO DI UN SOLE La mattina del 13 dicembre, secondo una cronaca agiografica, l’imperatore volle indossare l’umile tonaca grigia dei cistercensi del terzo ordine di cui faceva parte. Chiese di essere sepolto nella cattedrale di Palermo, accanto al padre e alla madre. Il suo vecchio amico Berardo gli somministrò l’estrema unzione.

Ma l’annuncio della morte, forse per ordine dello stesso Federico, venne tenuto nascosto per un certo tempo. Fino al gennaio del 1251 la cancelleria emanò dispacci e documenti come se l’imperatore fosse ancora vivo. Il giovane Manfredi comunicò la scomparsa al fratellastro Corrado per lettera, con parole accorate: “Tramontato è il sole del mondo che riluceva in mezzo alle genti”. Il cadavere, con ogni probabilità, fu imbalsamato. Il 28 dicembre il corteo con il feretro dell’imperatore attraversò per l’ultima volta le città di Foggia, Canosa, Barletta e Trani e gli altri centri della costa. A Bitonto, Matteo di Giovinazzo notò “sei compagnie de cavalli armati” e “alcuni baroni vestiti nigri insembra (insieme) co’ li Sindaci de le Terre de lo Riame”. A Taranto la salma fu imbarcata per la Sicilia. Centinaia di vascelli, piccoli e grandi, salutarono il feretro con drappi neri.

Così Federico tornò a Palermo, la città dell’infanzia e della giovinezza, che 38 anni prima aveva lasciato per affrontare la straordinaria avventura che lo portò a diventare prima re di Germania e poi imperatore. La salma dell’imperatore fu tumulata nel Duomo, accanto ai genitori e alla prima moglie Costanza, in un maestoso sarcofago di porfido color amaranto. Vicino alla grande tomba, fu vergato l’epitaffio, attribuito all’arcivescovo Bernardo, fedele compagno di una vita: “Se la probità, l’ingegno, la grazia di ogni pregio, la magnificenza, la nobiltà della stirpe potessero resistere alla morte, non sarebbe morto Federico che qui giace”.

Papa Innocenzo IV (ritratto al centro in occasione del Concilio di Lione del 1245) in una miniatura del sec. XIII

Alla notizia del decesso, Innocenzo IV non riuscì a trattenere la propria gioia per la fine del “nemico giurato della Chiesa cristiana”. Il papa partì subito da Lione alla volta dell’Italia. Nel frattempo scrisse a tutti i sovrani europei lettere sprezzanti verso Federico e la sua progenie. E diffidò i Comuni italiani dall’obbedire a Manfredi, nominato vicario imperiale in attesa che Corrado IV valicasse le Alpi. Le prime parole della missiva che il pontefice inviò al popolo di Sicilia spiegano il suo stato d’animo: “Esultino i cieli, la terra si allieti poiché in freschi zeffiri e rugiade fecondatrici si sono sciolti il fulmine e la procella che Dio ci teneva sopra il capo”.

Fra Salimbene, nella sua “Cronaca”, calcolò che l’imperatore aveva regnato trenta anni e ventuno giorni.

Carismatico e scomodo. Colto e spietato. Feroce eppure tollerante. Federico parlava sei lingue (latino, siciliano, tedesco, francese, greco e arabo). Diventò adulto in una società multirazziale. Comprese e studiò il pensiero islamico. Si appassionò alla scienza e alla poesia. A Napoli fondò una grande università che porta ancora il suo nome. Fu curioso del mondo e degli uomini: alla sua corte trovarono alloggio intellettuali di ogni lingua e religione.

Con le “Costituzioni di Melfi” (1231), raccolta di norme fondata sul diritto romano e normanno, Federico II sognò di dare ordine, a scapito della Chiesa e dei nobili, a tutti gli aspetti dello Stato, dalla giustizia alla sanità, fino al diritto e all’economia.

Gli storici Franco Cardini e Marina Montesano (“Storia Medievale”, Le Monnier 2006) hanno spiegato bene come l’imperatore svevo pensasse “a uno Stato centralizzato, burocratico, tendenzialmente livellatore, insomma già avviato a concezioni che molti hanno reputato moderne”.

Federico mise in discussione, dalle fondamenta, il potere temporale dei pontefici. Tornò vincitore da una crociata alla quale era stato obbligato, senza combattere nemmeno una battaglia. Ma collezionò anatemi e scomuniche. Cinque papi diversi (Innocenzo III, Onorio III, Gregorio IX, Celestino IV e Innocenzo IV) videro in lui un miscredente, “re di pestilenza” e sentina di tutti i mali del mondo.

L’Impero finì con la sua morte. In appena venti anni la dinastia degli Hohenstaufen si estinse. E dei vasti territori segnati dalle quattro città sedi delle sue incoronazioni, Palermo, Aquisgrana, Roma e Gerusalemme, rimase ben poca cosa. Ma la terribile condanna che papa Innocenzo IV pronunciò contro il suo mortale nemico, “Estirpate nome, corpo seme e eredi del babilonese!”, è lontana dall’avverarsi.

Il mostro dell’Apocalisse di San Giovanni, paragonato a Federico II da papa Gregorio IX, nell’interpretazione di Albrecht Dürer

ANTICRISTO E MESSIA Il fascino dell’imperatore svevo ha attraversato i secoli. E vive ancora ai giorni nostri. La sua fine, per centinaia di anni fu accompagnata da miti e leggende. Del resto, già prima della sua morte, la sua figura era stata mitizzata dai contemporanei.

Un Anticristo. Oppure un novello messia, capace di riformare dal profondo la Chiesa. Già dopo la seconda scomunica, nel giugno del 1239, in una sua enciclica Gregorio IX aveva già paragonato Federico al mostro dell’Apocalisse di Giovanni: “Si leva dal mare la bestia ricolma di nomi blasfemi la quale, infierendo con zampe d’orso e con fauci di leone, e nelle altre membra con forma di leopardo, apre la bocca per bestemmiare contro il nome di Dio…”.

Un anno dopo (1240) il papa riprendeva la diceria propagata tra i seguaci dell’abate e teologo Gioacchino da Fiore che voleva Federico figlio di un diavolo piuttosto che di Enrico VI: “Serpente velenoso concepito da materia infernale”. Gregorio mise in campo tutta la sua autorità di vicario di Dio in terra per insinuare quello che molti pensavano: era l’imperatore stesso che si vantava di essere “preambulus Antichristi”. Un eretico, capace di sostenere che Gesù, Mosè e Maometto erano tre impostori che avevano ingannato il mondo. E che Dio non poteva nascere da una vergine. Un uomo malvagio che riteneva che l’uomo dovesse credere soltanto a ciò che può essere provato con la “forza e la ragione della natura”. Nel 1248 Raniero di Viterbo bandì una crociata contro l’”araldo del diavolo”, il “figlio e allievo di Satana”.

La propaganda del papa contro l’imperatore aveva un manifesto ideologico nella teologia della storia concepita da Gioacchino da Fiore e diffusa di città in città dalla predicazione pubblica dei Francescani.

Secondo “il calavrese abate Giovacchino di spirito profetico dotato”, ricordato da Dante nel Paradiso, la storia dell’umanità sarebbe da suddividere in tre grandi età, corrispondenti ognuna a una delle tre persone della Trinità: la prima, l’età del Vecchio Testamento, era quella di Dio Padre; la seconda, l’età del Nuovo Testamento, quella del Figlio di Dio; la terza età, che secondo Gioacchino era ormai imminente, era quella che corrispondeva allo Spirito Santo. Un’epoca nuova, nella quale, dopo i laici e i chierici, sarebbero stati i monaci a dare un ordine alla società imperfetta degli uomini. Questa terza età, secondo i calcoli di molti, avrebbe avuto inizio nel 1260. Ma proprio sul finire della seconda età, sul mondo avrebbe regnato un Anticristo che avrebbe distrutto la Chiesa dissoluta e secolarizzata. L’età dello Spirito sarebbe iniziata soltanto con la morte dell’Anticristo.

La basilica e l’edicola del Santo Sepolcro (in una raffigurazione del 1149), dove Federico II si auto-incoronò Re di Gerusalemme il 18 marzo 1229, nel corso della Sesta crociata

LA COSTRUZIONE DEL MITO La curia imperiale reagì agli attacchi del papato usando le stesse armi: l’Anticristo delle profezie non era Federico ma il pontefice, “cavallo rosso dell’Apocalisse”.

Il primo e unico imperatore cristiano a cingere la corona di Re di Gerusalemme nella basilica del Santo Sepolcro, predicava invece il ritorno della Chiesa, oramai corrotta, alla povertà del tempo degli apostoli. Pietro possedeva solo “la rete del pescatore”. Di contro, il palazzo papale di Anagni era una “regia solis”. E Roma rimaneva abbandonata, “come serva ai cani e tributaria dei Saraceni”.

È l’imperatore stesso ad alimentare, in modo sapiente, la costruzione il suo mito. Con i gesti prima ancora che con le parole. Spesso, assiso sul trono, rimane in un silenzio ieratico, lontano da tutti, mentre Pier delle Vigne parla in suo nome.

Nell’iconografia ufficiale, a partire dal 1231, Federico II si fa ritrarre nelle vesti dell’imperator romano. Al suo fianco, non c’è un Cristo: il figlio di Enrico VI, nipote del Barbarossa, è solo a reggere il mondo, consapevole dell’autorità che gli arriva per diritto divino.

Rimanere “memorabilis posteris”. Lasciare un segno, indelebile: già in una lettera del 1239, al tempo della fondazione dell’università di Napoli, l’imperatore espresse per iscritto quella che era la sua più grande ambizione.

Lo Staufen e la sua stirpe, come “successori di David”, rappresentarono se stessi come portatori di speranze messianiche. Basti pensare alla lettera dell’agosto 1239 indirizzata a Jesi, la città dove lo Staufen nacque, celebrata come seconda Betlemme. “… illustre inizio delle nostre origini, in cui la nostra divina madre ci ha messo al mondo, sulla quale la nostra culla ha diffuso la sua luce radiosa…”(Historia diplomatica, V, 1, p. 378). Nella celebre missiva, attribuita a Pier delle Vigne, Federico è insieme sia Cristo che Cesare: salvatore e giudice del mondo.

In anni nei quali era vivissima l’attesa di un messia incarnato, nel paragone con il Dio fatto uomo, l’imperatore si presentava come colui che sarebbe stato capace di riformare la Chiesa dal profondo.

La risposta alla scomunica del papa arriva così sotto forma di velata minaccia in un libello redatto negli ambienti della corte nel 1240: “Il nostro magnanimo leone, che oggi fa finta di dormire, con il tremendo suono del ruggito trascinerà a sé dai confini del mondo tutti i pingui tori e, piantando la giustizia, porterà la Chiesa sulla retta via, strappando e spezzando le corna dei superbi” (Historia diplomatica, V, 1, p. 312).

I temi biblici e il recupero di antiche profezie accompagnarono la vita e le leggende intorno all’imperatore. A partire dal vaticinio della nascita attribuito, secondo Goffredo da Viterbo, alla Sibilla Tiburtina: “Concepit et peperit imperatrix natum. / Tenet nunc Apuliam, habet Principatum. / Est futurus cesar sic est vaticinatum. / Habet imperium, regum monarchatum”.

Soprattutto, poco dopo la morte di Federico, prese nuova linfa l’oscuro vaticinio della cosiddetta Sibilla eritrea, misteriosa veggente dell’antichità, a cui fu attribuito un testo composto intorno al 1241 nella cerchia curiale di Raniero da Viterbo: “Vivit, non vivit”. Secondo la profezia Federico sarebbe e non sarebbe vissuto. La morte stessa dell’imperatore sarebbe rimasta celata: “Chiuderà gli occhi con una morte nascosta e sopravvivrà; e si dirà tra i popoli: “Vive, (e) non vive”; e sopravvivrà uno dei pulcini e dei pulcini dei pulcini”. Federico avrebbe continuato a vivere. Oltre la morte. Nella sua discendenza. Oppure nascosto da qualche parte.

Salimbene da Parma, da cronista informato dei fatti, scrisse che furono in molti a non non credere alla fine dell’imperatore. Del resto, nel corso degli anni, più volte la propaganda papale aveva diffuso la falsa notizia della sua scomparsa.

Il Mongibello, altro nome del vulcano Etna, nel corso dei secoli fu frequentemente descritto come luogo di accesso all’inferno

I “FALSI FEDERICI” Ancora nel 1302, Jans der Enikel, uno storico e poeta viennese che compilò la Weltchronik, una ambiziosa storia del mondo in 30.000 versi, scriveva che ancora nessuno sapeva dove fosse veramente Federico. E che soprattutto in Italia, si discuteva se fosse ancora vivo.

Nacquero così i casi dei “Falsi Federici”: impostori che si spacciavano per l’imperatore.

Il primo di cui si ebbe conoscenza, nel 1261, fu un mendicante siciliano, Giovanni de Coclearia, che risiedeva alle falde dell’Etna. Era un sosia quasi perfetto dello Svevo. L’unica differenza è che sfoggiava una lunghissima barba. Ma parlava e si muoveva come lui. Alcuni seguaci dell’imperatore andarono a trovarlo e gli credettero, nonostante Federico II risultasse ufficialmente morto da undici anni. Il mendicante sostenne di essere scomparso per così tanto tempo per adempiere a un voto: quello di compiere un pellegrinaggio. E che c’erano voluti nove anni per emendare, attraverso la penitenza, i suoi tanti peccati. La popolazione lo acclamò con entusiasmo. E alla sua storia fece finta di credere anche papa Urbano IV, che voleva usare l’impostore nella spietata guerra che lo opponeva a Manfredi. Ma il figlio dell’imperatore e di Bianca Lancia, re di Sicilia dal 1258, fece catturare e impiccare il “falso Federico” insieme a dodici dei suoi seguaci.

Non è un caso che fosse proprio l’Etna il teatro della comparsa del primo dei “falsi Federici”. Tommaso da Eccleston, un frate minore inglese, nel suo “De adventu Minorum in Angliam”, raccontò in 15 capitoli le storie che i frati missionari in Inghilterra si scambiavano la sera accanto al fuoco, davanti a una pentola ricolma di birra. Attribuì a un suo confratello siciliano, raccolto in preghiera sotto l’Etna, proprio lo stesso giorno in cui l’imperatore era morto, una stupefacente visione: cinquemila cavalieri che si immergevano in mare. Le acque ribollirono, come se le armature “fossero di bronzo ardente”. E uno dei cavalieri parlò al frate tramortito dalla potenza di quella immagine: “Questi è Federico Imperatore che va all’Etna con i suoi cavalieri”.

Il favoloso racconto ebbe una qualche fortuna. Il Mongibello, con i suoi scenari infuocati era considerato una specie di porta dell’inferno, che l’imperatore, morto scomunicato, prima o poi doveva per forza passare.

Le credenze popolari riportarono poi altre leggende: all’interno del grande vulcano era nascosto anche Artù. Questa specie di “ascensio” al monte da parte di Federico II somigliava a quelle diffuse nel mondo medievale di Alessandro Magno, di Teodorico, il re dei Goti e di Federico I, il nonno dell’imperatore svevo.

Dalla fine del Duecento le leggende sul ritorno di Federico II si diffusero soprattutto in Germania, anche se l’imperatore non aveva più messo piede in quei territori dal 1235. Ce lo ricorda una “Chronica” di metà Trecento di un frate minore, Giovanni di Winterthur che provò a spiegare le tante leggende che ancora si ripetevano a quasi cento anni dalla fine dello Staufen. Federico II sarebbe ricomparso per riformare la Chiesa e instaurare un’epoca di giustizia e prosperità. Giovanni di Winterthur, nella sua opera, ci tenne a chiarire che si trattava di “falsa credulitas”. Ma di certo, in Germania, negli ultimi decenni i sosia dell’imperatore si erano moltiplicati.

Addirittura, nel 1284 una delegazione di alcuni Comuni lombardi, guidata dal marchese d’Este fu inviata a Neuss, in Renania, per conoscere di persona l’uomo che si spacciava per l’imperatore svevo. Si chiamava Dietrich Holzschuh Aveva un aspetto giovanile. Federico II, se fosse vissuto, doveva avere una novantina di anni. Eppure in molti credettero al “falso Federico”: l’uomo era riuscito a radunare intorno a sé una vera e propria corte. Pasteggiava con stoviglie d’oro, emanava privilegi e inviava lettere bollate ai principi tedeschi nelle quali li invitava a rendergli omaggio.

L’arcivescovo di Colonia na perse la pazienza e ordinò alla città di Neuss di consegnare alla sua autorità il presunto Federico. Dietrich Holzschuh ripiegò a Wetzlar da dove sollecitò il re Rodolfo d’Asburgo a rendergli omaggio. Ma il sovrano marciò sulla città per catturare l’impostore. I cittadini, per evitare guai peggiori lo consegnarono ai soldati di Rodolfo. Così, il presunto imperatore morì arso vivo, accusato di eresia e stregoneria. Un altro falso Federico II spuntò in Olanda ma fu impiccato a Utrecht. Altri impostori furono segnalati a Colmar, Lubecca e Stoccarda. Ma tutti fecero una brutta fine.

Una raffigurazione di Federico II a caccia con il falcone

L’ATTESA DI UN “TERZO FEDERICO” La leggenda dell’imperatore svevo però rimaneva viva. Come sognava il notaio imperiale Pietro de Prece, che vagheggiava una “aquila d’Oriente” capace di volare attraverso i secoli. Così, all’idea dell’impero si associava l’immagine antichissima del “Sol Invictus” che tramonta per poi riapparire in tutto il suo splendore. Il mondo ghibellino vagheggiava un successore degno di Federico II, destinato a completare la sua opera. La città di Tivoli accolse Corrado IV di Svevia come l’ultimo degli imperatori annunciato dalla Sibilla tiburtina. Ma Corrado IV si spense nel 1254. Manfredi morì nel 1266. E Corradino, figlio di Corrado, fu decapitato a Napoli nel 1268 dopo un processo farsa. Aveva appena 16 anni . Fu l’ultimo svevo. Con lui si estinse la dinastia.

Per un breve periodo il “Fredericus redivivus” venne visto in Federico d’Antiochia, figlio naturale dell’imperatore e fratellastro di Corrado. La madre, una orientale, secondo una leggenda era la sorella del sultano Al-Kamil. Il giovane, l’unico figlio dell’imperatore che riposa accanto al padre nella cattedrale di Palermo, morì in battaglia a Foggia nel 1256 a neppure trent’anni mentre combatteva contro le truppe pontificie.

Più tardi, le speranze ghibelline di un “terzo Federico” trovarono nuova linfa in un omonimo nipote dell’imperatore: Federico l’Intrepido, figlio di Margherita, nata dal terzo matrimonio dello Staufen con Isabella d’Inghilterra. Pietro de Prece, alfiere del partito imperiale, scrisse a suo nonno, Enrico l’Illustre, per candidare il giovane al trono siciliano. Nella sua lettera citò le profezie su un “Federicus tercius” che avrebbe distrutto la stirpe degli Angiò e sarebbe tornato a dominare il mondo. Ma Federico l’Intrepido visse il suo breve sogno di succedere al nonno soltanto apponendo l’aleatoria firma di Federico III, re di Gerusalemme e di Sicilia in una serie di lettere ufficiali. Alle parole non seguirono i fatti: “L’Intrepido” nel 1273 fu scalzato da Rodolfo d’Asburgo anche come re di Germania.

Si credette di trovare un “terzo Federico” anche in un nipote di Manfredi, Federico d’Aragona, figlio di Costanza di Svevia e di Pietro III d’Aragona. Oltretutto, il pronipote dell’imperatore svevo era nato il 13 dicembre del 1273, lo stesso giorno della morte di Federico II. Dopo i Vespri Siciliani (1282) governò la Sicilia in nome di re Giacomo II d’Aragona. E nel 1296, a Catania, fu proclamato re di Sicilia da un parlamento tutto isolano. Lusingato dalle profezie, volle chiamarsi “Fredericus tercius” e rivendicò il titolo imperiale vacante quando il 25 marzo 1296, giorno dell’Annunciazione, fu incoronato a Palermo con il titolo dei re normanno-svevi : “Rex Sicilie, Ducatus Apulie ac Principatus Capue”. Ma appena una settimana dopo fu scomunicato, insieme ai suoi sostenitori, da Bonifacio VIII. E quando nel 1312 il re romano-tedesco Enrico VII di Lussemburgo fu incoronato imperatore pensò bene di fare marcia indietro e accontentarsi di governare la sola Sicilia con il titolo di Federico II.

Anche Fra Dolcino, capo della setta dei “Fratelli apostolici”, imbevuto di idee gioachimite, prima di essere bruciato sul rogo come eretico a Novara (1307) predicò l’avvento di un “nuovo Federico” che, con l’aiuto un papa angelico avrebbe purificato la Chiesa e regnato fino all’arrivo dell’Anticristo. Il mito catturò anche i Catari, che nell’avvento di un “terzo Federico” riponevano molte delle loro speranze.

Per duecento anni ancora, tra il XIV e il XVI secolo, altre profezie, racconti, libelli e opuscoli vari invocarono un ritorno dell’imperatore che “viveva ancora”. In Germania, soprattutto in Turingia, si alimentò, a più riprese, il mito della montagna, come rifugio e nascondiglio di eroi immortali. Ma piano piano, nella memoria popolare la figura di Federico II venne sostituita da quella del suo altrettanto celebre nonno, Federico I, il Barbarossa.

Fra Salimbene de Adam da Parma (1221-1288), storico e scrittore italiano, frate minore, seguace di Gioacchino da Fiore e autore della Cronica

STUPOR MUNDI Il mito di Federico II resiste fino ai nostri giorni, illuminato, a distanza di secoli, dal celebre commento vergato, dopo la sua morte, da Mattew Paris (1200-1259). Il monaco benedettino inglese, storico e miniaturista, pensando a quel 13 dicembre 1250, riassunse l’eccezionale personalità dell’imperatore, “il più grande tra i principi della terra”, in una frase che ha attraversato i secoli: “Stupor mundi et immutator mirabilis”.

Stupore del mondo e miracoloso trasformatore. Nel giudizio sulla grandezza dell’uomo, si mescolano l’ammirazione e la critica. Perché, come ha spiegato lo storico tedesco Hans Martin Schaller, uno tra i maggiori studiosi dell’età sveva, ottocento anni fa la parola “stupor” non andava intesa come meraviglia ma come la sorpresa generata dal disordine. Del resto, la “mutabilitas” nell’opera generale di Mattew Paris è considerata frutto dell’azione del diavolo.

Un personaggio portentoso, terribile, fenomenale e contraddittorio. O almeno raccontato come tale. Su Federico, il giudizio dei contemporanei fu in genere negativo. Di certo, ogni opinione fu condizionata dall’influsso della propaganda papale.

Per Salimbene da Parma, fu scaltro e collerico. Un libertino, “malvagio” come Antioco, il tiranno biblico. Un uomo doppio, ma anche capace, all’improvviso, di diventare “amabile, lieto, pieno di grazia”. Nella ambiguità della descrizione, emerge comunque l’ammirazione: “Fu un uomo astuto, ingegnoso, avaro, lussurioso, malizioso, iracondo. Talvolta fu anche uomo valente, quando volle dimostrare la sua bontà e cortesia, piacevole, giovale, delizioso, industrioso; sapere leggere, scrivere e cantare, e comporre canti e poesie. Fu uomo bello e ben proporzionato, ma di statura media (…). Sapeva pure parlare molte e varie lingue. E, per dirla in breve, se solo fosse stato cristiano e avesse amato Dio, la Chiesa e l’anima sua, ci sarebbero stati, nel mondo, pochi uomini pari a lui nel governare”.

Per Niccolò Iamsilla, un cronista dell’Italia meridionale dietro il cui nome forse si nascondeva il notaio Gervasio di Martina, fedele collaboratore di Manfredi, Federico fu vinto solo dalla legge della morte. E “mai l’impeto lo costrinse a fare qualcosa, ma procedette in ogni cosa con la maturità della ragione”.

Il musulmano Al-Giawzi (1186-1256) lodò la tolleranza dell’imperatore e lo descrisse “di pel rosso, calvo, miope: fosse stato uno schiavo, non sarebbe valso duecento dirham”. Notò anche che “era un materialista, che del cristianesimo si faceva semplice gioco”.

Per un altro scrittore arabo, Abu ‘Al Fadâ, era un uomo “generoso, vago di filosofia, logica e matematica, e amava i musulmani…”.

Dante ritratto da Luca Signorelli (Duomo di Orvieto)

“IL TERZO VENTO DI SOAVE” Federico sosteneva la mortalità dell’anima. Come “epicureo” e quindi eretico, Dante lo sistemò nel sesto cerchio dell’Inferno, insieme a Farinata degli Uberti: “Qui con più di mille giaccio:/ qua dentro è ’l secondo Federico” (X, 119). Per il grande poeta fu il “terzo vento di Soave”: l’altro svevo, dopo il Barbarossa e Enrico VI che soffiava sui destini d’Italia. “L’ultima possanza”, citato altre quattro volte nelle cantiche della Commedia: due nell’Inferno, una nel Purgatorio ed una nel Paradiso.

Per Giovanni Villani, cronista fiorentino di parte guelfa, rappresentò un tiranno, persecutore della Chiesa. Ma fu anche un “uomo universale in tutte le cose che fece”. Altri autori, allo stesso modo, per tutto il Trecento, ricordarono a tinte fosche l’irriducibile nemico dei papi.

Pandolfo Collenuccio storico umanista, alla fine del Quattrocento, parlò di una biografia dell’imperatore, redatta dal vescovo Mainardino da Imola (1207-1249) che conteneva “molte cose di Federico”. Da parte sua, vide nello Svevo un mecenate delle scienze e delle arti. E un precursore dei principi della sua epoca, capace di contrastare con successo il potere dei baroni.

Niccolò Machiavelli, nel paragrafo XXI delle sue “Historie fiorentine” fu il primo a commentare l’azione politica di Federico. Ne apprezzò l’efficacia nella lotta senza quartiere contro il papa che distinse da quella nei confronti della Chiesa. L’imperatore “soldò assai Saraceni”, incuranti delle “papali maledizioni”. In ogni caso, l’autore de “Il Principe” considerò in modo negativo l’uso delle milizie mercenarie, meno affidabili, a suo avviso, dei soldati cittadini.

Nel Settecento l’illuminista Pietro Giannone lodò l’opera di Federico e di suo figlio Manfredi. Li presentò come i creatori di uno stato modello, liberato dalle ingerenze ecclesiastiche. E giustificò con la “ragion di Stato” anche le tante crudeltà dell’imperatore.

L’ecclesiatico emiliano Ludovico Antonio Muratori, uno dei padri della storiografia italiana e della medievistica nei suoi “Annali della Storia d’Italia” vide invece nello Svevo l’uomo che voleva “abbattere la libertà dei Lombardi”. Un nemico della Chiesa, che forse però non doveva essere giudicato in modo troppo severo, soprattutto per la qualità della sua legislazione in tema di giustizia.

Dal suo esilio londinese Ugo Foscolo (1778-1827) esaltò le lettere imperiali vergate dalla mano sapiente di Pier delle Vigne. Le considerò anticipazioni di “alcuni dei più robusti argomenti che trecento anni dopo i protestanti posero in campo contro l’autorità temporale della Santa Sede”. Il poeta di Zante nel 1824 additò agli italiani la figura dello Staufen , idealizzato come un campione dell’unificazione dei tanti, diversi popoli della penisola. Per Foscolo, Federico II già nella prima metà del Duecento voleva “riunire l’Italia sotto un solo principe, una sola forma di governo e una sola lingua, e tramardarla a’ suoi successori potentissima tra le monarchie d’Europa”.

Luigi Settembrini in pagine appassionate, pubblicate quando l’Italia era già riunificata sotto i Savoia ma scritte più di venti anni prima, ribadì che Federico “era nato e educato italiano e qui voleva il suo impero”. Per il patriota e letterato anticlericale il disegno incompiuto dell’imperatore era stato quello di “conquistare tutta l’Italia per tenere la Germania provincia confinante” in modo tale da “ridurre il papa alla condizione del patriarca di Costantinopoli”.

Il neoguelfo Cesare Balbo (1789-1853) riconosceva le “qualità personali” dell’imperatore, che definì “immaginoso” e di sicuro “più italiano che tedesco” ma sottolineò la pericolosità e la superbia del più famoso antagonista di ben cinque pontefici di Santa Romana Chiesa.

La razionalità dell’imperatore sedusse Voltaire nel suo “Saggio sui costumi e lo spirito delle nazioni”, il compendio sulla storia dello spirito umano scritto nel 1756 per Madame de Chatelet.

SPERANZA E INCUBO Johann Gottfried Herder (1744-1803) il teologo e filosofo tedesco che fu allievo di Kant e che con Goethe diede l’avvio al movimento dello “Sturm und Drang” vide nell’imperatore svevo quasi un illuminista ante litteram. Lo chiamò “stella mattutina di un giorno migliore” e “martire del suo tempo”.

Friedrich Schlegel (1772-1829) uno dei precursori del Romanticismo europeo, condannò invece con durezza “l’uso smodato delle sue tante doti”. Per lui Federico II era il despota ateo che aveva “distrutto il regno tedesco e l’impero quale era nel Medioevo”. Un incubo, simile a quel Napoleone Bonaparte che proprio in quegli anni schiacciava i popoli della Germania sotto il suo tallone di ferro.

Comunque negativo fu anche il giudizio dello storico svizzero Jacob Burckardt, che pure nel suo celebre libro “La cultura del Rinascimento in Italia” definì l’imperatore svevo come il “primo uomo moderno sul trono”. Ma non in un senso elogiativo. Piuttosto come un sovrano che voleva assommare nelle sue mani tutti i poteri, come fecero, a sua imitazione, un paio di secoli dopo, tanti “altri despoti” del Rinascimento italiano.

Per Leopold von Ranke (21 dicembre 1795 – 23 maggio 1886) il maggiore storico tedesco dell’Ottocento, considerato il fondatore della moderna ricerca storiografica sulle fonti, Federico non ebbe l’avvedutezza, l’intelligenza politica e la moderazione di suo nonno. E per questo fallì in ciò che meglio era riuscito a Federico Barbarossa: concludere tregue e paci separate con i Comuni e con il papa.

Di tutt’altro avviso un altro grande storico, Ferdinand Gregorovius, negli stessi anni, scrisse di Federico come di un precursore della Riforma protestante: un uomo che aveva “illuminato il mondo” lottando contro la “barbarie clerico-feudale del Medioevo”. In un viaggio a Palermo, nel 1853, sostò commosso davanti alla “tomba del più grande imperatore tedesco”. E scrisse sincere parole di ammirazione per uno dei “grandi geni della civiltà, che con la loro presenza accendono nell’umanità un fuoco, che continuerà ad ardere per secoli”.

Nietzsche, in un passo del suo libro “Al di là del bene e del male” parlò di Federico come di uno di quegli esseri “magicamente inafferrabili, impenetrabili, quegli uomini enigmatici, predestinati alla vittoria ed alla seduzione”. Per il grande filosofo tedesco fu “il primo uomo europeo”.

Lo storico Hans Prutz, studioso delle crociate e dello stato prussiano, lo definì “maestro nell’arte machiavellica della dissimulazione”.

Karl Hampe (1869-1936), professore all’università di Heidelberg, dedicò quasi tutta la sua vita allo studio dello Staufen. Vide in lui un precursore del Rinascimento. Un anticipatore, grazie “a tutto il suo freddo razionalismo” di idee nuove, che videro la luce, in modo pieno, soltanto nel Seicento e nel Settecento. In un celebre discorso pronunciato nel 1924 di fronte ai suoi colleghi e agli studenti, Hampe disse che Federico fu “l’ultimo degli imperatori tedeschi a meritare pienamente tale titolo. Colui che già i contemporanei chiamavano lo stupore e l’innovatore del mondo, fu forse il più grande, sicuramente il più affascinante e interessante dei nostri imperatori”.

Negli anni della Repubblica di Weimar, intorno alla figura di Federico II, nacque un vero e proprio culto. Il poeta Stefan George, uno dei maggiori simbolisti europei, appassionato traduttore di Dante, Petrarca, Shakespeare, Verlaine, Baudelaire e D’Annunzio vide nel “terzo vento di Soave” l’uomo capace di riunire nella sua carismatica figura l’Occidente e l’Oriente, la civiltà greca e quella romana. Un altro studioso a lui vicino, il germanista Friedrich Gundolf, definì Federico II come il “sovrano più geniale” dopo Giulio Cesare.

Ernst Kantorowicz, Federico II imperatore

IL TITANO DI KANTOROWICZ In questo clima nacque anche “Federico II, imperatore” la monumentale biografia che Ernst Kantorowicz (1895-1963), storico tedesco di origini ebraiche, dedicò all’imperatore svevo. Fu pubblicata in due tomi successivi, il primo nel 1927 e il secondo nel 1931. Un libro fondamentale che ancora oggi condiziona gran parte delle idee correnti sullo “Stupor mundi”: seicento pagine scritte in meno di cinque anni, nelle quali la storia, la letteratura, l’arte e la religione si fondono in un racconto appassionante, innervato da una amplissima documentazione nella quale le lettere private e pubbliche, le costituzioni imperiali e le cronache cittadine hanno eguale dignità.

Per George, ispiratore dell’opera, e per Kantorowicz la ricerca storica doveva recuperare nel passato una gerarchia di valori assoluti da additare al presente individuandoli “in una persona, un popolo, un’epoca, una cultura”. Compito dell’intellettuale, in quel preciso momento storico era quindi quello di restituire una dignità e un ruolo internazionale alla Germania umiliata dal Trattato di Versailles del 1819.

Il Federico di Kantorowicz è un titano, un supremo tutore della giustizia, capace di saldare nella sua opera di governo l’eredità dell’antica Roma e la dottrina della Chiesa. L’imperatore svevo, “il primo genio rinascimentale”, è visto come una figura messianica: “nuova immagine di Cristo” che parla non solo all’Europa cristiana ma anche agli altri popoli. Un cosmocratore: come il figlio di Dio rappresentato nella iconografia bizantina, domina il suo tempo seduto sul globo del mondo che gli fa da trono. Lo stile, lieve, quasi letterario, assicurò alla biografia un grande successo di pubblico. Ma divise gli specialisti. E si prestò a strumentalizzazioni politiche. Gli storici vicini al nazismo videro in Adolf Hitler il redentore del popolo tedesco annunciato da Kantorowicz.

Nell’agosto del 1934 lo storico rifiutò di giurare fedeltà ad Hitler e si ritirò dall’insegnamento a soli 39 anni. Quattro anni dopo, si trasferì prima in Inghilterra e poi negli Stati Uniti, dove ottenne un insegnamento a Berkley, in California. Ma in piena epoca maccartista rifiutò di firmare un documento di fedeltà anticomunista che gli chiedevano le autorità accademiche. Fu allora assunto in un altro prestigioso ateneo, a Princeton.

Quando negli anni Sessanta gli chiesero di ristampare la sua opera più famosa, tentennò a lungo. Temeva altri, pesanti fraintendimenti politici. Dichiarò di voler “dimenticare un libro che giaceva sul comodino di Himmler, e che fu regalato con dedica da Goering a Mussolini”. Ma la biografia tornò sugli scaffali delle librerie. E alimentò il mito di Federico II, accreditato come il fondatore di uno Stato laico “ante litteram”, regolato per la prima volta sulla base di un “corpus” legislativo e non più soltanto sulla legittimazione divina. Un imperatore religioso ma spregiudicato, disincantato uomo di potere che diviene sintesi di terre e popoli diversi. Un siciliano, ma soprattutto un tedesco, che parlò al mondo arabo, latino e germanico. Nelle pagine di un libro ammirato e contestato come il suo protagonista spuntano analogie frequenti tra le figure di Federico, Napoleone e Alessandro Magno e tra la visione del mondo dello Svevo, individuo dalle doti ultraumane e quella del filosofo Nietzsche.

I DUE SOVRANI DI LE GOFF Federico II “fu una figura fuori del comune, l’antitesi quasi perfetta di San Luigi”. L’affermazione dello storico francese Jacques Le Goff nasce dal confronto tra l’imperatore Svevo (1194-1250) e il re santo di Francia (1214-1270) che il grande medievista propone nel suo “San Luigi” (Einaudi, 1999). Due sovrani agli antipodi: Luigi IX, bulimico collezionista di reliquie, fa costruire a Parigi la Sainte Chapelle per custodire in modo adeguato la corona di spine di Cristo che aveva acquistato per una somma stratosferica dall’imperatore bizantino. Ordina di bruciare il Talmud, il libro sacro degli ebrei, che considera blasfemo. Vive in una castità assoluta, interrotta solo per procreare il suo erede. E segue con cieca obbedienza le prescrizioni della Chiesa.

Federico II si interroga sulle questioni scientifiche e teologiche. Vuole capire quale sia il luogo preciso dove hanno sede il Paradiso, l’Inferno e il Purgatorio. Affronta filosofi ebrei sulla interpretazione di specifici versi della Bibbia, erige monumenti laici come la porta di Capua e splendidi castelli. Si sposa quattro volte, ha numerose amanti e molti figli. Combatte per tutta la vita cinque diversi pontefici che a più riprese lo accusano di ateismo.

Abulafia, Federico II. Un imperatore medievale

ABULAFIA, IL MITO SPEZZATO Lo studioso britannico David Abulafia, in una fondamentale biografia pubblicata nel 1988, intitolata, non a caso, “Federico II. Un imperatore medievale”, vide invece nello Svevo soltanto un figlio del suo tempo. Per lo storico di Cambridge, Federico II non fu “né un genio politico né un visionario”. Piuttosto “un solido conservatore” che più che al futuro tendeva a guardare al passato, soprattutto a quello della sua casata. In coerenza con questo ritratto, per Abulafia anche il suo mecenatismo fu “soltanto una pallida ombra di quello dei suoi predecessori normanni”. Tanto che in Sicilia “la feconda coesistenza tra cristiani, musulmani ed ebrei” con lui non sarebbe “rinata, ma sarebbe stata sepolta”. Anche le Costituzioni di Melfi (1231) secondo lo studioso inglese confermarono, di fatto, diritti consuetudinari che erano già stati acquisiti dalla tradizione normanna. Di certo, fu decisivo il contributo di Federico per gli studi ornitologici e per la nascita della lirica italiana. E fu grande il suo amore per il sapere: “Al pari di vari suoi colleghi, Federico coltivava interessi scientifici, che seppe e volle approfondire più di altri monarchi del XIII secolo”. Ma Abulafia, in esplicita contrapposizione alla storiografia precedente, che tratteggiava l’imperatore svevo come un despota illuminato, smitizza la figura dello Svevo. E nel suo saggio disegna un Federico meno tollerante con le fedi non cristiane. Meno coraggioso, stretto com’era nella spietata morsa di papi sospettosi e aggressivi. E meno innovativo, anche in campo culturale, soprattutto a causa delle fortissime spese che dovette sostenere per finanziare le sue tante guerre. Per Abulafia, un aggettivo, “dinastica”, riassume il senso profondo della sua politica. Secondo lo storico inglese il suo smisurato orgoglio per i lasciti che aveva ricevuto dal nonno tedesco Barbarossa e da quello normanno Ruggero II era pari solo alla perenne preoccupazione di trasmettere il suo potere intatto e accresciuto agli eredi della casata Hohenstaufen. Proprio come un imperatore medievale, che quindi che “non fu un siciliano, né un romano, né un tedesco, né un mélange di teutonico e latino, ancor meno un quasi-musulmano: fu un Hohenstaufen e un Altavilla”.

Il sarcofago di Federico II (Cattedrale di Palermo)

Amato e odiato. Esaltato e disprezzato. Visto come un martire. Oppure come un despota ateo. Tollerante e feroce. Feudale e illuminato. Moderno e conservatore. Federico II, all’alba del terzo millennio, appare ancora circonfuso nel mito. Una icona, spesso sbandierata anche da dissennate politiche di marketing turistico.

Lo storico Fulvio delle Donne in un suo recente saggio ha scritto che la memoria per l’unico imperatore degno di quel nome vissuto nel lontano XIII secolo è quasi una “damnatio”: una condanna, maggiore dell’oblio. L’esistenza reale dello Svevo ha finito per essere sepolta sotto il peso di una trasfigurazione. Come spiega bene Franco Cardini “la leggenda si impadronì dell’uomo, fino a soffocarne la storia”.

Nel Duomo di Palermo, di fronte al suo sepolcro in porfido rosso sorretto da quattro leoni, mani sconosciute, ottocento anni dopo, continuano a deporre fiori freschi. Un omaggio postumo alla grandezza di una vita straordinaria.

Torna allora alla mente l’oscura profezia della Sibilla eritrea, che tanto appassionò i contemporanei dell’erede degli Hohenstaufen e degli Altavilla: “Vivit, non vivit”. Forse vogliamo che la fine dell’imperatore normanno-svevo rimanga ancora celata, in qualche angolo della nostra memoria. Così, Federico II continua a vivere. Oltre la morte.

Virginia Valente

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