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La contessa Matilde vestita di mitologie

Diciamolo subito: Matilde è sempre stata sotto il segno del mito. A cominciare dal mito fondatore, quello di Donizone, che difficilmente avrebbe potuto esprimersi in modo diverso ma avrebbe potuto scegliere diverse modalità espressive, fino alla odierna fiorente industria turistica. Ma il mito è multiplo per sua natura.

Il monumento funebre Onore e gloria d’Italia dedicato a Matilde di Canossa da Gianlorenzo Bernini (1633-34, Basilica di San Pietro, Città del Vaticano)

Nel secolo XVII Matilde fu l’emblema perfetto della Controriforma trionfante e fiammeggiante, “donna illustre e guerriera di Dio”, l’eroina perfetta, la perfetta radice del trionfo della Chiesa Romana (1633, Castel Sant’Angelo; 1644, San Pietro: il Bernini); il Seicento è alla radice di molte cose…

Fanno parte delle mitologie le molte stupidaggini che si possono leggere nel web (es. Wikipedia: “Contessa, duchessa e marchesa […] in possesso di un vasto territorio che comprendeva la Lombardia, l’Emilia, la Romagna e la Toscana”; Italia donna. Il portale delle donne: “una donna bella e decisa […] amata e venerata da tutti”; SuperEva, Delitti e Misteri: “Le lotte per il potere ignorano ancora le donne, che non sono mai state considerate un pericolo, ma la storia, fino a quel momento, evidentemente non ha fatto ancora i conti con Matilde di Canossa”), che sempre più si rivela un potenziale immenso sciocchezzaio neo–flaubertiano… eppure con esso gli storici si dovranno abituare a confrontarsi se non vogliono essere relegati a una marginalità eburnea ed immacolata quanto si vuole ma totalmente insignificante, abdicando così al loro ruolo sociale di artigiani del metodo e dei procedimenti critici.

A questo riguardo è d’uopo aggiungere una cosa, a mio avviso del tutto non secondaria: anche la ricerca umanistica è eminentemente sperimentale: se non si sottopongono a verifiche spassionate e regolari, nonostante le evidenze delle ricerche più recenti o il semplice buon senso, i modelli consolidati e evidentemente bisognosi di verifica e si continua ad affidarsi solo a questi ultimi, si finisce per fare soltanto erudizione nel senso peggiore della parola e così si viene meno al métier dello storico e dell’intellettuale; la trahison des clercs, per citare un titolo di una novantina d’anni fa (Julien Benda, 1927), è, è sempre stata, e sempre sarà imperdonabile: espressione quando non radice di molti mali anche estremi, luogo in cui la conoscenza e l’etica si fondono indissolubilmente e muoiono insieme.

Matilde l’europea Ovviamente non è il caso di ripercorrere tutti i momenti topici di questa figura storico–mitologica; mi limiterò a segnalare quelli a mio avviso più evidenti.

Non si può prescindere dalle tematiche messe a fuoco nel 1997 nel convegno e dedicato a Matilde di Canossa nelle culture europee del secondo millennio. Dalla storia al mito (Bologna, Pàtron, 1999), per esempio le istanze prosopografiche, o piuttosto genealogiche, del Cinque e Seicento, comprese quelle del marchese Dal Pozzo (1678): tutte piuttosto comuni in tutta l’Europa, se si pensa alle contemporanee genealogie dei papi o al fatto che l’aristocrazia del regno di Spagna risultò allora discendere per intero dai Visigoti…

Come scrisse il Leibnitz al Muratori il 30 gennaio 1714 “il y a tant de fables et d’absurdités qu’on ne s’y peut fier que dans les choses fort modernes”, e, come scrisse il Muratori al Leibnitz il 6 novembre 1715, il tema “è pieno di favole”.

Non è che oggi (il web insegna) le cose siano diverse nella sostanza… Ma bisognerà aggiungere che un mito non è davvero tale se non è capace di aggiornarsi: magari per piccoli elementi, quasi impercettibili ma che rendono il segno dei tempi.

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Facciamo un salto in avanti. Ad esempio: l’insistenza sul carattere “europeo” di Matilde di Canossa. Ma ci si è mai chiesti che senso ha questa espressione per i secoli XI e XII? e non solo perché novecento anni fa non si aveva idea di che cosa fosse «Europa» e di qualunque cosa si trattasse era comunque a geometria variabile (per esempio le aree del Nord vengono inserite in Europa solo negli anni ’30 del XII secolo e solo da Guglielmo di Malmesbury, che appartenendo all’ambiente anglonormanno forniva così di radici «europee» i signori dell’Inghilterra).

Matilde «europea» perché apparteneva alla famiglia di Lorena e frequentava l’Impero e i grandi del suo tempo, ad esempio l’abate di Cluny Ponzio che (ora lo sappiamo) era spagnolo?

Ma allora tutti i grandi del suo tempo erano europei, visto che appartenevano alla medesima ristrettissima fascia di signori fra loro legati da relazioni familiari, politiche ed economiche; tanto per non allontanarci troppo dal caso di Ponzio, era imparentato per vie più o meno indirette con i conti di Tolosa, i franco–normanni, l’imperatore; con gli Aleramici e la casa di Navarra erano imparentati i Normanni di Sicilia, ma Margherita di Navarra, moglie di Guglielmo I, era imparentata con i conti di Mortagne e del Perche, franco–normanni; con l’imperatore Enrico V e poi con gli Anjou si imparentarono gli anglo–normanni di Enrico I Beauclerc…

L’insistenza sulla dimensione «europea» di Matilde non parlerà più del nostro tempo che del suo? Dico del tempo dell’Unione Europea e della moneta unica? Ma questo può aprire la strada ad un’altra domanda: chi ci dice che l’insieme stesso del mito di Matilde, così come lo conosciamo, non appartenga piuttosto agli ultimi duecento anni?

Dall’alto in basso: il Castello di Bianello (Quattro Castella, Reggio Emilia), una delle residenze di Matilde di Canossa; la stanza di Matilde nel castello; particolare del dipinto ottocentesco “La donna con il melograno” di Giuseppe Ugolini, conservato nella stanza di Matilde

Torniamo indietro, al Risorgimento: Francesco V d’Este, il castello di Bianello come centro delle sue esercitazioni militari, il famoso quadro commissionato a Giuseppe Ugolini che rappresentava Matilde, significativamente destinato al Palazzo Ducale: ed eravamo nel 1854, per così dire a metà strada tra i moti e la I guerra d’indipendenza del 1848 e la guerra del 1859 e l’immediata scomparsa del Ducato e del passato (plebiscito dell’11 e 12 marzo 1860, ratificato e pubblicato il 15 marzo 1860); realizzato fra il 1854 e il 1859, il dipinto fu venduto dall’ormai ex duca e finì a Bianello, che era stato acquistato da un privato, dove venne appiccicato al muro, su un support di tela, nel 1873.

Siamo già nel Regno d’Italia. Ed ecco i decenni antiprefettizi, delle Guarentigie, cattolici. Tanto per citare in ordine sparso, il raduno a Canossa dei Circoli Universitari Cattolici di Parma, Modena, Bologna e dei Fasci Democratici Cristiani nel 1902; il contributo di mons. Leone Tondelli L’eroismo di Matilde, che “sottolineava la fermezza e la costanza della Contessa nel difendere gli ideali e la persona di San Gregorio” (1915); l’associazione femminile cattolica reggiana delle Matildine, 1918, che ebbe un proprio stemma distintivo (dipinto su drappo candido nel 1934): “tre spighe di frumento […] il trinomio che era anche il programma delle giovani cattoliche: Eucarestia, Apostolato, Eroismo“; “Matelda. Rivista per Signorine” (1911–1938) che si batteva contro il divorzio e contro la città della modernità e ovviamente del vizio, Parigi, e che inaugurò le sue pubblicazioni dichiarando:

Matelda è colei che raggiunge la perfezione fisica con la perfezione morale che altro non è se non l’ideale femminile»

(Il che è tanto più significativo e attesta il provincialismo, la marginalità e anche l’arretratezza culturale e politica di queste sedi se si pensa al contemporaneo, frenetico, attivismo delle organizzazioni femminili tra le due sponde dell’Atlantico, sfociato in un’udienza concessa da Benedetto XV a Rosa Genoni e Anita Dobelli Zampetti e culminato nel 1923 in un congresso tenuto proprio a Roma.)

Fermiamoci di nuovo un momento. Chi ci dice, cioè, che anche nel suo caso, come forse in generale per tutto il Medioevo così come lo conosciamo noi, non sia stato il passato prossimo e a volte molto prossimo a fondare il passato remoto?

Perché non si può non dire della celebrazione del primo millenario (tarda estate 1950), preparato fattivamente da mons. Socche, vescovo di Reggio Emilia (autore di un volumetto apparso nel gennaio di quell’anno in cui, in nome dell’impegno contro il “cataclisma sociale”, istituiva un parallelo fra gli “ardui cimenti che avevano impegnato Matilde e Gregorio VII contro l’oppressione imperiale e la sua propria lotta intrepida di vescovo contro il materialismo ateo e violento del tempo”), e inaugurato dall’onorevole Gonella, ministro democristiano della Pubblica Istruzione, e punto d’inizio delle attuali celebrazioni. Che, peraltro, nel 1977, in piena età di “compromesso storico” (oltreché di terrorismo interno), e in perfetta temperie di Peppone e don Camillo, secondo l’esperienza originale della coabitazione e collaborazione politica in Emilia–Romagna, sfociarono in un grande e fondamentale convegno di studi fortemente voluto dal senatore Carri, sotto l’egida del Pci, “nuovo Principe” secondo l’insegnamento critico gramsciano.

Pontida antibolscevica Il passato è sempre stato usato con moltissima disinvoltura, basti pensare al fatto che durante il fascismo Pontida era inteso come giuramento antibolscevico (proprio così) e che la battaglia di Legnano, con il suo corredo mitico di Alberto da Giussano, si era prestata molteplicemente in chiave giobertiana (l’arringa alle truppe pontificie di Massimo d’Azeglio nel 1848) o laica e nazionalista con l’elisione di qualunque accenno al ruolo papale.

Per non parlare della Reconquista spagnola e dell’idea stessa di Crociata. E anche Matilde era diventata l’eroina del neoguelfismo così come, dall’altro lato, la nemica esemplare della Nazione tedesca e delle sue sorti progressive e magnifiche. Ma allora stiamo parlando di Matilde di Canossa o piuttosto dell’eroina della Controriforma trasformata in eroina della Guerra Fredda?

Di Matilde di Canossa o, come ha acutamente segnalato Paolo Golinelli nel 2008 non senza arguzia, di una delle eroine delle donne in armi degli USA (sorvolando con allegra disinvoltura sulle caratteristiche socioeconomiche del reclutamento nelle forze armate statunitensi…) arruolate nella guerra contro l’Asse del Male in una galleria che spazia dalle Amazzoni a Golda Meir?

Di Matilde di Canossa, o dell’eroina da gender studies? E chi ci dice che il mito costituito attraverso questo tipo di passaggi non abbia potuto radicarsi per la persistenza nel lunghissimo periodo di usi e costumi agrari in contiguità leggendaria (e inverificabile) proprio con Matilde?

Un mito dentro l’altro Torniamo alla fondazione del mito o piuttosto racconto mitologico. La affronteremo là dove forse non se lo aspetta, dove il mito ha la forma consapevole della barzelletta. Eppure forse dà accesso a molte più cose di quanto si possa pensare a prima vista. Del mito fa parte un altro mito. Questo si, antico e quasi contemporaneo alla contessa (fermiamoci un istante per una domanda ingenua: “contessa” di che cosa? perché è chiamata contessa di qua dall’Appennino e marchesa di là dal crinale?). Un mito che finisce per incrociarsi con un altro, quello fondativo.

Cosma di Praga, le nozze con Guelfo V di Baviera “il Pingue”. Siamo nel 1089, Matilde ha 43 anni. Guelfo IV di Baviera, padre del giovane sposo, era stato elettore di Rodolfo di Svevia, l’anti–re che aveva deluso i suoi morendo in battaglia nel 1080. E’ un’alleanza esplicitamente antienriciana che riporta Matilde nella dimensione sua propria di principe dell’impero, quella che le compete nonostante la condanna per fellonia di qualche anno prima. Questo il contesto. Ma veniamo al racconto.

Cosma di Praga (1045-1125) [immagine dal Lipský rukopis, uno dei manoscritti delle Cronache di Cosma]

Matrimonio non consumato Cosma, decano del duomo di Praga, perfezionatosi a Liegi tra il 1074 e il 1082 sotto la guida, fra gli altri, del famoso Franco scholasticus, e morto il 21 ottobre 1125, fa una iperbolica rappresentazione di Matilde: signora potentissima, dopo la morte del padre “prese le redini di tutto il regno di Lombardia e di quello di Borgogna insieme, avendo il potere di scegliere, intronizzare o eliminare 170 vescovi”; domina l’ordine senatorio e lo stesso Gregorio VII, ha un’attitudine virile, tanto che è lei a prendere l’inziativa, lei stessa tempesta di lettere Guelfo con la proposta di matrimonio:

acciocché senza erede la altezza regale non venisse a mancare insieme alla prole

gli promette

tot città, tot castelli, tot palazzi incliti, quantità infinite d’oro e d’argento

Il ragazzo alla fine si fa convincere.

Il clímax cresce gradatamente fino a culminare nelle nozze. Festeggiamenti all’altezza di tanta principessa, poi la prima notte.

Disastro. “Il duca Guelfo senza Venere, e Matilde vergine”. Diavolo… Guelfo ha 17 o 18 anni, dev’essere farcito di testosterone, come è possibile che l’impresa non gli riesca? Si arrabbia, si ribella: vuoi che tutti mi ridano in faccia?

Di certo per ordine tuo o per opera delle tue serve c’è qualche maleficio o nelle tue vesti o nel tuo letto. Credi a me, se io fossi di natura fredda non sarei mai venuto alla tua volontà!

Ma alla seconda notte le cose non cambiano. La terza notte Matilde congeda i servi, ora sono soli nel cubiculo; prende la tavola della mensa e la mette sui sostegni, si spoglia nuda nata (sicut ab utero matris); non ci sono vesti, non c’è materasso, non ci sono coltri, non c’è nulla, non può esserci maleficio!

Ma lui le resta di fronte

come un asinello di mal’animo, o un macellaio che affilando la lunga spada sta nel macello sopra una pingue vacca scuoiata che vuole sventrare. Dopo che a lungo la donna sedette sulla tavola facendo come l’oca quando si fa il nido e rivolta la coda di qua e di là, ma invano, alla fine la femmina nuda si levò indignata e afferrò con la mano sinistra l’escrescenza dell’impotente e sputandosi sul palmo della destra gli diede un ceffone e lo sbatté fuori.

Bisogna ammetterlo: Cosma di Praga non lascia nulla all’immaginazione. Scrive il copione, anzi il trattamento, di una farsa e dirige la coreografia. Non è necessario avere esperienza diretta di vita di campagna e del mestiere di macellaio: basta pensare ai gesti, basterà pensare a qualche cartone animato di Walt Disney per quanto riguarda l’oca e alla correggia di cuoio per affilare i coltelli (o anche i rasoi dei barbieri), e tutto sarà chiarissimo.

Guelfo affila una spada, cioè si adopera in solitudine per eccitarsi, Matilde si dimena, cioè si esibisce in una specie di lap dance per scuoterlo a fare il suo dovere maritale, il clímax culmina con la donna offesa o delusa, comunque inviperita, che afferra il giovine per la parte che inutilmente sporge, e si sputa nella mano perché il ceffone sia più intenso…

Matilde non si comporta davvero come una lady, ma non se ne potrebbe fargliene una colpa visto che questo comportamento risale al XIX secolo inglese — basterebbe rileggere i memoriali del secolo di Luigi XIV per ricordarselo… o le satire di Jonathan Swift (Oh! Celia, Celia, Celia shits! — per non dire dei casi di Strephon e Chloe, che soffrono allegramente di meteorismo). E comunque non va dimenticato che nel secolo XI il sesso era trattato con pochi infingimenti anche là dove noi troveremmo la cosa estremamente non appropriata, per esempio la vita di un santo: Pier Damiani non racconta che gli eremiti di Sitria avevano accusato san Romualdo di rapporti sodomitici con un suo giovane discepolo e commenta: aveva cent’anni, se anche avesse voluto gliel’avrebbero impedito il sangue freddo e il corpo inaridito?

E nella letteratura di discussione e polemica il sesso era un tema chiamato in causa con una discreta frequenza… E qui sta il problema. E ancora una volta il problema è nostro. Soltanto nostro. Nessuno ha mai notato il carattere volutamente farsesco e fiabesco (favoloso) del testo, tutti presi come si è stati dalla valutazione storicista.

Sposalizio di Guelfo V con Matilde di Canossa (miniatura, seconda metà del secolo XIV [Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana]

Potere senza privacy Nel 1978 Ernst Werner, eccellente studioso della DDR rigorosamente marxista, parlò di “legame innaturale” — innaturale perché? per la differenza d’età, forse, che giustificherebbe le défaillances del ragazzo? Ma se vogliamo restare sul piano dello storicismo–positivismo dobbiamo ricordare non soltanto i livelli di testosterone di ogni diciottenne, come già detto, ma anche il fatto la privacy non era ammessa nelle nozze regali (e non lo fu per molti secoli ancora) e dunque nessuno doveva verosimilmente farsi troppi complessi per il fatto di doversi accoppiare in pubblico; di più, la privacy era affidata, anche nei palazzi più grandi, ai tendaggi e ai tappeti più che ai muri, che certo riparavano dagli occhi ma non dalle orecchie.

Ed era comunque uno stato eccezionale, forse un privilegio solo degli anacoreti solitari, e anzi un dubbio privilegio, perché poteva essere intesa come una punizione e una penitenza. Sicché è difficile pensare che il ragazzo abbia avuto dei problemi per la promiscuità della situazione, o perché sua moglie era troppo matura per lui — anche perché prima sarà stato addestrato… Per questo Cosma fa inalberare il giovane: perché tutto è pubblico. Allora, cosa c’è di innaturale? Verrebbe da dire: cosa ne penserebbero le cougar women dei tempi nostri? Ed è pensabile che nell’austera, dignitosa e, per usare un efumismo, supercontrollata DDR questo non avvenisse?

E comunque Cosma (diversamente da quanto si può leggere, ancora una volta, in web) non fa neppure un accenno alla differenza d’età.

Giovanni Villani (Firenze, 1280-1348) – qui nella statua commemorativa della città di Firenze, Loggia del Mercato Nuovo – autore della Nuova Cronica [si può consultare l‘Archivio del Volto Santo di Lucca per l’edizione integrale digitale dell’opera]

L’onda lunga di Villani Come non lo fece Giovanni Villani: già, la sua opera (o forse solo quel passaggio della sua opera) ebbe un’eco lunga, almeno fino al Trecento fiorentino:

Guelfo non poteva conoscere la moglie carnalmente, né altra femmina per naturale frigidità o altro impedimento in perpetuo impedito; ma in pertanto volendo ricoprire la sua vergogna alla moglie diceva, che ciò li avveniva per malìe che fatte li erano per alcuni, che invidiavano i suoi felici advenimenti.

Ed ecco il tema dell’impotenza. Come si noterà, i temi crescono su se stessi e si avvitano su loro stessi: quel che Cosma forse insinuava, il Villani lo rese certezza. Più prudentemente Vito Fumagalli scrisse:

un grasso adolescente, segnato probabilmente dall’impotenza, certo dalla sterilità.

Il Pingue morì nel 1120, sulla cinquantina, senza essersi risposato e senza aver avuto eredi; magari non era nemmeno molto interessato alle donne — non sarebbe un caso isolato nel XII secolo. Facendo galleggiare quella certezza su un mare di variopinte invenzioni, la prima delle quali è: La madre della contessa Mattelda è detto che fu figliuola d’uno che regnò in Costantinopoli imperadore, e l’ultima: sepulta è nella chiesa di Pisa…

Per quanto Villani fosse

solito indicare con precisione la provenienza delle informazioni […] il problema delle fonti dei primi libri della Nuova Cronica non può dirsi completamente risolto.

In questo caso potrebbe dipendere da qualche compilazione precedente, e sarebbe di grande interesse riuscire a capire come proprio questa fonte possa essere giunta fino alla Firenze dei secoli XII–XIV.

Tanto più se si pensa al fatto che fino a lui di Matilde si erano in pratica perse le tracce: nessuna in Boccaccio, pochissime e generiche nel Petrarca — mentre è da lui che riprende le notizie Il Pecorone di ser Giovanni Fiorentino.

I deliri di Cosma Ma ritorniamo al testo di Cosma, evidentemente più fondativo di quanto si potesse pensare, e cerchiamo di capire qualcosa in più. Cosma è uomo organico al cosiddetto Reichskirchensystem. Propone i suoi delirii senili e le sue facezie senili al prevosto di Melnik,e proprio perché dichiara di scrivere facezie (nugae) deve alternare e comporre generi diversi di narrazione per compiacere il lettore. Ovviamente non sarà tenero con i nemici degli imperatori.

Ma nelle sue contraddizioni e omissioni e latitanze si rivela come una fonte ricchissima, anzi il fatto che dichiari ducem Suevie il duca di Baviera protagonista di tanto magra figura attesta, per noi forse paradossalmente, il livello delle sue informazioni perché era noto che

i più importanti possedimenti della famiglia di Guelfo erano situati nella Svevia meridionale, incluso il castello di Ravensburg, principale sede della dinastia. Qui si concentrò il potere di Guelfo IV negli anni in cui era stato privato del ducato di Baviera

(vale a dire nel 1077– 1096 quando la Baviera era stata amministrata direttamente dal re).

In filigrana Cosma rivela informazioni anche su Matilde: dopo la morte del padre, racconta, Matilde restò sola a governare, facendo vita da nubile.

Una litografia di Goffredo il Gobbo. Primo marito di Matilde di Canossa, non viene mai citato nei testi di Cosma da Praga e di Donizone

Sappiamo che le cose non erano andate così: ma Cosma opera una censura, oblitera tutto il lato lorenese della faccenda, fosse per lui non sapremmo dell’esistenza di Beatrice, di Goffredo il Barbuto, del primo marito di Matilde, Goffredo il Gobbo figlio del Barbuto. E in questo lo scopriamo sorprendentemente parallelo allo storico ufficiale della dinastia, Donizone, che dei due Goffredi non fa nessuna menzione. Verremo anche a lui. (Eppure forse Cosma suggerisce qualcosa, ma soltanto a chi sa già, quando la dichiara signora di Lombardia e di Borgogna… perché Borgogna?)

Comunque Matilde è (e resta suo malgrado) vergine, e la sua è una regalis celsitudo. Anche se il trattamento di Cosma innalza tutto all’iperbole e all’improvviso l’iperbole si sgonfia di botto, resta solo il ridicolo. E il ridicolo, come si sa, condannava (e dovrebbe condannare…) senza scampo.

Fine di un matrimonio Tanto per delimitare di nuovo il contesto ricordiamo che Matilde e Guelfo vissero e agirono insieme fino al 1095. Il matrimonio finì perché il padre di Guelfo V si riconciliò con Enrico IV e perché le aspettative di Guelfo V erano andate deluse. Matilde non cedette mai il controllo della sua signoria.

Matilde aveva un problema, proprio quello di cui parla Cosma di Praga: la successione o meglio la discendenza. Aveva avuto una figlia dal Gobbo, ma era morta subito. Ne riparlerò. Sapeva che il suo principato, il principato di suo padre e di suo nonno, e che poteva risalire solo fino a un bisnonno, o al più fino a un trisavolo di oscure origini, Sigefredo, sarebbe finito con lei.

Aveva urgente bisogno di un erede. Nulla di fatto con Guelfo, evidentemente c’erano problemi fisici, e non si trattava necessariamente di una palese impotenza del marito per la quale forse non si sarebbero aspettati ben sei anni…

Forse le violenze subíte nel primo matrimonio e magari le difficoltà del parto le avevano precluso la capacità di generare. La sua intraprendenza politica aveva ripreso fiato, anzi era entrata in una fase del tutto nuova, di grande, grandissima attenzione alle città della pianura e anche della Toscana. Non le serviva un marito, le serviva un figlio!

E un figlio lo ebbe, un Guido della numerosa famiglia dei Guerra — un figlio adottivo. Che si dissolse (se mai c’era stato davvero: la questione è stata riaperta di recente; e così potremmo finire per ritrovarci con un altro frammento di mito) quando comparve l’ultimo figlio adottivo, lui si, degno del rango di una principessa imperiale qual era e restava Matilde!

Fu Enrico V, l’imperatore. Qui entra in ballo, quasi fosse il primo filamento di DNA del mito, la seconda fonte quasi–contemporanea: il famosissimo Donizone.

Il De principibus canusinis (più comunemente noto come Vita Mathildis o Acta Comitissae Mathildis) fu redatto tra il 1111 e il 1116 dal monaco benedettino Donizone, abate del monastero di Sant’Apollonio di Canossa

La storia di Donizone Era un monaco di Sant’Apollonio di Canossa, scrisse una storia ufficiale di Matilde e della sua dinastia, il De principibus Canusinis: una storia in versi, un poema storiografico di grande cultura e grandissima intelligenza politica che fortunatamente da un quarto di secolo è stato recuperato come fonte fondamentale. Recentemente è stata messa in discussione una committenza diretta di Matilde; ma in ogni caso Donizone ci racconta una storia illuminante.

Nel 1110 Enrico V era sceso verso Roma, un eminente vassallo di Matilde, Arduino da Palude, gli aveva prestato il servizio feudale, i vescovi di Reggio Emilia Bonseniore e di Parma Bernardo degli Uberti — la nuova generazione di consiglieri di Matilde — erano con lui al seguito del re.

Nel febbraio 1111 Arduino combatte per il re e per i suoi vescovi contro i romani e contribuisce di fatto alla cattura di papa Pasquale II, in aprile il cosiddetto pravilegio con cui Pasquale II finiva per ammettere la liceità delle investiture, e l’incoronazione imperiale; Enrico V riprende la via verso la Germania. Il 6 maggio, “gioioso, ma molto stanco“, era a Bianello, l’alto castello da cui si ha l’intera visione dell’ampia pianura e nelle belle giornate si intravede il monte Baldo, sul lago di Garda. Parlò faccia a faccia con Matilde, dice Donizone che le attribuisce la padronanza del tedesco, del francese (d’oïl, probabilmente), del latino:

A lui ella promise di non cercare nessun re simile a lui; a lei egli diede il reggimento del regno ligure nelle veci del re, e la chiamò con chiare parole con il nome di madre.

Per troppo tempo intorno a questi tre versi ci si è esercitati in acrobazie spericolate per salvare la figura della diletta figlia di San Pietro, dato che non li si poteva elidere; in realtà sono chiarissimi. Matilde riconosce ufficialmente Enrico V come suo re, ufficialmente è riammessa tra le fedeltà del regno; ne viene riconosciuta l’autorevolezza egemonica al punto che sarebbe divenuta viceregina; Liguria e Lombardia erano sinonimi almeno sin dall’età di Augusto, la vicaria regni si era già verificata nella storia e in quei decenni Benzone d’Alba l’aveva evocata per la sua admirabilis balena (non nel senso di “grassona” ma di “prodigio della natura”), Adelaide di Torino.

Ma c’era ben di più: Enrico V chiamava Matilde madre, dunque se ne dichiarava figlio: allora, se ne era ufficialmente il figlio, avrebbe avuto diritto a rivendicare l’allodio, la proprietà privata della famiglia. Matilde vedeva riconosciuta la sua dignità regale, anzi il suo diritto a pretendere una dignità regale (la regalis celsitudo, come si esprime Cosma di Praga), era madre di un imperatore e l’imperatore sarebbe stato il suo erede, del privato come del pubblico.

Il tema dell’eredità Aveva 65 anni, avrebbe potuto governare in pace e tranquillità — tanto, lo sapeva già da lungo tempo che non avrebbe avuto eredi biologici. (E da qui prende avvio un altro mito, quello operativo evocato nella documentazione imperiale e papale, i beni matildini…).

Già, perché Donizone, come Cosma, non fa cenno dei matrimoni della sua Signora… Donizone rende vergine la sua Signora, lo fa consapevomente spargendo la sua opera dei simboli della verginità oltreché della solarità regale, e così facendo non soltanto la eleva alla più alta dignità terrena secondo un modello simbolico che risaliva almeno all’età di Ottaviano Augusto e giungerà almeno fino a Elisabetta I Tudor, ma garantisce il suo pieno diritto a disporre dell’eredità.

Almeno l’imperatore sarebbe stato un erede di rango adeguato! E così trasforma in elemento ideologico–politico ciò che Cosma aveva presentato come ridicola sfortuna di moglie. Secondo Donizone non è neppure una scelta, quella di Matilde, è una vocazione.

Proviamo a tirare le somme; perché, come al solito, niente di meglio che andare alle fonti. Non notando il carattere farsesco di Cosma (così come fino a una ventina d’anni fa nessuno aveva mai rilevato la sottolineatura della vergintà operata da Donizone) nessuno ne ha mai segnalato il carattere di paradosso. E nessuno ne ha nemmeno mai dedotto, con almeno un accento di pietà umana, che Cosma indicava la sterilità di Matilde, insomma la sterilità successiva alla perdita della piccola Beatrice e conseguente probabilmente alle attenzioni (diciamo così) del Gobbo, cui non a caso la giovane erede del principato canossano si era sottratta con la complicità fattiva, se non con l’intervento diretto, di Beatrice, che pure del Gobbo era matrigna acquisita oltreché parente.

Attenzione: noi ora diamo tutto questo per scontato, ma dimentichiamo che fino a una trentina d’anni fa nessuno si era accorto della maternità di Matilde, del suo fallimento e del fallimento del suo matrimonio. Due sposi promessi già da otto anni, cugini, e sposati di gran fretta prima che il Barbuto morisse, per mettere tutti di fronte al fait accompli (dicembre 1069); non conosciamo l’età del Gobbo ma quella di Matilde si, 23 anni: un’attesa lunga…

Deve passare quasi un anno prima della fecondazione e della gravidanza, dopo 18 mesi nasce e muore quasi subito la bambina (fine primavera–inizio estate 1071), il cui nome è scelto ancora una volta nell’onomastica lorenese; il ritorno in Italia (o fuga) non subito dopo il parto e il lutto, ma a distanza di qualche mese (Matilde era a Mantova il 19 gennaio 1072): tentativo — fallito — di recuperare i rapporti con il marito, o la necessità di recuperare la salute dopo il parto e mettersi in forze per il viaggio ? E poi il rifiuto ostinato della riconciliazione… tutte queste conoscenze le dobbiamo a Paolo Golinelli.

E possiamo farci qualche altra domanda. La separazione dal Gobbo: davvero dobbiamo considerarla come un fatto privato? La rottura o sospensione di un matrimonio dell’altissima aristocrazia che aveva dovuto inquietare l’autorità regia tanto quanto il matrimonio fra i genitori dei due contraenti aveva inquietato il padre dell’attuale re, davvero poteva passare inosservata?

Davvero il Gobbo non avrebbe potuto fare nulla per riprendersi la moglie sul lungo cammino fra Lorena e Lombardia? E perché non lo fece? Davvero si lasciò sorprendere e restò paralizzato dalla sorpresa, incapace di reagire? Beh, difficile a credersi: per lo meno, inverosimile…

E anche: quante donne non avevano e hanno subíto violenza e guasti irreparabili ad opera di uomini o di adolescenti né brutali né incapaci ma soltanto egoisti e indifferenti, posseduti soltanto dalla «nuda terrificante voglia maschile», per usare le parole di Cassandra (o meglio, di Christa Wolf, aspre, meccaniche: “Die nackte gräßliche männliche Lust“)? E allora valutiamo un altro aspetto del testo di Cosma: che poveraccio quel Guelfo, giovane e pieno di forze ma incapace di prendere una donna con i pochi gesti meccanici necessari…

E ci sarà evidente che il bersaglio principale di Cosma è proprio Guelfo. Si potrebbe dire: il dileggio maschilista di un uomo nei confronti di un altro uomo, un gioco tipico dei maschi e chiuso fra maschi… Questo è il cuore, non soltanto personale ma politico del problema. E per questo Cosma è centrale e non deve apparire pretestuoso utilizzarlo come la leva di Archimede…

Sarebbe sbagliato e perfino ingiusto negare a Matilde la consapevolezza del lignaggio: quello che a lei derivava da Beatrice, e che lei non fu in grado di trasmettere. La perdita del lignaggio, quale condizione poteva essere più dura di questa per una signora di altissimo rango come lei? Perché essere donna nel caso suo e delle sue simili e nella sua epoca, non era una diminutio ma una qualità che potenziava: se non abbiamo capito questo, non abbiamo capito niente.

Ritratto di Matilde di Canossa, scuola romana della metà del XVI secolo. Di probaile derivazione da un’opera dell’inizio del secolo XVI o da un prototipo perduto dell’alto Medioevo

Matilde non è in grado di riprodurre il suo sangue, la sua signoria è sterile, la sua famiglia finisce con lei, la sua storia è la conclusione ingloriosa della storia della sua rampantissima e altissima famiglia.Se poteva coltivare qualche dubbio e qualche illusione, i sei anni di matrimonio con Guelfo di Baviera dovevano essere stati impietosi: Matilde non poteva più avere figli biologici. Dunque non poteva fare altro che combattere solo per sé e per onorare la storia della sua famiglia, il suo futuro era sganciato dal suo passato, non avrebbe più avuto nessun rapporto con esso.

È a partire da questa base, che ovviamente non potevano avere né nel XVII né nel XIX secolo, e neppure nei primi due terzi del secolo XX, che dobbiamo muoverci. Altro che eroina e guerriera: una donna progressivamente senza via d’uscita. Ma attenzione ai facili psicologismi! Cosa ne sappiamo davvero, noi, di cosa sentissero 1000 anni fa o mezzo millennio fa?

Barbara H. Rosenwein, che ha dedicato la sua attività di ricerca alle manifestazioni emozionali e ne ha fatto il cuore delle sue indagini, pur esibendo un ragionevole ottimismo di fondo non si stanca di invitare alla cautela: e siamo sempre sul piano, ben constatabile, delle manifestazioni di emozioni e sentimenti.

Siamo certi di riuscire a comprendere fino in fondo, per fare solo un esempio celebre, i tristi sonetti di Isabella di Morra, anche quando suonano espliciti (es. Poscia ch’al bel desir troncate hai l’ale / che nel mio cor surgea, crudel Fortuna, / sì che d’ogni tuo ben vivo digiuna etc.)?

E quando non abbiamo a disposizione neppure un segno esteriore e razionalmente trattabile? Cosa ne sappiamo noi, e di noi chi non appartiene a dinastie industriali o finanziarie o universitarie e magari proviene dalle famiglie mononucleari della seconda metà del sec. XX, del senso profondo della dinastia, la continuità, la rottura, il dovere–della–continuità?

Oltretutto ricordiamocene sempre, noi siamo plebei. Inoltre, anche volendo procedere in maniera temeraria, nemmeno tentando di fare appello al lato femminile che ho come qualunque maschio riesco ad accostarmi sia pur lontanamente a una donna sicuramente ferita e resa sterile, e forse stupefatta per la sua impotenza a procreare, e magari esacerbata dalla convinzione profonda che era una penitenza, una punizione, una condanna che Dio le aveva riservato senza che lei lo meritasse…

Una croce incomprensibile come incomprensibili possono essere i disegni di Dio, alla quale doveva soltanto rassegnarsi. Si, ma quanto avrà impiegato a rassegnarsi? Quanto le sarà costata quella rassegnazione? A questo l’avranno esortata i suoi fidi ecclesiastici (come ad esempio aveva fatto Pier Damiani nei confronti dell’imperatrice Agnese)?

Matilde morì il 24 luglio 1115 a Bondeno di Roncore (oggi Bondanazzo di Reggiolo) e venne sepolta in San Benedetto in Polirone (San Benedetto Po). Nel 1632, per volere di papa Urbano VIII, la sua salma venne traslata a Roma in Castel Sant’Angelo. E lì rimase fino al 1645, quando trovò definitiva collocazione nella Basilica di San Pietro in Vaticano

Per confortarla in questo, oltreché con le incomparabili preghiere della sua abbazia accompagnatrici di una morte sommamente esemplare cui Matilde, per ragioni personali e anche sociali (diciamo così) si stava preparando da tempo, sarà intervenuto il cluniacense? Che comunque l’anno successivo sarà plenipotenziario dell’imperatore…

Ma davvero sarà andata così ? O siamo noi che ci abbandoniamo al romanzesco e, di nuovo, al facile psicologismo spicciolo? insomma, ad un nuovo/rinnovato mito?

Togliamola dal mito, Matilde di Canossa. Non merita di essere punita anche in questo. Non è colpa sua se è stata via via convocata in lande “che hanno bisogno d’eroi”, per parafrasare il geniale Bertoldt Brecht… Ricollochiamo nella storia il Bernini, Francesco V d’Este e il dipinto di Ugolini, l’età della separatezza dopo il 1870 e della ricucitura dopo il 1929, il secondo dopoguerra e il 1948, gli anni ’70 e il cosiddetto New World Order dei nostri anni recenti…

Lasciamola riposare in pace, non ha nessuna necessità di continuare ad essere fraintesa e usata. Un po’ di rispetto, perbacco!

Glauco Maria Cantarella

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Da leggere:B. Collina, Donna illustre e guerriera di Dio. Matilde nella letteratura fra Tre e Cinquecento, in Matilde di Canossa nelle culture europee del secondo millennio. Dalla storia al mito, a cura di P. Golinelli, Bologna, Pàtron, 1999, pp. 112–113. 2 J. Benda, La trahison des clercs, Paris, Grasset, 1927. 4 O. Rombaldi, Giulio dal Pozzo autore del volume «Meraviglie Heroiche di Matilda la Gran Contessa d’Italia», Verona 1678, ivi, p. 107. 5 Matilde di Canossa, donna d’Europa: La Gazzetta di Mantova, 29 agosto 2008.S. Masini, Matilde di Canossa, donna emiliana ed europea, in Noi donne, 27 dicembre 2007.G.M. Cantarella L’Europa, una creazione medievale, in Enciclopedia del Medioevo (Le Garzantine), cur. G.M. Cantarella, L. Russo, S. Sagulo, Milano (Garzanti) 2007, pp. 617–619. P. Golinelli, Toujours Matilde: la perenne attualità di un mito, in Matilde di Canossa, il Papato, l’Impero. Storia, arte, cultura alle origini del romanico, a cura di R. Salvarani– L. Castefranchi, Milano, Silvana Editoriale, 2008. P. Golinelli, Nonostante le fonti: Matilde di Canossa donna, in Scritti di Storia Medievale. P. Golinelli, Matilde e i Canossa nel cuore del Medioevo, Milano, Camunia, 1986.B. Collina, Donna illustre e guerriera di Dio. Matilde nella letteratura fra Tre e Cinquecento, in Matilde di Canossa nelle culture europee del secondo millennio. Dalla storia al mito, p. 116.E. Riversi, La memoria di Canossa. Saggi di contestualizzazione della Vita Mathildis di Donizone, Pisa (Edizioni ETS) 2013.E. Riversi, Matilde di Canossa. Tensioni e contraddizioni nella vita di una nobildonna medievale, Bologna, Odoya, 2014.

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Guglielmo de Parisio, nobile cristiano a capo dei Saraceni

Siamo nel 1268 in Capitanata, la “Magna Capitana” di Re Enzo, figlio dell’Imperatore Federico II, a quel tempo rinchiuso a Bologna dopo la cattura avvenuta nel 1249.

Pietramontecorvino (Foggia), uno dei centri della Capitanata, territorio nella parte nord della attuale Puglia che costituì un’unità amministrativa dal 1233 fino alla riforma napoleonica La torre normanna di Pietramontecorvino

Tutta la dinastia sveva è ormai stata sconfitta e dopo la morte dell’Imperatore Federico II, né Corrado IV né tantomeno Manfredi erano riusciti nell’intento di ultimare l’ambizioso progetto del padre di unione tra il Sacro Romano Impero e il Regno di Sicilia.

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Da due anni l’ultimo rampollo “biondo, bello e di gentil aspetto” era stato sconfitto in battaglia dall’altro rampollo della fazione opposta, Carlo I d’Angiò.

Quest’ultimo, complice dell’appoggio toscano e pontificio, era riuscito a penetrare nel Mezzogiorno e a convincere i fedeli di Manfredi a tradirlo proprio nel momento decisivo. Carlo non si era limitato a spazzare via la nobiltà locale fedele agli Svevi ricompensando invece chi lo aveva appoggiato, ma aveva fatto occupare tutte le cariche più elevate alla nobiltà d’Oltralpe, provenzale e francese, imponendo, specialmente in Sicilia, una tassazione estenuante che porterà, qualche tempo dopo, ai famosi Vespri.

In questo contesto si inserisce la figura di Guglielmo de Parisio, di nobile stirpe: la sua famiglia si era insediata circa due secoli prima con l’arrivo dei Normanni nel Mezzogiorno. Grazie anche alle gesta del padre Ruggero aveva il controllo di gran parte della Capitanata Nord-Occidentale detenendo, tra gli altri, i feudi di Fiorentino (luogo dove morì Federico II nel 1250), Castelnuovo della Daunia, Pietramontecorvino, Civitate, Larino, Dragonara, San Giuliano, San Marco la Catola, Visciglieto e altre terre in Basilicata e Terra d’Otranto grazie al matrimonio con Margherita de Tallia, di origini brindisine.

Mutila e fortemente danneggiata, l’epigrafe incassata nel palazzo comunale di Castelnuovo della Daunia ricorda l’edificazione da parte di un De Parisio

Tralasciando l’importanza di Guglielmo come barone e fedele agli Svevi sia sotto Federico II che sotto Manfredi, ci soffermeremo su una sua particolarità, il fatto che riuscì, in qualche modo, ad essere a capo della ribellione scatenata a seguito delle notizie dell’arrivo dell’ultimo svevo, Corradino, dalla Germania.

Ma facciamo un piccolo passo indietro. Dopo la Battaglia di Benevento (26 febbraio 1266) l’angioino aveva instaurato il suo dominio sul Regnum Siciliae e iniziava a pianificare l’espansione sul Mediterraneo ignaro che i fuoriusciti svevi avevano attraversato l’Italia ed erano giunti fino in Germania.

Lì ad aspettare Galvano Lancia, zio di Manfredi, e compagni c’era Corradino, il figlio di Corrado IV, che giovanissimo – aveva solo 15 anni – e con l’aiuto dei nobili tedeschi decise di intraprendere il percorso verso il Sud e rivendicare il suo diritto alla Corona.

Quando la notizia giunse in Capitanata verso la fine del 1267 la ribellione fu pressoché totale. Lucera, la Luceria Saracenorum di federiciana memoria in cui svettavano minareti e si professava la religione islamica, colse la palla al balzo e in men che non si dica i saraceni uccisero o scacciarono gli ufficiali angioini.

E Guglielmo? Il nostro oltre ad organizzare la rivolta con i Saraceni, si metteva al comando di truppe a cavallo facendo proseliti e creando scompiglio verso chi si opponeva alla ribellione. Basti pensare che con Pandolfo d’Aquino raggiunse finanche i territori della Contea di Loretello a nord della Capitanata.

A quel tempo era papa Clemente IV che era di origine francese, al secolo Gui Foucois. Questi iniziò una fortissima campagna militare e di propaganda contro i ribelli, mentre la sommossa divampava da sud in Sicilia a nord in Terra di Lavoro. Due cardinali vennero incaricati di predicare una crociata contro la città di Lucera. Eudes de Châteauroux e Raoul de Grosparmy si recarono nel Regno predicando contro il giovanissimo svevo. Nei superstiti Sermones de Rebellione Sarracenorum Lucherie in Apulia vi è inserita tutta la rabbia e l’odio dei prelati contro i ribelli.

Ma torniamo a Guglielmo, che in Capitanata riceveva ben due interdetti, uno il 5 aprile e l’altro il 17 maggio del 1268. E, come se non bastasse, dalla Toscana Carlo era passato prima a Viterbo per incontrare Clemente e poi era giunto a Lucera per assediarla con il suo esercito. L’angioino aveva l’occhio lungo, perché aveva intuito che Corradino puntava proprio all’enclave musulmana la quale sicuramente l’avrebbe accolto a braccia aperte chiudendolo in una morsa fatale.

Dall’interdetto di Clemente IV a Corradino e ai suoi fautores. Cum omnibus suis complicibus, necnon Willelmum de Parisius ceterosque. Qui se contra eiusdem Sicilie regem cum Sarracenis Lucerie erexerunt. (Vat. Lat. 4957 f.101r, Biblioteca Apostolica Vaticana)

L’assedio durava un solo mese perché il 16 giugno Carlo aveva deciso di muovere la gran parte dell’esercito verso l’Abruzzo, luogo dal quale Corradino avrebbe voluto entrare nel Regno per puntare dritto a Lucera.

Ai Campi Palentini, presso Scurcola Marsicana, i destini del Mezzogiorno si decidevano a favore di Carlo mentre a Lucera i Saraceni, i Cristiani e Guglielmo, in un’alleanza che andava ben oltre la contingenza, spazzavano via l’accampamento del povero maresciallo Pietro de Beaumont, costretto a ritirarsi a Foggia.

Torre della Leonessa presso la fortezza di Lucera (Foggia)

La notizia della fuga e poi della cattura del sedicenne Corradino sicuramente diedero il colpo di grazia al morale della ribellione. L’affare Corradino venne risolto il 29 ottobre 1268 con la dibattutissima condanna a morte che tanto scalpore fece tra i contemporanei.

A questo punto Carlo aveva tutto il tempo per riorganizzare l’esercito, prendere moglie a Trani – sposò Margherita figlia del Duca di Borgogna – e recarsi a Foggia da dove avrebbe stretto la città di Lucera in una morsa fatale fino alla sua resa, dopo quasi un anno, il 27 agosto 1269. A seguito dell’assedio Carlo decise di costruire l’attuale fortezza che ancora oggi svetta sul colle Albano.

Guglielmo, invece, aveva deciso di fuggire. Lui, come tantissimi altri baroni e nobili che avevano rapporti con la parte meridionale della Puglia, anch’essa in piena ribellione con Gallipoli a fare da capofila, aveva tentato la via del mare come riportato dal Liber Regiminum Padue.

Malauguratamente, mentre si trovava presso Brindisi per provare a salpare verso la Grecia, fu catturato e portato a Gallipoli anch’essa presa dagli Angioini. Di particolare interesse l’inventario dei beni trafugati ai ribelli: spade, armi, libri, vestiario, oggetti d’uso quotidiano e tutte le cavalcature.

Presunta firma di Guglielmo de Parisio, che si firmava come giudice, in un documento custodito presso Cava dei Tirreni datato 30 agosto 1248

A Gallipoli subì sicuramente le torture atroci che spettavano a tutti i ribelli, secondo i dettami di Carlo. Un documento della cancelleria angioina riporta che il re in persona ricevette una “confessione” di Guglielmo. Il nostro è dato per morto, probabilmente impiccato, già agli inizi del 1269:

Quondam Guillelmus de Parisio cum Saracenis Lucerie

Tutti i beni e i possedimenti di Guglielmo de Parisio andarono a Jean de Britaud, connestabile del Regno e Vicario per la Toscana, per un valore di circa 300 once – una contea in media aveva un valore di circa 200 once – mentre la moglie Margherita si votò alla causa angioina: sposò nel 1277 il cavaliere Ivano de Bononia e ottenne anche altre terre vicino Nardò.

Alessandro De Troia

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Bibliografia: Liber Regiminum Padue in Rerum Italicarim Scriptores 8/1, Città di Castello 1905-1908.I registri della Cancelleria Angioina ricostruiti da Riccardo Filangieri con la collaborazione degli Archivisti napoletani. 50 volumi, Napoli, presso l’Accademia, 1950 – 2010.J.A. Taylor, Muslims in Medieval Italy. The Colony at Lucera – Lanham, 2003.C.T. Maier, Crusade and rethoric against the Muslim Colony of Lucera: Eudes of Châteauroux’s Sermones de Rebellione Sarracenorum Lucherie in Apulia – Journal of Medieval History, XXI, 1995-4, 343-385. A. De Troia, Guglielmo De Parisio. Un esempio di successione feudale nella transizione svevo-angioina – La Capitanata, 2012.

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Baldovino IV di Gerusalemme, il re lebbroso

La storia sorprendente di Baldovino IV di Gerusalemme, il re lebbroso (Graphe.it edizioni, 2019) di Ilaria Pagani è il sesto titolo della collana I condottieri, curata da Gaetano Passarelli. Divenuto re il 15 luglio 1174, ad appena 13 anni e gravemente malato di lebbra, l’ elezione di Baldovino IV era stata decisa solo per colmare lo iatus temporaneo tra i candidati al trono di Gerusalemme. Ma il giovane si dimostrò capace di governare la feroce guerra intestina tra le fazioni cristiane per il controllo della Terra Santa e di difenderla da uno dei uno dei più grandi strateghi di tutti i tempi, Saladino. Rimasto celebre per la vittoria nella battaglia di Montgisard, condotta personalmente e vinta issando la reliquia della Vera Croce, Baldovino sarà ricordato dallo stesso condottiero musulmano come l’artefice di una sconfitta “grande come una catastrofe”.

Miniatura tratta dal manoscritto L’Estoire d’Eracles, una traduzione francese della Historia rerum in partibus transmarinis gestarum di Guglielmo di Tiro, dove Guglielmo stesso, precettore del giovane Baldovino, riconosce in lui i sintomi della lebbra (ca. 1250, British Library, Londra)

Nel 1174 l’Alta Corte del Regno di Gerusalemme, formata da ecclesiastici di rango e feudatari laici, si riunì per prendere una decisione e all’unanimità votò per l’elezione del giovanissimo Baldovino come re di Gerusalemme; ogni dubbio circa la sua salute fu messo da parte per evitare guai peggiori e non mostrare alcun segno di debolezza davanti ai nemici.

Sembra davvero impossibile pensare che le notizie sulle condizioni fisiche del principe non fossero note a tutti i componenti dell’assemblea, le corti infatti hanno sempre funzionato tutte nello stesso modo, ovunque. Dunque i membri del consiglio non potevano non sapere che, con tutta probabilità, e dati certi sintomi, si trattava proprio di lebbra.

Bernard Hamilton ha analizzato puntualmente tutte le motivazioni pratiche che condussero i grandi del Regno a prendere questa decisione. Sibilla era ancora nubile e ancora troppo giovane per esercitare il potere da sola come già altre donne avevano fatto in oriente, secondo costumi anche in questo caso più aperti rispetto all’Europa. Chiamare al potere uno dei signori degli altri regni crociati non era una strada percorribile: Boemondo III di Antiochia, Raimondo III di Tripoli, tutti erano sì imparentati con la casa regnante a Gerusalemme, ma c’erano ragioni per non chiamarli in gioco, si temeva di sguarnire il nord, si temeva l’influsso che i bizantini mantenevano su Antiochia e il Conte di Tripoli non era abbastanza conosciuto dai suoi pari di Gerusalemme, ovvero non offriva sufficienti garanzie.

Insomma solo una serie di circostanze fortuite permise che un ragazzino di tredici anni, minorenne, chiaramente malato, per cui la diagnosi di lebbra era ormai più che un sospetto per tutti, fosse eletto re di Gerusalemme. La minore età sarebbe durata ancora fino ai quindici anni, un tempo che si riteneva sufficiente per porre rimedio alla situazione, ovvero il tempo necessario per trovare un marito adatto per Sibilla.

La battaglia di Montgisard in un dipinto di Charles-Philippe Larivière (1842, Sala dei Crociati, Reggia di Versailles)

Il giovane re, nonostante il male, incarnava la tradizione cortese, era di bell’aspetto, di mente pronta e ottima memoria, due qualità che erano già state riconosciute in suo padre e che ne facilitavano i progressi negli studi; amava i racconti, e aveva già dimostrato ottime attitudini come cavallerizzo. Questa descrizione potrebbe apparire viziata, in quanto ci arriva dal tutore del giovane, da quel Guglielmo di Tiro che era tra le persone che a corte più dovevano essergli affezionate, eppure, se vista alla luce della storia successiva, appare veritiera. Non risulta affatto difficile credervi poiché le qualità descritte sono quelle tipiche del cavaliere medievale, come ci è stato tramandato dalla tradizione cortese; Baldovino aveva assorbito i valori della cortesia dal suo precettore, dall’ambiente aristocratico in cui viveva, essenzialmente francese, in cui la lettura dei romanzi dell’epoca, dalla Chanson de geste a Chretien de Troyes, come abbiamo già notato, doveva essere diffusa; il cavaliere non era più solo chi praticava il mestiere delle armi, bensì chi viveva secondo le regole della cortesia e del rigore morale, lontano da ogni volgarità dell’anima.

Baldovino dimostrò tante qualità, soprattutto fu la vera incarnazione dello spirito della crociata, più di molti suoi predecessori. Le cerimonie di incoronazione reale si tenevano di norma di domenica, il giorno del Signore, di cui il re è l’unto, il consacrato in terra, ma quella di Baldovino IV avvenne nella Basilica del Sepolcro di lunedì, 15 luglio 1174, giorno in cui ricorreva l’anniversario della presa di Gerusalemme, data troppo simbolica e importante perché se ne trascurasse il significato politico-religioso.

A partire da questo primo elemento vedremo svolgersi progressivamente un percorso di vera e propria identificazione della figura del re con la guerra santa e il Sepolcro, con la stessa città di Gerusalemme, soprattutto dopo che il re ebbe raggiunto la maggiore età.

Ilaria Pagani

Ilaria PaganiBaldovino IV di GerusalemmeCollana I condottieri, a cura di Gaetano PassarelliGraphe.it edizioni, 2019

Leggi anche: La vittoria del “re lebbroso”

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Jan Hus, che precorse Lutero

Martin Lutero un secolo prima di Martin Lutero. Jan Hus fu un predicatore boemo dotato di enorme carisma e di un’oratoria trascinante, un prete intollerante e coerente che per difendere le sue idee sulla riforma della Chiesa o sull’autorità del papa e dei cardinali avrebbe affrontato qualunque prova.

Il predicatore e pittore Hans Stiegler (sec. XVIII) dipinse un’oca dietro a Lutero per significare che Jan Hus fu un precursore di Lutero

Non vide mai quello che solo al monaco tedesco riuscì di realizzare, ma in un immaginario calcolo dare-avere, l’enormemente più celebre e celebrato Lutero dovrebbe fare tre passi indietro, chinare il capo, tacere per qualche momento e, fronte bassa, rendere omaggio al suo predecessore. Che, sostenendo le sue stesse tesi cento anni prima di lui, chiese e ottenne di difenderle nientemeno che davanti a un concilio universale, quello di Costanza del 1415.

Lutero, convocato, si rifiutò di andare a Roma. Hus, invece, si presentò davanti ai suoi accusatori ribattendo colpo su colpo ai loro sofisticati ragionamenti senza mai discostarsi dalle sue posizioni, finché, messo alle strette, “per non scandalizzare i discepoli”, il 6 luglio 1415, urlando e inveendo contro i suoi aguzzini, si incamminò verso il rogo.

Eppure i suoi inquisitori, i cardinali Pierre d’Ailly e Francesco Zabarella, fecero numerosi tentativi per salvarlo. Può sembrare strano, visto che quando Hus si presentò a Costanza le sue tesi erano già state condannate ai massimi livelli della gerarchia ecclesiastica. Eppure è così. Lo provano le sue lettere dal carcere e la cronaca più dettagliata a nostra disposizione, opera di un testimone oculare che era anche suo zelante discepolo: Petr di Mladoňovice.

Secondo il racconto di Petr, più volte il cardinale d’Ailly ammonì Hus che insistere nella richiesta di ulteriori udienze per spiegare le sue teorie, dopo che queste erano già state discusse e demolite punto per punto, non gli avrebbe giovato.

Jan Hus in un dipinto di Enrico Gamba (XIX sec.)

Quando il boemo contestò alcune affermazioni che gli erano state attribuite, Zabarella propose una “forma di abiura limitata” chiedendo all’imputato di esprimersi solo su quella, ma fu il re dei Romani Sigismondo, presente a Costanza per il concilio e spettatore al processo, a perdere la pazienza: “Perché non vuoi abiurare gli errori che secondo te ti vengono attribuiti falsamente? Io non avrei difficoltà ad abiurare tutti gli errori, non importa se li ho sostenuti o no”. “Maestà, se io abiurerò gli articoli in cui non credo mentirò alla mia coscienza e sarò dannato!”.

Sottigliezze che Sigismondo non poteva apprezzare: “O ritratti gli errori che qui sono stati condannati, o vai incontro alla legge”. Hus sarebbe andato incontro alla legge. Ma prima gli venne sottoposta una nuova lista di “errori”, sensibilmente più corta della precedente, e anche questa volta il boemo si rifiutò di abiurarla.

Una terza formula, escogitata sempre da d’Ailly e Zabarella, recitava così: “Anche se mi sono state imputate molte cose che non ho mai pensato, mi sottometto umilmente alla misericordia, agli ammonimenti, alle condizioni e alle correzioni del sacrosanto concilio generale”. Niente da fare.

In una lettera dal carcere, Hus scrisse di “innumerevoli persone venute a spiegarmi che se si tratta di sottoporre la mia volontà a quella della santa Chiesa rappresentata dal sacro concilio, abiurare è legittimo, e che, anzi, confessando una colpa che non si ha si acquistano dei meriti”. Fatica sprecata.

Il concilio di Costanza

Chiese e ottenne di potersi confessare. Un prete andò nella sua cella, lo ascoltò “con grande attenzione e misericordia”, come raccontò Hus stesso, e alla fine lo assolse. Vuol dire che in coscienza si riconciliò con la Chiesa? Molto improbabile. Profondamente convinto di essere dalla parte della verità, Jan Hus era anche una persona temeraria e un idealista, per nulla interessato a sapere dove quella verità lo avrebbe condotto.

Senza saperlo, rimase incastrato nel mezzo di uno scontro epocale il cui epicentro era proprio il concilio di Costanza, una specie di G20 del Medioevo in cui uomini di Chiesa, principi e re, dottori e teologi delle maggiori università europee furono chiamati a risolvere la più grave crisi della cristianità dal tempo della lotta per le investiture: la spaccatura in due e poi in tre obbedienze pontificie diverse, nota come Scisma d’Occidente.

Costanza nacque sul presupposto che, per risolvere la questione, al concilio dovesse attribuirsi un’autorità superiore a quella del papa stesso. E su quale terreno si esplicava maggiormente l’autorità di Pietro se non su quello della lotta alle eresie e la difesa dell’ortodossia?

Jan Hus al rogo

Qualunque flessione degli inquisitori davanti alle ragioni di Hus avrebbe, insomma, potuto ringalluzzire le ragioni dei “papisti” di fronte a quelle dei “conciliaristi”.

Anche per questo, dopo tutto, la condanna di Hus poteva considerarsi ampiamente prevista a meno di una sua ritrattazione.

Ritrattazione che, però, non era decisamente nello stile del personaggio.

Quel 6 luglio fu arso vivo in un campo fuori Costanza chiamato dai residenti, ironia della sorte, “Paradiso”. Una Chiesa meno in crisi di identità e più coraggiosa avrebbe potuto giudicarlo più equamente risparmiandosi così tanti dolori futuri.

Ma, tutto considerato, forse fu Jan Hus a nascere cento anni prima del dovuto.

Mario Prignano

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La vita gloriosa e spericolata di Carlo Zen

Carlo Zen. L’eroe di Chioggia (Graphe.it edizioni, 2018) è il quarto titolo della collana I condottieri, curata da Gaetano Passarelli per la casa editrice perugina. Il libro di Nicola Bergamo è un affascinante ritratto di un uomo dalla vita gloriosa e spericolata. Fu uno dei più grandi condottieri della Serenissima: ammiraglio, eroe di guerra, salvatore della patria in occasione della “guerra di Chioggia” contro Genova. Ma subì anche un processo per tradimento, e venne condannato per evasione fiscale, prima di essere celebrato dai suoi concittadini con esequie grandiose. Un guerriero pronto ad ogni battaglia ma capace anche di fondare un circolo culturale, una delle prime accademie d’Europa e di portare a Venezia i maggiori sapienti del suo tempo.

Certo che leggendo le vicissitudini di Carlo Zen vien da pensare che Bertolt Brecht non abbia capito un tubo: “Sventurata la terra che ha bisogno di eroi” fa dire il drammaturgo tedesco a Galileo. Invece averne di eroi così, di personaggi che hanno dedicato tutte le proprie notevolissime capacità militari al servizio dello stato, la repubblica di Venezia.

Forse, proseguendo con la massima di Brecht, si può dire che Venezia non aveva bisogno di eroi, il suo essere repubblica faceva sì che le responsabilità di governo fossero collettive e non prerogativa di un signore o di un principe, come accadeva altrove. Però se qua e là un eroe emergeva, proprio male non faceva.

Busto di Carlo Zen, opera di Angelo Giordani precedente al 1847

Non ce ne sono tanti di personaggi così fulgidi come Carlo Zen nella storia di Venezia: Enrico Dandolo che conquista Costantinopoli (ma i bizantini non sarebbero d’accordo, ovviamente), Sebastiano Venier a Lepanto, Francesco Morosini nel Seicento, forse Angelo Emo, ma ormai a fine Settecento non erano più tempi. Di quello spessore difficile trovarne altri. E poi, non possiamo nascondercelo, un pizzico di tornaconto personale non mancava mai. Il patriziato era sempre diviso in fazioni e questi personaggi erano uomini del loro tempo, ben inseriti nei meccanismi del potere e quindi facevano parte dell’uno o dell’altro gruppo che si batteva per il controllo delle magistrature veneziane. Per questo avevano nemici: non si deve pensare che le loro gesta raccogliessero consensi unanimi, anzi.

Altri patrizi erano gelosi delle imprese vittoriose, e varie magistrature storcevano il naso di fronte al potere che questi eroi sembravano poter accumulare nelle loro mani. Francesco Morosini, tanto per dire, esce dalla basilica di San Marco con il corno dogale in testa e il bastone da Capitano generale da mar in mano e dopo la sua morte viene varata una legge per impedire che a qualcuno in futuro passi per l’anticamera del cervello di cumulare i simboli delle due cariche. Quando Angelo Emo muore si sospetta il suo vice, Tommaso Condulmer, di averlo avvelenato.

Anche Carlo Zen finisce in prigione, per di più assieme a Vettor Pisani, l’altro eroe della guerra di Chioggia: senza loro due è probabile che l’arcinemica Genova sarebbe riuscita a mettere le mani sulla città di San Marco e chissà come sarebbero andate le cose.

Una vita spericolata, quella di Carlo Zen (conosciuto anche con la lezione italianizzata Zeno, ma a Venezia rimaniamo affezionati alle versioni originali: Corner e non Cornaro, Falier e non Faliero, quindi Zen e non Zeno) testimoniata dal fatto che quando, nel 1418, ne denudano il cadavere si contano ben trentacinque cicatrici di ferite, tanto che lo lasciano per un po’ esposto svestito in modo che tutti potessero vedere quale razza di guerriero se ne fosse andato. E non erano graffi da nulla: alcune di quelle ferite avrebbero ammazzato un toro, ma non Carlo Zen.

Quando, fuori Chioggia, una freccia genovese gli passa il collo da parte a parte, il sangue comincia a zampillare e rischia di morire soffocato, lo mettono su un fianco in modo che sputi il proprio sangue, ma sembra spacciato tanto che chiamano il prete.

Palazzo Zen ai Frari, nel sestiere di San Polo, appartiene ancora alla casata Zen

Invece, venti giorni più tardi, Carlo è di nuovo con la spada in mano a guidare i suoi uomini. Leggenda? Verità? Qualche pennellata di colore non possiamo escluderla, ma quella non risulta nemmeno essere l’unica volta che Carlo Zen, novello Lazzaro, se la cava a buon mercato anziché trapassare. In tempi in cui la medicina poteva fare poco, un fisico eccezionalmente forte era la migliore garanzia per sopravvivere a malattie e ferite, e il fisico di Zen doveva essere davvero fuori dal comune.

Una specie di Highlander, un Iron Man in grado di arrivare a ottantaquattro anni dopo che numerose e diverse armi lo hanno perforato, lasciandolo però sempre in vita.

In ogni caso la sua impresa più grande è stata arrivare il 1° gennaio 1380 davanti a Chioggia con la squadra di Cipro per dare man forte a Vettor Pisani che stava assediando i genovesi.

Non si navigava in inverno, a quei tempi, Zen, evidentemente, oltre che un comandante valoroso era pure un capitano impavido che non esitava a sfidare la natura, in aggiunta agli uomini. E, come spesso accade con gli audaci, la fortuna è dalla sua parte.

Il profilarsi delle galee con il vessillo di San Marco si rivela il fattore decisivo per favorire la definitiva vittoria veneziana (la guerra, comunque, non finisce subito). E sarà una di quelle vittorie destinate a modificare gli equilibri geopolitici, cosa che non sempre accade, basti pensare a Lepanto, dall’esito tanto sfolgorante quanto strategicamente inutile.

La conclusione della guerra di Chioggia a prima vista sembra addirittura favorevole a Genova. Con la pace di Torino dell’8 agosto 1381 Venezia deve smilitarizzare Tenedo, l’isola dell’Egeo posta all’ingresso dei Dardanelli da cui tutto era partito, è costretta a cedere Zara agli ungheresi e Treviso al duca d’Austria.

Un ritratto di Carlo Zen

Genova, invece, non deve rinunciare ad alcun territorio. Tutto bene dunque? Macché.

Come scrive Paola Pettinotti nella sua Storia di Genova, il debito pubblico genovese si è triplicato per sostenere lo sforzo bellico, passando da uno a tre milioni di lire tra il 1340 e il 1380, il doppio di quello veneziano. La repubblica ligure non ce la farà più a uscire dalla morsa del debito e sarà costretta a consolidarlo fondando nel 1407, il banco San Giorgio, di fatto la prima banca pubblica del mondo. Una storia di successo quella del banco: sarà chiuso solo nel 1805, in epoca napoleonica, ma per Genova il prezzo da pagare è altissimo: “Una città spossata dallo sforzo bellico, straziata da guerre interne e che sta per perdere, nel giro di pochi decenni, la propria indipendenza politica”, scrive Pettinotti.

Quindi per quella che sarà chiamata la Superba la sconfitta determinata dalle galee di Carlo Zen è definitiva: non si risolleverà mai più. Certo, la sua storia continuerà lunga e gloriosa, deve ancora arrivare quello che Fernando Braudel chiama “il secolo genovese”, ovvero quei novant’anni (1550-1640) in cui i banchieri genovesi fanno da tesorieri ai re di Spagna e si arricchiscono a dismisura.

Alla città ligure tuttavia sarà riservato un ruolo simile a quello della Germania nel secondo dopoguerra: “gigante economico, ma nano politico”. Genova, dopo la guerra di Chioggia, non giocherà più un ruolo da protagonista tra le potenze europee.

Tra l’altro la figura di Carlo Zen dovrebbe avere maggiore rilievo anche tra gli studiosi di storia militare. Da un lato è il primo a pensare di dotare Venezia di una stabile forza di terra perché essere potenti sul mare non basta più. Fino a quel momento la repubblica non disponeva di una vera e propria fanteria, ma utilizzava nei combattimenti di terra i soldati sbarcati dalle galee, impropriamente chiamati fanti da mar. Dall’altro lato è uno di quei comandanti che amano stare accanto alla truppa: combatte fianco a fianco con i suoi soldati, li anima con il suo vocione che doveva essere poderoso (le cronache non mancano mai di riferire degli incitamenti udibili nel fragore della battaglia), è uno che condivide disagi, pericoli e anche, lo abbiamo visto, ferite, con chi gli sta vicino. Per questo è tanto amato dai suoi quanto temuto dai nemici: la fama nei campi di battaglia si ripercuote, in maniera uguale e contraria, in entrambi i lati degli schieramenti.

Gli Zen sono una famiglia che ha pesato molto nella storia della Serenissima.

Il libro di Nicola Bergamo Carlo Zen. L’eroe di Chioggia, ricostruisce la vita di Carlo, ma portano lo stesso cognome i fratelli Nicolò e Antonio che più o meno nei medesimi anni nei quali Carlo combatte contro i genovesi navigano nell’Atlantico del Nord, al servizio di un nobile scozzese.

Raggiungono l’Islanda, la Groenlandia e con ogni probabilità alcuni insediamenti vichinghi che si trovavano sulla costa dell’odierno Labrador.

Naturalmente gli Zen, così come pure i Vichinghi, non hanno la consapevolezza di essere arrivati in un nuovo continente, ma vedono quei villaggi come una delle tante colonie che i navigatori scandinavi hanno fondato nell’estremo Nord.

Carlo Zen, smesse le armi perché ormai ottuagenario, non smette però di esercitare un’influenza profonda nella sua epoca e anche in quelle successive.

La morte di Carlo Zeno in un’opera di Giuseppe Gatteri

Si dedica alla lettura grazie al fatto che l’eccezionalità del suo fisico non l’ha preservato solo dalle ferite belliche, ma pure dalla presbiopia. Ora passa tutto il suo tempo fra i libri, ma non si accontenta di leggere soltanto. Fonda un circolo culturale, un’accademia, una delle prime dell’intera Europa e si impegna a portare a Venezia i maggiori sapienti del tempo. Fra questi anche un greco piuttosto famoso, Emanuele Crisolora. Lo studioso non riesce, come si proponeva, a riavvicinare le chiese di Roma e Bisanzio, né a formare alleanze per bloccare l’avanzata ottomana. Riesce invece a trasmettere la conoscenza e l’amore per il greco. Insegna greco a Firenze e trascorre anche lunghi periodi a Venezia, ospite proprio di Ca’ Zen.

Crisolora è la scintilla che innesca il fuoco dell’Umanesimo e quindi del Rinascimento. Non sappiamo con precisione in quale attività si sia esplicitato il suo soggiorno veneziano, ma possiamo presumere che abbia anche qui, come a Firenze, influenzato profondamente la vita culturale della città lagunare, e quindi si può ipotizzare che l’influenza esercitata da Venezia sull’affermarsi del Rinascimento sia maggiore di quanto comunemente non venga ritenuto (i legami con Costantinopoli andavano ben oltre la presenza di Crisolora), in un’interpretazione di norma tutta rivolta a occuparsi del versante fiorentino.

Uomo di guerra, uomo di lettere, una figura fuori dal comune, quella di Carlo Zen, eroe di altri tempi.

Alessandro Marzo Magno

Nicola BergamoCarlo Zen. L’eroe di ChioggiaCollana I condottieri, a cura di Gaetano PassarelliGraphe.it edizioni, 2018

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Guglielmo il Maresciallo, “il miglior cavaliere del mondo”

Di Guglielmo il Maresciallo, ricordato come “il miglior cavaliere del mondo”, conosciamo con certezza solo la data della morte: 14 maggio 1219. Di quella della nascita sappiamo poco.

Del resto, ai suoi tempi contava poco il giorno in cui si veniva al mondo. Era una data molto meno importante di altri passaggi della vita.

Guglielmo disarciona Baldovino I conte di Guînes (Chronica Majora di Matthew Paris, sec. XIII)

Guglielmo era di origini modeste. Figlio della piccola aristocrazia inglese, nacque intorno al 1145 da Giovanni e Sibilla di Salisbury. Era il quarto figlio nella linea ereditaria. Non gli spettavano quindi né terre né titoli. Come per tutti i cadetti la sua strada era quella del miles o dell’uomo di Chiesa. Scelse il mestiere delle armi e apprese i rudimenti della cavalleria alla corte normanna del signore di Tancarville.

La sua fama di grande combattente gli permise, in poco tempo, di accumulare grandi ricchezze. Come spiegò il grande storico Georges Duby nel suo fondamentale libro “Guglielmo il Maresciallo” (Laterza, 2004) il grande cavaliere salì la scala sociale grazie ai tornei, alle battaglie e agli “omaggi” alle casate più illustri. Senza trascurare oculate strategie matrimoniali.

Il castello di Pembroke è oggi uno dei più imponenti castelli normanni del Galles meridionale ed è situato al centro dell’omonima città. Curato dal CADW, l’ente gallese di protezione dei monumenti storici, è aperto al pubblico

Praticò le quattro virtù fondamentali per il successo: il coraggio, la lealtà, la cortesia e la prodigalità. Nel 1168 scortò la regina Eleonora d’Aquitania nella vittoriosa spedizione che annientò una rivolta scoppiata nel Poitou. Fu così valoroso in battaglia che la regina lo cooptò nella casata regia, dove servì prima Enrico II Plantageneto e poi suo figlio Riccardo I Cuor di Leone, che nel 1189 lo premiò per i suoi servigi e gli concesse la mano dell’ereditiera Isabella di Clare.

Guglielmo diventò così conte di Pembroke e signore di vasti possedimenti che andavano dalla Normandia al Galles fino a un quarto del territorio dell’Irlanda. L’uomo senza terre e dall’incerto futuro era ormai il più ricco proprietario terriero del regno.

La sua lealtà alla causa dei Plantageneti fece sì che nel 1216 il re Giovanni Senza Terra sul suo letto di morte gli affidasse la reggenza del regno d’Inghilterra per conto del figlio Enrico III che all’epoca aveva appena 9 anni. In nome del suo piccolo re, Gugliemo sconfisse, appena un anno dopo dopo a Lincoln l’esercito del re di Francia Luigi VIII che si era alleato con i baroni inglesi ribelli. Lo scontro segnò la rinuncia definitiva del sovrano di Francia al trono inglese. Guglielmo non si accanì contro i vinti e scortò le truppe nemiche al porto d’imbarco.

Quel 1217 fu l’anno della sua apoteosi: il povero cadetto, tutore del re bambino e reggente del trono d’Inghilterra era diventato uno degli uomini più potenti della sua epoca: mentore di Enrico il Giovane, cavaliere del padre Enrico II e vassallo del re d’Inghilterra e anche del re di Francia per i vasti feudi che sua moglie Isabella possedeva in Normandia.

La tomba di Guglielmo il Maresciallo nella chiesa del Tempio a Londra

Quando Guglielmo morì, suo figlio fece comporre a Giovanni il Trovatore un poema di più di 19.000 versi in lingua anglonormanna. L’Histoire de Guillame le Maréchal. L’opera, scritta nel francese d’oil parlato a corte, è una preziosa testimonianza sulla società feudale, fondata sui valori della virtus dell’uomo d’armi e sulla caritas e la fidelitas verso il suo signore.

“La chanson del Trovatore – ha scritto George Duby – ci consegna qualcosa di infinitamente prezioso: la memoria cavalleresca quasi allo stato puro; senza questa testimonianza non ne sapremmo quasi nulla”.

In punto di morte Guglielmo il Maresciallo volle essere vestito con i panni del cavaliere templare, come estremo atto di fedeltà verso l’ordine al quale aveva chiesto di essere ammesso prima di esalare l’ultimo respiro. Fu sepolto a Londra, nella chiesa del Tempio.

Virginia Valente

Bibliografia essenziale:Georges Duby, Guglielmo il Maresciallo. L’avventura del cavaliere, Laterza, 2004.March Bloch, La società feudale, Einaudi, 1999.Franco Cardini, Alle origini della cavalleria medievale, Il Mulino, 2014.Franco Cardini, Il guerriero e il cavaliere in Jacques Le Goff, L’uomo medievale, Laterza, Bari, 2008.Philippe Contamine, La guerra nel Medioevo, Il Mulino, 2005. Jean Flori, Cavalieri e cavalleria nel Medioevo, Einaudi, 1999.Aldo A. Settia, Rapine, assedi, battaglie. La guerra nel Medioevo, Laterza, 2004.

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Biondo Flavio, primo storico del Medioevo

Il 4 giugno 1463 morì l’umanista forlivese Biondo Flavio, il primo vero storico del Medioevo. Il primo a definire come entità storica a sé stante l’importanza dei quei dieci e più secoli nella storia del mondo.

Il frontespizio di una edizione in compendio delle Historiarum ab inclinatione Romanorum imperii decades del 1653 tradotta in italiano (Napoli, Biblioteca comunale)

Lo fece, senza però mai usare la parola Medioevo, in una mastodontica opera in 32 volumi, pubblicata nel 1453: Historiarum ab inclinatione Romanorum imperii decades (“Le decadi storiche dal declino dell’impero romano”).

Il libro è una puntuale esposizione, in ordine cronologico, delle principali vicende storiche italiane ed europee dal 412 al 1441: dall’epoca del Sacco di Roma ad opera di Alarico fino ai tempi dell’autore. Dieci secoli di storia, ricostruiti attraverso un uso critico e pignolo delle fonti, nelle quali viene introdotto il concetto di Medioevo. L’opera ebbe una grande diffusione anche fuori d’Italia.

Biondo Flavio, chiamato nel 1433 da papa Eugenio IV alla carica di notaio della Camera apostolica, fu, di fatto, tra i fondatori della moderna storiografia. Introdusse infatti negli studi storici, oltre allo spirito critico nell’analisi dei documenti anche i risultati delle sue ricerche archeologiche, epigrafiche e geografiche.

Il suo primo lavoro, Roma instaurata, pubblicato in tre volumi tra il 1444 e il 1446, gli diede anche la fama di precursore dell’archeologia, anche se fu il suo contemporaneo Ciriaco d’Ancona, detto “pater antiquitatis”, a fondare la scienza che ricostruisce le antiche civiltà attraverso le testimonianze materiali e le fonti scritte e iconografiche.

Biondo Flavio in una xilografia di Paolo Giovio (Elogia Virorum literis illustrium, Petri Pernae, Basilea, 1577)

Roma instaurata è a tutti gli effetti una guida documentata alle rovine dell’antica Roma. Un libro importante per la grande quantità di notizie relative all’arte, nel quale Biondo tentò di ricostruire in modo sistematico la topografia di Roma antica arricchendo il volume con un sorprendente elenco di chiese e cappelle della “Città eterna”.

Nel 1459 pubblicò il De Roma triumphante (“I trionfi di Roma”) che presentava il papato come la continuazione dell’Impero Romano: una attenta ricostruzione delle istituzioni pubbliche e private dell’antica Roma, con particolare attenzione alle notazioni di costume e alla loro sopravvivenza nel XV secolo.

Tra le altre sue opere, va citata l’Italia illustrata, scritta tra il 1448 e il 1458 e pubblicata nel 1474: è il primo manuale di geografia storica dell’Italia, particolarmente interessante proprio perché è basato sui viaggi e le esperienze personali dell’autore. L’opera ricostruisce le vicende di quelle che allora erano le 18 province italiane, dall’antica Repubblica romana agli imperatori del sacro Romano Impero.

Virginia Valente

La lapide di Biondo Flavio all’Aracoeli di Roma

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Il mio signore Boldrino da Panicale

Il mio signore Boldrino, superbo e invitto condottiero, benevolo con gli amici e terribile con gli avversari, nacque a Panicale un giorno imprecisato del 1331 da Francesco Paneri e da Lucrezia Ceppotti e morì, tradito, a Macerata il 3 giugno del 1391 per mano dei sicari, su ordine del marchese Andrea Tomacelli, fratello di papa Bonifacio IX, che lo aveva invitato ad un pranzo con il pretesto di insignirlo del titolo nobiliare.

Un ritratto di Boldrino da Panicale conservato nella Biblioteca comunale di Panicale (Umbria)

Tale era la fama e la paura che incuteva Boldrino che i suoi soldati, fedelissimi, non volendo altro che li comandasse, prima assediarono Macerata, la presero, facendo strage e facendosi pagare dodicimila fiorini d’oro come riscatto, si ripresero il corpo e per tre anni trasportarono sui campi di battaglia la salma del capitano, chiusa in un’arca su cui vigilava sempre una guardia scelta e sempre uscirono vincitori dagli scontri.

Il mio padrone fu costretto a lasciare la sua casa natia in piazza San Michele Arcangelo, a Panicale, giovinetto, a seguito della morte del padre, ucciso dai sicari, pugnalato sul greto del fosso Gioveto.

Fornito di una tempra robusta e forme atletiche, nonostante la smisurata altezza di sei piedi e mezzo, che faceva sì sovrastasse gli amici e terrorizzasse i nemici. Il suo giovane volto era sempre corrucciato, con lo sguardo severo di chi ha sofferto e una luce profonda ne annunciava la prontezza d’animo, lo smisurato coraggio e brama di gloria.

Il mio signore si chiamava Giacomo Paneri. Qualcuno dice che discendesse da una famiglia di panettieri, tanto che nel blasone dei Paneri alla Rocca di Boldrino, tra oltre alla lettera “B”, compaiono anche il ferro di cavallo, il cimiero e una tavola con tre pani.

I Paneri, però, avevano sempre guerreggiato, al servizio dei Tarlati di Arezzo e dei Casali di Cortona, ed erano imparentati con gli Ubaldini, per questo il mio padrone fu soprannominato Boldrino.

Giovane e orfano, Boldrino prese la via di Perugia nel 1348, per dedicarsi al mestiere delle armi, dove grazie alla forza e all’astuzia eccelse sin da subito. Ivi rimase fino al 1351, quando conosciuti i nomi dei sicari del padre, tornò a Panicale deciso a vendicarsi. Li scovò e li uccise.

John Hawkwood, detto Giovanni Acuto, raffigurato in un affresco di Paolo Uccello (duomo di Firenze)

Sulla sua testa fu messa una taglia e così fuggì, andando a perfezionare il suo apprendistato all’alta scuola di messer Giovanni Acuto. Sotto la guida del capitano inglese molto si arricchì e altrettanto imparò delle tecniche di guerra, portando strage e lutti nel territorio di Firenze.

Poi, lasciato l’Acuto, fondò una sua compagnia e mise a sacco il Trasimeno, sotto gli ordini di papa Urbano VI. Imperversò nel contado di Siena, Firenze e Perugia, poi sconfinò nelle Marche guadagnandosi la nomea di “flagellatore della Marca” e “sgomento delle Milizie italiane e straniere”.

Per molti il mio signore era solo scaltro, opportunista senza scrupoli, naturalmente aggressivo, assai pessimo uomo, ma egli fu, non solo, uno dei più acclamati guerrieri in vita e in morte del suo secolo, ma anche molto devoto a Perugia, onesto e osservatore delle leggi.

Più volte soccorse la città che lo aveva protetto e ospitato da giovane orfano. Una prima volta quando la città era tiranneggiata dall’abate di Monmaggiore, difeso dall’antico maestro Giovanni Acuto. Quella volta fu scaltro il mio signore. Nel gennaio del 1376 attese che l’Acuto andasse a colpire Città di Castello, poi si introdusse in città con i fuoriusciti, disarmò l’esigua truppa dell’abate e guidò la rivolta del popolo perugino. Che smacco per l’Acuto, tornato più velocemente possibile a Perugia: non gli rimase altro da fare che raccogliere il Monmaggiore fuggito nelle campagne e subire gli sberleffi dei perugini dall’alto delle mura.

Dieci anni dopo la città corse un nuovo pericolo e Boldrino, come un figlio diligente, si pose a difesa della madre contro le scorrerie delle truppe bretoni e guascone del feroce Beltotto. Il conte Giovanni Scotti lo raggiunse a Recanati e lo pregò di tornare in città con i suoi armati. Perugia era indifesa e a corto di cibo e acqua. Il mio signore radunò l’esercito, marciò a tappe forzate e al quarto giorno era schierato sulla collina di Corciano, dove sorprese il nemico, facendone prima strage con gli arcieri e poi caricando con i suoi cavalieri pesanti. La mischia fu dura e feroce, ma dopo un’ora di battaglia la città era libera e i nemici lasciarono sul campo enorme bottino. I fuggiaschi furono raggiunti e sterminati a Cortona.

Nella compagnia del mio signore, i cavalieri combattevano come insegnato da Alberico da Barbiano, mentre gli arcieri si muovevano veloci e precisi come voleva la tattica inglese dell’Acuto.

Sul campo issava tre vessilli: uno a strisce biancorosse con un ferro di cavallo; l’altro a scacchi biancoazzurri, con il castello di Panicale; il terzo rosso con Grifo rampante in oro.

Boldino riceve le chiavi di Perugia liberata ( Marino Piervittori, 1869, Sipario del teatro di Panicale)

Il 24 giugno 1386, il mio padrone entrò a Perugia da Porta Santa Susanna e i priori lo nominarono Gran Cavaliere e Capitano Generale, decretando che potesse unire al suo blasone il Grifo, simbolo della città. Più tardi i priori gli conferirono una pensione annua di 500 fiorini e la cittadinanza.

Delle preziose armi del mio signore si servì, nel 1378, papa Urbano VI contro Clemente VII, ma anche l’arcivescovo di Milano contro la Repubblica di Venezia, in favore dei fiorentini contro Giovanni re di Boemia. Papa Bonifacio IX gli affidò la riconquista dei castelli della Marca e l’arresto del capitano Bartolomeo Smeducci che molestava le terre del Pontefice.Bonifacio IX, però, perse la fiducia nel capitano Boldrino quando questi si proclamò signore dei castelli occupati. Il Papa nulla disse, ma confidò nell’opera del fratello, Andrea Tomacelli. Il quale invitò il mio signore ad un banchetto e a tradimento lo uccise, mentre si stava lavando le mani.

Così si concluse la vita del mio signore, Giacomo Paneri detto Boldrino da Panicale, uomo bellicoso, amatissimo e quasi idolatrato da suoi soldati. Grandissimo capitano e il più temuto soldato di quei tempi.

Umberto Maiorca

Da leggere:G. Orsini, Racconto di Boldrino Paneri da Panicale, illustre guerriero, Roma 1700.A. Fabretti, Biografie dei capitani venturieri dell’Umbria, I, Montepulciano 1842.E. Ricotti, Storia delle compagnie di ventura, Pomba, 1844. G. Franceschini, Boldrino da Panicale (1331?-1391), contributo alla storia delle milizie mercenarie italiane, in Bollettino della Deputazione di Storia patria per l’Umbria, XLVI (1949).G. Cecchini, Boldrino da Panicale, in Bollettino della Deputazione di Storia patria per l’Umbria, LIX (1962).P. Pellini, Dell’historia di Perugia, Venezia 1664.S. Merli, Boldrino da Panicale, in Machiavelli e il mestiere delle armi. Guerra, armi e potere nell’Umbria del Rinascimento, Catalogo della mostra a cura di A. Campi, E. Irace, F. F. Mancini, M. Tarantino, Perugia, Aguaplano, 2014.

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Aleksandr Nevskij, “sole della Russia”

L’eroe russo più amato e popolare è un santo guerriero: Aleksandr Nevskij (1220-1263). Principe di Novgorod, poi gran principe di Vladimir. Ricordato nei secoli come “salvatore”, “difensore della Giustizia” o “Sole della Russia”.

Aleksandr Nevskij nel film storico – epico che racconta le sue gesta (regia di Sergej Michajlovič Ėjzenštejn, 1938)

La sua figura ha ispirato decine di cronache religiose e prodotto una sequela di miti popolari. L’ultimo dei suo figli, Daniele, santo della chiesa ortodossa, diventerà principe di Mosca e darà vita alla dinastia di sovrani che faranno della piccola città sulla Moscova la capitale di un granducato che poi diventerà nazione.

Nevskij fu il più intelligente e tenace dei principi della sua generazione. Un grande capo militare. Paladino della chiesa ortodossa. Ma anche capace, per conservare e accrescere il suo potere, di allearsi con i Mongoli e fare guerra a suo fratello, suo zio e anche a suo figlio Dmitrij.

Di fronte ad ogni invasione, dai tempi di Pietro il Grande a Napoleone, fino agli orrori della seconda guerra mondiale e all’età di Stalin, il nome di Nevskij sarà invocato ed usato come nume tutelare del popolo russo. Santa reliquia di Pietroburgo e icona della patria.

Anche quella cinematografica, come avvenne nel 1938 con “Aleksandr Nevskij”, il film del regista Ėjzenštejn arricchito dalla colonna sonora di Sergej Prokof’ev: una ricostruzione storica in chiave epica e secondo i nuovi canoni del realismo socialista della battaglia contro il nazismo.

L’EROE DELLA NEVA Nevskij nacque a Pereslavl’-Zalesskij, una città dell’alto corso del Volga, il 30 maggio 1220 da Vladimir Jaroslav II Vsevolodovic e dalla principessa Feodosia di Halic. Suo fratello maggiore Feodor Jaroslavic, erede del titolo e dei privilegi, morì a soli 15 anni.

Aleksandr si trovò così principe di Novgorod. Divenne duca della città nel 1236. Sposò la principessa Bassa di Potolsk, dalla quale ebbe quattro figli.

La Via dei Variaghi

La sua leggenda nacque il 1 luglio 1240 quando vicino all’odierna San Pietroburgo, affrontò una coalizione di Svedesi, Lituani e Cavalieri dell’ordine teutonico, guidati da un altro “padre della patria”: lo jarl svedese Birger, il fondatore di Stoccolma a cui la leggenda attribuisce la creazione del nome stesso della Svezia: Sverige.

L’esercito di Birger puntava al controllo dell’antica Via dei Variaghi e alla città di Staraja, sul lago Ladoga, la prima importante stazione della fondamentale rotta di commerci fluviali che univa in un’unica e vastissima area di scambi il Mar Baltico con il Mar Nero e la Scandinavia con la Rus’ di Kiev e l’impero bizantino. Staraja Ladoga, su una ripida altura e ben protetta dalla conformazione stessa del fiume Volchov, era la vecchia città di Aldeigjuborg, costruita nell’VIII secolo dai vichinghi. Uno dei primi insediamenti del popolo di guerrieri e mercanti in quella terra che porta ancora il loro nome: Rus.

In ballo, insieme al vitale controllo dei traffici fluviali e alla sopravvivenza stessa del principato di Novgorod, c’era anche lo scontro religioso tra la chiesa ortodossa e quella cattolica.

L’esercito del principe Aleksandr Jaroslav sbucò dalla fittissima nebbia tra il corso della Neva e quello dell’affluente Ižora: l’attacco a sorpresa non lasciò scampo agli Svedesi. Birger fu ferito da Aleksandr. E l’esercito scandinavo, sconfitto e disperso, battè in ritirata.

L’impresa valse al principe il soprannome che da allora lo accompagnerà per sempre: Nevskij, l’eroe “della Neva”.

Lago Peipus (o dei Ciudi)

LA BATTAGLIA DEI GHIACCI Due anni dopo, il 5 aprile 1242, Aleksandr arrestò l’avanzata dei cavalieri teutonici guidati dal vescovo principe Hermann nei pressi del lago Peipus. I soldati russi accerchiarono e sconfissero l’esercito dei Cavalieri, affiancato dagli alleati Livoni e Danesi.

La Battaglia dei Ghiacci, pose fine alle Crociate del Nord e ai tentativi dello stato monastico dell’ordine militare di soggiogare i territori abitati dagli slavi ortodossi e dei popoli pagani ad est dell’Estonia.

La vittoria russa, modesta dal punto di vista militare, ebbe però una enorme importanza politica. E consacrò il mito di Nevskij, capace di salvare il suo principato stretto tra la potenza svedese e quella dell’Ordine dei cavalieri teutonici.

Aleksandr nel 1246 venne nominato granduca di Kiev. Iniziò allora un’altra battaglia, questa tutta politica, contro i boiardi, gli esponenti dell’alta aristocrazia feudale che mal digerivano il rafforzamento dell’autorità monarchica. E anche contro l’oligarchia dei mercanti, gelosa delle proprie prerogative nel governo della “libera città” di Novgorod.

Contro di loro e a suo vantaggio usò l’altra minaccia a lungo sottovalutata. Una guerra che arrivò sulla Russia e i paesi dell’ovest con la forza di un cataclisma: i Mongoli di Batu Khan, discendente del leggendario Genghiz Khān dilagarono nelle grandi pianure portando ovunque distruzioni e morte. Intere città vennero rase al suolo. L’Orda d’Oro nel 1238 aveva già colpito e annientato i Bulgari del Volga. Tutti i principati russi vennero devastati. Jurij, granduca di Vladimir, fu ucciso nella battaglia del fiume Sir. Solo la stagione del disgelo salvò Novogorod.

Scena della battaglia del lago ghiacciato in una miniatura del sec. XIV

Ma la tregua durò poco. Nel 1240 l’Orda d’Oro riapparve: la furia mongola travolse Kiev e l’armata di Batu Khān penetrò in Ungheria e Polonia. La morte del gran Khan nel dicembre 1241 e le lotte per la successione tra i clan rivali fermarono quell’esercito che sembrava invincibile.

L’Occidente respirava. Ma la Russia rimase prigioniera sotto il tallone di ferro degli invasori. E Tatari, il nome di una stirpe mongola dell’ovest, diventò anche la parola con la quale i popoli delle grandi pianure iniziarono a chiamare i loro conquistatori.

IL PRINCIPE VASSALLO Aleksandr Nevskij in quegli anni continuò a rafforzare il suo potere. Sconfisse più volte i Lituani che lo minacciavano da nord e nelle stagioni successive firmò anche il primo trattato di pace con la Norvegia.

Ma l’eroe della guerra diventò un sostenitore della “pace ad ogni costo”. Di fronte alla forza dei Mongoli il principe si fece vassallo. A più riprese pagò il tributo ai conquistatori. Andò più volte alla corte del khan per compiere l’atto di sottomissione. Respinse ogni tentativo della curia papale che caldeggiava una guerra aperta tra la Russia e l’Orda d’Oro.

Ma il calcolo, il cinismo o l’abilità politica, lo portarono molto oltre: iniziò ad usare i padrini mongoli come assicurazione contro i suoi nemici. Chiese l’aiuto dei Tatari per combattere contro suo fratello e i suoi parenti che si ribellavano agli invasori. Riuscì così ad acquistare il controllo di gran parte della Russia settentrionale.

Con i Mongoli scelse la via della “non resistenza”. Combattere voleva dire morire. Molti dei suoi sudditi lo accusarono, più o meno velatamente di codardia, come lascia intendere un monaco “resistente” autore della Cronaca di Novgorod. Ma la sua moderazione gli assicurò molti vantaggi. A partire dalla riduzione del tributo annuo che le città russe dovevano versare. Truppe della cavalleria di Nevskij furono inviate in Cina alla corte del gran Khān. Ma il principe riuscì ad evitare che l’Orda d’Oro incorporasse in modo stabile i soldati russi nel suo esercito.

L’espansione dell’Orda d’Oro nel 1389

Il Khān lo premiò. Ottenne il diploma di granduca della città di Vladimir che elesse a capitale del suo stato. Costrinse con la forza delle armi i riottosi cittadini di Novgorod a pagare i tributi ai Mongoli e lasciò il figlio Dmitrij al governo della città.

Ma quando il giovane principe diede ragione agli oligarchi che si rifiutavano di sottostare al censimento che i funzionari tatari imponevano per riscuotere il loro tributo annuale, Nevskij punì e destituì suo figlio. Impose agli oligarchi di obbedire ai Tatari. E si mise in viaggio fino a Sarāy, capitale mongola, per chiedere clemenza al Khān Ulaghcī.

Novgorod pagò così il tributo ai conquistatori nel 1259. Ma la rivolta non si spense. Pochi anni dopo, anche le città di Vladimir, Jaroslav e Rostov si ribellarono e massacrarono gli esattori tatari.

La punizione dell’Orda d’Oro sembrava inevitabile. Aleksandr Nevskij per la quarta volta marciò fino a Sarāy per implorare la clemenza del Khān. Usò tutta la sua autorevolezza: lo rabbonì con doni e promesse e salvò la pace. Ma nel viaggio di ritorno si ammalò e morì a Godorec.

Era il 14 novembre 1263. Cronache agiografiche raccontano che in pieno inverno e con un clima rigidissimo la famiglia ducale, il metropolita e il “popolo tutto di Vladimir” vennero incontro alla salma del principe fino a Bogoljubovo.

L’OMAGGIO DI PIETRO IL GRANDE Nel 1547 Aleksandr Nevskij fu canonizzato dalla chiesa ortodossa russa. Pietro il Grande fece trasportare i suoi resti a San Pietroburgo e ordinò che sul luogo della Battaglia della Neva venisse edificato il Monastero di Aleksandr Nevskij. In suo nome, nel 1725 venne creato L’Ordine Imperiale di Sant’ Aleksandr Nevskij, cancellato dalla Rivoluzione d’Ottobre ma ripristinato nel 1942.

A San Pietroburgo, il nome del “Sole della Russia”, “L’apostolo della pace a qualunque costo”, risuona ogni giorno lungo la prospettiva Nevskij, il corso principale della grande e bella città.

Il santo guerriero di Novgorod barattò con cinico realismo politico l’indipendenza del suo popolo con l’esistenza stessa del suo regno e con il futuro della sua dinastia. Ma principi e prelati, mercanti e soldati, seppure obtorto collo, alla fine accettarono la pax mongola che consentì comunque alla Russia di rinascere dalle proprie macerie a partire dalla seconda metà del XIV secolo.

Virginia Valente

La battaglia dei ghiacci in un mosaico nella metropolitana di San Pietroburgo

Da leggere:Catherine Durand-Cheynet, Alessandro Nevskij o il Sole della Russia, Salerno editrice, 1988.Francis Conte, Gli Slavi. Le civiltà dell’Europa centrale e orientale, Einaudi, 1991.Hans Kohn, Storia degli Slavi, Odoya, 2018.

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Nitardo, il primo testo in antico francese

Dobbiamo a Nitardo, un nipote di Carlo Magno, la conoscenza del primo documento scritto in una lingua romanza: è un testo in francese antico, vergato in un manoscritto in quella che sarà poi chiamata langue d’oïl (lingua d’oïl) per distinguerla dalla langue d’oc, la lingua occitana o provenzale.

Il testo dei Giuramenti di Strasburgo

In un suo libro, Storia dei figli di Ludovico il Pio, Nitardo trasmise le parole usate nei Giuramenti di Strasburgo (Sacramenta Argentariae), sottoscritti il 14 febbraio 842, nei quali si certificava in modo solenne l’alleanza tra due dei figli di Ludovico il Pio: Carlo il Calvo e Ludovico il Germanico.

Per farsi capire da tutti i soldati franchi i due sovrani non giurarono, come era consuetudine in latino ma lo fecero ognuno nella lingua dell’altro. E i loro generali li imitarono poco dopo. Così il popolo, che non parlava il latino e non comprendeva nemmeno la lingua dell’esercito alleato, capì con chiarezza tutti i punti del patto d’onore stretto tra i due fratelli. Ludovico il Germanico (804-876) giurò in antico francese (rustica romana lingua) e Carlo il Calvo (823-877) in tedesco (teudisca lingua).

Il testo in proto-francese recita: “Pro Deo amur et pro Christian poblo et nostro commun salvament, d’ist di en avant, in quant Deus savir et podir me dunat, si salvarai eo cist meon fradre Karlo, et in aiudha et in cadhuna cosa…”. Una promessa sotto giuramento: “Per l’amore di Dio e per la salvezza del popolo cristiano e nostra comune, da oggi in avanti, in quanto Dio sapere e potere mi concede, così salverò io questo mio fratello Carlo e con (il mio) aiuto e in ciascuna cosa…”.

Nitardo (nato prima dell’ 800 e morto il 15 maggio 845) era il cugino dei due sovrani, in quanto figlio illegittimo di Berta che l’imperatore Carlo Magno aveva avuto dalla sua terza moglie Ildegarda. Il padre era Angilberto, uno dei più importanti poeti della Schola Palatina. Carlo Magno pretendeva che le figlie non si sposassero per non alimentare le possibili ambizioni dei potenziali generi. Ma Angilberto era un suo amico fraterno. Nei convivi di corte, il compagno poeta di Berta veniva chiamato addirittura “Omero”. Carlo Magno lo stimava profondamente, tanto da nominarlo tutore di suo figlio Pipino, giovane re d’Italia e pure ambasciatore presso il papa. Angilberto (750-814) fu vicino al grande re dei Franchi anche a Roma, la notte di Natale dell’800, quando papa Leone III incoronò il sovrano dei Franchi a Imperatore dei Romani.

Carlo il Calvo rappresentato in un salterio (Parigi, Bibliothèque Nationale)

Con l’approvazione di Carlo Magno, Angilberto passò quindi dalla condizione di amante di Berta (779-829) a quella di convivente more uxorio. E Nitardo potè vivere a corte insieme a suo nonno e ai suoi cugini. Ricevette una istruzione accurata: conte di Ponthieu, fu uno dei rari storici laici dell’Alto Medioevo e diventò uno degli uomini più potenti del suo tempo. Nelle lotte tra figli di Ludovico il Pio, prese sempre le parti di Carlo il Calvo.

Fu proprio su sollecitazione del suo sovrano che iniziò a scrivere i quattro libri delle Historiae filiorum Ludovici pii: Carlo il Calvo voleva trasmettere ai posteri la sua versione dei fatti sulle intricate vicende seguite alla morte di Carlo Magno e la competizione tra i figli di Ludovico il Pio per la spartizione dell’impero carolingio.

Dopo avere partecipato alla battaglia di Fontenoy (841), Nitardo si ritirò nel monastero di Saint-Riquier, di cui era stato da poco nominato abate. Per uno strano caso del destino, lui, uomo di lettere, morì con la spada in mano in Aquitania, ucciso dai vichinghi.

Fu sepolto a Saint-Riquier, nello stesso sepolcro in cui già riposava suo padre Angilberto dal quale, oltre che all’amore per la poesia, aveva ereditato anche la carica di abate. Le loro ossa, ritrovate nel 1989, andarono perdute quando furono prestate per uno studio ad un centro di ricerca che però sostenne a lungo di averle restituite. Ne seguirono cause legali e polemiche incrociate. La querelle finì nel 2011: per puro caso i poveri resti di Nitardo e di Angilberto spuntarono fuori da un cartone semiapaerto che era stato abbandonato in una soffitta dell’abbazia.

Virginia Valente

Bibliografia essenziale:Lorenzo Renzi e Alvise Andreose, Manuale di linguistica e filologia romanza, Il Mulino, 2015.Stefano Asperti, Origini romanze. Lingue, testi antichi, letterature, Viella, 2006.

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