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Category Archives: Personaggi

La leggenda di Robin Hood

All’ingresso di una fumosa taverna un uomo è inginocchiato a chiedere l’elemosina, tra l’indifferenza degli avventori: “Fate la carità! Sono povero, io! Sono povero!”.

Improvvisamente una freccia si conficca a terra, proprio davanti alla porta della taverna. Subito con un balzo arriva un uomo di verde vestito: “Sono Robin Hood: rubo ai ricchi per dare ai poveri” dice al mendicante, consegnandogli un sacco pieno di monete d’oro; poi gli dà una pacca sulla spalla e se ne va.

Una scena dal film Superfantozzi di Neri Parenti (1985)

Il mendicante, incredulo e colmo di gioia, corre a casa gridando: “Pina! Guarda qua! Guarda quanti soldi! Siamo ricchi! Siamo ricchi!”.

Ha appena fatto in tempo a rovesciare il prezioso bottino sul tavolo, quando nel legno si conficca una freccia. Subito con un balzo arriva l’uomo di verde vestito: “Sono Robin Hood: rubo ai ricchi per dare ai poveri”; raccoglie le monete, riprende il sacco, dà un’altra pacca sulla spalla al poveretto e se ne va.

Il nostro si accascia disperato: “Io nemmeno per venti minuti!”.

Lo sketch inserito da Paolo Villaggio nel film Superfantozzi – uscito nel 1985 e interpretato con Luc Merenda – riassume in un minuto e mezzo oltre un secolo di luoghi comuni con cui il cinema ha raccontato il brigante di Sherwood, contribuendo non solo ad accrescerne il mito ma anche a delinearne lo stesso profilo.

A differenza di tutti i suoi colleghi eroi, infatti, Robin Hood non è né un personaggio storico né un personaggio letterario, ma una vera e propria leggenda in evoluzione, che dal Medioevo ad oggi non ha mai smesso di arricchirsi di dettagli e sfornare personaggi. La letteratura prima e il cinema poi, si sono infatti potuti permettere di rileggere la storia del fuorilegge inglese in mille modi diversi senza rischiare di tradirne l’identità ma – al contrario – contribuendo a svilupparla.

La pagina di un manoscritto conservata alla National Library of Scotland

Le origini storiche Una figura realmente esistita, all’origine della leggenda, probabilmente c’è, ma si tratta di un semplice bandito medievale senza alcuna ambizione romantica: insomma il vero Robyn Hood rubava ai ricchi senza finalità benefiche e senza spasimi d’amore per una bella damigella.

Se si sia trattato di un volgare criminale che si nascondeva nella foresta o di un nobile decaduto a capo di una qualche rivolta popolare, questo non è mai stato chiarito. Inizialmente Robin è descritto come un mercante o un contadino, e solo successivamente diventa un nobile identificato con Earl di Huntington, Robert di Loksley o Robert Fitz Ooth.

Secondo alcune teorie la sua origine è da rintracciare piuttosto nel culto di una divinità della foresta che aveva assunto la forma di una volpe, e in questo caso l’adattamento cinematografico più fedele – paradossalmente – sarebbe il cartone animato della Walt Disney che vede proprio una volpe vestire i panni del giustiziere.

Una tomba con il suo nome esiste, effettivamente, a Loxley nello Yorkshire, ma a complicare le cose ci sono le datazioni molto contrastanti tra loro.

Ad ogni modo i primi documenti in cui compare il suo nome sono una pergamena della Corte d’Assise dello Yorkshire risalente al 1225 in cui si parla di “Robin Hood, fuorilegge” e un testamento datato al 1248 e intestato a “Il conte Robin di Huntingdon”.

Il mito del conte divenuto fuorilegge, tuttavia, si forma in pochissimo tempo: già nel 1377, infatti, il chierico inglese William Langland afferma di conoscere “le ballate di Robin Hood”.

Nello Scottish Chronicon, iniziato da John Fordun proprio nel 1377 e completato dal suo allievo Walter Bower nel 1450, leggiamo: “In quel periodo, tra coloro che erano stati privati dei loro possedimenti si sollevò il celebre bandito Robin Hood, (con Little John e i loro compagni) le cui gesta il volgo si delizia di celebrare in commedie e tragedie, mentre le ballate sulle sue avventure cantate da giullari e menestrelli sono preferite a tutte le altre”.

Bisogna aspettare però il 1510 per trovare il primo racconto completo ancora esistente – Le gesta di Robin Hood – in cui il personaggio inizia a delinearsi come ladro gentiluomo e giustiziere a servizio di Riccardo cuor di Leone, contro il fratello usurpatore Giovanni Senzaterra.

In realtà, ammesso che Robin Hood sia stato davvero un aristocratico trasformatosi in giustiziere, di certo non ha mai combattuto al fianco di Riccardo cuor di Leone mentre ha sicuramente agito durante il regno di Giovanni.

Il conflitto tra Riccardo e Giovanni è invece rigorosamente storico: nel 1191 mentre Riccardo (che dei suoi 10 anni di regno non ne ha passato nemmeno uno in Inghilterra) cercava di conquistare Gerusalemme, Giovanni complottava contro di lui con il re di Francia Filippo Augusto. Tornato vittorioso dalla crociata (dove aveva concluso con il Saldino una tregua di “tre anni, tre mesi, tre giorni, tre ore”) Riccardo era stato catturato e tenuto prigioniero dall’imperatore, che aveva chiesto un riscatto di 100mila sterline (il triplo del reddito annuale della corona inglese) raccolte dalla madre Eleonora d’Aquitania attraverso salatissime tasse e requisizioni, mentre Giovanni e Filippo avevano offerto un contro-riscatto di 80mila marchi per tenerlo prigioniero.

Il 4 febbraio 1194 Riccardo era stato rilasciato e Filippo aveva inviato un messaggio a Giovanni Senzaterra: “Guarda a te stesso, il diavolo è libero”.

Dopo aver cercato di farsi riconoscere come re diffondendo la falsa notizia della morte del fratello, all’usurpatore non era restato che fuggirsene in Francia.

Di fatto, però, Riccardo non era mai tornato a regnare in Inghilterra: arrivato in Normandia alla fine del 1194 si era accorto che Filippo II Augusto, approfittando della sua assenza, aveva cercato di sottrargli diversi feudi, e aveva reagito immediatamente combattendo per cinque anni contro il re di Francia.

Durante l’assedio di un castello ribelle – quello di Châlus-Chabrol – il 25 marzo 1199, mentre camminava intorno alle mura privo della sua cotta di maglia, era stato colpito alla spalla da un balestriere che stava osservando divertito perché usava come scudo una padella.

Il re era tornato alla tenda convinto che la ferita non fosse grave, e invece era morto dopo dodici giorni di agonia, lasciando al fratello traditore una corona sommersa dai debiti.

Per sanarli Giovanni Senzaterra, durante il suo regno (1199-1216) aveva elevato l’imposizione fiscale costringendo molte persone alla miseria e al brigantaggio, soprattutto con la “Legge della Foresta” che accordava alla corte reale un accesso esclusivo alle vaste distese di territori di caccia e di legname da ardere e prevedeva punizioni spietate per i contravventori.

Proprio i forti conflitti con la nobiltà inglese, peraltro, avrebbero costretto Giovanni a firmare la Magna Charta Libertatum: il documento che, limitando il potere del re a favore dei baroni, viene considerato l’atto di nascita della monarchia costituzionale.

Robin Hood nella letteratura Sin dai testi più antichi compaiono il fido Little John e il perfido sceriffo di Nottingham, mentre lady Marian fa la sua apparizione alla fine del Cinquecento in tre drammi teatrali rappresentati soprattutto in occasione della festa di Capodanno: Robin Hood ed il vasaio, Robin Hood ed il frate e Robin Hood e lo sceriffo, ma ne troviamo traccia anche in un dramma francese del 1280: Le jeu de Robin et Marion.

Una delle innumerevoli edizioni di Ivanhoe (Utet)

Il primo grande artista a dare dignità letteraria all’arciere di Sherwood, tuttavia, è Walter Scott, che nel 1819 lo inserisce tra i personaggi del suo capolavoro: Ivanohe, il primo romanzo storico della letteratura moderna, che ispirerà – tra gli altri – Alessandro Manzoni per I promessi sposi.

Ambientato alla fine del XII secolo, Ivanhoe è incentrato sulla lotta tra sassoni e normanni: anche se Robin Hood non è il protagonista del romanzo e non figura nemmeno con il suo nome tradizionale (quanto piuttosto come sir Robert di Loxley) è proprio Scott a fissare i canoni della tradizione moderna.

In Ivanhoe Robin è infatti un nobile sassone in lotta contro l’usurpatore Giovanni Senzaterra, che approfitta dell’assenza del fratello per opprimere il popolo inglese. Riccardo Cuor di Leone, da parte sua, torna dalle crociate sotto le mentite spoglie del Cavaliere Nero e quando si riprende il trono premia la fedeltà di Robert, che definisce “re dei fuorilegge e principe dei bravi ragazzi!”.

Cinquant’anni più tardi ad occuparsi del nostro eroe, dall’altra parte della Manica, è un altro grande scrittore; anche se decisamente più commerciale e meno accurato di Scott.

Quando Alexandre Dumas muore nel 1870 ha raccontato praticamente tutti i grandi eroi della storia e della leggenda: dai Tre Moschettieri al Conte di Montecristo, dalla Regina Margot ai Borgia, da Napoleone a Giovanna d’Arco; vengono pubblicati postumi, invece, i due romanzi sull’aristocratico bandito: Robin Hood, principe dei ladri e Robin Hood il proscritto, che escono rispettivamente nel 1872 e nel 1873 e sigillano definitivamente la versione letteraria del personaggio come nobile sassone che, privato delle sue terre dallo sceriffo di Notthingam, si rifugia nella foresta di Sherwood con frate Tuck e Little John combattendo contro i soprusi del governo.

Mancano appena vent’anni alla nascita del cinema, che darà un contributo fondamentale allo sviluppo del mito, anche perché a vestirne i panni saranno tutti i più grandi divi del cinema d’azione: da Zorro a James Bond, dal generale Custer a Balla coi lupi, dal Gladiatore a Elton John.

Robin Hood al cinema La sua prima traccia cinematografica Robin Hood la lascia, nel 1908, grazie al regista inglese Percy Stow, che gira Robin Hood and his Merry Men. Ad esso seguiranno altri cinque film tra il 1912 e il 1913 prima che – nel 1922 – arrivi il primo grande kolossal destinato a segnare la storia del cinema e dell’immaginario collettivo: è Robin Hood di Allan Dwan, scritto, prodotto e interpretato dal più celebre attore del cinema d’azione dell’epoca del muto.

Il Robin Hood di Douglas Fairbanks

Douglas Fairbanks, il primo kolossal Nato nel 1883 e morto nel 1939, Fairbanks è stato lanciato da David W. Griffith (con cui aveva girato anche il capolavoro Intolerance) ed è arrivato all’eroe di Sherwood dopo aver interpretato i primi film western e I Tre Moschettieri e aver lanciato il mito di Zorro con il film del 1920, il cui successo spingerà il suo ideatore – Johnston McCulley – a dedicargli molti romanzi.

Fairbanks è sposato con la più grande diva del momento – Mary Pickford (che ha ispirato anche È nata una stella) – e ha fondato la casa di produzione United Artists con la stessa Pickford, Griffith e Charlie Chaplin (“I matti hanno rubato le chiavi del manicomio” commentarono i manager delle major).

Il suo Robin Hood – che riprende alcuni passaggi dei romanzi di Dumas – è un eroe mascherato alla Zorro (ma al posto della maschera indossa una barbetta) dietro cui si nasconde il Conte di Huntingdon, e che torna dalla crociata per salvare l’amata Marian, mentre il finale – con il ritorno a sorpresa di re Riccardo – segue la versione di Scott.

Fin dal bambino Fairbanks sognava di interpretare il formidabile arciere e per il suo capolavoro non bada a spese, utilizzando migliaia di figuranti e centinaia di cavalli e ricostruendo il castello quasi a grandezza naturale, tanto da farne la più grande scenografia cinematografica per quasi ottant’anni, record superato solo da Titanic nel 1998. Visitando il mastodontico set, Charlie Chaplin commenta che sarebbe perfetto per un film comico: “Vedrei aprirsi solennemente il ponte levatoio, per poi far uscire un servo che lascia una ciotola di latte per il gatto, e poi rientra”.

Tra gli anni ’20 e ’30 usciranno altre 14 opere su Robin Hood tra corti e lungometraggi, ma bisogna aspettare il 1938 perché arrivi il primo film sonoro capace di segnare la storia del cinema.

L’attore Errol Flynn nei panni di Robin Hood

Errol Flynn e Michael Curtiz: il modello La leggenda di Robin Hood diretto da William Keighley e Michael Curtiz (leggendario regista di Casablanca) è tra i primissimi film girati a colori e vede protagonista Errol Flynn.

Scapestrato e seduttore, il divo australiano prima di diventare attore è stato cuoco, poliziotto, contadino, giornalista, pescatore di perle, cercatore d’oro e pugile. Alcolista impenitente, morirà a 50 anni e chiederà di essere sepolto con 12 bottiglie di whiskey per timore di dover passare la vita eterna senza alcool.

Nel cinema ha debuttato con gli ammutinati del Bounty e tra i suoi film figurano Il principe e il povero, Il conte di Essex, La storia del generale Custer, Le avventure di don Giovanni e La saga dei Forsyte mentre in Furia d’amare del 1958 interpreterà il collega John Barrymore, rampollo della più celebre famiglia di attori americani, nonché nonno di Drew, la bambina di E.T. divenuta in seguito una delle Charlie’s Angels.

Ad affiancare Flynn nel Robin Hood di Curtiz ci sono Olivia de Havilland (la Melania di Via col vento, oggi centenaria) nel ruolo di Lady Marian, Basil Rathborne (il più celebre Sherlock Holmes del cinema) in quelli del rivale Guy, mentre Little John è Allan Hale: lo stesso attore che l’aveva interpretato 16 anni prima con Fairbanks e che nel 1950 tornerà a vestire una terza volta i panni del più fedele compagno di Robin.

È proprio questo film a fissare – in qualche modo – il canone cinematografico destinato a restare immutato per quasi settant’anni.

Inghilterra, anno 1191: re Riccardo Cuor di Leone viene fatto prigioniero in Terra Santa durante le crociate. In sua assenza, suo fratello Giovanni Senzaterra assume la reggenza della nazione e instaura un regime di potere assoluto da parte dei ricchi e dei nobili, i quali soverchiano la gente comune con le tasse e con la prepotenza.

Robin Hood, il capo dei ribelli legittimisti, giura fedeltà a re Riccardo insieme ai suoi compagni e muove una lotta spietata contro l’usurpatore Giovanni e il malevolo sceriffo di Nottingham. Con la sua banda ruba il denaro agli esattori delle tasse restituendolo alla popolazione; nello stesso tempo, cerca di accumulare le ricchezze necessarie per pagare il riscatto che i carcerieri di Riccardo richiedono per la sua liberazione.

Lady Marian, la dama privata del re, si innamora di Robin, dopo aver inizialmente parteggiato per il principe Giovanni, del quale ha scoperto l’intenzione di assassinare il fratello appena questi tornerà in patria.

Durante un torneo per arcieri, Robin viene catturato e condannato a morte per alto tradimento ma riesce a evadere prima che venga eseguita la sentenza. Pochi giorni dopo la sua fuga incontra re Riccardo, tornato in Inghilterra in gran segreto, e lo salva dall’agguato tesogli da Giovanni, che viene arrestato e esiliato, mentre Hood ottiene il titolo di conte di Locksley e Huntington, la libertà per i suoi uomini e il permesso di sposare lady Marian.

La copertina del n°38 di Detective Comics (aprile 1940) con Robin

Batman, piccoli Robin e gli italiani Negli anni successivi è tutto un fiorire di film (generalmente a basso costo) sull’arciere inglese: tra gli anni ’50 e gli anni ’60 si contano 2 serie televisive e 6 opere cinematografiche, tra cui Viva Robin Hood, seguito apocrifo del film con Errol Flynn incentrato sul figlio del bandito, Robin Hood e i compagni della foresta del 1952 (prodotto da Walt Disney e girato nella vera foresta di Sherwood), Gli arcieri di Sherwood diretto nel 1960 dal maestro del cinema horror Terence Fisher (La maschera di Frankenstein, Il fantasma dell’opera, Dracula il vampiro, Il mastino dei Baskerville e La valle del terrore tratti da Sherlock Holmes), e gli italiani Robin Hood e i pirati di Giorgio Simonelli (1960) e Il trionfo di Robin Hood di Umberto Lenzi del 1962.

Nel frattempo, Robin ha ispirato anche un supereroe americano: nel 1940, infatti, ha debuttato sulla rivista Detective Comics il giovane assistente di Batman, che ha ripreso il nome e il look del giustiziere inglese.

Ad inaugurare gli anni ’70 del bandito più buono della storia è un altro film italiano: L’arciere di fuoco di Giorgio Ferroni, con protagonista Giuliano Gemma, che si era formato nei generi peplum e western (tra i titoli da lui interpretati Messalina, venere imperatrice, Arrivano i titani, Ercole contro i figli del sole, Una pistola per Ringo e Un dollaro bucato, mentre nel 1985 avrebbe vestito i panni di Tex, il più celebre cowboy italiano).

La celebre volpe rossa che ha dato il volto al Robin Hood della Walt Disney Picture

Il classico della Walt Disney: Robin diventa una volpe Nel 1973 arriva l’immancabile tocco di Walt Disney: il padre dei cartoni animati, che si era cimentato già con grandi classici come Biancaneve, Cenerentola, Pinocchio, Alice nel paese delle meraviglie, Peter Pan, Il libro della giungla e La spada nella roccia, non poteva certo sfuggire al confronto con il più grande eroe del Novecento cinematografico.

In realtà Robin Hood è il primo film della Disney in cui Walt non abbia messo mano, visto che la produzione è iniziata dopo la sua morte; è anche il primo in cui i personaggi umani vengono interpretati da animali antropomorfi: Robin è una volpe, Little John un orso, Giovanni è un leone e lo sceriffo di Nottingham un lupo. La divinità della foresta, tuttavia, c’entra poco: il vero motivo è che l’idea originaria era di girare un film su Renart la volpe, il protagonista della raccolta di racconti medievali francesi Roman de Renart, compilata tra il XII e il XIII secolo, nei quali gli animali agiscono al posto degli esseri umani, interpretando il topos letterario del mondo alla rovescia.

Il film non era stato concepito nemmeno con l’idea di farne un grande classico come le opere che l’avevano preceduto (e quelle che l’avrebbero seguito, come Winnie The Pooh, La sirenetta, La Bella e la Bestia, Aladdin o Il gobbo di Notre Dame): è stato pensato infatti come un prodotto di serie B e gli è stato assegnato un budget talmente basso che gli animatori hanno dovuto riciclare molte scene da film precedenti come Gli Aristogatti e Biancaneve, musiche e suoni da Cenerentola e La bella addormentata, e le animazioni di due personaggi vengono da Il libro della giungla (gli orsi Baloo e Little John e i serpenti Kaa e Sir Biss). Addirittura l’abito di Robin Hood è copiato da quello di Peter Pan. Nonostante questo Robin Hood diventa uno dei classici Disney preferiti del pubblico e ottiene una nomination all’Oscar.

La locandina di Robin e Marian di Richard Leister (1976)

Sean Connery e Audrey Hepburn: il “sequel” Tre anni dopo il cartone animato della Disney, nel 1976 esce il film più atipico sul giustiziere di Sherwood: Robin e Marian di Richard Lester, con la coppia formata da Sean Connery e Audrey Hepburn, affiancati da Robert Shaw (che reduce da Lo squalo interpreta lo sceriffo di Nottingham), Richard Harris (Riccardo Cuor di Leone), Denholm Elliott e Ian Holm nei panni di Giovanni Senzaterra.

Lester ha debuttato negli anni ’60 come regista dei film dei Beatles (A Hard Day’s Night e Help!), è reduce dal successo de I tre moschettieri (1973 e 1974, un terzo episodio lo avrebbe poi diretto nel 1989) e di lì a poco prenderà il posto di Richard Donner in Superman II e Superman III.

Nonostante sia specializzato nelle commedie e dia una forte impronta ironica anche ai film d’azione, il suo Robin Hood è un’opera crepuscolare e malinconica, con i due protagonisti in età decisamente matura (entrambi gli attori vanno per i cinquanta) e un’impostazione della trama che cambia completamente direzione rispetto a quella tradizionale, presentandosi come una sorta di sequel della storia classica, incentrato sugli ultimi anni di vita di Robin Hood.

Sean Connery nella scena in cui scaglia la freccia che segnerà il luogo della tomba di Robin Hood

Quando Riccardo Cuor di Leone muore durante l’assedio del castello di Châlus-Chabrol, Robin – che l’ha seguito nella guerra contro la Francia – torna in Inghilterra dopo vent’anni di assenza; nella foresta di Sherwood ritrova i vecchi compagni mentre Lady Marian si è chiusa in convento diventando monaca. Il nostro eroe cerca così di ritrovare la sua amata e nel frattempo ricomincia la sua lotta contro lo sceriffo di Nottingham.

La storia avrà un epilogo tragico e romanticissimo. E se la vita claustrale di Marian era già presente in alcune versioni precedenti, il finale, con Robin che lancia una freccia fuori dalla finestra della camera dove sta morendo per indicare dove dovrà essere sepolto il suo corpo, si rifà ad una delle leggende più antiche, basata su un’iscrizione presente nell’antica canonica di Kirklees, dove – a 550 metri dalla finestra della camera dove Robin sarebbe morto – esiste un’antica tomba, la cui lapide reca incisa che essa sorge nel punto esatto in cui la freccia scoccata impattò il terreno, e riporta come data di morte dell’eroe il 21 dicembre 1247. E pazienza se la tomba risale in realtà alla seconda metà del Settecento e non ha mai contenuto resti umani.

Kevin Costner in Robin Hood: principe dei ladri di Kevin Reynolds (1992)

Kevin Costner: il Robin “definitivo” Dopo il trascurabile film televisivo del 1991 Robin Hood: la leggenda con un protagonista improbabile (Patrick Bergin, celebre per il ruolo del cattivissimo marito di Julia Roberts in A letto con il nemico) ma una giovane Uma Thurman nei panni di Lady Marian, l’anno successivo arriva in tutto il mondo il film destinato a diventare la versione “definitiva” del classico di Scott e Dumas.

Robin Hood: principe dei ladri di Kevin Reynolds vede Kevin Costner – reduce dai 7 Oscar vinti con Balla coi lupi – raccogliere l’eredità di Douglas Fairbanks ed Errol Flynn in un film che, rilanciando la trama classica, ne aggiorna l’immagine eliminando tutti gli stereotipi che si sono andati stratificando nel corso degli anni: i baffetti, la calzamaglia, la tunica verde e il cappello a punta con la piuma.

Robin di Locksley è un nobile inglese reduce della Terza crociata in Terra Santa, recluso in una prigione di Gerusalemme insieme all’amico d’infanzia Peter Dubois e al saraceno Azeem. Nel 1194 i tre riescono a fuggire ma Peter viene ucciso e in punto di morte supplica Robin di prendersi cura della sorella Marian. Nel frattempo in Inghilterra, Lord Locksley, padre di Robin, viene attaccato ed ucciso nella sua dimora dallo sceriffo di Nottingham, per essersi rifiutato di unirsi alla congiura contro re Riccardo.

Tornato in Inghilterra insieme ad Azeem, Robert trova il castello di famiglia arso e il corpo del padre sbranato dai corvi. Rifugiatosi con Marian nella foresta di Sherwood, viene aggredito da una banda di fuorilegge ribelli al comando di Little John, e – unitosi al gruppo – ne diventa il capo, iniziando una guerra senza quartiere contro lo sceriffo di Nottingham (che arriva ad incendiare la foresta e a rapire Marian) terminata con la rivolta dell’intera popolazione e la morte del perfido sceriffo.

Quando Robin e Marian stanno finalmente per sposarsi, arriva a sorpresa lo stesso Riccardo Cuor di Leone, che benedice l’unione ringraziando Robin dei servigi resi all’Inghilterra.

Nel cast del Robin Hood di Reynolds, Sean Connery interpreta Riccardo Cuor di Leone

Il film si avvale di un cast grandioso di cui fanno parte anche Morgan Freeman, Alan Rickman, Michael Wincott, Christian Slater (reso celebre da Il nome della rosa), Mary Elisabeth Mastrantonio nel ruolo di Lady Marian, e lo stesso Sean Connery, che torna a Sherwood quindici anni dopo per interpretare Riccardo Cuor di Leone.

Reynolds (che si occuperà ancora di Medioevo nel 2006 con Tristano e Isotta) introduce personaggi nuovi come il saraceno Azeem e dà alle avventure del fuorilegge una chiave dichiaratamente romantica, bene espressa dalla colonna sonora dominata dalla ballata Everything I do I do it for you di Bryan Adams.

Nonostante il parere discordante della critica (in molti non perdonano a Costner il suo accento americano) il film segna la chiusura di un ciclo, ponendosi di fatto come ultima e insuperata trasposizione della leggenda classica.

Se nessuno proverà mai a farne un remake, Mel Brooks ne fa subito una parodia: il più celebre regista comico di Hollywood (autore, tra l’altro, di La pazza storia del mondo che aveva ispirato Superfantozzi e del leggendario Frankenstein Junior) ha dedicato all’eroe già una serie televisiva nel 1975: Le rocambolesche avventure di Robin Hood contro l’odioso sceriffo con Dick Gautier. Nel 1993 per il suo penultimo film prende in giro Reynolds e Costner con Robin Hood: uomo in calzamaglia interpretato da Cary Elwes, che vede nei panni di re Riccardo Patrick Stewart, celebre protagonista della nuova serie di Star Trek e futuro professor X nella saga degli X-Men.

Nel Robin Hood di Ridley Scott il principe dei ladri è Russel Crowe

Russell Crowe e Ridley Scott: la versione filologica Passano ben diciotto anni prima che Hollywood torni ad occuparsi di Robin Hood: nessuno ha intenzione di sfidare la versione di Reynods & Costner con l’ennesimo remake, ma nel 2007 gli Universal Studios si trovano tra le mani una sceneggiatura particolarmente originale, che riprende la leggenda invertendo i ruoli: il protagonista, infatti, questa volta è lo sceriffo di Nottingham, tutore della legge innamorato di Lady Marian, mentre l’antagonista è il criminale della foresta che vuole portargliela via.

A prendere le redini del nuovo progetto è Ridley Scott. Entrato nella storia del cinema all’inizio degli anni ’80 con Alien e Blade Runner, il settantenne regista britannico non ha mai perso il gusto per le grandi sfide: ha diretto Thelma & Louise e Soldato Jane, girato film su Cristoforo Colombo, Hannibal Lecter e Mosé, si è già cimentato con il Medioevo per Le crociate e nel 2000 ha riportato al cinema l’antica Roma con Il gladiatore, regalando un Oscar a Russell Crowe.

Ed è proprio Crowe ad essere chiamato a vestire i panni del protagonista. Come Costner anche l’attore neozelandese, pur essendo celebre soprattutto per film d’azione, si è cimentato con ruoli più introspettivi, come quelli interpretati in Insider di Michael Mann (film di inchiesta sull’industria del tabacco) e A Beautiful Mind di Ron Howard sul matematico schizofrenico John Nash.

Durante la fase di preparazione, però, cambia tutto: i produttori temono che questa radicale inversione di marcia rispetto alla tradizione possa essere deleteria: così la sceneggiatura viene stravolta in corso d’opera, il film cambia titolo da Nottingham a Robin Hood, e cambia anche il protagonista pur restando l’interprete: Crowe passa così dal ruolo dello sceriffo a quello del fuorilegge, lasciando la parte a Mattew McFydan.

Cate Blanchett, Lady Marian con Ridley Scott

Ad arricchire il cast arrivano poi l’ex regina Elisabetta I due volte premio Oscar Cate Blanchett nella parte di Lady Marian, Max Von Sydow, William Hurt e Oscar Isaac nei panni di Giovanni Senzaterra, mentre Riccardo Cuor di Leone è interpretato da Danny Huston.

Nonostante la “normalizzazione” rispetto al progetto originario, il film di Ridley Scott mantiene un approccio molto innovativo, discostandosi dal racconto tradizionale e reinventando la leggenda con una maggiore adesione alla realtà storica.

Robin Longstride, infatti, stavolta non è affatto un nobile ma un soldato semplice che segue alla crociata – con assai scarsa convinzione – re Riccardo. Il quale, da parte sua, non tornerà mai in Inghilterra perché muore durante l’assedio di una città francese.

Il film salta infatti il ritorno in patria del valoroso condottiero con cui si concludono gli altri film e racconta invece la successiva guerra in Francia per riconquistare i feudi perduti.

Dopo aver combattuto uniti contro i musulmani, i re “cugini” hanno infatti ricominciato a farsi la guerra e Giovanni Senzaterra ne approfitta per cospirare con Filippo di Francia per liberarsi dell’ingombrante fratello.

Sir Robert Loksley, ufficiale di Riccardo, corre in Inghilterra per annunciare la morte del re ma viene ucciso in un agguato del nemico; a soccorrerlo è proprio Robin, che si trova per caso nei pressi e che – con il suo gruppo – decide di prendersi vestiti, armi e denaro dei cavalieri uccisi. Loksley, però, in punto di morte, fa giurare all’arciere che riporterà la sua spada a Nottingham, al padre Walter, e proteggerà sua moglie Marian.

Tornato in Inghilterra Robin si trova così ad assumere l’identità di Robert Loksley e a combattere contro i soprusi di re Giovanni.

Intanto la Francia marcia contro l’Inghilterra e la nobiltà inglese si ribella a Giovanni per imporre un limite ai poteri della corona. Robin scopre che a scrivere la prima versione della carta che conteneva i diritti dell’aristocrazia era stato proprio suo padre e che per questo era stato ucciso quando lui aveva appena tre anni.

Di fatto la sceneggiatura di Brian Helgeland (autore anche di Il destino di un cavaliere, che vede tra i protagonisti nientemeno che Geoffrey Chaucer) usa la storia di Robin Hood come pretesto per raccontare uno spaccato di storia medievale; non a caso i personaggi immaginari sono affiancati da molte figure storiche come Isabella d’Angoulême, moglie di re Giovanni, Guglielmo il Maresciallo (interpretato da William Hurt) ed Eleonora d’Aquitana, prima regina di Francia e successivamente regina d’Inghilterra, madre di Riccardo cuor di Leone e Giovanni Senzaterra.

Taron Egerton in Robin Hood, l’origine della leggenda di Otto Bathurst (2018)

Taron Egerton, il supereroe mascherato Dopo meno di dieci anni, nel 2018, Robin Hood torna ancora una volta al cinema per un progetto che, come quello di Scott, punta a reinventare il personaggio, ma si colloca agli antipodi sotto il profilo filologico, proponendo un eroe in chiave contemporanea e fumettistica.

Robin Hood – l’origine della leggenda prodotto da Leonardo Di Caprio e diretto da Otto Bathurst, vede protagonista una coppia decisamente rock: a vestire i panni di Robin è infatti Taron Egerton, trentenne gallese che sta per diventare una star mondiale interpretando Elton John in Rocketman; a dare il volto a Lady Marian, invece, questa volta è Eve Hewson, figlia di un altro dei più grandi nomi della musica rock: Bono, cantante degli U2.

Se l’opera di Ridley Scott proponeva una fedelissima ricostruzione storica come alternativa alla leggenda classica, qui siamo sul versante opposto: quello di Egerton è un Robin Hood postmoderno che pur mantenendo formalmente l’ambientazione medievale, di storico non ha nulla: l’architettura di Nottingham sembra quella di Gotham City, l’abito di Robin sposa una giacca di pelle alla Matrix al cappuccio stile Zuckerberg e una sciarpetta che richiama Sherlock, e anche i vestiti di Marian (che indossa addirittura una sorta di chiodo) e dello sceriffo strizzano l’occhio alla moda; la crociata in Terrasanta, poi, ha l’impatto visivo della guerra in Iraq; i soldati non usano la spada ma solo arco e frecce che “mimano” le armi da fuoco nei minimi dettagli (a cominciare dalla postura dei soldati durante gli assalti) mentre la balestra a ripetizione fa il verso alla mitragliatrice.

I lunghi allenamenti a cui si sottopone Robin per diventare un arciere perfetto sembrano voler citare i film di Rocky o quelli sulle origini dei supereroi, e anche la psicologia dei personaggi è decontestualizzata (lo sceriffo di Nottingham cattivissimo perché bullizzato da piccolo).

Non mancano riferimenti espliciti alla politica contemporanea: si pensi allo sceriffo che paventa un’invasione islamica dell’Inghilterra per cercare di distrarre i cittadini dall’aumento di tasse.

Per la prima volta, poi, scompaiono dalla trama sia Riccardo Cuor di Leone che Giovanni Senzaterra, mentre torna il soldato saraceno divenuto compagno del bandito che era stato introdotto dal film di Reynolds: stavolta al posto di Morgan Freeman c’è Jamie Foxx e il personaggio si fonde con quello di Little John.

Quanto alla trama, il nuovo film abbandona gli schemi classici per trasformare Robin Hood in una sorta di Batman medievale: Robert di Loksley, tornato dalla crociata, scopre che tutti lo credono morto, lo sceriffo di Nottingham ne ha approfittato per requisire il suo castello e sua moglie Marian lo ha sostituito con un altro uomo. Per lottare contro il perfido sceriffo, difendere i poveri e riconquistare la sua donna, Robert veste i panni di Robin Hood, eroe mascherato che ruba ai ricchi per dare ai poveri e di cui nessuno conosce la reale identità.

Una scelta che si inserisce nel filone contemporaneo dei supereroi ma che al tempo stesso si richiama al primo Robin cinematografico: quello, mascherato, di Douglas Fairbanks; che, peraltro, era stato anche il padre di Zorro.

Robin Hood ha rappresentato per secoli l’archetipo dell’aristocratico divenuto giustiziere. A lui si è ispirato lo stesso Zorro – primo eroe mascherato della letteratura e del cinema – che, a sua volta, ha rappresentato il modello per Batman e per tutti i supereroi che sono venuti dopo. Un film su Robin Hood che si richiama all’immaginario dei supereroi, allora, rappresenta in qualche modo un cerchio che si chiude; mentre la leggenda continua.

Arnaldo Casali

Consigli di lettura

Jean Flori, Riccardo Cuor di Leone. Il re cavaliere, Torino, Einaudi, 2002.John Gillingham, Richard I, Londra, Yale University Press, 2002.Massimo Bonafin, Le malizie della volpe. Parola letteraria e motivi etnici nel Roman de Renart, in Biblioteca Medievale Saggi, Roma, Carocci, 2006.Le ballate di Robin Hood, Einaudi, 1991Il romanzo di Renart la volpe, Alessandria, Edizioni dell’Orso, 1998.Graham Phillips, Martin Keatman, La leggenda di Robin Hood – Sulle tracce dell’eroe fuorilegge e delle sue generose imprese, Piemme, 1996.James Clarke Holt, Robin Hood. Storia del ladro gentiluomo, Mondadori, 2005.Walter Scott, Ivanhoe, Garzanti, 1979.Alexandre Dumas, Robin Hood il proscritto, Classici Mondadori, 2009.Alexandre Dumas, Robin Hood: il principe dei ladri, Einaudi, 2016.

Filmografia

Robin Hood di Allan Dwan, 1922.La leggenda di Robin Hood di William Keighley e Michael Curtiz, 1938.Gli arcieri di Sherwood di Terence Fisher, 1960.Robin Hood e i pirati di Giorgio Simonelli, 1960.Il trionfo di Robin Hood di Umberto Lenzi, 1962L’arciere di fuoco di Giorgio Ferroni, 1971.Robin Hood di Wolfgang Reitherman, 1973.Robin e Marian di Richard Lester, 1976.Superfantozzi di Neri Parenti, 1985.Robin Hood – la leggenda di John Irvin, 1991Robin Hood, principe dei ladri di Kevin Reynolds, 1992.Robin Hood, uomo in calzamaglia di Mel Brooks, 1993.Robin Hood di Ridley Scott, 2010.Robin Hood – l’origine della leggenda di Otto Bathurst, 2018.

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La morte di Corradino, l’ultimo degli Hohenstaufen

Il monumento funebre di Corradino di Svevia a Napoli

La domenica mattina del 28 ottobre, Corradino dettò le sue ultime volontà al notaio Giovanni di Brigaudy. Nominò eredi testamentari i suoi zii, Ludovico ed Enrico di Baviera. Per essere prosciolto dal bando dovette rinunciare a tutti i suoi titoli e diritti: per questo dovette firmare il proprio testamento col semplice titolo di dominus Conradus. Altrettanto fece suo cugino, Federico di Baden d’Austria, il quale destinò alcuni beni a dei cenobi in suffragio della propria anima.

Sull’attuale piazza del Mercato di Napoli, lunedì 29 ottobre, venne allestito il palco, “lungo il ruscello dell’acqua che corre di contra alla chiesa de’ frati del Carmine”, tra il monastero degli Eremiti e il cimitero ebraico. Carlo, si narra, assisteva seduto su di un trono improvvisato.

Le narrazioni sulla fine dell’ultimo degli Hohenstaufen sono quanto mai varie. Saba Malaspina narra che il giovane sovrano dimostrò coraggio, affrontando la morte da buon cristiano. Bartolomeo di Neocastro si diffonde lungamente sul discorso che Corradino avrebbe pronunciato davanti ad una folla ammutolita, diversamente da quanto accadeva solitamente in occasione di esecuzioni capitali, momento per il popolino di sfogare i propri istinti più bassi.

Quando i condannati sfilavano dinanzi alla folla, o per la condanna a morte o per essere esposti alla gogna, erano spesso oggetto di terribili vessazioni. Nel caso della gogna, se la posizione prona e il blocco degli arti potevano arrecare al massimo scomodità, erano la vergogna pubblica e la reazione della gente la vera essenza della punizione. Benché l’esposizione durasse poche ore o al massimo qualche giorno, il malcapitato poteva infatti subire le peggiori angherie: poteva essere ricoperto di sterco, divenire bersaglio di pietre, subire lacerazioni o ustioni. Qualche volta tale trattamento poteva essere fatale: il lancio di pietre provocò la morte di un ladro spergiuro, John Walker, ancora nel 1732, e di due altri malfattori venti anni più tardi. L’ultimo degli Svevi si dichiarò “figlio dell’innocenza”, giunto in Italia a reclamare quel Regno ereditato di diritto dal padre. Essendogli negato il perdono, Corradino lo implorò almeno per quegli amici che la sua sfortunata stella aveva ingannato. Ma non ottenne soddisfazione. Chiese di morire allora per primo, per non assistere alla triste sorte dei suoi compagni che lo avevano seguito nelle calde terre del Mezzogiorno e anche in quanto principale responsabile di tale tragico destino.

Secondo altri fu invece preceduto sul patibolo dal giovane cugino Federico di Baden, del quale avrebbe baciato il capo ormai reciso. Lo Svevo chiese poi di essere sepolto accanto a lui e ai suoi fedeli compagni.

La decapitazione di Corradino nella Chronica di Giovanni Villani

Prima di chinarsi sul ceppo, Corradino avrebbe levato le mani al cielo, invocando l’aiuto del Signore. E avrebbe ripetuto le parole che furono del Cristo nel giardino degli ulivi: “Si calix iste a me transire debet, in manus tuas commendo spiritum meum”. Ma non sapremo mai quanto di questo racconto sia legato ai topoi letterari e quanto invece appartenga alla realtà. In un anomalo, ma rispettoso silenzio, spirava così l’ultimo degli Hohenstaufen. L’Angioino dovette forse stupirsi un poco di quel rispetto con cui la taciturna folla napoletana assistette alla decapitazione di quel garzone biondo. Al secco colpo della scure sul collo di Corradino fecero seguito le decapitazioni di Federico di Baden, detto, del conte GhAlardo Donoratico da Pisa, dei contie Gualferano e Bartolomeo Lancia e di due figli di quest’ultimo. Poi vennero trascinati sul palco i baroni del Regno accusati di tradimento e, allestite le forche, furono pubblicamente impiccati. Molti altri baroni di Puglia e degli Abruzzi, “ch’erano stati contro allo re Carlo e suoi rubelli, fece morire con diversi tormenti”. La ricerca dei traditori proseguì ancora a lungo. Sappiamo ad esempio di come nel dicembre del 1268 il re angioino, elogiando Roberto de Cornay per lo zelo mostrato nella cattura dei ribelli, gli ordinò “di far trascinare e poi impiccare Miceliano del Bene di Cava e gli altri ribelli. E lo stesso faccia pure in seguito con quanti ribelli riesca a prendere, senza attendere ulteriori disposizioni”.

Ad un mese esatto di distanza dalla morte del giovane Hohenstaufen, il 29 novembre 1268, papa Clemente moriva a Viterbo. Talvolta questa singolare coincidenza è stata utilizzata per dipingere il papa quasi tormentato dal fantasma di Corradino, consapevole di non aver fatto quanto avrebbe potuto, o dovuto, per evitare una condanna ingiusta, e dunque turbato negli ultimi istanti della sua vita. Dalle fonti coeve non sembra però che questa diceria circolasse, mentre invece, già ai primi del Trecento, come abbiamo visto, si era diffusa la voce di una sua qualche implicazione in una esecuzione anomala e fuori dal diritto e dalla consuetudine. Ma se Clemente IV poteva morire sereno per aver almeno estirpato il rischio di rivendicazioni tedesche sul Mezzogiorno, sarà stato comunque angosciato per aver posto nelle mani di Carlo d’Angiò una serie di poteri e titoli che avrebbero comportato altrettali rischi. A fronteggiare simili timori sarebbero stati i successori di papa Clemente.

Corradino di Svevia nel Codex Manesse

A Carlo I, invece, venne attribuita sin da subito l’enorme responsabilità e la volontà di chiudere l’affaire svevo in modo più che determinato, al punto da meritare immediatamente giudizi severi da quasi tutti i suoi contemporanei. Già il 24 agosto, in una lettera al Comune di Padova, l’Angioino annunciò di aver catturato Tommaso d’Aquino e altri traditori e che erano già stati condannati a morte, “iam capitali sententia damnati”. Stesso tragico destino aveva previsto per Corradino e i suoi compagni quando, nel settembre del 1268, e quindi a cattura appena avvenuta, scrisse al Comune di Lucca. In quella lettera, infatti, non vi si scorge appello, e la sentenza è nella sua mente, già stabilita: “iam in capitali sententias condempnatos”, ancor prima di qualsiasi processo. Ed è un indizio tutt’altro che di poco conto il fatto che, solo nelle lettere indirizzate a papa Clemente, l’Angioino non usi un tono così laconico, probabilmente per evitare ulteriori rampogne che già il pontefice aveva indirizzato prima a lui e poi, essendo palesemente inascoltato, a suo fratello Luigi IX, invitandolo a mitigare maniere così feroci. L’ordine di arresto (e talvolta di condanna a morte), infatti, venne talvolta esteso anche ai figli dei milites e di tutti coloro che avevano in qualche modo favorito la discesa dello Svevo. Un poeta toscano, di posizione guelfa, testimone del clima di polizia e di accanimento contro i vinti, ebbe dunque ad apostrofare i ghibellini come “gente folle di chui tale festa, or non sapete come Carllo paga, in uno punto chilglie incontro or intoppa”.

Enorme fu l’impressione suscitata in tutta la Germania per la morte di Corradino: ma nessuno prese l’iniziativa di vendicare lui e la casa sveva. Con Corradino si chiudeva un’epoca, tramontata di fatto con la morte di Federico II, estenuatasi ancora sino al 1268: David Abulafia, in un suo libro pubblicato nel 1990, intitolò argutamente il capitolo dedicato agli eredi di Federico II “I fantasmi degli Hohenstaufen”. Lo scontro tra Papato e Impero si chiude sulla piazza del Mercato di Napoli e l’esecutore di questa cesura è un nuovo, inedito protagonista della storia d’Italia. Il che già sta a simboleggiare come non si trattasse più di uno scontro bipolare, e quanto si andasse complicando la questione italiana.

Con Corradino si estingue la casa degli Hohenstaufen e con essa le prerogative imperiali in Italia, obiettivo spasmodicamente anelato tanto dal papa quanto da Carlo I. Ma non altrettanto accade con l’idea di Impero, che in Italia fatica a sopirsi.

Di fatto il ruolo svolto da Federico II aveva determinato una bipartizione interna ai Comuni d’Italia, creando una tensione a livello intercittadino. Chi aveva trovato nello Svevo (e quindi nell’Impero) prospettive vantaggiose, fu successivamente portato a mantenere, il più delle volte, quelle posizioni originali. Le famiglie cosiddette ghibelline, dunque, più che fedeli all’Impero in senso lato, avevano stipulato legami di fedeltà coi sovrani svevi. Ricordiamo che Manfredi o Corradino non furono mai imperatori. Ma l’identificazione della casata sveva con l’Impero aveva oramai assunto, passando dal Barbarossa a Federico II, quasi un senso sinonimico: governare la Svevia significava governare l’Impero. Un anno dopo la morte di Corradino, quando gli eredi di Federico II erano o morti o in catene, il papa si accaniva in una lettera contro tutti i nemici della Chiesa ed in particolare contro i discendenti del fu imperatore Federico. Giocoforza, coloro che avevano sostenuto gli Svevi, trovarono negli Angioini – più che nel Papato – i nuovi nemici. In nome dell’Impero ci si ribellò a Carlo d’Angiò in Sicilia nel 1282, nel giorno dei cosiddetti Vespri Siciliani. Già dal 1266 Costanza, figlia di Manfredi e sposa di Pietro III d’Aragona, mostrava polemicamente il titolo di regina.

Pochi mesi prima di morire, Manfredi aveva inviato alla corte dell’Aragonese il proprio consigliere Enrico di Ventimiglia per richiedere probabilmente aiuti militari in Italia, e non è da escludere che alcuni soldati catalani si siano uniti alle truppe per combattere l’Angioino. Ma si deve attendere qualche anno perché Pietro appaia “come il rappresentante del ghibellinismo italiano in contrapposizione all’angioino che è il capo del guelfismo. Il primo, anzi, è qualcosa di più: è – e lo dichiara ufficialmente – l’erede della tradizione sveva.

Negli anni in cui si consumano le vicende di Manfredi e Corradino, il legame con la famiglia Hohenstaufen viene studiato e sfruttato in vista di una politica mediterranea e antiangioina. Quando nel 1282 a Palermo esplodono i Vespri, i tempi sono maturi per rivendicare il Regno “pro exaltacionibus predecessorum nostrorum”, ricucendo quel fil rouge svevo, tagliato a Benevento e Tagliacozzo, e ora riallacciato dall’Aragonese.

Il sovrano ebbe un fitto scambio epistolare coi grandi campioni del ghibellinismo italiano, Guido da Montefeltro, Guido Novello, Corrado di Antiochia, sia prima che dopo i Vespri. Già nel 1271 erano giunti alla corte d’Aragona molti nobili legati anche da vincoli di parentela ai signori che avevano servito i sovrani svevi: Bertrando Canelli, parente del vicario in Toscana per conto di Manfredi; Corrado e Manfredi Lancia, parenti della moglie dell’imperatore; Enrico da Isernia, Giovanni da Procida e Ruggero di Lauria. Giunsero ancora Francesco e Nicola d’Aspello, Gentile da Padula, Rinaldo de Sabella, Riccardo Filangieri e Francesco da Trogisio, “miles et familiaris” di Manfredi e podestà di Siena ai tempi del successo di Montaperti. Fu quest’ultimo che venne inviato dal re in Italia per sobillare una rivolta e appurare le eventuali fedeltà su cui poter fare affidamento. Dopo i Vespri, poi, la Sicilia aragonese divenne la meta preferita dei ghibellini d’Italia che vi riconobbero l’ideale continuazione del Regno di Federico II. Giacomo II, subentrato a Pietro, dopo la parentesi di Alfonso III, accolse dunque a Palermo membri delle famiglie fiorentine degli Uberti, dei Rabuffati, dei Soldanieri, dei Ghiandoni, degli Ubriachi.

Si recuperava così, seppure in modo ideologico, la presenza sveva in Italia che avrebbe più oltre trovato in Federico III d’Aragona (1273-1337) un leader, ma anche un omonimo dell’ultimo grande imperatore, guida del ghibellinismo italiano. Pur essendo il secondo sovrano di Trinacria con il nome di Federico, assunse il nome di Federico III, proprio per sottolineare la continuità con la tradizione imperiale con gli Svevi.

Il giovane nuovo sovrano, agli inizi del XIV secolo, in un panorama oramai fortemente mutato, divenne un nuovo catalizzatore. Da un lato convogliò sul Regno di Trinacria le simpatie ghibelline, specie di Genova, rinforzate da una alleanza con Ludovico il Bavaro, e i nemici degli Angiò e del Papato; dall’altro attirò sulla propria figura, e sulla coalizione da lui sostenuta, l’antica propaganda antisveva, che ritrovò in lui un novello Anticristo.

Federico Canaccini

Il libro Federico Canaccini 1268 La battaglia di Tagliacozzo Roma, Laterza, 2019, Collana: Storia e Società 184 pp., €18 – Disponibile anche in ebook

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Lady Godiva e il sarto guardone

Peeping Tom, Jean Carolus (1814-1897), collezione privata

Tom resisti. Tom non farlo. Tom concentrati sul lavoro: taglia, cuci, finisci quel vestito per Mistress Oaks, che sei già in ritardo sulla consegna. Era per questa sera, ricordi? E ancora non hai nemmeno cominciato!

Vuoi fare come il solito tuo, e consegnare il lavoro con due giorni di ritardo, e poi magari lamentarti perché se la prendono comoda per pagarti? Avanti, mettiti al lavoro. E non guardarti intorno. No, Tom, no: allontanati dalla finestra, allontanati da quella maledetta finestra! Conosci l’ordinanza: deve restare chiusa, sprangata per tutta la giornata. Non fare cazzate, che poi te ne penti. Sì, lo so: lo so anche io che non capita tutti i giorni, uno spettacolo del genere. A voi del popolino, poi, figuriamoci quando vi ricapita, di vedere una contessa nuda. E fosse pure vecchia, brutta, ossuta e mascolina, basterebbe già soltanto la curiosità, per affacciarsi a guardare se i nobili sono proprio come noi, oppure oltre al sangue blu hanno le zinne viola e il culo turchese.

Il problema è che Lady Godiva non è solo nobile: è anche bella. Molto bella. Lady Godiva è proprio come le regine delle fiabe, e fra pochi minuti arriverà, per fare l’amore con il suo popolo. Già, perché è proprio un atto d’amore, quello che sta per fare: è proprio l’amore per voi – gente che non conta niente – che l’ha portata a spogliarsi di tutto per questa follia.

Si è messa in testa di liberarvi dalle tasse che suo marito vi ha imposto. Almeno dell’ultima, delle tasse che si è inventato il conte Leofrico per dissanguare il popolo di Coventry.

Lady Godiva ritratta da Edmund Blair Leighton (1892) nel momento della discussione con il marito

E così, in questo giorno qualsiasi all’alba del secondo millennio, estenuato dalle insistenze della moglie – tanto bella quanto petulante – Leofrico le ha lanciato la sfida: “Toglierò tutte le tasse e lascerò solo quella sui cavalli. Solo, però, se tu avrai il coraggio di cavalcare nuda in mezzo a quel popolo che tanto ami”. Se si sente così solidale, con la plebaglia di Coventry, si spogliasse come loro, la bella contessa: se ne andasse ignuda come un penitente, per chiedere la grazia al suo Signore. “E sia. Lo farò, mio signore – aveva risposto la contessa – ma voi, mio signore, permetterete che la plebaglia possa accedere allo spettacolo che solo a voi è riservato? Consentirete che la vostra Signora possa essere mangiata con gli occhi da qualsiasi pezzente di Coventry?”. “Se voi lo permettete – gli aveva detto con tono di sfida – non mi farò problemi neanche io, a mostrarmi nuda al mio popolo”. Il conte Leofrico l’aveva guardata corrucciato. Già: poteva davvero mettere in mostra le grazie della sua signora, alla mercé di borghesi e cafoni? Certo che no. Ma adesso come poteva uscire da quella situazione imbarazzante? “Ebbene – aveva detto infine – voi ve ne attraverserete a cavallo, nuda, la città e il mercato. Ma nessun abitante potrà guardarvi: al momento del vostro passaggio, tutti i residenti di Coventry dovranno barricarsi in casa, con finestre e scuri chiusi. Nessun occhio plebeo dovrà ardire di posare il suo sguardo sul patrimonio esclusivo del Conte. E se qualcuno oserà farlo, allora il vostro corpo sarà l’ultima cosa che quell’occhio impudente riuscirà a vedere!”. E sia. Dunque l’ora è giunta: Lady Godiva è partita dal castello sul suo cavallo, completamente nuda, e tutti gli abitanti di Coventry si sono rintanati in casa, nelle loro faccende affaccendati, resistendo alle tentazione di sbirciare fuori.

Nella sua Lady Godiva (1856), Adam van Noort ritrae anche Peeping Tom che la osserva dalla finestra (sulla destra del dipinto)

E tu, Tom il sarto, che intenzioni hai? Ehi, ma che cosa stai facendo con quell’arnese? Sei matto? Tom, ripensaci finché sei in tempo. Ma che dici? Ma quale occhiatina? Non puoi rovinare la persiana per sbirciare fuori! Fermati! Pensi che se ritagli un piccolo spioncino dalla finestra nessuno si accorgerà di niente? Pensi davvero di fregare il tuo Signore? Pensi di poterti godere lo spettacolo di Godiva impunemente? Lo hai sentito, sì, quale sarà il destino dei guardoni? Fermati finché sei in tempo, Tom. Fermati! D’accordo, ormai è troppo tardi, il danno è fatto. Beh, adesso, però, rimetti quel tondino di legno sulla persiana: se non puoi riattaccarlo, cerca almeno di incastrarlo in qualche modo. Devi riparare quella persiana prima che… Cosa? Sta arrivando? Sta arrivando? Beh, allora fammi dare un’occhiata anche a me, avanti. Eccola là: già si intravede all’orizzonte la sagoma del cavallo e dell’amazzone, attraversare le strette e silenziose vie della cittadina. Il cuore ci batte a mille, le palpitazioni aumentano mano a mano che quell’ombra in lontananza si avvicina. Non galoppa, non trotta: il cavallo procede a passo lento, come se stesse facendo una sfilata. Una sfilata invisibile: Lady Godiva si offre allo sguardo di chi non può guardare. Ecco, finalmente è davanti a noi: l’emozione ci chiude la gola. Il cavallo è bianco e fiero e indossa dei paramenti di porpora, con ricamati in oro dei leoni rampanti. La sella è elegante e variopinta e anticipa, con la sua bellezza, il mistero che accoglie, beata lei.

Godiva, John Collier (1898, Herbert Art Gallery Museum)

Ed eccola, Lady Godiva: i capelli castani dai riflessi rossi scendono sulle spalle fino a coprire i seni, ma non la schiena, i glutei, le cosce, le gambe bianchissime. È magra, la contessa: eterea come un angelo. Ci passa davanti in silenzio, lentamente. Abbiamo tutto il tempo di godere di questo meraviglioso spettacolo: passiamo lo sguardo su quel corpo più e più volte: dai capelli fluenti fino al petto, cerchiamo, tra la chioma, di intravedere un capezzolo, ma non c’è niente da fare… in compenso, qualcosa, di sotto, si riesce a scorgere, sì… “Quanto invidio quella sella!” esclama Tom. E io gli faccio cenno di tacere, razza di idiota; che magari fuori si sente qualcosa. E infatti, Godiva si volta verso la nostra finestra, come se avesse percepito quelle parole impertinenti. Vieni qua, Tom, ritraiti, e copri con il legno quel buco! Ma Tom è in estasi e continua – come se niente fosse – a guardare quello spettacolo incredibile. Cavalca all’amazzone, ovviamente, la Contessa, quindi sì, qualcosa si riesce a sbirciare, dalle parti basse, indagando tra le cosce. “L’ho visto! L’ho visto!” grida Tom. Ma che cosa? “Il pelo!”. Questa volta la contessa si gira decisamente verso la finestra del sarto, si accorge di quel piccolo forellino sulla persiana, e dell’occhio che – dietro – la scruta avido. Muove la briglia e il cavallo comincia a trottare, allontanandosi e scomparendo in poco tempo dalla nostra vista. Sei contento, Tom, razza di guardone? Te lo hanno spiegato – sì – che quelli come te diventano ciechi?

Ed è esattamente quello che gli succederà. Che sia tortura o maledizione poco conta: Tom perderà la vista, non vedrà più niente, sarà cieco fino alla morte. E darà il suo nome a tutti i guardoni della città, poi del Regno, poi dell’Impero. Ancora oggi, per indicare ciò che in italiano viene reso con la parola “guardone” e in francese con “voyeur” in inglese si dice “Peeping Tom”.

Una statua di lady Godiva a Coventry, commissionata a metà del XX secolo da un abitante della cittadina

Quanto a Godiva, beh, la contessa di Coventry e il suo inusitato gesto verranno raccontati per secoli in mille modi diversi, fino a trasformare la nostra lady in un personaggio leggendario, quasi un archetipo femminile.

Eppure Godiva è esistita. È esistita realmente, ha avuto davvero a cuore le sorti del suo popolo, è stata una grande benefattrice delle case religiose, e ha promosso attività caritative e sociali. Nata intorno al 990 nell’Inghilterra ancora germanica, è conosciuta per essere stata tra i pochi anglosassoni e l’unica donna a mantenere i propri possedimenti e i propri privilegi anche dopo la conquista dei normanni.

Il suo nome era Godgifu – che significa “Dono di Dio” – anche se nei documenti è stato latinizzato in “Godiva”. Niente a che fare, quindi, con il godere, anche se nella letteratura successiva delle lingue romanze, l’assonanza ha finito per regalare al gesto della nuda signora un’accezione erotica e a farne una figura assai più peccaminosa di quanto non fosse l’originale. Secondo il Liber Eliensis, scritto alla fine del XII secolo da un monaco dell’Isola di Ely, Godiva era vedova quando Leofrico, conte di Mercia, la sposò. Nel 1043 Leofrico fondò un monastero benedettino a Coventry, e secondo Ruggero di Wendover – scrittore morto nel 1230 – era stata proprio la moglie a convincerlo a compiere questo atto. Nel 1050, il suo nome è menzionato insieme a quello del marito su una concessione di terra fatta al monastero di Santa Maria di Worcester. Sono anche ricordati come benefattori di altri monasteri a Leominster, Chester, Much Wenlock ed Evesham.

Il suo sigillo Ego Godiva Comitissa diu istud desideravi compare su una lettera di Thorold di Bucknall indirizzata al monastero benedettino di Spalding, che – tuttavia – molti storici considerano un falso, mentre altri ritengono che Thorold – che compare nel Libro di Domesday come sceriffo di Lincolnshire – fosse il fratello di Godiva.

Alla morte di Leofrico, nel 1057, la nostra lady continuò a vivere nella contea fino a dopo la conquista normanna, per morire il 10 settembre 1067, secondo alcune fonti, o nel 1086 secondo altre. Anche il luogo in cui Godiva è sepolta è oggetto di dibattito: secondo alcuni la sua tomba si trova nella chiesa della Benedetta Trinità a Evesham, mentre la scrittrice Octavia Randolph la colloca a fianco di quella del marito, nella chiesa principale di Coventry.

La versione più antica della leggenda è raccontata dallo stesso Ruggero di Wendover nel Flores Historiarum. Secondo Ruggero la contessa attraversò il mercato di Coventry da un’estremità all’altra, mentre la gente era riunita, scortata solo da due cavalieri. Non ci sono cenni, quindi, né al coprifuoco per la popolazione, né tanto meno a Peeping Tom, figura che non compare nelle cronache prima del XVII secolo.

La processione di Lady Godiva (David Gee, 1829)

D’altra parte non è detto nemmeno che Godiva fosse proprio nuda: se la cavalcata doveva assumere i contorni di una processione penitenziale allora la Contessa indossava comunque della biancheria intima, ma secondo l’interpretazione di altri studiosi Godiva si sarebbe spogliata semplicemente dei suoi gioielli e delle insegne nobiliari. Altri storici – come Rebecca Taylor – ricollegano il gesto di Godiva a rituali ancora diffusi ben oltre la cristianizzazione, nelle aree rurali della Gran Bretagna, come quello di portare in giro in primavera una ragazza nuda su un asinello per garantire fertilità alla terra e alle popolazioni. “L’eroina Godiva si innesca su questo filone e ha qualche parentela con Robin Hood nel soddisfare l’odio popolare per ogni forma di tassazione, in un proto-socialismo magnanimo”.

Tra Ottocento e Novecento per il movimento delle suffragette la figura di Lady Godiva rappresenterà anche il riconoscimento fondamentale del ruolo della donna nella politica. Secondo una tradizione, la sua tenuta – di 140mila metri quadrati – si trova ancora a Belbroughton, in Inghilterra, ed è stata messa in vendita qualche anno fa per oltre 3 milioni di euro. Si tratta della dimora che il conte aveva lasciato in eredita ai monaci di Worcester ma che Godiva aveva continuato ad abitare anche dopo la sua morte, pagando però l’affitto ai religiosi. Nel castello – due piani con otto stanze da letto elegantemente decorate, con pavimenti in legno di quercia, cucine, saloni, camini e una torre che ospita oggi due appartamenti – sono ancora presenti una cappella normanna con banchi e altare intatti.

Il cartellone dell’opera di Pietro Mascagni ispirata a Lady Godiva (1911)

Resta il fatto che la contessa che cavalca nuda tra le vie della città ha suggestionato per centinaia di anni il folklore popolare: basti pensare che il 31 maggio 1678 la processione di Godiva verrà introdotta come momento culminante della fiera di Coventry, mentre dal 1812 l’effige in legno di Peeping Tom vigila sul mondo da una casa dall’angolo nord-occidentale della Hertford Street, anche se in origine quell’uomo in armatura rappresentava in realtà San Giorgio. Dalla metà degli anni ottanta del XX secolo Pru Porretta, un residente di Coventry, utilizza la figura di Lady Godiva per promuovere gli eventi e le iniziative della comunità e dal 2005 ogni settembre, in occasione del compleanno della Contessa, organizza una rievocazione storica locale per l’unità e la pace nel mondo, conosciuta come “The Godiva Sisters”.

Innumerevoli gli artisti che hanno immortalato Lady Godiva nelle loro opere: a cominciare da Alfred Tennyson, autore di un poema da cui fu tratta – nel 1911 – l’opera lirica di Pietro Mascagni. Opera in cui, però, Godiva diventa Isabeau, figlia di Raimondo, sovrano di un regno collocato in un Medioevo dai contorni indefiniti: unica figlia, rifiuta il matrimonio e il padre la costringerà, per punizione, a cavalcare nuda per le vie della città, accettando, però, la richiesta del popolo, affezionato alla “reginotta”, che nessuno la possa vedere durante la cavalcata sotto il sole di mezzogiorno. Folco, un ragazzo di umili origini e grande sognatore, decide di infrangere il divieto e di osservare Isabeau, gettando fiori al suo passaggio. Il popolo, inferocito, vuole la sua condanna a morte ma Isabeau, inizialmente offesa, cede infine all’amore del giovane ed entrambi vengono lapidati dalla folla. Tenuta a battesimo nel Coliseo di Buenos Aires nel 1911, Isabeau arrivò in Italia solo l’anno successivo in una doppia prima alla Scala di Milano e a La Fenice di Venezia.

La locandina del film hollywoodiano del 1955

Ma anche l’arte contemporanea si è lasciata ispirare dalla leggenda della contessa nuda: dai Velvet Underground (la band fondata da Andy Wharol e guidata da Lou Reed) che le hanno dedicato il brano Lady Godiva’s Operation ai Queen, che nel 1978 scrivono “I’m a racing car passing by, like lady Godiva” nella canzone Don’t stop me now, mentre nel 1987 i Simply Red pubblicano la canzone Lady Godiva’s room e Roberto Vecchioni la cita nel brano Sei nel mio cuore. Per non parlare del quadro di Adam van Noort, maestro di Peter Paul Rubens, la statua di John Thomas ma anche i tanti film pornografici ed erotici che hanno preso ispirazione dalla lady gaudente, avvinghiata nuda al suo destriero (da citare almeno Peccati venali di Lady Godiva del 1969 e Nuda ma non troppo del 1951). Tra le sue innumerevoli incarnazioni, la povera Godiva conta persino una bambola gonfiabile nel romanzo Insciallah di Oriana Fallaci.

Hollywood si è invece curiosamente occupata della contessa una volta sola, e con risultati discutibili, per il kolossal Lady Godiva, diretto nel 1955 da Arthur Lublin e interpretato da Maureen O’Hara e George Nader. Ambientato durante le lotte tra sassoni e normanni, vede la contessa Godiva accusata di essere un’adultera e costretta per questo a cavalcare nuda attraverso Coventry. Un “fumettone per famiglie” rimasto però nella storia del cinema e segnato anche dalla presenza di un giovanissimo Clint Eastwood che, non ancora venticinquenne, interpreta il capo dei sassoni. Recentissima è invece la rilettura in chiave contemporanea, con una giovane insegnante con la “nuda ambizione” di ripetere il gesto della celebre contessa.

Arnaldo Casali

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Chi erano i Re Magi?

Il tema dei Re Magi è molto diffuso nell’arte romanica e gotica. La menzione dei Magi si ha per la prima volta nei Vangeli canonici e più precisamente nel Vangelo di Matteo dove si narra che “dei Magi d’Oriente” raggiunsero Betlemme guidati da una stella per omaggiare il Bambino Gesù, portando in dono oro, incenso e mirra. Verso il III secolo comincia ad essere specificato anche il numero dei Magi in relazione forse ai doni citati all’interno del Vangelo di Matteo e più tardi, verso il VI secolo, appaiono, nella tradizione agiografica, anche i nomi: Gaspare, Melchiorre, Baldassarre.

Mosaici di Sant’Apollinare Nuovo

Secondo molte ricerche i Magi erano sacerdoti zoroastriani, la religione dell’antica Persia fondata da Zoroastro, appartenenti alla tribù dei Medi incorporata nell’Impero persiano a partire dal periodo achemenide nel VI secolo a. C. Grandi esperti di astrologia i Magi zoroastriani avrebbero, secondo alcuni calcoli, seguito non l’apparizione di una cometa bensì la congiuzione di stelle e pianeti considerati molto favorevoli e indicativi della nascita di un Re. Ci sarebbero state, intorno al II – III a. C. una serie di congiunzioni tra stelle e pianeti molto brillanti tra cui la congiunzione di Venere con Giove che appare nel cielo con un astro unico e molto luminoso, e ben tre congiunzioni di Giove con la brillantissima Regolo (α Leonis), la stella più luminosa dell’omonima costellazione. Altre ricerche astronomiche indicano che pochi anni prima della nascita di Cristo, intorno all’anno VII a. C., sia avvenuta invece una “grandissima congiunzione” tra i pianeti Giove e Saturno, aspetto astronomico che si ripete più volte e che appare nel cielo come un unico grande astro luminosissimo. Quest’ultima configurazione è estremamente importante per le nostre ricerche poiché, proprio in base alle congiunzioni di Giove e Saturno, gli astrologi dell’impero sasanide predivano le sorti dei regni, degli imperi, la caduta e la nascita di nuovi sovrani. Nella letteratura aprocrifa che troviamo ampie e dettagliate descrizioni dei Magi come personaggi venuti dalla Persia.

Il Sogno e l’Adorazione dei Re Magi, Abbazia di San Mercuriale

Una delle più antiche descrizioni ci viene da due codici scoperti nel 1927 e dipendenti in largo modo dal Vangelo dello pseudo – Matteo che fu determinante per la genesi dell’iconografia dei Magi durante il Medioevo. Di questi codici gemelli si trovano menzioni solo a partire dal V secolo quando vengono dichiarati apocrifi ma la loro origine sembra essere ancora più antica. Nei codici Hereford – Arundel si legge che i Magi erano abbigliati con “ampie vesti, berretti di tipo ‘frigio’, tipici calzoni all’iranica detti sarabare ma meglio noti come anaxirides o saraballae, termini attestati da Erode e da Senofonte per indumenti usati dai persiani quanto dagli sciti”. Abiti e usanze orientali sono presenti anche nei mosaici di Sant’Apollinare Nuovo a Ravenna risalenti al V secolo e dove i Magi indossano sfarzose e variopinte brache, mantelli persiani e berretti frigi. Questi mosaici sono significativi perché riprendono il Vangelo dello pseudo – Matteo che dice che i Magi visitarono Gesù il quale era assiso su un trono tempestato di gemme: anche nei mosaici di Ravenna è enfatizzata la natura regale del Bambino. I Magi di Ravenna inoltre hanno le mani coperte da guanti secondo una consuetudine persiana volta a preservare il sovrano da ogni possibile contaminazione.

Adorazione dei Magi, San Zeno

Nelle rappresentazioni figurative dell’Adorazione dei Magi, la stella comincia ad apparire già nel IV – V secolo, ma solo nel XIV secolo essa diviene una cometa caudata. Il primo ciclo di affreschi dove la stella dei Magi appare come una cometa è quello della Cappella degli Scrovegni a Padova dipinto da Giotto tra il 1303 e il 1305. Secondo alcuni studiosi Giotto fu impressionato dal passaggio della cometa di Halley nei cieli dell’anno 1301 e la rappresentò nella Cappella degli Scrovegni. Questo particolare diventò poi una consuetudine nelle rappresentazioni artistiche della Natività a partire dal XV secolo.

Nelle raffigurazioni tardo antiche e in quelle romaniche la stella, a sei o otto punte, appare come un astro senza coda come in questo bellissimo rilievo di Guglielmo nella Chiesa di San Zeno a Verona, quasi ad attestare la tesi sulle congiunzioni planetarie sopra descritta.

Francesco del Cossa, Decano dell’Ariete

L’astrologia persiana influenzò per lungo tempo lo studio del cielo presso molti popoli: dai greci ai romani agli arabi durante il Medioevo. Molte indicazioni astrologiche derivate dai testi persiani si trovano ad esempio negli affreschi di età gotica e rinascimentale come ad esempio nel ciclo dei Mesi di Palazzo Schifanoia a Ferrara.

Il tramite in questo caso fu il grande astronomo Abu Ma’shar al-Balkhi, vissuto nel IX secolo e che operò un sincretismo tra la tradizione degli antichi persiani, in particolare quella sasanide, quella greca e i nuovi studi della matematica araba.

Nell’arte romanica una delle più belle rappresentazioni del Sogno e dell’Adorazione dei Re Magi si trova senz’altro a Forlì nella lunetta del portale dell’Abbazia di San Mercuriale. Il gruppo scultoreo, quasi statue a tutto tondo, si deve forse alla mano del Maestro dei Mesi di Ferrara e dunque potrebbe risalire ai primi anni del XIII secolo.

Apparizione della Stella, Cappella Bolognini

In ambito gotico è da segnalare l’estrosità e la maestria di Giovanni da Modena nella cappella Bolognini in San Petrionio a Bologna. Giovanni, attivo in San Petronio nella prima metà del XV secolo, raffigura i Re Magi abbigliati secondo la moda nordica in voga ai suoi tempi. Personaggi con cappelli, scarpe a punta e abiti finemente decorati affollano le otto scene del viaggio dei tre Re verso Betlemme. Dettagli come i cappelli ungheresi appuntiti, gli stivali larghi, le barbe acconciate in modo stravagante e un giullare con le campane parlano dell’influenza sull’arte di Giovanni del gotico internazionale che qui l’artista riporta con uno stile sontuoso ed esotico, probabilmente alimentato dal contatto con l’arte della corte viscontea e con visitatori stranieri a Bologna.

Elisabeth Mantovani

Guida turistica e storico dell’arte

www.elisabethmantovani.blogspot.it

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Bonifacio VIII, il papa re

Questo sì, che è un bel regalo.

Il migliore che avesse mai ricevuto a Natale, pensava soddisfatto Benedetto; e si guardava intorno, ammirando gli affreschi della splendida Sala Maggiore di Castel Nuovo.

Voleva il papato, e l’aveva ottenuto.

Osservava compiaciuto e beffardo le facce dei suoi rivali, i suoi complici, i suoi elettori. Li fissava in volto, uno per uno, al tempo stesso con riconoscenza e aria di sfida.

Hugues Aycelin de Billom, cardinale vescovo di Ostia e Velletri: decano del Sacro Collegio; il francescano umbro Matteo d’Acquasparta, vescovo di Porto e Santa Rufina, subdecano del Sacro Collegio: il suo amico più fidato e il principale artefice della sua elezione. Gerardo Bianchi, vescovo di Sabina, che di conclavi ne avrebbe fatti altri due, il ricchissmo Giovanni Boccamazza, vescovo di Frascati; Simone di Beaulieu di Palestrina, creato cardinale da Celestino; Bérard de Got, vescovo di Albano, anche lui creatura di Celestino, ma destinato a diventare uno dei suoi più stretti collaboratori. L’anziano Pietro Peregrosso detto Milanese, cardinale prete di San Marco, che sarebbe morto di lì a poco. Tommaso d’Ocre, cardinale prete titolare di Santa Cecilia; uno dei più pericolosi: appartenente all’ordine di Celestino, era stato costretto dal Papa contadino ad accettare la porpora ed era diventato uno dei protagonisti del suo breve pontificato, dimostrando scaltrezza e determinazione.

E poi c’era Jean Le Moine, cardinale prete titolare dei Santi Marcellino e Pietro: di umili origini, anche lui era stato nominato da Celestino, ma era molto più facile da controllare. E poi c’erano Pietro d’Aquila, prete titolare di Santa Croce in Gerusalemme, Guillaume Ferrier di San Clemente, Nicolas de Nonancour di San Marcello, il cistercense Robert de Pontigny, prete titolare di Santa Pudenziana e il benedettino Simon d’Armentières, cardinale prete titolare di Santa Balbina e Giovanni di Castrocoeli di San Vitale, Landolfo Brancaccio di Sant’Angelo in Pescheria e Guglielmo de Longhi, cardinale diacono di San Nicola in Carcere Tulliano: tutte creature di Celestino, ma tutti facilmente manovrabili.

Poi c’erano gli Orsini, suoi alleati: Matteo Rubeo, diacono di Santa Maria in Portico Octaviae e Napoleone Orsini, diacono di Sant’Adriano.

Infine gli acerrimi nemici: Giacomo e Pietro Colonna, dannata stirpe di un dannato sangue.

Li avrebbe entrambi deposti scatenando una guerra per la quale avrebbe pagato un prezzo altissimo. Ma c’era ancora tempo per la guerra: e al diavolo i Colonna, Alighieri con l’Inferno, Filippo il bello e terribile, Sciarra e il suo schiaffo e Jacopone da Todi, pauperista, sovversivo e menagramo. Ora era il momento del trionfo: lui, Benedetto Caetani da Anagni, cardinale prete titolare dei Santi Silvestro e Martino, ce l’aveva fatta: era diventato papa.

Grazie, amici miei – passava in rassegna i volti di tutti; scrutava i loro occhi sorridendo e poi tornava a guardarli in faccia – ve ne sarò eternamente grato. Ma adesso, adesso vi ho fregato, adesso sono io che comando. Adesso sono il Papa, il Pontefice Massimo, il Vicario di Cristo. Il Servo dei Servi di Dio. Sì, certo, come no: l’ha detto san Gregorio e lo confermo; purché i servi di Dio servano con obbedienza il loro Servo.

C’erano voluti due anni per eleggere Celestino V, e appena ventiquattro ore per sostituirlo.

Il papa questa volta – per la prima volta – non era morto: si era dimesso. Eh sì, c’era anche il suo zampino, dietro quelle dimissioni; ad ogni modo era stata rispettata la prassi, che prevedeva dieci giorni di lutto dopo la scomparsa del pontefice, prima di procedere all’elezione del suo successore.

Questa volta, per la prima volta in tredici secoli, il papa non era finito sotto terra ma dentro una roccia, tornato nell’eremo da cui era venuto e in cui – in verità – non sarebbe rimasto a lungo. Oh, no: lo scisma era già alle porte e Bonifacio non poteva permettersi un rivale a piede libero. Gli spirituali francescani, i Colonna, i fedeli delusi da una Chiesa che dopo avere assaggiato la povertà sarebbe tornata al suo sfarzo, non avrebbero aspettato per fare di Celestino il proprio papa – il vero papa – contrapponendolo all’usurpatore, all’anticristo di Anagni. No, non poteva permetterselo, un rivale in libertà, e quindi lo avrebbe fatto inseguire, catturare e ospitare con tutti gli onori, beninteso, nella Rocca di Fumone, vicino Frosinone. Tutti gli onori: compreso un chiodo in testa; giusto per assicurarsi che nessun ribelle potesse liberarlo, catturarlo, usarlo suo malgrado per fare la guerra al legittimo papa. Il papa felicemente regnante.

Insomma erano passati dieci giorni dalle dimissioni di Celestino V e il Conclave si era riunito: era il 23 dicembre 1294.

Il giorno dopo, alla Vigilia di Natale, Benedetto era stato eletto Sommo Pontefice della Chiesa Universale.

Tutto preparato, dicevano i maligni: Caetani aveva usato quei pochi mesi di fragilissimo pontificato per comprarsi i voti dei cardinali. Comprati o no, certo era riuscito a convincerli che era lui, l’uomo della Provvidenza.

Mentre Celestino si faceva manovrare da Carlo lo zoppo e cercava di farsi proteggere dai suoi frati regalando loro posti di potere come un qualsiasi papa nepotista, Benedetto si lavorava il Concistoro e insinuava nella coscienza del papa regnante il dubbio – poi la certezza – di non essere assolutamente adatto a portare sulle sue spalle il peso della Suprema Responsabilità.

Infine, da esperto giurista, gli aveva spiegato come e perché da Vicario di Cristo ci si poteva dimettere, e che l’atto con cui il papa contadino si preparava a rinunciare al suo ruolo era inaudito ma legittimo.

Lo aveva aiutato a preparare i documenti e il rituale e nel frattempo si era assicurato la successione.

Ed era giusto così: lui, al contrario di Pietro Angelerio del Morrone, era proprio nato per fare il papa: colto, laico, esperto di diritto, ambizioso ma al tempo stesso raffinato diplomatico.

D’altra parte Benedetto Caetani con il potere in mano c’era nato: la sua famiglia era tra le più importanti della Roma medievale e contendeva il primato proprio agli Orsini e agli odiati Colonna.

Benedetto ammirava la bellezza del Golfo di Napoli al tramonto, fuori dalla finestra. Uno spettacolo magnifico, si diceva, ma al quale si sarebbe sottratto volentieri: non vedeva l’ora di lasciare quel luogo e tornare a Roma. Vedi Napoli e poi muori; oppure dattela a gambe: Carlo aveva già fatto troppi guai e lui – Bonifacio VIII – non si sarebbe mai adattato a fare la marionetta del re di Napoli come il suo ingenuo e indegno predecessore.

In fondo il nome che aveva scelto era già tutto un programma: Bonifacio IV era il papa che aveva ottenuto dall’imperatore Foca di poter trasformare il Pantheon in una chiesa cristiana; ottavo a indossare quel nome, Benedetto si sarebbe posto al crocevia tra la Roma antica e la Roma cristiana.

Aveva 64 anni, ma il cuore di un ventenne: si sentiva eccitato come quando adolescente aveva lasciato Roma per andare a studiare a Todi, come quando, poi, si era trasferito a Bologna laureandosi in diritto canonico.

Si sentiva galvanizzato e superbo come quando, iniziando la carriera diplomatica in Laterano era partito per una delicatissima ambasciata in Inghilterra ed era stato arrestato, finendo rinchiuso nella Torre di Londra, per essere infine scarcerato dal re in persona. Galvanizzato e superbo – così si sentiva – come quando era stato mandato in Francia, a seguito del cardinale Simon de Brion, futuro Martino IV, con lo scopo di sollecitare l’ascesa al trono napoletano di Carlo d’Angiò (non l’avesse mai fatto, si diceva adesso).

Si sentiva una divinità, Bonifacio, come quando a 51 anni – da laico – aveva ricevuto la porpora cardinalizia e aveva assaggiato il potere, quello vero.

Da laico, sì. Perché laico era stato per tutta la vita, Benedetto Caetani. Si era fatto ordinare prete da appena tre anni. La tiara lo aveva trovato freschissimo come uomo di preghiera e di mistero, ma veterano quanto a politica e gestione del potere.

Al suo terzo conclave, Benedetto si era trovato tra i protagonisti di una delle maggiori crisi della Chiesa medievale: uno stallo durato due anni, con un’assemblea di soli dodici cardinali che pure non riuscivano a mettersi d’accordo. Da una parte c’erano i Colonna e dall’altra tutti gli altri: avevano cambiato quattro sedi (Santa Maria sopra Minerva, Santa Maria Maggiore, Santa Sabina a Roma, e poi si erano spostati a Perugia), affrontato un’epidemia di peste, disordini e proteste di un popolo esasperato, infine l’invasione di campo di Carlo D’Angiò, che lo stesso Benedetto si era arrogato il compito di cacciare dal palazzo.

Quando il 5 luglio 1294 era arrivata la lettera di Pier del Morrone, che aggiungeva la sua voce a quella di chi preannunciava castighi divini se non si fosse provveduto a dotare la Chiesa di un nuovo pastore, Benedetto aveva appoggiato l’idea di Latino Malabranca di fare papa proprio lui. All’inizio era sembrata una follia chiamare sul trono di Pietro un eremita che non solo non era cardinale, ma era totalmente privo di esperienze di governo, digiuno di qualsiasi dinamica di potere; ma in fondo un monaco vecchio e ingenuo, inesperto e ignorante ma con fama di santità e venerato e rispettato da tutti, era quello proprio quello che ci voleva per guidare questa fase di transizione, donando nuova simpatia alla Chiesa, mentre i cardinali si mettevano d’accordo in santa pace: senza le pressioni, l’attenzione, le dannate aspettative del Conclave, decidere chi di loro avrebbe fatto il papa, tutto sommato, sarebbe stato molto più facile e discreto.

Benedetto non si era sbagliato – ma quando si sbagliava? – e così erano andate le cose: ventiquattro ore per formalizzare una decisione già presa in altre stanze.

Aveva fatto un capolavoro – suvvia, bisognava riconoscerglielo: era partito da una minoranza assoluta, basti pensare che 13 dei 22 cardinali li aveva scelti proprio Celestino – ed era riuscito in poco tempo ad annodare tutti i fili del consenso.

E ora – a Natale – era papa.

Ripensava a Carlo Magno, anche lui salito sul gradino più alto nel giorno di Natale: la mattina del 25 dicembre era stato incoronato imperatore da papa Leone III.

Quel giorno insieme a Cristo era nata anche un’epoca: era nato il Sacro Romano Impero, era nato il più grande sovrano cristiano che la storia avesse mai ricordato.

Mezzo millennio dopo oggi, oggi insieme a Cristo nasceva un’altra epoca, nasceva il mondo moderno, nasceva un sovrano che finalmente avrebbe identificato nella sua persona potere temporale e potere spirituale. Perché con Bonifacio VIII l’imperatore laico non si sarebbe limitato a mettere la sua corona nelle mani del Vicario di Cristo, no: adesso ci avrebbe messo tutto il suo potere. Con Bonifacio VIII il papa, più che servo dei servi di Dio, sarebbe diventato il re dei re cristiani, l’imperatore degli imperatori, l’autorità suprema a cui tutte le teste coronate si sarebbero inchinate; la voce di Dio che nessuno si sarebbe potuto permettere di ignorare, il sole che illumina tutti i pianeti, la più alta autorità sulla terra perché l’unica emanata direttamente dal Signore dei Cieli.

E Roma, la sua amata Roma – strappata proprio da Carlo Magno al suo ruolo di capo del mondo, umiliata da secoli di potere in esilio – Roma, la sua amata Roma sarebbe tornata ad essere il cuore dell’impero, il centro dell’umanità, la meta di tutti i pellegrinaggi: tutto il mondo sarebbe venuto per ammirare la sua bellezza e pregare sulle tombe degli apostoli. E poi inchinarsi di fronte a lui: Bonifacio VIII, il papa.

Arnaldo Casali

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La leggenda nera di Ortensia Baglioni

Veduta di Parrano (Terni), uno dei feudi di Ortensia Baglioni – foto Elena Volterrani

Nel corso della sua lunga e tormentata vita perse quattro figli e tre mariti. Una donna decisamente molto distratta; o estremamente pericolosa.

È ricordata come la “Lucrezia Borgia di Parrano”, ma il paragone con Ortensia Baglioni, in realtà, è ingeneroso nei confronti della povera Lucrezia, vittima di una fama pessima ma comunque immeritata.

Ortensia, invece, con tre mariti e due figli ammazzati è senza dubbio la donna più scaltra, letale e spregiudicata della storia a cavallo tra Medioevo e Rinascimento.

D’altra parte tra cospirazioni e intrighi di palazzo, lei, c’era nata e cresciuta: figlia del conte Antonio Baglioni e di Beatrice Farnese, Ortensia è nipote sia della bellissima Giulia Farnese, amante di papa Alessandro VI Borgia che di suo fratello Alessandro Farnese, il futuro papa Paolo III.

È proprio lo zio cardinale a darla in sposa nel 1531 a Sforza Marescotti, un soldato rampollo di un’antica e gloriosa famiglia bolognese. Dall’unione nascono Alfonso e Beatrice; appena sette anni dopo il matrimonio, però, Sforza viene assassinato dai suoi vassalli. Vedova tutt’altro che inconsolabile (e anzi – si mormora – mandante del delitto) l’anno successivo Ortensia sposa Girolamo di Pier Giovanni di Marsciano, con cui fa altri due figli: Marcantonio e Girolamo. Anche il secondo marito sei anni dopo toglie il disturbo, ucciso da un piatto di maccheroni avvelenati servitogli dall’amorevole consorte.

Il borgo di Pornello (Terni) – Foto Fiorenzo Lo Grasso

Tempo quattro anni, e il 7 maggio 1549 Ortensia convola a terze nozze con il conte Ranuccio Baglioni, ponendo però come condizione che lo sposo le assegni i feudi di Parrano e Pornello. Anche con Ranuccio Ortensia concepisce due figlie, Elena e Lavinia. Ma poi si libera del marito: esattamente come Sforza, infatti, il 18 settembre 1553 il conte viene ucciso in un agguato tesogli dai vignanellesi, esasperati dalle continue vessazioni del loro padrone ma anche stavolta, si dice, istigati dalla signora.

Nel frattempo è scomparso Paolo III Farnese e a succedergli è il cardinale Giovanni Maria Ciocchi Del Monte, che ha assunto il nome di Giulio III. Il nuovo papa è zio di Ascanio Della Corgna, Capitano generale della fanteria e della cavalleria e cognato di Ranuccio, di cui ha sposato la sorella Giovanna. Due giorni dopo l’omicidio, Giulio III mette le due bambine sotto la tutela di Ascanio, affidandogli anche i feudi di Vignanello e di Parrano, mentre la guardia papale arresta Ortensia. Il tribunale pontificio ascolta molti testimoni, tra cui il cardinale Tiberio Crispo di Orvieto, secondo il quale la donna è “onesta e una buona moglie”, mentre Ranuccio viene descritto come un violento che trattava malissimo i suoi vassalli “sichè dico meravegliarme che non prima sia stato ammazzato da quelli suditi”. Il processo si conclude con l’assoluzione della donna: sulla forca finiscono cinque paesani.

Nel 1565 Ortensia, che ha ripreso possesso del suo feudo, scrive il proprio testamento lasciando al figlio Alfonso il castello di Vignanello e a Elena e Lavinia quello di Parrano. A Girolamo, invece, lascia un altro piatto di maccheroni avvelenati e anche Lavinia muore “atossicata” ancora giovanissima, mentre Marcantonio si toglie di mezzo da solo per morte naturale. Ma su nessun decesso viene aperta una indagine.

Lo stemma Marescotti-Farnese

A impedire a Ortensia di rimettere le mani sul feudo di Parrano, resta però la contessina Elena, il cui tutore è lo zio Ascanio. Determinata a manovrare la vita della figlia, appena compie 14 anni comincia a cercarle un marito, ma deve scontrarsi con i ripetuti rifiuti della ragazza. Il conflitto raggiunge tali livelli che per proteggere la contessina dalle grinfie della madre il papa arriva a far rinchiudere la giovane in monastero e a proibirle di contrarre matrimonio senza la sua autorizzazione. Ortensia, nel frattempo, si è insediata nel castello, approfittando dell’assenza di Elena che vive a Perugia dagli zii, e tollera l’invasione materna solo “per honore suo per non la cacciare via”.

La velenosa contessa, che non si fa certo intimidire dall’ostilità della ragazzina, scrive al cugino Alessandro Farnese. E spiega di essere a Parrano proprio su invito della figlia; “Questo castello monsignor mio mi riesce molto meglio che io non pensavo: vassalli fidelissimi et amorevolissimi; solo ce manca uno buono patrone che tema Idio et governa le sue pecorelle iustamente”. Ortensia manda in continuazione messaggeri a Perugia perché convincano la figlia a raggiungerla a Parrano, ma Elena non ha nessuna intenzione di lasciarsi avvicinare dalla madre e quando la vede arrivare non le permette nemmeno di entrare nel palazzo. La donna non sia arrende e in occasione della Pasqua del 1567 tenta un nuovo approccio mandando come ambasciatore il figlio Alfonso. Durante il pranzo, però, l’erede fa alla sorella uno strano discorso, che suona come un sinistro avvertimento: “Se vostra Signoria morisse, signora contessa, a me mi resterebbe qualche cosa di vostro: ma se morissi io non ve resteria a voi cosa alcuna de mio; perché io ho figli”.

Convinta che la madre voglia eliminarla per lasciare tutto al fratello, Elena è ancora più decisa a non mettere piede a Parrano. Tuttavia, le mani della famigerata Ortensia riescono a insinuarsi fino a Pieve del Vescovo, dove la contessina sta passando un piacevole soggiorno in compagnia della zia Giovanna. È il 23 aprile ed Elena è abbastanza incauta da lavarsi il viso con l’acqua da toletta che la madre le ha mandato “per rendere più liscia la pelle”. Qualche ora dopo l’applicazione dell’unguento la ragazza si sente male e dopo due giorni di agonia muore, all’età di sedici anni. Il corpo viene trasportato a Perugia, accompagnato “da circa cento contadini et altre genti con lumi” e seppellito nella chiesa di San Fiorenzo a Porta Sole. Prima, però, viene chiesta un’autopsia perché il cadavere si è gonfiato ed è diventato nero, e il Papa ordina un’indagine. Quando il 7 maggio 1567 il commissario pontificio Gandolfi giunge a Parrano, Ortensia – circondata da un piccolo esercito formato da vassalli e da banditi – si rifiuta di consegnargli il feudo. Gandolfi è costretto a desistere ma una settimana dopo torna, prende possesso del castello e trascina Ortensia davanti al Governatore di Roma.

Castel Sant’Angelo. Costruito nel II secolo d.C. come mausoleo per le spoglie dell’imperatore Adriano, fu spesso utilizzato come luogo di prigionia

Rinchiusa ancora una volta a Castel Sant’Angelo, la donna viene assolta da tutte le accuse e ritorna in possesso del castello e degli altri beni sequestrati. E il 9 marzo 1574 dona al nipote Marcantonio di Alfonso i castelli di Vignanello, Parrano, Pornello e Mealla “per la conservazione della famiglia”.

Alfonso e Marcantonio, divenuti i padroni assoluti, scatenano la loro ferocia con delitti e vessazioni ai danni delle popolazioni sottoposte, offrendo anche rifugio a banditi provenienti dal Regno di Napoli, tanto da attirarsi addosso anche un’inchiesta ordinata da papa Gregorio XIII che culmina con uno scontro armato e l’arresto per ribellione e lesa maestà.Scarcerati tre anni dopo, padre e figlio tornano nei loro feudi. Le nefandezze continuano. Ortensia si sfoga con il cugino cardinale: “Quando io pensavo dopo tanti stenti et mie fatighe potermi riposare, mi trovo afflitta da un figliolo tiranno, che sempre è andato peggiorando. Et il patir mio è infinito”.

Intanto, nel 1574 Marcantonio ha sposato Ottavia di Piefrancesco Orsini conte di Bomarzo, il committente del celebre Parco dei Mostri. Avranno sette figli, ma anche molti guai: tanto è violento e arrogante il marito, infatti, che la donna arriva a intentargli una causa per ottenere la separazione.

Alfonso morirà a Roma il 25 marzo 1604, lasciando tutto il potere nelle mani del figlio, che rispetterà la tradizione di famiglia: finirà ammazzato in un agguato tesogli la notte del 4 settembre 1608, finito con due colpi di archibugio e poi straziato con un’accetta.

In compenso tra i sette figli di Marcantonio non mancherà una santa: Clarice, monaca francescana canonizzata nel 1807 da Pio VII. Un’altra pargola, invece, viene chiamata proprio con il nome della famigerata bisnonna: futura marchesa di Fabro, nascerà appena quattro anni dopo la morte di Ortensia, che si spegne serenamente – se così si può dire – il 12 aprile 1582. Con sette morti sulla coscienza e due processi per omicidio. Ma un patrimonio ricchissimo e indiviso.

Arnaldo Casali

Articolo pubblicato su MedioEvo N° 259 di agosto 2018

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L’arte del giullare

Miniatura tratta dalle Storie della Bibbia (1443, Koninklijke Bibliotheek, L’Aia)

La parola giullare deriva dal latino joculator, a sua volta proveniente da jocus (scherzo, gioco), ma i giullari nel medioevo, sebbene basassero il loro repertorio sullo scherzo e sul gioco, dovevano stare molto in guardia e calibrare ogni parola. Il gioco, più che liberarli, poteva diventare un giogo, farli quindi imprigionare e finire il resto dei loro giorni in una buia e tetra segreta.

Solitamente fornito di un ampio bagaglio culturale, il giullare medievale conosceva la storia e le storie, usava la fantasia e le abilità linguistiche, sapeva improvvisare versi così come comporre canti cavallereschi e d’amor cortese. Girava così di corte in corte in cerca di una dimora e di un pasto, e a volte grazie alla sua arte poteva assurgere a favorito dei principi e dei re.

Il giullare poteva esserlo di professione e allora era musico, danzatore, giocoliere, ammaestratore, acrobata, lottatore, cantante, trampoliere, poeta e narratore per diventare un caleidoscopio di attività e di mestieri. Aveva senno e «provedenza / in ciascun mestiere» e, come testimonia Ruggieri Apugliese, giullare e poeta siciliano del XIII secolo, so «bene esser cavaliere / e donzello e bon scudiere, / mercatante andare a fiere, / cambiatore ed usuriere […] so cantare, / fisica saccio e medicare, / so di rampogne e so’ zollare […] Orfo so’ e dipintore, / di veggi e d’arke facitore, / mastro di petre e muratore / bifolco so’ e lavoratore […]».

“Fou ne croit, s’il ne recoit”, il giullare non crede se non riceve. Miniatura tratta da Libro d’Ore con proverbi (XV secolo, Bibliothèque Nationale de France, Parigi)

Insieme a tutte queste specificità, arti e artifici, il giullare si ammantava anche di effluvi solforosi: la sua lingua aguzza, tagliente e biforcuta lo rendeva prossimo al diavolo, il diabolo, l’essere dalla doppia lingua. È per questo che veniva considerato troppo spesso un essere spregevole e dunque confinato ai margini della società, sia da vivo che da morto: la terra che lo avrebbe accolto sarebbe stata quella sconsacrata, lo stesso destino che spettava alle meretrici, che come lui vivevano dello sfruttamento del proprio corpo. Infatti accanto all’istrio scurre esisteva anche l’istrio turpe: mentre il primo si produceva in volgarità verbali, il secondo si lasciava andare a oscenità fisiche.

Oggi riemerge rivitalizzato e forse purificato dalla tradizione popolare delle rievocazioni storiche, un novello giullare erede di quella lontana tradizione, ma meno poliedrico e più specializzato: a volte attore, musico o solo giocoliere, altre acrobata, trampoliere e menestrello. Fra queste specificità quella che maggiormente gode di una propria originalità e non eccessiva riproducibilità tecnica, per dirla con Benjamin, è la figura dell’improvvisatore in versi, poeta estemporaneo che riflette se stesso nello spettatore: e la parola si fa nota, dun- que diventa musica, canta e incanta. Cercando l’appoggio e la collaborazione del pubblico, l’improvvisatore ne rapisce l’attenzione, ne carpisce le intenzioni, crea una tenzone dialogica, che va verso lo spettatore e lo spinge a vivere la tensione dell’attesa che nasce dall’ignoto.

Giullare (Jean Fouquet), presunto ritratto del buffone Gonnella

L’improvvisazione diventa così l’arte di mescolare, miscelare e unire. Una sorta di moderna alchimia dove nel crogiolo dei senza palco moderni si fondono le doti istrioniche, l’abilità teatrale, la comicità pungente, la cultura profonda, la rapidità cerebrale, il guizzo inaspettato, la sagacia buffonesca, l’intelligenza acuta, e la psicologia raffinata: uno spettacolo vivo, mai ripetitivo, che di volta in volta rinasce come la Fenice, ma non dalle proprie ceneri, bensì dalle scintille zampillanti della lingua italiana.

Il giullare di oggi è figlio diretto della tradizione medievale, che solo a tratti lambisce i rimandi tardo-rinascimentali dell’arte affabulatrice di Dario Fo e quelli più schiettamente contadineschi di Roberto Benigni. Che ne sarà del giullare nell’epoca invasa dalla cibernetica, dal digitale, dalle macchine, dalle app e dai social? Sarà in grado di trovare uno spazio tutto per sé una professione prettamente artigianale ma legata all’immateriale, al semplice prodotto del proprio intelletto o della propria abilità fisica? Accadrà anche al mestiere del giullare, come ad altre professioni, di essere sostituito da una macchina, fagocitato dalla tecnologia? O sarà come per il libro cartaceo, che attraverserà i secoli e arriverà a noi con tutto il suo fascino, a differenza dell’e-book, che a stento sopravvive al proprio possessore?

L’uomo può disumanizzarsi, ma la macchina non può diventare umana, in particolare nell’ambito dello spettacolo, quello dal vivo, che si regge su uno scambio di energia fra l’attore e lo spettatore: un equilibrio fatto di sguardi, ammiccamenti, gesti, sentimenti, un rispecchiarsi l’altro nell’uno. Le macchine tutto questo non lo sanno e non lo potranno mai sapere. Più questa società si farà tecnologica, meno spazio ci sarà per l’uomo, ma a lungo andare, in un tempo non troppo lontano, sarà necessario rimettere al centro l’essere umano, con la passione, il sudore e le parole per continuare a gioire, a divertire, a divertirsi.

Gianluca Foresi

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El Cid Campeador, eroe della Reconquista

Illustrazione medievale di El Cid che uccide un nemico

La storia del Cid Campeador, cantata dai poemi epici, benché non abbia sempre basi rigorosamente storiche narra le vicende epiche di Rodrigo Díaz, grande condottiero alle prese con i turbolenti potentati della Spagna del XII secolo.

 

Poche figure sono state oggetto di controversia come il Cid Campeador, eroe della Reconquista spagnola nel Medioevo. Citato da poche fonti storiche, reso leggendario dal Cantar de mio Cid, celebre poema del 1140 circa che ne esaltava il coraggio sullo sfondo della turbolenta penisola iberica divisa tra potentati islamici e principi cristiani in cerca di potere e di gloria, di Rodrigo Díaz si è messo in dubbio la stessa esistenza.

Incerto il luogo di nascita (si propende per Vivar, non lontano da Burgos, prendendo per buone le fonti del XII secolo) così come l’anno preciso, posto dagli specialisti tra il 1041 e il 1049. Invece si tratta di un personaggio assolutamente reale: lo dimostra il documento della donazione che “Rodericus Campidoctor et princeps” fece al vescovo di Valencia del villaggio di Picassent con le sue rendite, il cui originale è oggi conservato nell’archivio della cattedrale di Salamanca. La data è il 1098; la sottoscrizione, “Ego Rudericus”.

La firma autografa di El Cid: Ego Ruderico

Chi era dunque davvero Rodrigo Díaz, formidabile condottiero castigliano che militò sotto l’egida di Ferdinando I, Sancho II e Alfonso VI e che fu signore di Valencia creandosi una fama che ha sfidato il trascorrere dei secoli?

Riproduzione della prima pagina del manoscritto del Cantar de mio Cid, 1140 ca., conservato nella Biblioteca Nacional de España

L’appellativo di “Mio Cid” con cui Rodrigo Díaz è noto nell’epica deriva dall’arabo volgare sīdī, contrazione di sayyid, “signore”. Il soprannome “Campeador”, invece, è forma spagnola che discende dal latino campi doctor, campione: se lo guadagnò, pare, vincendo a un duello con un cavaliere navarrese. Ricostruirne con precisione le vicende non è facile perché le fonti che lo riguardano, tutte tarde, sono per lo più agiografiche e scritte con toni epicheggianti. L’immagine che tendono a trasmettere è quella dell’eroe senza macchia e senza paura, del guerriero indomito e fedele al suo signore, un figlio della nobiltà minore diventato potente solo in virtù del valore del suo braccio e della sua spada. Ma, spogliata dai toni della retorica e dell’agiografia, l’epopea del Cid assume una veste decisamente più prosaica: uomo del suo tempo, bramoso di gloria e di fortuna, mise le sue indubbie capacità al servizio di chi lo pagava meglio per amore di denaro e di carriera. Ambizioso e un po’ cinico, non si accontentò di restare a guardare i potenti di turno sfidarsi l’un l’altro ma volle tentare in prima persona la fortuna, ritagliandosi anche lui il suo posto al sole. Tra luci (molte) ed ombre (altrettante), ci riuscì. E grazie al suo valore passò alla Storia.

Un regno diviso Il primo luogo comune da sfatare è che Rodrigo Díaz fosse un cadetto in cerca di fortuna. Niente di più falso, era di nobili origini: suo nonno Flaín Muñoz era conte di León e il padre, Diego Flaínez, aveva accumulato, in cambio della sua militanza contro il regno di Pamplona, un patrimonio fondiario che comprendeva gran parte della regione di Burgos (quindi anche su Vivar); la madre Teresa Rodríguez, dal canto suo, era figlia di Rodrigo Álvarez, primo conte di Asturia e suo governatore. Sin da giovanissimo si abituò alla vita di corte.

Nel 1058 entrò al servizio di Ferdinando I di León come scudiero di Sancho, futuro re di Castiglia, e all’inizio del 1063 accompagnò il principe a Saragozza partecipando, contro lo zio di questi, Ramiro I di Aragona, alla difesa della taifa dell’emiro al-Muqtadir, alleato di Ferdinando I. Si distinse, soprattutto, durante l’assedio di Graus, paese che garantiva il controllo della fertile vallata dell’Ebro. Durante la difesa, però, Ramiro fu assalito da un soldato nemico di nome Sadada che era penetrato di nascosto nel campo travestito da cristiano, e morì trafitto da un colpo di lancia al volto. Secondo la Historia Roderici, composta verso il 1185, il giovanissimo Rodrigo (allora aveva circa 14 anni) partecipò ai combattimenti e si distinse per valore. Né fu questa l’unica occasione in cui combatté accanto al suo principe. Alla morte di Ferdinando, nel 1065, la vedova aveva assecondato la volontà del re dividendo il regno di León e Castiglia tra i suoi tre figli maschi: a Sancho II toccò quindi la Castiglia, ad Alfonso VI il León e a García I la Galizia. Anche le due figlie femmine furono interessate alla spartizione, ricevendo due signorie: ad Urraca la città di Zamora, ad Elvira quella di Toro.

Le fasi della Reconquista spagnola tra l’anno 1000 e il 1212

Il giovane e ambizioso Sancho, però, non aveva alcuna intenzione di limitarsi al suo regno. Con l’aiuto di Rodrigo ingaggiò guerra contro quello di Pamplona e riuscì in breve tempo a riconquistare parte dei domini che il padre aveva perduto. Tuttavia la guerra dei “tre Sancho” (oltre Sancho II di Castiglia, a fronteggiarsi c’erano Sancho IV di Pamplona e Sancho I di Aragona) si concluse con la sconfitta.

Il re di Castiglia volle rifarsi subito dopo contro i fratelli nel tentativo di unificare il regno. Nel 1068 attaccò e sconfisse Alfonso VI a Llantada, sul fiume Pisuerga, e lo costrinse ad aiutarlo contro García che nel frattempo si era ritirato nella contea del Portogallo. Sconfitto anche García, nel 1072 Sancho volse le armi di nuovo contro Alfonso e lo battè a Golpejera grazie al determinante contributo di Rodrigo: costretto ad abdicare e mandato in esilio anche lui, Sancho II poteva finalmente riunire nelle sue mani il regno che era stato del padre. La situazione, però, era tutt’altro che pacificata. I nobili del León, desiderosi di riacquistare l’indipendenza, si allearono con le due sorelle del sovrano, che si trincerarono nei rispettivi possedimenti. Ma se Toro cadde quasi subito, la signoria di Zamora, retta da Urraca, resistette all’assedio.

Dopo sette mesi, il 6 ottobre del 1072, Sancho II veniva assassinato a tradimento, forse da un amante della sorella, mentre perlustrava le mura. A quel punto Alfonso VI, rimasto unico erede, visto che Sancho non aveva figli, si candidò a re di Castiglia: l’epica fiorita intorno all’episodio (non la storia) aggiunge che egli riuscì a ottenere la corona solo dopo aver giurato, sul sagrato della chiesa di Sant’Agata di Burgos, di non essere stato lui, d’accordo con Urraca, a ordinare l’uccisione di Sancho.

Monumento a El Cid nella città di Siviglia

Rodrigo, sempre secondo le narrazioni epiche, fu tra i promotori dell’ordalia. Egli aveva fino a quel momento ricoperto l’incarico di “armiger regis”, ossia di armigero reale: in cosa consistesse però con precisione questo ruolo non è chiaro. La Historia Roderici e altre fonti più tarde come il Carmen Campidoctoris (che risale al 1190 circa) sostengono che fosse comandante dell’esercito e vessillifero del re, ossia alférez (alfiere): in realtà tale carica assunse questa valenza solo con Alfonso VII nel secondo quarto del XII secolo e fu regolamentata da Alfonso X il Saggio nella seconda metà del XIII, quindi dopo la morte di Rodrigo, Ad ogni modo, qualunque fosse il suo vero ruolo, passò ora a García Ordóñez, che era uno dei suoi più accesi rivali.

Dalla gloria all’esilio L’abilità militare e l’intelligenza di Rodrigo gli procurarono tuttavia nel giro di breve tempo la piena fiducia da parte di Alfonso, che lo inserì tra i suoi collaboratori più stretti, come dimostrano i tanti documenti recanti la sua sottoscrizione assieme a quella dei funzionari che facevano parte della curia. Il favore del re risulta evidente anche dalla sua nomina a procuratore con l’incarico di seguire alcuni importanti processi, e soprattutto dal matrimonio, disposto dal sovrano in persona nel luglio del 1074, con Jimena Díaz, imparentata con la corona di Leon e con la più alta nobiltà asturiana. Cinque anni dopo, nel 1079, Rodrigo veniva mandato alla taifa di Siviglia, retta dal poeta al-Muʿtamid b. ʿabbād, per riscuotervi i tributi (parias). Al-Muʿtamid, all’epoca, era anche impegnato in guerra contro il regno di Granada. Poco dopo il suo arrivo in città, l’esercito granadino con i suoi alleati (tra cui c’era anche García Ordóñez ) attaccò Siviglia costringendo Rodrigo a prendere le armi accanto al re della taifa. La battaglia che seguì, a Cabra, fu vinta dal Campeador, che catturò l’Ordóñez e lo tenne in ostaggio per tre giorni. Ma invece di essere soddisfatto del suo operato, Alfonso si risentì moltissimo in quanto la spedizione militare non era stata da lui espressamente autorizzata. Inoltre il condottiero, invadendo il regno di Granada, aveva saccheggiato le terre della taifa di Toledo che erano sottoposte alla protezione della corona. L’ira del re, amplificata forse dalle invidie di alcuni membri dell’aristocrazia a lui vicini, ne comportò la caduta in disgrazia: l’8 maggio del 1080 Rodrigo firmava il suo ultimo documento da funzionario, dopo di che prendeva la via dell’esilio.

Battaglia tra Cristiani e Mori in un manoscritto del sec. XIII

Rimasto senza un impiego, il Campeador cercò subito un signore da servire, rivelando un atteggiamento che, più che un eroe senza macchia e senza paura, lo designa, più prosaicamente, come un mercenario ante litteram. Provò con i conti di Barcellona, Ramón Berenguer II e Berenguer Ramón II (più tardi soprannominato il Fratricida: e infatti non avrebbe tardato a sbarazzarsi del fratello per esercitare il potere da solo), ma ricevette un netto rifiuto. Non restava allora che bussare alle porte di uno dei tanti regni di taifa, che nel turbolento scenario politico erano sempre impegnati in qualche guerra o guerriglia. Una cronaca moresca racconta che Rodrigo fu trovato da alcuni cavalieri mentre vagava, provato e assetato, per l’Andalusia. Condotto a Saragozza davanti a Yusuf al-Mu’taman ibn Hud, passò al suo servizio e poi, dopo la sua morte, a quello del figlio Al-Mustain II.

Al-Mu’taman aveva in effetti bisogno di un condottiero abile come Rodrigo. Benché sovrano di Saragozza, taifa tributaria del regno di Castiglia, il suo potere si estendeva di fatto soltanto sulla città, mentre il resto – Lérida e Tortosa, soprattutto – era in mano al fratello al-Mundhir. A capo del suo nuovo esercito, Rodrigo difese il re contro gli assalti non solo di al-Mundhir e di Sancho I Ramírez di Aragona, che sconfisse il 14 agosto 1084 a Morella, nei pressi di Tortosa, ma anche di Ramon Berenguer II, che due anni prima, nel 1082, aveva catturato ad Almenar e liberato solo dopo il pagamento di un pesante riscatto (ne faceva parte anche la sua spada, la celebre “Tizona”). Proprio a seguito della vittoria di Morella cominciò ad essere chiamato El Cid, dall’arabo sīdī, “signore”; pochi mesi dopo, era tra gli ospiti d’onore alle nozze fastose che si celebravano il 26 gennaio del 1085 a Saragozza, nella splendida reggia dell’Aljaferia, tra l’erede al trono al-Mustaín II e la figlia del re taifa di Valencia, Abu Bakr. Il suo prestigio era ormai alle stelle.

Il difficile rapporto con Alfonso Nella primavera del 1086, però, un nuovo pericolo si profilò all’orizzonte: i berberi Almoravidi, chiamati dai mori di Spagna a portar soccorso contro il prepotente Alfonso VI, che il 25 maggio dell’anno prima era entrato trionfalmente a Toledo e ora minacciava Saragozza cingendola d’assedio, attraversarono lo stretto di Gibilterra, sbarcarono ad Algeciras e invasero la penisola. Li guidava Yusuf ibn Tashfin, che il 23 ottobre otteneva contro Alfonso un’importante vittoria nella battaglia di Sagrajas. Fu una carneficina da ambo le parti: i musulmani chiamarono il terreno dove si combatté “al-Zallaqa”, che vuol dire terreno scivoloso, alludendo al sangue che scorreva sul campo. Lo stesso Alfonso, pur sopravvivendo, perse una gamba nello scontro.

In tutte queste azioni militari il Cid non appare. Il perché della sua latitanza non è noto. Ma è certo che il suo atteggiamento dovette sollevare non pochi sospetti a corte, ora retta da al-Mustaín II nel frattempo succeduto al padre. Rodrigo si era anche riavvicinato ad Alfonso dopo che questi era stato tratto in un’imboscata a Rueda de Jalón, salvandosi per miracolo, ma nonostante le profferte reiterate del re il condottiero aveva preferito per il momento restare al servizio dei mori. Fortunatamente per Alfonso, poco dopo la battaglia di Sagrajas, Yusuf ibn Tashfin era dovuto rientrare precipitosamente in Marocco per far fronte ai problemi succeduti alla morte del suo erede: le speranze di riscossa non erano dunque ancora del tutto perdute, a patto di riconciliarsi con il Cid e riportarlo al suo servizio.

La cosa avvenne, non è chiaro come, entro la fine dell’anno: nel primo semestre del 1087 la firma di Rodrigo appare infatti di nuovo in calce ai documenti rogati dalla corte e il suo nome al comando delle truppe che tra il 1087 e il 1089 assoggettarono i regni musulmani di Taifa di Albarracín e di Alpuente e difesero Valencia dalle mire di Al-Mundir e del conte di Barcellona. L’idillio con Alfonso era però destinato a rompersi di nuovo quando, giunto in ritardo in difesa del castello murciano di Aledo, fu accusato di non aver prontamente obbedito alla chiamata del re: privato dei suoi beni, fu esiliato per la seconda volta cercando rifugio, di nuovo, a Saragozza, dove trovò al-Mustaʿīn II ad attenderlo a braccia aperte.

Gli ultimi dieci anni di vita il Cid li trascorse dapprima creando e poi, una volta ottenutolo, consolidandolo, il suo dominio personale a Valencia. Per farlo dovette abbattere molti ostacoli, a cominciare dal redivivo Berenguer Ramon II, che sconfisse e catturò per poi rilasciarlo poco dopo: i due nemici, in ultimo, trovarono un accordo e la fine delle ostilità fu sancita dal matrimonio tra il nipote del conte di Barcellona, Ramon Berenguer III, e la più giovane delle figlie di Rodrigo, Maria. Da questa alleanza il Cid ottenne il protettorato su tutte le province musulmane a sudovest della Catalogna, ossia dei regni di Saragozza e Lerida. L’operazione di “accerchiamento” di Valencia fu completata con la conquista di una serie di città confinanti (tra cui El Puig e Quart de Poblet, sventando pure un tentativo di attacco da oparte di Alfonso che aveva chiamato in aiuto persino alcune galee da Genova e da Pisa) e soprattutto con la protezione concessa al re di Valencia Yaḥyā al-Qādir.

La Cattedrale di Burgos, dove sono conservate le spoglie di El Cid

Una vita in guerra Fallito anche l’ultimo tentativo di riconciliazione con Alfonso, Rodrigo si diede anima e corpo al progetto che cullava da tempo: diventare signore di Valencia. L’occasione arrivò da una sommossa, iniziata nell’ottobre del 1092, a favore degli Almoravidi: il suo protetto al-Qādir rimase ucciso e il Cid pianificò l’assedio della città, che cadde il 17 giugno 1094 dopo oltre un anno di accerchiamento. Poco dopo, il 21 ottobre, gli Almoravidi, cacciati dalla città, subivano una disastrosa sconfitta a Cuarte (Quart de Poblet).

Divenuto principe di Valencia, il Cid cercò di consolidare il suo potere con una lungimirante politica matrimoniale che coinvolse le figlie, assoggettando le taifas di Jérica, Segorbe, Santaver, Alpuente, Albarracín, Tortosa e Lérida e alleandosi col nuovo re d’Aragona, Pietro I, figlio di quel Sancho Ramirez che era stato suo avversario in tante battaglie. In seguito fermò di nuovo gli Almoravidi a Bairén, nel 1097, occupando l’antica Sagunto e Almenara e rendendo suoi tributari i piccoli regni musulmani dei distretti vicini. Governò Valencia per un lustro, durante il quale si comportò in tutto e per tutto come un sovrano indipendente. Ebbe polso fermo ma anche qualche caduta di stile, come quando appena entrato in città catturò l’ex governatore Ibn Yahhaf, e lo fece torturare per sapere dove si celasse il tesoro: non riuscendoci, alla fine lo fece uccidere. Nel 1096 Rodrigo convertì la moschea maggiore in chiesa cristiana anche se per fondare la sede episcopale attese il 1098, data in cui appunto fece la donazione che sottoscrisse nel documento citato all’inizio. Ma l’uomo che visse tutta la vita in guerra non poteva certo morire in pace. Il 10 luglio (per altri a maggio, o a giugno), nel pieno dell’ennesimo assedio almoravide, Rodrigo Diaz moriva, la sua fibra forse provata dagli stenti. Non aveva nemmeno sessant’anni. Dopo tre anni la città capitolava, il 5 maggio 1102: Jimena lasciava la città portandosi dietro le ossa del marito, che seppelliva con tutti gli onori nel monastero di San Pedro de Cardeña, nei pressi di Burgos. Quel che restava di lui, profanato dai francesi nel 1808 durante la Guerra d’indipendenza spagnola, fu traslato nel 1842 nella cappella della Casa Concistoriale. Dal 1921 l’indomito guerriero, eroe e mercenario, riposa insieme alla moglie nella Cattedrale di Burgos.

Una delle numerose statue equestri dedicate all’eroe della Reconquista spagnola

Protagonista dell’epica L’epopea di Rodrigo Díaz conquistò subito la fantasia di trovatori, dei giullari e dei poeti erranti, che diffusero le sue gesta dapprima in Spagna e poi in tutto il continente. Il poema più celebre che lo vede protagonista è il “Cantar de mio Cid”, composto da autore ignoto probabilmente tra il 1140 e il 1207 e conservato in un unico manoscritto oggi alla Biblioteca Nacional de España. Il testo fu vergato da uno scriba (per altri, l’autore effettivo del testo) che si firma Per Abbat: articolato in 3730 versi, è uno dei primissimi documenti letterari in lingua castigliana. Convenzionalmente viene suddiviso in tre parti: Canto dell’esilio, Canto delle nozze e Canto dell’oltraggio. Pur mantenendo un tono decisamente realistico rispetto al resto dell’epica europea medievale (si pensi, ad esempio, alla “Chanson de Roland”) ed essendo privo di quegli elementi magici tipici della letteratura del genere, il Cantar non può però essere considerato fonte storica attendibile. Né lo sono, almeno non del tutto, le altre opere medievali legate alle imprese del Campeador: dalla “Historia Roderici” (o “Gesta Roderici Campi Docti”), cronaca scritta in latino intorno al 1125 al “Carmen Campidoctoris”, poema scritto anch’esso in latino tra il 1083 e l’inizio del secolo successivo. Tutti questi testi sono agiografici e tendono a presentare il Cid come un campione della Reconquista, o addirittura un eroe nazionale ante litteram, cavaliere leale e coraggioso e fedele al suo signore: immagine assai lontana da quella, invece, del guerriero indomito e del fine stratega che mise la sua spada al servizio dei potenti allo scopo di raggiungere un potere territoriale personale.

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Liutprando e l’apogeo dei Longobardi

Il secolo VIII, l’ultimo di vita del regno longobardo, coincise con il momento della sua massima potenza politica nonché con l’apogeo del suo splendore artistico. Ad incarnare questa “età dell’oro” fu l’energica figura di Liutprando.

Arca di Sant’Agostino (1362, basilica di San Pietro in Ciel d’Oro, Pavia). Particolare della formella che ritrae l’arrivo del corpo di Agostino a Pavia e l’ingresso in San Pietro in Ciel d’oro con il re Liutprando

I 32 anni (712-744) in cui il sovrano sedette sul trono furono decisivi sotto molti aspetti: se sul piano politico egli cercò di riorganizzare le strutture del regno, ingrandendone i confini ai danni dei bizantini e combattendo i particolarismi e le spinte autonomistiche dei ducati più periferici e potenti, sul piano religioso favorì il trionfo definitivo del cattolicesimo e l’abbandono delle tradizioni tribali di stampo pagano, che ancora allignavano nelle élite guerriere del regno. Sul piano sociale, inoltre, Liutprando mirò al superamento delle differenze tra Longobardi e Italici, e lo ottenne per mezzo non solo della conversione al cattolicesimo, ma anche del fondamentale strumento della legislazione. Infine, il re conferì grande impulso all’arte e all’edilizia, improntando un’epoca – quella della cosiddetta “rinascenza liutprandea” – in cui videro la luce alcuni dei più alti capolavori scultorei dell’età precarolingia, dall’altare di Ratchis di Cividale del Friuli (Udine) alle sculture ed epigrafi che si possono ammirare in molte abbazie e musei, come i bellissimi plutei con pavoni e grifoni di Santa Maria Teodote (Musei Civici di Pavia) o la raffinata epigrafe di san Cumiano di Bobbio.

A “Liutprando, re dei Longobardi” è stato dedicato nel 2018 un convegno internazionale, a Pavia e Gazzada Schianno. Organizzato dal Centro Studi Longobardi in collaborazione con l’Università Cattolica del Sacro Cuore, il ciclo di conferenze ha approfondito non solo la vita e la figura del sovrano, ma anche l’eredità liutprandea e la memoria che nel corso dei secoli la sua immagine e la cultura longobarda hanno ispirato a uomini di governo, letterati e artisti, fino al Novecento.

AUTORITARIO E LEGISLATORE I Longobardi dell’VIII secolo, va detto, erano assai diversi da quelli che nel 568 avevano varcato le Alpi guidati da Alboino. Un secolo e mezzo di permanenza sul territorio italico e di contaminazioni con gli autoctoni avevano comportato una lenta ma inesorabile trasformazione della società longobarda, nonché una sempre più complessa stratificazione economica: agli antichi arimanni (o exercitales) che detenevano il potere militare all’inizio della dominazione in Italia si era ormai sostituito un più ampio ceto di possidenti (possessores) e negotiatores (ricchi mercanti) che potevano essere indifferentemente di origine longobarda oppure italica, ma che si definivano “longobardi” in quanto appartenenti all’élite dominante. Viceversa, i pauperes (uomini liberi ma non appartenenti ai ceti dominanti) erano stati progressivamente relegati ai margini della società politica, avendo perso il diritto-dovere di portare le armi che aveva, invece, caratterizzato la società tribale delle origini e che era ormai rimasto esclusiva prerogativa dei soli ceti più facoltosi.

Liutprando, che nel 712 succedette ad padre Ansprando chiudendo un decennio di lotte dinastiche seguite alla morte di Cuniperto, cercò di rafforzare l’autorità regia limitando i particolarismi, e andando perciò a scontrarsi con i potenti ducati di Benevento, di Spoleto e del Friuli che dovette combattere militarmente. Intervenne inoltre con decisione per migliorare l’organizzazione del regno e della burocrazia, aumentando il controllo sui funzionari, a partire dai duchi e dai gastaldi (iudices), i funzionari responsabili di una città sede vescovile e del territorio rurale ad essa circostante (iudiciaria).

Nel suo tentativo di ricondurre l’ordine e la pace nel regno e di consolidarne le istituzioni, Liutprando agì cercando di stabilire tra la figura del re e le élite dominanti un nuovo rapporto basato sulla fedeltà personale, visto che i funzionari con lui dipendevano direttamente dal sovrano. Inoltre si adoperò per svincolare progressivamente l’esercizio delle prerogative regie, ad esempio in ambito legislativo, dall’assemblea degli arimanni: per fare ciò si richiamò al modello tardoimperiale romano facendo discendere la propria autorità direttamente dal Dio cristiano, cui si richiamò autodefinendosi, nel prologo alle leggi emanate al principio del suo regno, christianus ac catholicus princeps. In questo fondamentale corpus legislativo , in ossequio proprio alla dottrina cristiana, Liutprando perfezionò il precedente (643) editto di Rotari introducendo nuove norme per la tutela dei poveri, delle donne (alle quali venne riconosciuta la capacità successoria) e dei fanciulli, favorendo la manomissione dei servi e vietando le pratiche pagane. Inoltre permise formalmente i matrimoni tra donne longobarde libere e romani liberi (vietati invece da Rotari), superando definitivamente le divisioni etniche ed equiparando il diritto dei due popoli, ormai concepito soltanto su base territoriale e non più sul principio della personalità, come invece era stato tradizionalmente sin dalle origini.

L’attività di legislatore di Liutprando fu fondamentale in ogni campo. Oltre al principio dell’inviolabilità dei luoghi religiosi, egli introdusse anche la pratica delle donazioni pro anima, ossia lasciti a beneficio di chiese, xenodochi e altri luoghi santi. Fino a quel momento le uniche forme di trasmissione patrimoniale erano state le compravendite e la legittima: ora con la donazione “pro anima”, si offriva da un lato lo strumento giuridico più adatto a favorire il processo di costituzione e incremento dei patrimoni ecclesiastici, e dall’altro si introducevano rilevanti elementi di novità nelle forme di trasmissione patrimoniale degli stessi Longobardi, preannunciando l’adozione del testamento, ancora sconosciuto al tradizionale diritto di stirpe.

I domini longobardi dopo le conquiste di Liutprando

TRA COSTANTINOPOLI E IL PAPATO La volitiva politica adottata da Liutprando nella gestione del regno si dimostrò direttamente proporzionale alle sue ambizioni di dominio sull’intera Italia: sfruttando i gravi contrasti che indebolivano l’Italia bizantina, lacerata dalla controversia iconoclasta, egli invase l’Esarcato riuscendo a estendere i possessi longobardi in Emilia e nella Romagna, assediando Ravenna e arrivando, con la presa di Sutri, a interrompere le comunicazioni tra l’Esarcato stesso e Roma, dal quale all’epoca dipendeva. Le sue mire, tuttavia, finirono per rivelarsi irritanti per papa Gregorio II, il quale intervenne in prima persona nella contesa e indusse Liutprando a donare “agli apostoli Pietro e Paolo” il borgo e i castelli di Sutri, in un atto che tradizionalmente è stato sempre interpretato come la “creazione” del primo nucleo del futuro potere territoriale pontificio. In seguito il sovrano tenterà di nuovo di sottomettere i ducati ribelli di Spoleto e Benevento – spalleggiati dal pontefice – arrivando alle porte di Roma per poi tornare, però, a Pavia a seguito della visita alla tomba di san Pietro. La contesa terminò quando nel 742, a Terni, il re ritenne opportuno riappacificarsi con il papato restituendo al nuovo (e a lui più vicino) papa Zaccaria alcuni territori posti ai confini del ducato romano. Nel frattempo, Liutprando aveva anche cercato con successo di avvicinarsi ai Franchi, che aveva soccorso in Provenza contro i saraceni: l’abboccamento si concretizzò accogliendo alla corte pavese Pipino, figlio di Carlo Martello, a lui inviato perché – com’era consuetudine all’epoca – gli venisse praticato il rituale taglio dei capelli che ne sanciva l’ingresso nell’età adulta e stabiliva, nel contempo, un rapporto di parentela e alleanza fra le due famiglie regnanti.

La testimonianza più nota dell’età liutprandea proveniente da Corteolona è un frammento di bassorilievo marmoreo, probabilmente un pluteo, con la testa di un animale che si abbevera ad un’anfora

UN SAGGIO COSTRUTTORE Durante le operazioni sui mari Liutprando aveva recuperato in Sardegna le reliquie di sant’Agostino, esposte alle razzie dei pirati, per portarle al sicuro a Pavia, nella basilica di San Pietro in Ciel d’Oro, che restaurò così come altre chiese e monasteri, da lui fondati e dotati cospicuamente. La sua memoria di costruttore è legata anche al sontuoso palatium regio di Corteolona, residenza suburbana situata appena fuori Pavia a monte della confluenza tra Olona e Po, che Liutprando fece ampliare partendo dall’edificio costruito dal padre. Emblematico fu il cambiamento del progetto originario, che egli stesso volle introdurre dopo il viaggio a Roma del 729 e che si risolse nell’abbandono dell’idea di un complesso edilizio termale di stampo imperiale a favore di una chiesa con annesso monastero dedicati a sant’Anastasio, un santo orientale che aveva combattuto le pratiche magiche: con questa scelta il re ribadiva sia la sua politica di munifico fondatore di edifici ecclesiastici che il suo intento, già espresso nelle sue leggi, di superare le “superstizioni pagane” ancora praticate dai Longobardi al suo tempo a favore dell’incondizionata adesione cattolica.Liutprando morì in attesa di ricevere l’ambasciata che aveva inviato a Costantinopoli, con cui, dopo aver ripreso le ostilità, stava trattando la pace e l’abbandono definitivo delle mire sull’Esarcato. «Fu uomo di molta saggezza – ricorda Paolo Diacono, che con lui e la sua età dell’oro fece terminare la narrazione della sua “Storia dei Longobardi”, trascurando volutamente il triste epilogo finale del regno -, accorto nel consiglio, di grande pietà e amante della pace, fortissimo in guerra, clemente verso i colpevoli, casto, virtuoso, instancabile nel pregare, largo nelle elemosine, ignaro sì di lettere ma degno di essere paragonato ai filosofi, padre della nazione, accrescitore delle leggi».

La targa sulla tomba di Liutprando (basilica di San Pietro in Ciel d’Oro, Pavia)

L’ODISSEA DELLE SPOGLIE Il corpo di Liutprando fu seppellito a Pavia nella cappella di Sant’Adriano, presso la chiesa di Santa Maria ad Perticas che già ospitava le spoglie del padre Ansprando; in seguito, nella seconda metà del XII secolo, i resti vennero traslati per volontà di Ulrico, abate di San Pietro in Ciel d’Oro, nell’omonima basilica che il re aveva contribuito a magnificare, accanto alle reliquie di sant’Agostino da lui recuperate. Il 6 agosto 1895 le ossa del re furono murate alla base di un pilastro, dove ancora oggi si può leggere una lapide con incisa la scritta Hic Iacent Ossa Regis Liutprandi. Il 26 gennaio scorso, la teca è stata estratta e aperta dall’équipe di paleopatologi dell’Università di Pisa diretta dal professor Gino Fornaciari, allo scopo di sottoporre quelli che la tradizione indica come i resti del sovrano agli esami antropometrici, alla datazione con il C14 e al rilevamento del Dna. In attesa dei risultati, le ossa sono state riposizionate nel pilastro pochi giorni fa, il 27 aprile. Ora è solo questione di tempo: tra qualche mese si saprà se la datazione dei resti corrisponde al periodo in cui visse Liutprando, e se quindi le ossa possano davvero essere le sue: per ora è emerso che delle tre tibie ritrovate nella cassetta, una risale al VI secolo e quindi non è sua, essendo di duecento anni precedente l’epoca di Liutprando. Se gli altri resti si rivelassero cronologicamente compatibili così da rendere plausibile l’identificazione, si potrebbe scoprire di quali patologie aveva sofferto il sovrano e ricostruirne almeno in parte le fattezze. Per ora si sa solo che il proprietario delle ossa era un uomo di età compresa fra i 35 e i 50 anni, alto circa un metro e 70, di corporatura robusta e che si cibava di molta carne, segno che era senza dubbio di nobili natali. Chissà se, Liutprando o no, sarà possibile ricostruirne il volto e la storia.

Elena Percivaldi© Elena Percivaldi / riproduzione anche parziale vietatawww.perceval-archeostoria.com

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Dorotea Bucca, la prima insegnante universitaria

Busto di Dorotea Bucca, scultore di Casa Fibbia (1680-1690 ca.), Palazzo Masetti Calzolari, Bologna

Ha aperto un varco nella Storia come solo pochissime donne sono riuscite a fare: è la Giovanna d’Arco della scienza e della filosofia, l’Ipazia di Alessandria del Medioevo, la Chiara d’Assisi del mondo laico, una precorritrice dell’intero movimento femminista.

Dorotea Bucca è la prima insegnante universitaria della storia, salita in cattedra nella prima università d’Europa, in un’epoca in cui alle donne veniva impedito di studiare anche solo per imparare a leggere e scrivere.

Come Ipazia è figlia d’arte, come Giovanna cresce in una famiglia che asseconda le sue attitudini, come Chiara è la prima donna ad assumere incarichi prettamente maschili, come altre pochissime donne del Medioevo riuscirà a farsi largo in un mondo di uomini divenendo l’autorevole maestra per centinaia di loro.

A differenza però di Ipazia (capo della scuola di Alessandria nel IV secolo), di Giovanna (condottiera dell’esercito francese alla riscossa durante la Guerra dei Cent’anni) e di Chiara (prima donna a scrivere una regola monastica), di Dorotea sappiamo pochissimo; nessuno dei suoi contemporanei, pur riconoscendone l’autorità e l’importanza, si è infatti preso la briga di raccontarne la vita, e nemmeno uno dei suoi scritti è giunto fino a noi.

Tutto ciò che sappiamo su Dorotea Bucca, di fatto, è quanto riportato nel libro di Giovanni Boccaccio Delle donne illustri. Con una piccola notazione da premettere: e cioè che Boccaccio è vissuto tra il 1313 e il 1375, mentre Dorotea dal 1360 al 1436; aveva quindi appena quindici anni quando morì il suo presunto biografo.

L’edizione del libro “Delle donne illustri” di Giovanni Boccaccio, curata e aggiornata da Francesco Serdonati nel 1596

In effetti il libro dedicato dallo scrittore fiorentino alle grandi donne dell’antichità e del Medioevo ci è giunto attraverso una stampa pubblicata da Filippo Giunti e curata da Francesco Serdonati nel 1596: è lui, dunque, l’autore del profilo biografico della prima docente universitaria donna, aggiunto – insieme a molti altri – nella nuova edizione dell’opera di Boccaccio, tradotta dal latino in volgare da Giuseppe Betussi e aggiornata “con una giunta fatta dal medesimo d’altre donne famose e un’altra nuova giunta fatta da Francesco Serdonati d’altre donne illustri antiche e moderne”.

Donati racconta che Dorotea, nata a Bologna nel 1360, era figlia di un importante insegnante dell’università di Bologna, di cui ci sono rimaste però ancora meno notizie che su di lei: Giovanni Bucco, “bolognese filosofo e medico di gran fama”.

Giovanni aveva dunque “una figliuola nomata Dorotea, la quale s’esercitò parimente nelle lettere e fece tal profitto, che ancor essa meritò di conseguire l’insegne del dottorato nello studio di Bologna nella scienza di filosofia”.

Giovanni è così fiducioso nel talento della figlioletta, da incoraggiarla nello studio delle lettere e della medicina fino a farle conseguire il dottorato in filosofia. Poco dopo Dorotea si cimenta in una pubblica lettura all’Università di Bologna, ottenendo un successo tale, che alla morte del padre nel 1390 è lei stessa a ereditare la cattedra di medicina e filosofia dello Studio bolognese. “Come ancora oggi – scrive Serdonati – appare nella camera di Bologna al campione dei lettori stipendiati”. Per continuare a insegnare agli studenti del padre, a Dorotea – che ha trent’anni di età – viene garantito uno stipendio di cento lire, cifra enorme per il periodo.

Dorotea, scrive ancora il biografo, “esercitò molti anni tale ufficio con suo grande onore e con soddisfazione di tutta la città e a udir lei concorrevano molti scolari d’ogni nazione, cosa veramente rara e degna d’esser notata e ammirata”.

La prima insegnante universitaria donna occuperà infatti la cattedra per ben 46 anni, fino al 1436, quando morirà quasi ottantenne tra la venerazione dei suoi studenti.

A differenza di molte sue “colleghe” femministe ante litteram, infatti, Dorotea affronta una carriera sostanzialmente priva di ostacoli: i suoi quasi cinquant’anni di insegnamento trascorrono serenamente nel rispetto dei colleghi e degli allievi: forse anche per questo il suo personaggio non ha “fatto notizia” ed è ignorato persino dall’Enciclopedia Treccani.

Se pensiamo a Ipazia (massacrata da fanatici cristiani), a Giovanna d’Arco, abbandonata dal suo stesso re nelle mani del nemico e bruciata sul rogo, e agli stessi scontri tra Chiara d’Assisi e il papato, ci rendiamo conto che la maggior parte delle grandi donne del Medioevo ha fatto emergere la propria grandezza attraverso il conflitto con gli uomini, pagando spesso con la vita il prezzo del carisma e dell’indipendenza.

È vero anche, però, che il contesto in cui cresce Dorotea è il migliore che la giovane intellettuale possa trovare in Europa: c’è infatti molta più apertura in Italia, riguardo all’educazione delle donne in materie scientifiche, di quanto non avvenga nello stesso periodo, ad esempio, in Inghilterra.

Trotula di Salerno (Miscellanea medica XVIII), inizi del secolo XIV

Nel suo campo Dorotea trova un antecedente innanzitutto nelle mulieres salernitane, le donne della Scuola medica di Salerno che – caso unico nella storia accademica – godevano di ancora maggiore autorevolezza dei colleghi uomini. La più celebre tra esse era Trotula di Salerno, “magistra” nata tra il 1030 e 1040 e morta verso la fine del secolo, che aveva sposato Giovanni Plateario senior, altro illustre maestro della Scuola, scritto il libro De mulierum passionibus e trovato il tempo di crescere due figli: Giovanni Plateario il Giovane e Matteo Plateario.

Contemporanee di Dorotea sono invece Albella (che compone due trattati in versi), Mercuriade (autrice di quattro opere), Jacobina Felice, Alessandra Giliani e Margherita.

Successivamente si faranno notare invece Costanza Calenda e Rebecca Guarna, fisica, chirurga e scrittrice del XIV secolo, cresciuta in un’importante famiglia salernitana e destinata a lasciare alcuni trattati su febbre, urina ed embrioni.

Quello che stupirà, però, è che Dorotea ha un precedente ancora più illustre in un mondo che immaginiamo il più chiuso in assoluto nei confronti delle donne: l’Islam.

Se l’Università di Bologna è la più antica d’Europa, infatti, è solo la terza ad essere sorta nel mondo: la prima in assoluto è l’Università di al-Qarawiyyin, a Fès, in Marocco, fondata nell’anno 859 proprio da una donna: Fatima, figlia di un ricco mercante chiamato Muhammad al-Fihri. Come la sorella Maryam, Fatima era molto istruita e aveva ricevuto una ricca eredità dal padre, che aveva voluto destinare alla costruzione di una moschea e di un centro di istruzione religiosa e politica per la comunità di al-Qarawiyyūn.

Più che delle grandi eroine che hanno legato il loro nome a imprese gloriose, quindi, Dorotea è testimone eccellente di quell’esercito silenzioso di donne che, nel corso dei secoli, hanno fatto crescere l’emancipazione femminile non attraverso atti eroici ma nella quotidianità, senza lasciare una memoria sensazionale ma dando un fondamentale contributo a rendere normale ciò che un tempo sembrava inaudito.

Arnaldo Casali

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