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Category Archives: Personaggi

Jan Hus, che precorse Lutero

Martin Lutero un secolo prima di Martin Lutero. Jan Hus fu un predicatore boemo dotato di enorme carisma e di un’oratoria trascinante, un prete intollerante e coerente che per difendere le sue idee sulla riforma della Chiesa o sull’autorità del papa e dei cardinali avrebbe affrontato qualunque prova.

Il predicatore e pittore Hans Stiegler (sec. XVIII) dipinse un’oca dietro a Lutero per significare che Jan Hus fu un precursore di Lutero

Non vide mai quello che solo al monaco tedesco riuscì di realizzare, ma in un immaginario calcolo dare-avere, l’enormemente più celebre e celebrato Lutero dovrebbe fare tre passi indietro, chinare il capo, tacere per qualche momento e, fronte bassa, rendere omaggio al suo predecessore. Che, sostenendo le sue stesse tesi cento anni prima di lui, chiese e ottenne di difenderle nientemeno che davanti a un concilio universale, quello di Costanza del 1415.

Lutero, convocato, si rifiutò di andare a Roma. Hus, invece, si presentò davanti ai suoi accusatori ribattendo colpo su colpo ai loro sofisticati ragionamenti senza mai discostarsi dalle sue posizioni, finché, messo alle strette, “per non scandalizzare i discepoli”, il 6 luglio 1415, urlando e inveendo contro i suoi aguzzini, si incamminò verso il rogo.

Eppure i suoi inquisitori, i cardinali Pierre d’Ailly e Francesco Zabarella, fecero numerosi tentativi per salvarlo. Può sembrare strano, visto che quando Hus si presentò a Costanza le sue tesi erano già state condannate ai massimi livelli della gerarchia ecclesiastica. Eppure è così. Lo provano le sue lettere dal carcere e la cronaca più dettagliata a nostra disposizione, opera di un testimone oculare che era anche suo zelante discepolo: Petr di Mladoňovice.

Secondo il racconto di Petr, più volte il cardinale d’Ailly ammonì Hus che insistere nella richiesta di ulteriori udienze per spiegare le sue teorie, dopo che queste erano già state discusse e demolite punto per punto, non gli avrebbe giovato.

Jan Hus in un dipinto di Enrico Gamba (XIX sec.)

Quando il boemo contestò alcune affermazioni che gli erano state attribuite, Zabarella propose una “forma di abiura limitata” chiedendo all’imputato di esprimersi solo su quella, ma fu il re dei Romani Sigismondo, presente a Costanza per il concilio e spettatore al processo, a perdere la pazienza: “Perché non vuoi abiurare gli errori che secondo te ti vengono attribuiti falsamente? Io non avrei difficoltà ad abiurare tutti gli errori, non importa se li ho sostenuti o no”. “Maestà, se io abiurerò gli articoli in cui non credo mentirò alla mia coscienza e sarò dannato!”.

Sottigliezze che Sigismondo non poteva apprezzare: “O ritratti gli errori che qui sono stati condannati, o vai incontro alla legge”. Hus sarebbe andato incontro alla legge. Ma prima gli venne sottoposta una nuova lista di “errori”, sensibilmente più corta della precedente, e anche questa volta il boemo si rifiutò di abiurarla.

Una terza formula, escogitata sempre da d’Ailly e Zabarella, recitava così: “Anche se mi sono state imputate molte cose che non ho mai pensato, mi sottometto umilmente alla misericordia, agli ammonimenti, alle condizioni e alle correzioni del sacrosanto concilio generale”. Niente da fare.

In una lettera dal carcere, Hus scrisse di “innumerevoli persone venute a spiegarmi che se si tratta di sottoporre la mia volontà a quella della santa Chiesa rappresentata dal sacro concilio, abiurare è legittimo, e che, anzi, confessando una colpa che non si ha si acquistano dei meriti”. Fatica sprecata.

Il concilio di Costanza

Chiese e ottenne di potersi confessare. Un prete andò nella sua cella, lo ascoltò “con grande attenzione e misericordia”, come raccontò Hus stesso, e alla fine lo assolse. Vuol dire che in coscienza si riconciliò con la Chiesa? Molto improbabile. Profondamente convinto di essere dalla parte della verità, Jan Hus era anche una persona temeraria e un idealista, per nulla interessato a sapere dove quella verità lo avrebbe condotto.

Senza saperlo, rimase incastrato nel mezzo di uno scontro epocale il cui epicentro era proprio il concilio di Costanza, una specie di G20 del Medioevo in cui uomini di Chiesa, principi e re, dottori e teologi delle maggiori università europee furono chiamati a risolvere la più grave crisi della cristianità dal tempo della lotta per le investiture: la spaccatura in due e poi in tre obbedienze pontificie diverse, nota come Scisma d’Occidente.

Costanza nacque sul presupposto che, per risolvere la questione, al concilio dovesse attribuirsi un’autorità superiore a quella del papa stesso. E su quale terreno si esplicava maggiormente l’autorità di Pietro se non su quello della lotta alle eresie e la difesa dell’ortodossia?

Jan Hus al rogo

Qualunque flessione degli inquisitori davanti alle ragioni di Hus avrebbe, insomma, potuto ringalluzzire le ragioni dei “papisti” di fronte a quelle dei “conciliaristi”.

Anche per questo, dopo tutto, la condanna di Hus poteva considerarsi ampiamente prevista a meno di una sua ritrattazione.

Ritrattazione che, però, non era decisamente nello stile del personaggio.

Quel 6 luglio fu arso vivo in un campo fuori Costanza chiamato dai residenti, ironia della sorte, “Paradiso”. Una Chiesa meno in crisi di identità e più coraggiosa avrebbe potuto giudicarlo più equamente risparmiandosi così tanti dolori futuri.

Ma, tutto considerato, forse fu Jan Hus a nascere cento anni prima del dovuto.

Mario Prignano

Leggi anche: Jan Hus e la Primavera di Praga

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La vita gloriosa e spericolata di Carlo Zen

Carlo Zen. L’eroe di Chioggia (Graphe.it edizioni, 2018) è il quarto titolo della collana I condottieri, curata da Gaetano Passarelli per la casa editrice perugina. Il libro di Nicola Bergamo è un affascinante ritratto di un uomo dalla vita gloriosa e spericolata. Fu uno dei più grandi condottieri della Serenissima: ammiraglio, eroe di guerra, salvatore della patria in occasione della “guerra di Chioggia” contro Genova. Ma subì anche un processo per tradimento, e venne condannato per evasione fiscale, prima di essere celebrato dai suoi concittadini con esequie grandiose. Un guerriero pronto ad ogni battaglia ma capace anche di fondare un circolo culturale, una delle prime accademie d’Europa e di portare a Venezia i maggiori sapienti del suo tempo.

Certo che leggendo le vicissitudini di Carlo Zen vien da pensare che Bertolt Brecht non abbia capito un tubo: “Sventurata la terra che ha bisogno di eroi” fa dire il drammaturgo tedesco a Galileo. Invece averne di eroi così, di personaggi che hanno dedicato tutte le proprie notevolissime capacità militari al servizio dello stato, la repubblica di Venezia.

Forse, proseguendo con la massima di Brecht, si può dire che Venezia non aveva bisogno di eroi, il suo essere repubblica faceva sì che le responsabilità di governo fossero collettive e non prerogativa di un signore o di un principe, come accadeva altrove. Però se qua e là un eroe emergeva, proprio male non faceva.

Busto di Carlo Zen, opera di Angelo Giordani precedente al 1847

Non ce ne sono tanti di personaggi così fulgidi come Carlo Zen nella storia di Venezia: Enrico Dandolo che conquista Costantinopoli (ma i bizantini non sarebbero d’accordo, ovviamente), Sebastiano Venier a Lepanto, Francesco Morosini nel Seicento, forse Angelo Emo, ma ormai a fine Settecento non erano più tempi. Di quello spessore difficile trovarne altri. E poi, non possiamo nascondercelo, un pizzico di tornaconto personale non mancava mai. Il patriziato era sempre diviso in fazioni e questi personaggi erano uomini del loro tempo, ben inseriti nei meccanismi del potere e quindi facevano parte dell’uno o dell’altro gruppo che si batteva per il controllo delle magistrature veneziane. Per questo avevano nemici: non si deve pensare che le loro gesta raccogliessero consensi unanimi, anzi.

Altri patrizi erano gelosi delle imprese vittoriose, e varie magistrature storcevano il naso di fronte al potere che questi eroi sembravano poter accumulare nelle loro mani. Francesco Morosini, tanto per dire, esce dalla basilica di San Marco con il corno dogale in testa e il bastone da Capitano generale da mar in mano e dopo la sua morte viene varata una legge per impedire che a qualcuno in futuro passi per l’anticamera del cervello di cumulare i simboli delle due cariche. Quando Angelo Emo muore si sospetta il suo vice, Tommaso Condulmer, di averlo avvelenato.

Anche Carlo Zen finisce in prigione, per di più assieme a Vettor Pisani, l’altro eroe della guerra di Chioggia: senza loro due è probabile che l’arcinemica Genova sarebbe riuscita a mettere le mani sulla città di San Marco e chissà come sarebbero andate le cose.

Una vita spericolata, quella di Carlo Zen (conosciuto anche con la lezione italianizzata Zeno, ma a Venezia rimaniamo affezionati alle versioni originali: Corner e non Cornaro, Falier e non Faliero, quindi Zen e non Zeno) testimoniata dal fatto che quando, nel 1418, ne denudano il cadavere si contano ben trentacinque cicatrici di ferite, tanto che lo lasciano per un po’ esposto svestito in modo che tutti potessero vedere quale razza di guerriero se ne fosse andato. E non erano graffi da nulla: alcune di quelle ferite avrebbero ammazzato un toro, ma non Carlo Zen.

Quando, fuori Chioggia, una freccia genovese gli passa il collo da parte a parte, il sangue comincia a zampillare e rischia di morire soffocato, lo mettono su un fianco in modo che sputi il proprio sangue, ma sembra spacciato tanto che chiamano il prete.

Palazzo Zen ai Frari, nel sestiere di San Polo, appartiene ancora alla casata Zen

Invece, venti giorni più tardi, Carlo è di nuovo con la spada in mano a guidare i suoi uomini. Leggenda? Verità? Qualche pennellata di colore non possiamo escluderla, ma quella non risulta nemmeno essere l’unica volta che Carlo Zen, novello Lazzaro, se la cava a buon mercato anziché trapassare. In tempi in cui la medicina poteva fare poco, un fisico eccezionalmente forte era la migliore garanzia per sopravvivere a malattie e ferite, e il fisico di Zen doveva essere davvero fuori dal comune.

Una specie di Highlander, un Iron Man in grado di arrivare a ottantaquattro anni dopo che numerose e diverse armi lo hanno perforato, lasciandolo però sempre in vita.

In ogni caso la sua impresa più grande è stata arrivare il 1° gennaio 1380 davanti a Chioggia con la squadra di Cipro per dare man forte a Vettor Pisani che stava assediando i genovesi.

Non si navigava in inverno, a quei tempi, Zen, evidentemente, oltre che un comandante valoroso era pure un capitano impavido che non esitava a sfidare la natura, in aggiunta agli uomini. E, come spesso accade con gli audaci, la fortuna è dalla sua parte.

Il profilarsi delle galee con il vessillo di San Marco si rivela il fattore decisivo per favorire la definitiva vittoria veneziana (la guerra, comunque, non finisce subito). E sarà una di quelle vittorie destinate a modificare gli equilibri geopolitici, cosa che non sempre accade, basti pensare a Lepanto, dall’esito tanto sfolgorante quanto strategicamente inutile.

La conclusione della guerra di Chioggia a prima vista sembra addirittura favorevole a Genova. Con la pace di Torino dell’8 agosto 1381 Venezia deve smilitarizzare Tenedo, l’isola dell’Egeo posta all’ingresso dei Dardanelli da cui tutto era partito, è costretta a cedere Zara agli ungheresi e Treviso al duca d’Austria.

Un ritratto di Carlo Zen

Genova, invece, non deve rinunciare ad alcun territorio. Tutto bene dunque? Macché.

Come scrive Paola Pettinotti nella sua Storia di Genova, il debito pubblico genovese si è triplicato per sostenere lo sforzo bellico, passando da uno a tre milioni di lire tra il 1340 e il 1380, il doppio di quello veneziano. La repubblica ligure non ce la farà più a uscire dalla morsa del debito e sarà costretta a consolidarlo fondando nel 1407, il banco San Giorgio, di fatto la prima banca pubblica del mondo. Una storia di successo quella del banco: sarà chiuso solo nel 1805, in epoca napoleonica, ma per Genova il prezzo da pagare è altissimo: “Una città spossata dallo sforzo bellico, straziata da guerre interne e che sta per perdere, nel giro di pochi decenni, la propria indipendenza politica”, scrive Pettinotti.

Quindi per quella che sarà chiamata la Superba la sconfitta determinata dalle galee di Carlo Zen è definitiva: non si risolleverà mai più. Certo, la sua storia continuerà lunga e gloriosa, deve ancora arrivare quello che Fernando Braudel chiama “il secolo genovese”, ovvero quei novant’anni (1550-1640) in cui i banchieri genovesi fanno da tesorieri ai re di Spagna e si arricchiscono a dismisura.

Alla città ligure tuttavia sarà riservato un ruolo simile a quello della Germania nel secondo dopoguerra: “gigante economico, ma nano politico”. Genova, dopo la guerra di Chioggia, non giocherà più un ruolo da protagonista tra le potenze europee.

Tra l’altro la figura di Carlo Zen dovrebbe avere maggiore rilievo anche tra gli studiosi di storia militare. Da un lato è il primo a pensare di dotare Venezia di una stabile forza di terra perché essere potenti sul mare non basta più. Fino a quel momento la repubblica non disponeva di una vera e propria fanteria, ma utilizzava nei combattimenti di terra i soldati sbarcati dalle galee, impropriamente chiamati fanti da mar. Dall’altro lato è uno di quei comandanti che amano stare accanto alla truppa: combatte fianco a fianco con i suoi soldati, li anima con il suo vocione che doveva essere poderoso (le cronache non mancano mai di riferire degli incitamenti udibili nel fragore della battaglia), è uno che condivide disagi, pericoli e anche, lo abbiamo visto, ferite, con chi gli sta vicino. Per questo è tanto amato dai suoi quanto temuto dai nemici: la fama nei campi di battaglia si ripercuote, in maniera uguale e contraria, in entrambi i lati degli schieramenti.

Gli Zen sono una famiglia che ha pesato molto nella storia della Serenissima.

Il libro di Nicola Bergamo Carlo Zen. L’eroe di Chioggia, ricostruisce la vita di Carlo, ma portano lo stesso cognome i fratelli Nicolò e Antonio che più o meno nei medesimi anni nei quali Carlo combatte contro i genovesi navigano nell’Atlantico del Nord, al servizio di un nobile scozzese.

Raggiungono l’Islanda, la Groenlandia e con ogni probabilità alcuni insediamenti vichinghi che si trovavano sulla costa dell’odierno Labrador.

Naturalmente gli Zen, così come pure i Vichinghi, non hanno la consapevolezza di essere arrivati in un nuovo continente, ma vedono quei villaggi come una delle tante colonie che i navigatori scandinavi hanno fondato nell’estremo Nord.

Carlo Zen, smesse le armi perché ormai ottuagenario, non smette però di esercitare un’influenza profonda nella sua epoca e anche in quelle successive.

La morte di Carlo Zeno in un’opera di Giuseppe Gatteri

Si dedica alla lettura grazie al fatto che l’eccezionalità del suo fisico non l’ha preservato solo dalle ferite belliche, ma pure dalla presbiopia. Ora passa tutto il suo tempo fra i libri, ma non si accontenta di leggere soltanto. Fonda un circolo culturale, un’accademia, una delle prime dell’intera Europa e si impegna a portare a Venezia i maggiori sapienti del tempo. Fra questi anche un greco piuttosto famoso, Emanuele Crisolora. Lo studioso non riesce, come si proponeva, a riavvicinare le chiese di Roma e Bisanzio, né a formare alleanze per bloccare l’avanzata ottomana. Riesce invece a trasmettere la conoscenza e l’amore per il greco. Insegna greco a Firenze e trascorre anche lunghi periodi a Venezia, ospite proprio di Ca’ Zen.

Crisolora è la scintilla che innesca il fuoco dell’Umanesimo e quindi del Rinascimento. Non sappiamo con precisione in quale attività si sia esplicitato il suo soggiorno veneziano, ma possiamo presumere che abbia anche qui, come a Firenze, influenzato profondamente la vita culturale della città lagunare, e quindi si può ipotizzare che l’influenza esercitata da Venezia sull’affermarsi del Rinascimento sia maggiore di quanto comunemente non venga ritenuto (i legami con Costantinopoli andavano ben oltre la presenza di Crisolora), in un’interpretazione di norma tutta rivolta a occuparsi del versante fiorentino.

Uomo di guerra, uomo di lettere, una figura fuori dal comune, quella di Carlo Zen, eroe di altri tempi.

Alessandro Marzo Magno

Nicola BergamoCarlo Zen. L’eroe di ChioggiaGraphe.it edizioni, 2018

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Guglielmo il Maresciallo, “il miglior cavaliere del mondo”

Di Guglielmo il Maresciallo, ricordato come “il miglior cavaliere del mondo”, conosciamo con certezza solo la data della morte: 14 maggio 1219. Di quella della nascita sappiamo poco.

Del resto, ai suoi tempi contava poco il giorno in cui si veniva al mondo. Era una data molto meno importante di altri passaggi della vita.

Guglielmo disarciona Baldovino I conte di Guînes (Chronica Majora di Matthew Paris, sec. XIII)

Guglielmo era di origini modeste. Figlio della piccola aristocrazia inglese, nacque intorno al 1145 da Giovanni e Sibilla di Salisbury. Era il quarto figlio nella linea ereditaria. Non gli spettavano quindi né terre né titoli. Come per tutti i cadetti la sua strada era quella del miles o dell’uomo di Chiesa. Scelse il mestiere delle armi e apprese i rudimenti della cavalleria alla corte normanna del signore di Tancarville.

La sua fama di grande combattente gli permise, in poco tempo, di accumulare grandi ricchezze. Come spiegò il grande storico Georges Duby nel suo fondamentale libro “Guglielmo il Maresciallo” (Laterza, 2004) il grande cavaliere salì la scala sociale grazie ai tornei, alle battaglie e agli “omaggi” alle casate più illustri. Senza trascurare oculate strategie matrimoniali.

Il castello di Pembroke è oggi uno dei più imponenti castelli normanni del Galles meridionale ed è situato al centro dell’omonima città. Curato dal CADW, l’ente gallese di protezione dei monumenti storici, è aperto al pubblico

Praticò le quattro virtù fondamentali per il successo: il coraggio, la lealtà, la cortesia e la prodigalità. Nel 1168 scortò la regina Eleonora d’Aquitania nella vittoriosa spedizione che annientò una rivolta scoppiata nel Poitou. Fu così valoroso in battaglia che la regina lo cooptò nella casata regia, dove servì prima Enrico II Plantageneto e poi suo figlio Riccardo I Cuor di Leone, che nel 1189 lo premiò per i suoi servigi e gli concesse la mano dell’ereditiera Isabella di Clare.

Guglielmo diventò così conte di Pembroke e signore di vasti possedimenti che andavano dalla Normandia al Galles fino a un quarto del territorio dell’Irlanda. L’uomo senza terre e dall’incerto futuro era ormai il più ricco proprietario terriero del regno.

La sua lealtà alla causa dei Plantageneti fece sì che nel 1216 il re Giovanni Senza Terra sul suo letto di morte gli affidasse la reggenza del regno d’Inghilterra per conto del figlio Enrico III che all’epoca aveva appena 9 anni. In nome del suo piccolo re, Gugliemo sconfisse, appena un anno dopo dopo a Lincoln l’esercito del re di Francia Luigi VIII che si era alleato con i baroni inglesi ribelli. Lo scontro segnò la rinuncia definitiva del sovrano di Francia al trono inglese. Guglielmo non si accanì contro i vinti e scortò le truppe nemiche al porto d’imbarco.

Quel 1217 fu l’anno della sua apoteosi: il povero cadetto, tutore del re bambino e reggente del trono d’Inghilterra era diventato uno degli uomini più potenti della sua epoca: mentore di Enrico il Giovane, cavaliere del padre Enrico II e vassallo del re d’Inghilterra e anche del re di Francia per i vasti feudi che sua moglie Isabella possedeva in Normandia.

La tomba di Guglielmo il Maresciallo nella chiesa del Tempio a Londra

Quando Guglielmo morì, suo figlio fece comporre a Giovanni il Trovatore un poema di più di 19.000 versi in lingua anglonormanna. L’Histoire de Guillame le Maréchal. L’opera, scritta nel francese d’oil parlato a corte, è una preziosa testimonianza sulla società feudale, fondata sui valori della virtus dell’uomo d’armi e sulla caritas e la fidelitas verso il suo signore.

“La chanson del Trovatore – ha scritto George Duby – ci consegna qualcosa di infinitamente prezioso: la memoria cavalleresca quasi allo stato puro; senza questa testimonianza non ne sapremmo quasi nulla”.

In punto di morte Guglielmo il Maresciallo volle essere vestito con i panni del cavaliere templare, come estremo atto di fedeltà verso l’ordine al quale aveva chiesto di essere ammesso prima di esalare l’ultimo respiro. Fu sepolto a Londra, nella chiesa del Tempio.

Virginia Valente

Bibliografia essenziale:Georges Duby, Guglielmo il Maresciallo. L’avventura del cavaliere, Laterza, 2004.March Bloch, La società feudale, Einaudi, 1999.Franco Cardini, Alle origini della cavalleria medievale, Il Mulino, 2014.Franco Cardini, Il guerriero e il cavaliere in Jacques Le Goff, L’uomo medievale, Laterza, Bari, 2008.Philippe Contamine, La guerra nel Medioevo, Il Mulino, 2005. Jean Flori, Cavalieri e cavalleria nel Medioevo, Einaudi, 1999.Aldo A. Settia, Rapine, assedi, battaglie. La guerra nel Medioevo, Laterza, 2004.

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Biondo Flavio, primo storico del Medioevo

Il 4 giugno 1463 morì l’umanista forlivese Biondo Flavio, il primo vero storico del Medioevo. Il primo a definire come entità storica a sé stante l’importanza dei quei dieci e più secoli nella storia del mondo.

Il frontespizio di una edizione in compendio delle Historiarum ab inclinatione Romanorum imperii decades del 1653 tradotta in italiano (Napoli, Biblioteca comunale)

Lo fece, senza però mai usare la parola Medioevo, in una mastodontica opera in 32 volumi, pubblicata nel 1453: Historiarum ab inclinatione Romanorum imperii decades (“Le decadi storiche dal declino dell’impero romano”).

Il libro è una puntuale esposizione, in ordine cronologico, delle principali vicende storiche italiane ed europee dal 412 al 1441: dall’epoca del Sacco di Roma ad opera di Alarico fino ai tempi dell’autore. Dieci secoli di storia, ricostruiti attraverso un uso critico e pignolo delle fonti, nelle quali viene introdotto il concetto di Medioevo. L’opera ebbe una grande diffusione anche fuori d’Italia.

Biondo Flavio, chiamato nel 1433 da papa Eugenio IV alla carica di notaio della Camera apostolica, fu, di fatto, tra i fondatori della moderna storiografia. Introdusse infatti negli studi storici, oltre allo spirito critico nell’analisi dei documenti anche i risultati delle sue ricerche archeologiche, epigrafiche e geografiche.

Il suo primo lavoro, Roma instaurata, pubblicato in tre volumi tra il 1444 e il 1446, gli diede anche la fama di precursore dell’archeologia, anche se fu il suo contemporaneo Ciriaco d’Ancona, detto “pater antiquitatis”, a fondare la scienza che ricostruisce le antiche civiltà attraverso le testimonianze materiali e le fonti scritte e iconografiche.

Biondo Flavio in una xilografia di Paolo Giovio (Elogia Virorum literis illustrium, Petri Pernae, Basilea, 1577)

Roma instaurata è a tutti gli effetti una guida documentata alle rovine dell’antica Roma. Un libro importante per la grande quantità di notizie relative all’arte, nel quale Biondo tentò di ricostruire in modo sistematico la topografia di Roma antica arricchendo il volume con un sorprendente elenco di chiese e cappelle della “Città eterna”.

Nel 1459 pubblicò il De Roma triumphante (“I trionfi di Roma”) che presentava il papato come la continuazione dell’Impero Romano: una attenta ricostruzione delle istituzioni pubbliche e private dell’antica Roma, con particolare attenzione alle notazioni di costume e alla loro sopravvivenza nel XV secolo.

Tra le altre sue opere, va citata l’Italia illustrata, scritta tra il 1448 e il 1458 e pubblicata nel 1474: è il primo manuale di geografia storica dell’Italia, particolarmente interessante proprio perché è basato sui viaggi e le esperienze personali dell’autore. L’opera ricostruisce le vicende di quelle che allora erano le 18 province italiane, dall’antica Repubblica romana agli imperatori del sacro Romano Impero.

Virginia Valente

La lapide di Biondo Flavio all’Aracoeli di Roma

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Il mio signore Boldrino da Panicale

Il mio signore Boldrino, superbo e invitto condottiero, benevolo con gli amici e terribile con gli avversari, nacque a Panicale un giorno imprecisato del 1331 da Francesco Paneri e da Lucrezia Ceppotti e morì, tradito, a Macerata il 3 giugno del 1391 per mano dei sicari, su ordine del marchese Andrea Tomacelli, fratello di papa Bonifacio IX, che lo aveva invitato ad un pranzo con il pretesto di insignirlo del titolo nobiliare.

Un ritratto di Boldrino da Panicale conservato nella Biblioteca comunale di Panicale (Umbria)

Tale era la fama e la paura che incuteva Boldrino che i suoi soldati, fedelissimi, non volendo altro che li comandasse, prima assediarono Macerata, la presero, facendo strage e facendosi pagare dodicimila fiorini d’oro come riscatto, si ripresero il corpo e per tre anni trasportarono sui campi di battaglia la salma del capitano, chiusa in un’arca su cui vigilava sempre una guardia scelta e sempre uscirono vincitori dagli scontri.

Il mio padrone fu costretto a lasciare la sua casa natia in piazza San Michele Arcangelo, a Panicale, giovinetto, a seguito della morte del padre, ucciso dai sicari, pugnalato sul greto del fosso Gioveto.

Fornito di una tempra robusta e forme atletiche, nonostante la smisurata altezza di sei piedi e mezzo, che faceva sì sovrastasse gli amici e terrorizzasse i nemici. Il suo giovane volto era sempre corrucciato, con lo sguardo severo di chi ha sofferto e una luce profonda ne annunciava la prontezza d’animo, lo smisurato coraggio e brama di gloria.

Il mio signore si chiamava Giacomo Paneri. Qualcuno dice che discendesse da una famiglia di panettieri, tanto che nel blasone dei Paneri alla Rocca di Boldrino, tra oltre alla lettera “B”, compaiono anche il ferro di cavallo, il cimiero e una tavola con tre pani.

I Paneri, però, avevano sempre guerreggiato, al servizio dei Tarlati di Arezzo e dei Casali di Cortona, ed erano imparentati con gli Ubaldini, per questo il mio padrone fu soprannominato Boldrino.

Giovane e orfano, Boldrino prese la via di Perugia nel 1348, per dedicarsi al mestiere delle armi, dove grazie alla forza e all’astuzia eccelse sin da subito. Ivi rimase fino al 1351, quando conosciuti i nomi dei sicari del padre, tornò a Panicale deciso a vendicarsi. Li scovò e li uccise.

John Hawkwood, detto Giovanni Acuto, raffigurato in un affresco di Paolo Uccello (duomo di Firenze)

Sulla sua testa fu messa una taglia e così fuggì, andando a perfezionare il suo apprendistato all’alta scuola di messer Giovanni Acuto. Sotto la guida del capitano inglese molto si arricchì e altrettanto imparò delle tecniche di guerra, portando strage e lutti nel territorio di Firenze.

Poi, lasciato l’Acuto, fondò una sua compagnia e mise a sacco il Trasimeno, sotto gli ordini di papa Urbano VI. Imperversò nel contado di Siena, Firenze e Perugia, poi sconfinò nelle Marche guadagnandosi la nomea di “flagellatore della Marca” e “sgomento delle Milizie italiane e straniere”.

Per molti il mio signore era solo scaltro, opportunista senza scrupoli, naturalmente aggressivo, assai pessimo uomo, ma egli fu, non solo, uno dei più acclamati guerrieri in vita e in morte del suo secolo, ma anche molto devoto a Perugia, onesto e osservatore delle leggi.

Più volte soccorse la città che lo aveva protetto e ospitato da giovane orfano. Una prima volta quando la città era tiranneggiata dall’abate di Monmaggiore, difeso dall’antico maestro Giovanni Acuto. Quella volta fu scaltro il mio signore. Nel gennaio del 1376 attese che l’Acuto andasse a colpire Città di Castello, poi si introdusse in città con i fuoriusciti, disarmò l’esigua truppa dell’abate e guidò la rivolta del popolo perugino. Che smacco per l’Acuto, tornato più velocemente possibile a Perugia: non gli rimase altro da fare che raccogliere il Monmaggiore fuggito nelle campagne e subire gli sberleffi dei perugini dall’alto delle mura.

Dieci anni dopo la città corse un nuovo pericolo e Boldrino, come un figlio diligente, si pose a difesa della madre contro le scorrerie delle truppe bretoni e guascone del feroce Beltotto. Il conte Giovanni Scotti lo raggiunse a Recanati e lo pregò di tornare in città con i suoi armati. Perugia era indifesa e a corto di cibo e acqua. Il mio signore radunò l’esercito, marciò a tappe forzate e al quarto giorno era schierato sulla collina di Corciano, dove sorprese il nemico, facendone prima strage con gli arcieri e poi caricando con i suoi cavalieri pesanti. La mischia fu dura e feroce, ma dopo un’ora di battaglia la città era libera e i nemici lasciarono sul campo enorme bottino. I fuggiaschi furono raggiunti e sterminati a Cortona.

Nella compagnia del mio signore, i cavalieri combattevano come insegnato da Alberico da Barbiano, mentre gli arcieri si muovevano veloci e precisi come voleva la tattica inglese dell’Acuto.

Sul campo issava tre vessilli: uno a strisce biancorosse con un ferro di cavallo; l’altro a scacchi biancoazzurri, con il castello di Panicale; il terzo rosso con Grifo rampante in oro.

Boldino riceve le chiavi di Perugia liberata ( Marino Piervittori, 1869, Sipario del teatro di Panicale)

Il 24 giugno 1386, il mio padrone entrò a Perugia da Porta Santa Susanna e i priori lo nominarono Gran Cavaliere e Capitano Generale, decretando che potesse unire al suo blasone il Grifo, simbolo della città. Più tardi i priori gli conferirono una pensione annua di 500 fiorini e la cittadinanza.

Delle preziose armi del mio signore si servì, nel 1378, papa Urbano VI contro Clemente VII, ma anche l’arcivescovo di Milano contro la Repubblica di Venezia, in favore dei fiorentini contro Giovanni re di Boemia. Papa Bonifacio IX gli affidò la riconquista dei castelli della Marca e l’arresto del capitano Bartolomeo Smeducci che molestava le terre del Pontefice.Bonifacio IX, però, perse la fiducia nel capitano Boldrino quando questi si proclamò signore dei castelli occupati. Il Papa nulla disse, ma confidò nell’opera del fratello, Andrea Tomacelli. Il quale invitò il mio signore ad un banchetto e a tradimento lo uccise, mentre si stava lavando le mani.

Così si concluse la vita del mio signore, Giacomo Paneri detto Boldrino da Panicale, uomo bellicoso, amatissimo e quasi idolatrato da suoi soldati. Grandissimo capitano e il più temuto soldato di quei tempi.

Umberto Maiorca

Da leggere:G. Orsini, Racconto di Boldrino Paneri da Panicale, illustre guerriero, Roma 1700.A. Fabretti, Biografie dei capitani venturieri dell’Umbria, I, Montepulciano 1842.E. Ricotti, Storia delle compagnie di ventura, Pomba, 1844. G. Franceschini, Boldrino da Panicale (1331?-1391), contributo alla storia delle milizie mercenarie italiane, in Bollettino della Deputazione di Storia patria per l’Umbria, XLVI (1949).G. Cecchini, Boldrino da Panicale, in Bollettino della Deputazione di Storia patria per l’Umbria, LIX (1962).P. Pellini, Dell’historia di Perugia, Venezia 1664.S. Merli, Boldrino da Panicale, in Machiavelli e il mestiere delle armi. Guerra, armi e potere nell’Umbria del Rinascimento, Catalogo della mostra a cura di A. Campi, E. Irace, F. F. Mancini, M. Tarantino, Perugia, Aguaplano, 2014.

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Aleksandr Nevskij, “sole della Russia”

L’eroe russo più amato e popolare è un santo guerriero: Aleksandr Nevskij (1220-1263). Principe di Novgorod, poi gran principe di Vladimir. Ricordato nei secoli come “salvatore”, “difensore della Giustizia” o “Sole della Russia”.

Aleksandr Nevskij nel film storico – epico che racconta le sue gesta (regia di Sergej Michajlovič Ėjzenštejn, 1938)

La sua figura ha ispirato decine di cronache religiose e prodotto una sequela di miti popolari. L’ultimo dei suo figli, Daniele, santo della chiesa ortodossa, diventerà principe di Mosca e darà vita alla dinastia di sovrani che faranno della piccola città sulla Moscova la capitale di un granducato che poi diventerà nazione.

Nevskij fu il più intelligente e tenace dei principi della sua generazione. Un grande capo militare. Paladino della chiesa ortodossa. Ma anche capace, per conservare e accrescere il suo potere, di allearsi con i Mongoli e fare guerra a suo fratello, suo zio e anche a suo figlio Dmitrij.

Di fronte ad ogni invasione, dai tempi di Pietro il Grande a Napoleone, fino agli orrori della seconda guerra mondiale e all’età di Stalin, il nome di Nevskij sarà invocato ed usato come nume tutelare del popolo russo. Santa reliquia di Pietroburgo e icona della patria.

Anche quella cinematografica, come avvenne nel 1938 con “Aleksandr Nevskij”, il film del regista Ėjzenštejn arricchito dalla colonna sonora di Sergej Prokof’ev: una ricostruzione storica in chiave epica e secondo i nuovi canoni del realismo socialista della battaglia contro il nazismo.

L’EROE DELLA NEVA Nevskij nacque a Pereslavl’-Zalesskij, una città dell’alto corso del Volga, il 30 maggio 1220 da Vladimir Jaroslav II Vsevolodovic e dalla principessa Feodosia di Halic. Suo fratello maggiore Feodor Jaroslavic, erede del titolo e dei privilegi, morì a soli 15 anni.

Aleksandr si trovò così principe di Novgorod. Divenne duca della città nel 1236. Sposò la principessa Bassa di Potolsk, dalla quale ebbe quattro figli.

La Via dei Variaghi

La sua leggenda nacque il 1 luglio 1240 quando vicino all’odierna San Pietroburgo, affrontò una coalizione di Svedesi, Lituani e Cavalieri dell’ordine teutonico, guidati da un altro “padre della patria”: lo jarl svedese Birger, il fondatore di Stoccolma a cui la leggenda attribuisce la creazione del nome stesso della Svezia: Sverige.

L’esercito di Birger puntava al controllo dell’antica Via dei Variaghi e alla città di Staraja, sul lago Ladoga, la prima importante stazione della fondamentale rotta di commerci fluviali che univa in un’unica e vastissima area di scambi il Mar Baltico con il Mar Nero e la Scandinavia con la Rus’ di Kiev e l’impero bizantino. Staraja Ladoga, su una ripida altura e ben protetta dalla conformazione stessa del fiume Volchov, era la vecchia città di Aldeigjuborg, costruita nell’VIII secolo dai vichinghi. Uno dei primi insediamenti del popolo di guerrieri e mercanti in quella terra che porta ancora il loro nome: Rus.

In ballo, insieme al vitale controllo dei traffici fluviali e alla sopravvivenza stessa del principato di Novgorod, c’era anche lo scontro religioso tra la chiesa ortodossa e quella cattolica.

L’esercito del principe Aleksandr Jaroslav sbucò dalla fittissima nebbia tra il corso della Neva e quello dell’affluente Ižora: l’attacco a sorpresa non lasciò scampo agli Svedesi. Birger fu ferito da Aleksandr. E l’esercito scandinavo, sconfitto e disperso, battè in ritirata.

L’impresa valse al principe il soprannome che da allora lo accompagnerà per sempre: Nevskij, l’eroe “della Neva”.

Lago Peipus (o dei Ciudi)

LA BATTAGLIA DEI GHIACCI Due anni dopo, il 5 aprile 1242, Aleksandr arrestò l’avanzata dei cavalieri teutonici guidati dal vescovo principe Hermann nei pressi del lago Peipus. I soldati russi accerchiarono e sconfissero l’esercito dei Cavalieri, affiancato dagli alleati Livoni e Danesi.

La Battaglia dei Ghiacci, pose fine alle Crociate del Nord e ai tentativi dello stato monastico dell’ordine militare di soggiogare i territori abitati dagli slavi ortodossi e dei popoli pagani ad est dell’Estonia.

La vittoria russa, modesta dal punto di vista militare, ebbe però una enorme importanza politica. E consacrò il mito di Nevskij, capace di salvare il suo principato stretto tra la potenza svedese e quella dell’Ordine dei cavalieri teutonici.

Aleksandr nel 1246 venne nominato granduca di Kiev. Iniziò allora un’altra battaglia, questa tutta politica, contro i boiardi, gli esponenti dell’alta aristocrazia feudale che mal digerivano il rafforzamento dell’autorità monarchica. E anche contro l’oligarchia dei mercanti, gelosa delle proprie prerogative nel governo della “libera città” di Novgorod.

Contro di loro e a suo vantaggio usò l’altra minaccia a lungo sottovalutata. Una guerra che arrivò sulla Russia e i paesi dell’ovest con la forza di un cataclisma: i Mongoli di Batu Khan, discendente del leggendario Genghiz Khān dilagarono nelle grandi pianure portando ovunque distruzioni e morte. Intere città vennero rase al suolo. L’Orda d’Oro nel 1238 aveva già colpito e annientato i Bulgari del Volga. Tutti i principati russi vennero devastati. Jurij, granduca di Vladimir, fu ucciso nella battaglia del fiume Sir. Solo la stagione del disgelo salvò Novogorod.

Scena della battaglia del lago ghiacciato in una miniatura del sec. XIV

Ma la tregua durò poco. Nel 1240 l’Orda d’Oro riapparve: la furia mongola travolse Kiev e l’armata di Batu Khān penetrò in Ungheria e Polonia. La morte del gran Khan nel dicembre 1241 e le lotte per la successione tra i clan rivali fermarono quell’esercito che sembrava invincibile.

L’Occidente respirava. Ma la Russia rimase prigioniera sotto il tallone di ferro degli invasori. E Tatari, il nome di una stirpe mongola dell’ovest, diventò anche la parola con la quale i popoli delle grandi pianure iniziarono a chiamare i loro conquistatori.

IL PRINCIPE VASSALLO Aleksandr Nevskij in quegli anni continuò a rafforzare il suo potere. Sconfisse più volte i Lituani che lo minacciavano da nord e nelle stagioni successive firmò anche il primo trattato di pace con la Norvegia.

Ma l’eroe della guerra diventò un sostenitore della “pace ad ogni costo”. Di fronte alla forza dei Mongoli il principe si fece vassallo. A più riprese pagò il tributo ai conquistatori. Andò più volte alla corte del khan per compiere l’atto di sottomissione. Respinse ogni tentativo della curia papale che caldeggiava una guerra aperta tra la Russia e l’Orda d’Oro.

Ma il calcolo, il cinismo o l’abilità politica, lo portarono molto oltre: iniziò ad usare i padrini mongoli come assicurazione contro i suoi nemici. Chiese l’aiuto dei Tatari per combattere contro suo fratello e i suoi parenti che si ribellavano agli invasori. Riuscì così ad acquistare il controllo di gran parte della Russia settentrionale.

Con i Mongoli scelse la via della “non resistenza”. Combattere voleva dire morire. Molti dei suoi sudditi lo accusarono, più o meno velatamente di codardia, come lascia intendere un monaco “resistente” autore della Cronaca di Novgorod. Ma la sua moderazione gli assicurò molti vantaggi. A partire dalla riduzione del tributo annuo che le città russe dovevano versare. Truppe della cavalleria di Nevskij furono inviate in Cina alla corte del gran Khān. Ma il principe riuscì ad evitare che l’Orda d’Oro incorporasse in modo stabile i soldati russi nel suo esercito.

L’espansione dell’Orda d’Oro nel 1389

Il Khān lo premiò. Ottenne il diploma di granduca della città di Vladimir che elesse a capitale del suo stato. Costrinse con la forza delle armi i riottosi cittadini di Novgorod a pagare i tributi ai Mongoli e lasciò il figlio Dmitrij al governo della città.

Ma quando il giovane principe diede ragione agli oligarchi che si rifiutavano di sottostare al censimento che i funzionari tatari imponevano per riscuotere il loro tributo annuale, Nevskij punì e destituì suo figlio. Impose agli oligarchi di obbedire ai Tatari. E si mise in viaggio fino a Sarāy, capitale mongola, per chiedere clemenza al Khān Ulaghcī.

Novgorod pagò così il tributo ai conquistatori nel 1259. Ma la rivolta non si spense. Pochi anni dopo, anche le città di Vladimir, Jaroslav e Rostov si ribellarono e massacrarono gli esattori tatari.

La punizione dell’Orda d’Oro sembrava inevitabile. Aleksandr Nevskij per la quarta volta marciò fino a Sarāy per implorare la clemenza del Khān. Usò tutta la sua autorevolezza: lo rabbonì con doni e promesse e salvò la pace. Ma nel viaggio di ritorno si ammalò e morì a Godorec.

Era il 14 novembre 1263. Cronache agiografiche raccontano che in pieno inverno e con un clima rigidissimo la famiglia ducale, il metropolita e il “popolo tutto di Vladimir” vennero incontro alla salma del principe fino a Bogoljubovo.

L’OMAGGIO DI PIETRO IL GRANDE Nel 1547 Aleksandr Nevskij fu canonizzato dalla chiesa ortodossa russa. Pietro il Grande fece trasportare i suoi resti a San Pietroburgo e ordinò che sul luogo della Battaglia della Neva venisse edificato il Monastero di Aleksandr Nevskij. In suo nome, nel 1725 venne creato L’Ordine Imperiale di Sant’ Aleksandr Nevskij, cancellato dalla Rivoluzione d’Ottobre ma ripristinato nel 1942.

A San Pietroburgo, il nome del “Sole della Russia”, “L’apostolo della pace a qualunque costo”, risuona ogni giorno lungo la prospettiva Nevskij, il corso principale della grande e bella città.

Il santo guerriero di Novgorod barattò con cinico realismo politico l’indipendenza del suo popolo con l’esistenza stessa del suo regno e con il futuro della sua dinastia. Ma principi e prelati, mercanti e soldati, seppure obtorto collo, alla fine accettarono la pax mongola che consentì comunque alla Russia di rinascere dalle proprie macerie a partire dalla seconda metà del XIV secolo.

Virginia Valente

La battaglia dei ghiacci in un mosaico nella metropolitana di San Pietroburgo

Da leggere:Catherine Durand-Cheynet, Alessandro Nevskij o il Sole della Russia, Salerno editrice, 1988.Francis Conte, Gli Slavi. Le civiltà dell’Europa centrale e orientale, Einaudi, 1991.Hans Kohn, Storia degli Slavi, Odoya, 2018.

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Nitardo, il primo testo in antico francese

Dobbiamo a Nitardo, un nipote di Carlo Magno, la conoscenza del primo documento scritto in una lingua romanza: è un testo in francese antico, vergato in un manoscritto in quella che sarà poi chiamata langue d’oïl (lingua d’oïl) per distinguerla dalla langue d’oc, la lingua occitana o provenzale.

Il testo dei Giuramenti di Strasburgo

In un suo libro, Storia dei figli di Ludovico il Pio, Nitardo trasmise le parole usate nei Giuramenti di Strasburgo (Sacramenta Argentariae), sottoscritti il 14 febbraio 842, nei quali si certificava in modo solenne l’alleanza tra due dei figli di Ludovico il Pio: Carlo il Calvo e Ludovico il Germanico.

Per farsi capire da tutti i soldati franchi i due sovrani non giurarono, come era consuetudine in latino ma lo fecero ognuno nella lingua dell’altro. E i loro generali li imitarono poco dopo. Così il popolo, che non parlava il latino e non comprendeva nemmeno la lingua dell’esercito alleato, capì con chiarezza tutti i punti del patto d’onore stretto tra i due fratelli. Ludovico il Germanico (804-876) giurò in antico francese (rustica romana lingua) e Carlo il Calvo (823-877) in tedesco (teudisca lingua).

Il testo in proto-francese recita: “Pro Deo amur et pro Christian poblo et nostro commun salvament, d’ist di en avant, in quant Deus savir et podir me dunat, si salvarai eo cist meon fradre Karlo, et in aiudha et in cadhuna cosa…”. Una promessa sotto giuramento: “Per l’amore di Dio e per la salvezza del popolo cristiano e nostra comune, da oggi in avanti, in quanto Dio sapere e potere mi concede, così salverò io questo mio fratello Carlo e con (il mio) aiuto e in ciascuna cosa…”.

Nitardo (nato prima dell’ 800 e morto il 15 maggio 845) era il cugino dei due sovrani, in quanto figlio illegittimo di Berta che l’imperatore Carlo Magno aveva avuto dalla sua terza moglie Ildegarda. Il padre era Angilberto, uno dei più importanti poeti della Schola Palatina. Carlo Magno pretendeva che le figlie non si sposassero per non alimentare le possibili ambizioni dei potenziali generi. Ma Angilberto era un suo amico fraterno. Nei convivi di corte, il compagno poeta di Berta veniva chiamato addirittura “Omero”. Carlo Magno lo stimava profondamente, tanto da nominarlo tutore di suo figlio Pipino, giovane re d’Italia e pure ambasciatore presso il papa. Angilberto (750-814) fu vicino al grande re dei Franchi anche a Roma, la notte di Natale dell’800, quando papa Leone III incoronò il sovrano dei Franchi a Imperatore dei Romani.

Carlo il Calvo rappresentato in un salterio (Parigi, Bibliothèque Nationale)

Con l’approvazione di Carlo Magno, Angilberto passò quindi dalla condizione di amante di Berta (779-829) a quella di convivente more uxorio. E Nitardo potè vivere a corte insieme a suo nonno e ai suoi cugini. Ricevette una istruzione accurata: conte di Ponthieu, fu uno dei rari storici laici dell’Alto Medioevo e diventò uno degli uomini più potenti del suo tempo. Nelle lotte tra figli di Ludovico il Pio, prese sempre le parti di Carlo il Calvo.

Fu proprio su sollecitazione del suo sovrano che iniziò a scrivere i quattro libri delle Historiae filiorum Ludovici pii: Carlo il Calvo voleva trasmettere ai posteri la sua versione dei fatti sulle intricate vicende seguite alla morte di Carlo Magno e la competizione tra i figli di Ludovico il Pio per la spartizione dell’impero carolingio.

Dopo avere partecipato alla battaglia di Fontenoy (841), Nitardo si ritirò nel monastero di Saint-Riquier, di cui era stato da poco nominato abate. Per uno strano caso del destino, lui, uomo di lettere, morì con la spada in mano in Aquitania, ucciso dai vichinghi.

Fu sepolto a Saint-Riquier, nello stesso sepolcro in cui già riposava suo padre Angilberto dal quale, oltre che all’amore per la poesia, aveva ereditato anche la carica di abate. Le loro ossa, ritrovate nel 1989, andarono perdute quando furono prestate per uno studio ad un centro di ricerca che però sostenne a lungo di averle restituite. Ne seguirono cause legali e polemiche incrociate. La querelle finì nel 2011: per puro caso i poveri resti di Nitardo e di Angilberto spuntarono fuori da un cartone semiapaerto che era stato abbandonato in una soffitta dell’abbazia.

Virginia Valente

Bibliografia essenziale:Lorenzo Renzi e Alvise Andreose, Manuale di linguistica e filologia romanza, Il Mulino, 2015.Stefano Asperti, Origini romanze. Lingue, testi antichi, letterature, Viella, 2006.

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Ibn Hishām e la prima biografia di Maometto

L’importanza di Ibn Hishām, morto in Egitto l’8 maggio 883, fu fondamentale per la storia dell’Islam: ha trasmesso ai posteri il più antico testo arabo dopo il Corano: la prima biografia di Maometto che era stata scritta da Ibn Ishaq, uno storico arabo, collezionista di tradizioni orali (khabar) vissuto cento anni prima di lui e morto a Baghdād nel 768 (151 secondo l’egira, il calendario islamico).

Maometto, guidato dall’arcangelo Gabriele, sale in Paradiso

Hishām era nato a Bassora la città dell’attuale Iraq all’epoca celebre per la grande attività culturale nel campo della filologia e della teologia islamica. Fu lui a divulgare la sira, che in arabo si può tradurre come “condotta, modo di vita”: il genere storiografico arabo relativo alla biografia del profeta Maometto. La prima sira fu composta da Ibn Isḥāq, ma è giunta sino a noi grazie alla recensione di Ibn Hishām che cambiò molte cose rispetto all’opera del suo predecessore.

Ibn Hishām voleva celebrare il Profeta. E quindi eliminò molti episodi della vita di Maometto legati alla vita quotidiana o ad episodi più lontani dalla sfera religiosa. Non lo fece per volontà censoria. Voleva proporre il Profeta come modello di vita e di virtù, esortando i musulmani a quella che gli orientalisti definiscono la imitatio Muhammadis.

La versione di Hishām ebbe subito una grande fortuna in tutto il mondo islamico. E ancora oggi ha una amplissima diffusione. Particolare fortuna ha avuto anche la traduzione inglese, curata nel 1955 da Alfred Guillame per la Oxford University Press.

L’Islam è la forma più rigorosa di monoteismo apparsa nella grande famiglia delle religioni abramitiche che comprende anche l’Ebraismo e il Cristianesimo.

Grazie alle biografie canoniche raccolte di Ibn Isḥāq e Ibn Hishām sappiamo che Maometto, orfano e povero, visse in condizioni disagiate fino al matrimonio con la ricca vedova Khadīgia. Dopo una profonda crisi spirituale, abbracciò con fermezza una fede monoteistica rigettando il politeismo praticato fino ad allora dalle tribù arabe.

Iniziò la sua predicazione all’età di 40 anni, intorno al 610. La sua dottrina, basata sull’eguaglianza tra gli uomini, all’inizio fu accolta con ostilità dai maggiorenti arabi che vedevano nella sua predicazione una minaccia per i loro interessi economici. Maometto predicò la fede in un Dio unico, creatore onnipotente, al quale gli uomini debbono una sottomissione totale (islām) e per seguire il quale devono condurre una vita casta oltre che osservare con regolarità la preghiera, il digiuno e altri precetti religiosi. Tra gli obblighi del buon musulmano c’è innanzitutto l’aiuto verso il prossimo, soprattutto verso i poveri.

In questa miniatura del XVI secolo, tratta dall’Athār al-baqiya (Tracce dei secoli passati) di al-Bīrūnī (manoscritto della Bibliothèque nationale de France, Arabe 1489, fol. 5v), Maometto è raffigurato senza velo sul volto

La morte, in continuità con il pensiero giudaico-cristiano, livella tutti gli esseri umani di fronte al loro ultimo destino, in attesa di una rigenerazione finale in un giorno stabilito da Allāh:

Innā li’llāhi wa-innā ilayhi rāği‘ūnaA Dio apparteniamo e a Lui facciamo ritorno(Corano, 2: 156)

La morte di Maometto. Miniatura presente nel manoscritto ottomano del Siyar-i Nebi, datato 1595, conservato nel Topkapı Sarayı Müzesi di Istanbul

Dopo la morte ogni essere umano viene richiamato brevemente in vita per ricevere il suo giudizio. Poi il sonno della tomba, c’è la resurrezione finale, quando verranno pesate tutte le azioni. Gli angeli aiutano Allah negli atti del giudizio finale.

Nel Corano si parla anche di un passaggio su un ponte sopra l’inferno che conduce dal luogo del giudizio al paradiso. Gli infedeli cadranno nell’abisso infernale.

I buoni musulmani entreranno invece in paradiso, un giardino

alla cui ombra scorrono i fiumi, dove rimarranno in eterno, e dimore belle dei giardini di Eden, e il dono più grande sarà il compiacimento di Dio, ecco il successo supremo.(Corano. 9: 72-73)

Oggi, secondo una indagine del centro statistico statunitense Pew Research (2019) su dieci abitanti della Terra, 2,5 sono musulmani. Con circa 1,9 miliardi di praticanti, l’Islam è la seconda religione del mondo dopo il Cristianesimo che conta 2,3 miliardi di fedeli. Gli induisti sono invece 1 miliardo e cento milioni. In tutto il mondo, dichiarano di non professare nessuna religione 1 miliardo e 200 milioni di persone.

Virginia Valente

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Matilde, la contessa femminista

Le immagini di Matilde di Canossa che ci sono state tramandate fin dal manoscritto originale della Vita Mathildis, scritta intorno al 1115 dal monaco e cronista Donizone, sono quelle di una persona vincente: lei in trono che riceve il dono del codice (O Matilde luminosa, accetta, ti prego cara, questo volume si legge sotto la miniatura che raffigura la scena); lei che si fa da intermediaria tra Enrico IV e Gregorio VII per l’assoluzione dell’imperatore a Canossa.

Miniatura tratta dall’edizione originale della Vita Mathildis di Donizone (1115). Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana

Ma la sua vita privata non fu affatto facile, né sempre felice.

Matilde nasce a Mantova nel 1046, ma a soli 6 anni la sua esistenza assume i contorni della tragedia: il padre, Bonifacio, marchese di Toscana, viene assassinato e, dopo che sono morti anche la sorellina Beatrice e il fratello Federico, lei è costretta a fuggire sola con la madre, Beatrice di Lorena, da una città che le sarà sempre ostile, perché mal sopportava il peso di conti tanto potenti, lí residenti.

Poi deve assistere al matrimonio della madre con Goffredo il Barbuto, osteggiato dall’imperatore Enrico III, il quale fa prigioniere le due donne, portandole nel suo castello di Goslar, nell’alta Germania.

Promessa sposa fin da bambina al fratellastro del patrigno, Goffredo il Gobbo, fu costretta a sposarlo a Verdun e a restare in Lorena con lui, in un’unione triste e sfortunata, segnata dalla morte di una bambina appena nata, Beatrice, il 29 gennaio 1071, e da una salute malferma in una terra per lei inospitale.

Dopo un anno e mezzo di matrimonio, Matilde abbandonò il Gobbo, rifugiandosi dalla madre due volte vedova, e rifiutò di riconciliarsi col marito, benché fosse venuto in Italia per riaverla, e in suo favore fosse intervenuto persino Gregorio VII, il papa che Matilde tanto ammirava. Ecco la prima attualità di Matilde: una donna che resiste alle pressioni degli uomini, perfino dei piú potenti!

Dal 1076 (all’indomani della morte della madre e dopo che Goffredo il Gobbo era rimasto vittima di un agguato tesogli mentre espletava i suoi bisogni corporali) Matilde si ritrova sola al governo di un grande dominio, che va dal Lago di Garda a Tarquinia, nel Lazio settentrionale.

LA FEDELTÀ DEI VASSALLI Si trattava di poteri che erano stati delegati ai suoi antenati dagli imperatori (da Ottone I a Corrado II il Salico) oppure acquisiti con alleanze e matrimoni, e di una grande massa di beni allodiali, cioè di proprietà private sue. Matilde governa questo grande dominio assicurandosi la fedeltà dei suoi vassalli, il sostegno di importanti monasteri – come S. Benedetto Polirone (tra il Po e il Lirone), che affidò ai monaci cluniacensi – e l’appoggio dei vescovadi e delle città, fin quando non scoppiò la lotta per le investiture. Si trattava in generale di vescovi-conti, che esercitavano un doppio mandato: religioso, in quanto vescovi, e politico, in quanto conti.

Fino all’età di Gregorio VII la loro nomina veniva indifferentemente dal papa o dell’imperatore, che in quanto sovrano, incoronato e unto dal papa, godeva di una sua sacralità (regale sacerdotium). Nel riorganizzare la Chiesa, in senso romanocentrico, Gregorio VII non riconobbe piú i vescovi di nomina imperiale, imponendo la loro riconsacrazione papale. Ne nacque uno scontro, nel quale intervenne di peso Enrico IV, facendo deporre da 40 vescovi a Worms il papa, non eletto secondo i canoni, e che era oggetto di scandalo, perché si faceva consigliare da un «senato di donne», con riferimento alle sue consigliere Beatrice e Matilde, «os vulvae» («bocca di fica»), come scrive Benzone d’Alba.

La conseguenza fu la stesura del Dictatus papae, che stabiliva la superiorità del pontefice su ogni altra autorità, e la conseguente scomunica dell’imperatore.

Enrico IV allora, aiutato da Matilde, sua seconda cugina, e da Ugo di Cluny, suo padrino di battesimo, si presentò penitente a Canossa, dove il 28 gennaio 1077, dopo tre giorni al gelo, ottenne l’assoluzione da papa Gregorio. Meno di due settimane piú tardi, però, l’imperatore riaprí le ostilità rinnegando il giuramento fatto.

Mappa del dominio di Matilde di Canossa

A questo punto si pose per Matilde il problema di scegliere da che parte stare. Il suo dovere di vassalla le imponeva di schierarsi con l’imperatore, ma il suo ideale religioso la obbligava ad appoggiare il papa. Quest’ultimo prevalse, anche contro il suo stesso interesse, con una scelta tipicamente femminile, di donne che antepongono l’ideale al tornaconto, aliene da compromessi. E anche questo la rende attuale.

Le conseguenze della scelta furono drammatiche: mentre Matilde veniva privata dei poteri feudali che le derivavano dall’essere vassalla dell’imperatore, tutte le città del suo dominio, governate da vescovi filoimperiali, l’abbandonarono; della rete dei suoi castelli solo quattro le rimasero fedeli: Nogara, nel Veronese, Piadena, nel Cremonese, Monteveglio, nel Bolognese e Canossa.

Nel 1090 Enrico IV sferrò un attacco poderoso contro Matilde: da Nogara, che gli resistette, si portò all’assedio di Mantova, che, dopo sei mesi d’assedio ,si consegnò all’imperatore. Assediò quindi Monteveglio, non riuscendo a conquistarlo, e da qui si volse direttamente alla volta del castello di Canossa. Era ottobre e una nebbia fittissima avvolse le truppe imperiali, che si fecero circondare dai contingenti matildici, esperti del territorio, i quali inflissero loro una cocente sconfitta a Madonna della Battaglia (ottobre 1092).

SCELTE LUNGIMIRANTI Matilde si dimostrò allora una sovrana illuminata, capace di assicurarsi il sostegno dei suoi collaboratori, i vassalli minori. Aveva intorno a sé una schiera di vassalli fedelissimi: Arduino della Palude (Palidano); Guido Guerra (Lucca e Pistoia), Amedeo di Nonantola, Ubaldo di Carpineti, Pietro de Ermengarda (Bologna), Pagano di Corsena (Bagni di Lucca), Alberto di San Bonifacio (Verona), e molti altri, disposti a fare di tutto per lei.

Nella circostanza, Matilde ci appare come un’alta dirigente di oggi, che sa guadagnarsi la stima e la fiducia dei suoi sottoposti, considerandoli collaboratori e non dipendenti.

Matilde, donna indipendente, che prende posizione e si fa necessariamente dei nemici, si trovò attaccata proprio sul piano personale, in quanto donna.

Ciò emerse in particolare quando, spinta da Urbano II, decise di sposarsi per la seconda volta e, nonostante avesse superato i quarant’anni d’età, scelse il sedicenne Guelfo V di Baviera. Oltre all’appoggio di una famiglia potente, c’era in lei la speranza di dare alla luce un erede, ma il ragazzo si rivelò impotente. Un fatto che alimentò le maldicenze e, probabilmente, ispirò le pantomime che si recitavano sulle piazze e nei mercati in suo dileggio, come si ricava dalla narrazione delle prime tre notti di matrimonio scritta da Cosma di Praga intorno al 1120.

Il “logo” che Matilde apponeva in calce ai suoi documenti

Ancora una volta Matilde si mostra come una figura moderna, anche negli aspetti negativi: anche oggi, infatti, la donna che riesce ad arrivare a posizioni di potere viene attaccata dai suoi avversari non per come lo gestisce, ma solo perché è donna, e, in quanto tale, viene diffamata e colpevolizzata sul piano personale e soprattutto sessuale.

Matilde, però non si fece scoraggiare, né venne meno ai suoi intenti: uscita vincitrice dallo scontro con Enrico IV, riconquistò progressivamente le sue città, senza consumare vendette, ma contribuendo al rinnovamento e al progresso delle stesse. Seppe avvalersi di due strumenti estremamente moderni: la comunicazione e la valorizzazione del lavoro delle persone. Per la prima ebbe al suo fianco intellettuali di valore, giudici, sacerdoti, monaci e una cancelleria efficiente, che usava per i suoi documenti gli stilemi propri dei sovrani e un logo (diremmo oggi) estremamente significativo: la scritta

MATILDA DEI GRATIA, SI QUID ESTSe Matilde è qualcosa, lo è per grazia di Dio

nei quattro spazi di una croce. Questo “logo” esaltava la sua fede, richiamando un passo di san Paolo, ma ne affermava al contempo l’indipendenza: quello che aveva le era stato dato da Dio, non dall’imperatore!

Sulla vicinanza di Matilde al mondo del lavoro, anche di quello piú umile, siamo documentati innanzitutto dal fatto che volle liberi dal servaggio della gleba (la schiavitú medievale) molti suoi servi e molte sue ancelle (lo scrive Donizone), e poi dalle immagini del duomo di Modena, costruito e decorato da Wiligelmo sotto la sua sovrintendenza.

Modena, Duomo. Particolari dei rilievi di Wiligelmo sugli episodi del Libro della Genesi. Inizi del sec. XII

Nelle storie del Libro della Genesi riprodotte in facciata il “lavoro dei progenitori” è rappresentato con Adamo ed Eva che zappano ai piedi di un albero in perfetto parallelismo, con un’idea di parità tra uomo e donna altrove impensabile nel Medioevo (normalmente Adamo zappa ed Eva tiene il fuso e ha sulle ginocchia Caino e Abele, come sulla facciata di S. Zeno a Verona).

La pesantezza del lavoro è poi sottolineata in un’iscrizione accanto a un telamone che regge una mandorla con l’Altissimo:

Costui è schiacciato, costui implora, geme costui, egli troppo fatica.Hic premitur / Hic plorat / Gemit hic / Nimis iste laborat.

La costruzione del nuovo duomo era stata probabilmente illustrata in affreschi poi andati perduti, ma ricopiati nel bifolio che racchiude la Relatio translationis di san Geminiano, il vescovo protettore di Modena. E due delle quattro miniature mostrano gli operai intenti alla costruzione, con l’architetto Lanfranco mentre le altre due raffigurano il corteo papale e Matilde che l’accoglie, nonché la traslazione stessa.

IN CERCA DI PROTEZIONE In altre occasioni Matilde si mostrò meno moderna, per esempio nel costante bisogno di un protettore maschio, o nel volere un erede a tutti i costi, oppure nel sostenere un papa, Gregorio VII, che oggi definiremmo un reazionario accentratore. La “rivoluzione” (come ha scritto Glauco Maria Cantarella) da lui attuata aveva generato una Chiesa romanocentrica, che tolse ogni autonomia ai patriarcati e alle arcidiocesi, né il pontefice si preoccupò di recuperare la Chiesa orientale, separatasi nel 1056; Gregorio VII volle un clero secolare identico a quello regolare, imponendo il celibato ecclesiastico, quando per mille anni i preti si erano sposati; impose l’obolo di san Pietro, come tributo annuale di regnanti, vescovadi e grandi abbazie, per un ideale di chiesa ricca e potente nel mondo, e pronta alle crociate.

Paolo Golinelli

Da leggere:Paolo Golinelli, Toujours Matilde: la perenne attualità di un mito, in Renata Salvarani, Liana Castelfranchi (a cura di), Matilde di Canossa, il papato, l’impero. Storia, arte, cultura alle origini del romanico, Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo 2008 – pp. 242-253. Adriano Peroni, Francesca Piccinini (a cura di), Romanica. Arte e liturgia nelle terre di San Geminiano e Matilde di Canossa, Franco Cosimo Panini, Modena 2006. Paolo Golinelli, Matilde e i Canossa, Mursia, Milano 2007 .

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La morte di Maometto II il Conquistatore

Il 3 maggio 1481 morì Maometto II il Conquistatore (1432–1481), settimo sultano dell’impero ottomano. Era salito al trono a soli 13 anni. Ne aveva appena 21 quando conquistò Costantinopoli (1453) e mise agli undici secoli di storia della civiltà bizantina. Occupò il Peloponneso e soggiogò la Serbia. Si spinse fino a Otranto dove lo fermò l’esercito radunato da papa Sisto IV (1480).

Il famoso ritratto di Maometto II di Gentile Bellini conservato nel Victoria and Albert Museum di Londra

Per i Turchi, Mehmet II fu il Ghazi, il conquistatore per eccellenza.

Paragonò le sue azioni imperiali a quelle di Alessandro Magno. Si vedeva come un nuovo Cesare, capace di conquistare Roma (“La Mela Rossa”) e poi riunire, sotto un unico dominio, tutti i territori dell’antico Impero Romano.

Sognava di unificare sotto il suo comando le tre grandi religioni del Libro: Cristianità, Islam ed Ebraismo. Ma morte lo colse quando aveva appena attraversato il Bosforo per attaccare i Mamelucchi burji che regnavano sulle terre degli attuali Egitto, Siria e Arabia Saudita.

Era già gravemente malato. Ma molti storici accreditano l’ipotesi che sia stato il Bayazid II, suo successore, ad avvelenarlo. Alla sua morte, esplose una guerra civile tra gli eredi al trono, i suoi due figli: Cem, spalleggiato dalla Corte e dal Gran Visir e Bayazid, sostenuto dai Giannizzeri. La spuntò quest’ultimo, che fu sultano dell’impero fino alla sua morte (1512). E che, come il padre, morì avvelenato dal figlio e successore Selim (1465-1520) che pensò bene di sterminare anche tutti i suoi fratelli.

Bayazid II, come suo padre, protesse i poeti e amò la cultura: aveva studiato matematica, teologia e filosofia e parlava l’arabo e il persiano.

La tomba di Maometto II il Conquistatore, la Moschea del Fatih, che lo stesso sultano fece edificare a İstanbul sul sito della chiesa dei Santi Apostoli, è tuttora oggetto di grande venerazione.

Il sultano Maometto II ritratto da Paolo Veronese (Palazzo Topkapı, İstanbul)

Il suo mito ha attraversato i secoli.

Mehmet II, in molte occasioni spietato anche con i suoi sudditi, scampò a ben 14 attentati. Fu insieme colto e crudele. Ma anche tollerante: lasciò in funzione la Chiesa bizantina e ordinò al suo Patriarca di tradurre in turco i testi cristiani.

Terrorizzò l’Occidente. Eppure ne subì il fascino artistico e letterario. La sua libreria superava quelle italiane dei Medici e degli Sforza, e includeva la Geografia Tolemaica, l’Iliade di Omero, e altri preziosi testi in greco, arabo ed ebraico.

Costruì un grandissimo impero, che poi però svanì, come le altre cose del mondo. Una caducità di cui era consapevole. Tanto da recitare, in quel fatale 29 maggio 1453 , giorno della conquista di Costantinopoli, quando varcò le soglie del grande palazzo imperiale, i dolenti versi persiani giunti fino a noi grazie al suo grande e raffinato biografo Tursun Beg:

Il ragno monta la guardia nei portici della cupola di Khusraw. La civetta suona il silenzio nel Palazzo di Afrasiyab. Così va il mondo, destinato ad aver fine.

Virginia Valente

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