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Lady Godiva e il sarto guardone

Collier, John; Godiva; Herbert Art Gallery & Museum; http://www.artuk.org/artworks/godiva-55279

Peeping Tom, Jean Carolus (1814-1897), collezione privata

Tom resisti. Tom non farlo. Tom concentrati sul lavoro: taglia, cuci, finisci quel vestito per Mistress Oaks, che sei già in ritardo sulla consegna. Era per questa sera, ricordi? E ancora non hai nemmeno cominciato!

Vuoi fare come il solito tuo, e consegnare il lavoro con due giorni di ritardo, e poi magari lamentarti perché se la prendono comoda per pagarti? Avanti, mettiti al lavoro. E non guardarti intorno. No, Tom, no: allontanati dalla finestra, allontanati da quella maledetta finestra! Conosci l’ordinanza: deve restare chiusa, sprangata per tutta la giornata. Non fare cazzate, che poi te ne penti. Sì, lo so: lo so anche io che non capita tutti i giorni, uno spettacolo del genere. A voi del popolino, poi, figuriamoci quando vi ricapita, di vedere una contessa nuda. E fosse pure vecchia, brutta, ossuta e mascolina, basterebbe già soltanto la curiosità, per affacciarsi a guardare se i nobili sono proprio come noi, oppure oltre al sangue blu hanno le zinne viola e il culo turchese.

Il problema è che Lady Godiva non è solo nobile: è anche bella. Molto bella. Lady Godiva è proprio come le regine delle fiabe, e fra pochi minuti arriverà, per fare l’amore con il suo popolo. Già, perché è proprio un atto d’amore, quello che sta per fare: è proprio l’amore per voi – gente che non conta niente – che l’ha portata a spogliarsi di tutto per questa follia.

Si è messa in testa di liberarvi dalle tasse che suo marito vi ha imposto. Almeno dell’ultima, delle tasse che si è inventato il conte Leofrico per dissanguare il popolo di Coventry.

Lady Godiva ritratta da Edmund Blair Leighton (1892) nel momento della discussione con il marito

E così, in questo giorno qualsiasi all’alba del secondo millennio, estenuato dalle insistenze della moglie – tanto bella quanto petulante – Leofrico le ha lanciato la sfida: “Toglierò tutte le tasse e lascerò solo quella sui cavalli. Solo, però, se tu avrai il coraggio di cavalcare nuda in mezzo a quel popolo che tanto ami”. Se si sente così solidale, con la plebaglia di Coventry, si spogliasse come loro, la bella contessa: se ne andasse ignuda come un penitente, per chiedere la grazia al suo Signore. “E sia. Lo farò, mio signore – aveva risposto la contessa – ma voi, mio signore, permetterete che la plebaglia possa accedere allo spettacolo che solo a voi è riservato? Consentirete che la vostra Signora possa essere mangiata con gli occhi da qualsiasi pezzente di Coventry?”. “Se voi lo permettete – gli aveva detto con tono di sfida – non mi farò problemi neanche io, a mostrarmi nuda al mio popolo”. Il conte Leofrico l’aveva guardata corrucciato. Già: poteva davvero mettere in mostra le grazie della sua signora, alla mercé di borghesi e cafoni? Certo che no. Ma adesso come poteva uscire da quella situazione imbarazzante? “Ebbene – aveva detto infine – voi ve ne attraverserete a cavallo, nuda, la città e il mercato. Ma nessun abitante potrà guardarvi: al momento del vostro passaggio, tutti i residenti di Coventry dovranno barricarsi in casa, con finestre e scuri chiusi. Nessun occhio plebeo dovrà ardire di posare il suo sguardo sul patrimonio esclusivo del Conte. E se qualcuno oserà farlo, allora il vostro corpo sarà l’ultima cosa che quell’occhio impudente riuscirà a vedere!”. E sia. Dunque l’ora è giunta: Lady Godiva è partita dal castello sul suo cavallo, completamente nuda, e tutti gli abitanti di Coventry si sono rintanati in casa, nelle loro faccende affaccendati, resistendo alle tentazione di sbirciare fuori.

Nella sua Lady Godiva (1856), Adam van Noort ritrae anche Peeping Tom che la osserva dalla finestra (sulla destra del dipinto)

E tu, Tom il sarto, che intenzioni hai? Ehi, ma che cosa stai facendo con quell’arnese? Sei matto? Tom, ripensaci finché sei in tempo. Ma che dici? Ma quale occhiatina? Non puoi rovinare la persiana per sbirciare fuori! Fermati! Pensi che se ritagli un piccolo spioncino dalla finestra nessuno si accorgerà di niente? Pensi davvero di fregare il tuo Signore? Pensi di poterti godere lo spettacolo di Godiva impunemente? Lo hai sentito, sì, quale sarà il destino dei guardoni? Fermati finché sei in tempo, Tom. Fermati! D’accordo, ormai è troppo tardi, il danno è fatto. Beh, adesso, però, rimetti quel tondino di legno sulla persiana: se non puoi riattaccarlo, cerca almeno di incastrarlo in qualche modo. Devi riparare quella persiana prima che… Cosa? Sta arrivando? Sta arrivando? Beh, allora fammi dare un’occhiata anche a me, avanti. Eccola là: già si intravede all’orizzonte la sagoma del cavallo e dell’amazzone, attraversare le strette e silenziose vie della cittadina. Il cuore ci batte a mille, le palpitazioni aumentano mano a mano che quell’ombra in lontananza si avvicina. Non galoppa, non trotta: il cavallo procede a passo lento, come se stesse facendo una sfilata. Una sfilata invisibile: Lady Godiva si offre allo sguardo di chi non può guardare. Ecco, finalmente è davanti a noi: l’emozione ci chiude la gola. Il cavallo è bianco e fiero e indossa dei paramenti di porpora, con ricamati in oro dei leoni rampanti. La sella è elegante e variopinta e anticipa, con la sua bellezza, il mistero che accoglie, beata lei.

Godiva, John Collier (1898, Herbert Art Gallery Museum)

Ed eccola, Lady Godiva: i capelli castani dai riflessi rossi scendono sulle spalle fino a coprire i seni, ma non la schiena, i glutei, le cosce, le gambe bianchissime. È magra, la contessa: eterea come un angelo. Ci passa davanti in silenzio, lentamente. Abbiamo tutto il tempo di godere di questo meraviglioso spettacolo: passiamo lo sguardo su quel corpo più e più volte: dai capelli fluenti fino al petto, cerchiamo, tra la chioma, di intravedere un capezzolo, ma non c’è niente da fare… in compenso, qualcosa, di sotto, si riesce a scorgere, sì… “Quanto invidio quella sella!” esclama Tom. E io gli faccio cenno di tacere, razza di idiota; che magari fuori si sente qualcosa. E infatti, Godiva si volta verso la nostra finestra, come se avesse percepito quelle parole impertinenti. Vieni qua, Tom, ritraiti, e copri con il legno quel buco! Ma Tom è in estasi e continua – come se niente fosse – a guardare quello spettacolo incredibile. Cavalca all’amazzone, ovviamente, la Contessa, quindi sì, qualcosa si riesce a sbirciare, dalle parti basse, indagando tra le cosce. “L’ho visto! L’ho visto!” grida Tom. Ma che cosa? “Il pelo!”. Questa volta la contessa si gira decisamente verso la finestra del sarto, si accorge di quel piccolo forellino sulla persiana, e dell’occhio che – dietro – la scruta avido. Muove la briglia e il cavallo comincia a trottare, allontanandosi e scomparendo in poco tempo dalla nostra vista. Sei contento, Tom, razza di guardone? Te lo hanno spiegato – sì – che quelli come te diventano ciechi?

Ed è esattamente quello che gli succederà. Che sia tortura o maledizione poco conta: Tom perderà la vista, non vedrà più niente, sarà cieco fino alla morte. E darà il suo nome a tutti i guardoni della città, poi del Regno, poi dell’Impero. Ancora oggi, per indicare ciò che in italiano viene reso con la parola “guardone” e in francese con “voyeur” in inglese si dice “Peeping Tom”.

Una statua di lady Godiva a Coventry, commissionata a metà del XX secolo da un abitante della cittadina

Quanto a Godiva, beh, la contessa di Coventry e il suo inusitato gesto verranno raccontati per secoli in mille modi diversi, fino a trasformare la nostra lady in un personaggio leggendario, quasi un archetipo femminile.

Eppure Godiva è esistita. È esistita realmente, ha avuto davvero a cuore le sorti del suo popolo, è stata una grande benefattrice delle case religiose, e ha promosso attività caritative e sociali. Nata intorno al 990 nell’Inghilterra ancora germanica, è conosciuta per essere stata tra i pochi anglosassoni e l’unica donna a mantenere i propri possedimenti e i propri privilegi anche dopo la conquista dei normanni.

Il suo nome era Godgifu – che significa “Dono di Dio” – anche se nei documenti è stato latinizzato in “Godiva”. Niente a che fare, quindi, con il godere, anche se nella letteratura successiva delle lingue romanze, l’assonanza ha finito per regalare al gesto della nuda signora un’accezione erotica e a farne una figura assai più peccaminosa di quanto non fosse l’originale. Secondo il Liber Eliensis, scritto alla fine del XII secolo da un monaco dell’Isola di Ely, Godiva era vedova quando Leofrico, conte di Mercia, la sposò. Nel 1043 Leofrico fondò un monastero benedettino a Coventry, e secondo Ruggero di Wendover – scrittore morto nel 1230 – era stata proprio la moglie a convincerlo a compiere questo atto. Nel 1050, il suo nome è menzionato insieme a quello del marito su una concessione di terra fatta al monastero di Santa Maria di Worcester. Sono anche ricordati come benefattori di altri monasteri a Leominster, Chester, Much Wenlock ed Evesham.

Il suo sigillo Ego Godiva Comitissa diu istud desideravi compare su una lettera di Thorold di Bucknall indirizzata al monastero benedettino di Spalding, che – tuttavia – molti storici considerano un falso, mentre altri ritengono che Thorold – che compare nel Libro di Domesday come sceriffo di Lincolnshire – fosse il fratello di Godiva.

Alla morte di Leofrico, nel 1057, la nostra lady continuò a vivere nella contea fino a dopo la conquista normanna, per morire il 10 settembre 1067, secondo alcune fonti, o nel 1086 secondo altre. Anche il luogo in cui Godiva è sepolta è oggetto di dibattito: secondo alcuni la sua tomba si trova nella chiesa della Benedetta Trinità a Evesham, mentre la scrittrice Octavia Randolph la colloca a fianco di quella del marito, nella chiesa principale di Coventry.

La versione più antica della leggenda è raccontata dallo stesso Ruggero di Wendover nel Flores Historiarum. Secondo Ruggero la contessa attraversò il mercato di Coventry da un’estremità all’altra, mentre la gente era riunita, scortata solo da due cavalieri. Non ci sono cenni, quindi, né al coprifuoco per la popolazione, né tanto meno a Peeping Tom, figura che non compare nelle cronache prima del XVII secolo.

La processione di Lady Godiva (David Gee, 1829)

D’altra parte non è detto nemmeno che Godiva fosse proprio nuda: se la cavalcata doveva assumere i contorni di una processione penitenziale allora la Contessa indossava comunque della biancheria intima, ma secondo l’interpretazione di altri studiosi Godiva si sarebbe spogliata semplicemente dei suoi gioielli e delle insegne nobiliari. Altri storici – come Rebecca Taylor – ricollegano il gesto di Godiva a rituali ancora diffusi ben oltre la cristianizzazione, nelle aree rurali della Gran Bretagna, come quello di portare in giro in primavera una ragazza nuda su un asinello per garantire fertilità alla terra e alle popolazioni. “L’eroina Godiva si innesca su questo filone e ha qualche parentela con Robin Hood nel soddisfare l’odio popolare per ogni forma di tassazione, in un proto-socialismo magnanimo”.

Tra Ottocento e Novecento per il movimento delle suffragette la figura di Lady Godiva rappresenterà anche il riconoscimento fondamentale del ruolo della donna nella politica. Secondo una tradizione, la sua tenuta – di 140mila metri quadrati – si trova ancora a Belbroughton, in Inghilterra, ed è stata messa in vendita qualche anno fa per oltre 3 milioni di euro. Si tratta della dimora che il conte aveva lasciato in eredita ai monaci di Worcester ma che Godiva aveva continuato ad abitare anche dopo la sua morte, pagando però l’affitto ai religiosi. Nel castello – due piani con otto stanze da letto elegantemente decorate, con pavimenti in legno di quercia, cucine, saloni, camini e una torre che ospita oggi due appartamenti – sono ancora presenti una cappella normanna con banchi e altare intatti.

Il cartellone dell’opera di Pietro Mascagni ispirata a Lady Godiva (1911)

Resta il fatto che la contessa che cavalca nuda tra le vie della città ha suggestionato per centinaia di anni il folklore popolare: basti pensare che il 31 maggio 1678 la processione di Godiva verrà introdotta come momento culminante della fiera di Coventry, mentre dal 1812 l’effige in legno di Peeping Tom vigila sul mondo da una casa dall’angolo nord-occidentale della Hertford Street, anche se in origine quell’uomo in armatura rappresentava in realtà San Giorgio. Dalla metà degli anni ottanta del XX secolo Pru Porretta, un residente di Coventry, utilizza la figura di Lady Godiva per promuovere gli eventi e le iniziative della comunità e dal 2005 ogni settembre, in occasione del compleanno della Contessa, organizza una rievocazione storica locale per l’unità e la pace nel mondo, conosciuta come “The Godiva Sisters”.

Innumerevoli gli artisti che hanno immortalato Lady Godiva nelle loro opere: a cominciare da Alfred Tennyson, autore di un poema da cui fu tratta – nel 1911 – l’opera lirica di Pietro Mascagni. Opera in cui, però, Godiva diventa Isabeau, figlia di Raimondo, sovrano di un regno collocato in un Medioevo dai contorni indefiniti: unica figlia, rifiuta il matrimonio e il padre la costringerà, per punizione, a cavalcare nuda per le vie della città, accettando, però, la richiesta del popolo, affezionato alla “reginotta”, che nessuno la possa vedere durante la cavalcata sotto il sole di mezzogiorno. Folco, un ragazzo di umili origini e grande sognatore, decide di infrangere il divieto e di osservare Isabeau, gettando fiori al suo passaggio. Il popolo, inferocito, vuole la sua condanna a morte ma Isabeau, inizialmente offesa, cede infine all’amore del giovane ed entrambi vengono lapidati dalla folla. Tenuta a battesimo nel Coliseo di Buenos Aires nel 1911, Isabeau arrivò in Italia solo l’anno successivo in una doppia prima alla Scala di Milano e a La Fenice di Venezia.

La locandina del film hollywoodiano del 1955

Ma anche l’arte contemporanea si è lasciata ispirare dalla leggenda della contessa nuda: dai Velvet Underground (la band fondata da Andy Wharol e guidata da Lou Reed) che le hanno dedicato il brano Lady Godiva’s Operation ai Queen, che nel 1978 scrivono “I’m a racing car passing by, like lady Godiva” nella canzone Don’t stop me now, mentre nel 1987 i Simply Red pubblicano la canzone Lady Godiva’s room e Roberto Vecchioni la cita nel brano Sei nel mio cuore. Per non parlare del quadro di Adam van Noort, maestro di Peter Paul Rubens, la statua di John Thomas ma anche i tanti film pornografici ed erotici che hanno preso ispirazione dalla lady gaudente, avvinghiata nuda al suo destriero (da citare almeno Peccati venali di Lady Godiva del 1969 e Nuda ma non troppo del 1951). Tra le sue innumerevoli incarnazioni, la povera Godiva conta persino una bambola gonfiabile nel romanzo Insciallah di Oriana Fallaci.

Hollywood si è invece curiosamente occupata della contessa una volta sola, e con risultati discutibili, per il kolossal Lady Godiva, diretto nel 1955 da Arthur Lublin e interpretato da Maureen O’Hara e George Nader. Ambientato durante le lotte tra sassoni e normanni, vede la contessa Godiva accusata di essere un’adultera e costretta per questo a cavalcare nuda attraverso Coventry. Un “fumettone per famiglie” rimasto però nella storia del cinema e segnato anche dalla presenza di un giovanissimo Clint Eastwood che, non ancora venticinquenne, interpreta il capo dei sassoni. Recentissima è invece la rilettura in chiave contemporanea, con una giovane insegnante con la “nuda ambizione” di ripetere il gesto della celebre contessa.

Arnaldo Casali

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Chi erano i Re Magi?

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Il tema dei Re Magi è molto diffuso nell’arte romanica e gotica. La menzione dei Magi si ha per la prima volta nei Vangeli canonici e più precisamente nel Vangelo di Matteo dove si narra che “dei Magi d’Oriente” raggiunsero Betlemme guidati da una stella per omaggiare il Bambino Gesù, portando in dono oro, incenso e mirra. Verso il III secolo comincia ad essere specificato anche il numero dei Magi in relazione forse ai doni citati all’interno del Vangelo di Matteo e più tardi, verso il VI secolo, appaiono, nella tradizione agiografica, anche i nomi: Gaspare, Melchiorre, Baldassarre.

Mosaici di Sant’Apollinare Nuovo

Secondo molte ricerche i Magi erano sacerdoti zoroastriani, la religione dell’antica Persia fondata da Zoroastro, appartenenti alla tribù dei Medi incorporata nell’Impero persiano a partire dal periodo achemenide nel VI secolo a. C. Grandi esperti di astrologia i Magi zoroastriani avrebbero, secondo alcuni calcoli, seguito non l’apparizione di una cometa bensì la congiuzione di stelle e pianeti considerati molto favorevoli e indicativi della nascita di un Re. Ci sarebbero state, intorno al II – III a. C. una serie di congiunzioni tra stelle e pianeti molto brillanti tra cui la congiunzione di Venere con Giove che appare nel cielo con un astro unico e molto luminoso, e ben tre congiunzioni di Giove con la brillantissima Regolo (α Leonis), la stella più luminosa dell’omonima costellazione. Altre ricerche astronomiche indicano che pochi anni prima della nascita di Cristo, intorno all’anno VII a. C., sia avvenuta invece una “grandissima congiunzione” tra i pianeti Giove e Saturno, aspetto astronomico che si ripete più volte e che appare nel cielo come un unico grande astro luminosissimo. Quest’ultima configurazione è estremamente importante per le nostre ricerche poiché, proprio in base alle congiunzioni di Giove e Saturno, gli astrologi dell’impero sasanide predivano le sorti dei regni, degli imperi, la caduta e la nascita di nuovi sovrani. Nella letteratura aprocrifa che troviamo ampie e dettagliate descrizioni dei Magi come personaggi venuti dalla Persia.

Il Sogno e l’Adorazione dei Re Magi, Abbazia di San Mercuriale

Una delle più antiche descrizioni ci viene da due codici scoperti nel 1927 e dipendenti in largo modo dal Vangelo dello pseudo – Matteo che fu determinante per la genesi dell’iconografia dei Magi durante il Medioevo. Di questi codici gemelli si trovano menzioni solo a partire dal V secolo quando vengono dichiarati apocrifi ma la loro origine sembra essere ancora più antica. Nei codici Hereford – Arundel si legge che i Magi erano abbigliati con “ampie vesti, berretti di tipo ‘frigio’, tipici calzoni all’iranica detti sarabare ma meglio noti come anaxirides o saraballae, termini attestati da Erode e da Senofonte per indumenti usati dai persiani quanto dagli sciti”. Abiti e usanze orientali sono presenti anche nei mosaici di Sant’Apollinare Nuovo a Ravenna risalenti al V secolo e dove i Magi indossano sfarzose e variopinte brache, mantelli persiani e berretti frigi. Questi mosaici sono significativi perché riprendono il Vangelo dello pseudo – Matteo che dice che i Magi visitarono Gesù il quale era assiso su un trono tempestato di gemme: anche nei mosaici di Ravenna è enfatizzata la natura regale del Bambino. I Magi di Ravenna inoltre hanno le mani coperte da guanti secondo una consuetudine persiana volta a preservare il sovrano da ogni possibile contaminazione.

Adorazione dei Magi, San Zeno

Nelle rappresentazioni figurative dell’Adorazione dei Magi, la stella comincia ad apparire già nel IV – V secolo, ma solo nel XIV secolo essa diviene una cometa caudata. Il primo ciclo di affreschi dove la stella dei Magi appare come una cometa è quello della Cappella degli Scrovegni a Padova dipinto da Giotto tra il 1303 e il 1305. Secondo alcuni studiosi Giotto fu impressionato dal passaggio della cometa di Halley nei cieli dell’anno 1301 e la rappresentò nella Cappella degli Scrovegni. Questo particolare diventò poi una consuetudine nelle rappresentazioni artistiche della Natività a partire dal XV secolo.

Nelle raffigurazioni tardo antiche e in quelle romaniche la stella, a sei o otto punte, appare come un astro senza coda come in questo bellissimo rilievo di Guglielmo nella Chiesa di San Zeno a Verona, quasi ad attestare la tesi sulle congiunzioni planetarie sopra descritta.

Francesco del Cossa, Decano dell’Ariete

L’astrologia persiana influenzò per lungo tempo lo studio del cielo presso molti popoli: dai greci ai romani agli arabi durante il Medioevo. Molte indicazioni astrologiche derivate dai testi persiani si trovano ad esempio negli affreschi di età gotica e rinascimentale come ad esempio nel ciclo dei Mesi di Palazzo Schifanoia a Ferrara.

Il tramite in questo caso fu il grande astronomo Abu Ma’shar al-Balkhi, vissuto nel IX secolo e che operò un sincretismo tra la tradizione degli antichi persiani, in particolare quella sasanide, quella greca e i nuovi studi della matematica araba.

Nell’arte romanica una delle più belle rappresentazioni del Sogno e dell’Adorazione dei Re Magi si trova senz’altro a Forlì nella lunetta del portale dell’Abbazia di San Mercuriale. Il gruppo scultoreo, quasi statue a tutto tondo, si deve forse alla mano del Maestro dei Mesi di Ferrara e dunque potrebbe risalire ai primi anni del XIII secolo.

Apparizione della Stella, Cappella Bolognini

In ambito gotico è da segnalare l’estrosità e la maestria di Giovanni da Modena nella cappella Bolognini in San Petrionio a Bologna. Giovanni, attivo in San Petronio nella prima metà del XV secolo, raffigura i Re Magi abbigliati secondo la moda nordica in voga ai suoi tempi. Personaggi con cappelli, scarpe a punta e abiti finemente decorati affollano le otto scene del viaggio dei tre Re verso Betlemme. Dettagli come i cappelli ungheresi appuntiti, gli stivali larghi, le barbe acconciate in modo stravagante e un giullare con le campane parlano dell’influenza sull’arte di Giovanni del gotico internazionale che qui l’artista riporta con uno stile sontuoso ed esotico, probabilmente alimentato dal contatto con l’arte della corte viscontea e con visitatori stranieri a Bologna.

Elisabeth Mantovani

Guida turistica e storico dell’arte

www.elisabethmantovani.blogspot.it

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Bonifacio VIII, il papa re

Bonifacio VIII indice il giubileo del 1300, Giotto, affresco staccato in San Giovanni in Laterano (Roma)

Questo sì, che è un bel regalo.

Il migliore che avesse mai ricevuto a Natale, pensava soddisfatto Benedetto; e si guardava intorno, ammirando gli affreschi della splendida Sala Maggiore di Castel Nuovo.

Voleva il papato, e l’aveva ottenuto.

Osservava compiaciuto e beffardo le facce dei suoi rivali, i suoi complici, i suoi elettori. Li fissava in volto, uno per uno, al tempo stesso con riconoscenza e aria di sfida.

Hugues Aycelin de Billom, cardinale vescovo di Ostia e Velletri: decano del Sacro Collegio; il francescano umbro Matteo d’Acquasparta, vescovo di Porto e Santa Rufina, subdecano del Sacro Collegio: il suo amico più fidato e il principale artefice della sua elezione. Gerardo Bianchi, vescovo di Sabina, che di conclavi ne avrebbe fatti altri due, il ricchissmo Giovanni Boccamazza, vescovo di Frascati; Simone di Beaulieu di Palestrina, creato cardinale da Celestino; Bérard de Got, vescovo di Albano, anche lui creatura di Celestino, ma destinato a diventare uno dei suoi più stretti collaboratori. L’anziano Pietro Peregrosso detto Milanese, cardinale prete di San Marco, che sarebbe morto di lì a poco. Tommaso d’Ocre, cardinale prete titolare di Santa Cecilia; uno dei più pericolosi: appartenente all’ordine di Celestino, era stato costretto dal Papa contadino ad accettare la porpora ed era diventato uno dei protagonisti del suo breve pontificato, dimostrando scaltrezza e determinazione.

E poi c’era Jean Le Moine, cardinale prete titolare dei Santi Marcellino e Pietro: di umili origini, anche lui era stato nominato da Celestino, ma era molto più facile da controllare. E poi c’erano Pietro d’Aquila, prete titolare di Santa Croce in Gerusalemme, Guillaume Ferrier di San Clemente, Nicolas de Nonancour di San Marcello, il cistercense Robert de Pontigny, prete titolare di Santa Pudenziana e il benedettino Simon d’Armentières, cardinale prete titolare di Santa Balbina e Giovanni di Castrocoeli di San Vitale, Landolfo Brancaccio di Sant’Angelo in Pescheria e Guglielmo de Longhi, cardinale diacono di San Nicola in Carcere Tulliano: tutte creature di Celestino, ma tutti facilmente manovrabili.

Poi c’erano gli Orsini, suoi alleati: Matteo Rubeo, diacono di Santa Maria in Portico Octaviae e Napoleone Orsini, diacono di Sant’Adriano.

Infine gli acerrimi nemici: Giacomo e Pietro Colonna, dannata stirpe di un dannato sangue.

Li avrebbe entrambi deposti scatenando una guerra per la quale avrebbe pagato un prezzo altissimo. Ma c’era ancora tempo per la guerra: e al diavolo i Colonna, Alighieri con l’Inferno, Filippo il bello e terribile, Sciarra e il suo schiaffo e Jacopone da Todi, pauperista, sovversivo e menagramo. Ora era il momento del trionfo: lui, Benedetto Caetani da Anagni, cardinale prete titolare dei Santi Silvestro e Martino, ce l’aveva fatta: era diventato papa.

Grazie, amici miei – passava in rassegna i volti di tutti; scrutava i loro occhi sorridendo e poi tornava a guardarli in faccia – ve ne sarò eternamente grato. Ma adesso, adesso vi ho fregato, adesso sono io che comando. Adesso sono il Papa, il Pontefice Massimo, il Vicario di Cristo. Il Servo dei Servi di Dio. Sì, certo, come no: l’ha detto san Gregorio e lo confermo; purché i servi di Dio servano con obbedienza il loro Servo.

C’erano voluti due anni per eleggere Celestino V, e appena ventiquattro ore per sostituirlo.

Il papa questa volta – per la prima volta – non era morto: si era dimesso. Eh sì, c’era anche il suo zampino, dietro quelle dimissioni; ad ogni modo era stata rispettata la prassi, che prevedeva dieci giorni di lutto dopo la scomparsa del pontefice, prima di procedere all’elezione del suo successore.

Questa volta, per la prima volta in tredici secoli, il papa non era finito sotto terra ma dentro una roccia, tornato nell’eremo da cui era venuto e in cui – in verità – non sarebbe rimasto a lungo. Oh, no: lo scisma era già alle porte e Bonifacio non poteva permettersi un rivale a piede libero. Gli spirituali francescani, i Colonna, i fedeli delusi da una Chiesa che dopo avere assaggiato la povertà sarebbe tornata al suo sfarzo, non avrebbero aspettato per fare di Celestino il proprio papa – il vero papa – contrapponendolo all’usurpatore, all’anticristo di Anagni. No, non poteva permetterselo, un rivale in libertà, e quindi lo avrebbe fatto inseguire, catturare e ospitare con tutti gli onori, beninteso, nella Rocca di Fumone, vicino Frosinone. Tutti gli onori: compreso un chiodo in testa; giusto per assicurarsi che nessun ribelle potesse liberarlo, catturarlo, usarlo suo malgrado per fare la guerra al legittimo papa. Il papa felicemente regnante.

Insomma erano passati dieci giorni dalle dimissioni di Celestino V e il Conclave si era riunito: era il 23 dicembre 1294.

Il giorno dopo, alla Vigilia di Natale, Benedetto era stato eletto Sommo Pontefice della Chiesa Universale.

Tutto preparato, dicevano i maligni: Caetani aveva usato quei pochi mesi di fragilissimo pontificato per comprarsi i voti dei cardinali. Comprati o no, certo era riuscito a convincerli che era lui, l’uomo della Provvidenza.

Mentre Celestino si faceva manovrare da Carlo lo zoppo e cercava di farsi proteggere dai suoi frati regalando loro posti di potere come un qualsiasi papa nepotista, Benedetto si lavorava il Concistoro e insinuava nella coscienza del papa regnante il dubbio – poi la certezza – di non essere assolutamente adatto a portare sulle sue spalle il peso della Suprema Responsabilità.

Infine, da esperto giurista, gli aveva spiegato come e perché da Vicario di Cristo ci si poteva dimettere, e che l’atto con cui il papa contadino si preparava a rinunciare al suo ruolo era inaudito ma legittimo.

Lo aveva aiutato a preparare i documenti e il rituale e nel frattempo si era assicurato la successione.

Ed era giusto così: lui, al contrario di Pietro Angelerio del Morrone, era proprio nato per fare il papa: colto, laico, esperto di diritto, ambizioso ma al tempo stesso raffinato diplomatico.

D’altra parte Benedetto Caetani con il potere in mano c’era nato: la sua famiglia era tra le più importanti della Roma medievale e contendeva il primato proprio agli Orsini e agli odiati Colonna.

Benedetto ammirava la bellezza del Golfo di Napoli al tramonto, fuori dalla finestra. Uno spettacolo magnifico, si diceva, ma al quale si sarebbe sottratto volentieri: non vedeva l’ora di lasciare quel luogo e tornare a Roma. Vedi Napoli e poi muori; oppure dattela a gambe: Carlo aveva già fatto troppi guai e lui – Bonifacio VIII – non si sarebbe mai adattato a fare la marionetta del re di Napoli come il suo ingenuo e indegno predecessore.

In fondo il nome che aveva scelto era già tutto un programma: Bonifacio IV era il papa che aveva ottenuto dall’imperatore Foca di poter trasformare il Pantheon in una chiesa cristiana; ottavo a indossare quel nome, Benedetto si sarebbe posto al crocevia tra la Roma antica e la Roma cristiana.

Aveva 64 anni, ma il cuore di un ventenne: si sentiva eccitato come quando adolescente aveva lasciato Roma per andare a studiare a Todi, come quando, poi, si era trasferito a Bologna laureandosi in diritto canonico.

Si sentiva galvanizzato e superbo come quando, iniziando la carriera diplomatica in Laterano era partito per una delicatissima ambasciata in Inghilterra ed era stato arrestato, finendo rinchiuso nella Torre di Londra, per essere infine scarcerato dal re in persona. Galvanizzato e superbo – così si sentiva – come quando era stato mandato in Francia, a seguito del cardinale Simon de Brion, futuro Martino IV, con lo scopo di sollecitare l’ascesa al trono napoletano di Carlo d’Angiò (non l’avesse mai fatto, si diceva adesso).

Si sentiva una divinità, Bonifacio, come quando a 51 anni – da laico – aveva ricevuto la porpora cardinalizia e aveva assaggiato il potere, quello vero.

Da laico, sì. Perché laico era stato per tutta la vita, Benedetto Caetani. Si era fatto ordinare prete da appena tre anni. La tiara lo aveva trovato freschissimo come uomo di preghiera e di mistero, ma veterano quanto a politica e gestione del potere.

Al suo terzo conclave, Benedetto si era trovato tra i protagonisti di una delle maggiori crisi della Chiesa medievale: uno stallo durato due anni, con un’assemblea di soli dodici cardinali che pure non riuscivano a mettersi d’accordo. Da una parte c’erano i Colonna e dall’altra tutti gli altri: avevano cambiato quattro sedi (Santa Maria sopra Minerva, Santa Maria Maggiore, Santa Sabina a Roma, e poi si erano spostati a Perugia), affrontato un’epidemia di peste, disordini e proteste di un popolo esasperato, infine l’invasione di campo di Carlo D’Angiò, che lo stesso Benedetto si era arrogato il compito di cacciare dal palazzo.

Quando il 5 luglio 1294 era arrivata la lettera di Pier del Morrone, che aggiungeva la sua voce a quella di chi preannunciava castighi divini se non si fosse provveduto a dotare la Chiesa di un nuovo pastore, Benedetto aveva appoggiato l’idea di Latino Malabranca di fare papa proprio lui. All’inizio era sembrata una follia chiamare sul trono di Pietro un eremita che non solo non era cardinale, ma era totalmente privo di esperienze di governo, digiuno di qualsiasi dinamica di potere; ma in fondo un monaco vecchio e ingenuo, inesperto e ignorante ma con fama di santità e venerato e rispettato da tutti, era quello proprio quello che ci voleva per guidare questa fase di transizione, donando nuova simpatia alla Chiesa, mentre i cardinali si mettevano d’accordo in santa pace: senza le pressioni, l’attenzione, le dannate aspettative del Conclave, decidere chi di loro avrebbe fatto il papa, tutto sommato, sarebbe stato molto più facile e discreto.

Benedetto non si era sbagliato – ma quando si sbagliava? – e così erano andate le cose: ventiquattro ore per formalizzare una decisione già presa in altre stanze.

Aveva fatto un capolavoro – suvvia, bisognava riconoscerglielo: era partito da una minoranza assoluta, basti pensare che 13 dei 22 cardinali li aveva scelti proprio Celestino – ed era riuscito in poco tempo ad annodare tutti i fili del consenso.

E ora – a Natale – era papa.

Ripensava a Carlo Magno, anche lui salito sul gradino più alto nel giorno di Natale: la mattina del 25 dicembre era stato incoronato imperatore da papa Leone III.

Quel giorno insieme a Cristo era nata anche un’epoca: era nato il Sacro Romano Impero, era nato il più grande sovrano cristiano che la storia avesse mai ricordato.

Mezzo millennio dopo oggi, oggi insieme a Cristo nasceva un’altra epoca, nasceva il mondo moderno, nasceva un sovrano che finalmente avrebbe identificato nella sua persona potere temporale e potere spirituale. Perché con Bonifacio VIII l’imperatore laico non si sarebbe limitato a mettere la sua corona nelle mani del Vicario di Cristo, no: adesso ci avrebbe messo tutto il suo potere. Con Bonifacio VIII il papa, più che servo dei servi di Dio, sarebbe diventato il re dei re cristiani, l’imperatore degli imperatori, l’autorità suprema a cui tutte le teste coronate si sarebbero inchinate; la voce di Dio che nessuno si sarebbe potuto permettere di ignorare, il sole che illumina tutti i pianeti, la più alta autorità sulla terra perché l’unica emanata direttamente dal Signore dei Cieli.

E Roma, la sua amata Roma – strappata proprio da Carlo Magno al suo ruolo di capo del mondo, umiliata da secoli di potere in esilio – Roma, la sua amata Roma sarebbe tornata ad essere il cuore dell’impero, il centro dell’umanità, la meta di tutti i pellegrinaggi: tutto il mondo sarebbe venuto per ammirare la sua bellezza e pregare sulle tombe degli apostoli. E poi inchinarsi di fronte a lui: Bonifacio VIII, il papa.

Arnaldo Casali

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La leggenda nera di Ortensia Baglioni

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Veduta di Parrano (Terni), uno dei feudi di Ortensia Baglioni – foto Elena Volterrani

Nel corso della sua lunga e tormentata vita perse quattro figli e tre mariti. Una donna decisamente molto distratta; o estremamente pericolosa.

È ricordata come la “Lucrezia Borgia di Parrano”, ma il paragone con Ortensia Baglioni, in realtà, è ingeneroso nei confronti della povera Lucrezia, vittima di una fama pessima ma comunque immeritata.

Ortensia, invece, con tre mariti e due figli ammazzati è senza dubbio la donna più scaltra, letale e spregiudicata della storia a cavallo tra Medioevo e Rinascimento.

D’altra parte tra cospirazioni e intrighi di palazzo, lei, c’era nata e cresciuta: figlia del conte Antonio Baglioni e di Beatrice Farnese, Ortensia è nipote sia della bellissima Giulia Farnese, amante di papa Alessandro VI Borgia che di suo fratello Alessandro Farnese, il futuro papa Paolo III.

È proprio lo zio cardinale a darla in sposa nel 1531 a Sforza Marescotti, un soldato rampollo di un’antica e gloriosa famiglia bolognese. Dall’unione nascono Alfonso e Beatrice; appena sette anni dopo il matrimonio, però, Sforza viene assassinato dai suoi vassalli. Vedova tutt’altro che inconsolabile (e anzi – si mormora – mandante del delitto) l’anno successivo Ortensia sposa Girolamo di Pier Giovanni di Marsciano, con cui fa altri due figli: Marcantonio e Girolamo. Anche il secondo marito sei anni dopo toglie il disturbo, ucciso da un piatto di maccheroni avvelenati servitogli dall’amorevole consorte.

Il borgo di Pornello (Terni) – Foto Fiorenzo Lo Grasso

Tempo quattro anni, e il 7 maggio 1549 Ortensia convola a terze nozze con il conte Ranuccio Baglioni, ponendo però come condizione che lo sposo le assegni i feudi di Parrano e Pornello. Anche con Ranuccio Ortensia concepisce due figlie, Elena e Lavinia. Ma poi si libera del marito: esattamente come Sforza, infatti, il 18 settembre 1553 il conte viene ucciso in un agguato tesogli dai vignanellesi, esasperati dalle continue vessazioni del loro padrone ma anche stavolta, si dice, istigati dalla signora.

Nel frattempo è scomparso Paolo III Farnese e a succedergli è il cardinale Giovanni Maria Ciocchi Del Monte, che ha assunto il nome di Giulio III. Il nuovo papa è zio di Ascanio Della Corgna, Capitano generale della fanteria e della cavalleria e cognato di Ranuccio, di cui ha sposato la sorella Giovanna. Due giorni dopo l’omicidio, Giulio III mette le due bambine sotto la tutela di Ascanio, affidandogli anche i feudi di Vignanello e di Parrano, mentre la guardia papale arresta Ortensia. Il tribunale pontificio ascolta molti testimoni, tra cui il cardinale Tiberio Crispo di Orvieto, secondo il quale la donna è “onesta e una buona moglie”, mentre Ranuccio viene descritto come un violento che trattava malissimo i suoi vassalli “sichè dico meravegliarme che non prima sia stato ammazzato da quelli suditi”. Il processo si conclude con l’assoluzione della donna: sulla forca finiscono cinque paesani.

Nel 1565 Ortensia, che ha ripreso possesso del suo feudo, scrive il proprio testamento lasciando al figlio Alfonso il castello di Vignanello e a Elena e Lavinia quello di Parrano. A Girolamo, invece, lascia un altro piatto di maccheroni avvelenati e anche Lavinia muore “atossicata” ancora giovanissima, mentre Marcantonio si toglie di mezzo da solo per morte naturale. Ma su nessun decesso viene aperta una indagine.

Lo stemma Marescotti-Farnese

A impedire a Ortensia di rimettere le mani sul feudo di Parrano, resta però la contessina Elena, il cui tutore è lo zio Ascanio. Determinata a manovrare la vita della figlia, appena compie 14 anni comincia a cercarle un marito, ma deve scontrarsi con i ripetuti rifiuti della ragazza. Il conflitto raggiunge tali livelli che per proteggere la contessina dalle grinfie della madre il papa arriva a far rinchiudere la giovane in monastero e a proibirle di contrarre matrimonio senza la sua autorizzazione. Ortensia, nel frattempo, si è insediata nel castello, approfittando dell’assenza di Elena che vive a Perugia dagli zii, e tollera l’invasione materna solo “per honore suo per non la cacciare via”.

La velenosa contessa, che non si fa certo intimidire dall’ostilità della ragazzina, scrive al cugino Alessandro Farnese. E spiega di essere a Parrano proprio su invito della figlia; “Questo castello monsignor mio mi riesce molto meglio che io non pensavo: vassalli fidelissimi et amorevolissimi; solo ce manca uno buono patrone che tema Idio et governa le sue pecorelle iustamente”. Ortensia manda in continuazione messaggeri a Perugia perché convincano la figlia a raggiungerla a Parrano, ma Elena non ha nessuna intenzione di lasciarsi avvicinare dalla madre e quando la vede arrivare non le permette nemmeno di entrare nel palazzo. La donna non sia arrende e in occasione della Pasqua del 1567 tenta un nuovo approccio mandando come ambasciatore il figlio Alfonso. Durante il pranzo, però, l’erede fa alla sorella uno strano discorso, che suona come un sinistro avvertimento: “Se vostra Signoria morisse, signora contessa, a me mi resterebbe qualche cosa di vostro: ma se morissi io non ve resteria a voi cosa alcuna de mio; perché io ho figli”.

Convinta che la madre voglia eliminarla per lasciare tutto al fratello, Elena è ancora più decisa a non mettere piede a Parrano. Tuttavia, le mani della famigerata Ortensia riescono a insinuarsi fino a Pieve del Vescovo, dove la contessina sta passando un piacevole soggiorno in compagnia della zia Giovanna. È il 23 aprile ed Elena è abbastanza incauta da lavarsi il viso con l’acqua da toletta che la madre le ha mandato “per rendere più liscia la pelle”. Qualche ora dopo l’applicazione dell’unguento la ragazza si sente male e dopo due giorni di agonia muore, all’età di sedici anni. Il corpo viene trasportato a Perugia, accompagnato “da circa cento contadini et altre genti con lumi” e seppellito nella chiesa di San Fiorenzo a Porta Sole. Prima, però, viene chiesta un’autopsia perché il cadavere si è gonfiato ed è diventato nero, e il Papa ordina un’indagine. Quando il 7 maggio 1567 il commissario pontificio Gandolfi giunge a Parrano, Ortensia – circondata da un piccolo esercito formato da vassalli e da banditi – si rifiuta di consegnargli il feudo. Gandolfi è costretto a desistere ma una settimana dopo torna, prende possesso del castello e trascina Ortensia davanti al Governatore di Roma.

Castel Sant’Angelo. Costruito nel II secolo d.C. come mausoleo per le spoglie dell’imperatore Adriano, fu spesso utilizzato come luogo di prigionia

Rinchiusa ancora una volta a Castel Sant’Angelo, la donna viene assolta da tutte le accuse e ritorna in possesso del castello e degli altri beni sequestrati. E il 9 marzo 1574 dona al nipote Marcantonio di Alfonso i castelli di Vignanello, Parrano, Pornello e Mealla “per la conservazione della famiglia”.

Alfonso e Marcantonio, divenuti i padroni assoluti, scatenano la loro ferocia con delitti e vessazioni ai danni delle popolazioni sottoposte, offrendo anche rifugio a banditi provenienti dal Regno di Napoli, tanto da attirarsi addosso anche un’inchiesta ordinata da papa Gregorio XIII che culmina con uno scontro armato e l’arresto per ribellione e lesa maestà.Scarcerati tre anni dopo, padre e figlio tornano nei loro feudi. Le nefandezze continuano. Ortensia si sfoga con il cugino cardinale: “Quando io pensavo dopo tanti stenti et mie fatighe potermi riposare, mi trovo afflitta da un figliolo tiranno, che sempre è andato peggiorando. Et il patir mio è infinito”.

Intanto, nel 1574 Marcantonio ha sposato Ottavia di Piefrancesco Orsini conte di Bomarzo, il committente del celebre Parco dei Mostri. Avranno sette figli, ma anche molti guai: tanto è violento e arrogante il marito, infatti, che la donna arriva a intentargli una causa per ottenere la separazione.

Alfonso morirà a Roma il 25 marzo 1604, lasciando tutto il potere nelle mani del figlio, che rispetterà la tradizione di famiglia: finirà ammazzato in un agguato tesogli la notte del 4 settembre 1608, finito con due colpi di archibugio e poi straziato con un’accetta.

In compenso tra i sette figli di Marcantonio non mancherà una santa: Clarice, monaca francescana canonizzata nel 1807 da Pio VII. Un’altra pargola, invece, viene chiamata proprio con il nome della famigerata bisnonna: futura marchesa di Fabro, nascerà appena quattro anni dopo la morte di Ortensia, che si spegne serenamente – se così si può dire – il 12 aprile 1582. Con sette morti sulla coscienza e due processi per omicidio. Ma un patrimonio ricchissimo e indiviso.

Arnaldo Casali

Articolo pubblicato su MedioEvo N° 259 di agosto 2018

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L’arte del giullare

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Miniatura tratta dalle Storie della Bibbia (1443, Koninklijke Bibliotheek, L’Aia)

La parola giullare deriva dal latino joculator, a sua volta proveniente da jocus (scherzo, gioco), ma i giullari nel medioevo, sebbene basassero il loro repertorio sullo scherzo e sul gioco, dovevano stare molto in guardia e calibrare ogni parola. Il gioco, più che liberarli, poteva diventare un giogo, farli quindi imprigionare e finire il resto dei loro giorni in una buia e tetra segreta.

Solitamente fornito di un ampio bagaglio culturale, il giullare medievale conosceva la storia e le storie, usava la fantasia e le abilità linguistiche, sapeva improvvisare versi così come comporre canti cavallereschi e d’amor cortese. Girava così di corte in corte in cerca di una dimora e di un pasto, e a volte grazie alla sua arte poteva assurgere a favorito dei principi e dei re.

Il giullare poteva esserlo di professione e allora era musico, danzatore, giocoliere, ammaestratore, acrobata, lottatore, cantante, trampoliere, poeta e narratore per diventare un caleidoscopio di attività e di mestieri. Aveva senno e «provedenza / in ciascun mestiere» e, come testimonia Ruggieri Apugliese, giullare e poeta siciliano del XIII secolo, so «bene esser cavaliere / e donzello e bon scudiere, / mercatante andare a fiere, / cambiatore ed usuriere […] so cantare, / fisica saccio e medicare, / so di rampogne e so’ zollare […] Orfo so’ e dipintore, / di veggi e d’arke facitore, / mastro di petre e muratore / bifolco so’ e lavoratore […]».

“Fou ne croit, s’il ne recoit”, il giullare non crede se non riceve. Miniatura tratta da Libro d’Ore con proverbi (XV secolo, Bibliothèque Nationale de France, Parigi)

Insieme a tutte queste specificità, arti e artifici, il giullare si ammantava anche di effluvi solforosi: la sua lingua aguzza, tagliente e biforcuta lo rendeva prossimo al diavolo, il diabolo, l’essere dalla doppia lingua. È per questo che veniva considerato troppo spesso un essere spregevole e dunque confinato ai margini della società, sia da vivo che da morto: la terra che lo avrebbe accolto sarebbe stata quella sconsacrata, lo stesso destino che spettava alle meretrici, che come lui vivevano dello sfruttamento del proprio corpo. Infatti accanto all’istrio scurre esisteva anche l’istrio turpe: mentre il primo si produceva in volgarità verbali, il secondo si lasciava andare a oscenità fisiche.

Oggi riemerge rivitalizzato e forse purificato dalla tradizione popolare delle rievocazioni storiche, un novello giullare erede di quella lontana tradizione, ma meno poliedrico e più specializzato: a volte attore, musico o solo giocoliere, altre acrobata, trampoliere e menestrello. Fra queste specificità quella che maggiormente gode di una propria originalità e non eccessiva riproducibilità tecnica, per dirla con Benjamin, è la figura dell’improvvisatore in versi, poeta estemporaneo che riflette se stesso nello spettatore: e la parola si fa nota, dun- que diventa musica, canta e incanta. Cercando l’appoggio e la collaborazione del pubblico, l’improvvisatore ne rapisce l’attenzione, ne carpisce le intenzioni, crea una tenzone dialogica, che va verso lo spettatore e lo spinge a vivere la tensione dell’attesa che nasce dall’ignoto.

Giullare (Jean Fouquet), presunto ritratto del buffone Gonnella

L’improvvisazione diventa così l’arte di mescolare, miscelare e unire. Una sorta di moderna alchimia dove nel crogiolo dei senza palco moderni si fondono le doti istrioniche, l’abilità teatrale, la comicità pungente, la cultura profonda, la rapidità cerebrale, il guizzo inaspettato, la sagacia buffonesca, l’intelligenza acuta, e la psicologia raffinata: uno spettacolo vivo, mai ripetitivo, che di volta in volta rinasce come la Fenice, ma non dalle proprie ceneri, bensì dalle scintille zampillanti della lingua italiana.

Il giullare di oggi è figlio diretto della tradizione medievale, che solo a tratti lambisce i rimandi tardo-rinascimentali dell’arte affabulatrice di Dario Fo e quelli più schiettamente contadineschi di Roberto Benigni. Che ne sarà del giullare nell’epoca invasa dalla cibernetica, dal digitale, dalle macchine, dalle app e dai social? Sarà in grado di trovare uno spazio tutto per sé una professione prettamente artigianale ma legata all’immateriale, al semplice prodotto del proprio intelletto o della propria abilità fisica? Accadrà anche al mestiere del giullare, come ad altre professioni, di essere sostituito da una macchina, fagocitato dalla tecnologia? O sarà come per il libro cartaceo, che attraverserà i secoli e arriverà a noi con tutto il suo fascino, a differenza dell’e-book, che a stento sopravvive al proprio possessore?

L’uomo può disumanizzarsi, ma la macchina non può diventare umana, in particolare nell’ambito dello spettacolo, quello dal vivo, che si regge su uno scambio di energia fra l’attore e lo spettatore: un equilibrio fatto di sguardi, ammiccamenti, gesti, sentimenti, un rispecchiarsi l’altro nell’uno. Le macchine tutto questo non lo sanno e non lo potranno mai sapere. Più questa società si farà tecnologica, meno spazio ci sarà per l’uomo, ma a lungo andare, in un tempo non troppo lontano, sarà necessario rimettere al centro l’essere umano, con la passione, il sudore e le parole per continuare a gioire, a divertire, a divertirsi.

Gianluca Foresi

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El Cid Campeador, eroe della Reconquista

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Illustrazione medievale di El Cid che uccide un nemico

La storia del Cid Campeador, cantata dai poemi epici, benché non abbia sempre basi rigorosamente storiche narra le vicende epiche di Rodrigo Díaz, grande condottiero alle prese con i turbolenti potentati della Spagna del XII secolo.

 

Poche figure sono state oggetto di controversia come il Cid Campeador, eroe della Reconquista spagnola nel Medioevo. Citato da poche fonti storiche, reso leggendario dal Cantar de mio Cid, celebre poema del 1140 circa che ne esaltava il coraggio sullo sfondo della turbolenta penisola iberica divisa tra potentati islamici e principi cristiani in cerca di potere e di gloria, di Rodrigo Díaz si è messo in dubbio la stessa esistenza.

Incerto il luogo di nascita (si propende per Vivar, non lontano da Burgos, prendendo per buone le fonti del XII secolo) così come l’anno preciso, posto dagli specialisti tra il 1041 e il 1049. Invece si tratta di un personaggio assolutamente reale: lo dimostra il documento della donazione che “Rodericus Campidoctor et princeps” fece al vescovo di Valencia del villaggio di Picassent con le sue rendite, il cui originale è oggi conservato nell’archivio della cattedrale di Salamanca. La data è il 1098; la sottoscrizione, “Ego Rudericus”.

La firma autografa di El Cid: Ego Ruderico

Chi era dunque davvero Rodrigo Díaz, formidabile condottiero castigliano che militò sotto l’egida di Ferdinando I, Sancho II e Alfonso VI e che fu signore di Valencia creandosi una fama che ha sfidato il trascorrere dei secoli?

Riproduzione della prima pagina del manoscritto del Cantar de mio Cid, 1140 ca., conservato nella Biblioteca Nacional de España

L’appellativo di “Mio Cid” con cui Rodrigo Díaz è noto nell’epica deriva dall’arabo volgare sīdī, contrazione di sayyid, “signore”. Il soprannome “Campeador”, invece, è forma spagnola che discende dal latino campi doctor, campione: se lo guadagnò, pare, vincendo a un duello con un cavaliere navarrese. Ricostruirne con precisione le vicende non è facile perché le fonti che lo riguardano, tutte tarde, sono per lo più agiografiche e scritte con toni epicheggianti. L’immagine che tendono a trasmettere è quella dell’eroe senza macchia e senza paura, del guerriero indomito e fedele al suo signore, un figlio della nobiltà minore diventato potente solo in virtù del valore del suo braccio e della sua spada. Ma, spogliata dai toni della retorica e dell’agiografia, l’epopea del Cid assume una veste decisamente più prosaica: uomo del suo tempo, bramoso di gloria e di fortuna, mise le sue indubbie capacità al servizio di chi lo pagava meglio per amore di denaro e di carriera. Ambizioso e un po’ cinico, non si accontentò di restare a guardare i potenti di turno sfidarsi l’un l’altro ma volle tentare in prima persona la fortuna, ritagliandosi anche lui il suo posto al sole. Tra luci (molte) ed ombre (altrettante), ci riuscì. E grazie al suo valore passò alla Storia.

Un regno diviso Il primo luogo comune da sfatare è che Rodrigo Díaz fosse un cadetto in cerca di fortuna. Niente di più falso, era di nobili origini: suo nonno Flaín Muñoz era conte di León e il padre, Diego Flaínez, aveva accumulato, in cambio della sua militanza contro il regno di Pamplona, un patrimonio fondiario che comprendeva gran parte della regione di Burgos (quindi anche su Vivar); la madre Teresa Rodríguez, dal canto suo, era figlia di Rodrigo Álvarez, primo conte di Asturia e suo governatore. Sin da giovanissimo si abituò alla vita di corte.

Nel 1058 entrò al servizio di Ferdinando I di León come scudiero di Sancho, futuro re di Castiglia, e all’inizio del 1063 accompagnò il principe a Saragozza partecipando, contro lo zio di questi, Ramiro I di Aragona, alla difesa della taifa dell’emiro al-Muqtadir, alleato di Ferdinando I. Si distinse, soprattutto, durante l’assedio di Graus, paese che garantiva il controllo della fertile vallata dell’Ebro. Durante la difesa, però, Ramiro fu assalito da un soldato nemico di nome Sadada che era penetrato di nascosto nel campo travestito da cristiano, e morì trafitto da un colpo di lancia al volto. Secondo la Historia Roderici, composta verso il 1185, il giovanissimo Rodrigo (allora aveva circa 14 anni) partecipò ai combattimenti e si distinse per valore. Né fu questa l’unica occasione in cui combatté accanto al suo principe. Alla morte di Ferdinando, nel 1065, la vedova aveva assecondato la volontà del re dividendo il regno di León e Castiglia tra i suoi tre figli maschi: a Sancho II toccò quindi la Castiglia, ad Alfonso VI il León e a García I la Galizia. Anche le due figlie femmine furono interessate alla spartizione, ricevendo due signorie: ad Urraca la città di Zamora, ad Elvira quella di Toro.

Le fasi della Reconquista spagnola tra l’anno 1000 e il 1212

Il giovane e ambizioso Sancho, però, non aveva alcuna intenzione di limitarsi al suo regno. Con l’aiuto di Rodrigo ingaggiò guerra contro quello di Pamplona e riuscì in breve tempo a riconquistare parte dei domini che il padre aveva perduto. Tuttavia la guerra dei “tre Sancho” (oltre Sancho II di Castiglia, a fronteggiarsi c’erano Sancho IV di Pamplona e Sancho I di Aragona) si concluse con la sconfitta.

Il re di Castiglia volle rifarsi subito dopo contro i fratelli nel tentativo di unificare il regno. Nel 1068 attaccò e sconfisse Alfonso VI a Llantada, sul fiume Pisuerga, e lo costrinse ad aiutarlo contro García che nel frattempo si era ritirato nella contea del Portogallo. Sconfitto anche García, nel 1072 Sancho volse le armi di nuovo contro Alfonso e lo battè a Golpejera grazie al determinante contributo di Rodrigo: costretto ad abdicare e mandato in esilio anche lui, Sancho II poteva finalmente riunire nelle sue mani il regno che era stato del padre. La situazione, però, era tutt’altro che pacificata. I nobili del León, desiderosi di riacquistare l’indipendenza, si allearono con le due sorelle del sovrano, che si trincerarono nei rispettivi possedimenti. Ma se Toro cadde quasi subito, la signoria di Zamora, retta da Urraca, resistette all’assedio.

Dopo sette mesi, il 6 ottobre del 1072, Sancho II veniva assassinato a tradimento, forse da un amante della sorella, mentre perlustrava le mura. A quel punto Alfonso VI, rimasto unico erede, visto che Sancho non aveva figli, si candidò a re di Castiglia: l’epica fiorita intorno all’episodio (non la storia) aggiunge che egli riuscì a ottenere la corona solo dopo aver giurato, sul sagrato della chiesa di Sant’Agata di Burgos, di non essere stato lui, d’accordo con Urraca, a ordinare l’uccisione di Sancho.

Monumento a El Cid nella città di Siviglia

Rodrigo, sempre secondo le narrazioni epiche, fu tra i promotori dell’ordalia. Egli aveva fino a quel momento ricoperto l’incarico di “armiger regis”, ossia di armigero reale: in cosa consistesse però con precisione questo ruolo non è chiaro. La Historia Roderici e altre fonti più tarde come il Carmen Campidoctoris (che risale al 1190 circa) sostengono che fosse comandante dell’esercito e vessillifero del re, ossia alférez (alfiere): in realtà tale carica assunse questa valenza solo con Alfonso VII nel secondo quarto del XII secolo e fu regolamentata da Alfonso X il Saggio nella seconda metà del XIII, quindi dopo la morte di Rodrigo, Ad ogni modo, qualunque fosse il suo vero ruolo, passò ora a García Ordóñez, che era uno dei suoi più accesi rivali.

Dalla gloria all’esilio L’abilità militare e l’intelligenza di Rodrigo gli procurarono tuttavia nel giro di breve tempo la piena fiducia da parte di Alfonso, che lo inserì tra i suoi collaboratori più stretti, come dimostrano i tanti documenti recanti la sua sottoscrizione assieme a quella dei funzionari che facevano parte della curia. Il favore del re risulta evidente anche dalla sua nomina a procuratore con l’incarico di seguire alcuni importanti processi, e soprattutto dal matrimonio, disposto dal sovrano in persona nel luglio del 1074, con Jimena Díaz, imparentata con la corona di Leon e con la più alta nobiltà asturiana. Cinque anni dopo, nel 1079, Rodrigo veniva mandato alla taifa di Siviglia, retta dal poeta al-Muʿtamid b. ʿabbād, per riscuotervi i tributi (parias). Al-Muʿtamid, all’epoca, era anche impegnato in guerra contro il regno di Granada. Poco dopo il suo arrivo in città, l’esercito granadino con i suoi alleati (tra cui c’era anche García Ordóñez ) attaccò Siviglia costringendo Rodrigo a prendere le armi accanto al re della taifa. La battaglia che seguì, a Cabra, fu vinta dal Campeador, che catturò l’Ordóñez e lo tenne in ostaggio per tre giorni. Ma invece di essere soddisfatto del suo operato, Alfonso si risentì moltissimo in quanto la spedizione militare non era stata da lui espressamente autorizzata. Inoltre il condottiero, invadendo il regno di Granada, aveva saccheggiato le terre della taifa di Toledo che erano sottoposte alla protezione della corona. L’ira del re, amplificata forse dalle invidie di alcuni membri dell’aristocrazia a lui vicini, ne comportò la caduta in disgrazia: l’8 maggio del 1080 Rodrigo firmava il suo ultimo documento da funzionario, dopo di che prendeva la via dell’esilio.

Battaglia tra Cristiani e Mori in un manoscritto del sec. XIII

Rimasto senza un impiego, il Campeador cercò subito un signore da servire, rivelando un atteggiamento che, più che un eroe senza macchia e senza paura, lo designa, più prosaicamente, come un mercenario ante litteram. Provò con i conti di Barcellona, Ramón Berenguer II e Berenguer Ramón II (più tardi soprannominato il Fratricida: e infatti non avrebbe tardato a sbarazzarsi del fratello per esercitare il potere da solo), ma ricevette un netto rifiuto. Non restava allora che bussare alle porte di uno dei tanti regni di taifa, che nel turbolento scenario politico erano sempre impegnati in qualche guerra o guerriglia. Una cronaca moresca racconta che Rodrigo fu trovato da alcuni cavalieri mentre vagava, provato e assetato, per l’Andalusia. Condotto a Saragozza davanti a Yusuf al-Mu’taman ibn Hud, passò al suo servizio e poi, dopo la sua morte, a quello del figlio Al-Mustain II.

Al-Mu’taman aveva in effetti bisogno di un condottiero abile come Rodrigo. Benché sovrano di Saragozza, taifa tributaria del regno di Castiglia, il suo potere si estendeva di fatto soltanto sulla città, mentre il resto – Lérida e Tortosa, soprattutto – era in mano al fratello al-Mundhir. A capo del suo nuovo esercito, Rodrigo difese il re contro gli assalti non solo di al-Mundhir e di Sancho I Ramírez di Aragona, che sconfisse il 14 agosto 1084 a Morella, nei pressi di Tortosa, ma anche di Ramon Berenguer II, che due anni prima, nel 1082, aveva catturato ad Almenar e liberato solo dopo il pagamento di un pesante riscatto (ne faceva parte anche la sua spada, la celebre “Tizona”). Proprio a seguito della vittoria di Morella cominciò ad essere chiamato El Cid, dall’arabo sīdī, “signore”; pochi mesi dopo, era tra gli ospiti d’onore alle nozze fastose che si celebravano il 26 gennaio del 1085 a Saragozza, nella splendida reggia dell’Aljaferia, tra l’erede al trono al-Mustaín II e la figlia del re taifa di Valencia, Abu Bakr. Il suo prestigio era ormai alle stelle.

Il difficile rapporto con Alfonso Nella primavera del 1086, però, un nuovo pericolo si profilò all’orizzonte: i berberi Almoravidi, chiamati dai mori di Spagna a portar soccorso contro il prepotente Alfonso VI, che il 25 maggio dell’anno prima era entrato trionfalmente a Toledo e ora minacciava Saragozza cingendola d’assedio, attraversarono lo stretto di Gibilterra, sbarcarono ad Algeciras e invasero la penisola. Li guidava Yusuf ibn Tashfin, che il 23 ottobre otteneva contro Alfonso un’importante vittoria nella battaglia di Sagrajas. Fu una carneficina da ambo le parti: i musulmani chiamarono il terreno dove si combatté “al-Zallaqa”, che vuol dire terreno scivoloso, alludendo al sangue che scorreva sul campo. Lo stesso Alfonso, pur sopravvivendo, perse una gamba nello scontro.

In tutte queste azioni militari il Cid non appare. Il perché della sua latitanza non è noto. Ma è certo che il suo atteggiamento dovette sollevare non pochi sospetti a corte, ora retta da al-Mustaín II nel frattempo succeduto al padre. Rodrigo si era anche riavvicinato ad Alfonso dopo che questi era stato tratto in un’imboscata a Rueda de Jalón, salvandosi per miracolo, ma nonostante le profferte reiterate del re il condottiero aveva preferito per il momento restare al servizio dei mori. Fortunatamente per Alfonso, poco dopo la battaglia di Sagrajas, Yusuf ibn Tashfin era dovuto rientrare precipitosamente in Marocco per far fronte ai problemi succeduti alla morte del suo erede: le speranze di riscossa non erano dunque ancora del tutto perdute, a patto di riconciliarsi con il Cid e riportarlo al suo servizio.

La cosa avvenne, non è chiaro come, entro la fine dell’anno: nel primo semestre del 1087 la firma di Rodrigo appare infatti di nuovo in calce ai documenti rogati dalla corte e il suo nome al comando delle truppe che tra il 1087 e il 1089 assoggettarono i regni musulmani di Taifa di Albarracín e di Alpuente e difesero Valencia dalle mire di Al-Mundir e del conte di Barcellona. L’idillio con Alfonso era però destinato a rompersi di nuovo quando, giunto in ritardo in difesa del castello murciano di Aledo, fu accusato di non aver prontamente obbedito alla chiamata del re: privato dei suoi beni, fu esiliato per la seconda volta cercando rifugio, di nuovo, a Saragozza, dove trovò al-Mustaʿīn II ad attenderlo a braccia aperte.

Gli ultimi dieci anni di vita il Cid li trascorse dapprima creando e poi, una volta ottenutolo, consolidandolo, il suo dominio personale a Valencia. Per farlo dovette abbattere molti ostacoli, a cominciare dal redivivo Berenguer Ramon II, che sconfisse e catturò per poi rilasciarlo poco dopo: i due nemici, in ultimo, trovarono un accordo e la fine delle ostilità fu sancita dal matrimonio tra il nipote del conte di Barcellona, Ramon Berenguer III, e la più giovane delle figlie di Rodrigo, Maria. Da questa alleanza il Cid ottenne il protettorato su tutte le province musulmane a sudovest della Catalogna, ossia dei regni di Saragozza e Lerida. L’operazione di “accerchiamento” di Valencia fu completata con la conquista di una serie di città confinanti (tra cui El Puig e Quart de Poblet, sventando pure un tentativo di attacco da oparte di Alfonso che aveva chiamato in aiuto persino alcune galee da Genova e da Pisa) e soprattutto con la protezione concessa al re di Valencia Yaḥyā al-Qādir.

La Cattedrale di Burgos, dove sono conservate le spoglie di El Cid

Una vita in guerra Fallito anche l’ultimo tentativo di riconciliazione con Alfonso, Rodrigo si diede anima e corpo al progetto che cullava da tempo: diventare signore di Valencia. L’occasione arrivò da una sommossa, iniziata nell’ottobre del 1092, a favore degli Almoravidi: il suo protetto al-Qādir rimase ucciso e il Cid pianificò l’assedio della città, che cadde il 17 giugno 1094 dopo oltre un anno di accerchiamento. Poco dopo, il 21 ottobre, gli Almoravidi, cacciati dalla città, subivano una disastrosa sconfitta a Cuarte (Quart de Poblet).

Divenuto principe di Valencia, il Cid cercò di consolidare il suo potere con una lungimirante politica matrimoniale che coinvolse le figlie, assoggettando le taifas di Jérica, Segorbe, Santaver, Alpuente, Albarracín, Tortosa e Lérida e alleandosi col nuovo re d’Aragona, Pietro I, figlio di quel Sancho Ramirez che era stato suo avversario in tante battaglie. In seguito fermò di nuovo gli Almoravidi a Bairén, nel 1097, occupando l’antica Sagunto e Almenara e rendendo suoi tributari i piccoli regni musulmani dei distretti vicini. Governò Valencia per un lustro, durante il quale si comportò in tutto e per tutto come un sovrano indipendente. Ebbe polso fermo ma anche qualche caduta di stile, come quando appena entrato in città catturò l’ex governatore Ibn Yahhaf, e lo fece torturare per sapere dove si celasse il tesoro: non riuscendoci, alla fine lo fece uccidere. Nel 1096 Rodrigo convertì la moschea maggiore in chiesa cristiana anche se per fondare la sede episcopale attese il 1098, data in cui appunto fece la donazione che sottoscrisse nel documento citato all’inizio. Ma l’uomo che visse tutta la vita in guerra non poteva certo morire in pace. Il 10 luglio (per altri a maggio, o a giugno), nel pieno dell’ennesimo assedio almoravide, Rodrigo Diaz moriva, la sua fibra forse provata dagli stenti. Non aveva nemmeno sessant’anni. Dopo tre anni la città capitolava, il 5 maggio 1102: Jimena lasciava la città portandosi dietro le ossa del marito, che seppelliva con tutti gli onori nel monastero di San Pedro de Cardeña, nei pressi di Burgos. Quel che restava di lui, profanato dai francesi nel 1808 durante la Guerra d’indipendenza spagnola, fu traslato nel 1842 nella cappella della Casa Concistoriale. Dal 1921 l’indomito guerriero, eroe e mercenario, riposa insieme alla moglie nella Cattedrale di Burgos.

Una delle numerose statue equestri dedicate all’eroe della Reconquista spagnola

Protagonista dell’epica L’epopea di Rodrigo Díaz conquistò subito la fantasia di trovatori, dei giullari e dei poeti erranti, che diffusero le sue gesta dapprima in Spagna e poi in tutto il continente. Il poema più celebre che lo vede protagonista è il “Cantar de mio Cid”, composto da autore ignoto probabilmente tra il 1140 e il 1207 e conservato in un unico manoscritto oggi alla Biblioteca Nacional de España. Il testo fu vergato da uno scriba (per altri, l’autore effettivo del testo) che si firma Per Abbat: articolato in 3730 versi, è uno dei primissimi documenti letterari in lingua castigliana. Convenzionalmente viene suddiviso in tre parti: Canto dell’esilio, Canto delle nozze e Canto dell’oltraggio. Pur mantenendo un tono decisamente realistico rispetto al resto dell’epica europea medievale (si pensi, ad esempio, alla “Chanson de Roland”) ed essendo privo di quegli elementi magici tipici della letteratura del genere, il Cantar non può però essere considerato fonte storica attendibile. Né lo sono, almeno non del tutto, le altre opere medievali legate alle imprese del Campeador: dalla “Historia Roderici” (o “Gesta Roderici Campi Docti”), cronaca scritta in latino intorno al 1125 al “Carmen Campidoctoris”, poema scritto anch’esso in latino tra il 1083 e l’inizio del secolo successivo. Tutti questi testi sono agiografici e tendono a presentare il Cid come un campione della Reconquista, o addirittura un eroe nazionale ante litteram, cavaliere leale e coraggioso e fedele al suo signore: immagine assai lontana da quella, invece, del guerriero indomito e del fine stratega che mise la sua spada al servizio dei potenti allo scopo di raggiungere un potere territoriale personale.

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Liutprando e l’apogeo dei Longobardi

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Arca di Sant’Agostino (1362, basilica di San Pietro in Ciel d’Oro, Pavia). Particolare della formella che ritrae l’arrivo del corpo di Agostino a Pavia e l’ingresso in San Pietro in Ciel d’oro con il re Liutprando

Il secolo VIII, l’ultimo di vita del regno longobardo, coincise con il momento della sua massima potenza politica nonché con l’apogeo del suo splendore artistico. Ad incarnare questa “età dell’oro” fu l’energica figura di Liutprando. I 32 anni (712-744) in cui il sovrano sedette sul trono furono decisivi sotto molti aspetti: se sul piano politico egli cercò di riorganizzare le strutture del regno, ingrandendone i confini ai danni dei bizantini e combattendo i particolarismi e le spinte autonomistiche dei ducati più periferici e potenti, sul piano religioso favorì il trionfo definitivo del cattolicesimo e l’abbandono delle tradizioni tribali di stampo pagano, che ancora allignavano nelle élite guerriere del regno. Sul piano sociale, inoltre, Liutprando mirò al superamento delle differenze tra Longobardi e Italici, e lo ottenne per mezzo non solo della conversione al cattolicesimo, ma anche del fondamentale strumento della legislazione. Infine, il re conferì grande impulso all’arte e all’edilizia, improntando un’epoca – quella della cosiddetta “rinascenza liutprandea” – in cui videro la luce alcuni dei più alti capolavori scultorei dell’età precarolingia, dall’altare di Ratchis di Cividale del Friuli (Udine) alle sculture ed epigrafi che si possono ammirare in molte abbazie e musei, come i bellissimi plutei con pavoni e grifoni di Santa Maria Teodote (Musei Civici di Pavia) o la raffinata epigrafe di san Cumiano di Bobbio.

A “Liutprando, re dei Longobardi” è dedicato l’omonimo Convegno internazionale che si terrà in due sedi, Pavia e Gazzada Schianno, dal 3 all’8 maggio 2018. Organizzato dal Centro Studi Longobardi in collaborazione con l’Università Cattolica del Sacro Cuore, il convegno – terzo della serie dopo quelli su Desiderio (2013) e Teodolinda (2015) – fornirà l’occasione per approfondire non solo la vita e la figura del sovrano, ma anche l’eredità liutprandea e la memoria che nel corso dei secoli la sua immagine e la cultura longobarda hanno ispirato a uomini di governo, letterati e artisti, fino al Novecento. Informazioni e programma completo: http://www.centrostudilongobardi.it/liutprando.html

AUTORITARIO E LEGISLATORE I Longobardi dell’VIII secolo, va detto, erano assai diversi da quelli che nel 568 avevano varcato le Alpi guidati da Alboino. Un secolo e mezzo di permanenza sul territorio italico e di contaminazioni con gli autoctoni avevano comportato una lenta ma inesorabile trasformazione della società longobarda, nonché una sempre più complessa stratificazione economica: agli antichi arimanni (o exercitales) che detenevano il potere militare all’inizio della dominazione in Italia si era ormai sostituito un più ampio ceto di possidenti (possessores) e negotiatores (ricchi mercanti) che potevano essere indifferentemente di origine longobarda oppure italica, ma che si definivano “longobardi” in quanto appartenenti all’élite dominante. Viceversa, i pauperes (uomini liberi ma non appartenenti ai ceti dominanti) erano stati progressivamente relegati ai margini della società politica, avendo perso il diritto-dovere di portare le armi che aveva, invece, caratterizzato la società tribale delle origini e che era ormai rimasto esclusiva prerogativa dei soli ceti più facoltosi.

Liutprando, che nel 712 succedette ad padre Ansprando chiudendo un decennio di lotte dinastiche seguite alla morte di Cuniperto, cercò di rafforzare l’autorità regia limitando i particolarismi, e andando perciò a scontrarsi con i potenti ducati di Benevento, di Spoleto e del Friuli che dovette combattere militarmente. Intervenne inoltre con decisione per migliorare l’organizzazione del regno e della burocrazia, aumentando il controllo sui funzionari, a partire dai duchi e dai gastaldi (iudices), i funzionari responsabili di una città sede vescovile e del territorio rurale ad essa circostante (iudiciaria).

Nel suo tentativo di ricondurre l’ordine e la pace nel regno e di consolidarne le istituzioni, Liutprando agì cercando di stabilire tra la figura del re e le élite dominanti un nuovo rapporto basato sulla fedeltà personale, visto che i funzionari con lui dipendevano direttamente dal sovrano. Inoltre si adoperò per svincolare progressivamente l’esercizio delle prerogative regie, ad esempio in ambito legislativo, dall’assemblea degli arimanni: per fare ciò si richiamò al modello tardoimperiale romano facendo discendere la propria autorità direttamente dal Dio cristiano, cui si richiamò autodefinendosi, nel prologo alle leggi emanate al principio del suo regno, christianus ac catholicus princeps. In questo fondamentale corpus legislativo , in ossequio proprio alla dottrina cristiana, Liutprando perfezionò il precedente (643) editto di Rotari introducendo nuove norme per la tutela dei poveri, delle donne (alle quali venne riconosciuta la capacità successoria) e dei fanciulli, favorendo la manomissione dei servi e vietando le pratiche pagane. Inoltre permise formalmente i matrimoni tra donne longobarde libere e romani liberi (vietati invece da Rotari), superando definitivamente le divisioni etniche ed equiparando il diritto dei due popoli, ormai concepito soltanto su base territoriale e non più sul principio della personalità, come invece era stato tradizionalmente sin dalle origini.

L’attività di legislatore di Liutprando fu fondamentale in ogni campo. Oltre al principio dell’inviolabilità dei luoghi religiosi, egli introdusse anche la pratica delle donazioni pro anima, ossia lasciti a beneficio di chiese, xenodochi e altri luoghi santi. Fino a quel momento le uniche forme di trasmissione patrimoniale erano state le compravendite e la legittima: ora con la donazione “pro anima”, si offriva da un lato lo strumento giuridico più adatto a favorire il processo di costituzione e incremento dei patrimoni ecclesiastici, e dall’altro si introducevano rilevanti elementi di novità nelle forme di trasmissione patrimoniale degli stessi Longobardi, preannunciando l’adozione del testamento, ancora sconosciuto al tradizionale diritto di stirpe.

I domini longobardi dopo le conquiste di Liutprando

TRA COSTANTINOPOLI E IL PAPATO La volitiva politica adottata da Liutprando nella gestione del regno si dimostrò direttamente proporzionale alle sue ambizioni di dominio sull’intera Italia: sfruttando i gravi contrasti che indebolivano l’Italia bizantina, lacerata dalla controversia iconoclasta, egli invase l’Esarcato riuscendo a estendere i possessi longobardi in Emilia e nella Romagna, assediando Ravenna e arrivando, con la presa di Sutri, a interrompere le comunicazioni tra l’Esarcato stesso e Roma, dal quale all’epoca dipendeva. Le sue mire, tuttavia, finirono per rivelarsi irritanti per papa Gregorio II, il quale intervenne in prima persona nella contesa e indusse Liutprando a donare “agli apostoli Pietro e Paolo” il borgo e i castelli di Sutri, in un atto che tradizionalmente è stato sempre interpretato come la “creazione” del primo nucleo del futuro potere territoriale pontificio. In seguito il sovrano tenterà di nuovo di sottomettere i ducati ribelli di Spoleto e Benevento – spalleggiati dal pontefice – arrivando alle porte di Roma per poi tornare, però, a Pavia a seguito della visita alla tomba di san Pietro. La contesa terminò quando nel 742, a Terni, il re ritenne opportuno riappacificarsi con il papato restituendo al nuovo (e a lui più vicino) papa Zaccaria alcuni territori posti ai confini del ducato romano. Nel frattempo, Liutprando aveva anche cercato con successo di avvicinarsi ai Franchi, che aveva soccorso in Provenza contro i saraceni: l’abboccamento si concretizzò accogliendo alla corte pavese Pipino, figlio di Carlo Martello, a lui inviato perché – com’era consuetudine all’epoca – gli venisse praticato il rituale taglio dei capelli che ne sanciva l’ingresso nell’età adulta e stabiliva, nel contempo, un rapporto di parentela e alleanza fra le due famiglie regnanti.

La testimonianza più nota dell’età liutprandea proveniente da Corteolona è un frammento di bassorilievo marmoreo, probabilmente un pluteo, con la testa di un animale che si abbevera ad un’anfora

UN SAGGIO COSTRUTTORE Durante le operazioni sui mari Liutprando aveva recuperato in Sardegna le reliquie di sant’Agostino, esposte alle razzie dei pirati, per portarle al sicuro a Pavia, nella basilica di San Pietro in Ciel d’Oro, che restaurò così come altre chiese e monasteri, da lui fondati e dotati cospicuamente. La sua memoria di costruttore è legata anche al sontuoso palatium regio di Corteolona, residenza suburbana situata appena fuori Pavia a monte della confluenza tra Olona e Po, che Liutprando fece ampliare partendo dall’edificio costruito dal padre. Emblematico fu il cambiamento del progetto originario, che egli stesso volle introdurre dopo il viaggio a Roma del 729 e che si risolse nell’abbandono dell’idea di un complesso edilizio termale di stampo imperiale a favore di una chiesa con annesso monastero dedicati a sant’Anastasio, un santo orientale che aveva combattuto le pratiche magiche: con questa scelta il re ribadiva sia la sua politica di munifico fondatore di edifici ecclesiastici che il suo intento, già espresso nelle sue leggi, di superare le “superstizioni pagane” ancora praticate dai Longobardi al suo tempo a favore dell’incondizionata adesione cattolica. Liutprando morì in attesa di ricevere l’ambasciata che aveva inviato a Costantinopoli, con cui, dopo aver ripreso le ostilità, stava trattando la pace e l’abbandono definitivo delle mire sull’Esarcato. «Fu uomo di molta saggezza – ricorda Paolo Diacono, che con lui e la sua età dell’oro fece terminare la narrazione della sua “Storia dei Longobardi”, trascurando volutamente il triste epilogo finale del regno -, accorto nel consiglio, di grande pietà e amante della pace, fortissimo in guerra, clemente verso i colpevoli, casto, virtuoso, instancabile nel pregare, largo nelle elemosine, ignaro sì di lettere ma degno di essere paragonato ai filosofi, padre della nazione, accrescitore delle leggi».

La targa sulla tomba di Liutprando (basilica di San Pietro in Ciel d’Oro, Pavia)

L’ODISSEA DELLE SPOGLIE Il corpo di Liutprando fu seppellito a Pavia nella cappella di Sant’Adriano, presso la chiesa di Santa Maria ad Perticas che già ospitava le spoglie del padre Ansprando; in seguito, nella seconda metà del XII secolo, i resti vennero traslati per volontà di Ulrico, abate di San Pietro in Ciel d’Oro, nell’omonima basilica che il re aveva contribuito a magnificare, accanto alle reliquie di sant’Agostino da lui recuperate. Il 6 agosto 1895 le ossa del re furono murate alla base di un pilastro, dove ancora oggi si può leggere una lapide con incisa la scritta Hic Iacent Ossa Regis Liutprandi. Il 26 gennaio scorso, la teca è stata estratta e aperta dall’équipe di paleopatologi dell’Università di Pisa diretta dal professor Gino Fornaciari, allo scopo di sottoporre quelli che la tradizione indica come i resti del sovrano agli esami antropometrici, alla datazione con il C14 e al rilevamento del Dna. In attesa dei risultati, le ossa sono state riposizionate nel pilastro pochi giorni fa, il 27 aprile. Ora è solo questione di tempo: tra qualche mese si saprà se la datazione dei resti corrisponde al periodo in cui visse Liutprando, e se quindi le ossa possano davvero essere le sue: per ora è emerso che delle tre tibie ritrovate nella cassetta, una risale al VI secolo e quindi non è sua, essendo di duecento anni precedente l’epoca di Liutprando. Se gli altri resti si rivelassero cronologicamente compatibili così da rendere plausibile l’identificazione, si potrebbe scoprire di quali patologie aveva sofferto il sovrano e ricostruirne almeno in parte le fattezze. Per ora si sa solo che il proprietario delle ossa era un uomo di età compresa fra i 35 e i 50 anni, alto circa un metro e 70, di corporatura robusta e che si cibava di molta carne, segno che era senza dubbio di nobili natali. Chissà se, Liutprando o no, sarà possibile ricostruirne il volto e la storia.

Elena Percivaldi © Elena Percivaldi / riproduzione anche parziale vietata www.perceval-archeostoria.com

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Dorotea Bucca, la prima insegnante universitaria

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Busto di Dorotea Bucca, scultore di Casa Fibbia (1680-1690 ca.), Palazzo Masetti Calzolari, Bologna

Ha aperto un varco nella Storia come solo pochissime donne sono riuscite a fare: è la Giovanna d’Arco della scienza e della filosofia, l’Ipazia di Alessandria del Medioevo, la Chiara d’Assisi del mondo laico, una precorritrice dell’intero movimento femminista.

Dorotea Bucca è la prima insegnante universitaria della storia, salita in cattedra nella prima università d’Europa, in un’epoca in cui alle donne veniva impedito di studiare anche solo per imparare a leggere e scrivere.

Come Ipazia è figlia d’arte, come Giovanna cresce in una famiglia che asseconda le sue attitudini, come Chiara è la prima donna ad assumere incarichi prettamente maschili, come altre pochissime donne del Medioevo riuscirà a farsi largo in un mondo di uomini divenendo l’autorevole maestra per centinaia di loro.

A differenza però di Ipazia (capo della scuola di Alessandria nel IV secolo), di Giovanna (condottiera dell’esercito francese alla riscossa durante la Guerra dei Cent’anni) e di Chiara (prima donna a scrivere una regola monastica), di Dorotea sappiamo pochissimo; nessuno dei suoi contemporanei, pur riconoscendone l’autorità e l’importanza, si è infatti preso la briga di raccontarne la vita, e nemmeno uno dei suoi scritti è giunto fino a noi.

Tutto ciò che sappiamo su Dorotea Bucca, di fatto, è quanto riportato nel libro di Giovanni Boccaccio Delle donne illustri. Con una piccola notazione da premettere: e cioè che Boccaccio è vissuto tra il 1313 e il 1375, mentre Dorotea dal 1360 al 1436; aveva quindi appena quindici anni quando morì il suo presunto biografo.

L’edizione del libro “Delle donne illustri” di Giovanni Boccaccio, curata e aggiornata da Francesco Serdonati nel 1596

In effetti il libro dedicato dallo scrittore fiorentino alle grandi donne dell’antichità e del Medioevo ci è giunto attraverso una stampa pubblicata da Filippo Giunti e curata da Francesco Serdonati nel 1596: è lui, dunque, l’autore del profilo biografico della prima docente universitaria donna, aggiunto – insieme a molti altri – nella nuova edizione dell’opera di Boccaccio, tradotta dal latino in volgare da Giuseppe Betussi e aggiornata “con una giunta fatta dal medesimo d’altre donne famose e un’altra nuova giunta fatta da Francesco Serdonati d’altre donne illustri antiche e moderne”.

Donati racconta che Dorotea, nata a Bologna nel 1360, era figlia di un importante insegnante dell’università di Bologna, di cui ci sono rimaste però ancora meno notizie che su di lei: Giovanni Bucco, “bolognese filosofo e medico di gran fama”.

Giovanni aveva dunque “una figliuola nomata Dorotea, la quale s’esercitò parimente nelle lettere e fece tal profitto, che ancor essa meritò di conseguire l’insegne del dottorato nello studio di Bologna nella scienza di filosofia”.

Giovanni è così fiducioso nel talento della figlioletta, da incoraggiarla nello studio delle lettere e della medicina fino a farle conseguire il dottorato in filosofia. Poco dopo Dorotea si cimenta in una pubblica lettura all’Università di Bologna, ottenendo un successo tale, che alla morte del padre nel 1390 è lei stessa a ereditare la cattedra di medicina e filosofia dello Studio bolognese. “Come ancora oggi – scrive Serdonati – appare nella camera di Bologna al campione dei lettori stipendiati”. Per continuare a insegnare agli studenti del padre, a Dorotea – che ha trent’anni di età – viene garantito uno stipendio di cento lire, cifra enorme per il periodo.

Dorotea, scrive ancora il biografo, “esercitò molti anni tale ufficio con suo grande onore e con soddisfazione di tutta la città e a udir lei concorrevano molti scolari d’ogni nazione, cosa veramente rara e degna d’esser notata e ammirata”.

La prima insegnante universitaria donna occuperà infatti la cattedra per ben 46 anni, fino al 1436, quando morirà quasi ottantenne tra la venerazione dei suoi studenti.

A differenza di molte sue “colleghe” femministe ante litteram, infatti, Dorotea affronta una carriera sostanzialmente priva di ostacoli: i suoi quasi cinquant’anni di insegnamento trascorrono serenamente nel rispetto dei colleghi e degli allievi: forse anche per questo il suo personaggio non ha “fatto notizia” ed è ignorato persino dall’Enciclopedia Treccani.

Se pensiamo a Ipazia (massacrata da fanatici cristiani), a Giovanna d’Arco, abbandonata dal suo stesso re nelle mani del nemico e bruciata sul rogo, e agli stessi scontri tra Chiara d’Assisi e il papato, ci rendiamo conto che la maggior parte delle grandi donne del Medioevo ha fatto emergere la propria grandezza attraverso il conflitto con gli uomini, pagando spesso con la vita il prezzo del carisma e dell’indipendenza.

È vero anche, però, che il contesto in cui cresce Dorotea è il migliore che la giovane intellettuale possa trovare in Europa: c’è infatti molta più apertura in Italia, riguardo all’educazione delle donne in materie scientifiche, di quanto non avvenga nello stesso periodo, ad esempio, in Inghilterra.

Trotula di Salerno (Miscellanea medica XVIII), inizi del secolo XIV

Nel suo campo Dorotea trova un antecedente innanzitutto nelle mulieres salernitane, le donne della Scuola medica di Salerno che – caso unico nella storia accademica – godevano di ancora maggiore autorevolezza dei colleghi uomini. La più celebre tra esse era Trotula di Salerno, “magistra” nata tra il 1030 e 1040 e morta verso la fine del secolo, che aveva sposato Giovanni Plateario senior, altro illustre maestro della Scuola, scritto il libro De mulierum passionibus e trovato il tempo di crescere due figli: Giovanni Plateario il Giovane e Matteo Plateario.

Contemporanee di Dorotea sono invece Albella (che compone due trattati in versi), Mercuriade (autrice di quattro opere), Jacobina Felice, Alessandra Giliani e Margherita.

Successivamente si faranno notare invece Costanza Calenda e Rebecca Guarna, fisica, chirurga e scrittrice del XIV secolo, cresciuta in un’importante famiglia salernitana e destinata a lasciare alcuni trattati su febbre, urina ed embrioni.

Quello che stupirà, però, è che Dorotea ha un precedente ancora più illustre in un mondo che immaginiamo il più chiuso in assoluto nei confronti delle donne: l’Islam.

Se l’Università di Bologna è la più antica d’Europa, infatti, è solo la terza ad essere sorta nel mondo: la prima in assoluto è l’Università di al-Qarawiyyin, a Fès, in Marocco, fondata nell’anno 859 proprio da una donna: Fatima, figlia di un ricco mercante chiamato Muhammad al-Fihri. Come la sorella Maryam, Fatima era molto istruita e aveva ricevuto una ricca eredità dal padre, che aveva voluto destinare alla costruzione di una moschea e di un centro di istruzione religiosa e politica per la comunità di al-Qarawiyyūn.

Più che delle grandi eroine che hanno legato il loro nome a imprese gloriose, quindi, Dorotea è testimone eccellente di quell’esercito silenzioso di donne che, nel corso dei secoli, hanno fatto crescere l’emancipazione femminile non attraverso atti eroici ma nella quotidianità, senza lasciare una memoria sensazionale ma dando un fondamentale contributo a rendere normale ciò che un tempo sembrava inaudito.

Arnaldo Casali

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Quel diavolo di un Arlecchino

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La Caccia Selvaggia dipinta da Friedrich Wilhelm Heine (1882)

È il 1 gennaio 1091. Un giovane prete di nome Gualchelmo sta attraversando la foresta per tornare nella sua chiesa di St. Aubin d’Anjou, nel piccolo borgo di Bonneval. Ha appena visitato un parrocchiano malato che abita oltre la foresta. Fa freddo e tira forte il vento. È normale, siamo in Normandia, a pochi chilometri dalla costa.

Gualchelmo è solo. Intorno non c’è anima viva. Quando, da lontano, si sente un rumore di cavalli al galoppo, urla di dolore, una risata diabolica. Gualchelmo si nasconde dietro una siepe, giusto in tempo per ammirare un corteo sconfinato di uomini e donne torturati da demoni. E poi una fila sterminata di vescovi, giudici e cavalieri. Tutti morti e tutti dannati. A chiudere questo exercitus mortuorum c’è un gigante a cavallo, un demone con una maschera nera in volto e una clava di legno in mano che picchia ridendo i suoi compagni di viaggio. Il prete lo riconosce, ha sentito parlare di lui, sa che ogni inverno scorrazza col suo corteo di anime morte e dannate lungo le coste normanne. E a bassa voce, mormora il suo nome: Hellequin.

Il primo a raccontare la leggenda della Mesnée d’Hellequin, la masnada di Arlecchino, è lo storico normanno Orderico Vitale nella sua Historia Ecclesiastica, terminata nel 1141. Nel centro e nord Europa pagano si credeva che in alcune notti di tempesta invernali, un essere soprannaturale guidasse un corteo di folletti, bestie e spiriti in una caccia selvaggia senza fine, tra cielo e terra. Chi fosse capitato in mezzo a questa corsa sarebbe stato rapito e portato nel Regno dei morti. Il dio o il demone infernale a capo di questa masnada cambiava a seconda della cultura.

Odino cavalca Sleipnir, cavallo a otto zampe

In Scandinavia si credeva che a capo della “Caccia Selvaggia” ci fosse la dea della morte Hel e le sue valchirie Herlequins o addirittura lo stesso Odino che cavalca Sleipnir, un cavallo a otto zampe. In Germania Odino diventò Herla King (re dell’Aldilà) e in Inghilterra Herla Cyning. L’avvento del cristianesimo trasformò gli dei pagani in demoni e gli spettri in anime dannate.

La credenza della “Caccia selvaggia” arrivò anche nel nord della Francia. Il demone ctonio, cioè sotterraneo, diventa Herlequin dopo essersi fuso con la leggenda di Hellequin de Boulogne, un conte cristiano delle Fiandre realmente ucciso nell’Abbazia di Samer intorno nel 880 d.C. mentre combatteva i Normanni.

Da lì nacque la leggenda del cavaliere dannato che ritorna nel campo dove era morto per fare penitenza dei suoi peccati passati. Lo scrive Walter Scott, l’autore di Ivanhoe, che allega il riassunto dei versi dedicati a questo conte a un suo lavoro sulla poesia scozzese, Minstrelsy of the scottish Border.

Herla King, Hellequin, Arlecchino. La trasformazione da anima dannata a diavolo comico deve molto al lavoro di Adam de la Halle, trovatore del XII secolo in lingua d’oil.

Zuffa tra Alichino e Calcabrina, illustrazione di Gustave Doré relativa al XXII canto della Divina Commedia

È il 1 maggio 1262 e ad Arras, nella sua città natale, Adam detto “il gobbo” mette per la prima volta in scena Jeu de la Feuille, considerato uno dei più antichi esempi di teatro profano del Medioevo. Protagonista dell’opera è Herlequin Croquesots, un diavolo comico con una maschera nera che mima un ghigno diabolico: ha due protuberanze sulla fronte, residui delle corna da diavolo, ormai perdute. Sul palco, con in testa un mantello a cappuccio multicolore, prende in giro i cittadini del paese raccontando davanti a tutti i difetti di ognuno.

Ormai Herlequin non fa più paura: è libero di scioccare, sputare, essere scurrile, scherzare con chiunque, come un personaggio fuori dal comune. Arlecchino è diventato un diavolo comico e la sua maschera inizia a diffondersi in Francia, con qualche sporadico spettacolo in Italia. Alcune fonti dicono che Dante Alighieri avrebbe assistito a uno spettacolo del genere il 1 maggio del 1304 a Firenze oppure durante il viaggio a Parigi, che Boccaccio ci assicura il Poeta abbia intrapreso.

In ogni caso, Dante doveva averne sentito parlare, visto che inserisce un personaggio di nome Alichino nella Divina Commedia. Siamo nel XXI canto dell’Inferno. Qui i diavoli sono di casa e Alichino non fa eccezione. Fa parte dei Malebranche, il gruppo di demoni che vigila affinché i dannati della quinta bolgia dell’ottavo cerchio rimangano nella pece bollente. Alichino non ha ancora il nome di Arlecchino che oggi conosciamo, ma non perde il suo carattere comico.

Dante lo descrive come un credulone e la sua disavventura è uno dei pochi passaggi comici dell’Inferno.

Nel XXII canto, Alichino con arroganza accetta davanti agli occhi stupiti di Dante e Virgilio l’offerta del dannato Ciampolo di Navarra, che pur di non essere squartato dai diavoli promette di far sbucare fuori dalla pece bollente altri sette suoi compari. Ma in un momento di distrazione generale Ciampolo riesce a rituffarsi nello stagno bollente e a scappare dai demoni.

Per recuperare dalla figuraccia, Alichino cerca in modo goffo di raggiungerlo per uncinarlo. Ma non ci riesce. Allora il collega demone Calcabrina, infuriato, raggiunge Alichino. I due si azzuffano e cadono nella pece bollente, mentre Dante e Virgilio se ne vanno lasciando i due diavoli al loro destino.

Solo verso la fine del Cinquecento nasce l’Arlecchino che tutti conosciamo. Durante il carnevale del 1584, Tristano Martinelli, attore della Compagni dei Comici Gelosi, adattò il personaggio bergamasco Zani, per il pubblico francese, fondendolo con la maschera demoniaca di Herlequin. È Arlecchino, il servo sciocco ma all’occorrenza diabolicamente astuto, con una maschera nera ghignante e un vestito di lino grezzo, con rombi di tutti i colori per adattarsi al gusto parigino dell’epoca.

Andrea Fioravanti

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L’incoronazione di Carlo VII alias Jeanne, regina di Francia

il-ritratto-di-carlo-vii-e-un-dipinto-su-tavola-di-jean-fouquet-databile-al-1444-1450-circa-e-conservato-nel-museo-del-louvre-di-parigi

Il Ritratto di Carlo VII, dipinto su tavola di Jean Fouquet (1444-1450 circa, Museo del Louvre, Parigi)

L’inebriante odore dell’incenso si leva tra le altissime volte della cattedrale di Reims, addobbata a festa, gremita di colori, paramenti, manti, copricapi d’ogni foggia, voci, colpi di tosse, ventagli; illuminata da centinaia di candele, è uno splendore a perdita d’occhio. Ma tutti gli sguardi sono per lei: bella come mai una donna è stata bella dai tempi dell’Annunciazione, felice fino quasi a esplodere, vittima di una gioia immensa.

Jeanne attende come una sposa il suo delfino. Scintillante nella sua armatura, il volto raggiante, tiene tra le mani lo stendardo bianco, non trattiene dagli occhi le lacrime.

Il 17 luglio 1429 è il giorno più bello della sua vita. È il momento per cui ha lottato, per cui ha combattuto, per cui ha scavalcato con forza, energia e fede ogni ostacolo, contro tutto e contro tutti: contro gli inglesi invasori e contro la diffidenza della gente, contro i francesi traditori e contro il maschilismo dell’esercito. Armata solo di fede in Dio e amore di patria.

Un boato e un applauso accolgono, in fondo alla chiesa, l’ingresso della processione. La folla di fedeli e sudditi si apre in due come le acque del Mar Rosso per far passare uno stuolo di vescovi, prelati, nobili e cavalieri; e finalmente appare lui: il Delfino di Francia.

Spoglio di ogni paramento come mai Giovanna lo aveva visto prima, Carlo indossa solo una veste blu e appare ai suoi occhi bellissimo e maestoso.

L’amore, anche solo di patria, fa di questi effetti: perché certo bellissimo, Carlo VII, non è, e maestoso non lo è mai stato, con quella sua testa calva, gli occhi spenti, la faccia smunta, il fisico gracile, lo sguardo perso e sempre un po’ perplesso.

Che potesse diventare davvero re di Francia ci aveva creduto solo Giovanna d’Arco. Lui stesso non ci aveva mai pensato seriamente, fino al giorno in cui quella contadinella spiritata era piombata nel suo castello a Chinon.

D’altra parte il padre stesso lo aveva diseredato, cedendo nove anni prima il trono di Francia al re d’Inghilterra a patto che avesse preso in moglie una delle sue figlie. Ed Enrico V non si era fatto pregare: aveva sposato Caterina, sorella di Carlo e si era preso la Francia, occupandone il nord e avanzando verso sud.

Il Delfino, da parte, sua, pur rivendicando il trono – sosteneva infatti che la malattia mentale del padre avesse invalidato l’accordo con gli inglesi – si era rifugiato nel sud, girando con una corte itinerante tra i castelli della Loira e continuando a temporeggiare mentre il nemico, che assediava Orléans, si preparava a prendersi anche il resto del paese.

All’improvviso era arrivata a corte quella ragazzina, che sosteneva di essere stata mandata da Dio per cacciare gli inglesi e incoronarlo re. Carlo non le aveva dato un soldo di fiducia: non voleva nemmeno riceverla e quando, finalmente, aveva ceduto alle sue insistenze, l’aveva presa in giro mettendo un cortigiano qualsiasi sul trono e mescolandosi tra la folla. Tutto inutilmente: Jeanne, Dio solo sa come, l’aveva riconosciuto e aveva insistito perché acconsentisse a farle guidare una spedizione a Orléans.

Alla fine, s’era detto lui, non aveva niente da perdere e quella ragazza stava catalizzando incredibilmente l’entusiasmo della gente e dello stesso esercito. Così aveva acconsentito e la verginella – assurdo ma vero! – aveva cacciato gli inglesi da Orléans, avviando la riscossa della Francia e rovesciando le sorti della guerra.

Giovanna d’Arco e l’esercito francese avevano iniziato poi una trionfale offensiva nel nord della Francia. Dopo aver rafforzato gli organici e reclutato nuovi soldati, avevano risalito la valle della Loira e l’11 giugno erano arrivati a Jargeau, cittadina a 10 miglia ad est di Orléans, difesa da 700 inglesi dotati di armi da fuoco. Dopo aver conquistato i sobborghi della città, Giovanna aveva invitato gli inglesi ad arrendersi pacificamente, per poi far partire un pesante bombardamento di artiglieria prendendo una delle torri.

Arturo III di Bretagna, il Connestabile di Richemont

Poi era partito l’assalto alle mura: appena salita sulla scala, però, Giovanna era stata colpita da una pietra che si era spaccata in due sul suo elmo e l’aveva quasi uccisa. Eppure lei, miracolosamente, si era rialzata subito e la città era stata conquistata. Quattro giorni dopo avevano preso anche Meung-sur-Loire e il 17 giugno Beaugency, in una battaglia che aveva dimostrato anche le abilità diplomatiche della diciassettenne. All’assedio del castello in mano inglese, infatti, si era voluto unire il Connestabile di Richemont, alla testa di 1200 uomini. Richemont, però, a causa di vecchi rancori con alcuni nobili della famiglia reale, era stato bandito dalle terre del Delfino. L’intervento era stato quindi contestato dal duca d’Alençon, comandante delle truppe francesi, ma a sanare il conflitto era intervenuta la Pulzella, a cui non interessavano le beghe di corte ma solo la vittoria. Così aveva accolto il connestabile contestato tra i ranghi dell’esercito in cambio della fedeltà al Delfino. Di fronte a tale schieramento di forze gli inglesi non avevano potuto far altro che arrendersi; e anche qui Giovanna aveva messo a punto un capolavoro di diplomazia: aveva permesso all’esercito nemico di fuggire concedendo al comandante Richard Guétin un salvacondotto in cambio della promessa che non avrebbe ripreso le armi per almeno dieci giorni. Il giorno dopo era stata la volta di Patay, dove l’esercito inglese partito da Parigi era arrivato per contrastare quella che appariva ormai come un’inarrestabile avanzata dei francesi.

La battaglia, la prima in campo aperto, era stata persa dagli inglesi anche per stupidità: gli arcieri – punto di forza dell’esercito britannico – si erano nascosti per un attacco a sorpresa, ma il giorno prima della battaglia vedendo passare un cervo nel campo si erano lanciati alla caccia e le loro grida avevano messo in allarme una spia francese. I 1500 uomini guidati da Giovanna avevano potuto così attaccare loro, a sorpresa, cogliendo gli inglesi impreparati: la fanteria era stata sterminata e la cavalleria era fuggita. Un comandante inglese era stato catturato mentre un altro – Falstaff – era riuscito a fuggire dando origine alla leggenda del comandante codardo e vanaglorioso che sarà ripresa poi da William Shakespeare e Giuseppe Verdi nelle loro opere.

Manoscritto francese della fine del XV secolo, raffigurante i cavalieri francesi vittoriosi a Patay; gli inglesi, però, in realtà non combatterono a cavallo

Il bilancio finale era stato di oltre 2000 morti tra gli inglesi e appena 3 tra i francesi: un trionfo assoluto sotto il profilo militare, ma una immane tragedia sotto quello umano. Dinanzi ad un prigioniero inglese colpito con tale violenza da stramazzare al suolo Giovanna era scesa da cavallo e lo aveva preso tra le braccia. Lo aveva tenuto stretto, accarezzandolo e consolandolo, lo aveva aiutato a confessarsi e l’aveva accompagnato piangendo fino alla morte.

Dopo quel tragico trionfo, molte città in mano inglese si erano arrese spontaneamente, la via verso Reims era stata liberata e il Delfino poteva finalmente essere incoronato Re di Francia.

Eppure, se il popolo aveva acclamato festoso Giovanna, a corte la Pulzella aveva trovato una accoglienza freddissima. Carlo, indispettito per la riabilitazione non autorizzata di Richemont, era anche perplesso riguardo all’imminente incoronazione e Giovanna si era data da fare per rassicurarlo ed esortarlo a recarsi quanto prima verso la liberata Reims.

Poi avevano cavalcato insieme fino a Châteauneuf-sur-Loire, dove si era svolto un aspro confronto tra i notabili che consigliavano prudenza e attesa e i capitani meno influenti presso la corte, ma che avevano sperimentato sul campo il formidabile potenziale di cui disponevano: grazie a Giovanna per la prima volta l’esercito francese poteva contare sull’appoggio del popolo e sul continuo arrivo di volontari e non si poteva perdere tempo di fronte ad un simile stato di grazia.

Troyes, dove Carlo VII fu per la prima volta riconosciuto come re di Francia, fu anche il luogo in cui una decina di anni prima (21 maggio 1420) perse il diritto alla corona: con il Trattato di Troyes infatti, suo padre Carlo VI lasciava in eredità il regno a Enrico V d’Inghilterra (nella miniatura, la firma del trattato)

Alla fine la Pulzella aveva avuto la meglio e l’esercito aveva marciato risolutamente verso Reims, in pieno territorio borgognone, affrontando una nuova battaglia a Troyes. Qui il consiglio dei capitani di guerra, riunitisi dinanzi al Delfino, aveva proposto ancora una volta di interrompere la spedizione e Giovanna – esasperata – aveva fatto irruzione durante la riunione chiedendo due o tre giorni per prendere la città. Anche stavolta i fatti le avevano dato ragione: di fronte al suo carisma, Troyes si era arresa e aveva riconosciuto Carlo come proprio sovrano. Le truppe inglesi e borgognone avevano ottenuto di poter lasciare la città con quanto avevano, compresi i prigionieri ma Giovanna si era opposta e aveva costretto Carlo a pagare il riscatto per la liberazione dei francesi catturati. Il 10 luglio Giovanna la Pulzella era entrata a Troyes con la propria compagnia e, di lì a poche ore, Carlo aveva fatto il suo ingresso trionfale nella città senza colpo ferire.

L’esercito “della Consacrazione” aveva attraversato poi Châlons, dove gli era venuto incontro il vescovo accompagnato da una delegazione di cittadini e il 14 luglio Sept-Saulx, dove gli stessi abitanti avevano cacciato la guarnigione anglo-borgognona. Lungo la via Giovanna aveva ritrovato anche alcuni abitanti del suo paese natale, Domrémy, e aveva potuto riabbracciare i suoi genitori, abbandonati qualche mese prima senza nemmeno un saluto. Il 16 luglio l’esercito aveva fatto ingresso a Reims e iniziato i preparativi per la cerimonia di consacrazione del re.

Ed eccoci arrivati qui, dunque: ai due lati del presbiterio stanno gli “ostaggi” della Santa Ampolla, quattro cavalieri incaricati di scortare la reliquia che dai tempi di Clodoveo è utilizzata per consacrare ed incoronare il re di Francia, affiancati da sei esponenti della nobiltà; dall’altra parte siedono sei pari ecclesiastici. Dinnanzi a tutti gli altri stendardi, a un passo dell’altare, c’è quello bianco della Pulzella.

Giunto all’altare maggiore Carlo si inginocchia di fronte all’arcivescovo Renault de Chartres. Pronuncia i giuramenti prescritti, poi l’arcivescovo gli unge la testa e le spalle con l’olio della sacra ampolla che, secondo la tradizione, un angelo sotto forma di colomba ha affidato a san Remigio mille anni fa.

Renault consegna lo scettro a Carlo mentre viene ricoperto dei paramenti regali e del mantello di pelliccia bianca e velluto blu tempestato di gigli dorati. Infine, tutti i prelati presenti circondano il nuovo re e gli pongono sulla testa la corona.

L’incoronazione di Carlo VII a Reims, in una miniatura

Re Carlo viene poi accompagnato solennemente sul trono sovrastato dal baldacchino per ricevere l’omaggio dei sudditi, mentre i pari laici annunciano ufficialmente al popolo la consacrazione dando inizio alla festa per le vie della città.

Giovanna si avvicina a Carlo con le lacrime agli occhi, si getta a suoi piedi e lo abbraccia. Abbraccia il suo gentile Delfino, diventato finalmente il suo re. Adesso nessuno potrà più fermarli.

“O gentile re – esclama – ora è compiuto il volere di Dio, che voleva che vi conducessi a Reims per ricevere la Consacrazione, dimostrando che siete il vero re, e colui al quale il Regno di Francia deve appartenere!” .

Sono la coppia più bella del mondo, pensa lei. La più improbabile, pensa lui: l’uomo senza carisma, senza coraggio e senza bellezza ma con il sangue reale nelle vene e la corona sulla testa, che nulla ha fatto per guadagnare la sua gloria e la donna senza titoli, senza educazione e senza ambizioni, ma con una fede incrollabile, un fascino irresistibile, un coraggio imbattibile, che quella gloria l’ha conquistata solo per regalarla a lui e alla patria che rappresenta.

Carlo la guarda inginocchiata ai suoi piedi, piena di amore e di devozione. Sa di doverle tutto, ma proprio per questo quelle braccia attorno alle ginocchia iniziano a stargli strette. Per sei mesi ha obbedito a quella ragazzina, ha dovuto eseguire tutti i suoi ordini, assecondarla in ogni capriccio, difenderla da tutti i nemici, seguire le sue strategie. Ma adesso basta: adesso l’obiettivo è stato raggiunto e non ha più bisogno di lei; adesso è il re e sarà lui a decidere cosa fare.

Giovanna, da parte sua, si sente confusa e felice. L’apice della gioia è anche l’inizio dello sconforto. Ora che tutto è compiuto, ora che ha visto il popolo sollevarsi contro l’invasore e il suo Delfino diventare re, ora che si è riconciliata anche con i suoi genitori, ora che anche i suoi compaesani la acclamano come eroina, ora la sua missione è finita.

Giovanna d’Arco ritratta in un capolettera di un manoscritto del secolo XV

Quell’adrenalina che l’ha portata a compiere missioni impossibili sta venendo meno. E mentre guarda quegli occhi freddi che sembrano volerle dire: “Adesso non mi servi più, te ne devi andare” anche lei pensa la stessa cosa. Pensa che tutto sommato lascerebbe volentieri le armi per tornare a casa sua e che se dovesse scegliere un luogo dove morire sarebbe tra quei contadini che l’hanno seguita, semplici ed entusiasti, e certo non in quella corte piena di ipocrisia e opportunismo.

Ma no, non tornerà a casa, Giovanna la Pulzella; non ci tornerà mai.

Nei prossimi giorni, assegnata ad uno dei corpi di battaglia dell’esercito regio, riprenderà il cammino cavalcando a fianco al Bastardo di Orléans, accolta trionfalmente a Soissons ed a Château-Thierry, mentre Laon, Provins, Compiègne ed altre città faranno atto di obbedienza al re.

Ma in quella corte sempre più divisa da invidie e personalismi si scontreranno ancora quelli che vorranno dirigersi con Giovanna verso Saint-Denis per riconquistare la stessa Parigi e quelli che preferiranno trattare con i borgognoni per trarne vantaggio personale.

Tra i principali nemici di Jeanne ci sarà La Trémoïlle, favorito del re e acerrimo rivale di Richemont, che insieme ad altri membri del Consiglio reale convinceranno Carlo a prendere tempo e indugiare.

Una nuova battaglia la aspetterà il 15 agosto a Montépilloy; questa volta, però, gli inglesi si difenderanno bene con una siepe di pioli che impedirà ogni carica di cavalleria frontale e che Giovanna stessa cercherà di abbattere colpendola – inutilmente – con la sua spada. Alla fine, però, l’esercito inglese si ritirerà a Parigi permettendo ai francesi di raggiungere Compiègne e, da lì, Saint-Denis, luogo delle sepolture reali.

Ad un passo dalla conquista della capitale, però, Giovanna si troverà isolata. Carlo VII, deciso a percorrere la via più lenta – e remunerativa – degli accordi diplomatici, scioglierà l’esercito avviando trattative con la Borgogna e siglando una tregua di quindici giorni, mentre il Bastardo d’Orléans e la sua compagnia saranno licenziati. Giovanna, tradita dal re che lei stessa ha creato, perderà uno dopo l’altro l’appoggio di quasi tutti i nobili.

Il 21 agosto, a Compiègne, prenderà forma l’idea di una tregua più lunga. Più che delusa, Jeanne sarà furibonda: la cessazione delle ostilità proprio alla vigilia della vittoria finale aiuterà gli inglesi – allo stremo – a riprendere fiato senza ottenere alcun vantaggio per i francesi. La Pulzella con i capitani fedeli si attesterà allora presso le mura di Parigi sferrando l’assalto l’8 settembre. Arriverà con la sua compagnia fino al secondo fossato che circonda le mura, ne testerà la profondità con la sua lancia e proprio in quel momento sarà colpita alla coscia da una freccia, senza per questo arrendersi, e anzi, cercando di riempire con fascine e altro materiale il fossato. Dovrà farla trascinare via a forza il duca d’Alençon per metterla in salvo. Il giorno seguente, preparandosi a sferrare un nuovo attacco nonostante la ferita, Giovanna sarà fermata da due emissari del re che le ordineranno di tornare a St. Denis, sul cui altare deporrà solennemente la sua armatura dando addio alla guerra.

Nelle lunghe settimane di inattività in cui sarà ospite della moglie di un consigliere del sovrano, però, sarà preda della depressione.

Giovanna d’Arco in un ritratto del secolo XVI

Quando finalmente Carlo le ordinerà di accompagnare una spedizione militare a Saint-Pierre-le-Moûtier, Giovanna tenterà una disperata riscossa.

Il 4 novembre la città sarà presa d’assalto e l’esercito più volte respinto; anche quando suonerà la ritirata, però, Giovanna continuerà l’assedio sotto le mura con cinque soldati, convinta di averne attorno cinquantamila. Eppure, ancora una volta, grazie a lei l’esercito riprenderà coraggio, tornerà all’attacco e prenderà la città volgendosi poi verso La Charité-sur-Loire dove condurrà un lungo e fallimentare assedio.

Tornata a corte, nuovamente stanca della forza inattività, fra fine marzo e i primi di aprile del 1430 Giovanna si rimetterà in marcia verso Compiègne, assediata dalle truppe anglo-borgognone. Sarà la sua ultima battaglia.

Niente più che una scaramuccia – sotto il profilo tattico – segnerà la fine della più grande eroina della Francia, un assedio minore in una guerra divenuta indolente e indecisa costerà la vita alla Pulzella e il suo simbolo più bello alla Francia.

Il 26 maggio Giovanna partirà da Compiègne per lanciarsi nell’assalto di Margny, cittadina in mano ai borgognoni, ma sarà sconfitta grazie ai rinforzi mandati da Jean di Lussemburgo: dopo aver respinto per tre volte l’assalto nemico, Giovanna ordinerà la ritirata e la proteggerà restando in coda allo schieramento di ritorno a Compiègne.

Quando arriverà finalmente alle porte della città per mettersi in salvo, però, le troverà sbarrate. Il governatore Guglielmo di Flavy, infatti, ne ordinerà la chiusura prima del rientro delle ultime truppe in ritirata, lasciandola fuori.

Nessuno saprà mai se si sia trattato di paura, confusione o tradimento. Quel che è certo che Jeanne la Pulzelle sarà abbandonata nelle mani del nemico: la Francia perderà il suo vessillo e la sua luce, e Carlo VII una figura divenuta in fondo troppo ingombrante.

“Allora la pulzella – scriverà il cronista Georges Chastellain, coetaneo di Giovanna – oltrepassando la natura di donna, assunse un atteggiamento di grande forza, e si accollò molta pena nel salvare la sua compagnia dalla sconfitta, rimanendo dietro, come leader e come la più coraggiosa fra la truppa. Ma lì la fortuna permise che fosse la fine della sua gloria, il suo ultimo combattimento, e che non dovesse mai più portare armi. Un arciere, un rozzo e molto arcigno figuro, pieno di molto livore poiché donna, della quale così tanto aveva sentito parlare, potesse pretendere di respingere così tanti uomini coraggiosi, così come già aveva fatto, afferrò un lembo della sua cappa dorata e la scaraventò a terra da cavallo”.

Sarà il tramonto della condottiera e l’alba della martire.

Arnaldo Casali

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