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Aleksandr Nevskij, “sole della Russia”

L’eroe russo più amato e popolare è un santo guerriero: Aleksandr Nevskij (1220-1263). Principe di Novgorod, poi gran principe di Vladimir. Ricordato nei secoli come “salvatore”, “difensore della Giustizia” o “Sole della Russia”.

Aleksandr Nevskij nel film storico – epico che racconta le sue gesta (regia di Sergej Michajlovič Ėjzenštejn, 1938)

La sua figura ha ispirato decine di cronache religiose e prodotto una sequela di miti popolari. L’ultimo dei suo figli, Daniele, santo della chiesa ortodossa, diventerà principe di Mosca e darà vita alla dinastia di sovrani che faranno della piccola città sulla Moscova la capitale di un granducato che poi diventerà nazione.

Nevskij fu il più intelligente e tenace dei principi della sua generazione. Un grande capo militare. Paladino della chiesa ortodossa. Ma anche capace, per conservare e accrescere il suo potere, di allearsi con i Mongoli e fare guerra a suo fratello, suo zio e anche a suo figlio Dmitrij.

Di fronte ad ogni invasione, dai tempi di Pietro il Grande a Napoleone, fino agli orrori della seconda guerra mondiale e all’età di Stalin, il nome di Nevskij sarà invocato ed usato come nume tutelare del popolo russo. Santa reliquia di Pietroburgo e icona della patria.

Anche quella cinematografica, come avvenne nel 1938 con “Aleksandr Nevskij”, il film del regista Ėjzenštejn arricchito dalla colonna sonora di Sergej Prokof’ev: una ricostruzione storica in chiave epica e secondo i nuovi canoni del realismo socialista della battaglia contro il nazismo.

L’EROE DELLA NEVA Nevskij nacque a Pereslavl’-Zalesskij, una città dell’alto corso del Volga, il 30 maggio 1220 da Vladimir Jaroslav II Vsevolodovic e dalla principessa Feodosia di Halic. Suo fratello maggiore Feodor Jaroslavic, erede del titolo e dei privilegi, morì a soli 15 anni.

Aleksandr si trovò così principe di Novgorod. Divenne duca della città nel 1236. Sposò la principessa Bassa di Potolsk, dalla quale ebbe quattro figli.

La Via dei Variaghi

La sua leggenda nacque il 1 luglio 1240 quando vicino all’odierna San Pietroburgo, affrontò una coalizione di Svedesi, Lituani e Cavalieri dell’ordine teutonico, guidati da un altro “padre della patria”: lo jarl svedese Birger, il fondatore di Stoccolma a cui la leggenda attribuisce la creazione del nome stesso della Svezia: Sverige.

L’esercito di Birger puntava al controllo dell’antica Via dei Variaghi e alla città di Staraja, sul lago Ladoga, la prima importante stazione della fondamentale rotta di commerci fluviali che univa in un’unica e vastissima area di scambi il Mar Baltico con il Mar Nero e la Scandinavia con la Rus’ di Kiev e l’impero bizantino. Staraja Ladoga, su una ripida altura e ben protetta dalla conformazione stessa del fiume Volchov, era la vecchia città di Aldeigjuborg, costruita nell’VIII secolo dai vichinghi. Uno dei primi insediamenti del popolo di guerrieri e mercanti in quella terra che porta ancora il loro nome: Rus.

In ballo, insieme al vitale controllo dei traffici fluviali e alla sopravvivenza stessa del principato di Novgorod, c’era anche lo scontro religioso tra la chiesa ortodossa e quella cattolica.

L’esercito del principe Aleksandr Jaroslav sbucò dalla fittissima nebbia tra il corso della Neva e quello dell’affluente Ižora: l’attacco a sorpresa non lasciò scampo agli Svedesi. Birger fu ferito da Aleksandr. E l’esercito scandinavo, sconfitto e disperso, battè in ritirata.

L’impresa valse al principe il soprannome che da allora lo accompagnerà per sempre: Nevskij, l’eroe “della Neva”.

Lago Peipus (o dei Ciudi)

LA BATTAGLIA DEI GHIACCI Due anni dopo, il 5 aprile 1242, Aleksandr arrestò l’avanzata dei cavalieri teutonici guidati dal vescovo principe Hermann nei pressi del lago Peipus. I soldati russi accerchiarono e sconfissero l’esercito dei Cavalieri, affiancato dagli alleati Livoni e Danesi.

La Battaglia dei Ghiacci, pose fine alle Crociate del Nord e ai tentativi dello stato monastico dell’ordine militare di soggiogare i territori abitati dagli slavi ortodossi e dei popoli pagani ad est dell’Estonia.

La vittoria russa, modesta dal punto di vista militare, ebbe però una enorme importanza politica. E consacrò il mito di Nevskij, capace di salvare il suo principato stretto tra la potenza svedese e quella dell’Ordine dei cavalieri teutonici.

Aleksandr nel 1246 venne nominato granduca di Kiev. Iniziò allora un’altra battaglia, questa tutta politica, contro i boiardi, gli esponenti dell’alta aristocrazia feudale che mal digerivano il rafforzamento dell’autorità monarchica. E anche contro l’oligarchia dei mercanti, gelosa delle proprie prerogative nel governo della “libera città” di Novgorod.

Contro di loro e a suo vantaggio usò l’altra minaccia a lungo sottovalutata. Una guerra che arrivò sulla Russia e i paesi dell’ovest con la forza di un cataclisma: i Mongoli di Batu Khan, discendente del leggendario Genghiz Khān dilagarono nelle grandi pianure portando ovunque distruzioni e morte. Intere città vennero rase al suolo. L’Orda d’Oro nel 1238 aveva già colpito e annientato i Bulgari del Volga. Tutti i principati russi vennero devastati. Jurij, granduca di Vladimir, fu ucciso nella battaglia del fiume Sir. Solo la stagione del disgelo salvò Novogorod.

Scena della battaglia del lago ghiacciato in una miniatura del sec. XIV

Ma la tregua durò poco. Nel 1240 l’Orda d’Oro riapparve: la furia mongola travolse Kiev e l’armata di Batu Khān penetrò in Ungheria e Polonia. La morte del gran Khan nel dicembre 1241 e le lotte per la successione tra i clan rivali fermarono quell’esercito che sembrava invincibile.

L’Occidente respirava. Ma la Russia rimase prigioniera sotto il tallone di ferro degli invasori. E Tatari, il nome di una stirpe mongola dell’ovest, diventò anche la parola con la quale i popoli delle grandi pianure iniziarono a chiamare i loro conquistatori.

IL PRINCIPE VASSALLO Aleksandr Nevskij in quegli anni continuò a rafforzare il suo potere. Sconfisse più volte i Lituani che lo minacciavano da nord e nelle stagioni successive firmò anche il primo trattato di pace con la Norvegia.

Ma l’eroe della guerra diventò un sostenitore della “pace ad ogni costo”. Di fronte alla forza dei Mongoli il principe si fece vassallo. A più riprese pagò il tributo ai conquistatori. Andò più volte alla corte del khan per compiere l’atto di sottomissione. Respinse ogni tentativo della curia papale che caldeggiava una guerra aperta tra la Russia e l’Orda d’Oro.

Ma il calcolo, il cinismo o l’abilità politica, lo portarono molto oltre: iniziò ad usare i padrini mongoli come assicurazione contro i suoi nemici. Chiese l’aiuto dei Tatari per combattere contro suo fratello e i suoi parenti che si ribellavano agli invasori. Riuscì così ad acquistare il controllo di gran parte della Russia settentrionale.

Con i Mongoli scelse la via della “non resistenza”. Combattere voleva dire morire. Molti dei suoi sudditi lo accusarono, più o meno velatamente di codardia, come lascia intendere un monaco “resistente” autore della Cronaca di Novgorod. Ma la sua moderazione gli assicurò molti vantaggi. A partire dalla riduzione del tributo annuo che le città russe dovevano versare. Truppe della cavalleria di Nevskij furono inviate in Cina alla corte del gran Khān. Ma il principe riuscì ad evitare che l’Orda d’Oro incorporasse in modo stabile i soldati russi nel suo esercito.

L’espansione dell’Orda d’Oro nel 1389

Il Khān lo premiò. Ottenne il diploma di granduca della città di Vladimir che elesse a capitale del suo stato. Costrinse con la forza delle armi i riottosi cittadini di Novgorod a pagare i tributi ai Mongoli e lasciò il figlio Dmitrij al governo della città.

Ma quando il giovane principe diede ragione agli oligarchi che si rifiutavano di sottostare al censimento che i funzionari tatari imponevano per riscuotere il loro tributo annuale, Nevskij punì e destituì suo figlio. Impose agli oligarchi di obbedire ai Tatari. E si mise in viaggio fino a Sarāy, capitale mongola, per chiedere clemenza al Khān Ulaghcī.

Novgorod pagò così il tributo ai conquistatori nel 1259. Ma la rivolta non si spense. Pochi anni dopo, anche le città di Vladimir, Jaroslav e Rostov si ribellarono e massacrarono gli esattori tatari.

La punizione dell’Orda d’Oro sembrava inevitabile. Aleksandr Nevskij per la quarta volta marciò fino a Sarāy per implorare la clemenza del Khān. Usò tutta la sua autorevolezza: lo rabbonì con doni e promesse e salvò la pace. Ma nel viaggio di ritorno si ammalò e morì a Godorec.

Era il 14 novembre 1263. Cronache agiografiche raccontano che in pieno inverno e con un clima rigidissimo la famiglia ducale, il metropolita e il “popolo tutto di Vladimir” vennero incontro alla salma del principe fino a Bogoljubovo.

L’OMAGGIO DI PIETRO IL GRANDE Nel 1547 Aleksandr Nevskij fu canonizzato dalla chiesa ortodossa russa. Pietro il Grande fece trasportare i suoi resti a San Pietroburgo e ordinò che sul luogo della Battaglia della Neva venisse edificato il Monastero di Aleksandr Nevskij. In suo nome, nel 1725 venne creato L’Ordine Imperiale di Sant’ Aleksandr Nevskij, cancellato dalla Rivoluzione d’Ottobre ma ripristinato nel 1942.

A San Pietroburgo, il nome del “Sole della Russia”, “L’apostolo della pace a qualunque costo”, risuona ogni giorno lungo la prospettiva Nevskij, il corso principale della grande e bella città.

Il santo guerriero di Novgorod barattò con cinico realismo politico l’indipendenza del suo popolo con l’esistenza stessa del suo regno e con il futuro della sua dinastia. Ma principi e prelati, mercanti e soldati, seppure obtorto collo, alla fine accettarono la pax mongola che consentì comunque alla Russia di rinascere dalle proprie macerie a partire dalla seconda metà del XIV secolo.

Virginia Valente

La battaglia dei ghiacci in un mosaico nella metropolitana di San Pietroburgo

Da leggere:Catherine Durand-Cheynet, Alessandro Nevskij o il Sole della Russia, Salerno editrice, 1988.Francis Conte, Gli Slavi. Le civiltà dell’Europa centrale e orientale, Einaudi, 1991.Hans Kohn, Storia degli Slavi, Odoya, 2018.

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Nitardo, il primo testo in antico francese

Dobbiamo a Nitardo, un nipote di Carlo Magno, la conoscenza del primo documento scritto in una lingua romanza: è un testo in francese antico, vergato in un manoscritto in quella che sarà poi chiamata langue d’oïl (lingua d’oïl) per distinguerla dalla langue d’oc, la lingua occitana o provenzale.

Il testo dei Giuramenti di Strasburgo

In un suo libro, Storia dei figli di Ludovico il Pio, Nitardo trasmise le parole usate nei Giuramenti di Strasburgo (Sacramenta Argentariae), sottoscritti il 14 febbraio 842, nei quali si certificava in modo solenne l’alleanza tra due dei figli di Ludovico il Pio: Carlo il Calvo e Ludovico il Germanico.

Per farsi capire da tutti i soldati franchi i due sovrani non giurarono, come era consuetudine in latino ma lo fecero ognuno nella lingua dell’altro. E i loro generali li imitarono poco dopo. Così il popolo, che non parlava il latino e non comprendeva nemmeno la lingua dell’esercito alleato, capì con chiarezza tutti i punti del patto d’onore stretto tra i due fratelli. Ludovico il Germanico (804-876) giurò in antico francese (rustica romana lingua) e Carlo il Calvo (823-877) in tedesco (teudisca lingua).

Il testo in proto-francese recita: “Pro Deo amur et pro Christian poblo et nostro commun salvament, d’ist di en avant, in quant Deus savir et podir me dunat, si salvarai eo cist meon fradre Karlo, et in aiudha et in cadhuna cosa…”. Una promessa sotto giuramento: “Per l’amore di Dio e per la salvezza del popolo cristiano e nostra comune, da oggi in avanti, in quanto Dio sapere e potere mi concede, così salverò io questo mio fratello Carlo e con (il mio) aiuto e in ciascuna cosa…”.

Nitardo (nato prima dell’ 800 e morto il 15 maggio 845) era il cugino dei due sovrani, in quanto figlio illegittimo di Berta che l’imperatore Carlo Magno aveva avuto dalla sua terza moglie Ildegarda. Il padre era Angilberto, uno dei più importanti poeti della Schola Palatina. Carlo Magno pretendeva che le figlie non si sposassero per non alimentare le possibili ambizioni dei potenziali generi. Ma Angilberto era un suo amico fraterno. Nei convivi di corte, il compagno poeta di Berta veniva chiamato addirittura “Omero”. Carlo Magno lo stimava profondamente, tanto da nominarlo tutore di suo figlio Pipino, giovane re d’Italia e pure ambasciatore presso il papa. Angilberto (750-814) fu vicino al grande re dei Franchi anche a Roma, la notte di Natale dell’800, quando papa Leone III incoronò il sovrano dei Franchi a Imperatore dei Romani.

Carlo il Calvo rappresentato in un salterio (Parigi, Bibliothèque Nationale)

Con l’approvazione di Carlo Magno, Angilberto passò quindi dalla condizione di amante di Berta (779-829) a quella di convivente more uxorio. E Nitardo potè vivere a corte insieme a suo nonno e ai suoi cugini. Ricevette una istruzione accurata: conte di Ponthieu, fu uno dei rari storici laici dell’Alto Medioevo e diventò uno degli uomini più potenti del suo tempo. Nelle lotte tra figli di Ludovico il Pio, prese sempre le parti di Carlo il Calvo.

Fu proprio su sollecitazione del suo sovrano che iniziò a scrivere i quattro libri delle Historiae filiorum Ludovici pii: Carlo il Calvo voleva trasmettere ai posteri la sua versione dei fatti sulle intricate vicende seguite alla morte di Carlo Magno e la competizione tra i figli di Ludovico il Pio per la spartizione dell’impero carolingio.

Dopo avere partecipato alla battaglia di Fontenoy (841), Nitardo si ritirò nel monastero di Saint-Riquier, di cui era stato da poco nominato abate. Per uno strano caso del destino, lui, uomo di lettere, morì con la spada in mano in Aquitania, ucciso dai vichinghi.

Fu sepolto a Saint-Riquier, nello stesso sepolcro in cui già riposava suo padre Angilberto dal quale, oltre che all’amore per la poesia, aveva ereditato anche la carica di abate. Le loro ossa, ritrovate nel 1989, andarono perdute quando furono prestate per uno studio ad un centro di ricerca che però sostenne a lungo di averle restituite. Ne seguirono cause legali e polemiche incrociate. La querelle finì nel 2011: per puro caso i poveri resti di Nitardo e di Angilberto spuntarono fuori da un cartone semiapaerto che era stato abbandonato in una soffitta dell’abbazia.

Virginia Valente

Bibliografia essenziale:Lorenzo Renzi e Alvise Andreose, Manuale di linguistica e filologia romanza, Il Mulino, 2015.Stefano Asperti, Origini romanze. Lingue, testi antichi, letterature, Viella, 2006.

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Ibn Hishām e la prima biografia di Maometto

L’importanza di Ibn Hishām, morto in Egitto l’8 maggio 883, fu fondamentale per la storia dell’Islam: ha trasmesso ai posteri il più antico testo arabo dopo il Corano: la prima biografia di Maometto che era stata scritta da Ibn Ishaq, uno storico arabo, collezionista di tradizioni orali (khabar) vissuto cento anni prima di lui e morto a Baghdād nel 768 (151 secondo l’egira, il calendario islamico).

Maometto, guidato dall’arcangelo Gabriele, sale in Paradiso

Hishām era nato a Bassora la città dell’attuale Iraq all’epoca celebre per la grande attività culturale nel campo della filologia e della teologia islamica. Fu lui a divulgare la sira, che in arabo si può tradurre come “condotta, modo di vita”: il genere storiografico arabo relativo alla biografia del profeta Maometto. La prima sira fu composta da Ibn Isḥāq, ma è giunta sino a noi grazie alla recensione di Ibn Hishām che cambiò molte cose rispetto all’opera del suo predecessore.

Ibn Hishām voleva celebrare il Profeta. E quindi eliminò molti episodi della vita di Maometto legati alla vita quotidiana o ad episodi più lontani dalla sfera religiosa. Non lo fece per volontà censoria. Voleva proporre il Profeta come modello di vita e di virtù, esortando i musulmani a quella che gli orientalisti definiscono la imitatio Muhammadis.

La versione di Hishām ebbe subito una grande fortuna in tutto il mondo islamico. E ancora oggi ha una amplissima diffusione. Particolare fortuna ha avuto anche la traduzione inglese, curata nel 1955 da Alfred Guillame per la Oxford University Press.

L’Islam è la forma più rigorosa di monoteismo apparsa nella grande famiglia delle religioni abramitiche che comprende anche l’Ebraismo e il Cristianesimo.

Grazie alle biografie canoniche raccolte di Ibn Isḥāq e Ibn Hishām sappiamo che Maometto, orfano e povero, visse in condizioni disagiate fino al matrimonio con la ricca vedova Khadīgia. Dopo una profonda crisi spirituale, abbracciò con fermezza una fede monoteistica rigettando il politeismo praticato fino ad allora dalle tribù arabe.

Iniziò la sua predicazione all’età di 40 anni, intorno al 610. La sua dottrina, basata sull’eguaglianza tra gli uomini, all’inizio fu accolta con ostilità dai maggiorenti arabi che vedevano nella sua predicazione una minaccia per i loro interessi economici. Maometto predicò la fede in un Dio unico, creatore onnipotente, al quale gli uomini debbono una sottomissione totale (islām) e per seguire il quale devono condurre una vita casta oltre che osservare con regolarità la preghiera, il digiuno e altri precetti religiosi. Tra gli obblighi del buon musulmano c’è innanzitutto l’aiuto verso il prossimo, soprattutto verso i poveri.

In questa miniatura del XVI secolo, tratta dall’Athār al-baqiya (Tracce dei secoli passati) di al-Bīrūnī (manoscritto della Bibliothèque nationale de France, Arabe 1489, fol. 5v), Maometto è raffigurato senza velo sul volto

La morte, in continuità con il pensiero giudaico-cristiano, livella tutti gli esseri umani di fronte al loro ultimo destino, in attesa di una rigenerazione finale in un giorno stabilito da Allāh:

Innā li’llāhi wa-innā ilayhi rāği‘ūnaA Dio apparteniamo e a Lui facciamo ritorno(Corano, 2: 156)

La morte di Maometto. Miniatura presente nel manoscritto ottomano del Siyar-i Nebi, datato 1595, conservato nel Topkapı Sarayı Müzesi di Istanbul

Dopo la morte ogni essere umano viene richiamato brevemente in vita per ricevere il suo giudizio. Poi il sonno della tomba, c’è la resurrezione finale, quando verranno pesate tutte le azioni. Gli angeli aiutano Allah negli atti del giudizio finale.

Nel Corano si parla anche di un passaggio su un ponte sopra l’inferno che conduce dal luogo del giudizio al paradiso. Gli infedeli cadranno nell’abisso infernale.

I buoni musulmani entreranno invece in paradiso, un giardino

alla cui ombra scorrono i fiumi, dove rimarranno in eterno, e dimore belle dei giardini di Eden, e il dono più grande sarà il compiacimento di Dio, ecco il successo supremo.(Corano. 9: 72-73)

Oggi, secondo una indagine del centro statistico statunitense Pew Research (2019) su dieci abitanti della Terra, 2,5 sono musulmani. Con circa 1,9 miliardi di praticanti, l’Islam è la seconda religione del mondo dopo il Cristianesimo che conta 2,3 miliardi di fedeli. Gli induisti sono invece 1 miliardo e cento milioni. In tutto il mondo, dichiarano di non professare nessuna religione 1 miliardo e 200 milioni di persone.

Virginia Valente

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Matilde, la contessa femminista

Le immagini di Matilde di Canossa che ci sono state tramandate fin dal manoscritto originale della Vita Mathildis, scritta intorno al 1115 dal monaco e cronista Donizone, sono quelle di una persona vincente: lei in trono che riceve il dono del codice (O Matilde luminosa, accetta, ti prego cara, questo volume si legge sotto la miniatura che raffigura la scena); lei che si fa da intermediaria tra Enrico IV e Gregorio VII per l’assoluzione dell’imperatore a Canossa.

Miniatura tratta dall’edizione originale della Vita Mathildis di Donizone (1115). Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana

Ma la sua vita privata non fu affatto facile, né sempre felice.

Matilde nasce a Mantova nel 1046, ma a soli 6 anni la sua esistenza assume i contorni della tragedia: il padre, Bonifacio, marchese di Toscana, viene assassinato e, dopo che sono morti anche la sorellina Beatrice e il fratello Federico, lei è costretta a fuggire sola con la madre, Beatrice di Lorena, da una città che le sarà sempre ostile, perché mal sopportava il peso di conti tanto potenti, lí residenti.

Poi deve assistere al matrimonio della madre con Goffredo il Barbuto, osteggiato dall’imperatore Enrico III, il quale fa prigioniere le due donne, portandole nel suo castello di Goslar, nell’alta Germania.

Promessa sposa fin da bambina al fratellastro del patrigno, Goffredo il Gobbo, fu costretta a sposarlo a Verdun e a restare in Lorena con lui, in un’unione triste e sfortunata, segnata dalla morte di una bambina appena nata, Beatrice, il 29 gennaio 1071, e da una salute malferma in una terra per lei inospitale.

Dopo un anno e mezzo di matrimonio, Matilde abbandonò il Gobbo, rifugiandosi dalla madre due volte vedova, e rifiutò di riconciliarsi col marito, benché fosse venuto in Italia per riaverla, e in suo favore fosse intervenuto persino Gregorio VII, il papa che Matilde tanto ammirava. Ecco la prima attualità di Matilde: una donna che resiste alle pressioni degli uomini, perfino dei piú potenti!

Dal 1076 (all’indomani della morte della madre e dopo che Goffredo il Gobbo era rimasto vittima di un agguato tesogli mentre espletava i suoi bisogni corporali) Matilde si ritrova sola al governo di un grande dominio, che va dal Lago di Garda a Tarquinia, nel Lazio settentrionale.

LA FEDELTÀ DEI VASSALLI Si trattava di poteri che erano stati delegati ai suoi antenati dagli imperatori (da Ottone I a Corrado II il Salico) oppure acquisiti con alleanze e matrimoni, e di una grande massa di beni allodiali, cioè di proprietà private sue. Matilde governa questo grande dominio assicurandosi la fedeltà dei suoi vassalli, il sostegno di importanti monasteri – come S. Benedetto Polirone (tra il Po e il Lirone), che affidò ai monaci cluniacensi – e l’appoggio dei vescovadi e delle città, fin quando non scoppiò la lotta per le investiture. Si trattava in generale di vescovi-conti, che esercitavano un doppio mandato: religioso, in quanto vescovi, e politico, in quanto conti.

Fino all’età di Gregorio VII la loro nomina veniva indifferentemente dal papa o dell’imperatore, che in quanto sovrano, incoronato e unto dal papa, godeva di una sua sacralità (regale sacerdotium). Nel riorganizzare la Chiesa, in senso romanocentrico, Gregorio VII non riconobbe piú i vescovi di nomina imperiale, imponendo la loro riconsacrazione papale. Ne nacque uno scontro, nel quale intervenne di peso Enrico IV, facendo deporre da 40 vescovi a Worms il papa, non eletto secondo i canoni, e che era oggetto di scandalo, perché si faceva consigliare da un «senato di donne», con riferimento alle sue consigliere Beatrice e Matilde, «os vulvae» («bocca di fica»), come scrive Benzone d’Alba.

La conseguenza fu la stesura del Dictatus papae, che stabiliva la superiorità del pontefice su ogni altra autorità, e la conseguente scomunica dell’imperatore.

Enrico IV allora, aiutato da Matilde, sua seconda cugina, e da Ugo di Cluny, suo padrino di battesimo, si presentò penitente a Canossa, dove il 28 gennaio 1077, dopo tre giorni al gelo, ottenne l’assoluzione da papa Gregorio. Meno di due settimane piú tardi, però, l’imperatore riaprí le ostilità rinnegando il giuramento fatto.

Mappa del dominio di Matilde di Canossa

A questo punto si pose per Matilde il problema di scegliere da che parte stare. Il suo dovere di vassalla le imponeva di schierarsi con l’imperatore, ma il suo ideale religioso la obbligava ad appoggiare il papa. Quest’ultimo prevalse, anche contro il suo stesso interesse, con una scelta tipicamente femminile, di donne che antepongono l’ideale al tornaconto, aliene da compromessi. E anche questo la rende attuale.

Le conseguenze della scelta furono drammatiche: mentre Matilde veniva privata dei poteri feudali che le derivavano dall’essere vassalla dell’imperatore, tutte le città del suo dominio, governate da vescovi filoimperiali, l’abbandonarono; della rete dei suoi castelli solo quattro le rimasero fedeli: Nogara, nel Veronese, Piadena, nel Cremonese, Monteveglio, nel Bolognese e Canossa.

Nel 1090 Enrico IV sferrò un attacco poderoso contro Matilde: da Nogara, che gli resistette, si portò all’assedio di Mantova, che, dopo sei mesi d’assedio ,si consegnò all’imperatore. Assediò quindi Monteveglio, non riuscendo a conquistarlo, e da qui si volse direttamente alla volta del castello di Canossa. Era ottobre e una nebbia fittissima avvolse le truppe imperiali, che si fecero circondare dai contingenti matildici, esperti del territorio, i quali inflissero loro una cocente sconfitta a Madonna della Battaglia (ottobre 1092).

SCELTE LUNGIMIRANTI Matilde si dimostrò allora una sovrana illuminata, capace di assicurarsi il sostegno dei suoi collaboratori, i vassalli minori. Aveva intorno a sé una schiera di vassalli fedelissimi: Arduino della Palude (Palidano); Guido Guerra (Lucca e Pistoia), Amedeo di Nonantola, Ubaldo di Carpineti, Pietro de Ermengarda (Bologna), Pagano di Corsena (Bagni di Lucca), Alberto di San Bonifacio (Verona), e molti altri, disposti a fare di tutto per lei.

Nella circostanza, Matilde ci appare come un’alta dirigente di oggi, che sa guadagnarsi la stima e la fiducia dei suoi sottoposti, considerandoli collaboratori e non dipendenti.

Matilde, donna indipendente, che prende posizione e si fa necessariamente dei nemici, si trovò attaccata proprio sul piano personale, in quanto donna.

Ciò emerse in particolare quando, spinta da Urbano II, decise di sposarsi per la seconda volta e, nonostante avesse superato i quarant’anni d’età, scelse il sedicenne Guelfo V di Baviera. Oltre all’appoggio di una famiglia potente, c’era in lei la speranza di dare alla luce un erede, ma il ragazzo si rivelò impotente. Un fatto che alimentò le maldicenze e, probabilmente, ispirò le pantomime che si recitavano sulle piazze e nei mercati in suo dileggio, come si ricava dalla narrazione delle prime tre notti di matrimonio scritta da Cosma di Praga intorno al 1120.

Il “logo” che Matilde apponeva in calce ai suoi documenti

Ancora una volta Matilde si mostra come una figura moderna, anche negli aspetti negativi: anche oggi, infatti, la donna che riesce ad arrivare a posizioni di potere viene attaccata dai suoi avversari non per come lo gestisce, ma solo perché è donna, e, in quanto tale, viene diffamata e colpevolizzata sul piano personale e soprattutto sessuale.

Matilde, però non si fece scoraggiare, né venne meno ai suoi intenti: uscita vincitrice dallo scontro con Enrico IV, riconquistò progressivamente le sue città, senza consumare vendette, ma contribuendo al rinnovamento e al progresso delle stesse. Seppe avvalersi di due strumenti estremamente moderni: la comunicazione e la valorizzazione del lavoro delle persone. Per la prima ebbe al suo fianco intellettuali di valore, giudici, sacerdoti, monaci e una cancelleria efficiente, che usava per i suoi documenti gli stilemi propri dei sovrani e un logo (diremmo oggi) estremamente significativo: la scritta

MATILDA DEI GRATIA, SI QUID ESTSe Matilde è qualcosa, lo è per grazia di Dio

nei quattro spazi di una croce. Questo “logo” esaltava la sua fede, richiamando un passo di san Paolo, ma ne affermava al contempo l’indipendenza: quello che aveva le era stato dato da Dio, non dall’imperatore!

Sulla vicinanza di Matilde al mondo del lavoro, anche di quello piú umile, siamo documentati innanzitutto dal fatto che volle liberi dal servaggio della gleba (la schiavitú medievale) molti suoi servi e molte sue ancelle (lo scrive Donizone), e poi dalle immagini del duomo di Modena, costruito e decorato da Wiligelmo sotto la sua sovrintendenza.

Modena, Duomo. Particolari dei rilievi di Wiligelmo sugli episodi del Libro della Genesi. Inizi del sec. XII

Nelle storie del Libro della Genesi riprodotte in facciata il “lavoro dei progenitori” è rappresentato con Adamo ed Eva che zappano ai piedi di un albero in perfetto parallelismo, con un’idea di parità tra uomo e donna altrove impensabile nel Medioevo (normalmente Adamo zappa ed Eva tiene il fuso e ha sulle ginocchia Caino e Abele, come sulla facciata di S. Zeno a Verona).

La pesantezza del lavoro è poi sottolineata in un’iscrizione accanto a un telamone che regge una mandorla con l’Altissimo:

Costui è schiacciato, costui implora, geme costui, egli troppo fatica.Hic premitur / Hic plorat / Gemit hic / Nimis iste laborat.

La costruzione del nuovo duomo era stata probabilmente illustrata in affreschi poi andati perduti, ma ricopiati nel bifolio che racchiude la Relatio translationis di san Geminiano, il vescovo protettore di Modena. E due delle quattro miniature mostrano gli operai intenti alla costruzione, con l’architetto Lanfranco mentre le altre due raffigurano il corteo papale e Matilde che l’accoglie, nonché la traslazione stessa.

IN CERCA DI PROTEZIONE In altre occasioni Matilde si mostrò meno moderna, per esempio nel costante bisogno di un protettore maschio, o nel volere un erede a tutti i costi, oppure nel sostenere un papa, Gregorio VII, che oggi definiremmo un reazionario accentratore. La “rivoluzione” (come ha scritto Glauco Maria Cantarella) da lui attuata aveva generato una Chiesa romanocentrica, che tolse ogni autonomia ai patriarcati e alle arcidiocesi, né il pontefice si preoccupò di recuperare la Chiesa orientale, separatasi nel 1056; Gregorio VII volle un clero secolare identico a quello regolare, imponendo il celibato ecclesiastico, quando per mille anni i preti si erano sposati; impose l’obolo di san Pietro, come tributo annuale di regnanti, vescovadi e grandi abbazie, per un ideale di chiesa ricca e potente nel mondo, e pronta alle crociate.

Paolo Golinelli

Da leggere:Paolo Golinelli, Toujours Matilde: la perenne attualità di un mito, in Renata Salvarani, Liana Castelfranchi (a cura di), Matilde di Canossa, il papato, l’impero. Storia, arte, cultura alle origini del romanico, Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo 2008 – pp. 242-253. Adriano Peroni, Francesca Piccinini (a cura di), Romanica. Arte e liturgia nelle terre di San Geminiano e Matilde di Canossa, Franco Cosimo Panini, Modena 2006. Paolo Golinelli, Matilde e i Canossa, Mursia, Milano 2007 .

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La morte di Maometto II il Conquistatore

Il 3 maggio 1481 morì Maometto II il Conquistatore (1432–1481), settimo sultano dell’impero ottomano. Era salito al trono a soli 13 anni. Ne aveva appena 21 quando conquistò Costantinopoli (1453) e mise agli undici secoli di storia della civiltà bizantina. Occupò il Peloponneso e soggiogò la Serbia. Si spinse fino a Otranto dove lo fermò l’esercito radunato da papa Sisto IV (1480).

Il famoso ritratto di Maometto II di Gentile Bellini conservato nel Victoria and Albert Museum di Londra

Per i Turchi, Mehmet II fu il Ghazi, il conquistatore per eccellenza.

Paragonò le sue azioni imperiali a quelle di Alessandro Magno. Si vedeva come un nuovo Cesare, capace di conquistare Roma (“La Mela Rossa”) e poi riunire, sotto un unico dominio, tutti i territori dell’antico Impero Romano.

Sognava di unificare sotto il suo comando le tre grandi religioni del Libro: Cristianità, Islam ed Ebraismo. Ma morte lo colse quando aveva appena attraversato il Bosforo per attaccare i Mamelucchi burji che regnavano sulle terre degli attuali Egitto, Siria e Arabia Saudita.

Era già gravemente malato. Ma molti storici accreditano l’ipotesi che sia stato il Bayazid II, suo successore, ad avvelenarlo. Alla sua morte, esplose una guerra civile tra gli eredi al trono, i suoi due figli: Cem, spalleggiato dalla Corte e dal Gran Visir e Bayazid, sostenuto dai Giannizzeri. La spuntò quest’ultimo, che fu sultano dell’impero fino alla sua morte (1512). E che, come il padre, morì avvelenato dal figlio e successore Selim (1465-1520) che pensò bene di sterminare anche tutti i suoi fratelli.

Bayazid II, come suo padre, protesse i poeti e amò la cultura: aveva studiato matematica, teologia e filosofia e parlava l’arabo e il persiano.

La tomba di Maometto II il Conquistatore, la Moschea del Fatih, che lo stesso sultano fece edificare a İstanbul sul sito della chiesa dei Santi Apostoli, è tuttora oggetto di grande venerazione.

Il sultano Maometto II ritratto da Paolo Veronese (Palazzo Topkapı, İstanbul)

Il suo mito ha attraversato i secoli.

Mehmet II, in molte occasioni spietato anche con i suoi sudditi, scampò a ben 14 attentati. Fu insieme colto e crudele. Ma anche tollerante: lasciò in funzione la Chiesa bizantina e ordinò al suo Patriarca di tradurre in turco i testi cristiani.

Terrorizzò l’Occidente. Eppure ne subì il fascino artistico e letterario. La sua libreria superava quelle italiane dei Medici e degli Sforza, e includeva la Geografia Tolemaica, l’Iliade di Omero, e altri preziosi testi in greco, arabo ed ebraico.

Costruì un grandissimo impero, che poi però svanì, come le altre cose del mondo. Una caducità di cui era consapevole. Tanto da recitare, in quel fatale 29 maggio 1453 , giorno della conquista di Costantinopoli, quando varcò le soglie del grande palazzo imperiale, i dolenti versi persiani giunti fino a noi grazie al suo grande e raffinato biografo Tursun Beg:

Il ragno monta la guardia nei portici della cupola di Khusraw. La civetta suona il silenzio nel Palazzo di Afrasiyab. Così va il mondo, destinato ad aver fine.

Virginia Valente

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La lunga ombra di Machiavelli

Realista e visionario, assolutista e repubblicano, “comico et tragico” secondo una sua folgorante autodefinizione, fiorentino e italiano (comunque spirito patriottico), “estravagante di opinione dalle commune et inventore di cose nuove et insolite” nelle parole del suo amico Francesco Guicciardini, pratico e teorico della politica (sua vera ossessione), cultore della classicità romana e iniziatore de facto della modernità laico-individualistica, Niccolò Machiavelli – nato il 3 maggio 1469, non smette di allungare la sua ombra sul nostro presente.

Ritratto di Niccolò Machiavelli di Santi di Tito (1525 ca., Palazzo Vecchio, Firenze)

Da un lato continua a risultarci inquietante, con la sua visione di un potere che nascendo dall’irrequietezza dell’animo umano – mai soddisfatto di ciò che si possiede e sempre bramoso di riconoscimenti – non riesce mai a produrre un ordine sociale stabile.

Dall’altro non smettono d’affascinarci quel suo modo razionale di argomentare, espressione di un pensiero libero da ogni dogma o convenzione, e quella sua prosa sintetica, anti-retorica, essenziale, tagliente, ma anche d’inarrivabile eleganza (quell’italiano volgare che fu tra le cause della condanna espressa dalla Chiesa nei suoi confronti, avendo con questa scelta sfidato l’egemonia politico-culturale del latino ecclesiastico nel solco del protestantesimo nascente).

Il che non ci esime dal ricordare gli stereotipi o pregiudizi, in alcuni casi secolari, che si sono accumulati a partire dal suo stesso nome: banalizzazioni o deviazioni di un’opera altrimenti complessa e ricca, che include Il Principe e I discorsi, le opere storiche e le novelle satiriche, i dispacci diplomatici e le lettere agli amici, le commedie e i componimenti in versi, ma che per essersi radicate nell’immaginario popolare e nella cultura di massa non possiamo trascurare, essendo comunque anch’esse un’espressione, per quanto spuria, della sua incredibile e inarrivabile fortuna.

Una lettura pragmaticamente demonizzante di Machiavelli si dà soprattutto nel mondo di lingua inglese (che rimonta nientemeno che al teatro elisabettiano, quando il Fiorentino veniva appunto descritto dai riformati di Sua Maestà come un diavolo cattolico-latino). Quasi che il machiavellismo non sia una corrente di pensiero o una tradizione intellettuale, ma una malattia dello spirito.

La copertina di una edizione del 1550 de Il principe, trattato di dottrina politica scritto da Niccolò Machiavelli nel 1513. Il titolo originario era De Principatibus. Quello unanimemente adottato fu assegnato da Antonio Blado nell’edizione originale postuma

Ne è affetto chi abbia una personalità caratterizzata dal cinismo, dalla freddezza emotiva, dalla mancanza di empatia verso il prossimo, dalla tendenza a manipolare gli altri.

Insomma, la solita ma pervicace convinzione che Machiavelli abbia giustificato ogni comportamento – sino all’assassinio – in vista del successo mondano.

E pensare che Niccolò, come uomo, è stato in realtà tutt’altro che un calcolatore o un adepto del comportamento strategico, come attestano i suoi continui scacchi politici, il fatto che mai abbia ricercato l’agiatezza economica e il suo idealismo al limite dell’ingenuità: un cinico spregiudicato non si sarebbe ridotto a mendicare un impiego presso i Medici dopo essere stato defenestrato dai suoi incarichi, ma si sarebbe messo anzitempo al servizio dei nuovi potenti.

È vero poi che ragionava (e scriveva) per dilemmi e alternative secche, che aveva una mentalità analitica, che d’ogni problema vedeva le molte facce e le diverse soluzioni, ma nel carattere e nel modo di fare quotidiano inclinava volentieri alla beffa, all’irriverenza, alle trivialità tipiche del mondo popolare, all’irriverenza verso i potenti tipica delle persone libere.

Fa un po’ ridere, ma anche un po’ rabbia, che dopo averlo a lungo censurato e manipolato per aver detto null’altro che alcune ataviche verità sul comportamento umano, lo si voglia adesso trasformare nel nefando privo di morale che non è mai stato. Ma è il prezzo che sempre pagano i classici al risentimento di chi non riesce ad essere alla loro altezza: si imputano dunque a Machiavelli le miserie che noi postumi non riusciamo a governare.

Niccolò Machiavelli nello studio, Stefano Ussi, 1894

Machiavelli è dopo cinque secoli il nostro autore più studiato e tradotto al mondo. Su di lui escono dunque libri e saggi quasi ogni giorno. Ma non è nazionalismo culturale scrivere che la machiavellistica migliore, criticamente più vivace e filologicamente più accorta, resta quella italiana: Chabod, Bertelli, Ridolfi, Sasso, Martelli, Vivanti, Inglese, per quanto diversi tra loro, appaiono inavvicinabili da una produzione internazionale sul Fiorentino che quando non è banalmente grossolana è scientificamente ripetitiva e monocorde (come l’ossessione anglofona sul Machiavelli campione delle virtù repubblicane).

Dovendo consigliare cosa leggere, vengono in mente i volumi da poco pubblicati da Carlo Ginzburg, Michele Ciliberto e Alberto Asor Rosa. Quest’ultimo in particolare lo ha letto come il migliore interprete, ancora oggi, della tragedia storica italiana: quella di un Paese mai assurto ad una vera unità politica e dunque sempre sul punto di dissolversi a causa dei suoi ingovernabili particolarismi e della miseria dei suoi gruppi dirigenti.

Con l’avvertenza tuttavia che per essere veramente apprezzato e capito Machiavelli andrebbe in realtà letto senza filtri interpretativi, cominciando – se è concesso un consiglio finale – non dalle sue opere più conosciute ma dalle sue lettere: dove si trovano insieme il pensatore e l’uomo, acutissimo il primo, di un’autenticità assoluta e modernissima il secondo.

Alessandro Campi

Bibliografia essenziale:Alberto Asor Rosa, Machiavelli e l’Italia. Resoconto di una disfatta, Einaudi, Torino, 2019.Carlo Ginzburg, Nondimanco. Machiavelli, Pascal, Adelphi, Milano, 2018.Michele Ciliberto, Niccolò Machiavelli. Ragione e pazzia, Laterza, Roma-Bari, 2019.

Web: www.istitutodipolitica.it

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Genserico, il vandalo che umiliò Roma

“Grande pensatore, uomo di poche parole. Disprezzava il lusso ed era terribile nei suoi scatti d’ira. Desideroso in continuazione di nuove conquiste, era molto abile nel comandare i suoi barbari e nel fomentare zizzania fra i suoi nemici.”

Genserico saccheggia Roma nel 455 (Karl Brjullov, 1836)

Così lo storico Jordanes (VI sec.) descrisse, circa un secolo dopo dal suo apogeo, il carattere del più abile re vandalo.

Genserico era figlio naturale di Godigiseleo, re dei Vandali. Il popolo che noi diciamo Vandalo, era in realtà una confederazione di tribù germaniche situate oltre il Danubio. Lo storico Tacito li situava, nella sua opera La Germania, del I d.C., oltre i territori dell’Impero assieme ai Marsi, ai Gambrivi e agli Suebi.

Paolo Diacono, nella sua Storia dei Longobardi, ci informa che, dopo una migrazione dei Winnili (Longobardi) dalla Scandinavia alla Scoringia, identificabile con l’attuale Polonia, i Vandali, sotto la guida dei due re, Ambri e Assi, guerreggiavano coi popoli circostanti. Dunque verso il IV secolo, essi dovevano trovarsi nell’area dell’Ungheria o della Polonia. Forse nel 406, i gruppi più riottosi, i Vandali Asdingi e Silingi, avrebbero attraversato il Reno presso Magonza, con alla testa Gunderico (primo figlio di Godigiseleo) e, assieme a gruppi di Suebi ed Alani, dopo aver raso al suolo la città, avrebbero invaso la Gallia. Dopo tre anni di marce e saccheggi, li ritroviamo presso i Pirenei, superati i quali, destarono la preoccupazione dell’imperatore d’Occidente il quale richiese ai più fidati Visigoti di attaccarli e cacciarli. Negli anni seguenti il popolo vandalo fu impegnato in Spagna a fronteggiare le tribù barbare rivali, i possidenti romano-ispanici e le truppe visigote filo-romane che li avrebbero rintuzzati nel sud della penisola che, ma non è certo, avrebbe ereditato il nome di Vandalusia, terra dei Vandali, oggi Andalusia.

Le migrazioni dei Vandali

Gli anni della occupazione della penisola iberica dovettero essere particolarmente violenti. Così li ricorda il cronista Idazio: “Imperversando i barbari per la Spagna, e infuriando il male della pestilenza, i tirannici esattori e le milizie, depredano le sostanze nascoste nelle città. La carestia infuriò così forte che carni umane furono divorate dal genere umano: le madri uccisero o cossero i propri nati, mangiandoseli. Le bestie feroci, abituate ai cadaveri uccisi con la spada, dalla fame o malattia, uccidono qualsiasi essere umano con le forze che gli restano, si nutrono di carne, preparando così la brutale distruzione del genere umano. E la punizione di Dio, preannunciata dai profeti, si verificò con le quattro piaghe che devastarono l’intera Terra: la carestia, la peste, la spada e le bestie.” Nel 420 i Vandali riportano un’importante vittoria contro l’esercito goto-romano capitanato da Castino, assicurandosi il dominio sui porti della Spagna meridionale. Dopo aver assunto dei costruttori di navi del luogo, i Vandali iniziarono timidamente a praticare la navigazione “arte a loro precedentemente sconosciuta”, ma ben presto i vascelli vandali raggiunsero le Baleari ed anche la Mauritania.A capo dei Vandali, in questi anni, troviamo ancora Gunderico “ma egli – scrive lo storico romano Procopio – era ancora molto giovane, senza quel forte temperamento che invece era la caratteristica precipua di Genserico il quale aveva appreso l’arte della guerra alla perfezione ed era quindi il migliore fra tutti gli uomini”. Così, verso il 428, la carica di sovrano passò – forse dopo la morte prematura di Gunderico – al fratellastro trentenne colui che avrebbe condotto il popolo vandalo verso memorabili imprese. Genserico doveva assecondare sia il desiderio dei veterani di stabilirsi in un territorio dove poter coltivare i campi, facendosi una famiglia, sia le leve più giovani e ambiziose: dopo aver compreso che essi mai avrebbero potuto rivestire funzioni in nome dell’Impero in Spagna, per la ingombrante presenza dei più fidati Visigoti, il sovrano stabilì di volgere le proprie attenzioni alla vicina provincia d’Africa.

Sant’Agostino in un affresco di Sandro Botticelli

Zoppo da una gamba, per una caduta mal curata, Genserico avrebbe riassaporato il gusto di condurre i propri uomini alla vittoria dal pontile di una nave, anziché dalla sella di un cavallo. Nel 429 l’intero popolo vandalo, ammontante a circa 50.000 uomini, di cui almeno 15.000 armati, attraversò i pochi chilometri dello stretto di Gibilterra, riversandosi in Mauritania dove la resistenza bizantina era minore: vi erano infatti stanziati solo 5 reggimenti comitatensi, di cui appena due effettivi e altre truppe preposte al presidio dei castelli, per un totale di circa 1.500 armati. La resistenza bizantina, perciò, fu praticamente nulla. A ciò si aggiunga, un possibile invito da parte del condottiero imperiale Bonifacio che, secondo Jordanes e Procopio, avrebbe addirittura favorito lo sbarco vandalo. Ma perché?

Bonifacio aveva mantenuto l’ordine in Mauritania con l’uso della forza, ottenendo brillanti risultati contro i Mauri e altri popoli del deserto. Ma sant’Agostino, in una lettera, lo rimprovera giacché ora quello stesso Bonifacio “tollera che i barbari saccheggino e devastino ampie regioni un tempo popolose e ora ridotte a squallidi deserti”. Bonifacio viveva a quel tempo un profondo dissidio religioso: avrebbe voluto vivere ispirandosi al messaggio evangelico, e si trovò invece sempre a combattere ed uccidere. Agostino lo rassicurò più volte, affermando che “si inizia una guerra per conseguire la pace”, inoltre, pur avendo pensato di vivere in continenza per farsi monaco, Bonifacio sposò una donna ariana, suscitando lo sdegno del futuro santo il quale, comunque, si era comportato – all’ opposto- nello stesso modo: pur avendo vissuto in concubinato per quindici anni con una donna, da cui ebbe anche un figlio, Agostino infine la lasciò per farsi sacerdote. “Cosa altro posso dire in questo momento in cui i Vandali distruggono l’Africa e tu sei attanagliato da questa imbarazzante situazione, senza che tu faccia nulla? Non avrei dovuto dissuaderti dal farti monaco, almeno non avresti fatto danno alla collettività, continuando con la tua opera militare”! Rifiutatosi di recarsi a Ravenna nel 427 per spiegare i suoi insuccessi, Bonifacio provocò una spedizione finalizzata alla sua cattura. A questo punto –ma gli storici non concordano- avrebbe preferito l’aiuto dell’ariano Genserico anziché affrontare da solo l’esercito imperiale: fu perciò grazie a queste truppe – e la fede ariana della moglie non dovette certo essere un ostacolo!- che egli riuscì a ottenere una tregua con l’insoddisfatto imperatore per poi essere subito impegnato in una lotta contro i Vandali che, irrimediabilmente, perse.

Durante l’assedio di Ippona, dove riparò Bonifacio, moriva anche Sant’ Agostino, come narra il suo biografo Possidio che ricorda come “gli invasori passarono anche nelle altre regioni, e imperversando con ogni crudeltà saccheggiarono tutto ciò che poterono fra spoliazioni, stragi, tormenti, incendi e altri innumerevoli e nefandi disastri. Non risparmiarono né sesso né età, neanche i sacerdoti e i ministri di Dio, neppure gli ornamenti, le suppellettili e gli edifici delle chiese”. Genserico e i suoi si erano dunque convertiti al cristianesimo, ma nella versione eretica di Ario, e perciò la guerra in Africa assunse anche i toni dell’intolleranza religiosa contro coloro che abitavano quelle regioni e che, come il loro vescovo Agostino, erano invece cattolici.

Le rovine della città romana di Ippona

Alla guida di Ippona venne posto l’alano Aspar, il quale stabilì rapporti più amicali con Genserico, che era “Re dei Vandali e degli Alani”, al punto da far riconoscere i Vandali come foederati. Aspar aveva mantenuto il controllo su Cartagine fino al 434, lasciando comunque a Genserico la possibilità di fare razzie dal porto di Ippona. Nel 439, con un attacco a sorpresa, stando a Idazio, i Vandali si impadronirono di Cartagine, del suo porto e dei suoi cantieri, riuscendo in breve tempo a far costruire una flotta assai potente. Già un anno dopo la conquista di Cartagine, Alani, Vandali, Goti e Mauri saccheggiano le coste della Sicilia che, dopo la caduta della Provincia d’Africa, era divenuta la principale fornitrice di olio e cereali dell’Italia. La flotta bizantina, con a capo il goto-romano Aerobindo, dovette rapidamente fare retromarcia, ancor prima di impegnar battaglia, per una minaccia unna nei Balcani e per gli attacchi persiani nel limes orientale.

L’imperatore, a questo punto, dovette riconoscere a Genserico il titolo di Governatore indipendente, concedendogli ampi territori della Mauritania, da Gibilterra a Cartagine, su tutte le Province dell’Africa occidentale (Proconsolare, Bizacena e Tripolitania). Genserico aveva ottenuto ciò che per molti germani era un sogno: essere cioè inquadrato in quel sistema imperiale che era l’autorità riconosciuta da Oriente a Occidente. Il poeta Merobaudo così descrive questo mutamento: “Il barbaro che ha osato devastare il palazzo reale di Didone […] ora non si presenta più come nemico e desidera ardentemente avvicinarsi alla dottrina di Roma, per trattare i Romani come suoi congiunti e per far unire in matrimonio la sua prole”. In effetti una proposta di matrimonio fra Eudocia, figlia dell’imperatore d’Occidente, e Unnerico, figlio del re vandalo, era stata probabilmente avanzata dal generale Ezio, consapevole dell’impossibilità di sconfiggere in battaglia i Vandali. L’allettante proposta però indusse Genserico a commettere il suo primo grande errore politico: Unnerico era già sposato con una principessa visigota, ma Genserico, per liberarlo da quel vincolo, fece accusare ingiustamente la fanciulla di aver tentato di avvelenarlo. Dopo averle fatto tagliare naso e orecchie, fu rimandata a Tolosa dal padre che giurò vendetta. Da allora tra Visigoti e Vandali fu guerra aperta mentre la proposta di matrimonio proveniente da Roma fu annullata: Genserico aveva acquisito soltanto un nuovo nemico.

Medaglione di Licinia Eudocia, V secolo

Dopo la conquista africana, Genserico dovette probabilmente godersi i frutti delle sue conquiste: il poeta Sidonio lo descrive come “un ubriacone, la cui flaccidezza ha preso il sopravvento e il cui stomaco, già pieno di cibarie, riesce a malapena a digerire altro”. Se il disilluso poeta latino voleva raffigurare un condottiero dimentico delle sue imprese e oramai sprofondato nel vizio, i fatti degli anni successivi lo dovettero far lungamente ricredere.Dopo l’omicidio del generale Ezio, ordito dal sospettoso imperatore Valentiniano, quest’ultimo fu pugnalato a morte dai buccellarii, le guardie del corpo, che così vendicarono il generale alano. La situazione politica a Roma precipitò: la vedova di Valentiniano dovette sposare Petronio Massimo, nuovo imperatore, ed Eudocia, precedentemente promessa al figlio di Genserico, fu data in sposa al figlio dell’usurpatore. Ora che Ezio e Valentiniano, coi quali Genserico aveva stipulato un trattato di pace, erano morti, anche il trattato aveva perso la sua validità: Eudossia, inoltre, orripilata dal comportamento del suo nuovo marito, scrisse al re vandalo, richiedendo la sua protezione. Per dieci anni i Vandali avevano rafforzato la loro flotta per una grande spedizione: ora era giunta la grande occasione. La missione fu organizzata in tempi rapidissimi e la bella stagione favorì la riuscita dell’impresa.

Il saccheggio di Roma in un’opera di Heinrich Leutemann del 1870

Alla fine del maggio del 455 la flotta giunse alle foci del Tevere e nessuno osò ostacolarla. L’esercito, composto da guerrieri vandali e cavalieri mauri, bloccò Porto e si accampò Ad sextum, probabilmente sulla via Portuense. La notizia gettò Roma nel panico e lo stesso Petronio Massimo, preso da timore, il 31 maggio montò a cavallo per fuggire. La folla però, sentendosi abbandonata, dopo averlo riconosciuto, atterratolo da cavallo a sassate, lo linciò e il suo cadavere, fatto a pezzi, fu gettato nel Tevere: l’usurpazione di Petronio, durata appena tre mesi, si era conclusa nel modo più tragico.

I Vandali entrarono a Roma il 2 giugno, senza nessuna milizia ad ostacolarli. Il sovrano fu ricevuto da papa Leone – lo stesso che nel 452 aveva fermato Attila alle porte di Roma- il quale lo convinse a non mettere a ferro a fuoco l’Urbe. Perciò Genserico, che per le due settimane seguenti risiedette nel Palazzo imperiale sul Palatino, ebbe campo libero per saccheggiare la città, scegliendo i monumenti, razziando i palazzi, facendo un enorme bottino e riportando a Cartagine un grande numero di prigionieri. Prospero d’Aquitania, testimone degli eventi, ricorda che “per 14 giorni Roma fu spogliata di tutte le sue ricchezze, attraverso una sicura e libera ricerca del bottino”.

Valentiniano aveva fatto restaurare appena cinque anni prima il palazzo imperiale, da cui fu portata via una enorme quantità d’oro e di gemme. Fu asportata metà della volta dorata del tempio di Giove Capitolino, i tesori del Tempio di Salomone, portati a Roma da Tito, furono caricati sulle navi vandale, assieme a centinaia di insegne imperiali che andarono ad adornare il palazzo di Genserico. Furono risparmiate solo le statue bronzee della città. A differenza di Alarico, che mostrò clemenza verso i luoghi di culto, Genserico – ariano intransigente – si accanì contro le chiese e le reliquie care ai cattolici. Inoltre, furono condotti come prigionieri anche l’imperatrice Eudossia con le sue figlie, Eudocia e Placidia, e anche Gaudenzio, figlio del generale Ezio. Roma, dopo secoli di imbattibilità, fu violata e oltraggiata lasciando nella memoria collettiva un terribile ed indelebile segno.

Dopo questo enorme successo, la grandezza di Genserico non venne più contrastata. Forte di questa consapevolezza avrebbe introdotto delle riforme innovative e clamorose. Per evitare congiure di tipo tribale, ai giovani furono concesse ampie fette nella gestione del potere, senza talvolta che essi appartenessero a famiglie vandale aristocratiche; persino la successione al trono non fu limitata alla sola famiglia reale, andando contro l’antica consuetudine germanica.

Procopio ci informa poi di una importante riforma militare: Genserico avrebbe infatti inquadrato i suoi guerrieri dividendoli in 80 compagnie guidate da capitani detti in greco chiliarca, che significa “comandante di 1000 uomini”. Lentamente però i veterani alani e vandali abbandonarono le armi, per crearsi una famiglia, lasciando spazio nell’esercito a guerrieri moreschi che andarono a costituire la nuova forza militare di Genserico.

I vandali si stabilirono nella prima metà del V secolo in Africa settentrionale. Il regno vandalo, che aveva la sua capitale in Cartagine, durò poco piú di cento anni e crollò nel 534, quando venne riconquistato dai bizantini

Negli anni seguenti la flotta vandala continuò incontrastata a saccheggiare le coste del Mediterraneo. Dopo il velleitario tentativo di reazione dell’imperatore Maggioriano (†460), Genserico riprese le sue scorribande nel Mediterraneo, soggiogando la Sardegna, la Corsica e le Baleari. Nel 467, però, Genserico commise il suo secondo errore politico, violando, durante una razzia, il territorio della Grecia meridionale, di pertinenza bizantina. La reazione imperiale questa volta fu unanime e concorde: sarebbero stati stanziati 30.000 chili di oro e 300 di argento per allestire una flotta di 11.000 navi e 100.000 guerrieri. Le cifre – tramandate dagli storici coevi – sono certamente esagerate, ma l’azione imperiale fu seria, al punto da ridurre le finanze dell’Impero romano a poca cosa. Con a capo il generale Basilisco, la flotta bizantina si congiunse con quella italica di Marcellino e con quella africana guidata da Eraclio.

In Sardegna, Marcellino impegnò seriamente la flotta di Genserico, fino a recuperare il controllo sull’isola. In Sicilia, addirittura, Basilisco trionfò affondando 340 galee vandale. Eraclio, giunto in Tripolitania, sbarcò con una grande armata che ben presto si sarebbe scontrata con l’esercito vandalo che utilizzava una falange fatta di cammelli e uomini appiedati, armati di lance, scudi e giavellotti. Eraclio però neutralizzò la falange vandala grazie a un contrattacco di arcieri a cavallo, per lo più unni: per Eraclio la strada verso Cartagine era aperta.

La flotta di Basilisco attendeva gli eventi poco distante da Cartagine, attraccata all’attuale Capo Bon. Genserico dovette utilizzare tutta la sua abilità di stratega per uscire da una rischiosa empasse: dopo aver caricato di materiale infiammabile alcune vecchie galee, il condottiero vandalo le fece andare al largo, contro le navi di Basilisco. Al mattino, complice il vento, la flotta imperiale era in rotta. Marcellino, in Sicilia, cadde vittima di un attentato, probabilmente per mano di un sicario vandalo. Eraclio, rimasto solo, preferì ripiegare verso Oriente, anziché proseguire in quella che ora era una missione impossibile. I due imperi erano stati sconfitti, le finanze imperiali erano sul lastrico e Genserico risultava il condottiero più forte del Mediterraneo. Col fine di mantenere intatto il suo regno, “incoraggiava il re dei Visigoti, Eurico, ad ampliare i suoi territori a danno dell’Impero d’Occidente”, scrive Jordanes, e altrettanto fece con gli Ostrogoti per l’Italia e con gli Unni di Attila che contrappose, elargendo favori, ai Visigoti.

Negli ultimi anni della sua vita, Genserico mostrò un atteggiamento particolarmente mite, specie nei confronti dei cristiani cattolici. Dopo l’incontro con il magnanimo e incorruttibile ambasciatore bizantino Severo, che rifiutò ingenti somme di denaro pur di riportare in patria gli ostaggi, Genserico avrebbe ottenuto, grazie alla sua tolleranza, il riconoscimento da parte dell’Imperatore d’Oriente, di tutti i suoi territori, comprese le Baleari, la Sicilia, la Sardegna e la Corsica. L’anziano sovrano, oramai, rifuggiva la guerra: aveva assistito alla caduta dell’Impero d’Occidente, aveva creato un potente regno, era sopravvissuto ai più potenti condottieri del suo tempo ed aveva persino saccheggiato Roma.

Un anno dopo la deposizione dell’ultimo imperatore d’Occidente, nel 477, Genserico moriva, a circa 80 anni, di morte naturale, in uno scenario in cui i sovrani e i condottieri erano spesso mira di assassini e congiure. Il suo regno, una creazione dovuta alla sua abilità e intraprendenza, non gli sarebbe sopravvissuto: dopo appena 50 anni, il regno vandalico viene riconquistato dai Bizantini di Giustiniano e il suo ultimo successore, Gelimero, sconfitto dal generale Belisario, viene condotto come prigioniero nel 534 a Costantinopoli.

Federico Canaccini Questo articolo è stato pubblicato nel n. 207 della rivista MedioEvo (Aprile 2014).

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Il grande Digenis Akritas, eroe dell’epopea bizantina

Bisanzio, ovvero Nuova Roma-Costantinopoli, fu un faro di cultura, politica e religione nell’intero arco del periodo che ancora oggi chiamiamo Medioevo. Nel primo spazio temporale, tra la caduta di Roma e l’anno Mille, l’Impero d’Oriente fu la vera fiaccola di civiltà e prosecutore materiale dell’antica caput mundi.

Una società colta, come la definiva Kazhdan, ricca di un humus sociale figlio di antiche e diverse comunità, ora però unite sotto un unico scettro. Questo mélange di diversità portò Sir Robert Byron a definire l’Impero dei Romani d’Oriente come una “tripla fusione” composta da un corpo romano, da una mente greca, e da un’anima orientale.

Gli Acriti (soldati scelti bizantini) in un’antica rappresentazione.

In questa società, per certi versi eclettica, per altri terribilmente conservatrice, non erano rari gli amori dissoluti. Nelle varie opere giunte fino ai giorni nostri, ve n’è una assai interessante che stuzzica l’immaginazione e ricolma uno spazio creduto perduto sotto la rigida dottrina cristiana: il Digenis Akritas.

Questo poema, per altro anonimo, è tra i più importati di tutta l’epopea bizantina. Gli ultimi studi lo riconducono al X secolo, un periodo di grandi cambiamenti nell’Impero dei Romei. La dinastia macedone, che governava Costantinopoli da quasi un secolo, aveva infatti dato vita ad una grande fase espansiva a danni dell’Impero degli Arabi Abbasidi. Una sorta di guerra perenne dove un’ampia fascia di territorio, confinante tra le due grandi realtà geopolitiche della zona, era in balia di bande combattenti.

Una pagina del manoscritto originale del XII secolo, vergato in greco bizantino

In questi luoghi, tra un monte romeo e una valle araba, ecco che sboccia la leggenda del grande Digenis, anch’egli figlio di queste terre essendo, come dice il suo nome, figlio di due etnie. L’eroe non assomiglia ai suoi alter-ego latini, come Orlando o Cid. Lui non ama essere fedele al suo Imperatore, anzi è totalmente avulso dalle gerarchie e così amante della propria libertà che si dissocia da ogni legame con Costantinopoli e continua la sua vita seguendo un individualismo senza limiti. Digenis non segue alcuna forma di onore formale, bensì vive di emozioni forti e segue solamente il suo fiuto e il suo codice etico. Più che un eroe è un antieroe, difende principalmente se stesso e la sua amata consorte.

Eppure le sue grandi doti guerresche e le sue gesta inconsulte non rimangono sorde all’orecchio del Basileus. L’Imperatore tenta di conoscere questo grande guerriero, l’Akrita, ossia colui che combatte nel confine dell’Impero, ma Digenis non accetta mai di incontrarlo, anzi, lo sfida affermando che sarebbe in grado di batterlo senza alcuna difficoltà. D’altronde l’antieroe è un figlio del confine, non ha legami di giuramento e non è un servitore dell’impero.

Digenis è un personaggio solitario, non ha compagni con i quali poter dividere le proprie avventure, preferisce la singolar tenzone alle grandi battaglie. È di certo cristiano, ma non segue pedissequamente i dettami della legge divina, anzi i suoi comportamenti, sebbene mitigati alcune volte dal terrore della punizione divina, sono al di fuori di ogni regola. Non è un cavaliere che difende la fede dai nemici musulmani, pur preservando forte la sua indole cristiana non combatte i suoi nemici in quanto miscredenti, ma li distrugge solo per un suo particolare vanto e per aumentare ulteriormente la sua aura di invincibilità.

Basilio Akritas e il drago raffigurati in un piatto bizantino del XIII secolo

D’altronde il confine non è terra per nobili ed eroi. È un luogo di scontro continuo e assiduo fatto di ratti, di punizioni, di scontri e battaglie senza mai una fine. Non esiste, infatti, uno scontro finale che porti poi alla pace tra i contendenti e questo genera nell’antieroe una continua ricerca della preservazione del proprio essere e del suo strettissimo cerchio famigliare. Come dice perfettamente Maltese, il codice di Digenis è costituito da: “onore, per l’uomo, è rapire e sposare la donna amata, difendere la propria donna dagli aggressori esterni, razziare e possedere le donne altrui”.

Il poema nasce proprio da un ratto compiuto dal padre dell’eroe, Musur, che approfittando dell’assenza del genitore e dei fratelli, rapisce una fanciulla figlia di un generale romeo stanziato sul confine. L’emiro arabo, però, si innamora perdutamente della donna e decide di convertirsi al cristianesimo, assieme a tutto il suo gruppo, e di tornare nelle terre imperiali. Può così sposarsi e generare prole, l’anno successivo nasce Digenis.

Digenis segue le orme paterne ma non si innamora di alcuna donna mussulmana, bensì di una splendida donna cristiana, tenuta però segregata e ben protetta in casa dal gelosissimo padre. L’innamorato sfodera così tutto il suo charme da grande amatore. Inizia a corteggiare la fanciulla cantando sotto la sua finestra accompagnandosi con una cetra, lei si mostra dalla finestra e si innamora perdutamente dell’eroe. Così, Digenis, la convince a scappare e la rapisce in una notte stellata. Appena il padre si accorge che sua figlia è sparita, assieme ai suoi figli maschi, rincorre i due fuggitivi e li raggiunge. Digenis non mostra paura ed impavido li affronta e li vince sconfiggendoli tutti. Al padre non resta che riconoscere l’amore della figlia e le intenzioni dell’eroe.

Il romanzo però non termina qui, anzi, si infittisce di interessantissimi aneddoti e la narrazione diventa sempre più avvincente. Ora che l’eroe ha ottenuto la sua bella la deve difendere dalle mille avversità e da diversi pericoli. D’altronde il confine non è luogo di pace e di tranquillità, anzi è località irta di ostacoli e bramosa di vite umane. Digenis dimostra tutto il suo valore vincendo subito un drago che per l’occasione si era trasformato in un bellissimo giovane e aveva tentato di violentare la moglie. Poi è il turno di un leone che l’acrita vince uccidendolo con un colpo di clava, ma la vita di frontiera non permette sogni tranquilli. I due, mentre cantano il loro amore, vengono sorpresi da un gruppo di predoni. Digenis li sconfigge tutti poi sfida i loro migliori guerrieri a duello, vincendo ancora una volta.

Akristas e il drago – Piatto bizantino – Museo Archeologico di Castro (LE)

La donna, in questo ambiente, è il centro di tutto il nucleo narrativo. Il possesso, il ratto, la difesa di essa è il fulcro dell’onorabilità dell’eroe o del guerriero.

Digenis però non si limita solo a questo. Anzi, non contento della sua vita famigliare tradisce l’amata per ben due volte. La prima esperienza si concreta poco dopo il matrimonio, con una donna araba appena vista vicino ad una fonte in pieno deserto. La donna è così bella che Digenis crede di cadere in un tranello del demonio e si fa il segno della croce. Una volta vinte le sue paure si avvicina ed inizia ad ascoltare la sua richiesta d’aiuto. Lei è così triste per problemi di cuore, si è innamorata di un soldato romeo che dopo tre giorni di passione l’ha abbandonata in mezzo al deserto senza lasciarle nulla per vivere. Mentre la ragazza racconta le sue vicende, ecco che giunge un gruppo di predoni arabi con l’intento di uccidere entrambi. A quel punto Digenis, rimasto in incognito, sfodera tutta la sua baldanza guerriera e sconfigge velocemente i nemici. L’eroe è così costretto a rivelarsi e promette alla donna di portarla dal suo amante e di costringerlo poi a sposarla. Ma il richiamo fisico è troppo forte, durante il tragitto, Digenis, pur respinto a forza dalla dama, la violenta. Una volta ricondotta la donna dal suo amante romeo e dopo averlo costretto a sposarla torna verso casa con il cuore ricolmo di sensi di colpa, mostrando ancora una volta la sua psicologia ambivalente. Da un lato costringe il suo rivale in amore ad accettare il matrimonio affermando così il suo codice etico cristiano, da un altro dimostra la sua codardia nel non rilevare all’uomo la violenza perpetrata a danni della sua futura moglie.

Eppure anche quest’azione non placa la sua voglia di primeggiare. L’animo del nostro eroe non è mai, infatti, domo, tutt’altro esso è un vortice di passioni inconsulte che sfociano sempre in combattimenti fisici. Quando, nel suo quotidiano controllo delle frontiere, trova un gruppo di predoni, si scaglia con tutta la sua forza contro di loro e li stermina velocemente. Mentre sta finendo gli ultimi avversari vede apparire il loro capo: l’amazzone Maximò che lo sfida a duello. Lo scontro è alla pari, nessuno dei due duellanti pare vincere, fino a quando Digenis riesce a ferire la mano dell’avversaria facendole perdere la spada. A quel punto Maximò supplica il nostro eroe di non ucciderla offrendosi, ancora vergine, all’acrita. Digenis rifiuta in prima battuta, affermando di avere già una bella moglie a casa che lo attende, ma la vista dell’amazzone, coperta solamente di un vestito simile ad una ragnatela, lo fa avvampare e l’unione fisica si concreta ancora una volta. Intanto la moglie, insospettita dal ritardo, chiede a Digenis i motivi di tale fatto ma lui dimostra una grande abilità oratoria e riesce a convincerla usando parole dolci. Poi però il senso della vergogna diventa irresistibile, l’eroe torna sul luogo del misfatto e uccide l’amazzone.

In conclusione, si può affermare che il Digenis è un campione anarchico che vive ogni giorno della sua vita come se fosse l’ultimo. La sua fiamma ardente è votata alla battaglia, materia in cui eccelle, anzi ne è il campione, ma senza la sua controparte fisica, ossia l’amore biblico verso le donne che in precedenza aveva difeso e quindi conquistato, il suo temperamento non avrebbe pace. Non avendo capi non ha neppure un codice morale né un codice etico, il suo comportamento è legato al luogo in cui risiede, una sorta di limbo dove tutto può accadere senza avere grosse conseguenze. Essendo lui stesso emblema di quella terra ne respira e ne vive le contraddizioni più vere e sincere. L’arcaico tipo di guerriero della frontiera si fonde così, come dice giustamente Maltese, nella più recente epica cristiana mantenendo però le contraddizioni di questi due mondi completamente diversi.

Nicola Bergamo

Da leggereDigenis Akritas, Poema anonimo bizantino, traduzione a cura di P. Odorico, prefazione di E. V. Maltese, Giunti, Firenze 1995.Figure bizantine, C. Diehl, traduzione di M. S. Ruffolo, introduzione di Silvia Ronchey, Einaudi, Torino 2007

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Gilles de Rais, serial killer del Medioevo

Lo scrittore Charles Perrault (1628-1703) deve la sua fama letteraria a I racconti di mia madre l’Oca, pubblicati in Francia nel 1697. Si tratta di undici fiabe che comprendono alcuni tra i più celebri esempi di letteratura per bambini e ragazzi. Chi non conosce infatti – foss’anche solo nella versione della Disney – Cenerentola, Cappuccetto Rosso, Il gatto con gli stivali o La bella addormentata nel bosco? Con questi racconti Perrault inaugurò il genere della fiaba che in Francia non aveva alcun precedente letterario.

Barbablù consegna la chiave a sua moglie Pula, illustrazione di Gustave Doré (1862)

Tra gli undici racconti vi è anche quello di Barbablù che, forse a motivo della sua efferatezza, non fu ridotto in versione disneyana: vi si narra la vicenda di un sadico assassino che uccide, in una stanza degli orrori, sette donne, dopo averle prese in moglie.

Purtroppo nella trama che Perrault aveva intessuto c’era un tragico fondamento di verità e una serie infinita di dettagli che conduceva in un’area ben delimitata della Bretagna del ‘400. Tutto convergeva sulla vicenda storica di Gilles de Rais (1404-1440), compagno d’arme di Giovanna d’Arco, maresciallo dell’esercito regio, uomo ricco e raffinato, divenuto – dopo la parabola della Pulzella – un omicida seriale di oltre 140 bambini, condotti con l’inganno nei propri castelli e, con l’aiuto di alcuni complici e sedicenti maghi, abusati e fatti morire di atroci tormenti nella speranza di recuperare, grazie a questi folli riti, le ricchezze perdute.

Per una serie di coincidenze Gilles si sarebbe ritrovato ad ereditare una delle più grandi fortune di Francia, risultato di tre patrimoni: quello del padre, Guy de Laval-Montmorency, quello del nonno materno, Jean de Craon e quello dei Rais, da cui ottenne il nome, nella persona di Jeanne Chabot de Rais.

Suo padre Guy dapprima circuì la anziana Jeanne, senza eredi maschi, poi, ripiegò sposandone la figlia, unica ereditiera. Nel 1404 furono celebrate le nozze e, per propiziare la nascita di un maschio, gli sposi si recarono in pellegrinaggio a Saint Gilles du Cotentin, promettendo di battezzare il nascituro col nome del santo. Alla fine dell’anno un maschietto nasceva a Champtocé, nel maniero dei Craon: era Gilles de Rais.

Ritratto di fantasia di Gilles de Rais di Éloi Firmin Féron, olio su tela, 1835

Di nobile famiglia, il piccolo Gilles leggeva i classici latini, per crescere educato alle imprese dei Cesari: ma di quei condottieri, il giovane ammirava più le efferatezze e le stramberie che il valore e la magnanimità. Da Svetonio apprese che Caligola amava far morire lentamente le proprie vittime, che sperperava il denaro in spese folli, che commetteva eccessi di ogni sorta, giacendo con la moglie, con amanti, con le sorelle. In un’epoca come quella del ‘400, funestata da carestie, pestilenze, dalla Guerra dei Cent’anni, il giovane Gilles associò l’idea di potenza a quella di infliggere la morte ai propri rivali: non era certo il solo.

Il 1415 fu un anno decisivo per la crescita di Gilles: nei primi mesi dell’anno perse la madre e a settembre anche suo padre, sbudellato da un cinghiale durante una battuta di caccia. Dopo una lunga agonia, il padre pose Gilles e il suo fratellino René, sotto la tutela di un cugino, evitando l’influenza del nonno materno, Jean de Craon, uomo torbido e senza scrupoli. Un mese dopo, ad Azincourt, cadeva Amaury, figlio del Craon, lasciando Gilles unico erede di tre patrimoni e sotto la tutela del nonno, un vecchio cinico e avaro che lasciò crescere il piccolo senza porgli alcuna restrizione. Sarà lo stesso Gilles de Rais a dichiarare nel processo che “a causa del cattivo governo che v’era stato della sua infanzia, essendo stato lasciato senza freno (…) perpetrò grandi ed enormi crimini, principalmente nella sua giovinezza, cinicamente contro Dio e i suoi comandamenti”.

Il Craon si preoccupò di combinare le nozze per Gilles che nel 1422 impalmò sua cugina Catherine de Thouars che gli avrebbe portato in dote il famigerato castello di Tiffauges, quello che diverrà, nell’immaginario collettivo, il castello di Barbablù. Giunto alla maggiore età il nobile si distinse per le spese folli: con una smania da perenne insoddisfatto, Gilles acquistava in modo compulsivo stoffe preziose e pietre rare, arazzi e reliquiari, gemme antiche e cappelli bizzarri. Nel 1425 incontrò per la prima volta il Delfino Carlo VII, costretto a ritirarsi a Bourges dopo essere scampato alla morte per mano del duca di Borgogna suo rivale. Il Borgogna morirà a sua volta nell’ennesimo scontro tra rivali, riaccendendo la guerra civile e lasciando sempre più spazio agli Inglesi. La Francia tocca il suo punto più nero: Carlo VI, il re folle, dichiara il Delfino “parricida” e nel 1420, a Troyes, viene firmato un trattato con cui si sancisce che, alla sua scomparsa, la corona sarebbe passata ad Enrico VI Lancaster.

Gilles viene introdotto alla corte del “re di Bourges”, come veniva ironicamente soprannominato dagli avversari: il giovane si fece notare subito per la sua prodigalità, per lo sfarzo del suo contingente, per il rigore dei suoi soldati ma anche per il coraggio in battaglia e la freddezza con cui assisteva alle tante esecuzioni che ordinava contro i collaborazionisti o i traditori. Ovviamente non era visto di buon occhio dagli altri comandanti e neppure a corte. La sua ricchezza e il suo sfarzo provocavano l’invidia nei più, in una corte, come quella di Chinon, che spesso somigliava più ad una mensa comune che ad una regale. Per salvare la Francia sarebbe servito un miracolo, e quel miracolo apparve nel marzo del 1429, sotto le spoglie di una giovane vergine: Giovanna d’Arco. Le vicende della Pulzella sono note: una fanciulla lorenese, assecondando delle “voci”, si presenta a Carlo VII con l’obiettivo di liberare Orléans, condurre il Delfino a Reims e consacrarlo re di Francia.

Gilles de Rais in un ritratto di autore sconosciuto del XVI secolo

Gilles de Rais era a corte quando la Pulzella si inginocchiò davanti al Delfino e vide con i suoi occhi la Vergine che avrebbe salvato la Francia dall’abisso. Su incarico del sovrano Gilles la scortò a Poitiers, dove fu sottoposta ad un’inchiesta per appurarne la bontà. Superata brillantemente la serie di domande Giovanna fu dotata di un’armatura su misura, di paggi e di dodici cavalli. A Blois si incontrarono i nobili con i contingenti destinati al soccorso di Orléans: Gilles fu nominato comandante delle truppe reali e fu a fianco di Giovanna per tutto il tempo delle operazioni. Sicuramente i due avevano dei punti di contatto: l’autorevolezza, l’amore per l’azione ma anche per le stoffe preziose e le cose belle. Di Giovanna il condottiero ammirava la durezza con cui trattava le prostitute che giravano tra le truppe e che proibì per tutto il tempo che durò l’assedio, proponendo invece ai soldati preghiera e raccoglimento. Era questo misto di rigidità e misticismo che doveva affascinare il violento ma raffinato Gilles. Seguendo l’esempio della carismatica eroina, il contingente liberò in meno di due settimane Orléans, stretta d’assedio da otto mesi. Alla liberazione seguì il successo di Patay, dove il Rais si guadagnò la gloria militare: il re lo ricompensò col titolo di Maresciallo, con l’onore di portare l’arme reale e con uno stipendio di mille lire.

Giovanna era arrivata a Chinon il 6 marzo; Orléans era stata liberata il 6 maggio; il 17 luglio Carlo VII veniva incoronato a Reims. All’incoronazione seguì immediatamente l’azione della diplomazia che sia Giovanna che Gilles non amavano. Il signore di Rais doveva obbedire al generale La Trémoille, a cui aveva prestato giuramento; la Pulzella pagò con la cattura e la prigione, l’ennesimo colpo di mano, stavolta a Compiégne (maggio 1430). Venduta dai Borgognoni agli Inglesi per 10.000 lire, questi ultimi ne decretarono la morte sul rogo con l’accusa di stregoneria.Alla morte della sua eroina, arsa a Rouen nel maggio del 1431, Gilles compie ancora alcune azioni militari, tra cui la battaglia di Lagny: un successo. Fu uno degli ultimi episodi di guerra a cui partecipò il condottiero. In cinque anni di guerra il giovane nobile, orgoglioso e raffinato, aveva scoperto quanto fosse inebriante uccidere: si avvicinava a passi veloci il momento del suo declino e della sua follia.

Per sua stessa ammissione, come si legge nelle pagine del processo, fu dal 1432 che iniziò ad uccidere per suo piacere, l’anno in cui il nonno materno morì. Senza più il modello religioso della Pulzella, senza più il freno dell’autorità patriarcale incarnata dal ruvido nonno, Gilles si trovò libero; persino il signore a cui aveva giurato fedeltà, La Trémoille, era stato estromesso. Gilles era libero, ma anche profondamente solo, senza una mèta e in compagnia di molte ossessioni.

Come ammetterà nel processo “non c’era nessun’altra causa, nessun altro fine né intenzione (…); aveva seguito la sua immaginazione e il suo pensiero, senza il consiglio di alcuno e secondo i propri sensi, soltanto per il suo piacere e diletto carnale, e non per altre intenzioni o fini”. A partire dal 1432 iniziarono a sparire fanciulli e fanciulle dalle campagne vicine ai castelli del signore di Rais: a Machecoul, a Tiffauges a Champtocé, a Pouzages. Alcuni ragazzi venivano addirittura richiesti impudentemente dagli aiutanti del barone, altri, semplicemente, svanivano. Alle richieste dei genitori sulla sorte dei figli, di volta in volta, si accampavano scuse o si proponevano ipotesi fantasiose: sarà andato in un altro castello, un nobile lo avrà preso con sé, sarà caduto da un ponte, sarà stato rapito dai briganti.

Il lato oscuro di Gilles de Rais in un’opera ottocentesca di Jean-Antoine-Valentin Foulquier

Il loro destino era sempre uguale: se scarne sono le informazioni sulla vita quotidiana di Gilles de Rais, le carte processuali hanno fatto spietatamente luce in modo minuzioso sulle violenze, gli abusi e le morti cruente inflitte alle decine di giovani vittime. Con l’aiuto e la complicità dei suoi aiutanti Sillé, Briqueville e Poitou, il barone di Rais accoglieva i fanciulli nel suo castello invitandoli a pranzi luculliani durante i quali “un’avidità insaziabile di cibi delicati, e il frequente assorbimento di vini caldi, provocarono principalmente in lui uno stato di eccitazione che lo portò a perpetrare tanti peccati e crimini”.

Tutti a corte sapevano delle perversioni del loro oscuro signore: erano però legati da un misto di fedeltà, paura e omertà essendo coloro che, sprofondando nelle latrine, vi occultavano i cadaveri dei poveri innocenti. Una volta assaggiata l’inebriante, bacata potenza derivante da tutto ciò, la mente di Gilles de Rais si spezzò per sempre. Privo di freni inibitori, conscio o inconscio del proprio potere, il maresciallo scatenò la propria furia contro chi meno poteva difendersi: i bambini.

La sua mente iniziò poi a percorrere con sempre maggiore compiacimento, la via dello sdoppiamento: di giorno il nobile raffinato e devoto, di notte lo spietato assassino. Nel 1435 spese cifre da capogiro per la fondazione dei Santi Innocenti (cioè i bambini uccisi al posto del bambino Gesù) a Machecoul “per il bene e la salvezza della propria anima”. Nella prima metà del XV secolo il culto macabro per i Santi Innocenti conobbe un successo strepitoso: era l’epoca in cui il sangue, la morte, l’orrore erano associati – oltre che alla quotidianità – in un modo bizzarro, anche alla pietà e alla religiosità. Per Gilles era un connubio perfetto. Nello stesso anno giunse a corte Roger de Briqueville che Gilles nominò subito proprio sosia, dandogli il nome di “Rais-le-Héraut”, l’araldo di Rais. Due anni dopo gli conferì enormi poteri tra cui persino occuparsi del futuro matrimonio della piccola Marie, sua figlia. Non a caso il teatro divenne la più grande passione del mostro: la finzione, il doppio, l’apparenza, l’inganno scenico. Tutto questo non faceva che assecondare la devianza che piano, piano si allargava nella mente del signore di Bretagna.

Fu infatti per uno spettacolo teatrale che il nobile signore impegnò gran parte delle proprie sostanze. Dalla vittoria di Orléans, ogni 8 maggio si festeggiava con solennità la liberazione della città. Un ignoto autore aveva composto il Mystère du Siège d’Orléans, un’opera di ventimila versi la cui rappresentazione richiedeva 500 attori. La città stessa diveniva palcoscenico e tra i protagonisti vi era naturalmente anche il signore di Rais: il Delfino annuncia in un passo alla Pulzella che avrà “il maresciallo di Rays, e un valoroso gentiluomo, Ambroise de Loré. (…) Garantiscano la vostra spedizione!”. Gilles poteva assistere seduto su uno scranno al proprio sogno-incubo: rivedere l’uomo felice, campione ad Orléans, allontanando così la sua condizione attuale di sadico, inseguito dai creditori, deriso a corte per il suo infantile scialare. Il miraggio di questo labile godimento temporaneo lo consumò: Gilles curò in ogni dettaglio la messa in scena del Mystère, facendo ricavare persino i cenci dei mendicanti da stoffe nuove, stracciate a bella posta. In poche settimane dilapidò una cifra stimabile attorno ai 2-3 milioni di euro attuali. Il signore impegnò castelli, terre, persino oggetti personali: Gilles era oramai preda della sua ossessione.

Il sigillo di Gilles de Rais

Le spese folli, il raptus omicida, la confusione sessuale, il degrado psichico, le pressioni dei creditori gettarono Gilles in uno stato crescente di frustrazione e disperazione da cui non si sarebbe più liberato. Un tentativo di sciogliere quel laccio, in realtà, vi fu, ma aggravò la situazione: il nobile, infatti, rivolse le proprie attenzioni alla magia e all’alchimia, nel tentativo di risollevare le proprie fortune. Non era certo il solo Gilles l’unico signore attorniato da sedicenti maghi e alchimisti. Ma il depravato non ebbe scrupoli a rivolgersi al Diavolo pur di uscire da quell’incubo, sprofondando in uno ancora più nero.

Inviò i propri servitori a caccia di maghi in grado di evocare demoni e quando Blanchet, amico di Gilles, incontrò il chierico Francesco Prelati, di Montecatini, trovò in lui l’uomo adatto alle esigenze del suo signore. Per evocare il demone Barron, il Prelati richiese a Gilles di sacrificare di volta in volta una colomba o una gallina: non ottenendo alcun risultato soddisfacente, per ottenere qualcosa di considerevole dal demone, il Prelati suggerì di fargli omaggio di membra di un giovane.

Gilles aveva già da tempo intrapreso la via dell’omicida seriale: la complicazione di sacrificare a Satana le proprie vittime fu un ulteriore passo nell’abisso. Nel suo delirio, infatti, Gilles si riteneva ancora un buon cristiano, temeva ancora il Dio della misericordia, aveva addirittura progettato un pellegrinaggio di espiazione a Gerusalemme. Cedere alle profferte del Demonio significava perdere anche quel labile freno inibitorio: alla mancata apparizione del demone davanti al sacrificio umano, anziché cessare, la mattanza aumentò.

Nel frattempo iniziarono a circolare voci sulle oramai incalcolabili sparizioni dei bambini: si diceva che Gilles uccideva e faceva uccidere fanciulli e col loro sangue scriveva un libro nero. Alcuni dei suoi aiutanti dovettero farsi scappare qualche parola di troppo, qualcuno vide qualcosa e le voci si fecero più insistenti.

Ma fu il suo carattere borioso e violento a tradirlo. Tra i vari acquirenti a prezzi stracciati dei suoi beni, vi era anche Geoffroy le Ferron, tesoriere di Bretagna, che aveva dato in custodia Saint Etienne de Mermorte al fratello Jean, un chierico protetto dall’immunità. Le lamentele dei contadini, vessati dai nuovi signori giunti “in casa” di Gilles de Rais, arrivarono alle sue orecchie e smossero la suscettibilità del barone. Gilles, alla luce del sole, prese le difese di quei contadini di cui, nell’oscurità delle tenebre, seviziava i figli: ma lo fece contravvenendo i privilegi ecclesiastici e infrangendo il patto che aveva stipulato con il duca di Bretagna, di cui le Ferron era tesoriere. Si fece infatti restituire, ob torto collo, il maniero e gettò in prigione il chierico. Dell’episodio approfittò il vescovo di Nantes, Jean de Malestroit, il quale – sfruttando questa violazione come pretesto – avviò un’inchiesta privata riguardo alle voci sui delitti attribuiti al maresciallo.

Resti del castello di Machecoul

Nel luglio del 1440 Gilles dovette compiere uno degli ultimi suoi macabri omicidi: moriva tra le mani del brutale cavaliere il figlio di Jean Lavary. A fine mese il vescovo inviò lettere in cui non si parlava dell’episodio di Saint Etienne, ma si leggeva che “il nobil uomo monsignor Gilles de Rais, signore del detto luogo e barone, con taluni suoi complici aveva sgozzato, ucciso e massacrato in modo odioso numerosi giovani innocenti; che aveva praticato con tali fanciulli lussuria contro natura e vizio di sodomia; che aveva spesso fatto e fatto fare l’orribile evocazione dei demoni, aveva sacrificato e fatto patti con essi e perpetrato altri crimini entro i confini della nostra giurisdizione”. L’accusa era stata lanciata, ma Gilles, ignaro, proseguì: il piccolo figlio di Macée de Villeblanche, di soli nove anni, fu l’ultima vittima del mostro.

Il vescovo agì in sinergia col duca di Bretagna e col signore di Richemont: il castello di Tiffauges fu conquistato e il chierico lì detenuto, immediatamente liberato. Al gesto riparatore circa l’affaire di Saint Etienne, seguì l’accusa che il vescovo aveva mosso e che fu fatta propria anche dal braccio secolare. Il 14 settembre del 1440 gli uomini del duca di Bretagna si presentarono al castello di Machecoul per arrestare Gilles de Rais e molti dei suoi complici, tra cui i suoi camerieri e Prelati. Non vi fu resistenza: Gilles associò al solo episodio di Saint Etiénne il trambusto e l’arresto. Il processo, invece, si aprì il 19 settembre con l’accusa generica di “eresia dottrinale” che Gilles accolse con calma, rassicurando la corte che si sarebbe volentieri sottoposto a interrogazioni tenute da inquisitori. Gilles ignorava che il giudice aveva incontrato decine di parenti di bambini spariti e che tutti gli indizi conducevano ai suoi castelli da cui le vittime non facevano più ritorno.

Alle accuse enormi il sire di Rais rispose respingendole e non riconoscendo il potere giuridico della corte presieduta dal vescovo. Ma nelle sedute seguenti, alla lettura di innumerevoli articoli e capi d’accusa, e soprattutto al monito di dover riconoscere la corte, in quanto presieduta da un vicario del papa, e quindi di Cristo, Gilles de Rais cedette: fin tanto che Gilles era libero di scegliere tra Dio e Satana, era sempre lui l’attore. Con la scomunica, gli veniva preclusa la possibilità di scelta: la sua forza cedette. Sommessamente riconobbe la giurisdizione dei suoi giudici: poi, tra le lacrime e in ginocchio, si rivolse al vescovo per essere assolto dalla sentenza di scomunica. Solo dopo questa rassicurazione riconobbe tutti i crimini che gli erano stati imputati.

L’esecuzione di Gilles de Rais, Biblioteca di Francia

La corte rimase sbalordita di fronte all’ammissione di colpevolezza e di fronte alla portata dell’orrore e alla mancanza di un movente: Pierre de L’Hôpital, presidente di Bretagna, non comprendeva come tutto ciò fosse stato possibile senza un perché. Gilles, abbandonando il latino informale dell’interrogatorio, rispose in francese: “Invero, non c’era nessuna altra causa, nessun altro fine né intenzione, se non quelli che vi ho già detto: vi ho già detto cosa assai più grandi, abbastanza da far morire diecimila uomini”.

Nella udienza finale, il 22 ottobre 1440, Gilles rese piena confessione – e volle farlo in volgare, al fine di essere compreso da tutti – davanti a una folla enorme. Da mostro si trasformò in vittima e esortò “quanti avevano dei figli ad istruirli nelle buone dottrine e ad inculcare loro l’abitudine alla virtù sin dalla primissima infanzia”.

Gilles si poneva come critico della corrotta società di cui lui era un piccolo ingranaggio. Implorava i genitori a vegliare sui figli, a non tollerare l’ozio, a non comprar loro vestiti troppo costosi: era tutto questo che lo aveva portato alla rovina. La sua confessione si concluse con la sua richiesta della “misericordia e il perdono del suo Creatore e Santo Redentore, come pure dei genitori e degli amici dei fanciulli così crudelmente massacrati, e di tutti coloro di cui aveva leso i diritti, domandando a tutti i fedeli adoratori di Cristo il soccorso delle loro devote preghiere”.

Il mostro si era trasformato in un santo e come tale si avviò al patibolo: ottenne di essere ammesso ai sacramenti e si confessò. Fu condannato all’impiccagione assieme a due servitori e poi al rogo: questo oltraggio fu a lui però risparmiato, a motivo della sua profonda contrizione. Gilles ottenne addirittura di essere sepolto nella chiesa del monastero di Notre Dame des Carmes.

Ma quando nel corso della Rivoluzione Francese, anche Nantes fu travolta, la chiesa di Notre Dame fu saccheggiata e la tomba di Gilles de Rais, come quella di altri, fu profanata, distrutta per sempre, e i suoi resti gettati nella Loira.

Federico Canaccini Questo articolo è stato pubblicato nel n. 248 del mensile MedioEvo (settembre 2017)

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La leggenda di Robin Hood

All’ingresso di una fumosa taverna un uomo è inginocchiato a chiedere l’elemosina, tra l’indifferenza degli avventori: “Fate la carità! Sono povero, io! Sono povero!”.

Improvvisamente una freccia si conficca a terra, proprio davanti alla porta della taverna. Subito con un balzo arriva un uomo di verde vestito: “Sono Robin Hood: rubo ai ricchi per dare ai poveri” dice al mendicante, consegnandogli un sacco pieno di monete d’oro; poi gli dà una pacca sulla spalla e se ne va.

Una scena dal film Superfantozzi di Neri Parenti (1985)

Il mendicante, incredulo e colmo di gioia, corre a casa gridando: “Pina! Guarda qua! Guarda quanti soldi! Siamo ricchi! Siamo ricchi!”.

Ha appena fatto in tempo a rovesciare il prezioso bottino sul tavolo, quando nel legno si conficca una freccia. Subito con un balzo arriva l’uomo di verde vestito: “Sono Robin Hood: rubo ai ricchi per dare ai poveri”; raccoglie le monete, riprende il sacco, dà un’altra pacca sulla spalla al poveretto e se ne va.

Il nostro si accascia disperato: “Io nemmeno per venti minuti!”.

Lo sketch inserito da Paolo Villaggio nel film Superfantozzi – uscito nel 1985 e interpretato con Luc Merenda – riassume in un minuto e mezzo oltre un secolo di luoghi comuni con cui il cinema ha raccontato il brigante di Sherwood, contribuendo non solo ad accrescerne il mito ma anche a delinearne lo stesso profilo.

A differenza di tutti i suoi colleghi eroi, infatti, Robin Hood non è né un personaggio storico né un personaggio letterario, ma una vera e propria leggenda in evoluzione, che dal Medioevo ad oggi non ha mai smesso di arricchirsi di dettagli e sfornare personaggi. La letteratura prima e il cinema poi, si sono infatti potuti permettere di rileggere la storia del fuorilegge inglese in mille modi diversi senza rischiare di tradirne l’identità ma – al contrario – contribuendo a svilupparla.

La pagina di un manoscritto conservata alla National Library of Scotland

Le origini storiche Una figura realmente esistita, all’origine della leggenda, probabilmente c’è, ma si tratta di un semplice bandito medievale senza alcuna ambizione romantica: insomma il vero Robyn Hood rubava ai ricchi senza finalità benefiche e senza spasimi d’amore per una bella damigella.

Se si sia trattato di un volgare criminale che si nascondeva nella foresta o di un nobile decaduto a capo di una qualche rivolta popolare, questo non è mai stato chiarito. Inizialmente Robin è descritto come un mercante o un contadino, e solo successivamente diventa un nobile identificato con Earl di Huntington, Robert di Loksley o Robert Fitz Ooth.

Secondo alcune teorie la sua origine è da rintracciare piuttosto nel culto di una divinità della foresta che aveva assunto la forma di una volpe, e in questo caso l’adattamento cinematografico più fedele – paradossalmente – sarebbe il cartone animato della Walt Disney che vede proprio una volpe vestire i panni del giustiziere.

Una tomba con il suo nome esiste, effettivamente, a Loxley nello Yorkshire, ma a complicare le cose ci sono le datazioni molto contrastanti tra loro.

Ad ogni modo i primi documenti in cui compare il suo nome sono una pergamena della Corte d’Assise dello Yorkshire risalente al 1225 in cui si parla di “Robin Hood, fuorilegge” e un testamento datato al 1248 e intestato a “Il conte Robin di Huntingdon”.

Il mito del conte divenuto fuorilegge, tuttavia, si forma in pochissimo tempo: già nel 1377, infatti, il chierico inglese William Langland afferma di conoscere “le ballate di Robin Hood”.

Nello Scottish Chronicon, iniziato da John Fordun proprio nel 1377 e completato dal suo allievo Walter Bower nel 1450, leggiamo: “In quel periodo, tra coloro che erano stati privati dei loro possedimenti si sollevò il celebre bandito Robin Hood, (con Little John e i loro compagni) le cui gesta il volgo si delizia di celebrare in commedie e tragedie, mentre le ballate sulle sue avventure cantate da giullari e menestrelli sono preferite a tutte le altre”.

Bisogna aspettare però il 1510 per trovare il primo racconto completo ancora esistente – Le gesta di Robin Hood – in cui il personaggio inizia a delinearsi come ladro gentiluomo e giustiziere a servizio di Riccardo cuor di Leone, contro il fratello usurpatore Giovanni Senzaterra.

In realtà, ammesso che Robin Hood sia stato davvero un aristocratico trasformatosi in giustiziere, di certo non ha mai combattuto al fianco di Riccardo cuor di Leone mentre ha sicuramente agito durante il regno di Giovanni.

Il conflitto tra Riccardo e Giovanni è invece rigorosamente storico: nel 1191 mentre Riccardo (che dei suoi 10 anni di regno non ne ha passato nemmeno uno in Inghilterra) cercava di conquistare Gerusalemme, Giovanni complottava contro di lui con il re di Francia Filippo Augusto. Tornato vittorioso dalla crociata (dove aveva concluso con il Saldino una tregua di “tre anni, tre mesi, tre giorni, tre ore”) Riccardo era stato catturato e tenuto prigioniero dall’imperatore, che aveva chiesto un riscatto di 100mila sterline (il triplo del reddito annuale della corona inglese) raccolte dalla madre Eleonora d’Aquitania attraverso salatissime tasse e requisizioni, mentre Giovanni e Filippo avevano offerto un contro-riscatto di 80mila marchi per tenerlo prigioniero.

Il 4 febbraio 1194 Riccardo era stato rilasciato e Filippo aveva inviato un messaggio a Giovanni Senzaterra: “Guarda a te stesso, il diavolo è libero”.

Dopo aver cercato di farsi riconoscere come re diffondendo la falsa notizia della morte del fratello, all’usurpatore non era restato che fuggirsene in Francia.

Di fatto, però, Riccardo non era mai tornato a regnare in Inghilterra: arrivato in Normandia alla fine del 1194 si era accorto che Filippo II Augusto, approfittando della sua assenza, aveva cercato di sottrargli diversi feudi, e aveva reagito immediatamente combattendo per cinque anni contro il re di Francia.

Durante l’assedio di un castello ribelle – quello di Châlus-Chabrol – il 25 marzo 1199, mentre camminava intorno alle mura privo della sua cotta di maglia, era stato colpito alla spalla da un balestriere che stava osservando divertito perché usava come scudo una padella.

Il re era tornato alla tenda convinto che la ferita non fosse grave, e invece era morto dopo dodici giorni di agonia, lasciando al fratello traditore una corona sommersa dai debiti.

Per sanarli Giovanni Senzaterra, durante il suo regno (1199-1216) aveva elevato l’imposizione fiscale costringendo molte persone alla miseria e al brigantaggio, soprattutto con la “Legge della Foresta” che accordava alla corte reale un accesso esclusivo alle vaste distese di territori di caccia e di legname da ardere e prevedeva punizioni spietate per i contravventori.

Proprio i forti conflitti con la nobiltà inglese, peraltro, avrebbero costretto Giovanni a firmare la Magna Charta Libertatum: il documento che, limitando il potere del re a favore dei baroni, viene considerato l’atto di nascita della monarchia costituzionale.

Robin Hood nella letteratura Sin dai testi più antichi compaiono il fido Little John e il perfido sceriffo di Nottingham, mentre lady Marian fa la sua apparizione alla fine del Cinquecento in tre drammi teatrali rappresentati soprattutto in occasione della festa di Capodanno: Robin Hood ed il vasaio, Robin Hood ed il frate e Robin Hood e lo sceriffo, ma ne troviamo traccia anche in un dramma francese del 1280: Le jeu de Robin et Marion.

Una delle innumerevoli edizioni di Ivanhoe (Utet)

Il primo grande artista a dare dignità letteraria all’arciere di Sherwood, tuttavia, è Walter Scott, che nel 1819 lo inserisce tra i personaggi del suo capolavoro: Ivanohe, il primo romanzo storico della letteratura moderna, che ispirerà – tra gli altri – Alessandro Manzoni per I promessi sposi.

Ambientato alla fine del XII secolo, Ivanhoe è incentrato sulla lotta tra sassoni e normanni: anche se Robin Hood non è il protagonista del romanzo e non figura nemmeno con il suo nome tradizionale (quanto piuttosto come sir Robert di Loxley) è proprio Scott a fissare i canoni della tradizione moderna.

In Ivanhoe Robin è infatti un nobile sassone in lotta contro l’usurpatore Giovanni Senzaterra, che approfitta dell’assenza del fratello per opprimere il popolo inglese. Riccardo Cuor di Leone, da parte sua, torna dalle crociate sotto le mentite spoglie del Cavaliere Nero e quando si riprende il trono premia la fedeltà di Robert, che definisce “re dei fuorilegge e principe dei bravi ragazzi!”.

Cinquant’anni più tardi ad occuparsi del nostro eroe, dall’altra parte della Manica, è un altro grande scrittore; anche se decisamente più commerciale e meno accurato di Scott.

Quando Alexandre Dumas muore nel 1870 ha raccontato praticamente tutti i grandi eroi della storia e della leggenda: dai Tre Moschettieri al Conte di Montecristo, dalla Regina Margot ai Borgia, da Napoleone a Giovanna d’Arco; vengono pubblicati postumi, invece, i due romanzi sull’aristocratico bandito: Robin Hood, principe dei ladri e Robin Hood il proscritto, che escono rispettivamente nel 1872 e nel 1873 e sigillano definitivamente la versione letteraria del personaggio come nobile sassone che, privato delle sue terre dallo sceriffo di Notthingam, si rifugia nella foresta di Sherwood con frate Tuck e Little John combattendo contro i soprusi del governo.

Mancano appena vent’anni alla nascita del cinema, che darà un contributo fondamentale allo sviluppo del mito, anche perché a vestirne i panni saranno tutti i più grandi divi del cinema d’azione: da Zorro a James Bond, dal generale Custer a Balla coi lupi, dal Gladiatore a Elton John.

Robin Hood al cinema La sua prima traccia cinematografica Robin Hood la lascia, nel 1908, grazie al regista inglese Percy Stow, che gira Robin Hood and his Merry Men. Ad esso seguiranno altri cinque film tra il 1912 e il 1913 prima che – nel 1922 – arrivi il primo grande kolossal destinato a segnare la storia del cinema e dell’immaginario collettivo: è Robin Hood di Allan Dwan, scritto, prodotto e interpretato dal più celebre attore del cinema d’azione dell’epoca del muto.

Il Robin Hood di Douglas Fairbanks

Douglas Fairbanks, il primo kolossal Nato nel 1883 e morto nel 1939, Fairbanks è stato lanciato da David W. Griffith (con cui aveva girato anche il capolavoro Intolerance) ed è arrivato all’eroe di Sherwood dopo aver interpretato i primi film western e I Tre Moschettieri e aver lanciato il mito di Zorro con il film del 1920, il cui successo spingerà il suo ideatore – Johnston McCulley – a dedicargli molti romanzi.

Fairbanks è sposato con la più grande diva del momento – Mary Pickford (che ha ispirato anche È nata una stella) – e ha fondato la casa di produzione United Artists con la stessa Pickford, Griffith e Charlie Chaplin (“I matti hanno rubato le chiavi del manicomio” commentarono i manager delle major).

Il suo Robin Hood – che riprende alcuni passaggi dei romanzi di Dumas – è un eroe mascherato alla Zorro (ma al posto della maschera indossa una barbetta) dietro cui si nasconde il Conte di Huntingdon, e che torna dalla crociata per salvare l’amata Marian, mentre il finale – con il ritorno a sorpresa di re Riccardo – segue la versione di Scott.

Fin dal bambino Fairbanks sognava di interpretare il formidabile arciere e per il suo capolavoro non bada a spese, utilizzando migliaia di figuranti e centinaia di cavalli e ricostruendo il castello quasi a grandezza naturale, tanto da farne la più grande scenografia cinematografica per quasi ottant’anni, record superato solo da Titanic nel 1998. Visitando il mastodontico set, Charlie Chaplin commenta che sarebbe perfetto per un film comico: “Vedrei aprirsi solennemente il ponte levatoio, per poi far uscire un servo che lascia una ciotola di latte per il gatto, e poi rientra”.

Tra gli anni ’20 e ’30 usciranno altre 14 opere su Robin Hood tra corti e lungometraggi, ma bisogna aspettare il 1938 perché arrivi il primo film sonoro capace di segnare la storia del cinema.

L’attore Errol Flynn nei panni di Robin Hood

Errol Flynn e Michael Curtiz: il modello La leggenda di Robin Hood diretto da William Keighley e Michael Curtiz (leggendario regista di Casablanca) è tra i primissimi film girati a colori e vede protagonista Errol Flynn.

Scapestrato e seduttore, il divo australiano prima di diventare attore è stato cuoco, poliziotto, contadino, giornalista, pescatore di perle, cercatore d’oro e pugile. Alcolista impenitente, morirà a 50 anni e chiederà di essere sepolto con 12 bottiglie di whiskey per timore di dover passare la vita eterna senza alcool.

Nel cinema ha debuttato con gli ammutinati del Bounty e tra i suoi film figurano Il principe e il povero, Il conte di Essex, La storia del generale Custer, Le avventure di don Giovanni e La saga dei Forsyte mentre in Furia d’amare del 1958 interpreterà il collega John Barrymore, rampollo della più celebre famiglia di attori americani, nonché nonno di Drew, la bambina di E.T. divenuta in seguito una delle Charlie’s Angels.

Ad affiancare Flynn nel Robin Hood di Curtiz ci sono Olivia de Havilland (la Melania di Via col vento, oggi centenaria) nel ruolo di Lady Marian, Basil Rathborne (il più celebre Sherlock Holmes del cinema) in quelli del rivale Guy, mentre Little John è Allan Hale: lo stesso attore che l’aveva interpretato 16 anni prima con Fairbanks e che nel 1950 tornerà a vestire una terza volta i panni del più fedele compagno di Robin.

È proprio questo film a fissare – in qualche modo – il canone cinematografico destinato a restare immutato per quasi settant’anni.

Inghilterra, anno 1191: re Riccardo Cuor di Leone viene fatto prigioniero in Terra Santa durante le crociate. In sua assenza, suo fratello Giovanni Senzaterra assume la reggenza della nazione e instaura un regime di potere assoluto da parte dei ricchi e dei nobili, i quali soverchiano la gente comune con le tasse e con la prepotenza.

Robin Hood, il capo dei ribelli legittimisti, giura fedeltà a re Riccardo insieme ai suoi compagni e muove una lotta spietata contro l’usurpatore Giovanni e il malevolo sceriffo di Nottingham. Con la sua banda ruba il denaro agli esattori delle tasse restituendolo alla popolazione; nello stesso tempo, cerca di accumulare le ricchezze necessarie per pagare il riscatto che i carcerieri di Riccardo richiedono per la sua liberazione.

Lady Marian, la dama privata del re, si innamora di Robin, dopo aver inizialmente parteggiato per il principe Giovanni, del quale ha scoperto l’intenzione di assassinare il fratello appena questi tornerà in patria.

Durante un torneo per arcieri, Robin viene catturato e condannato a morte per alto tradimento ma riesce a evadere prima che venga eseguita la sentenza. Pochi giorni dopo la sua fuga incontra re Riccardo, tornato in Inghilterra in gran segreto, e lo salva dall’agguato tesogli da Giovanni, che viene arrestato e esiliato, mentre Hood ottiene il titolo di conte di Locksley e Huntington, la libertà per i suoi uomini e il permesso di sposare lady Marian.

La copertina del n°38 di Detective Comics (aprile 1940) con Robin

Batman, piccoli Robin e gli italiani Negli anni successivi è tutto un fiorire di film (generalmente a basso costo) sull’arciere inglese: tra gli anni ’50 e gli anni ’60 si contano 2 serie televisive e 6 opere cinematografiche, tra cui Viva Robin Hood, seguito apocrifo del film con Errol Flynn incentrato sul figlio del bandito, Robin Hood e i compagni della foresta del 1952 (prodotto da Walt Disney e girato nella vera foresta di Sherwood), Gli arcieri di Sherwood diretto nel 1960 dal maestro del cinema horror Terence Fisher (La maschera di Frankenstein, Il fantasma dell’opera, Dracula il vampiro, Il mastino dei Baskerville e La valle del terrore tratti da Sherlock Holmes), e gli italiani Robin Hood e i pirati di Giorgio Simonelli (1960) e Il trionfo di Robin Hood di Umberto Lenzi del 1962.

Nel frattempo, Robin ha ispirato anche un supereroe americano: nel 1940, infatti, ha debuttato sulla rivista Detective Comics il giovane assistente di Batman, che ha ripreso il nome e il look del giustiziere inglese.

Ad inaugurare gli anni ’70 del bandito più buono della storia è un altro film italiano: L’arciere di fuoco di Giorgio Ferroni, con protagonista Giuliano Gemma, che si era formato nei generi peplum e western (tra i titoli da lui interpretati Messalina, venere imperatrice, Arrivano i titani, Ercole contro i figli del sole, Una pistola per Ringo e Un dollaro bucato, mentre nel 1985 avrebbe vestito i panni di Tex, il più celebre cowboy italiano).

La celebre volpe rossa che ha dato il volto al Robin Hood della Walt Disney Picture

Il classico della Walt Disney: Robin diventa una volpe Nel 1973 arriva l’immancabile tocco di Walt Disney: il padre dei cartoni animati, che si era cimentato già con grandi classici come Biancaneve, Cenerentola, Pinocchio, Alice nel paese delle meraviglie, Peter Pan, Il libro della giungla e La spada nella roccia, non poteva certo sfuggire al confronto con il più grande eroe del Novecento cinematografico.

In realtà Robin Hood è il primo film della Disney in cui Walt non abbia messo mano, visto che la produzione è iniziata dopo la sua morte; è anche il primo in cui i personaggi umani vengono interpretati da animali antropomorfi: Robin è una volpe, Little John un orso, Giovanni è un leone e lo sceriffo di Nottingham un lupo. La divinità della foresta, tuttavia, c’entra poco: il vero motivo è che l’idea originaria era di girare un film su Renart la volpe, il protagonista della raccolta di racconti medievali francesi Roman de Renart, compilata tra il XII e il XIII secolo, nei quali gli animali agiscono al posto degli esseri umani, interpretando il topos letterario del mondo alla rovescia.

Il film non era stato concepito nemmeno con l’idea di farne un grande classico come le opere che l’avevano preceduto (e quelle che l’avrebbero seguito, come Winnie The Pooh, La sirenetta, La Bella e la Bestia, Aladdin o Il gobbo di Notre Dame): è stato pensato infatti come un prodotto di serie B e gli è stato assegnato un budget talmente basso che gli animatori hanno dovuto riciclare molte scene da film precedenti come Gli Aristogatti e Biancaneve, musiche e suoni da Cenerentola e La bella addormentata, e le animazioni di due personaggi vengono da Il libro della giungla (gli orsi Baloo e Little John e i serpenti Kaa e Sir Biss). Addirittura l’abito di Robin Hood è copiato da quello di Peter Pan. Nonostante questo Robin Hood diventa uno dei classici Disney preferiti del pubblico e ottiene una nomination all’Oscar.

La locandina di Robin e Marian di Richard Leister (1976)

Sean Connery e Audrey Hepburn: il “sequel” Tre anni dopo il cartone animato della Disney, nel 1976 esce il film più atipico sul giustiziere di Sherwood: Robin e Marian di Richard Lester, con la coppia formata da Sean Connery e Audrey Hepburn, affiancati da Robert Shaw (che reduce da Lo squalo interpreta lo sceriffo di Nottingham), Richard Harris (Riccardo Cuor di Leone), Denholm Elliott e Ian Holm nei panni di Giovanni Senzaterra.

Lester ha debuttato negli anni ’60 come regista dei film dei Beatles (A Hard Day’s Night e Help!), è reduce dal successo de I tre moschettieri (1973 e 1974, un terzo episodio lo avrebbe poi diretto nel 1989) e di lì a poco prenderà il posto di Richard Donner in Superman II e Superman III.

Nonostante sia specializzato nelle commedie e dia una forte impronta ironica anche ai film d’azione, il suo Robin Hood è un’opera crepuscolare e malinconica, con i due protagonisti in età decisamente matura (entrambi gli attori vanno per i cinquanta) e un’impostazione della trama che cambia completamente direzione rispetto a quella tradizionale, presentandosi come una sorta di sequel della storia classica, incentrato sugli ultimi anni di vita di Robin Hood.

Sean Connery nella scena in cui scaglia la freccia che segnerà il luogo della tomba di Robin Hood

Quando Riccardo Cuor di Leone muore durante l’assedio del castello di Châlus-Chabrol, Robin – che l’ha seguito nella guerra contro la Francia – torna in Inghilterra dopo vent’anni di assenza; nella foresta di Sherwood ritrova i vecchi compagni mentre Lady Marian si è chiusa in convento diventando monaca. Il nostro eroe cerca così di ritrovare la sua amata e nel frattempo ricomincia la sua lotta contro lo sceriffo di Nottingham.

La storia avrà un epilogo tragico e romanticissimo. E se la vita claustrale di Marian era già presente in alcune versioni precedenti, il finale, con Robin che lancia una freccia fuori dalla finestra della camera dove sta morendo per indicare dove dovrà essere sepolto il suo corpo, si rifà ad una delle leggende più antiche, basata su un’iscrizione presente nell’antica canonica di Kirklees, dove – a 550 metri dalla finestra della camera dove Robin sarebbe morto – esiste un’antica tomba, la cui lapide reca incisa che essa sorge nel punto esatto in cui la freccia scoccata impattò il terreno, e riporta come data di morte dell’eroe il 21 dicembre 1247. E pazienza se la tomba risale in realtà alla seconda metà del Settecento e non ha mai contenuto resti umani.

Kevin Costner in Robin Hood: principe dei ladri di Kevin Reynolds (1992)

Kevin Costner: il Robin “definitivo” Dopo il trascurabile film televisivo del 1991 Robin Hood: la leggenda con un protagonista improbabile (Patrick Bergin, celebre per il ruolo del cattivissimo marito di Julia Roberts in A letto con il nemico) ma una giovane Uma Thurman nei panni di Lady Marian, l’anno successivo arriva in tutto il mondo il film destinato a diventare la versione “definitiva” del classico di Scott e Dumas.

Robin Hood: principe dei ladri di Kevin Reynolds vede Kevin Costner – reduce dai 7 Oscar vinti con Balla coi lupi – raccogliere l’eredità di Douglas Fairbanks ed Errol Flynn in un film che, rilanciando la trama classica, ne aggiorna l’immagine eliminando tutti gli stereotipi che si sono andati stratificando nel corso degli anni: i baffetti, la calzamaglia, la tunica verde e il cappello a punta con la piuma.

Robin di Locksley è un nobile inglese reduce della Terza crociata in Terra Santa, recluso in una prigione di Gerusalemme insieme all’amico d’infanzia Peter Dubois e al saraceno Azeem. Nel 1194 i tre riescono a fuggire ma Peter viene ucciso e in punto di morte supplica Robin di prendersi cura della sorella Marian. Nel frattempo in Inghilterra, Lord Locksley, padre di Robin, viene attaccato ed ucciso nella sua dimora dallo sceriffo di Nottingham, per essersi rifiutato di unirsi alla congiura contro re Riccardo.

Tornato in Inghilterra insieme ad Azeem, Robert trova il castello di famiglia arso e il corpo del padre sbranato dai corvi. Rifugiatosi con Marian nella foresta di Sherwood, viene aggredito da una banda di fuorilegge ribelli al comando di Little John, e – unitosi al gruppo – ne diventa il capo, iniziando una guerra senza quartiere contro lo sceriffo di Nottingham (che arriva ad incendiare la foresta e a rapire Marian) terminata con la rivolta dell’intera popolazione e la morte del perfido sceriffo.

Quando Robin e Marian stanno finalmente per sposarsi, arriva a sorpresa lo stesso Riccardo Cuor di Leone, che benedice l’unione ringraziando Robin dei servigi resi all’Inghilterra.

Nel cast del Robin Hood di Reynolds, Sean Connery interpreta Riccardo Cuor di Leone

Il film si avvale di un cast grandioso di cui fanno parte anche Morgan Freeman, Alan Rickman, Michael Wincott, Christian Slater (reso celebre da Il nome della rosa), Mary Elisabeth Mastrantonio nel ruolo di Lady Marian, e lo stesso Sean Connery, che torna a Sherwood quindici anni dopo per interpretare Riccardo Cuor di Leone.

Reynolds (che si occuperà ancora di Medioevo nel 2006 con Tristano e Isotta) introduce personaggi nuovi come il saraceno Azeem e dà alle avventure del fuorilegge una chiave dichiaratamente romantica, bene espressa dalla colonna sonora dominata dalla ballata Everything I do I do it for you di Bryan Adams.

Nonostante il parere discordante della critica (in molti non perdonano a Costner il suo accento americano) il film segna la chiusura di un ciclo, ponendosi di fatto come ultima e insuperata trasposizione della leggenda classica.

Se nessuno proverà mai a farne un remake, Mel Brooks ne fa subito una parodia: il più celebre regista comico di Hollywood (autore, tra l’altro, di La pazza storia del mondo che aveva ispirato Superfantozzi e del leggendario Frankenstein Junior) ha dedicato all’eroe già una serie televisiva nel 1975: Le rocambolesche avventure di Robin Hood contro l’odioso sceriffo con Dick Gautier. Nel 1993 per il suo penultimo film prende in giro Reynolds e Costner con Robin Hood: uomo in calzamaglia interpretato da Cary Elwes, che vede nei panni di re Riccardo Patrick Stewart, celebre protagonista della nuova serie di Star Trek e futuro professor X nella saga degli X-Men.

Nel Robin Hood di Ridley Scott il principe dei ladri è Russel Crowe

Russell Crowe e Ridley Scott: la versione filologica Passano ben diciotto anni prima che Hollywood torni ad occuparsi di Robin Hood: nessuno ha intenzione di sfidare la versione di Reynods & Costner con l’ennesimo remake, ma nel 2007 gli Universal Studios si trovano tra le mani una sceneggiatura particolarmente originale, che riprende la leggenda invertendo i ruoli: il protagonista, infatti, questa volta è lo sceriffo di Nottingham, tutore della legge innamorato di Lady Marian, mentre l’antagonista è il criminale della foresta che vuole portargliela via.

A prendere le redini del nuovo progetto è Ridley Scott. Entrato nella storia del cinema all’inizio degli anni ’80 con Alien e Blade Runner, il settantenne regista britannico non ha mai perso il gusto per le grandi sfide: ha diretto Thelma & Louise e Soldato Jane, girato film su Cristoforo Colombo, Hannibal Lecter e Mosé, si è già cimentato con il Medioevo per Le crociate e nel 2000 ha riportato al cinema l’antica Roma con Il gladiatore, regalando un Oscar a Russell Crowe.

Ed è proprio Crowe ad essere chiamato a vestire i panni del protagonista. Come Costner anche l’attore neozelandese, pur essendo celebre soprattutto per film d’azione, si è cimentato con ruoli più introspettivi, come quelli interpretati in Insider di Michael Mann (film di inchiesta sull’industria del tabacco) e A Beautiful Mind di Ron Howard sul matematico schizofrenico John Nash.

Durante la fase di preparazione, però, cambia tutto: i produttori temono che questa radicale inversione di marcia rispetto alla tradizione possa essere deleteria: così la sceneggiatura viene stravolta in corso d’opera, il film cambia titolo da Nottingham a Robin Hood, e cambia anche il protagonista pur restando l’interprete: Crowe passa così dal ruolo dello sceriffo a quello del fuorilegge, lasciando la parte a Mattew McFydan.

Cate Blanchett, Lady Marian con Ridley Scott

Ad arricchire il cast arrivano poi l’ex regina Elisabetta I due volte premio Oscar Cate Blanchett nella parte di Lady Marian, Max Von Sydow, William Hurt e Oscar Isaac nei panni di Giovanni Senzaterra, mentre Riccardo Cuor di Leone è interpretato da Danny Huston.

Nonostante la “normalizzazione” rispetto al progetto originario, il film di Ridley Scott mantiene un approccio molto innovativo, discostandosi dal racconto tradizionale e reinventando la leggenda con una maggiore adesione alla realtà storica.

Robin Longstride, infatti, stavolta non è affatto un nobile ma un soldato semplice che segue alla crociata – con assai scarsa convinzione – re Riccardo. Il quale, da parte sua, non tornerà mai in Inghilterra perché muore durante l’assedio di una città francese.

Il film salta infatti il ritorno in patria del valoroso condottiero con cui si concludono gli altri film e racconta invece la successiva guerra in Francia per riconquistare i feudi perduti.

Dopo aver combattuto uniti contro i musulmani, i re “cugini” hanno infatti ricominciato a farsi la guerra e Giovanni Senzaterra ne approfitta per cospirare con Filippo di Francia per liberarsi dell’ingombrante fratello.

Sir Robert Loksley, ufficiale di Riccardo, corre in Inghilterra per annunciare la morte del re ma viene ucciso in un agguato del nemico; a soccorrerlo è proprio Robin, che si trova per caso nei pressi e che – con il suo gruppo – decide di prendersi vestiti, armi e denaro dei cavalieri uccisi. Loksley, però, in punto di morte, fa giurare all’arciere che riporterà la sua spada a Nottingham, al padre Walter, e proteggerà sua moglie Marian.

Tornato in Inghilterra Robin si trova così ad assumere l’identità di Robert Loksley e a combattere contro i soprusi di re Giovanni.

Intanto la Francia marcia contro l’Inghilterra e la nobiltà inglese si ribella a Giovanni per imporre un limite ai poteri della corona. Robin scopre che a scrivere la prima versione della carta che conteneva i diritti dell’aristocrazia era stato proprio suo padre e che per questo era stato ucciso quando lui aveva appena tre anni.

Di fatto la sceneggiatura di Brian Helgeland (autore anche di Il destino di un cavaliere, che vede tra i protagonisti nientemeno che Geoffrey Chaucer) usa la storia di Robin Hood come pretesto per raccontare uno spaccato di storia medievale; non a caso i personaggi immaginari sono affiancati da molte figure storiche come Isabella d’Angoulême, moglie di re Giovanni, Guglielmo il Maresciallo (interpretato da William Hurt) ed Eleonora d’Aquitana, prima regina di Francia e successivamente regina d’Inghilterra, madre di Riccardo cuor di Leone e Giovanni Senzaterra.

Taron Egerton in Robin Hood, l’origine della leggenda di Otto Bathurst (2018)

Taron Egerton, il supereroe mascherato Dopo meno di dieci anni, nel 2018, Robin Hood torna ancora una volta al cinema per un progetto che, come quello di Scott, punta a reinventare il personaggio, ma si colloca agli antipodi sotto il profilo filologico, proponendo un eroe in chiave contemporanea e fumettistica.

Robin Hood – l’origine della leggenda prodotto da Leonardo Di Caprio e diretto da Otto Bathurst, vede protagonista una coppia decisamente rock: a vestire i panni di Robin è infatti Taron Egerton, trentenne gallese che sta per diventare una star mondiale interpretando Elton John in Rocketman; a dare il volto a Lady Marian, invece, questa volta è Eve Hewson, figlia di un altro dei più grandi nomi della musica rock: Bono, cantante degli U2.

Se l’opera di Ridley Scott proponeva una fedelissima ricostruzione storica come alternativa alla leggenda classica, qui siamo sul versante opposto: quello di Egerton è un Robin Hood postmoderno che pur mantenendo formalmente l’ambientazione medievale, di storico non ha nulla: l’architettura di Nottingham sembra quella di Gotham City, l’abito di Robin sposa una giacca di pelle alla Matrix al cappuccio stile Zuckerberg e una sciarpetta che richiama Sherlock, e anche i vestiti di Marian (che indossa addirittura una sorta di chiodo) e dello sceriffo strizzano l’occhio alla moda; la crociata in Terrasanta, poi, ha l’impatto visivo della guerra in Iraq; i soldati non usano la spada ma solo arco e frecce che “mimano” le armi da fuoco nei minimi dettagli (a cominciare dalla postura dei soldati durante gli assalti) mentre la balestra a ripetizione fa il verso alla mitragliatrice.

I lunghi allenamenti a cui si sottopone Robin per diventare un arciere perfetto sembrano voler citare i film di Rocky o quelli sulle origini dei supereroi, e anche la psicologia dei personaggi è decontestualizzata (lo sceriffo di Nottingham cattivissimo perché bullizzato da piccolo).

Non mancano riferimenti espliciti alla politica contemporanea: si pensi allo sceriffo che paventa un’invasione islamica dell’Inghilterra per cercare di distrarre i cittadini dall’aumento di tasse.

Per la prima volta, poi, scompaiono dalla trama sia Riccardo Cuor di Leone che Giovanni Senzaterra, mentre torna il soldato saraceno divenuto compagno del bandito che era stato introdotto dal film di Reynolds: stavolta al posto di Morgan Freeman c’è Jamie Foxx e il personaggio si fonde con quello di Little John.

Quanto alla trama, il nuovo film abbandona gli schemi classici per trasformare Robin Hood in una sorta di Batman medievale: Robert di Loksley, tornato dalla crociata, scopre che tutti lo credono morto, lo sceriffo di Nottingham ne ha approfittato per requisire il suo castello e sua moglie Marian lo ha sostituito con un altro uomo. Per lottare contro il perfido sceriffo, difendere i poveri e riconquistare la sua donna, Robert veste i panni di Robin Hood, eroe mascherato che ruba ai ricchi per dare ai poveri e di cui nessuno conosce la reale identità.

Una scelta che si inserisce nel filone contemporaneo dei supereroi ma che al tempo stesso si richiama al primo Robin cinematografico: quello, mascherato, di Douglas Fairbanks; che, peraltro, era stato anche il padre di Zorro.

Robin Hood ha rappresentato per secoli l’archetipo dell’aristocratico divenuto giustiziere. A lui si è ispirato lo stesso Zorro – primo eroe mascherato della letteratura e del cinema – che, a sua volta, ha rappresentato il modello per Batman e per tutti i supereroi che sono venuti dopo. Un film su Robin Hood che si richiama all’immaginario dei supereroi, allora, rappresenta in qualche modo un cerchio che si chiude; mentre la leggenda continua.

Arnaldo Casali

Consigli di lettura

Jean Flori, Riccardo Cuor di Leone. Il re cavaliere, Torino, Einaudi, 2002.John Gillingham, Richard I, Londra, Yale University Press, 2002.Massimo Bonafin, Le malizie della volpe. Parola letteraria e motivi etnici nel Roman de Renart, in Biblioteca Medievale Saggi, Roma, Carocci, 2006.Le ballate di Robin Hood, Einaudi, 1991Il romanzo di Renart la volpe, Alessandria, Edizioni dell’Orso, 1998.Graham Phillips, Martin Keatman, La leggenda di Robin Hood – Sulle tracce dell’eroe fuorilegge e delle sue generose imprese, Piemme, 1996.James Clarke Holt, Robin Hood. Storia del ladro gentiluomo, Mondadori, 2005.Walter Scott, Ivanhoe, Garzanti, 1979.Alexandre Dumas, Robin Hood il proscritto, Classici Mondadori, 2009.Alexandre Dumas, Robin Hood: il principe dei ladri, Einaudi, 2016.

Filmografia

Robin Hood di Allan Dwan, 1922.La leggenda di Robin Hood di William Keighley e Michael Curtiz, 1938.Gli arcieri di Sherwood di Terence Fisher, 1960.Robin Hood e i pirati di Giorgio Simonelli, 1960.Il trionfo di Robin Hood di Umberto Lenzi, 1962L’arciere di fuoco di Giorgio Ferroni, 1971.Robin Hood di Wolfgang Reitherman, 1973.Robin e Marian di Richard Lester, 1976.Superfantozzi di Neri Parenti, 1985.Robin Hood – la leggenda di John Irvin, 1991Robin Hood, principe dei ladri di Kevin Reynolds, 1992.Robin Hood, uomo in calzamaglia di Mel Brooks, 1993.Robin Hood di Ridley Scott, 2010.Robin Hood – l’origine della leggenda di Otto Bathurst, 2018.

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