Costanzo Cloro, dall’Illiria al trono dell’impero

Flavio Valerio Costanzo, meglio noto come Costanzo Cloro, nato secondo le fonti il 31 marzo del 250, è passato alla storia come il padre di quel Costantino che, tra le molte cose, sdoganò definitivamente il passaggio del Cristianesimo da religione non tollerata a culto di Stato.

Tuttavia la sua vicenda politica è strettamente connessa alla nascita della ben nota tetrarchia, inaugurata alla fine del III secolo da Diocleziano, la quale sembrò donare a Roma una nuova stabilità politica dopo un lungo periodo di rivolte, salvo poi implodere definitivamente in seguito all’abdicazione di Diocleziano.

Questo sistema, che come vedremo nacque per esigenze belliche e amministrative ben precise, prevedeva che l’impero fosse diviso in due parti sotto il controllo di due Augusti (Oriente e Occidente) coadiuvati a loro volta nell’esercizio delle loro funzioni da due Cesari, scelti direttamente dai due imperatori.

Il sistema, come già detto, sembrò funzionare almeno sino al ritiro di Diocleziano dalla scena pubblica dopo la quale ogni generale romano, a prescindere dalle proprie umili origini, si sentì legittimato a far esplodere una nuova guerra civile per usurpare il trono con la forza.

La presunta genealogia di Costanzo Cloro

Facendo però un passo indietro e tornando Costanzo, a cui verrà successivamente (VI secolo) affibbiato il nome di Chlorus (ovvero pallido, riferito alla sua carnagione), di lui sappiamo che probabilmente apparteneva alla folta schiera di soldati di professione che, in seguito ad una discreta carriera militare, approfittarono dell’instabilità del sistema politico romano per ritagliarsi un peso politico e fare carriera.

Ma come divenne così potente Costanzo? Le notizie ricavabili sulla biografia del padre di Costantino sono scarse e frammentarie, provenienti da fonti spurie; quello che emerge dalle fonti è che Costanzo nacque nell’Illirico nel 250 d.C. (CIL I2 301) come tutta una serie di generali che salirono al trono imperiale tra il III e il IV secolo, probabilmente da una famiglia di umili origini.

Sebbene le fonti successive, probabilmente collegate all’opera di nobilitazione del proprio lignaggio messa in atto da Costantino, parlino per Costanzo Cloro di una parentela diretta con l’imperatore Claudio II e quindi con la dinastia Flavia, Costanzo doveva essere semplicemente un umile soldato.

Inoltre, lo storico di Costantino Eusebio di Cesarea, nella sua Vita di Costantino, tramandò che già Costanzo fosse simpatizzante del Cristianesimo, decidendo in autonomia di non applicare le leggi persecutorie contro i cristiani imposte da Diocleziano. La scarsa aderenza alla storia di Eusebio ci consiglia però di diffidare di queste notizie e di inserire queste indicazioni all’interno di quella riabilitazione postuma in ottica cristiana messa in atto dall’opera eusebiana.

Busto di Costanzo Cloro, marito di Teodora, figlia di Massimiano e padre dell’imperatore Costantino (Altes Museum di Berlino)

Tornando quindi alla carriera militare di Costanzo, essa si sviluppò, come ci rende noto l’Anonimo Valesiano, sotto gli imperatori Aureliano e Probo svolgendo prima il ruolo di protector (tra il 271-273, un ruolo militare tardo antico che elevava i centurioni ad avere un rapporto privilegiato con l’entourage dell’imperatore, come una guardia del corpo), tribuno e infine di governatore della Dalmazia sotto l’imperatore Caro.

Dal punto di vista privato, il 270 fu per Costanzo un anno molto importante: la sua prima moglie Elena, una donna di altrettante umili origini (era una stabularia, una locandiera insomma) proveniente dalla Bitinia, diede alla luce il suo primogenito Costantino a Naisso, una città nei pressi del Danubio. Sebbene in questa sede non affronteremo questo tema, anche per la prima moglie di Costanzo è possibile ricavare una storia della ricezione di questo personaggio, riletto in salsa cristiana per tutto il Medioevo.

Attorno alla madre di Costantino, nacque la leggenda medievale che attribuì a lei il ritrovamento della Vera Croce e in seguito la conversione del figlio al Cristianesimo.

Le fonti attestarono che Costanzo, dopo aver prestato servizio sul fronte orientale, divenne protagonista nella pars Occidentalis, dove l’impero si trovava ad affrontare l’avanzata di popoli barbari che iniziavano a premere sui confini renani e danubiani.

Nel 285 infatti i romani dovettero affrontare la rivolta dei Bagaudi, briganti di origine celtica che, secondo il racconto di Eutropio, guidati da Amando e Eliano, si ribellarono contro Roma esasperati dall’eccessiva pressione fiscale a cui erano sottoposti. Sebbene sia i panegirici sul tema sia Eutropio abbiano ridimensionato la ribellione, riducendola semplicemente ad una scaramuccia contro dei campagnoli, il problema fu probabilmente sottostimato in quanto lo stesso cesare Massimiano dovette muoversi per porre fine alla sommossa.

Sempre nello stesso anno due eserciti barbari, uno composto da Burgundi e Alamanni, l’altro da Eruli e un popolo ad essi confederato, varcarono il Reno ed entrarono senza permesso nel territorio romano venendo poi intercettati e fermati dall’intervento di Massimiano.

La divisione tetrarchia dell’Impero romano, voluta da Diocleziano

Questa vittoria non fu comunque definitiva poiché nel 287, ancora Massimiano, nel frattempo divenuto Augusto, ritornò con forza contro questi popoli ricacciandoli oltre il Reno che, nelle parole forse trionfalistiche del panegirista che descrisse l’avvenimento, era diventato totalmente romano.

La zona del limes settentrionale fu tuttavia foriera di nuove ribellioni: già nel 286 il generale di origine gallica Marco Aurelio Mauseo Carausio, generale della Classis Britannica che si occupava per conto di Massimiano del pattugliamento della Manica per difendere appunto la Britannia dai predoni sassoni, dopo aver partecipato attivamente nella sconfitta dei Bagaudi, venne accusato dall’Augusto di aver intascato il bottino tolto ai pirati sassoni senza riconsegnarlo ai derubati o all’autorità imperiale.

La vicenda sfuggì ben presto di mano e, tra il 286 e il 287, la rivolta deflagrò con forza mettendo a repentaglio la stabilità dell’impero: Carausio fuggì in Britannia e, controllando sia la flotta che l’esercito grazie alla defezione di alcune legioni, mise in atto una vera e propria secessione.

Grazie al supporto navale (la Classis Britannica poteva contare su circa 500 uomini e un numero discreto ma sconosciuto di triremi) e alle legioni romane che gli giurarono fedeltà, Carausio riuscì lungamente a mantenere il controllo sia della Gallia settentrionale che della Britannia.

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Favorito dal fatto che i Romani dovettero concentrare le proprie forze per affrontare la presenza ostile dei Franchi che, d’accordo con lui premevano attorno al Reno, Carausio potè dunque farsi acclamare imperatore dalle legioni di stanza in Britannia. I Franchi infatti, già attivi in questo periodo, diedero infatti molto filo da torcere a Massimiano con le loro scorribande effettuate nei territori ancora instabili della Gallia.

Fu proprio in questa campagna che Costanzo, genero dell’imperatore, dato che aveva sposato in seconde nozze la figlia di Massimiano, Teodora, venne nominato dal suocero prefetto del pretorio e combatté con i Franchi di Gennobaudo ribaltando le sorti della guerra e avanzando vittoriosamente sino alle foci del Reno.

Dopo la sconfitta, i Franchi deposero le armi e Gennobaudo, re dei Franchi, chiese perdono all’imperatore Massimiano che, dopo averlo perdonato, ricollocò lui e i suoi uomini nei pressi dell’odierna Trier. Se il Reno sembrava da un lato pacificato, restava tuttavia da risolvere la questione di Carausio che nel frattempo si era fregiato del titolo di Restitutor Britanniae e Genius Britanniae, battendo addirittura autonomamente una moneta che, stando ai recenti ritrovamenti, avrebbe avuto più valore rispetto a quelle coniate dalla zecca imperiale.

Il generale gallo-romano doveva sentirsi davvero sicuro di sé, tanto da battere queste monete imprimendo sulla faccia la sua immagine assieme a quella dei colleghi Diocleziano e Massimiano, come si evince dai reperti ritrovati.

La facilità con cui egli ottenne l’appoggio militare delle legioni di stanza in Gallia e Britannia, secondo alcuni studiosi, fu possibile non solo grazie alla solita politica di elargizioni e promesse ma anche a causa risentimento latente della popolazione vessata dall’alta pressione fiscale imposta dal dominio romano. Massimiano tentò di ribattere a questa insolenza programmando invano diverse spedizioni dirette contro Carausio, abortite in partenza a causa di motivi non ben conoscibili dalla lettura delle fonti. Essendo infatti queste sostanzialmente panegirici encomiastici verso l’imperatore, gli autori, per evitare di incorrere nell’ira dei sovrani, decisero di soprassedere per convenienza sui reali motivi del fallimento dell’impresa.

Moneta di Carausio coniata dalla zecca di Londra, raffigurante un leone, simbolo della Legio IIII Flavia Felix

Nel 290, Diocleziano mosse dall’Oriente per incontrarsi direttamente con Massimiano a Milano, la sede dell’Augusto d’Occidente che, in attesa di riorganizzarsi, fu costretto obtorto collo a concedere una tregua a Carausio. Stando a quanto riportano recenti studi, il nuovo re di Britannia fu un ottimo stratega e un ottimo comandante, tanto che alcune ipotesi suggeriscono che egli avrebbe costruito per primo quel sistema di fortificazioni conosciuto come Litus Saxonicum ancora attestato nel IV secolo nella Notitia Dignitatum.

Tornando all’incontro tra gli imperatori, molti hanno voluto osservare come Diocleziano abbia inteso intervenire in un’area non formalmente sottoposta alla sua giurisdizione a causa del fallimento del collega e, alla luce del pericolo del protrarsi dell’usurpazione della Britannia, egli gettò le basi di quella tetrarchia di cui abbiamo fatto menzione all’inizio. L’Augusto d’Oriente probabilmente, comprese in questa occasione come, al netto delle difficoltà incontrate da Massimiano nel gestire i territori a lui sottoposti, fosse necessario un aiuto maggiore a chi governava per evitare uno scollamento del dominio romano. L’aiuto arrivò e infatti nel marzo del 293, entrambi gli Augusti nominarono due Cesari, per l’Oriente Galerio e per l’Occidente proprio Costanzo Cloro; quest’ultimo in particolare ricevette l’ordine di riportare sotto il controllo imperiale la Gallia e la Britannia ponendo fine all’usurpazione di Carausio.

Nello stesso anno dunque egli marciò verso Bononia (Boulogne-sur-mer), ancora in mano ai ribelli e, con una rapida manovra militare, costrinse alla resa la città, entrando in possesso così di un avamposto strategico per il controllo della Gallia e, soprattutto in ottica di un futuro sbarco in Britannia.

La caduta di Carausio, una volta perso il controllo della Gallia settentrionale, avvenne per mano del suo tesoriere Alletto che ne prese il posto e proseguì la guerra contro Costanzo. Per tagliare fuori definitivamente gli alleati Franchi di Alletto, Costanzo si prodigò prima per ripristinare il controllo romano sul fiume Reno, che fu nuovamente pacificato; infatti, dopo aver sconfitto ancora i barbari alleati dell’usurpatore, lì deportò come schiavi destinati a rimpinguare e coltivare le terre devastate della Gallia.

Stando alle nuove regole del sistema tetrarchico, ogni vittoria doveva essere suddivisa tra i membri del collegio imperiale e pertanto, grazie alle vittorie di Costanzo, anche Diocleziano, Massimiano e Galerio beneficiarono del titolo di Germanicus Maximus.

Una ricostruzione della Londinium romana

Il destino di Alletto però, privo del supporto degli alleati Galli e Germani era ormai segnato e, nel 296, Costanzo Cloro diede il via all’invasione dell’isola assieme al suo prefetto del pretorio Asclepiodoto. Mentre l’ex uomo di Carausio attendeva l’arrivo delle truppe imperiali sulle sponde del Kent, Costanzo divise le sue truppe facendo salpare il suo generale dalle foci della Senna mentre le sue forze presero il mare da Bononia.

A causa del maltempo però, l’esercito di Costanzo fu a sua volta diviso in due e, mentre una parte di esso riuscì a raggiungere l’isola, il Cesare preferì rientrare in Gallia per evitare un naufragio. Asclepiodoto invece, sbarcò aggirando le difese britanne e marciò direttamente su Londinium, eliminando in battaglia il successore di Carausio e le sue truppe mercenarie franche, sterminate poi definitivamente dalla sopraggiunta avanguardia di Costanzo. Anche lo stesso Cloro sopraggiunse in seguito sull’isola, ristabilendo così il controllo di Roma su quei territori e concludendo così una della più lunghe fratture politiche mai capitate all’impero romano: Costanzo potè così completare l’impresa a lui affidatagli da Diocleziano.

Circa tre anni dopo, le fonti riportano notizie di altre imprese belliche del padre di Costantino, attivo nel territorio dei Galli Lingoni dove ebbe la meglio contro un esercito di Alamanni. Da quel punto in poi sembrerebbe che Costanzo si dedicò sostanzialmente al mantenimento della pace all’interno dei confini dell’impero mentre Diocleziano si concentrò nella persecuzione dei cristiani. Con l’abdicazione di quest’ultimo e del collega Massimiano (305), Costanzo Cloro divenne quindi Augusto, associando come suo cesare Flavio Valerio Severo secondo le disposizioni del sistema della tetrarchia.

Successivamente però, mentre progettava una spedizione volta a conquistare la Britannia settentrionale e a sottomettere i Pitti e i Caledoni, Costanzo morì ad Eburacum (York) il 25 luglio del 306, lasciando l’impero senza guida.

Una pagina del manoscitto di Goffredo di Monmouth conservata presso la Biblioteca apostolica vaticana

Con la morte di Costanzo infatti, il sistema tetrarchico implose e, in seguito ad un altro periodo di sanguinose guerre civili, Costantino riunificò l’impero sotto il suo comando soltanto nel 324. Il corpo di Costanzo, per ordine del figlio, fu traslato a Treviri e collocato in un mausoleo a lui dedicato. La fortuna di Costanzo fu ravvivata in seguito da Goffredo di Monmouth che nella sua Storia dei Re di Britannia (1136) stravolse completamente la storia degli eventi narrati sino ad ora. Infatti, secondo Goffredo, Carausio sarebbe stato un britanno di nobili origini che su mandato del Senato romano, allestì una flotta per difendere la Britannia dalle invasioni dei barbari. Ricevuto tale compito, Carausio divenne via via sempre più potente e, con l’aiuto dei Pitti, riuscì ad estromettere il re della Britannia Bassiano e di farsi eleggere re al posto suo.

Per ricompensare l’aiuto di quei popoli Carausio donò loro l’Albania (il nome ancestrale della Scozia) ed essi ne presero possesso a scapito dei Britanni.

La fortuna di Carausio durò poco: il senato inviò il legato Allecto, divenuto nella versione di Goffredo totalmente romano, che sconfisse Carausio con tre legioni, vendicandosi di tutti coloro che avevano tradito Roma. I Britanni quindi si sollevarono e guidati dal duca di Cornovaglia Asclepiodoto (ovvero il luogotenente di Costanzo) eliminarono prima Allecto nascosto a Londinium e poi Livio Gallo, ufficiale di Allecto, trucidato insieme ai suoi legionari sulla riva del fiume Nautgallim/Gallemborne oggi Walbrook (su cui vennero ritrovati nel 1860 un gran numero di teschi durante uno scavo archeologico).

Dopo questo avvenimento il monaco inglese inserì l’avvento del nostro protagonista; infatti, alla morte del re Asclepiodoto, ucciso dal ribelle duca di Colchester Coel che gli sottrasse la corona, il senato romano inviò in Britannia proprio il senatore Costanzo, che aveva già riconquistato la Spagna e possedeva la fama di grande combattente. Costanzo prese accordi con Coel riconoscendogli il suo diritto al trono di Britannia, ma questi morì poco dopo di una malattia improvvisa lasciando campo al senatore.

Costanzo dunque sposò la figlia di Coel, Elena (che in realtà, come abbiamo visto, proveniva dalla Bitinia ed era di umili origini) che nella versione della storia di Goffredo è elogiata come la più abile al mondo nella conoscenza della musica e delle arti liberali e con cui generò poi Costantino, elogiato alla stessa maniera dall’autore medievale.

È interessante in questo caso evidenziare come l’opera di riabilitazione cristiana del lignaggio di Costantino e della madre Elena, iniziato da Eusebio, sia stato portato a termine da Goffredo, in quella che possiamo definire come una storia della ricezione dei personaggi romani attraverso i secoli.

Pietro Paolo Giannetti

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