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Category Archives: Corpo e bellezza

In punta di spilla

Fibula longobarda del sec. VII (7 cm, Parma, museo nazionale di Antichità)

Le fibule nacquero per fissare mantelli, veli e abiti ma erano anche ornamenti raffinati, che rispecchiavano il gusto del momento.

Le più antiche erano molto semplici: uno spillo e un elemento di fissaggio, di dimensioni variabili a seconda del lembo di stoffa o di pelle su cui andavano applicate.

Ma le fibule, il cui meccanismo era identico a quello delle moderne spille da balia, divennero presto un oggetto non solo d’uso quotidiano, ma anche ornamentale. Come tali, erano soggette a mutamenti di foggia, dimensioni e materiali, a seconda delle funzioni rivestite, del sesso e dello status di chi le indossava. E, ovviamente, anche della moda.

Documentate sin dall’età del Bronzo e usate da Celti ed Etruschi (che ne portarono la produzione ad altissimi livelli estetici), le fibule divennero, in età tardo-antica, molto popolari sia tra i Romani d’Oriente, e ne troviamo molte rappresentate nei mosaici che raffigurano funzionari, soldati e regnanti, per esempio a Ravenna, che tra i popoli “barbarici”, che le sfoggiavano su tuniche e mantelli come parte integrante del costume nazionale.

Grazie all’abitudine di seppellire i morti con il loro abbigliamento e corredo, a lungo caratteristico delle genti che a ondate fecero il loro ingresso nell’Impero Romano, possediamo molti esemplari di fibule che variano per forma, dimensioni, materiali e anche per la posizione di utilizzo, ricavabile confrontando i dati iconografici con quelli desunti dagli scavi archeologici.

Le fibule a staffa, di forma allungata, fissavano il mantello all’altezza delle spalle. Sovente presentano elaborate decorazioni, molto utili per la datazione dei reperti: le più antiche tra quelle pannonico-longobarde, utilizzate quasi esclusivamente per il costume femminile, presentano motivi geometrici o a spirale fino al V secolo circa, mentre da allora in poi prevalgono gli stili cosiddetti “animalistici”, che si contaminano nel contatto con il mondo mediterraneo, da cui acquisiscono i motivi a intreccio.

Fibula a forma d’aquila di arte ostrogota del 500 ca.. Parte del tesoro di Domagnano (San Marino), è ora conservata al Germanisches Nationalmuseum di Norimberga

Le fibule usate dai Goti presentano spesso un caratteristico motivo ad aquila realizzato a cloisonné, o “lustro di Bisanzio”: una tecnica di decorazione realizzata saldando al supporto della spilla piccole celle di metallo in cui si colava smalto colorato, ottenendo una sorta di mosaico. Quanto alle fibule a disco, esse erano molto diffuse nel mondo bizantino e da qui furono mutuate dai Longobardi, che le utilizzavano come probabile status symbol. Interessante, da questo punto di vista, appare il bellissimo pendente riemerso in una tomba femminile di Spilamberto (Modena), ricavato da una fibula a disco in argento dorato, al centro della quale, attorniato da perle fluviali alternate a paste vitree blu e verdi, domina un cammeo di lavorazione romana ritraente un bel volto di donna.

Interpretando i dati archeologici si è osservato che le grandi fibule a disco (quasi sempre ritrovate al centro del petto nei corpi inumati), servivano a fissare il mantello oppure una sorta di soprabito aperto sul davanti. Tale tipo di accessorio si diffuse tra i popoli “barbarici” dopo il contatto con il mondo bizantino, finendo per soppiantare le tradizionali fibule a staffa o a forma di “S”, solitamente utilizzate in coppia per il medesimo fine. Quanto alle spille a staffa, spesso sono state ritrovate nella zona del bacino e tra i femori: la posizione, in questi casi, potrebbe essere stata dettata da usanze particolari o locali di cui però è difficile, oggi, cogliere appieno il significato (anche se i ricostruttori e rievocatori cercando di proporre varie soluzioni).

Dopo secoli di onorato servizio, dal Mille in poi la fibula declinò lentamente, soppiantata dai bottoni, più pratici ed economici. E da accessorio indispensabile passò, salvo rare eccezioni, a oggetto decorativo e di rappresentanza, con un valore che mantiene ancora oggi.

Elena Percivaldi

Articolo pubblicato sul numero 22/2019 del bimestrale “Medioevo Misterioso” © Elena Percivaldi / Sprea Editore

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Il Medioevo e la nascita del sapone

Non esiste più lo sporco impossibile.

Dite addio a macchie, incrostazioni, unto, malattie della pelle e cattivi odori: perché da oggi in tutte le case entrerà un prodotto innovativo, capace rivoluzionare l’igiene personale e quella dei nostri capi di abbigliamento, e presto non potrete più farne a meno: si chiama sapone.

Re Vencesilao al bagno

La grande novità arriva dalla Francia e per il momento è disponibile in flacone, ma presto – tre secoli al massimo – arriverà anche in pratici panetti.

Il segreto del suo successo? Olio di oliva e sodio carbonato mescolati con grasso di animale, cenere, soda ed erbe aromatiche, per un pulito fresco e imbattibile.

Pensata appositamente per le lavandaie c’è poi la formula speciale a base di lisciva di cenere di legna e terra di argilla smeltica o bianca. E i vostri panni saranno bianchi, che più bianchi non si può.

Siamo tra l’800 e il 900 quando in tutta Europa si diffonde l’uso del sapone.

Ad inventarlo, in realtà, come gli scacchi e le carte da gioco, sono gli arabi, che lo portano in Francia, dove la formula originaria viene migliorata e diventa perfetta per accompagnare bagni rigeneranti all’insegna del relax e del benessere.

D’altra parte, se nella Grecia classica il bagno era considerato soprattutto un completamento dell’attività atletica (doveva essere preso con acqua fredda e rapidamente, per dare energia più che ristoro) i romani si lavavano tutte le mattine le braccia e le gambe e, ogni nove giorni il resto del corpo, in occasione del giorno di mercato.

Nel tardo impero il bagno a vapore e la sauna avevano assunto principalmente il fine del rilassamento, conforto e benessere fisico. Nel medioevo, però, la decadenza degli acquedotti ha messo in crisi l’utilizzo degli impianti termali: le campagne si sono spopolate e nelle città si sono instaurate abitudini che si scontrano con le più elementari norme igieniche, come l’allevamento in casa di animali domestici, polli, oche e maiali. Nelle acque dei fiumi si lavano abiti e biancheria, si scaricano immondizie, carogne, liquami provenienti dalle concerie di pelli e dalle tintorie, e le mura fortificate che cingono le città – limitandone lo sviluppo – costringono gli abitanti in spazi sempre più ristretti e le strade, prive di pavimentazione fino al XII secolo, sono invase da fango e rifiuti. Insomma, non tutti i luoghi comuni sul Medioevo sono falsi.

A cambiare le abitudini igieniche sono poi intervenuti due fattori di portata storica: le invasioni barbariche che hanno sconvolto le strutture economiche, ideologiche e sociali su cui poggiava l’Impero Romano, e il progressivo affermarsi del cristianesimo con la condanna del corpo e della sua cura.

La crisi ideologica, che compromette profondamente la civiltà greco-latina, viene favorita da filosofi della tarda classicità e da religioni (principalmente di origine orientale) che invitano a un atteggiamento di sopportazione passiva delle avversità terrene e a un distacco dalla vita. Tutto ciò da una parte contribuisce a diffondere l’idea che il corpo è nemico dello spirito e, dall’altro instaura un certo scetticismo circa l’utilità dello studio della natura e del sapere scientifico. Le malattie, insomma, si vincono con la preghiera, non con gli artifizi medici.

Nonostante questo, nelle case dei benestanti il bagno non è mai venuto a mancare e si fa in grandi tinozze di legno, spesso in compagnia.

Donna che si pettina (Salterio di Luttrell)

A partire dal XII-XIII secolo, poi, si assiste ad un recupero della cura del corpo: fanno la loro comparsa le terme moderne e le saune pubbliche (dette “stufe”) e tanto la pulizia della pelle quanto la cosmesi tornano di moda.

Dopo la conquista di Toledo – nel 1085 – da parte di Alfonso VI di Castiglia, la città diventa sede di un movimento culturale di dimensioni europee, grazie alle traduzioni latine dei padri della medicina (Ippocrate, Aristotele, Galeno) e delle opere arabe. E proprio alla espansione della cultura araba si deve dunque la conoscenza del sapone che, come detto, viene sviluppato e migliorato in Francia, e in particolare a Marsiglia, da cui prende il nome quello più celebre del mondo, la cui composizione contempla l’uso esclusivo di oli vegetali (prevalentemente quello d’oliva) la cenere di piante marine come alcalinizzante, l’essiccazione al sole e il taglio a mano.

Una delle prime ricette particolareggiate per fare il sapone la troviamo in una raccolta di formule segrete per gli artigiani che risale al XII secolo. Il procedimento chimico con cui si produce è rimasto sostanzialmente invariato nel corso del tempo: oli e grassi di varia natura vengono bolliti con una soluzione di alcali caustici producendo una reazione da cui si ottiene il sapone grezzo, detta saponificazione.

Il principio fondamentale su cui si basa l’azione del sapone è la capacità di rendere solubili sostanze che sono insolubili, come batteri e sporcizia di vario genere, portati via poi con l’acqua.

Ovviamente la qualità dipende dai materiali usati: all’inizio per fare il sapone vengono utilizzati cenere di legno e grassi animali, ed è con questi ingredienti che nel Nord America i primi coloni fabbricano un sapone gelatinoso marrone per l’uso quotidiano. Il sego, grasso animale ricavato da bovini e ovini, è all’epoca l’ingrediente principale sia del sapone che delle candele, per cui gli artigiani – chiamati candelai – spesso producono e vendono entrambe le cose. L’aggiunta di sale alla fine della bollitura permette di ottenere delle barre solide, facilmente trasportabili, che vengono aromatizzate con lavanda, gaultheria e cumino dei prati. Non manca chi utilizza anche olio di pesce; che certo, però, non aiuta la freschezza dell’aroma.

Quanto al sapone di Marsiglia, già nel 1688 il ministro francese Colbertin emanerà un decreto per stabilirne le caratteristiche, combattendo la concorrenza di saponi di minore qualità prodotti soprattutto a Genova e Savona.

Nato liquido e divenuto solido, il sapone tornerà liquido nel 1865, quando lo statunitense William Sheppard brevetterà il nuovo tipo di detergente, destinato a soppiantare quasi del tutto quello tradizionale. Peccato che di naturale ci resterà molto poco: nel XXI secolo, infatti, il sapone liquido in commercio non sarà altro che una combinazione di detergenti chimici, agenti di schiumatura artificiali, allergeni e inquinanti, che quasi quasi era più sano restare sporchi.

E poi dicono male del Medioevo.

Arnaldo Casali

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Igiene d’altri tempi

De Balneis Puteolanis, Pietro da Eboli (sec. XIII)

Mille anni oscuri e sporchi, sporchissimi; tanto oscuri e sporchi che più neri non si può. Ce lo immaginiamo, così, il Medioevo: un Medioevo che se non fosse sporco e selvaggio quasi non ci sembrerebbe Medioevo. E invece un altro dei luoghi comuni da abbattere sull’Età di mezzo riguarda proprio l’igiene personale.

Perché gli uomini medievali erano molto più puliti di quanto pensiamo. Certo molto più di quelli che sarebbero venuti dopo, incredibilmente più puliti di quelli del Rinascimento e dell’Illuminismo, ma anche dei nostri nonni dell’Ottocento.

Ci vorrà infatti il XX secolo – con una tecnologia e una disponibilità idrica infinitamente più avanzate – per strappare al Medioevo il primato di epoca più “igienica” della storia.

Non a caso è stato proprio il Medioevo a inventare il sapone, e se nella reggia di Versailles capitava di farsi un unico bagno in tutta la vita – magari in occasione di una malattia – e il Re Sole si detergeva solo il volto con un fazzoletto imbevuto di profumo, nei mille anni più bistrattati della storia ci si lavava anche tutti i giorni. Chi poteva permetterselo, è ovvio. L’abbandono degli acquedotti romani e la chiusura delle terme infatti, non avevano cancellato dalle case aristocratiche l’amore per l’immersione ristoratrice nell’acqua.

Ovviamente la stanza da bagno, all’epoca, non aveva niente a che fare con la toilette: acqua calda con petali di rosa ed essenze profumate veniva portata nella camera da letto e ci si riempiva una grossa tinozza dotata di uno sgabello e una sorta di tavola, cosicché si potesse rimanere comodamente a mollo mentre si faceva colazione o si lavorava e sono attestati anche dei tappetini da mettere sul fondo della vasca per proteggersi da eventuali scaglie di legno.

Il bagno riveste una grande importanza sotto il profilo igienico, peraltro, anche a causa dell’abitudine di cambiare di rado la biancheria personale, che si toglieva solo di notte per entrare nudi nel letto.

In molti castelli, vicino alle cucine, erano presenti sale con acqua riscaldata riservate alle damigelle che amavano passare il tempo socializzando a mollo e la nobiltà europea spesso intratteneva i propri ospiti con bagni che potevano diventare l’occasione per impressionare amici e rivali con l’esibizione del lusso più sfrenato.

D’altra parte nei romanzi di cavalleria è buona norma offrire un bagno caldo all’ospite che giunge stanco e impolverato mentre tra i doveri delle mogli c’è quello di dare ristoro al marito che arriva a casa dopo una giornata di duro lavoro con acqua, possibilmente calda, e cambio d’abito.

E non si tratta di abitudini caratteristiche solo del basso Medioevo, quello abitualmente considerato più “civilizzato”: Eginardo racconta che Carlo Magno amava molto i bagni e che invitava non solo i propri figli a bagnarsi con lui, ma anche nobili e amici e occasionalmente anche una folla di servitori e guardie, cosicché a volte fino ad un centinaio di uomini potevano trovarsi a fare il bagno con il re.

Intorno alla metà del XII secolo in Italia, nella Spagna cristiana, in Inghilterra e in Germania sorgono zone termali pubbliche attorno a quelli che vengono definiti “vasconi” mentre i crociati importano in Europa le saune, che allora vengono chiamate “stufe”: si conta che nel 1292 Parigi – con una popolazione di 70mila abitanti – avesse 26 terme, Bruges 40 e Bruxelles 30 come Baden Baden in Germania. In Italia sono conosciuti e rinomati fin dall’VIII secolo i bagni pubblici di Ravenna, Pavia, Lucca, Gaeta e Napoli mentre nel basso Medioevo sono famosi quelli di Pisa, Firenze, Roma, Palermo e Salerno. Quelli vicini al monastero di Santa Sofia sono così lussuosi da attirare persino i monaci e le monache delle abbazie vicine.

Sotto Enrico II ogni mattina per le strade di Londra gli strilloni annunciano l’apertura dei bagni al grido: “Signori che voi andiate a bagnarvi, a prendere un bagno caldo, senza indugio, i bagni sono caldi, non c’è inganno!”. La pubblicità dei bagni diventa così invadente da costringere le autorità a emanare regolamenti che per lasciare dormire la gente in pace impongono di “non far gridare le stufe” finché non sia sorto il sole. I prezzi sono accessibili e variabili a seconda del servizio e una sorta di medici-barbieri sovrintendono al corretto funzionamento dello stabilimento e al mantenimento delle norme igieniche: ai malati, per esempio, non è consentito bagnarsi negli stessi luoghi dei sani.

Nonostante siano frequentati abitualmente anche da monache e sacerdoti, la Chiesa guarda con sempre maggiore diffidenza i bagni pubblici, ritenendoli un rischio per la castità. In realtà, almeno in un primo momento, si tratta di critiche ingiustificate; d’altra parte nel Medioevo la concezione del pudore è molto diversa: una scena ricorrente nei romanzi cavallereschi è quella che vede delle fanciulle, spesso le figlie stesse del nobile anfitrione, spogliare il cavaliere spossato dal torneo o un viaggiatore esausto, e fargli il bagno con le loro mani senza alcuna malizia. Altro topos ricorrente nella letteratura è quello di un marito talmente geloso da mandar via persino i servi quando la moglie fa il bagno: un comportamento giudicato ridicolo, e che le novelle vedono quasi sempre punito. È vero anche che in un primo momento i bagni vengono frequentati dagli uomini e dalle donne in giorni diversi o in compartimenti separati.

Con il tempo, però, le cose cambiano: nel Corbaccio, scritto da Giovanni Boccaccio nel 1365, si legge che uno si meraviglierebbe se sapesse “quante e quali solennità” da parte della donna “si servavano nell’andare alle stufe e come spesso” e di Erfurt in Germania, nel XIII secolo si dice: “I bagni di quella città saranno per voi molto piacevoli. Se avete bisogno di lavarvi e amate le comodità, potete entrarvi con fiducia. Sarete ricevuto gentilmente. Una graziosa ragazza vi massaggerà onestamente con la sua dolce mano. Un barbiere esperto vi raderà senza lasciar cadere la minima goccia di sudore sul viso. Stanco del bagno, troverete letto per riposarvi. Poi una donna graziosa, che non vi dispiacerà, con aria verginale vi accomoderà i capelli con abile pettine. Chi non le carpirebbe dei baci, se lui ha voglia e lei non rifiuta? Vi si chiede pure un compenso, un semplice denaro basterà…”. Non si tratta certo di casi isolati: i bagni si trasformano progressivamente in locali per feste e banchetti, allietati da suonatori e da donne facili e caratterizzati da “una singolare licenza di fronte alle comuni leggi di moralità”, dove “ci si mostrava nudi e con tutta libertà si faceva all’amore”.

Tuttavia, a decretarne la fine non è la pubblica morale ma la Peste Nera del 1348: c’era infatti la convinzione che il morbo potesse entrare più facilmente attraverso i pori dilatati dal calore, e sicuramente i luoghi affollati diventavano il terreno privilegiato per la diffusione dell’epidemia.

Nel corso del Quattrocento, quindi, le terme cessano di essere un luogo di pubblico ritrovo e diventano un sinonimo di bordello, in cui il bagno o la sauna finiscono per essere solo dei servizi accessori alla prestazione sessuale.

La fine delle terme è certo un brutto colpo per l’igiene pubblica, visto che non tutti possono permettersi il bagno in casa. Va sottolineato, però, che l’uso dell’acqua per lavarsi non è l’unica forma di igiene in uso nel Medioevo.

Anche le fogne a cielo aperto che immaginiamo tra i vicoli delle città medievali, per esempio, sono un falso storico: la rete di fognature era infatti ben presente nel XIII secolo, e anche dove non c’erano le fogne era comunque corrente l’uso di cenere di legna per decomporre i rifiuti organici.

Alcune città come Marsiglia erano dotate di regole sull’igiene delle strade e l’obbligo di spazzare davanti alla propria abitazione o bottega era un impegno al quale nessuno si sottraeva. Non mancano poi manuali di igiene personale che in qualche modo anticipano il Galateo, dove si consiglia di non asciugare gli occhi o il naso con il lembo della tovaglia, mentre il testo Ménagier de Paris – scritto verso la fine del XIV secolo da un borghese per la sua giovanissima sposa – offre una variante dello sciacqua dita da mettere a tavola: bollire la salvia e aggiungere, una volta scolata e raffreddata l’acqua, scorze d’arancio, rosmarino o lauro.

Ovviamente la condizione dei poveri, come in ogni epoca, è ben diversa. L’abitazione di una famiglia di contadini è costituita da un edificio al piano terra diviso a metà: da una parte ci sono gli animali e dall’altra l’intera famiglia che vive in una sola grande stanza che funge da camera da letto e da cucina. In un angolo c’è il focolare che in moltissimi casi non ha neanche il camino e quindi tutto è annerito dal fumo. Il pavimento è in terra battuta e la toilette è costituita da un gabbiotto in legno con un buco al centro, posto fuori in cortile (come ancora avviene in alcune case contadine della Romania).

Nei castelli, come più tardi nei palazzi e nei conventi, l’acqua è attinta da un pozzo, posto nel cortile. Nelle città, alcune abitazioni dispongono di pozzi neri periodicamente sottoposti a laboriose operazioni di pulitura, ma generalmente l’eliminazione dei rifiuti domestici e dei liquami delle latrine pubbliche e private è affidata a un corso d’acqua. Di fatto i fiumi vengono utilizzati come fonte di approvvigionamento idrico e come veicolo di smaltimenti: nelle loro acque si lavano infatti abiti e biancheria, si scaricano immondizie, carogne di animali, liquami provenienti dalle concerie di pelli e dalle tintorie, e questo è il motivo delle frequenti epidemie.

A Londra l’inquinamento del Tamigi induce assai precocemente a predisporre per gli usi della corte reale alcune opere di canalizzazione delle acque di adduzione, captate da sorgenti lontane, consentendo alla cittadinanza di utilizzarne l’eccedenza. Il primato igienico della capitale inglese dovrà resistere nei secoli, se ancora nel 1756 un visitatore affermerà con ammirazione: “Non esiste una strada importante di Londra che non sia fornita di acqua in tale abbondanza da poter servire con l’acquedotto comune persino i piani superiori delle case”.

Anche le abbazie avevano luoghi deputati al bagno, alla rasatura e ai bisogni fisiologici, a cui si accedeva secondo un calendario fissato per turni. In linea di massima le pratiche igieniche in monastero prevedevano quotidianamente di lavarsi in comune alla fontana. Il sabato, per prepararsi a santificare in modo degno la domenica, potevano procedere alla pulizia completa del corpo, sempre con acqua fredda. In questo stesso giorno si cambiavano i vestiti con i quali si coricavano tutte le sere della settimana.

Rasoi medievali (foto: www.mondimedievali.net)

Nei monasteri inglesi dell’XI secolo vennero introdotte alcune semplici norme di igiene personale, affidate alla cura e alla responsabilità dell’elemosiniere. Questi provvedeva al riscaldamento del locale per il bagno periodico dei monaci e alla dotazione dell’acqua, versata entro robuste tinozze di quercia o noce; il rituale igienico, che si svolgeva non più di quattro volte all’anno, era completato dalla tonsura ogni tre settimane e dal lavaggio dei piedi il sabato.

Al frate incaricato del refettorio era invece demandata la manutenzione del lavatorium, un lavandino utilizzato prima e dopo ogni pasto e dimensionato per le esigenze contemporanee di tutti. Anche la distribuzione dei servizi igienici rispondeva a precisi requisiti di ordine funzionale: alle spalle del dormitorio, e a esso collegato tramite un ponticello, era generalmente situato l’edificio delle latrine, provvisto di numerosi sedili affiancati. I singoli posti, debitamente arieggiati e separati da paretine più per ragioni climatiche che per motivi di riservatezza, scaricavano direttamente in un corso d’acqua, a volte appositamente deviato allo scopo.

Il Tacuinum Sanitatis di Bevagna, prontuario medico del sec. XIV

A partire dall’XI secolo si diffondono anche raccolte di precetti in versi per conservare la salute e vivere più a lungo, come i Tacuina sanitatis, il cui testo è attribuito al medico arabo Ibn Botlan, e i Regimen Sanitatis Salernitanum, opera collettiva della scuola medica salernitana che nella prescrizione II, intitolata De confortatione cerebri (per il benessere del cervello), consiglia di lavare le mani e gli occhi al mattino con acqua fresca e pura, di pettinarsi e “purgare” i denti. La prescrizione XXIII, De lotione manuum (lavare le mani), raccomanda di lavarsi le mani dopo aver mangiato, conseguendo il doppio beneficio di mondarle e, pulendosi gli occhi con esse, rendere la vista più acuta. Bartolomeo Sacchi, detto il Platina (1421-1481), nel suo libro De honesta voluptate et valetudine dà alcuni consigli su “Che cosa si debba fare appena alzati”. Innanzitutto “è opportuno lasciar trascorrere un certo intervallo e poi pettinare per bene i capelli e cacciar fuori il catarro che si è accumulato durante la notte. È anche bene lavarsi i piedi e la testa prima di mettersi a mangiare e tergere con cura le deiezioni del corpo che escono dalle parti posteriori. È buona regola sciacquare la bocca con molta acqua, soprattutto d’estate”.

Ad aiutare l’igiene personale, poi, proprio nel Medioevo viene inventato il sapone. Una delle prime ricette particolareggiate la troviamo in una raccolta di formule segrete per gli artigiani che risale al XII secolo. Il procedimento chimico con cui si produce è rimasto sostanzialmente invariato nel corso del tempo: oli e grassi di varia natura vengono bolliti con una soluzione di alcali caustici producendo una reazione da cui si ottiene il sapone grezzo. Ovviamente la qualità dipende dai materiali usati: inizialmente si utilizzava grasso di montone, cenere di legna e soda naturale a cui erano a volte aggiunte erbe aromatiche, mentre per la lavanderia veniva utilizzata una soluzione di lisciva e terra di argilla. Il sego, grasso animale ricavato da bovini e ovini, era all’epoca l’ingrediente principale sia del sapone che delle candele, per cui gli artigiani chiamati candelai spesso facevano e vendevano entrambi i prodotti. L’aggiunta di sale alla fine della bollitura permetteva poi di ottenere delle barre solide, facilmente trasportabili.

L’odore, però, non doveva essere proprio il massimo della gradevolezza, se in tanti si rifiutano di utilizzare il sapone per lavarsi, a cominciare dall’imperatore Ottone I, di cui racconta il fratello Bruno: “Quando faceva il bagno, non utilizzava mai il sapone o analoga preparazione per rendere lucente la sua pelle, il che è ancora più sorprendente in quanto era al corrente di questo metodo per pulirsi e di gran conforto fin dalla giovane età”.

Le cose cambiano quando in Italia, Spagna e Francia il grasso viene sostituito con l’olio d’oliva bollito con la cenere, e talvolta con sodio carbonato e cedro. Il prodotto finale viene poi aromatizzato con lavanda, gaultheria e cumino dei prati, trasformandosi così in un prodotto ben più gradevole. Certo non abbastanza da rendere più accoglienti e profumate le locande tedesche, della cui igiene si lamenta a lungo Erasmo da Rotterdam.

Nato nel Medioevo (nel 1466) ma morto nel Rinascimento (1536), Erasmo in uno dei suoi Colloquia familiaria, dal titolo “Locande”, comparso a Basilea nel 1523, racconta che nella camera da pranzo di una locanda tedesca molti uomini e donne d’ogni età siedono accanto gli uni agli altri, sia popolani, sia ricchi e nobili e tutti soddisfano le proprie necessità alla presenza degli altri, come togliersi gli stivali e mettersi in ciabatte, cambiarsi la camicia, stendere vicino alla stufa i vestiti fradici di pioggia, ravviarsi i capelli, asciugarsi il sudore, pulire le calzature. Il locale è surriscaldato, tutti sudano, gridano, si spingono, gli odori sono disgustosi, per i rutti che sanno d’aglio, le ventosità del ventre e il fetore degli aliti. Per chi voglia lavarsi le mani è pronta dell’acqua, “ma di solito è così pulita che dopo averla usata devi chiederne dell’altra per nettarti dalla prima abluzione”. La promiscuità è notevole e i pericoli grandi: “La maggior parte ha sicuramente il mal spagnolo o, come altri dice, il morbo gallico, dato che è comune a più nazioni e costoro rappresentano un pericolo non inferiore a quello dei lebbrosi”. Dopo la descrizione dei cibi, delle bevande e del servizio (tovaglie “che sembrano vele di canapa staccate dall’albero di qualche nave”), si accenna alle camere da letto, in cui esiste “un letto e null’altro che possa servirti”. E la pulizia? “La stessa che a tavola. I lenzuoli, per esempio, vanno al bucato una volta ogni sei mesi”.

D’altra parte, siamo già usciti dal Medioevo: quelli in cui si curava l’igiene erano ormai altri tempi.

Arnaldo Casali

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Questioni di capelli (e cappelli)

Stava a guardare il capello, l’uomo del Medioevo: segno di potere e autorità, ma anche ricettacolo del maligno quando acconciato con vanità. Non è solo una questione di estetica: nel Medioevo i capelli sono una questione ontologica.

Per i germani la lunghezza era uno dei segni distintivi della gerarchia militare: li legavano in cima alla testa per sembrare più alti e più spaventosi in battaglia. La calvizie, più che un problema, era quindi un’autentica umiliazione.

La connessione tra chioma e potere, d’altra parte, è molto antica: basti pensare alla Bibbia, dove la forza di Sansone è proporzionale alla lunghezza dei capelli, ma anche alla società romana, dove gli schiavi si riconoscono proprio per il cranio rasato, segno di sottomissione completa.

Anche i monaci si rasavano in segno di sottomissione a Dio, ma adottavano una rasatura parziale, sulla sommità del capo, la cosiddetta “chierica” il cui taglio dal VII secolo diventa un vero e proprio rituale e che fino alla fine del Novecento (è stata abolita da Paolo VI nel 1972) distinguerà preti, monaci e frati.

Per proteggere la testa dal freddo, i religiosi indossavano un piccolo cappello che copriva solo la parte rasata, detto “zucchetto” o “papalina”, ancora usato dai vescovi, e il cui colore segna il grado gerarchico: nero per i preti, viola per i vescovi, rosso per i cardinali e bianco per il papa.

La chierica permette di distinguere a colpo d’occhio il laico dal religioso. Non a caso, Dante – nel canto XVIII dell’Inferno – trovandosi di fronte a una bolgia di dannati completamente coperti di escrementi, descrive un uomo – Alessio Interminei da Lucca – che ha il capo “sì di merda lordo, che non parëa s’era laico o cherco”.

Anche i Franchi portavano capelli e barba lunga, al contrario dei latini caratterizzati dai capelli corti e barba rasata. E passa proprio attraverso una rasatura l’alleanza tra carolingi e Chiesa: è Carlo Magno, incoronato imperatore dal Papa nel Natale dell’anno 800, a prendere l’abitudine di portare barba e capelli corti e ben curati così come vuole la Chiesa, mentre Luigi II arriva a rasare completamente il viso e a tagliare i suoi capelli quasi come un monaco.

Nel decimo secolo la Chiesa inizia a regolamentare con precisi editti la lunghezza dei capelli degli uomini, mentre alle donne viene imposto il velo. Nel 1073 papa Gregorio VII vieta espressamente l’uso di barba e baffi tra il clero. E nel 1096 l’arcivescovo di Rouen minaccia addirittura la scomunica per gli uomini barbuti mentre il re inglese Enrico accetta nel 1130 di tagliare i capelli e la barba, sotto la pressione della Chiesa. D’altra parte già Guglielmo il Conquistatore, duca di Normandia e poi re d’Inghilterra, viene rappresentato con i soli baffi, anche se tra i Normanni la barba era molto importante per distinguere i maschi adulti dai ragazzi.

San Bernardo si scaglia invece contro la parrucca, definendola frutto del maligno: “La donna che indossa una parrucca commette un peccato mortale” tuona il cistercense, confermando una posizione che era stata già espressa dai primi padri della Chiesa: San Girolamo, l’autore della Vulgata, la traduzione in latino della Bibbia che rappresenterà per secoli la versione ufficiale della Chiesa, condannando lo stile di vita edonistico, aveva dichiarato tali ornamenti non tollerati dalla Chiesa e indegni del Cristianesimo. Il primo Concilio di Costantinopoli aveva affermato che le parrucche rappresentavano una grave offesa a Dio mentre Clemente di Alessandria sottolineava che se si indossa una parrucca in chiesa la benedizione ricevuta rimarrà nella parrucca e non arriverà alla testa.

San Gregorio Nazianzeno cita come esempio di virtù la sorella Gorgonia: “A lei non importava arricciare i suoi capelli, né riparare alla sua mancanza di bellezza con l’aiuto di una parrucca”.

Nessun predicatore, però, può fermare la forza della moda: fino al secolo XI le donne portano i capelli lunghi fino al ginocchio, legati a volte in due lunghe trecce ai lati della testa. A dispetto delle raccomandazioni degli scrittori cristiani, le acconciature dalle donne delle classi sociali più elevate continuano a essere molto complicate, con largo uso di capelli finti, diademi e veli frangiati, finché la Chiesa emana severe prescrizioni contro il lusso delle pettinature e degli ornamenti sulla testa.

In epoca feudale le donne preferiscono le trecce, spesso ornate di fili di perle e di fiori, oppure portano i capelli sciolti e trattenuti da un cerchio o da una ghirlanda. A partire dal Trecento, poi, tutto diventa lecito per conferire alla capigliatura il colore desiderato, anche per coprire i fili grigi comparsi con l’avanzare dell’età; i rimedi sono essenzialmente a base di elementi vegetali estratti da erbe e fiori, ma anche di minerali e persino di escrementi di animali.

E non è una questione solo femminile: basti pensare a Francesco Sforza, celebre per l’abitudine di presentarsi in pubblico una volta con la chioma grigia e altre volte nero corvino. La preoccupazione più grande degli uomini, comunque, non sono tanto i capelli bianchi, quanto piuttosto la “pelatina”, come viene ironicamente definita dal Quattrocento in poi.

Suggerimenti e consigli riguardo alla prevenzione e la cura della perdita dei capelli abbondano ovunque. Ogni intruglio era buono pur di evitarla; i medici dell’epoca si adoperavano come potevano. Il famoso Aldobrandino da Siena, raccomandava di evitare l’uso del sapone, di lavarsi solo con acqua tiepida e di ungersi il cuoio capelluto con l’olio rosato o la mirra.

Quanto a cappelli, cuffiette e copricapo di vario genere, a partire dal XIV secolo sono codificati con metodo e precisione e distinguono classe e stato sociale: i capelli vengono considerati il principale strumento di seduzione della donna. Di conseguenza, le adolescenti e le giovani donne non fidanzate sono le uniche a poterli portare sciolti.

Una delle immagini più ridicole che viene tramandata da religiosi e poeti satirici è quella dell’attempata zitella dalle poco fluenti chiome sparse sulle spalle. Il colore dominante nei canoni di bellezza che permangono fino al Rinascimento è il biondo. Se ne deduce quindi, che già allora c’erano molte “finte bionde” che ricorrevano alla tinta.

I procedimenti di tintura dei capelli spesso erano simili a quelli usati per le stoffe. Il più semplice era l’esposizione al sole con la testa cosparsa di infuso di camomilla, ma con il viso coperto dal sole da un cappello di paglia per evitare antiestetiche tracce di abbronzatura. Abbiamo anche la ricetta di uno “shampoo” a base di miele: “Del miele rosato distillato nell’alambicco, a fuoco lento. Con la prima acqua distillata ci si lava il viso, con l’altra, che ha un colore dorato, ci si tinge i capelli una volta lavati e ben asciugati”.

Da questo si passava a combinazioni di erbe, acidi e a volte sali metallici che schiarivano il capello ossidandolo fino a “spolparlo”.

Subito dopo il matrimonio, di solito i capelli venivano tagliati. La stessa cosa facevano – e fanno ancora oggi – le religiose.

Il velo, che copre i capelli ma lascia scoperto il viso, è realizzato in lino, seta e cotone. Man mano che l’età avanza, al velo si aggiunge un complicato intreccio di bende che fa prendere all’acconciatura nel suo complesso il nome di Soggolo.

Lungo quasi tutto il periodo del Medioevo l’ideale di bellezza femminile prevede la fronte ampia, tanto che spesso le donne si rasano in parte per allargarla.

A Firenze, intorno al Trecento, le acconciature femminili alla moda erano piuttosto stravaganti, anche se decisamente differenti a seconda del ceto sociale di appartenenza. Se le popolane erano solite accontentarsi di una semplice fascia di tela inamidata da annodare sulla testa, bianca per le donne maritate e nera per le vedove, le signore borghesi usavano invece distinguersi per lo sfoggio di pesanti turbanti.

Le donne di rango elevato particolarmente eccentriche e un pochino snob infine, preferivano indossare cappelli con alte punte sormontate da lunghi e leggeri veli di seta. Quando il centro della moda si spostò a Parigi, si accentuò l’impiego dei capelli finti, finché si giunse al trionfo delle parrucche inanellate e incipriate; l’uso fu introdotto Luigi XIII per nascondere le calvizie. Con il tempo si diffonderà sempre di più, accompagnato dalle pettinature più complicate: Maria Antonietta arriverà a portarne una alta circa un metro e mezzo che la costringeva a stare in ginocchio quando saliva in carrozza.

Dal Decamerone di Giovanni Boccaccio apprendiamo che nella Firenze medievale il sabato era il giorno di riposo e quindi quello in cui, per via del tempo libero a disposizione, ci si prendeva maggiormente cura di sé; le donne si dedicavano alle cure di bellezza e si lavavano i capelli.

Francesco Sforza, al figlio Galeazzo Maria, che gli annuncia il suo rientro a Milano, scrive di non arrivare di sabato perché non avrebbe trovato nessuno ad accoglierlo “essendo tutte le damigelle impegnate nel lavaggio de’ capelli”. Alla corte sforzesca, non solo le donne amavano tingersi i capelli ma anche gli uomini e non solo per nascondere quelli bianchi. Isabella Gonzaga, che moriva dalla voglia di conoscere il segreto di queste continue trasformazioni, scrive il 23 luglio 1496 una lettera al barone Bonvesino di Milano, chiedendogli di farle sapere se Gian Galeazzo o altri della sua corte, che si tingevano i capelli di nero, avevano il rimedio per “farseli poi ritornare nel suo pristino collore, perché ne ricordamo, quando eravamo a Milano, havere veduto el conte Francesco Sforza uno dì cum li capelli negri et l’altro cum li soi naturali. Trovando questo rimedio, pregamovi che vogliati impararlo; et poi subito scrivernelo perché lo volessimo operare per nui et faresine cosa gratissima”.

Lo studio dei documenti e dell’iconografia ci mostra varie pettinature e copricapo in tutti i secoli. Ma i più curiosi sono sicuramente comparsi nel XV secolo: le teste femminili si adornano di lunghi coni hennin, costituiti probabilmente da tela inamidata, rivestiti di tessuti preziosi e con lunghezze variabili dai 60 ai 90 cm. Su tutta la parte posteriore e spesso sul viso ricadeva un velo trasparente; a queste fogge piuttosto alte si uniscono spesso lini o garze inamidati, sostenuti da supporti metallici a guisa di ali che rendevano l’hennin ancora più voluminoso; Giovenale degli Orsini sostiene, riguardo ai copricapo in uso sotto il regno di Carlo VI, ingranditi oltre misura che le dame avevano “da ciascuna parte due grandi orecchie sì larghe, aggiunte alla cuffia che quando esse volevano passare per l’uscio di una stanza, bisognava che vi passassero di fianco girando il loro corpo, se non volevano esporsi al rischio certo di scomporre la loro acconciatura”.

Altro copricapo alquanto curioso è la Sella; una legge fiorentina emanata nel 1456 vietava l’uso di “cappucci, cappelletti, né corna, né selle alla fiamminga e alla francese in alcun modo che volgarmente si dice alla di là”.

Prettamente italiano era invece il Balzo, copricapo che troviamo nominato già nel XIV secolo, diffuso fino alla metà del ‘400, per lo più nell’area settentrionale; di forma tondeggiante, era formato da tessuti pregiati avvolti su di un’intelaiatura rigida, presumibilmente di cuoio o di tela inamidata e filo metallico. Veniva posato leggermente all’indietro, considerando quello che l’iconografia ci mostra a riguardo è un mistero come facesse a non cadere ma con ogni probabilità veniva trattenuto da una striscia che passava sotto il mento.

Affini al balzo erano le ghirlande di penne di pavone, di perle e penne, di velluto, guarnite di frange d’oro, fiori smaltati e foglie dorate. Frequenti le ghirlande d’oro e di pietre preziose che però non soppiantano del tutto la grazia delle ghirlande di fiori freschi, soprattutto per le fanciulle. Civettuole ed eleganti sono le reticelle d’oro, che raccolgono i capelli sulla nuca e si completano con la Lenza, un sottile cordone colorato o nero, a volte decorato con un piccolo gioiello sulla fronte. Nel corredo di Bianca Maria Sforza si nominano “sei lenze d’oro e d’argento intrecciate di seta cremesina nera o morella”.

Il Vespaio è invece un vezzo di perle che serra i capelli girando dietro alla nuca: era formato da vari ordini di perle, disposti regolarmente, tanto da far rassomigliare la superficie ad un nido di vespe.

Le cuffie incorniciano il viso, scendendo con due lembi sulle guance e sono di lino bianco. Nel corredo di Nannina de Medici troviamo: “28 cuffie di pannolino lavorato e una di seta ricamata d’ariento e perle”.

A volte, sulla cuffia veniva indossato un veletto che scendeva ai lati del volto sin sulle spalle. Di uso più popolare è l’asciugatoio: veniva posato sul capo, piegato o disteso, fermato sui capelli con spilli, ricadente sulle spalle e sul collo, o più semplicemente veniva arrotolato come un turbante intorno alla nuca. Dal balzo derivò la pettinatura diffusa nel Quattrocento, caratteristica per il suo sviluppo in altezza, nella quale i capelli venivano tirati e tenuti fermi da reticelle sopra un’anima di cartone a forma di pan di zucchero, alta fino a 70 centimetri.

Nell’impero romano d’Oriente si sviluppa invece, a partire dal IV secolo, una scuola medica che si occupa lungamente di rimedi contro la calvizie. Oribasio di Pergamo in un suo libro descrive un miscuglio per la restaurazione dei capelli perduti: cera di candela, catrame e colla (lithocolla) venivano miscelati con una cannula metallica (mylotis), la cui estremità era fortemente riscaldata e con la quale si prelevava una piccola quantità di composto ancora morbido per riattaccare i capelli.

Per la caduta progressiva, lo stesso medico bizantino raccomandava molte preparazioni, per la maggior parte contenenti un’erba chiamata “adiantum” o “polytrichon”. Un’altra preparazione conteneva ladano (una resina aromatica del cisto cretese, già conosciuta da Teofrasto e ingrediente necessario della mirra fino ai nostri giorni), vino, olio di mirto e capelvenere. Altre preparazioni contenevano aloe, con vino rosso forte, o mirra e ladano nel vino, e olio di mirto; un’altra utilizzava escrementi di capra arrostiti in olio in un guscio di conchiglia. Gli impacchi venivano applicati dopo aver rasato la pelle. L’autore suggerisce inoltre una varietà di preparazioni contenenti diverse sostanze vegetali e animali, tipo nocciole, olio delle lucerne, aceto, miele, pepe, escrementi secchi di pecora e topi, elleboro bianco, erisimo, rucola, bile di toro o di capra, grasso di orso, canne e simili.

Alessandro di Tralles credeva che le cause della caduta dei capelli fossero numerose (mancanza di sostanze nutritive dei capelli, troppi o pochi pori): suggeriva bagni e uno speciale regime dietetico, con proibizione del sale e cibo grasso, eccesso di vino o sesso. Inoltre prescriveva impacchi di varie erbe simili a quelle prescritte da Oribasio.

Per Paolo di Egina la calvizie nasceva dall’assenza di liquidi, esattamente come accade per le piante che seccano per mancanza di acqua e l’alopecia (un termine derivante da alopex, che in greco significa volpe, perché tali animali soffrono spesso di questa problema) dovute all’alterazione degli umori.

Per infoltire i capelli, specialmente in caso di calvizie, Paolo cita un medicamento dall’opera di Critone: il rimedio conteneva stomaco essiccato di lepre e di varie erbe (foglie apicali di mirto, rovo, capelvenere e acacia) tutto finemente spezzettato e filtrato, con aggiunta di grasso di orso o di foca. La mistura era conservata in contenitori di piombo e usata per impacchi. Per evitare la perdita dei capelli, erano consigliati impacchi di capelvenere, ladano, vino e olio di mirto o fiori di anemone pestati in olio di oliva, preparazione che nello stesso tempo scuriva i capelli. Un altro impacco era composto da erba colombaia completa di radici: essiccata, triturata, setacciata e mischiata con olio di oliva.

Questa mistura, densa e vischiosa, era tenuta in contenitori di rame finché non diventava omogenea ed era pronta per l’uso. Teofane Crisobalante, medico del dotto imperatore Costantino VII Porfirogeneto, inizia il suo libro “Epitome” con un capitolo intitolato “Sulla caduta dei capelli”. Egli segue le ricette dei medici Oribasio, Ezio e Alessandro, ma cita anche una preparazione dell’antico medico Archigene che consisteva di ladano e menta in uguale quantità. Un altro medicamento, cutilizzato come lozione sulla testa, era preparato con dieci mele dell’albero di Giove, avvolte in panni e annaffiate di olio d’oliva per 5 giorni. L’autore conferma che i capelli cessavano di cadere e la forfora scompariva.

Per infoltire e nello stesso tempo scurire i capelli, Paolo di Egina prescriveva di mettere in un contenitore di vetro capelvenere, ruta di Alessandria, mirto, erba sabina, zucchine secche e ladano, e spruzzare con acqua piovana per 20 giorni. La mistura era mescolata due volte al giorno con una spatola di legno. Per le applicazioni il pettine veniva immerso nel succo e i capelli, trattati ogni giorno, ne risultavano nutriti e scuriti. Lo stesso autore fa riferimento a sostanze per rendere i capelli più belli. Tra varie soluzioni, suggerisce una mistura di foglie di fico, corteccia di vite bianca selvatica, pietra pomice, gesso e gusci di conchiglia, il tutto messo in forno in una pentola sigillata con la creta. Il contenuto veniva poi sbriciolato con aggiunta di schiuma di nitrato di sodio e sciolto con succo d’acini d’uva acerba.

Alessandro di Tralles raccomandava un composto per scurire i capelli fatto di acacia, bacche di cipresso, allume, “fiori di rame” e limatura di ferro in uguali quantità cosparsa per un giorno con urina di ragazzo. La mistura era utilizzata come impacco sulla testa per 3 giorni: l’autore confermava ai suoi lettori di averla usato con successo.

Un’altra preparazione, “che il Re Seleuco utilizzava, era preparata mettendo in un contenitore di piombo limatura di piombo in vino molto invecchiato”, poi annaffiato con acqua per 15 giorni. I capelli venivano trattati con olio di prima qualità, quindi massaggiati con un po’ di questo preparato. Alessandro suggeriva inoltre impacchi di pigne di cipresso arrostite da tenersi sul capo un giorno e una notte: al risveglio i capelli andavano lavati con acqua fredda.

Per tingere i capelli di biondo e di rosso, suggeriva molti preparati, tra cui mirra e fiore di sale marino mescolati fino ad ottenere una consistenza collosa; il composto era applicato in testa per un giorno e una notte, dopo di che i capelli venivano lavati.

Per tingere i capelli biondo dorato, Alessandro usava una miscela di allume, sandracca, zafferano e firrastrina. Proponeva poi una mistura per rendere i capelli grigi o bianchi: semi di verbasco, allume e scorza di rafano finemente tagliuzzata, mescolata con taurocolla (collante ricavato dalla pelle del toro). Alessandro osservava che “molte grandi personalità desiderano tingere i capelli non solo di bruno ma anche di rosso e biondo, o bianco e talvolta ci obbligano (i medici) a fornire la tintura: per tali motivi è necessario rendere noti questi metodi a coloro che vogliono imparare”.

Il secondo capitolo del libro di Teofane, infine, è intitolato “Sostanze nere per capelli”. E alle tante sostanze già suggerite, aggiungeva un impacco di radici di cappero in latte di donna o di asina. Insieme a una raccomandazione: andava applicato rigorosamente durante la notte.

A.C.

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Make up medievale

Antonio del Pollaiolo, Ragazza di profilo, Museo Poldi Pezzoli, Milano.

Bocca piccola, occhi grandi e tondeggianti, pelle bianchissima, sopracciglia depilate e ridipinte ad arco, fronte rasata e quindi molto, molto ampia.

No, non è un alieno: è il prototipo della bellezza femminile. Almeno così come la intendevano tra l’XI e il XII secolo.

D’altra parte la moda è moda e ogni epoca ha la sua: nel mezzo del Medioevo le donne, per avere uno sguardo seducente, si pitturavano di blu o di verde le palpebre e usavano dei prodotti argillosi stemperati in acqua, oppure delle erbe essiccate e trattate. Così imbrattato, il volto finiva per essere tanto privo di intensità e di espressività che per dargli un po’ di tono ricorrevano a un velo di rosso sulle gote. Ma per le grandi occasioni tanto gli uomini quanto le donne ingaggiavano addirittura pittori professionisti che dipingevano i loro volti con i colori ad olio o a tempera.

Chissà che Monna Lisa, prima di farsi ritrarre da Leonardo, non si sia fatta dare anche una ritoccatina.

Ovviamente parliamo esclusivamente di donne aristocratiche: le contadine potremmo dire che adottassero un look acqua e sapone, peccato che tanto l’acqua quanto il sapone – quelle ragazze – li vedevano abbastanza raramente.

A metà del XII secolo la “top model” doveva avere fianchi stretti, “il collo più bianco della neve su un ramo”, occhi grigio-azzurri, il viso chiarissimo, la bocca gradevole ed il naso regolare. I capelli, possibilmente ricci e biondissimi che “alla luce del giorno sono più luminosi dell’oro.”

Nel XIII secolo la dottoressa Trotula De Ruggiero, nota come “Trotula minor”, appartenente alla scuola medica salernitana, stila il primo trattato di cosmetica della storia: il De Ornatu Mulierum, un’opera che insegna alle donne come preservare, migliorare e curare la propria bellezza dalle malattie della pelle mediante una serie di precetti, consigli e rimedi naturali. Nell’esposizione, l’autrice descrive in modo dettagliato come nascondere le rughe, rimuovere gonfiori da viso e occhi, schiarire la pelle, nascondere le macchie e le lentiggini, lavare i denti ed eliminare l’alitosi, tingere i capelli, fare la ceretta, curare labbra screpolate e gengiviti. Fornisce inoltre le indicazioni per preparare ed utilizzare unguenti ed erbe curative per il viso e i capelli, e dispensa consigli per migliorare il benessere mediante bagni di vapore e massaggi.

Donna che si pettina, decorazione dai margini del Salterio di Luttrell, XIV secolo.

Nel XIV secolo le donne di Firenze per levigare e rendere di velluto la pelle del corpo si servono dell’abilità di professioniste che si recano a domicilio e usano una spatola di legno e vetro che viene ripetutamente strofinata sulle parti da trattare. Questo tipo di peeling è niente rispetto alla depilazione, attuata con i sistemi riportati su un libro: “Un depilatorio che cava i peli sicché mai rinascano in tempo alcuno; in una scodella di terra metti calce viva e sei parti d’acqua; e stia la calce in detta acqua tre dì. Poi secca la detta calce in una pignatella e rimetti sei parti d’acqua e una di parte di orpimento (arsenico di color giallo oro) e stia tanto al sole che sia ben forte. E assaggialo con piuma di gallina e se è troppo forte, temperalo con acqua; e se non pelasse e fosse troppo chiaro, metti calce e orpimento in parti uguali; e sarà fatto”. Gli ingredienti di base di questa ricetta del 1300 sono quindi arsenico e calce viva, o addirittura l’inserimento di aghi roventi nel bulbo pilifero.

Per quanto riguarda la pulizia del viso: “Per lavare ogni macchia dal viso: cinque boccali di latte, cinque molliche di pane fresco, e lasciarle stare nel detto latte per 5 ore; metti poi a lambicco; e l’acqua che ne uscirà la conserverai in un’ampolla dentro mezzo scrupolo di borace pesto. E così lavandoti poi il viso e lasciandolo asciugare da sé, si farà netto e pulito”.

La Chiesa, dal canto suo, condanna – chi l’avrebbe detto? – la cosmesi, sin dai primi secoli: già san Cipriano nel III secolo consiglia alle donne, per evitare la dannazione eterna, di non adornarsi con gioielli e di non cambiare il colore dei capelli né di acconciarli. Ma nemmeno gli uomini devono curare né barba né capelli.

Quanto al bagno, in epoca romana si faceva alle terme, che erano un luogo promiscuo e dunque “focolai del vizio”. Quando i cristiani arrivano al potere, quindi, fanno abolire i bagni pubblici e il risultato è una decadenza generalizzata delle consuetudini igieniche.

Illustrazione da un manoscritto medievale del De passionibus mulierum ante in et post partum.

I barbari, in compenso, a dispetto della fama non hanno nulla contro la cura dell’aspetto personale ed ecco quindi le donne sassoni fare uso di rossetto ma anche di oli e burri acidi per la cura dei capelli. Tra i materiali utilizzati ci sono l’antimonio, il nerofumo, la salvia, il limone e l’uovo.

Il prodotto base per la pulizia del viso e del collo era l’acqua di rose, che arrivava in Europa dall’Oriente ed era stata introdotta in Italia dai crociati. Nello stesso periodo si diffuse la conoscenza per uso cosmetico e l’impiego di erbe come lavanda, salvia e rosmarino.

In Italia, soprattutto per le donne, lavarsi i capelli era un’abitudine piuttosto diffusa ma talmente complicata da richiedere, a volte, buona parte della giornata. Per preparare lo “shampoo” si mescolavano sostanze vegetali con un po’ di zolfo; il cuoio capelluto veniva poi frizionato con acquavite. Complicatissimo anche allora era il maquillage, i cui ingredienti basilari erano il rossetto e la crema, fatta di un velenoso intruglio di polvere di piombo, aceto e miele che conferiva all’incarnato un colore bianco e opaco simile a quello della biacca ma che, col passare del tempo, finiva per corrodere il volto.

Per gli occhi le donne usavano invece un “rimmel” composto di carboncino d’antimonio e nerofumo. Altri cosmetici molto in voga erano lo zafferano, che dava vivacità alle gote, le mandorle, le fave, le cipolle, le ali d’api.

Al posto del sapone si usava la soda o la farina di fave, mentre per la pulizia dei denti si ricorreva all’orina di fanciullo impastata con pomice e marmo grattugiati, oppure con polveri di corna di cervo e gusci d’uovo. I crociati, tra le altre cose, portarono in occidente i profumi di cui gli Arabi furono per secoli i più sapienti distillatori.

Per la calvizie, infine, pare che il rimedio più efficace fosse un timballo a base di pepe, zafferano e sterco di topo, il tutto innaffiato d’aceto. Quanto alla sua efficacia, basta osservare nei dipinti il largo uso di cuffiette e copricapo per trarre le conclusioni.

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Altezza mezza bellezza

Anche sulla statura dell’uomo medievale i pregiudizi abbondano (nella foto, l’attore statunitense ‪Peter Hayden Dinklage‬, protagonista della saga fantasy ‪‎Il trono di spade‬).

Gli abitanti dell’Europa del nord nei primi secoli del ‪Medioevo‬ erano alti quasi quanto i loro odierni discendenti.

La statura, indicatore della salute generale e del ‪‎benessere‬ economico, dimostra che 1000 anni fa la ‪qualità della vita‬ era relativamente buona. Il calo iniziò nel XII secolo.

Un articolo di ‪Social Science History‬ spiega che nel Seicento la popolazione europea era più bassa in media di 6 centimetri, recuperati solo alla metà del Novecento.

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