fbpx

Author Archives: redazione

Ma allora parlo arabo!

Miniatura di un manoscritto arabo (1250 ca.).

C’è prestito e prestito. Quelli linguistici non si restituiscono. Rimangono a chi li riceve. Tanto che spesso dimentichiamo anche da dove sono arrivati.

Sono molte le parole di origine araba che usiamo ogni giorno. A partire dal momento del risveglio mattutino. Si comincia con il caffé, in arabo “qahwa” che in turco diventa poi “qahvè” , con l’accento finale, come nella parola italiana. La moka, un caffè pregiato a grani piccoli e tondeggianti, del resto proveniva dalla città yemenita di Moca. Anche la parola zucchero, “sukkar”, fece rapidamente fortuna: azucar in spagnolo, acucar in portoghese, sucre in francese, sugar in inglese e zucker in tedesco. Arabi, di conseguenza, anche termini come saccarina e saccarosio. E tante altre parole legate al cibo, alla tavola e all’alimentazione.

Un lungo elenco con qualche sorpresa. Da sciroppo che nasce da “scarab” o “scarub” a albicocche (al-barquq), carciofi (kharshuf), asparagi (aspanakh), zibibbo (zabib) e zafferano (za’faran). Oppure borraggine, ”abu-ʿaraq”, pianta sudorifera che significa “padre del sudore”.

Da “buṭareḫ” arriva l’antica “bottarega” o bottarga: caviale di uova di muggine pressate e seccate al sole. La parola limone (limum) arrivò in Occidente all’epoca delle Crociate. E il termine arancia, che gli arabi chiamavano “na¯rangÍ” si ritrova nel dialetto veneziano con “naranza”. Dall’arabo “zahra” (fiore) e, in particolare dai dialetti dell’Africa settentrionale, viene invece la zagara, il “fiore d’arancio”. Sesamo nel mondo arabo si diceva “semsem” e mughetto “musk”. La provenienza del termine sorbetto è più controversa. Molti studiosi ritengono che l’antesignano del gelato derivi dalla parola araba “sherbeth” che significa “bevanda fresca”. Spinaci arriva da “isbaanaag”. E tamarindo sta per “dattero dell’India”. Sono di origine araba anche le parole marzapane, zibibbo, melanzana, carrubo, ribes (ribas) e addirittura sherry (xeres).

Espansione dell’Islam tra VII e VIII secolo: dal colore più scuro al più chiaro, sotto il profeta Maometto (622-632), durante il califfato elettivo (632-661) e durante il califfato omayyade (661-750).

Per secoli, in tutto il Mediterraneo, la lingua degli imprenditori fu l’arabo. Le tante parole della navigazione e del commercio arrivano da quell’epoca di scambi e contaminazioni culturali. Dal 622 al 750 dopo Cristo nacque un impero che dall’India arrivava al Medio Oriente, attraversava l’Arabia e l’Africa settentrionale e toccava la penisola iberica fino a raggiungere i Pirenei. In Italia gli arabi tennero a lungo la Sicilia (827-1072) e crearono capisaldi dalla Puglia alla Liguria. Dalle Crociate al XIV secolo, sulla scie di guerre e commerci, l’Italia e l’Europa ereditarono una messe di nuove parole.

Già Eginardo, biografo di Carlo Magno, nella sua “Vita Caroli” usava il termine greco “amerâs” tratto dall’arabo “amir al-bahr”. L’ammiraglio indicava un governatore, un capo o un comandante. In Sicilia, alla corte dei Normanni la parola iniziò a designare il “principe del mare” o governatore della flotta e iniziò ad essere adottata dalle altre marine europee. L’espressione araba “dâr-sinâ’a” fu tradotta prima con “casa del mestiere” e poi con “luogo di costruzioni navali” e venne declinata con nomi diversi nelle città di mare della penisola italiana: “arzanà” a Venezia diventò arsenale, a Genova darsena, a Ancona terzenale e a Pisa tersanaia.

Una immagine del porto di Venezia con Marco Polo (1254-1324) che parte per il suo viaggio.

C’era l’avaria (“ʿawr”) della nave e quella della merce (“awāriya”). Coprire le barche con la pece nella Genova del XII secolo si diceva calafatare, dal termine “ġalafa”. La sciabica (“šabaka”) era invece una imbarcazione da pesca dotata di rete a strascico.

Il libro dove si segnavano le merci in transito, in arabo “diwan(a)”, diventò dogana, l’ufficio deputato al controllo degli scambi. Il percorso del termine facchino (“faqīh”) racconta un dramma sociale. All’inizio designava un intellettuale, un dotto o un giurista erudito. In particolare, la persona addetta a dirimere le questioni commerciali.

La parola in seguito fu usata per indicare il funzionario di alto livello che lavorava nei posti di frontiera. Ma nel XIV secolo, quando l’espansione economica araba entrò in crisi profonda, molti impiegati si trovarono senza un lavoro e furono costretti a reinventarsi un mestiere. Molti di loro diventarono piccoli commercianti di stoffe: giravano in modo incessante, da un mercato all’altro, con il loro carico di merce sulle spalle. Un testo latino medievale del XVI secolo trovato in Cadore e un documento veneziano risalente al 1458 indicavano ancora con questo nome, a distanza di secoli, chi trafficava di continuo con le merci. I colli diventarono via via più pesanti e chi li trasportava nei magazzini, negli alberghi o nelle stazioni fu indicato in modo sbrigativo e definitivo come un facchino.

Del resto pure il fardello, il peso che si porta sulle spalle, dal francese antico “fardel”, viene dall’arabo “farda” che ancora oggi indica il gravoso “carico del cammello”.

Dal mondo degli affari e degli scambi commerciali viene anche la parola ragazzo che arrivò in Italia attraverso la terminologia della dogana. Nella lingua araba “raqqas” indicava l’umile e prezioso lavoro del portalettere: un compito per cui era necessario correre e che quasi non prevedeva compenso. Adatto quindi ai giovani di buona volontà. Nel Magreb la parola significa messaggero.

Anche magazzino è una parola araba: viene da “makhāzin”, la forma plurale dei depositi, all’inizio del grano e poi di tanti altri prodotti. L’alloggiamento dei mercanti era il “funduq”, trasformato in fondaco. Le merci venivano acquistate anche grazie a dei mediatori, i sensali (“simsar”) e inventariate in modo ordinato sui “taqwîm”, in senso letterale “corretta disposizione”. I taccuini furono anche calendari o almanacchi (“al-manakh”) piccole e pratiche enciclopedie, affine ai lunari, dell’anno che stava per arrivare.

Una raffigurazione del corpo umano (XIII sec.) con l’indicazione delle vene.

Poi i “Tacuina sanitatis in medicina”, manuali scritti e miniati di scienza medica, per più di un secolo, dalla metà del Trecento alla prima metà del Quattrocento, descrissero sotto forma di brevi precetti, le proprietà mediche di ortaggi, alberi da frutta, spezie e cibi. E parlarono di stagioni, eventi della natura e moti dell’animo, riportando in modo ordinato i loro effetti sul corpo umano. L’anatomia fu studiata nei dettagli dai medici arabi. Grazie a loro chiamiamo trippa (da “tarb”) i depositi addominali di grasso e racchetta (“rāhat”) il termine anatomico che indica il palmo della mano. La safena, vena nascosta e profonda (“al-ṣāfin”) viene dal “Canone” del medico e filosofo Avicenna. Con “nuha”, nuca, i medici islamici definivano il midollo spinale.

Le repubbliche marinare diffusero molti altri termini del Levante islamico. Come “bazar”, il mercato per il quale non c’è bisogno di traduzione. Oppure carovane, “carwan”, le compagnie mercantili del mondo arabo. E usarono parole come tara (da “tarh”, detrazione) tariffa (“ta’rifa”, notizia pubblicata) o gabella, dall’arabo dialettale “gabēla” che servirà anche a definire il gabelliere, l’addetto alla riscossione dell’imposta.

Il luogo dove veniva coniata la moneta era la “sikka”, la zecca dei nostri giorni: “dār al-sikka” letteralmente era la “casa della moneta”. La parola zecchino designò a lungo una moneta aurea ideale: un ducato nuovo di zecca. I carati, le unità di misura di orefici e metallurgici, derivano invece dall’arabo “qīrāṭ” “ventiquattresima parte”, prestito a sua volta dal greco “kerátion”.

Rosa dei venti (XI sec.).

Strettamente arabi sono invece altri termini marinareschi come gomene (“ghumal)” o scirocco (“shurhùq”) il vento caldo proveniente da Sud-Est che prende il nome dalla Siria, regione di provenienza. Il libeccio che spira da sud ovest potrebbe venire dall’arabo “lebeǵ”, che deriva a sua volta dal greco “líps-libós”, che significa “vento portatore di pioggia” o da “libykós”, ossia “della Libia”. In Romagna, Veneto, Marche e Abruzzo viene abitualmente chiamato garbino: “gharbī” in arabo significa infatti “occidentale”.

A proposito di vento e di navi, il cassero di prua viene anche chiamato castello. Il termine, passato poi alla terraferma, si riconnette all’arabo “qasòr”, castello, che deriva dal greco bizantino kástron, a sua volta proveniente dal latino “castrum”, castello, fortezza.

La risma, l’unità di conteggio della carta, pari a cinquecento fogli, in arabo si traduce con “rizma” (pacco o fascio). “Razama” vuol dire impacchettare. Risma, in senso figurato, ha anche un connotato dispregiativo (“persone di ogni risma”) provenienti da pacchi dozzinali. Se si parla di carta, bisogna ricordare che furono gli Arabi ad introdurne l’uso in Europa. Il pregiato prodotto, comunque meno costoso della pergamena, era ricavato dal cotone, tessuto dai mille usi. La parola deriva dall’arabo “katun” che in origine significava “terra di conquista”. La pianta, arbustiva già presente prima del II millennio a.C. in India, fu introdotta dai Saraceni nel IX secolo in Sicilia. Come campo pilota fu scelta la terra intorno a Gela. La coltivazione fu estesa nell’isola di Pantelleria e a Malta. Poi, intorno al Trecento, si diffuse in tutta Europa.

Parole fondamentali delle scienze matematiche, della fisica, della chimica e dell’astronomia arrivarono in Italia dalla Spagna grazie al canale linguistico delle antiche traduzioni latine dei libri arabi.

Basta pensare a alambicco (“al-anbīq”), amalgama (“al-jamā‛a”) oppure a elisir (“al-iksīr”). È noto che la parola algebra, introdotta in Occidente da Leonardo Fibonacci con il suo ”Liber Abbaci” (1202) risalga all’arabo “al-ğabr” che significa “unione”, “connessione” o “completamento”, ma anche “aggiustare”. Anche la X, il segno che indica l’incognita arriva dall’arabo “sÍay”. L’algoritmo, inteso come procedimento di calcolo, deriva dal nome di un matematico in carne e ossa: al-Khwarizmi, nativo del Kwarizm, una regione dell’Asia centrale.

Il libro di astronomia scritto intorno al 150 dopo Cristo da Tolomeo che per più di mille anni costituì la base delle conoscenze astronomiche in Europa e nel mondo islamico, in italiano fu chiamato almagesto, dalla forma araba “al-Magisti” adattamento della parola greca “Megíste”, con cui in genere veniva indicata l’opera.

Prestiti arabi arrivano dal lessico astronomico: l’angolo tra il circolo verticale di un astro e il meridiano del luogo di osservazione si chiama azimut. Lo zenit (dall’arabo “samt al-ru’us”, “direzione delle teste”) e il nadir sono i poli dell’orizzonte. L’apogeo nel linguaggio delle stelle è l’auge (“auǧ”): altezza, culmine, cima, sommità. Tanto che si può tornare in auge o esserlo o sognare di esserlo.

Studiosi arabi e occidentali impegnati in considerazioni geometriche in un manoscritto del XV secolo.

Definiamo come arabi i numeri che sono di origine sanscrita. Dall’1 al 9 li pronunciamo con parole di origine latina. Lo zero però è arabo, così come la parola cifra: entrambi nascono da “sòifr” che in origine significa “vuoto” o “assenza di unità”. Fibonacci latinizzò la voce in “zephirum”. E da zefiro, zefro e zero il passo fu breve.

Il calibro (“qālib”) è lo strumento che misura con millimetrica precisione il diametro interno di una bocca da fuoco. Il quintale, “qinṭār” nel Medioevo misurava un peso corrispondente a 100 rotoli arabi.

Curiosa è la storia della parola alcol, araba (“al-koél”) che all’origine designava la polvere finissima che le donne usavano in Oriente per tingere di nero le sopracciglia, le ciglia e l’orlo delle palpebre. Il termine arrivò in Occidente con le traduzioni latine dei libri arabi. Ancora oggi la lingua spagnola prevede il verbo “alcoholar” nella terminologia dei trucchi per il viso con il significato di “tingersi in nero”. I chimici europei, nei secoli, estesero il vocabolo a designare qualsiasi specie di polvere impalpabile. Poi ci pensò Paracelso (1493-1541) a definire “quanto vi è di più fine”. E battezzò come “alcohol vini”, spirito di vino, quella che chiamava la quintessenza stessa del vino, la parte più nobile. Con il tempo, medici e chimici, lasciarono cadere la parola “vini” e rimase l’alcol, eredità linguistica di un popolo che per motivi religiosi rifugge il bere.

Gli alcali, i sali di potassio e di sodio vengono da “al-qaly” (soda).

Illustrazione dei principi alchemici di Raimondo Lullo (1233-1316).

E l’alchimia, la scienza occulta che ricercava la pietra filosofale, risale all’arabo “al-kimiya” : forse nasce dalla voce copta “chama” che vuol dire nero oppure dal greco “chyméia”, che descrive la mescolanza di liquidi.

Arabi furono anche i nomi dei profumi e dei colori. Come scarlatto, cremisi o “qirmizī”, del colore della cocciniglia. “Lazuward”, azzurro diede il nome ai lapislazzuli commerciati dai genovesi. Arabo è anche l’etimo di lilla (“lilak”) e il turchese descrive la “pietra turca” al pari del turchino.

Dal mondo islamico, insieme alle navi e alle carovane, giunsero la lacca (“lakk”) l’ottone (“latūn”) e la tecnica decorativa della tarsia (“tarsī‘). E le parole dell’abbigliamento. A partire dall’arte del ricamo, da “rakam” che significa “disegno” o “segno”. Fino all’arabo-persiano scialle (“šāl”). Senza considerare la gabbana, “qabā”, la tunica da uomo dalle maniche lunghe e la giubba (“ğubba”) pratica sottoveste di cotone o la zimarra, mantello da donna chiamato come il velo (“ḫimār”).

Con la ruvida stoffa dello zerbino (dalla città di Gerba) si confezionavano le coffe, ceste a forma di campana con le quali a dorso di mulo si trasportavano le merci. I mestieri e i titoli onorifici o dispregiativi racchiudono una significativa pattuglia di parole di origine araba. Come è naturale, ci sono califfo, sultano, e sceicco. Ma anche sceriffo (“šarīf”) termine che indica nobiltà e onorabilità e nababbo, che in origine voleva dire reggente e ora indica una persona ricchissima. Il dragomanno o turcimanno era un amministratore degli antichi stati crociati fondati in Palestina. Il termine è passato poi a definire un interprete orientale presso le ambasciate europee. L’aguzzino, “al-wazīr”, prima di diventare un torturatore era un ufficiale di giustizia o il custode dei carcerati.

E gli assassini erano i componenti della setta dei Nizariti, aderenti al movimento ismailita fondato da Ḥasan-i Ṣabbāḥ, detto “Il Vecchio della Montagna” che nell’età delle Crociate fondarono anche uno stato sulle montagne dell’Iran centro-occidentale. Erano chiamati “asasyyn” dalla parola “asās” (basi, fondamenti) che definiva il loro fondamentalismo. Alcuni studiosi credono che la parola significhi semplicemente “seguaci di Hasan”. Altre ipotesi fanno risalire il nome a “al-Hashīshiyyūn”, che si può tradurre con “coloro che sono dediti all’hashish”, la droga attraverso la quale “Il Vecchio della Montagna” inebriava i suoi fedeli.

Il mammalucco (“mamlūk”) che per noi vuol dire babbeo o sciocco era il nome di un soldato componente di una milizia di schiavi molto attiva in Egitto tra il Duecento e il Cinquecento. Il bacucco, soprattutto quando è imbacuccato, ricorda il famigerato cappuccio arabo, il “burqu” che è anche il velo con cui in alcuni paesi islamici le donne si coprono il volto.

La parola fachiro (“faqīr”) che descrive l’asceta musulmano capace di sopportare il dolore in origine significava “povero”. Come il termine meschino “meskīn” che in Spagna e Francia tra i secoli X e XI indicava chi viveva in miseria.

Anche la “danza macabra” medievale, la raffigurazione pittorica e letteraria nella quale la morte venne rappresentata attraverso scheletri che ghermivano tutti gli esseri viventi, si chiamò così per via del termine arabo “maqbara “ che indicava la parola “cimitero”.

Dalla morte alla vita il passo è breve, con la gazzarra, (“ġazāra”), l’alcova e l’harem che non hanno bisogno di traduzioni.

Dall’Islam arrivarono anche alcune parole della musica. Il liuto (“al-‛ūd”) diventò tale quando il geniale musicista Ziryāb (792-857), originario di Mussul aggiunse due corde alle tre originarie. Nacchera viene da “naqar” e tamburo da “ṭunbūr” ma era uno strumento a corda che in Europa fu confuso con il “ṭubūl”, lo strumento arabo a percussione che grazie alla sua forma diede origine alla parola “timballo”.

Le carte da gioco si diffusero verso la fine del Trecento. Fino ad allora si giocava soprattutto con i dadi. Imperversava la zara, che appassionava persone di ogni ceto sociale: “az-zahr”, fu la parola che diede il nome al gioco e all’azzardo, che indicava la pericolosa sfida alla fortuna.

Il gioco degli scacchi, di origine indiana e persiana.

Gli scacchi hanno origini indiane e persiane. Nel IX secolo, lo storico Al-Masʿūdī, nel trattato “Praterie d’oro” descrisse in modo mirabile le battaglie dei pezzi bianchi e neri. Le parole che concludono il gioco nascono da una formula arabo-persiana: “Shāh māt” vuol dire “il re è morto, scacco matto”. La parola alfiere, nel senso del pezzo del gioco ma anche di “portabandiera” ha origine dallo spagnolo “alférez” che deriva dal vocabolo arabo “al-fīl” (l’elefante). E “rocco” viene dall’arabo “ruxx” che vuol dire torre.

Oggetti e suppellettili della vita quotidiana dei musulmani, con l’abitudine, sono diventati anche nostri. Almeno a parole. Baldacchino viene da “bagdādī”, aggettivo che certifica qualcosa proveniente dalla città di Bagdad e indica, “un ornamento che sovrasta ogni cosa”. Caraffa è invece un termine arabo magrebino che sta per vaso. Giara viene da “ğarra”. Il primo luogo di diffusione della parola materasso fu l’Italia meridionale: per gli arabi “matrah” era il tappeto sul quale coricarsi”. Il pigiama, “payjamé” indicava un “vestito con le gambe”. La tazza o “tāsa” arrivò in Europa dai porti del Levante. Il divano “diuan”, che gli arabi mutuarono dalla lingua persiana, prima di essere un sedile imbottito indicava la sala delle riunioni con i cuscini addossati alle pareti. E il sofà (“sofah”) sedile imbottito con spalliera e braccioli, nei primi secoli dopo il Mille era la panchina posta davanti alle case nelle città governate dall’Islam. La parola valigia ha un’etimologia incerta: potrebbe derivare dall’arabo “ualiha” (sacco), dal latino “vidulus” (valigia) o dal tedesco “felleisen” (pelle d’animale).

La carovana de “Il viaggio dei Magi” di Benozzo Gozzoli (1421-1497 ca.) a Palazzo Medici Riccardi, Firenze.

Hanno nomi arabi la gazzella (“ġazāl”) e la giraffa (“ẓarāfah”). Naturalmente, anche il cammello: “hammal” in arabo vuol dire vuol dire “portatore”. E anche il gatto mammone, bestia immaginaria (”maimūn”).

Nelle parole siciliane e in quelle genovesi, per ovvie ragioni storiche, le influenze islamiche si colgono ancora. Nell’antica repubblica marinara, il termine “ġarīb” che descrive un personaggio strano o bizzarro, è rimasto nella parola “cancaribba” che in dialetto vuol dire allegria o stravizio.

L’espansionismo arabo, nel giro di due secoli, portò in Sicilia centinaia di migliaia di musulmani che si integrarono con le popolazioni locali. Così le parole, sono rimaste, impastate con le tradizioni.

Casale, castello e monte, che in arabo si traducono in “raḥl”, “qal‛a” e “jabal hanno dato origine a località come Racalmuto, Calatafimi, Caltanissetta, Gibilmanna e Gibellina. Molti cognomi di origine araba sono ancora presenti: Càfaro (da “kāfir”, infedele); Salemi (“salāmī”, pacifico), Macaluso (“maxlūṣ”, liberato); Zappalà (“izz- bi -Allah”, potenza di Allah); Zuccalà (“dzuq Allah” , gioia di Allah); Sciarrabba (“sharrab”, beone); Taibbi (“tayyb”, buono); Saccà (“saqqa”, portatore d’acqua).

Parole antiche e moderne dell’Islam rimbalzano ancora nella nostra vita quotidiana attraverso il tambureggiante ritmo dei media. Termini come “jihād” (la guerra santa) con accanto il nome “jihaidista” che di solito la accompagna. Oppure “shi’a” (setta); “sunna” (costume); “sura” (capitolo del Corano); “burqa” (velo, cortina); “kefiah” (copricapo diffuso tra i contadini); “hijab” (velo islamico); “chador” (velo, dal persiano “čādor”); “mujāhidīn” (guerrigliero afgano), “shari’a” (strada rivelata, legge sacra imposta da Dio); “imam” (guida spirituale); “ulema” (dottore della fede islamica); “mullah” (capo religioso); “fatwā” (responso giuridico); talebano (studente, dal persiano “ṭālebān”); “intifada” (scuotimento, sollevazione); “shahid” (martire).

Nomi arabi presenti nell’italiano a bizzeffe (in magrebino “bizzef” vuol dire “con abbondanza”). Una ricchezza di termini che ci ricorda un lungo rapporto scandito da guerre, intolleranze religiose e incomprensioni reciproche. Ma anche vivificato dagli scambi, dalla cultura, dai viaggi e dalle scoperte.

Mondi diversi che si sono scontrati e incontrati più volte. La speranza è che si salutino e si parlino più spesso. Senza ipocriti salamelecchi ma dando forza alle usuali frasi di ogni giorno, alle quali forse non si presta la sufficiente attenzione: “as-salām ‘alaykum“ (“la pace sia su di voi”) a cui si risponde: “wa ‘alaykum as-salām” (“e con voi la pace”).

Federico Fioravanti

Read More

I meravigliosi Libri d’Ore

Très riches heures du Duc de Berry, miniatura dell’Uomo Anatomico con la fascia dei segni zodiacali (1412 circa – 1416), conservato oggi nel Musée Condé di Chantilly (©Photo. R.M.N. / R.-G. OjŽda).

Personale, quasi intimo, il Libro d’Ore è una delle espressioni editoriali più raffinate del Medioevo. Decorato da grandi maestri della miniatura e più tardi anche da artisti della levatura di Simone Martini, Antonio Pollaiolo e Andrea Mantegna, rappresentò per secoli un vero status symbol, segno di potere, prestigio e sensibilità verso il bello in chi lo possedeva.

È il libro che accompagnava la preghiera quotidiana individuale. Ed era unico, perché veniva confezionato su misura per il cliente che indicava la liturgia da seguire, sceglieva illustrazioni particolari e lo ordinava nelle misure più adatte alle proprie necessità.

Tra il Trecento e il Quattrocento, il periodo di maggiore diffusione, fu l’oggetto di importanti doni di nozze o un lusso che nobili e alti prelati si concedevano per se stessi.

Il nome indica la suddivisione del tempo in momenti canonici, a ciascuno dei quali corrisponde una determinata preghiera. Una liturgia delle ore come nell’odierno disciplinare della Chiesa Cattolica, che raccoglieva tutte le orazioni, le letture e i salmi arricchiti dal salterio, che forniva le indicazioni musicali per i canti e gli inni da intonare nel corso del giorno e durante l’anno.

Di solito iniziava con un calendario e terminava con le preghiere ai santi. All’interno c’erano estratti dai Vangeli, le Ore della Vergine, quelle della Croce e quelle del Santo, ognuna suddivisa in otto tempi canonici, poi i Salmi penitenziali, le Litanie e infine le Ore dei defunti.

Fra il Mattutino, che si recitava a mezzanotte e la Compieta, l’ultima preghiera prima di coricarsi, il tempo liturgico era scandito dalle Laudi, al sorgere del sole, la Prima, circa alle sei del mattino, la Terza, pressappoco alle nove, la Sesta, da recitare all’ora del pasto e la Nona e i Vespri, rispettivamente dopo il pranzo e al tramonto.

Il Libro d’Ore di Giovanni de’ Grassi per Giangaleazzo Visconti (1395)

Il testo era tradizionalmente in latino ma preghiere particolari, spesso in fondo al libro, potevano essere trascritte anche in volgare e ci sono esempi, soprattutto in area tedesca o olandese, di interi Libri d’Ore compilati nella lingua corrente. Le orazioni, tra l’alto, potevano subire modifiche in base alle indicazioni del committente, che poi personalizzava il volume anche di sua mano, segnando le date importanti della famiglia come nascite, matrimoni e morti.

In ogni Libro d’Ore, inoltre, c’era l’indicazione della liturgia seguita e per specificarla veniva usata la formula “Per l’uso di” a cui seguiva la città o la località di riferimento. Alcune preghiere infatti erano formulate in modo leggermente differente a seconda dell’area di provenienza. C’erano Libri d’Ore “Per l’uso di Roma”, dove ad esempio il primo inno della Vergine recita “Quem terra ponthus”, mentre nell’ ”uso di Parigi” riporta “O quam glorifica luce”. E, in casi meno comuni, Libri d’Ore dedicati ai riti liturgici di luoghi più periferici, come York o Coutances, una città della bassa Normandia.

Le illustrazioni rivestono un ruolo fondamentale. Dal capolettera in oro brunito alla miniatura che occupava una intera pagina, dipendevano essenzialmente dalle disponibilità economiche del committente.

Venivano disposte con un ordine preciso, che aveva lo scopo di arricchire l’inizio delle sezioni più significative. Le Ore della Vergine, le più importanti di tutto il libro, si aprono tradizionalmente al Mattutino con la miniatura dell’Annunciazione. Nelle versioni più elaborate, ciascuna ora canonica può a sua volta iniziare con un’altra miniatura: la Visitazione per le Lodi, la Natività per la Prima, l’Annuncio ai pastori per la Terza, l’Adorazione dei Magi per la Sesta, la Presentazione al Tempio per la Nona, la Strage degli Innocenti o la Fuga in Egitto per i Vespri. La sequenza termina a Compieta con la Dormizione o l’Incoronazione della Vergine. Le Ore della Croce si aprono nella maggior parte dei casi con la scena della Crocifissione e quelle del Santo Spirito con la Pentecoste. Nei Salmi Penitenziali è frequente la scena di Davide, mentre l’Officio dei defunti è decorato con un rito funebre o l’episodio di Giobbe che incontra i fratelli. La sezione dedicata al calendario riporta spesso i segni zodiacali, ai quali potevano essere associate anche scene di vita nobiliare o attività agricole stagionali, come la mietitura, la vendemmia o l’uccisione del maiale.

E chi se lo poteva permettere, sceglieva anche di farsi immortalare in una miniatura accanto al proprio santo protettore.

Particolare dal Libro d’Ore di Giovanna di Castiglia (1486-1506), British Library, Londra.

Anche le bordure intorno al testo acquistarono una grande importanza. Nei Libri d’Ore più antichi sono in stile gotico, con tralci di foglie d’edera in oro brunito tra i quali spuntano figure grottesche, i cosiddetti “grilli gotici”, mentre le scenette comiche o satiriche che si dipanano lungo i margini delle pagine sono chiamate drôleries. Entrambi i generi derivano dalla glittica, l’arte di incidere gemme e pietre dure per produrre cammei, sigilli e statuette, propria della cultura classica, ma anche dalla libera interpretazione di motivi dell’arte islamica, indiana e cinese con cui la cultura europea venne a contatto nel Medioevo.

Nel corso del tempo, gli sfondi luminosi delle miniature, con paesaggi scarni, radi alberelli su frammenti di roccia stilizzati e le figure essenziali con volti appena tratteggiati e quasi senza volume, vengono sostituite da pennellate più precise che delineano tratti somatici e aspetti più corposi. I panneggi si ammorbidiscono, compaiono le prime ombre e i volti dei personaggi si arrotondano. I fondi in oro vengono lentamente abbandonati in favore di cieli e paesaggi più nitidi e sempre più ricchi di vegetazione. Anche le bordure si trasformano, con tralci di foglie d’acanto dai colori brillanti costellate da elementi floreali e animaletti vivaci e curiosi, eredi dei più antichi “grilli gotici”.

Ma chi furono gli artefici di queste splendide opere d’arte? Il nome della maggior parte dei miniatori è sconosciuto, ma il tratto delle loro creazioni li ha resi comunque immortali. A volte vengono ricordati con il nome della città dove lavorarono, come il Maestro di Troyes, oppure attraverso il committente per il quale eseguirono opere significative, come il Maestro del Duca di Bedford, quello del reggente inglese di Francia o il Maestro del Maresciallo Boucicaut, o ancora con il nome dell’opera più importante a loro attribuita, come nel caso del Maestro della Cronaca scandalosa o grazie a particolari caratteristiche stilistiche che li distinguono, come il Maestro degli occhi piccoli.

Très riches heures du Duc de Berry, mese di settembre (1412 circa – 1416), conservato oggi nel Musée Condé di Chantilly (©Photo. R.M.N. / R.-G. OjŽda).

Di qualcuno però, il nome ci è stato tramandato. Jean Pucelle, ad esempio, fu un grande maestro francese della metà del Trecento che applicò le innovazioni pittoriche di Giotto all’arte della miniatura. In Francia riscossero un enorme successo anche i fratelli Limbourg, di origine fiamminga, che intorno al 1413 realizzarono per il duca di Berry un vero capolavoro: Les Très Riches Heures, Le ricchissime Ore. Si tratta di uno dei più importanti tesori artistici del settore e rappresenta il culmine nell’arte della miniatura francese. Insieme a loro vanno ricordati il Maestro di Boucicaut e il Maestro di Bedford praticamente contemporanei dei Limbourg e Jean Fouquet, massimo esponente della pittura francese di pieno Quattrocento.

In Italia, la miniatura come forma artistica autonoma ebbe grandi esponenti in Pietro Cavallini, attivo alla fine del XIII secolo, Neri da Rimini e, nel periodo di transizione fra Tardogotico e Rinascimento, Giovanni Belbello da Pavia, autore di parte dell’Offiziolo di Gian Galeazzo Visconti, Michelino da Besozzo e Attavante degli Attavanti, che lavorò alla Bibbia di Federico da Montefeltro. A Ferrara, uno tra i maggiori centri di produzione libraria del XV secolo, furono attivi Guglielmo Giraldi e Taddeo Crivelli, autore della celeberrima Bibbia di Borso d’Este.

Anche alcuni celebri artisti dell’affresco e della pittura su tavola si cimentarono come miniatori. Simone Martini ad esempio, che alla metà del XIV secolo soggiornò a lungo ad Avignone, dove morì. Ma anche Lorenzo Monaco, il Beato Angelico, Andrea Mantegna, Giovanni Bellini, Pinturicchio e Francesco di Giorgio Martini, ingegnere e architetto.

Dal Quattrocento, in stretto collegamento con la comparsa della stampa tipografica e con la sempre più grande utilizzazione della carta come supporto, in sostituzione della costosa pergamena, nei Libri d’Ore fanno la loro comparsa anche le incisioni. Alle radici di questa tecnica si collocano esperienze risalenti all’Antichità e al Medioevo. Da un lato, la pratica di incidere una superficie è presente nella preistoria, con i graffiti. In seguito, a seconda delle modalità e dei materiali impiegati, darà luogo a opere d’arte autonome, come quelle che fanno capo alla glittica, alla lavorazione dei metalli e all’oreficeria. Matrici incise riutilizzabili per la riproduzione di un’immagine sono invece impiegate nell’arte del sigillo e del conio per la monetazione.

Nel caso dell’incisione, il prodotto finale è dato dall’inchiostratura della matrice e dalla successiva stampa su carta, che si fa con il torchio. L’incisione può riprodurre in più copie l’idea dell’artista, con il conseguente annullamento del concetto di unicum dell’opera d’arte. Sotto questo aspetto, risponde alla necessità di divulgazione di immagini tipica della cultura moderna e la sua storia fin dagli esordi si intreccia con quella del libro stampato e illustrato, del quale sostituisce la preziosa miniatura. Ma, per un certo tempo, i rapporti con la miniatura rimangono molto stretti: molte incisioni di fine Quattrocento, e non solo i fogli concepiti per la decorazione libraria, presentano una impaginazione simile alla miniatura, sia per la presenza della coloritura a mano, sia per l’uso di inquadrare le raffigurazioni dentro cornici, i cui motivi ornamentali sono affini a quelli miniati. E in molti casi, i mestieri del miniatore e dell’incisore sono svolti dallo stesso artista.

Ai suoi esordi l’arte incisoria, sia che utilizzi matrici di legno (xilografia) o di metallo (calcografia), è opera di anonimi artigiani legati alle botteghe di orafi e intagliatori di gemme. Solo in un secondo momento, con artisti come Martin Schongauer e Albrecht Dürer in Germania, Antonio Pollaiolo e Andrea Mantegna in Italia, la personalità dell’incisore, grazie all’interesse che cominciano a manifestare i pittori verso queste tecniche, si svincola dalle pratiche artigianali e conquista autonomia ed elevata dignità artistica. Dal Cinquecento in poi sarà una tecnica alla quale i pittori si rivolgeranno spesso, sia come mezzo espressivo autonomo che come sistema per riprodurre e diffondere attraverso la stampa le loro opere dipinte.

Giulia Cardini

Read More

La tigre con lo specchio e altre storie

Bestiario latino della fine del XII sec., Londra, British Library museum.

Leoni antropomorfi, tigri e pantere con mantelli a strisce e macchie sovrapposte. I felini sono legati alle leggende più suggestive dei bestiari. E, in qualche modo, hanno contribuito alla nascita della zoologia.

La tigre in realtà, compare tardivamente nei bestiari. Non era presente nel Fisiologo, il testo progenitore di tutti i bestiari medievali, e una delle sue più antiche descrizioni si trova alla fine del XII secolo. È una tigre quasi pop, surreale, con una pelliccia variegata assolutamente bizzarra. Che ci dà una indicazione fondamentale: nel Medioevo non c’era una conoscenza diretta di questi animali.

La loro descrizione deriva essenzialmente dalla Naturalis Historia di Plinio, fonte di buona parte della “zoologia medievale”. Plinio scrive: “La pantera e la tigre, uniche quasi tra le belve, si segnalano per la varietà delle loro macchie”.

Quindi, sulla base del testo, il miniaturista fece tutto il possibile per mostrare questa grande varietà e rese in una vera e propria sovrapposizione le macule del leopardo e la striatura delle tigri.

Una cosa davvero particolare è che la tigre è sempre ritratta insieme a uno specchio rotondo. L’iconografia risale a una antica leggenda, che si trova in rappresentazioni tardo-antiche, come in uno dei mosaici dell’ambulacro della Grande caccia della Villa del Casale di Piazza Armerina in Sicilia, che risale al IV secolo d.C. Qui la tigre è rappresentata molto realisticamente. I Romani infatti avevano una certa consuetudine con questi animali: li vedevano nei circhi o nelle fiere, dove le tigri venivano portate per combattere con i gladiatori, o utilizzate come strumenti di carneficine per i condannati ad bestias, oppure per le venationes, cacce che avevano utilità più che altro spettacolari.

La tigre con lo specchio in una illustrazione del Bestiario di Aberdeen.

La leggenda della tigre con lo specchio è molto curiosa: risale ad Aristotele, che a sua volta la riferisce come una narrazione di cui aveva sentito parlare. I cacciatori, per poter catturare un cucciolo di tigre senza essere assaliti dalla madre, devono fuggire più rapidamente che possono con il cucciolo, gettando dietro di sé delle sfere di cristallo riflettenti, degli specchi. Allora la tigre, che è velocissima (caratteristica peculiare della tigre secondo i bestiari) e insegue il cacciatore che le ha sottratto il cucciolo, si vede riflessa e in qualche modo miniaturizzata nella sfera, e pensa che quello sia il suo cucciolo. Si ferma per accudirlo e non insegue più il cacciatore.

Nell’interpretazione cristiana il cacciatore è il demonio, che alletta con false tentazioni il fedele (la tigre) che è indotto in peccato e trascura di seguire la vera strada della fede cristiana.

Di questa leggenda ci sono moltissime rappresentazioni nei bestiari del XIII secolo. In alcuni casi la variegatura non è messa in evidenza e la pelliccia è uniforme. Si privilegia la narrazione del metodo di cattura. Oppure il mantello è a macchie policrome, che ricordano più una pantera che una tigre.

C’è quindi una sovrapposizione iconografica, la cui origine può essere rintracciata nel testo pliniano, fra la tigre e il leopardo.

La confusione terminologica nasce a volte anche da effetti di impaginazione: ad esempio, nell’Ashmole Bestiary (XIII secolo) l’immagine relativa ad un animale è posta alla fine del testo e molto vicina all’inizio del testo successivo. Quindi crea confusione nel lettore. Aspetti editoriali che possono ingenerare una confusione terminologica e quindi interpretativa. I bestiari sono interessanti anche per la storia dell’arte, perché erano utilizzati non solo per la predicazione, ma anche come fonte di ispirazione per artisti e artigiani (come la tigre con lo specchio intagliata nello stallo del Coro di St. Mary, XV secolo, Lakenhead, Suffolk). Ma, se non si conoscono i bestiari, l’osservazione dell’immagine incisa non dà indicazioni sul suo significato.

I bestiari sono quindi delle chiavi interpretative utili anche per le rappresentazioni artistiche degli animali. In alcune immagini, le zampe della tigre assomigliano più a degli zoccoli, il che sottolinea la scarsa conoscenza anatomica di questi artisti.

La pantera seguita da tutti gli altri animali, ad eccezione del drago (Bestiario di Aberdeen).

Poi c’è la pantera, per la quale dal punto di vista della nomenclatura c’è confusione con pardo e leopardo (oggi, tra l’altro, sappiamo che c’è anche il ghepardo). È raffigurata spesso mentre è seguita, o comunque attira, tutti gli altri animali. Tranne il drago, che la rifugge. Il drago è il simbolo dell’apostata, di colui che non accoglie il Verbo divino e tutti gli altri animali rappresentano invece, nell’interpretazione di quasi tutti i bestiari, i fedeli che seguono Cristo, raffigurato dalla pantera.

E questa attrazione si manifesta soprattutto attraverso il profumo. In molti bestiari infatti, viene proposta la leggenda della pantera profumata, che sprigiona dalle fauci un profumo irresistibile che attrae tutti gli altri animali. Spesso la rappresentazione dell’animale appare in gran parte fantastica però c’è, come costante, la maculatura della pelliccia. Tra gli animali attratti è quasi sempre rappresentato il cervo, che nell’iconografia cristiana rappresenta i fedeli, che seguendo la pantera si avvicinano alla fonte di vita eterna. Anche nell’Ashmole bestiary (XIII secolo, Londra, British Library museum) la pantera è variegata in modo estremamente fantasioso: una specie di striatura azzurra, blu e viola, con zoccoli al posto delle zampe. Nel disegno si vede anche il profumo che promana dalla bocca della pantera e il drago che si nasconde, mentre i cervi seguono l’animale.

Anche l’etimologia dei nomi degli animali ha un significato interessante. Nel testo di Bartolomeo Anglico (Le proprietà delle cose, 1400, Parigi, Biblioteca del museo di Scienze Naturali) che non è più prettamente un bestiario, ma una specie di enciclopedia, la pantera è posta al centro di una serie di animali, a sottolineare ancora una volta l’attrazione che esercita sugli altri animali, ma una lettura più approfondita può collegarsi anche a una sorta di etimologia fantasiosa del nome: il significato di pan, tutto e téra, animali (la Teriologia è lo studio dei mammiferi, gli animali superiori) riassume in sé tutta la ferinità della bestia, che perciò è polo di attrazione per il resto del regno animale.

La mentalità medievale, che non era tanto affascinata dal rigore scientifico quanto da giochi linguistici, simbolismi e collegamenti, poteva quindi utilizzare questi espedienti anche come tecniche di memorizzazione o come suggestioni letterarie.

La resurrezione dei leoncini, in un bestiario latino del 1200-10 circa conservato alla British Library di Londra.

Dei leoni si legge che avrebbero cuccioli che nascono morti e che sarebbero resuscitati dal fiato del padre dopo tre giorni. L’interpretazione ha una sorta di retroazione sul simbolo, con l’aggiunta dei tre giorni come elemento cristianizzante. Ed è, ad esempio, la fonte dell’affresco di Giotto della Cappella degli Scrovegni di Padova, in cui c’è un leone che resuscita i piccoli. Non a caso questo quadrilobo si trova tra la rappresentazione del compianto Cristo morto e l’apparizione di Gesù a Maria di Magdala, dopo la resurrezione. Quindi il leone, simbolicamente, rappresenta la resurrezione di Cristo.

Anche la tendenza ad antropomorfizzare, a proiettare la propria umanità sugli animali che si osservano, da un certo periodo in poi diventa molto forte.

Il leone di Villard de Honnecourt nel Livre de Portraiture (1230 ca.).

Nella rappresentazione del leone di Villard de Honnecourt (prima metà XIII secolo), l’animale è decisamente antropomorfo, nonostante l’autore si sia premurato di scrivere a fianco dell’immagine l’indicazione: “Sappiate che questo leone è stato ritratto dal vero”. Il che rende conto di quanto la vista, ieri come oggi, possa essere viziata da preconcetti.

È comunque interessante che in quest’epoca si ponga l’esigenza di tornare alla rappresentazione dal vero. Non a caso è il periodo di Alberto Magno e di Federico II di Svevia, ma anche di San Francesco, che riporta a un maggiore interesse verso il mondo della natura che, fino ad allora, il mondo della teologia medievale aveva visto con un certo sospetto.

Un altro esempio di felino rappresentato in modo piuttosto antropomorfo è in un manoscritto di materia medica del XIV secolo, conservato a Londra nel British Library Museum.

Negli ultimi secoli del Medioevo invece, i taccuini di disegni acquistano un realismo straordinario. Nel Taccuino di disegni di Michelino da Besozzo conservato a Roma nel Gabinetto dei disegni e delle Stampe, ci sono dei ghepardi immortalati in atteggiamenti realistici e appare chiaro come l’artista abbia potuto ritrarli dal vivo.

Questo ci dice anche che nelle corti dell’epoca compaiono serragli con specie animali che prima non c’erano. L’animale centrale del disegno è un ghepardo, che però ha una maculatura più simile a quella del leopardo, con rosette di macchie la cui parte centrale è più chiara. Rosette che, tra l’altro, sono disposte in modo molto geometrico, quasi in uno stile tardo-gotico. C’è quindi ancora sovrapposizione tra leopardo e ghepardo, che potrebbe nascere dal fatto che non esistevano due nomi diversi per chiamare queste due specie. E dimostra come la nomenclatura zoologica sia alla base di una corretta interpretazione: finché non verranno attribuiti due nomi distinti agli animali, le immagini continueranno a sovrapporre le caratteristiche delle due specie.

Particolare del leopardo da La cappella dei Magi di Benozzo Gozzoli (1459), Palazzo Medici Riccardi di Firenze.

Anche nel Taccuino di disegni di Giovannino de’ Grassi (XIV secolo, Bergamo, Biblioteca civica Angelo Mai) la sovrapposizione è evidente. Il nome è uno solo: leon pardo. In alto c’è un ghepardo, molto realistico, ma il disegno in basso raffigura un animale con muso e maculatura di leopardo, anche se con unghie non retrattili, come nel ghepardo. Altri esempi sono del Pisanello, uno dei maggiori ritrattisti di animali, di Benozzo Gozzoli (Corteo dei Magi, XV secolo, Firenze, Palazzo Medici Riccardi), che dipinge un ghepardo ma gli attribuisce una rosetta di macchie a pattern geometrico molto regolare. Quindi i taccuini di disegni medievali sono molto importanti come fonte di ispirazione per gli artisti, come lo erano stati prima i bestiari.

In ambito scientifico, le prime opere zoologiche non sono molto precise sul piano iconografico. Ne sono esempi la Historia Animalium (metà XVI secolo) di Conrad Gessner e Ulisse Aldrovandi, medico bolognese, con la sua Raccolta di disegni (Bologna, Palazzo Poggi, seconda metà del XVI secolo), mentre la nomenclatura è ritenuta molto importante. Gli animali sono affiancati da tutti i nomi che gli sono stati dati nel passato, da Aristotele e Plinio in poi. Quindi, questo approccio filologico diventa il presupposto fondamentale per il successivo approccio scientifico-critico. L’attribuzione dei nomi e le rappresentazioni artistiche troveranno infine confluenza nella filologia zoologica.

Un particolare curioso che riguarda le illustrazioni di Aldovrandi è lo zibetto, animale utilizzato per secoli in profumeria. Dato che nelle figure assomiglia a una pantera, potrebbe nascere da qui l’ipotesi che la pantera profumata sia stata generata dalla confusione con lo zibetto.

In ogni caso, nome, simbolo, narrazione e idea costituiscono il percorso che viene seguito nell’illustrazione. Gli animali dei bestiari sono leggendari nel senso stretto del termine, cioè sono da leggere. L’illustrazione è quindi un commento al testo e nasce dal testo come potenziamento visivo alla lettura. Una narrazione visiva e simbolica, ricca di splendide suggestioni.

A questo riguardo è importante anche la figura di Adamo onomaturgo, cioè l’Adamo che denomina gli animali e le caratteristiche della natura. Una denominazione che è anche una dominazione, cioè una specie di presa di possesso materiale, ma soprattutto intellettuale e culturale, che poi diventerà un punto nodale della scienza: la nomenclatura zoologica è una tematica fondamentale, perché per descrivere le specie è innanzitutto necessario dare loro un nome. Sotto questo aspetto, i bestiari prefigurano una delle tematiche fondamentali della zoologia.

Giulia Cardini

Read More

La strana storia della bussola

Una bussola moderna, ancora oggi strumento indispensabile in molti ambiti.

La bussola fece la sua comparsa sulle sponde del Mediterraneo nel Medioevo. E innescò un malinteso storico che continuò a propagarsi, con tanto di curiose conseguenze, fino ai giorni nostri.

Nel vecchio continente, il primo riferimento che la riguarda è dell’erudito inglese Alexander Neckam, che la menziona nel De nominibus utensilium (ca. 1180) e già all’inizio del Trecento era uno strumento ben noto. La troviamo nelle cronache del domenicano Giordano da Pisa (1260 – 1311), che scrive: “pare una vile pietra, ma essa è carissima” e, per chiarirne il valore, commenta che sarebbe meglio perdere uno smeraldo che una bussola.

In effetti la bussola è uno strumento prezioso. Anche oggi, nonostante l’ampia disponibilità di mezzi elettronici e satellitari come il GPS (Global Positioning System), in navigazione non è stata del tutto soppiantata. E l’uso marittimo è solo la più nota delle sue applicazioni. I geologi ad esempio, la utilizzano per misurare l’inclinazione degli strati di roccia e senza la bussola non potrebbero svolgere una parte molto importante del loro lavoro.

La componente essenziale della bussola è il magnete. Il termine deriva da Magnesia (città dell’odierna Turchia) dove i greci, verso il 600 a.C., scoprirono un minerale che attirava gli oggetti di ferro. Era quello che oggi conosciamo come magnetite. Ma dal magnete alla bussola ce ne corre. Per inventare lo strumento, è stato necessario che qualcuno si accorgesse che il minerale, lasciato libero di orientarsi, si allinea sempre secondo la direzione nord-sud.

Riproduzione di una antica bussola cinese.

Sembra che se ne siano avveduti i cinesi, che ne fanno cenno come di un indicatore geografico in un dizionario edito nel 121 d.C. e che già da tempo utilizzavano i magneti in giochi e spettacoli di attrazione.

Comunque sia, risalita la Via della Seta, la bussola sbarcò ad Amalfi tra il X e l’XI secolo, insieme ai marinai che traghettavano i crociati in Terra Santa.

Una volta stabilito l’uso, per il magnete venne fuori anche un sinonimo: calamita, che presuppone il suo utilizzo come indicatore di direzione. Infatti deriva dal greco medievale kalamita, ovvero “ago della bussola”, che a sua volta viene da kálamos, “canna” e si riferisce al fatto che i primi aghi magnetizzati, per essere lasciati liberi di orientarsi, venivano appoggiati in bilico sull’estremità di una sottile canna.

La conosceva anche Dante (Paradiso, XII, 29), che la descrive come un oggetto che punta verso la Stella Polare. E Francesco da Buti (1324- 1406), uno dei primi commentatori della Commedia, ne spiega bene la meccanica: «Anno li naviganti uno bussolo che nel mezzo è impernato una rotella di carta leggeri, la quale gira sul detto perno; e la detta rotella ha molte punte, et ad una di quelle che vi è dipinta una stella, è fitta una punta d’ago; la quale punta li naviganti quando vogliono vedere dove sia tramontana, imbriacano colla calamita».

Una bussola fissata nella cassetta di legno.

La dettagliata esposizione di da Buti evidenzia alcuni particolari interessanti. Anzitutto il nome, “bussolo”, che indica la piccola scatola (buxula, cassetta) di legno di bosso (buxus) che conteneva lo strumento e da cui deriveranno anche il bossolo delle munizioni e il bussolotto, recipiente che contiene i dadi del prestigiatore o i numeri da estrarre nelle lotterie.

E poi una bizzarra interpretazione della natura scientifica del magnetismo, che spiega bene lo storico Alessandro Barbero sollecitato da una domanda di Piero Angela: “Non si sapeva spiegarla, ci si limitava a constatarne l’effetto. Poi, ognuno se lo spiegava come voleva. A molti sembrava un fenomeno magico, una bizzarria della natura, come se l’ago fosse vivo. Pensi che anticamente non si era in grado di calamitare l’ago in modo permanente: bisognava accostargli la calamita quando si voleva farlo funzionare e la gente aveva l’impressione che per l’azione della calamita l’ago impazzisse: si diceva «ubriacare l’ago colla calamita»”.

Infine, Francesco da Buti ci dice quanto fosse raffinato lo strumento già alla fine del Trecento. Dai prototipi, semplici bacinelle colme d’acqua in cui l’ago magnetico veniva lasciato galleggiare per evitare che fosse troppo influenzato dalle oscillazioni della nave, nel giro di un centinaio d’anni la bussola acquistò un sistema di bilanciamento interno che permetteva di stabilizzare il magnete dentro il bossolo. E si dotò di una rosa dei venti, in modo da avere costantemente riscontro con altre indicazioni geografiche utili. Alla fine del Medioevo, quando Cristoforo Colombo fece il suo viaggio, le tecniche di navigazione erano già molto avanzate e si servivano di attrezzature e strumenti che per l’epoca erano davvero molto raffinati.

Così equipaggiata, la bussola approda nel XV secolo. E cade all’attenzione dello storico Flavio Biondo (1392 – 1463), che tra l’altro fu il primo a studiare il Medioevo come periodo storico.

Biondo attribuisce agli amalfitani non solo il perfezionamento della bussola ma anche l’invenzione.

Da questo errore in poi, una virgola messa nel posto sbagliato genererà un effetto domino dalle conseguenze inaspettate.

Flavio Gioia al lavoro nel suo studiolo, con il magnete nella bacinella d’acqua in primo piano e il panorama delle colline amalfitane sullo sfondo.

Nel 1511, il filologo bolognese Giambattista Pio riporta la notizia di Biondo con una costruzione della frase un po’ contorta: “Ad Amalfi, in Campania, fu inventato l’uso della calamita, da Flavio si dice” (Amalphi in Campania veteri magnetis usus inventus a Flavio traditur). Il senso era che Flavio (Biondo) aveva detto che la bussola era sta inventata ad Amalfi. Ma qualcuno cambiò posto alle virgole e, come sanno loro malgrado tutti gli studenti dei corsi di Latino, il significato fu radicalmente stravolto. Tradotta, la frase suonava così: “Ad Amalfi, in Campania, fu inventato l’uso della calamita da Flavio, si dice”.

Così cominciò a girare voce che un certo Flavio di Amalfi avesse inventato la calamita. L’errore venne poi amplificato da Scipione Mazzella, uno storico napoletano della seconda metà del Cinquecento. Non si sa come, dalla sua penna uscì che Flavio, inventore della bussola ad Amalfi, fosse però originario di Gioia, in Puglia.

Era l’ultima tessera del domino che aveva dato vita all’inventore italiano della bussola. Pian piano la notazione geografica di provenienza venne dimenticata e il geniale personaggio che non era mai esistito restò legato ad Amalfi con tanto di nome e cognome: Flavio Gioia.

Flavio Gioia immortalato con la sua bussola nella grande statua di Alfonso Balzico, ad Amalfi.

La storia della bussola e del suo inventore di Amalfi, patria di grandi marinai e meravigliose tradizioni legate alla navigazione, era affascinante. Verso la metà del XIX secolo colpì in modo particolare Alfonso Balzico, noto scultore di Cava de’Tirreni, e ne stuzzicò la creatività.

Impressionato dal personaggio, Balzico dedicò a Flavio Gioia ben due opere, che cronologicamente suggellarono l’inizio e la fine della sua carriera artistica. Del primo lavoro, un busto colossale riportato dalla rivista Poliorama nel novembre del 1853, che doveva collocarsi nella Reale Accademia delle Belle Arti di Napoli, resta il modello in gesso nella Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma perché Balzico utilizzò l’originale per realizzare il suo secondo tributo a Flavio Gioia.

L’ultima opera, portata a termine quasi alla fine della carriera dell’artista, ebbe maggiore fortuna. Il 12 agosto 1892 la rivista Il Torneo ne pubblicò una recensione: “Il Flavio Gioia, col il suo abito marinaresco del 300 fissa l’occhio sulla scatoletta della bussola, e col dito della mano destra segue la direzione dell’ago. Sul volto maschio è come l’accenno di un sorriso, e nell’occhio malizioso brilla il pensiero dell’uomo, che dice allo strumento: te l’ho fatta!”.

Ancora in corso d’opera, sembra che la statua sia stata oggetto di un tentativo di acquisto da parte degli amalfitani. Il 1892 era l’anno delle celebrazioni colombiane e la città trovò l’occasione ideale per commemorare uno dei suoi più illustri concittadini. Un emissario propose a Balzico un anticipo di 4000 lire per la statua di Gioia, promettendone altre 6000 alla consegna. Ma il saldo non fu mai versato e lo scultore annullò il contratto.

Però la statua ormai era fatta e partecipò all’Esposizione Universale di Parigi del 1900, dove venne premiata con una medaglia d’oro. Poi restò per molti anni a Roma, nel museo privato dedicato all’artista dalla Regina Margherita.

La splendida Amalfi, che dà il nome alla Costiera dichiarata dall’Unesco patrimonio dell’Umanità.

Nel 1917, quando gli eredi di Balzico decisero di chiudere il museo, tutte le opere vennero donate alla Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma. Ma la statua di Flavio Gioia non rimase lì per molto. Nel 1926 venne finalmente acquistata dalla città di Amalfi e collocata, nel corso di una solenne inaugurazione, in Piazza Duomo.

Negli anni, Flavio Gioia ha cambiato casa ancora un’ultima volta. Adesso si trova proprio di fronte al mare, nella piazzetta che porta il suo nome affacciata sulla splendida Costiera.

E l’errore, definitivamente smascherato dalla medievista Chiara Frugoni pochi anni fa, non ha avuto conseguenze sulla statua, tanto desiderata e faticosamente acquisita dagli amalfitani. Oggi rimane a simbolo della gloria marinaresca conquistata, questa volta realmente, dalla città durante il Medioevo.

Daniela Querci

Read More

Carnevale, il drago e il santo spodestato

Una versione della leggenda di San Marcello e il drago è scolpita nel portale di Sant’Anna, a Notre-Dame de Paris.

Un drago di paglia e un serpente di pietra. Nella cultura medievale Carnevale e Quaresima sono questo: due ideologie contrapposte che si identificano nella leggenda di un santo vincitore su un essere mostruoso. E che, in fin dei conti, rappresentano i due volti del Medioevo: l’immaginario e il reale.

Il santo è Marcello, vescovo di Parigi durante la dinastia dei merovingi, i primi re franchi. Le sue vicende attraversano fasi di alterna fortuna come poche altre. Nato da una famiglia di umili origini in un tempo in cui le dignità ecclesiastiche erano riservate ai membri dell’aristocrazia, la carica vescovile sarebbe dovuta rimanere fuori questione per Marcello. Invece, fu protagonista di una eccezionale ascesa episcopale e di una serie di azioni miracolose che gli valsero una popolarità indiscussa. Almeno per qualche secolo.

La più nota e importante è senz’altro la cacciata di un mostro che imperversava nei dintorni di Parigi, lungo la bassa valle della Bièvre. Venanzio Fortunato, biografo e agiografo del VI secolo, nella Vita Sancti Marcelli riporta il miracolo, che avvenne dove adesso si snoda il boulevard Saint-Marcel. Là, il corpo di una donna di nobili origini che in vita era stata infedele al consorte, veniva continuamente dilaniato da un terribile drago-serpente e non trovava pace. I parenti atterriti chiesero aiuto e Marcello, accorso con il popolo, affrontò la bestia. Nel racconto di Venanzio, il santo percosse tre volte il capo del drago col pastorale, gli coprì gli occhi con il lembo del mantello e gli intimò di andarsene. Intimidito da tanta determinazione il mostro, sconfitto, si allontanò per sempre.

La straordinaria vittoria del vescovo, che da solo debella il drago senza spargimento di sangue, ha un significato più sociale che religioso, perché è un atto che libera la città dal nemico pubblico, non dal male evangelico. Al contrario di San Giorgio, eroe guerriero che annienta il diavolo in una delle sue metamorfosi terrene, Marcello convince il drago ad andarsene, come un domatore che sottomette la fiera al suo volere.

È in questo senso che il gesto gli assicura il ruolo di protettore della città. Tra il X e il XII secolo sarà una figura amatissima, al punto che le sue reliquie verranno traslate in Notre-Dame. E sembra che la capitale dei franchi abbia trovato il suo patrono.

Ma le sorti di Marcello sono destinate a mutare ancora. Nel XIII secolo sarà detronizzato e sostituito da San Dionigi, per il quale re Dagoberto ha fatto erigere la grande basilica che nel tempo diverrà il simbolo del culto della monarchia capetingia e poi dell’ideologia nazionale francese: Saint-Denis.

Il cristianesimo cambia la leggenda e il drago diventa un serpente di pietra, annientato dal santo.

Quando Marcello e il drago cadono in disgrazia, la leggenda cambia volto e diventa oggetto di una interpretazione diversa, mirata a stravolgerne il significato originario. Nel 1270, la nuova versione è già scolpita nella pietra che sormonta il portale di Sant’Anna della cattedrale di Notre-Dame. Qui San Marcello usa il mantello come un guinzaglio per tenere fermo il drago e lo uccide affondando il pastorale nelle sue fauci.

Ma, a dispetto del tentativo, San Marcello e il drago passeranno alla storia come uno dei rari fallimenti della cristianità di evangelizzare un mito pagano.

E lo faranno incarnandosi nel Carnevale.

Nel XII secolo, la festa nasce infatti in occasione di processioni liturgiche pubbliche, le rogazioni, che hanno lo scopo di allontanare calamità e disgrazie. Sono cortei durante i quali il popolo festoso lancia frutta e dolci nelle fauci di un grande serpente di paglia. Un rito folcloristico in cui al drago-serpente di San Marcello è attribuito il ruolo originario, per ricordare di fronte al potere costituito della religione, la Quaresima, la figura contestataria della civiltà, il Carnevale.

Una delle poche pratiche, dunque, che sfugge al controllo ideologico più potente dell’epoca, il cristianesimo. E una delle rare manifestazioni popolari alle quali il calendario liturgico non riesce a sovrapporsi, anche se serve a prepararsi a un periodo di astinenza e digiuno imposto dalla Chiesa. Le altre, dal Natalis solis, la celebrazione del sole che diventa il Natale di Cristo, a Cerere alla ricerca della figlia rapita da Plutone, fusa nella Madonna Candelora del 2 febbraio con la purificazione di Maria per riproporre il mito di Proserpina che scompare ogni inverno per riapparire in primavera, vengono tutte in qualche modo assoggettate al vivere cristiano.

Miniatura da Le Roman de Fauvel di Gervais du Bus (1310 – 1314)

Il Carnevale quindi, come festa che precede e si contrappone alla Quaresima, nasce nel Medioevo. Ma, pur essendo una produzione medievale non legata direttamente a ricorrenze dell’Antichità, ha parecchie cose in comune con alcune di queste: l’uso delle maschere e i travestimenti, gli eccessi sul piano alimentare, sessuale e di comportamento, fino alla messa in campo di scontri fisici, come le “battagliole”. Alcuni caratteri della celebrazione del Carnevale si ritrovano in festeggiamenti molto antichi, come le dionisiache greche o i saturnali romani, caratterizzati da una temporanea liberazione dagli obblighi sociali e dalle gerarchie, che lasciano sfogo allo scherzo e alla dissolutezza dei costumi. Nelle miniature del Roman de Fauvel, un’opera satirica in versi composta tra il 1310 e il 1314 da Gervais du Bus, il comportamento chiassoso di un gruppo di festanti dà esattamente questa impressione.

Anche la parola carnevale è stata inaugurata intorno all’anno Mille e evidenzia il contrasto con il successivo periodo di Quaresima. È legata alla privazione della carne (carnem levare) che verrà associata inizialmente solo all’ultimo giorno di festa e ai banchetti del martedì grasso. E il dualismo pagano-religioso affiora di nuovo. L’etimologia di Quaresima infatti, rimanda al contrario a un contesto del tutto cristiano: quadragesima dies, periodo di raccoglimento e rinunce nei quaranta giorni che precedono la Pasqua. Era stato fissato durante il concilio di Nicea (325), dove per la prima volta si parla di quarantena, in analogia con il periodo di ritiro trascorso da Cristo nel deserto. Ai tempi di Carlo Magno era già diventata una consuetudine e veniva rispettata su diversi piani: si faceva penitenza e astensione dai rapporti sessuali e in generale si evitava di partecipare a tutto quello che risultava in contrasto con l’idea di purificazione, come balli, teatro e tornei d’armi.

Ma il precetto più legato all’idea di Quaresima resta quello alimentare: si consumava un solo pasto al giorno e la carne era completamente bandita dalla dieta. Solo il pesce restava fuori dal divieto, perché nel Medioevo si pensava che, non accoppiandosi, fosse immune dal peccato di lussuria e non contaminato dall’intervento del sesso. Rispetto all’età Romana, nel Medioevo la carne acquista un grande valore simbolico, ben descritto in un testo piccardo del XIII secolo. Nella “Battaglia di Quaresima e Carnevale” grigliate, spiedini, arrosti e pasticci accorrono in aiuto a Carnevale, minacciato dai truci pesci di mare, di stagno e di fiume di Quaresima, che ha nelle sue schiere di adepti anche burro, latte acido, pasticci e crema. Lo scontro verrà vinto da Carnevale e si potrà finalmente aggiungere carne alle pietanze in ogni giorno dell’anno.

Daniela Querci

Read More

Il primo Parlamento d’Inghilterra

Il palazzo di Westminster al tramonto.

Il primo parlamento d’Inghilterra, ironia della sorte, nacque soprattutto per volontà di un francese, Simone V di Montfort, sesto conte di Leicester, visto a lungo dalla corte inglese e da molti nobili britannici come un ambizioso “parvenu”.

Era il 20 gennaio 1265. Un giorno passato alla storia: perché nei tre regni delle isole britanniche c’erano stati altri parlamenti ma nessuno era mai stato elettivo. Guglielmo il Conquistatore nel 1066 aveva introdotto sull’isola l’usanza normanna del “consiglio del re” al quale partecipavano feudatari e uomini di chiesa. Già nel 1215 Giovanni Senzaterra era stato costretto a concedere ai baroni la Magna Carta, considerata la radice delle moderne costituzioni parlamentari e delle libertà individuali: il patto scritto stabiliva che il sovrano non poteva esigere tasse, se non quelle feudali, senza un via libera del consiglio regale. Nel solenne contratto venivano riconosciuti diritti reciproci. Ma la parola parlamento in Inghilterra arrivò più tardi: comparve per la prima volta nel 1248 per designare un’assemblea di baroni sia ecclesiastici (vescovi e abati) che laici (espressione della corona).

Il 20 gennaio 1265, per la prima volta, l’assemblea era veramente elettiva. Nel Palazzo di Westminster si riunirono i membri dell’aristocrazia e del clero ma anche i rappresentanti delle contee e dei cosiddetti “borough”, i più importanti centri fortificati della nazione. Il diritto di voto fu esteso a tutti coloro che possedevano terra per una rendita di 40 scellini. Nei comuni la scelta dei rappresentanti variò a seconda del singolo municipio perché ogni località pretendeva di adottare un suo specifico metodo di elezione. L’assemblea non fu approvata dal re, Enrico III, figlio primogenito di Giovanni Senza Terra e della contessa Isabella d’Angoulême. Ma il sovrano era nelle mani dei nobili, in senso letterale: prigioniero, insieme a suo figlio, il principe Edoardo, di Simone V di Montfort (1209–1265) che per 18 mesi, dal 1264 fino alla sua morte nella battaglia di di Evesham fu, di fatto, il signore d’Inghilterra.

Effigie di Simone V di Montfort nella Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti.

Eppure Simone era stato uno dei nove padrini al battesimo del principe ereditario. E soprattutto era il marito della sorella del re. Nel gennaio del 1238 aveva infatti sposato la sedicenne Eleonora Plantageneto.

Il matrimonio fece scandalo perché la ragazza aveva appena fatto un solenne voto di castità perenne. Seppur giovanissima, era già vedova: era stata data in sposa a soli 10 anni al trentacinquenne Conte di Pembroke, figlio di Gugliemo il Maresciallo, tutore di Enrico III e reggente della corona. Senza marito e ancora adolescente, Eleonora era destinata al convento. Ma Simone la sedusse e la sposò in segreto. Enrico III, di mala voglia, accettò il fatto compiuto, tra le altissime proteste della nobiltà inglese che chiedeva di dire la sua, come prevedevano le regole del tempo in occasione di un matrimonio così importante. E anche perché un nobile di non così alto lignaggio diventava, di colpo, potente più di loro.

Anche Edmondo Rich, arcivescovo di Canterbury, tuonò contro le nozze e chiese di inficiarle per il voto di castità calpestato così in fretta. Ma la determinazione della giovane Eleonora ebbe la meglio. La ragazza, innamorata del nobile Simone V di Montrfort, non aveva nessuna intenzione di passare il resto dei suoi giorni in preghiera. Così partì per un pellegrinaggio a Roma: fu ricevuta dal papa e riuscì ad ottenere in fretta la dispensa che annullava il precedente voto di castità. Quel matrimonio fu comunque felice: nacquero sette figli che svolsero un ruolo di primo piano nelle successive vicende della storia inglese.

Enrico III ritratto in marmo nella cattedrale di Salisbury.

L’asprissima lotta di potere tra i sovrani inglesi e i baroni del regno veniva da lontano. Enrico III era salito sul trono a soli nove anni. Suo padre, sul letto di morte l’aveva affidato a un tutore speciale: Guglielmo il Maresciallo, il più celebre dei cavalieri inglesi. Quando il reggente morì, il giovane re si tuffò nell’agone politico ma si trovò subito di fronte a grandi difficoltà. Tentò più volte, invano, di riconquistare alcune delle terre francesi che erano appartenute a suo nonno Enrico II Plantageneto. E sul più ampio tavolo europeo si impegnò a sostenere sia dal punto di vista economico che militare, le imprese politiche del papa Alessandro IV. Ma non riuscì a mantenere gli impegni. E a pagare i tanti debiti che aveva contratto. Così quando il pontefice lo minacciò di scomunica, Enrico III fu costretto a chiedere l’aiuto dei baroni del regno. Quell’assistenza, come succede sempre, non fu gratuita.

I baroni avevano sperimentato il governo dell’aristocrazia durante la minorità di Re Enrico. E alcuni “parlamenti” con un sovrano indebolito dalla reggenza, si erano riuniti più volte, come conferenze a partire dal 1246.

Il peso della potente burocrazia di corte voluta dai sovrani Plantageneti stava stretta ai baroni che di tanto in tanto chiedevano, inascoltati, di ripristinare la Magna Charta. Nell’aprile del 1258 si giunse alla rottura: i baroni costrinsero Enrico III ad accettare una nuova forma di governo che venne esposta nelle disposizioni decise durante quello che fu definito il “Mad Parliament”, il “Parlamento pazzo” di Oxford, il luogo che fu teatro del braccio di ferro tra i nobili e la corona.

Il potere del regno passò a un Consiglio privato di 15 membri che poteva sorvegliare e supervisionare l’amministrazione locale, le nomine ministeriali e la custodia dei castelli reali. I giuramenti di fedeltà dovevano essere prestati sia al re che al Consiglio privato. Venne limitata la presenza degli stranieri nella burocrazia e fu ripristinata la carica di Gran Giustiziere che stava molto a cuore ai baroni. Fu stabilito anche che il Parlamento si dovesse riunire tre volte l’anno per monitorare l’operato di quello che apparve come un direttorio.

Il re era ancora sotto tutela. L’accordo non poteva durare. E infatti non durò. Già l’anno successivo le divergenze tra Enrico III e il più autorevole dei baroni, suo cognato Simone V di Montfort, si acuirono. Finché si arrivò allo strappo: nel maggio del 1262 il re annunciò di non riconoscere più gli Statuti di Oxford. Poco dopo i baroni riuscirono a rimetterli in vigore ma il sovrano li abolì di nuovo dopo qualche mese.

Qualunque trattativa apparve allora inutile. La parola passò alle armi. E l’Inghilterra visse una sanguinosa guerra civile. In una decisiva battaglia combattuta a Lewes nel 1264, le truppe dei baroni ribelli fecero prigionieri il re Enrico III d’Inghilterra, suo figlio, il futuro, Edoardo I d’Inghilterra e anche Riccardo di Cornovaglia, fratello del sovrano.

Simone V di Montfort assunse il governo del regno e il 20 gennaio 1265, convocò il primo Parlamento d’Inghilterra che decretò senza l’assenso del re. Ma i baroni non rimasero uniti. Gilberto di Clare, VII conte di Gloucester lasciò i nobili e tornò nel campo del re. La sua diserzione permise al sovrano di scappare dalla prigione nella quale era stato rinchiuso. Simone allora chiamò a sé i Llywelyn, i signori delle Marche Gallesi che in cambio dell’appoggio del loro esercito chiesero il titolo di principi di Galles e tutti i guadagni che fossero venuti dalla campagna di guerra. Molti baroni non erano d’accordo. Simone invece accettò l’intesa ma perse altri seguaci. Tra alterne e sanguinose vicende, si giunse allo scontro decisivo. Un massacro che cambiò la storia d’Inghilterra: la battaglia di Evesham.

Le forze del re erano il doppio di quelle di Simone V di Montfort. Oltretutto Llywelyn e i suoi gallesi disertarono all’ultimo minuto. L’esercito dei baroni si trovò presto stretto in una tenaglia. Molti baroni che volevano arrendersi furono comunque uccisi. Quasi nessuno venne preso prigioniero in vista del pagamento di un riscatto: la pratica, che fino ad allora era comune in quasi tutte le battaglie, non venne seguita.

Il Parlamento inglese di fronte a re Edoardo in una miniatura del 1300.

La posta in gioco era troppo alta e la strada della pietà non era contemplata. Fu un bagno di sangue. Simone di Montfort e suo figlio Enrico, battezzato con quel nome in onore di suo zio il re, vennero uccisi e i loro cadaveri furono orrendamente mutilati. Tutti i ribelli furono privati delle loro proprietà. Nell’autunno del 1266 le ultime sacche della resistenza dei baroni furono di fatto eliminate.

La famiglia reale riprese il comando dell’Inghilterra. Un nuovo Parlamento, convocato a Marlborough (1267) promulgò alcune delle riforme volute dai baroni che furono attuate negli ultimi anni del regno di Enrico III. Ma già allora il potere venne esercitato dal figlio maggiore Edoardo, che poi diventerà re con il nome di Edoardo I.

Il nuovo sovrano convocò un altro Parlamento nel 1295. Fu chiamato “Model Parliament” perché fu il modello di tutte le successive assemblee. A partire dal cinquantennale regno di Edoardo III (1312-1377), il Parlamento inglese fu diviso in due camere separate: una includeva la nobiltà e l’alto clero, l’altra comprendeva i cavalieri e i cittadini. Nessuna legge poteva essere promulgata né alcuna tassa imposta senza il consenso dei due organi parlamentari.

Poi, a partire dal XV secolo una consuetudine si trasformò in norma: divenne usuale che il Parlamento, prima di approvare la tassazione proposta dal sovrano, presentasse alla corona una serie di doglianze. Il re non solo aveva solo l’obbligo di ascoltarle, ma spesso era tenuto ad accoglierle se voleva che la tassa proposta fosse approvata. Grazie a questo meccanismo l’istituzione parlamentare inglese si trasformò da organo di consultazione in organo di controllo.

Federico Fioravanti

Read More

Tagina, il destino di un impero

Rocca Flea, a Gualdo Tadino, risale al basso Medioevo. Fu edificata su un antichissimo luogo di culto dedicato a San Michele Arcangelo, fondato in epoca longobarda (sec. VIII-IX) e chiamato Sant’Angelo di Flea.

Umbria orientale, città di Gualdo Tadino. Il doppio nome, dal longobardo wald (bosco) e dal semitico tagin (corona o primavera), indica una storia antica e travagliata, scritta da popoli di origini diverse che, in qualche episodio, hanno deciso le sorti di un impero.

Questo è uno di quelli.

E’ l’alba del 30 giugno 552. La popolazione di Tagina, l’antica Gualdo Tadino, osserva attonita due armate schierate sulla piana ai piedi del villaggio. Lo spettacolo è impressionante: una moltitudine di soldati tra fanti, arcieri e cavalieri, è pronta a combattere. Lo scontro è decisivo. Resterà nella storia come la Battaglia di Tagina, la chiave di volta della guerra bizantina contro gli Ostrogoti, il popolo venuto dal nord che ha conquistato la penisola dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente.

L’esito del combattimento decreterà la sorte dell’intera guerra. L’armata barbara che domina l’Italia è da tempo sulle tracce dell’esercito dell’Impero Romano d’Oriente, che da Costantinopoli ha attraversato i Balcani per liberare Roma, e finalmente lo intercetta nella zona di Tagina.

I due schieramenti si fronteggiano, scrutandosi a vicenda. L’aria calda d’estate imperla di sudore le fronti dei soldati, mentre brividi gelidi corrono lungo le loro schiene. La tensione per lo scontro imminente è palpabile.

San benedetto riconosce e accoglie Totila, Luca signorelli, storie di San Benedetto a Monte Oliveto Maggiore (Asciano, Siena).

Il Re ostrogoto Totila osserva con studiata freddezza l’armata nemica. Il suo corpo è immobile, ma la sua mente lavora alacremente. Sta valutando le forze dell’avversario, e si rende conto che i suoi uomini sono in netta minoranza rispetto ai 20.000 soldati del generale Narsete. Intravede un’unica possibilità per ribaltare le sorti di quella che sembra una sconfitta annunciata. Giocare d’astuzia. Dichiara di volersi arrendere, e l’esercito bizantino si rilassa, abbassando un po’ la guardia. E’ un grave errore.

Totila sferra a sorpresa un attacco fulmineo, e conquista una collina dove si arrocca con i suoi uomini, nell’attesa dei rinforzi. Sa che stanno per raggiungerlo 2.000 soldati a cavallo guidati da Teia, il suo più fidato luogotenente, e vuole ritardare lo scontro fino a quel momento. Per temporeggiare, propone al nemico una sfida al singolare: chiama dalle file dei suoi soldati Cocca, il combattente più forte e spietato, un disertore bizantino che si è guadagnato una sinistra reputazione per la sua potenza e crudeltà nei duelli. Alla sfida risponde Anzala, l’armeno, guardia del corpo di Narsete.

I due uomini si fronteggiano a cavallo. Tutto intorno c’è un silenzio irreale. Nell’aria immobile serpeggia un’ostilità tangibile fra i due avversari. Cocca parte veloce alla carica, ma Anzala rimane fermo al suo posto. Anche il suo destriero ha sangue freddo: obbedendo ai suoi ordini, scarta di lato solo all’ultimo istante, quando il disertore bizantino gli è quasi addosso. E in quel momento l’arma di Anzala scatta fulminea, pugnalando mortalmente al fianco il nemico.

E’ un cattivo presagio per gli Ostrogoti, ma Totila non si perde d’animo. In sella al suo enorme destriero, inscena una danza di guerra rivolta ai bizantini. La sua armatura dorata scintilla al sole e il lungo mantello color porpora è agitato dal vento, mentre esegue il complicato esercizio equestre che mira a provocare un crollo nel morale degli avversari.

Quando infine Teia lo raggiunge con i rinforzi, Totila volge le spalle al nemico. Rompe le formazioni e pranza indifferente con tutti i suoi uomini, per dimostrare una sfacciata sicurezza sull’esito dell’imminente battaglia. In realtà si augura di spiazzare gli antagonisti con il suo comportamento sprezzante, e aspetta paziente che i tarli del dubbio e della paura si facciano strada nella mente dei bizantini, per indebolire il loro rendimento al momento dello scontro.

Ritratto tradizionalmente identificato con Narsete, dal mosaico raffigurante la corte di Giustiniano nella Basilica di San Vitale, a Ravenna.

Ma nei suoi calcoli non ha tenuto conto delle capacità del generale bizantino Narsete. Un uomo duro ed esperto, che non si lascia ingannare dalle tattiche psicologiche del nemico. Ha più di sessant’anni ormai, ed è cresciuto fra gli intrighi di corte del palazzo imperiale di Costantinopoli, dove si è guadagnato l’illimitata fiducia dell’Imperatore Giustiniano e di sua moglie Teodora, portando a termine delicate missioni diplomatiche che hanno salvato più volte l’Impero Romano d’Oriente dalla disgregazione. L’imperatore lo ha da poco fregiato del titolo di generale, e lo ha incaricato di riconquistare l’Italia, caduta in mano agli Ostrogoti dopo la decadenza dell’Impero Romano d’Occidente.

Narsete è un eunuco, e forse il Re barbaro lo sottovaluta per questo. E’ un armeno persiano di umili origini, che ha iniziato la sua carriera come servitore alla corte di Costantinopoli. Grazie al favore di Teodora ha scalato in poco tempo la gerarchia degli addetti alla camera da letto imperiale, diventando prima tesoriere, e poi primo ufficiale dell’Impero.

E’ anche un eccellente stratega. Nonostante la superiorità numerica del suo esercito, schiera i suoi uomini in assetto fortemente difensivo, ammassando al centro una fitta falange di fanti longobardi ed eruli, e disponendo ai lati gli arcieri bizantini, con la cavalleria alle spalle. Durante il pranzo dei nemici permette alle truppe di rinfrescarsi, ma ordina che nessuno lasci la propria posizione.

Totila infine, quando sferra l’attacco, lancia i suoi uomini in massa verso il centro della formazione avversaria. Spera in una battaglia veloce, che colpisca subito al cuore il nemico, per evitare le pesanti conseguenze dell’azione degli arcieri bizantini.

Ma Narsete è preparato. Ordina agli arcieri di inclinare il loro tiro verso il centro, in modo da proteggere i fanti falciando la prima linea ostrogota. In questo modo, anche l’attacco della cavalleria di Teia si fa più esitante, e i barbari subiscono altissime perdite.

Verso sera, Narsete sferra l’attacco finale. Lo schieramento nemico è ormai caotico, completamente disorganizzato. Le file ostrogote si rompono, e gli uomini si disperdono, pensando a salvarsi più che a combattere.

Alla fine, 6.000 Ostrogoti rimarranno sul campo. Totila stesso è ferito gravemente. I suoi fedelissimi lo trascinano nel bosco che lambisce la piana. Morirà poco lontano da Gualdo Tadino. La disfatta è totale. E la guerra praticamente vinta. Entro la fine dell’anno Narsete riprende Roma, caduta con una debole resistenza ostrogota.

Grazie alla battaglia di Tagina, l’Impero è di nuovo Romano. La città eterna, con Venezia, Ravenna, la Romagna e le isole di Sicilia e Sardegna, resterà ai bizantini per altri due secoli. Diversa la sorte di gran parte dell’Italia settentrionale e centrale, che verrà presto conquistata dai Longobardi. E’ sotto il dominio di questa popolazione della Germania orientale che la cittadina umbra acquisirà la prima metà del suo nome attuale, Gualdo, dopo la distruzione quasi completa del 996 ad opera di Ottone III, Imperatore del Sacro Romano Impero.

Ma questa è un’altra storia.

Daniela Querci

Read More

I bestiari: scienza o religione?

Bestiario di Aberdeen, il basilisco

Animali fantastici e reali. Grandi e piccoli. Comuni o molto rari. Spuntano a frotte dalle pagine dei bestiari, genere letterario molto in voga per tutto il Medioevo.

I bestiari erano vere e proprie piccole enciclopedie. Ma non avevano finalità scientifiche. Servivano invece per descrivere e interpretare gli animali citati nelle Scritture Sacre e provenivano tutti da un unico importante progenitore: il Fisiologo.

Archetipo di ogni bestiario di età medievale, il Fisiologo (Physiologus) è un breve opuscolo scritto in greco, con ogni probabilità ad Alessandria d’Egitto, tra la fine del II e l’inizio del III secolo d.C. Raccoglie una cinquantina di capitoletti, ciascuno diviso in due parti: nella prima c’è la descrizione dell’animale mentre la seconda è dedicata alla sua interpretazione allegorica in senso cristiano.

Tradotto, rielaborato e ampliato in tutte le grandi lingue del bacino orientale del Mediterraneo e del Medio Oriente, dall’etiopico al siriaco, armeno, arabo e naturalmente in latino, il Fisiologo ebbe una straordinaria diffusione. Dalle versioni latine derivano tutti i bestiari scritti nelle lingue volgari europee, sia romanze che germaniche, fra il XII e il XIII secolo, il periodo di grande sviluppo di questo genere letterario.

Una pagina del Fisiologo di Berna

Per capire scopo, origine e funzione del Fisiologo, e di conseguenza dei bestiari, i medievisti lo hanno confrontato con i testi dei commentatori della Bibbia suoi contemporanei, gli esegeti biblici alessandrini, che compilarono opere critiche sul significato e sulla interpretazione allegorica delle Sacre Scritture. Come Origene, scrittore cristiano di Alessandria d’Egitto del II – III secolo il quale, nel commentare il Cantico dei Cantici, attribuisce al cerbiatto e al capriolo le stesse caratteristiche allegoriche che sono indicate nel Fisiologo.

È quindi molto probabile che il Fisiologo sia una specie di manuale relativo agli animali citati nella Bibbia, che doveva essere utile agli esegeti cristiani per spiegare i passi in cui gli stessi animali venivano citati.

Per le descrizioni e i significati allegorici, l’autore del Fisiologo attinse notizie un po’ dappertutto: dai naturalisti come Aristotele alle tradizioni di tipo magico, molto vive ad Alessandria e nell’Egitto dell’epoca, ma anche dai geroglifici egiziani e da leggende provenienti dall’Oriente, di cui l’Egitto dei primi secoli dopo Cristo fu un ricco e vivace ricettacolo.

Questa funzione del bestiario viene confermata nei secoli successivi. Quando Sant’Agostino, nella sua esegesi biblica, si trova di fronte a immagini animali, le interpreta con le descrizioni contenute nel Fisiologo e in testi simili. Per esempio, per commentare il serpente e l’aquila citati nei Salmi, scrive: “Fratelli, siano vere quelle cose che si dicono del serpente e dell’aquila, o siano invece una leggenda degli uomini anziché la verità, tuttavia nelle Scritture c’è sempre la verità, e non è senza motivo che le Scritture ci riferiscono tali cose. Mettiamo quindi in pratica ciò che tali immagini significano e non ci affatichiamo a cercare se corrispondano o meno a verità”.

Quindi la finalità del Fisiologo e dei successivi bestiari non è affatto scientifica. La verità scientifica, perfino nel caso sia facilmente osservabile, non è un tema che interessa l’uomo medievale, molto attratto invece dal significato simbolico.

Sempre Sant’Agostino, in una altra opera, formula addirittura quello che può essere definito un “manifesto” del bestiario e invita le persone di buona volontà, quelle che hanno le conoscenze necessarie, a trattare, ripartendole genere per genere, tutte le località geografiche, gli animali, le erbe, le pietre, gli alberi e i metalli sconosciuti e “tutte le altre specie e quelle soltanto che sono menzionate nelle Sacre Scritture”.

Il legame con la Bibbia è anche il motivo della presenza, nel Fisiologo e poi nei bestiari, degli animali fantastici, che non hanno alcuna corrispondenza con la realtà. La versione greca della Sacra Scrittura commentata dagli esegeti alessandrini è infatti la Septuaginta, o versione dei Settanta, caratterizzata da identificazioni animali che non corrispondono a quelle a cui la Bibbia faceva riferimento in origine. Questi errori si propagarono nel Fisiologo e nei bestiari per tutto il corso del Medioevo.

Lo stesso termine fisiologus non ha il significato attuale e non si riferisce ad un approccio scientifico. Se nell’accezione moderna la fisiologia è una scienza, branca della biologia che studia il funzionamento degli organismi viventi, nell’Alessandria dei primi secoli dopo Cristo il fisiologo è più un interprete dei segreti della natura e dei suoi aspetti occulti, ai quali cerca di attribuire un significato teologico. Un altro grande scrittore cristiano, Clemente Alessandrino (150 – 215 ca.), dice proprio che la fisiologia è un “sapere gnostico”, una “divina rivelazione delle cose sacre”.

Bestiario di Oxford, Adamo nomina gli animali

I bestiari medievali presero spunto dal Fisiologo e nei secoli lo arricchirono molto. Gli animali descritti aumentarono e i brevi capitoletti divennero testi articolati, con notizie aggiunte e aggregate da varie fonti. Le interpretazioni allegoriche si ampliarono fino a diventare veri e priori sermoni, piccoli trattatelli religiosi. E apparve un altro grande modello biblico del bestiario come genere letterario: l’attribuzione del nome agli animali compiuta da Adamo. Dio infatti, secondo la Bibbia, porta al cospetto di Adamo tutti gli animali e gli chiede di imporre loro dei nomi.

L’importanza di questo archetipo si vede chiaramente in alcuni bestiari medievali. In uno dei più belli dal punto di vista iconografico, il Bestiario di Oxford (parente stretto di quello di Cambridge e di Aberdeen), nella figura iniziale c’è Adamo nell’atto di nominare gli animali, schierati intorno a lui quasi come in una sintesi del bestiario, un compendio di quello che verrà descritto nel seguito del testo.

L’esegesi cristiana antico-medievale ha attribuito a questa scena biblica due significati molto precisi: il primo è che Adamo è centro e compendio di tutta la natura. Gli animali sono posti da Dio al servizio dell’uomo, non solo in modo materiale ma anche come modello di comportamento. L’altro significato riguarda la conoscenza: l’idea alla base della nomenclatura adamica è infatti che i nomi riflettano pienamente, come degli specchi, la più profonda natura degli animali. Nomi rivelatori della natura degli esseri ai quali vengono assegnati, e non solo della natura fisica, ma anche del significato simbolico profondo.

Questi due aspetti sono alla base della costruzione del genere del bestiario medievale, che ha l’ambizione di offrire una specie di sintesi totale del mondo animale e di tutta la natura. Una visione totalizzante in cui ogni autore, come un novello Adamo, spiega al lettore la natura e il significato di ogni animale.

Solo negli ultimi secoli del Medioevo cominceranno a circolare bestiari basati su una visione empirica, più critica e naturalistica. Uno dei primi è il De Animalibus di Alberto Magno (1206 – 1280) che, anche se riporta ancora ampiamente le notizie tradizionali, in molti casi le sottopone a una valutazione critica. Afferma, per esempio, che non è vero che lo struzzo mangi il ferro, perché ha provato, senza successo, l’esperimento. Ma nello stesso tempo, Alberto Magno cita la leggenda della Fenice e dice: “Non bisogna deridere questi miti, perché risalgono a una sapienza antica che ha un suo significato simbolico”.

La traduzione in italiano de Il Fisiologo, a cura di Francesco Zambon, è stata pubblicata dalla casa editrice Adelphi (Milano), nel 1975.

Daniela Querci

Read More

L’incredibile storia di Cospaia

La scritta è ancora lì, scolpita sull’architrave della piccola chiesa: “Perpetua et firma libertas”. E’ la labile traccia di una storia incredibile: quella di Cospaia, un piccolo paese dell’Alta Valle del Tevere che per quasi quattrocento anni fu la più piccola repubblica del mondo.

Una pigra collina. Poche case, quasi abbracciate al piccolo tempio della Confraternita, appena separate dal corto e tozzo disegno di via San Lorenzo. Intorno, il silenzio di una quieta campagna. Qui, da qualche parte, deve pur passare il confine tra l’Umbria e la Toscana.

Nel raggio di venti chilometri, i cartelli stradali evocano nomi e luoghi che stordiscono il viaggiatore. C’è Caprese, la minuscola, boscosa patria del grande Michelangelo. Poco lontano, l’amata terra di Piero: Sansepolcro. Le prime ore dell’alba regalano la stessa, straordinaria luce che il pittore riversava nei suoi dipinti. Il nitore del paesaggio, lo stupore dei colori, l’emozione degli sguardi. Come quello che coglie ancora chi contempla la “Madonna del parto”, il commovente omaggio che l’artista volle fare a Monterchi, il paese natale di sua madre. Un pezzo d’Umbria in Toscana. O viceversa. Poco importa. Questione di confini. A due passi c’è Città di Castello con la sua ricca pinacoteca: Raffaello, Signorelli, il Ghirlandaio…

A fianco della dritta e comoda strada, all’improvviso, spunta Anghiari. E davanti alla placida pianura torna la suggestione di un nome, insieme al ricordo di una celebre battaglia e di un grande e perduto dipinto murale di Leonardo da Vinci.

Tanta bellezza può confondere. Come avvenne a Cospaia, in modo accidentale. Quasi per uno scherzo del destino.

Cosimo De’ Medici il Vecchio in un ritratto del Pontormo (1518-1520)

Accadde nel 1441. Dieci anni prima, il papa veneziano Eugenio IV aveva chiesto un prestito di 25.000 fiorini d’oro a Cosimo il Vecchio, oculato artefice della dinastia dei Medici. Tanti soldi. Una montagna di denaro che serviva al “servitore di Pietro” per portare a termine una costosa ed estenuante lotta con il concilio di Basilea. Il lungimirante Cosimo pretese una garanzia. Eugenio IV, diede in pegno il paese di Borgo San Sepolcro e il suo circondario. Ma allo scadere dell’accordo, il pontefice non era più in grado di rimborsare l’astronomica somma. Il fertile spicchio di terra passò allora dal papa alla Repubblica di Firenze. Furono subito fissati i nuovi confini ed aggiornate le relative carte topografiche.

Secondo l’accordo, il limite tra i due stati doveva passare all’altezza del torrente Rio, un tributario del vicino Tevere. Ma erano due i fiumi paralleli che scendevano dal monte Gurzole. E per gli abitanti del luogo portavano entrambi lo stesso nome: Rio. Anche se, proprio a voler essere precisi, quello a nord si chiamava Gorgaggia e quello a sud Riascone.

Fatto sta che le apposite commissioni nominate per ridisegnare i confini, come spesso succede, non si parlarono e lavorarono ognuna per conto proprio. I fiorentini tracciarono il nuovo limite all’altezza del primo torrente, vicino Sansepolcro e gli emissari del papa presero come punto di riferimento il secondo fiumiciattolo, nei pressi di San Giustino. Così, per errore, di calcolo e di geografia, Cospaia e il suo contado non furono rivendicati né da Roma né da Firenze. E quel piccolo fazzoletto di terra, compreso tra i due affluenti del Tevere, rimase fuori dalle carte geografiche di tutti e due gli stati: una striscia sottile, poco più di 300 ettari, con in mezzo, su una collinetta, il villaggio di Cospaia con i suoi 350 abitanti. Un piccolo popolo dimenticato da tutti. Una terra di nessuno. I cospaiesi, analfabeti ma veloci di comprendonio, non ne fecero un dramma. Anzi, si affrettarono a proclamare la “Repubblica di Cospaia”. Quando il Papa e Firenze si accorsero dell’errore, pensarono bene di non modificare la situazione: troppo faticoso rimettere in discussione un complicato trattato per un territorio che da un punto di vista strategico appariva insignificante.

L’antica mappa di Cospaia, di proprietà del Comune di San Giustino

I due stati erano alleati e soprattutto in quel periodo di convulse vicende storiche, in tutt’altre faccende affaccendati. Forse Cosimo ed Eugenio IV, entrambi amanti dei classici, risero dell’errore, pensando alla massima di Plinio il Vecchio:“In realtà non c’è nessun male che non abbia qualcosa di buono”. Uno “stato cuscinetto” faceva comodo a tutti. Specialmente in un periodo di guerre permanenti. Per scambiarsi le merci senza pagare dazio. Per chiudere un occhio quando era proprio il caso di farlo. Insomma, Cospaia non era un problema. E se lo era, non appariva insormontabile. La soluzione poteva essere rimandata. L’errore di misurazione diventò legge. La nuova mappatura fu sancita in una bolla, datata 1441, conservata negli Annali Camaldolesi.

I cospaiesi si accorsero presto che essere stati dimenticati non era una iattura ma un vantaggio: i loro terreni, immuni dai balzelli, rendevano di più. I commerci crescevano. E quella sconosciuta libertà era inebriante: nessun tiranno, nessun padrone, nessun despota al quale rendere conto. Seduti, allora come ora, davanti alle loro case, guardando al tramonto la splendida pianura sottostante, tra una chiacchiera e l’altra, giorno dopo giorno, presero coscienza del fatto che vivere nascosti se non dava la felicità almeno portava fortuna.

Lo stemma della repubblica di Cospaia

Quel villaggio sulla collinetta si trasformò presto un “porto franco”. E i suoi abitanti realizzarono una repubblica anarchica. In senso letterale. Nessun governo. Né tasse né soldati. Leggi, carceri, eserciti, polizia, codici, statuti e tribunali non servivano. Per dirimere le questioni bastavano il consiglio degli anziani e l’insieme dei capifamiglia. Per i servizi di molitura del grano e per le cure mediche i cospaiesi continuavano ad affidarsi agli abitanti di San Giustino. Il curato era, di fatto, l’”ambasciatore” presso il vicino vescovo di Città di Castello e quindi del Papa stesso. Forse era anche l’unico abitante della lillipuziana repubblica che anche sapeva leggere e scrivere. Del resto, a far di conto, i cospaiesi, pensavano da soli. La loro economia, seppur ancorata all’antica usanza del baratto, cresceva, anche a discapito delle popolazioni limitrofe, vessate da infinite gabelle. Per tutti i paesi vicini quella piccola repubblica era ormai diventato “il paese della cuccagna”. Con tanto di bandiera: metà bianca e metà nera, divisa in diagonale, con quattro “denti” all’estremità destra. Veniva esposta con orgoglio sui tetti del villaggio, esibita nelle feste, issata ai bordi dei campi coltivati dai confinanti contadini papalini e fiorentini, costretti a “marchiare” i loro terreni con meno nobili spaventapasseri. La repubblica dimenticata di Cospaia andò avanti, con soddisfazione dei suoi abitanti.

Ma 133 anni dopo, una mattina del 1574, un fatto nuovo cambiò ancora la storia del piccolo Stato.

Semi della pianta del tabacco

Accadde che l’abate Alfonso Tornabuoni, vescovo di Sansepolcro, ricevette un prezioso regalo da suo nipote, il cardinale Niccolò Tornabuoni, all’epoca nunzio del Papa ed ambasciatore dei Medici a Parigi. Dentro il pacco inviato dall’alto prelato c’erano i semi di una pianta medicinale allora poco conosciuta: il tabacco. Era giunta in Europa dal Sud America all’inizio del XVI secolo. Già nel 1518 Cortes, conquistatore spagnolo di Cuba, inviò a Carlo V alcuni semi. La prima coltivazione avvenne, a scopo ornamentale, nel giardino reale di Lisbona. Giovanni Nicot, ambasciatore di Francia in Portogallo, al suo ritorno a Parigi, pensò di farne omaggio alla sua sovrana, Caterina de’ Medici. Ne guadagnò la sua riconoscenza ed anche una fama imperitura: il principio attivo del tabacco, la nicotina, porta ancora oggi il suo nome. Alla corte di Caterina, la pianta, prima pestata e poi cotta insieme al grasso del maiale, guarì le terribili ulcere di Francesco II, il figliolo malaticcio della grande regina, che entusiasta del miracoloso medicamento, diffuse poi anche la moda del fumo. Ma il tabacco, così chiamato da Tobago, una delle isole della lontana America dove veniva coltivato, era considerato un rimedio per tante altre cose: curava le febbri e la sifilide, alleviava i dolor di denti e schiariva la voce. Tutto questo il vescovo di Sansepolcro, destinatario del regalo, non lo sapeva ancora. E certo non poteva prevedere che per la Chiesa, in futuro, quei semi sarebbero diventati “pianta del demonio”.

Ma allora, nel 1574, il vescovo, gradì il regalo del nipote. E in segno di benevolenza verso il figlio di suo fratello, piantò con amore quei semi nel giardino del vescovado. Dall’orto del prelato a Cospaia c’erano meno di quattro chilometri. Quella pianta misteriosa, chiamata “erba tornabuona” in onore di Niccolò, li percorse in fretta e cominciò ad essere coltivata nella piccola repubblica e per la prima volta nella storia, nel territorio italiano. Tabacco da fiutare e da fumare. E quando quasi un secolo dopo, nel 1642, papa Urbano VIII arrivò a scomunicare tutti i fumatori, a Cospaia, dove anche il proibito era lecito, la coltivazione del tabacco diventò la più redditizia delle attività. Per irrigare i campi anche durante la siccità, ai piedi del villaggio fu creato un laghetto, usato ancora oggi per la pesca di carpe e storioni.

Il villaggio di Cospaia in una vecchia immagine

La piccola repubblica si trasformò nella capitale italiana del tabacco. E lo rimase anche quando un altro papa, Benedetto XIII, voglioso di alimentare le magre entrate del Vaticano, nel 1724 sottopose a dazio la coltura. A Cospaia le tasse già non si pagavano. E le proibizioni non erano mai entrate in vigore. Il tabacco divenne merce di contrabbando. Cospaia tornò sotto la lente di ingrandimento dei potenti stati vicini. Il papa ed il granduca di Toscana discussero a lungo di come eliminare l’anomalia della piccola repubblica. Ma sopraggiunsero altri problemi più urgenti. Il piccolo stato dell’Alta valle del Tevere resistette anche al periodo napoleonico ed al nuovo ordine politico susseguente al Congresso di Vienna. Solo quattro repubbliche al mondo sopravvissero alla riunificazione tra “il trono e l’altare”: gli Stati Uniti, la Svizzera, San Marino e Cospaia.

Filippo Natali scrisse ricordando quei tempi: “Cospaia nel 1815 era divenuta un emporio di commercio. Case commerciali, ditte le più importanti, in specie nel ceto degli israeliti, da Genova, Livorno, Civitavecchia, Napoli, Ancona ecc. stabilirono ivi i loro magazzini, ed ogni più modesto vano della villa, adibito fino allora ai più umili uffici dell’agricoltura, si cangiò in fondaco di mercanti, che vi tenevano agglomerate le loro mercanzie, specialmente in tessuti e coloniali, che vi penetravano immuni da qualunque dazio doganale”. Troppo per papa Leone XII, che aveva già proibito il valzer, bollato come “danza oscena” e chiuso le osterie. E che dopo il Giubileo introdusse misure severe contro i Carbonari e gli ebrei, tanto da vietare qualunque “transazione economica tra cristiani e giudei” ed anche il commercio e l’apertura fuori dal ghetto di negozi e magazzini gestiti dagli israeliti.

La Cospaia ricettacolo del contrabbando di merci proibite ormai aveva i giorni contati. Il papa prese per fame gli abitanti e in accordo con il granduca di Toscana, costrinse i quattordici capofamiglia rimasti a firmare “l’atto di soggezione”. Alla comunità fu concessa ancora la possibilità di continuare a coltivare il tabacco “fino ad un massimo di mezzo milione di piante”. L’indennizzo per la libertà perduta fu una moneta d’argento, che da un lato riportava impresso il severo profilo del pontefice. I cospaiesi, usando l’ironia, l’unica arma che per secoli avevano imparato a maneggiare, la chiamarono “papetto”, per ricordare a se stessi quanto fosse stata pagata poco una indipendenza difesa con tenacia per 385 lunghi anni.

Finì così l’incredibile storia della repubblica di Cospaia. Quasi una favola che ancora oggi si racconta ai bambini del paese durante la festa che ogni anno si celebra fra le casette del borgo alla fine di giugno. Bella, come una filastrocca da tenere a mente. Forse è anche per questo che la moderna scuola elementare è stata intitolata a Gianni Rodari. Subito dopo il bel prato all’inglese, davanti all’ingresso dell’istituto, lì, proprio vicino al tricolore, sventola ancora la bandiera bianca e nera divisa da una diagonale, dell’antica e minuscola repubblica, proclamata per un errore topografico nel 1441, all’indomani della battaglia di Anghiari e dichiarata decaduta nel 1826, alla vigilia di un tempestoso Risorgimento.

Un anno dopo, a qualche centinaio di metri dal glorioso villaggio, nascerà la Buitoni, che poi diventerà Perugina. Ma questa è un’altra storia.

Federico Fioravanti

Read More

I maiali con un santo in paradiso

Cinta senese, particolare degli ‘Effetti del Buongoverno in campagna’ di Ambrogio Lorenzetti

Da animale immondo a migliore amico dell’uomo. È il percorso del maiale nel Medioevo. Poi, dal Rinascimento, si rivaluterà il cane che diventerà la bestia domestica preferita.

La strada del porco, per la verità, è stata tutta in salita. Animale impuro per antonomasia nelle antiche civiltà. Tanto che nell’Antico Testamento l’attività del guardiano dei maiali era proibita agli ebrei. Le tribù arabe, anche prima dell’Islam, si astenevano dal mangiarne la carne. E nel Nuovo Testamento, il figliol prodigo, protagonista della famosa parabola, dopo aver dilapidato il proprio patrimonio si abbrutisce agli occhi del mondo nell’umiliante lavoro di chi segue i maiali al pascolo.

Pure nel Medioevo al porco viene associata ogni tipologia di vizio. Basta dare un’occhiata ad alcuni capitelli romanici dove emerge in allegorie in cui è cavalcatura del peccato e compagno di perdizione. Fu anche usato come attribuito dell’antigiudaismo. Michel Pastoureau, uno dei più autorevoli esperti mondiali di colori e animali, nel suo “Il maiale, storia di un cugino poco amato” (Ponte alle Grazie, 2014) ricorda la Judensau, l’immagine nata in alcune zone d’Europa fra il XII e il XIII secolo, in un momento in cui la cristianità “tende a ripiegarsi su se stessa o a chiudersi alle culture vicine”: rappresenta alcuni ebrei, spesso dei bambini, che poppano da una scrofa e ne ingeriscono gli escrementi. Il quadro denigratorio fu dipinto, scolpito, inciso e poi anche stampato. E riemerse con virulenza nel XX secolo con la tragedia del nazismo.

Ma per i cristiani esiste anche un maiale buono. Il più famoso è quello raffigurato in mille e più immagini insieme a Sant’Antonio, considerato il padre del monachesimo e di quel “pregare e lavorare” che ispirò la regola di San Benedetto.

Sant’Antonio Abate nel Libro d’Ore di Catherine de Cleves, (ca. 1440), The Morgan Library Museum

Figlio di una nobile famiglia egiziana, il futuro santo nacque nel 255 dopo Cristo. Quando i suoi genitori morirono, vendette tutti i suoi beni per ritirarsi nel deserto, Nell’aspra vita eremitica affronto più volte e respinse le tentazioni del demonio che voleva sedurlo sotto le sembianze di bellissime donne nude oppure terrorizzarlo travestito da bestia selvaggia e pericolosa. Quando poi il culto del santo si trasferì in Europa, le tentazioni del deserto si spostarono nei boschi selvaggi. E nelle immagini le bestie diventarono soprattutto due: il lupo e il cinghiale.

Dal XIII secolo il cinghiale si trasformò nel maiale. E il feroce nemico diventò un amico fedele. La sorprendente mutazione arrivò poco alla volta. E gran merito del cambiamento venne dalla fama miracolosa dell’abbazia di Saint Antoine en Viennos. Nell’edificio costruito dagli antoniani nell’accogliente valle del Rodano, i maiali trovarono il loro santo in paradiso.

Le reliquie di Sant’Antonio furono trasferite da Costantinopoli in Provenza nella seconda metà del secolo XI. Il monastero originario che le accolse era gestito dai benedettini. Ma accadde che in quella regione si diffondesse proprio in quegli anni una epidemia terribile, chiamata “fuoco sacro”: una forma acuta di epilessia che in seguito fu chiamata “fuoco di Sant’Antonio” e che nulla ha a che fare con l’infezione pruriginosa causata nei tempi moderni dal virus della varicella.

La gravissima malattia era l’ergotismo: una intossicazione prodotta dalla segale usata per il pane che si mangiava in molte zone d’Europa e che era prodotto con farine contaminate.

L’avvelenamento bloccava gli arti dei malati fino ad arrivare alla gangrena e provocava allucinazioni e impressionanti convulsioni. Gli abitanti di tutta la regione e anche di altre zone del Vecchio Continente, cominciarono ad accorrere nell’abbazia provenzale per pregare e chiedere la grazia davanti alle sacre reliquie. Antonio diventò un santo guaritore. E una compagnia di nobili laici fece nascere, in nome della misericordia, un ospedale per seguire i malati. Furono costruiti i primi alberghi per i pellegrini che accompagnavano quei poveretti. Il pellegrinaggio a Saint Antoine en Viennos diventò popolarissimo.

Così papa Bonifacio VIII d’imperio, come gli era abituale, trasformò i laici in un ordine di canonici regolari.

Il santo, nei secoli successivi, divenne il protettore da invocare per ogni genere di grave infiammazione. Oltre all’ergotismo, anche l’erpes zooster, ma anche la sifilide e poi la terribile peste. E il maiale? Diventò indispensabile per via di un balsamo che curava, in un modo che apparve miracoloso, il terribile “fuoco di Sant’Antonio”: la medicina mescolava abilmente il grasso del porco con altre sostanze. Di conseguenza, gli antoniani iniziarono ad allevare i maiali in gran quantità. Venivano nutriti da tutti per poi essere riaccompagnati all’inizio dell’inverno nei conventi per il rito sacrificale della macellazione e per la benedizione del lardo che doveva curare le orribili ferite dei malati.

Sant’Antonio Abate in un codice miniato

I porci di proprietà dell’Ordine pascolavano in libertà, come quelli di proprietà di molte famiglie, che li allevavano nei boschi e nelle campagne. Ma a differenza degli altri, i maiali di Sant’Antonio erano protetti dalla fede e dalle leggi: non si potevano prendere né uccidere. In qualche modo, diventarono degli animali sacri: per distinguerli dagli altri porci, vennero fatti girare con una campanella appesa al collo.

L’Ordine antoniano intanto cresceva: si diffuse in Europa. I monaci presto aprirono ospedali in molte città. E i maiali con il campanello, come del resto i loro fratelli meno nobili, grufolavano liberamente tra i rifiuti delle strade.

I porci fungevano da spazzini: si nutrivano dei rifiuti gettati per le vie, degli scarti delle botteghe e degli avanzi lasciati durante le fiere e i mercati. Erano gli omnivori netturbini del Medioevo. Dalla fame insaziabile, tanto da grufolare anche tra le tombe, allora spesso non protette da recinti in muratura.

Dagli inizi del Duecento fino a tutto il Trecento e anche agli inizi del Quattrocento in molte città europee si ordinò la costruzione di alte mura che proteggessero i cimiteri e impedissero ai maiali che circolavano liberamente di dissotterrare i cadaveri. Agli inizi del XIII secolo, il re di Francia Filippo II Augusto, fece edificare una corte intorno al cimitero degli Innocenti di Parigi. Lo stesso fecero i municipi di York (1243), Bruges (1337), Nancy (1385) e Norimberga (1416). Le multe ricorrenti e una infinità di leggi non fermarono gli incidenti, le denunce, i processi e le liti causate dal libero vagabondare dei porci.

Fece scalpore il 13 ottobre 1131 l’incidente di cui rimase vittima il giovanissimo principe Filippo di Francia (1116 – 1131) primogenito di re Luigi VI detto il Grosso: mentre avanzava a cavallo con il suo seguito, venne disarcionato per colpa di un maiale che attraversò la strada. L’erede al trono, che aveva solo 15 anni, morì per la fatale caduta. Suger, l’abate di Saint Denis, amico e consigliere del re Luigi VI, definì “diabolico” quel maiale domestico. Tutti i cronisti dell’epoca si associarono al commento. Con qualche ragione, visto il drammatico evento cambiò il corso della storia di Francia: il 25 ottobre, dodici giorni dopo l’incidente, con la corte ancora in lutto, papa Innocenzo II incoronò a Reims erede al trono il figlio minore del sovrano, che come il padre si chiamava Luigi. Il giovane, che era destinato alla vita ecclesiastica, non era preparato al difficile mestiere di re. Ma diventerà comunque il contestato e longevo Luigi VII (1120-1180): regnò 43 anni nei quali il trono di Francia dovette affrontare prove terribili. Il sovrano verrà ricordato soprattutto per il fallimento della seconda crociata e per il clamoroso divorzio da Eleonora d’Aquitania che poco dopo si risposò con Enrico II re d’Inghilterra. Luigi, salito al trono controvoglia per via di un porco regicida, fu anche l’ultimo sovrano francese a farsi chiamare “Re dei Franchi”.

Alla fine del XII secolo in molte città europee si intensificarono i provvedimenti contro i proprietari dei maiali che venivano lasciati vagabondare per le strade. A Parigi, solo gli Antoniani mantennero il privilegio di far pascolare liberamente i loro animali identificati dal campanellino. La cosa suscitò molte gelosie da parte degli altri ordini religiosi, anch’essi proprietari di maiali in gran quantità e da parte di molti cittadini che se infischiarono dei divieti.

Così, ancora nel XVI secolo, per le vie parigine si incontravano “maiali spazzini” un po’ ovunque. A Parigi il privilegio per gli Antoniani fu mantenuto fino alla prima metà del Cinquecento. E nella cattolica Baviera scomparve addirittura soltanto agli inizi dell’Ottocento.

Il maiale raffigurato nel Tacuinum Sanitatis

I maiali medievali non erano certo come quelli di oggi. Somigliavano molto di più ai loro antenati cinghiali con i quali del resto si accoppiavano di frequente. E avevano i canini che a differenza dei tempi moderni non venivano tagliati. Il cinghiale era il porco delle selve, silvestres (in francese sanglier). Un animale abituato a stare da solo nel folto del bosco. I porci singulares vennero quindi chiamati cinghiali. Anche i maiali venivano allevati nei boschi, allo stato brado: si muovevano molto e quindi erano abbastanza magri con zampe lunghe e sottili. Pesavano dai 40 ai 70 chili, almeno tre volte in meno di adesso. E quindi di rado venivano uccisi durante il primo anno di vita: si aspettava il secondo o terzo anno, quando pesavano un po’ di più. Il pelo dei porci medievali era più scuro, come emerge dalle miniature e dagli affreschi. Il grifo non era a tappo ma piuttosto appuntito, la testa più grande e più lunga e le setole più dritte sulla schiena. I maiali di campagna, a differenza degli omnivori “netturbini di città” venivano nutriti con le ghiande, le faggiole e i frutti del sottobosco. Quando terminava il raccolto si nutrivano anche delle stoppie dei campi coltivati che provvedevano a pulire in vista della nuova semina.

La storia del maiale, per tutto il Medioevo è comunque quella di un animale che pascola in libertà. E a partire da Carlo Magno si comincia a valutare la grandezza del bosco dal numero dei maiali che è in grado di ospitare. Quando dal XII secolo in poi le selve furono meno estese, il pascolo venne regolamentato con apposite leggi. E per evitare che il maiale distruggesse i semi e le radici delle piante e impedisse la ricrescita si pose il problema di sorvegliare gli animali.

Nacque così la professione del porcaro, che era molto considerata. Anche perché il consumo della carne di maiale era di gran lunga il più diffuso e l’animale di cui “non si butta via niente” rappresentava una preziosa riserva di cibo per l’inverno. Era indispensabile per la sopravvivenza delle famiglie. Tanto che la legislazione ne vietava anche il pignoramento perché vivere senza maiale voleva dire cadere nell’angoscia della fame e della miseria.

Il mastro porcaro (magister porcarius) era quindi paragonabile per importanza solo a un maestro artigiano. E la sua vita, secondo la legge, valeva almeno due volte e mezzo quella di un semplice agricoltore e molto più di quella di altri “gestori” di animali. Nel mondo longobardo, lo testimonia con chiarezza l’editto di Rotari del 643 dopo Cristo: “… se qualcuno avrà ucciso un porcaro altrui, paghi soldi 50, mentre per quanto riguarda uno dei sottoposti si paghino soldi 25. Per l’uccisione di un pecoraio, capraio o bovaro, si paghino soldi 20 se è il capo”. Il porcaro era il responsabile della incolumità dei maiali. Procurava loro le ghiande percuotendo con lunghe pertiche i rami delle querce. Nella gestione del branco veniva aiutato dal verro dominante al quale veniva applicata una campanella al collo. Il porcaro dormiva in un capanno nel bosco, vicino alle sue bestie.

Le mandrie di suini potevano raggiungere anche grandi dimensioni. Un esempio significativo ci arriva da un documento del X secolo: in Emilia gli abitanti della selva di Migliarina, nei pressi di Carpi, pagavano 400 maiali come decima al monastero bresciano di Santa Giulia: questo voleva dire che il totale delle bestie allevate nel bosco era di ben 4000 capi. I boschi con i maiali valevano di più: le selve, secondo la legislazione, erano divise in in silva ad incrassandum porco e in infruttuose, quando non c’erano piante di querce. Nel periodo più freddo dell’inverno gli animali venivano radunati all’interno dei porcili, nei pressi dei centri abitati.

Il santo amico dei maiali diventò per estensione il patrono anche di tutti gli animali domestici. Per questo il 17 gennaio, giorno della sua festa, sui sagrati di molte chiese si benedicono gli animali: cani, gatti, cavalli, asini. Ma anche usignoli e tartarughe. La cosa sorprese molto Goethe che nel suo “Viaggio in Italia” fu testimone del rito a Roma nel gennaio 1787. Sant’Antonio combatte il diavolo che rappresenta la malattia e la morte. Lo ricorda ancora, in molte zone del sud d’Italia la celebre filastrocca: “Sant’Antonio, sant’Antonio lu nemico de lu dimonio…”.

Le tentazioni di San’Antonio, Hieronymus Bosch, Museo del Prado

Le fiamme rievocate in tante località italiane nel giorno della festa, ricordano la lotta continua contro il demonio. I cosiddetti “focarazzi” o “ceppi” o “falò di Sant’ Antonio” avevano una funzione purificatrice e fecondatrice, come tutti i fuochi che segnavano il passaggio dall’inverno alla imminente primavera: un rito pagano cristianizzato, come accade anche a novembre con i fuochi di San Martino e a metà marzo con il falò per la festa di San Giuseppe.

Le demoniache “tentazioni di Sant’Antonio” nel deserto della Tebaide sono state raffigurate dagli artisti di ogni epoca. Viene subito in mente il meraviglioso dipinto del pittore fiammingo Hieronymus Bosch conservato nel Museo del Prado di Madrid. La figura del santo ha sempre ispirato gli artisti, da Matthias Grünewald al Pisanello, dal fiorentino Buonamico Buffalmacco al Sassetta. Fino a Lorenzetti, Jan Brueghel il Vecchio, Velázquez, Cézanne, Redon, Max Ernst e Salvador Dalí.

Per la devozione dell’uomo medievale Sant’Antonio rimase però l’eremita che camminava appoggiato al bastone a forma di T, la “tau”, lettera finale dell’alfabeto ebraico che allude alle ultime cose del mondo e al destino. Un santo capace di guarire malattie che sembravano invincibili. Annunciato da un maialino con la campanella.

Federico Fioravanti

Read More

  • Consenso al trattamento dati
error: Tutti i contenuti di questo sito web sono protetti.