Paolo Diacono, cronista dei Longobardi

Paolo Diacono, cronista dei Longobardi

Il 25 giugno 2021 cade il decennale del sito seriale Unesco “L’Italia dei Longobardi. I luoghi del potere 568-774”.

I luoghi del sito Unesco dedicato ai Longobardi

Era infatti il 25 giugno 2011 quando giunse la grande notizia dell’inclusione nella prestigiosa Lista del Patrimonio dell’Umanità dei sette complessi monumentali, distribuiti lungo l’intera penisola, candidati a rappresentare le testimonianze architettoniche, pittoriche e scultoree più significative del periodo longobardo nel nostro Paese: il Complesso episcopale del patriarca Callisto e il Tempietto longobardo di Cividale del Friuli (UD), la Chiesa di San Salvatore e il Monastero di Santa Giulia a Brescia, il Parco Archeologico di Castelseprio (VA) con la chiesetta di Santa Maria foris portas e il Monastero di Torba (sito, quest’ultimo, nel territorio comunale di Gornate Olona), la Chiesa di San Salvatore a Spoleto (PG), il Tempietto di Campello sul Clitunno (PG), il Complesso monumentale di Santa Sofia a Benevento e il Santuario di San Michele Arcangelo a Monte Sant’Angelo (FG).

Si tratta di luoghi che incarnano plasticamente la cospicua e duratura eredità lasciata dalla gens Langobardorum, che tra il 568 (anno dell’ingresso in Italia) e il 774 (anno della conquista da parte di Carlo Magno) diede vita a un regno destinato a incidere in maniera profonda e indelebile nella storia della Penisola.

Cividale del Friuli
Spoleto
Monte Sant’Angelo (FG)
Brescia
Campello sul Clitunno (PG)
Castelseprio (VA)
Benevento

Sulle tracce dei Longobardi
Italia settentrionale

Elena Percivaldi
Edizioni del Capricorno
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Per maggiori informazioni:
Scheda del libro

Di tali complesse e splendide testimonianze della civiltà longobarda – ma anche di molte altre chiese e abbazie, monasteri e necropoli, senza trascurare i musei che custodiscono i preziosi reperti della vita materiale riemersi grazie agli scavi archeologici – si è cercato di dare conto in dettaglio nel recente libro, riccamente illustrato, Sulle tracce dei Longobardi (Edizioni del Capricorno): un primo volume dedicato all’Italia settentrionale – cuore pulsante del Regno – cui seguirà prossimamente il secondo dedicato alla parte centrale e meridionale del nostro Paese, giacché nel Mezzogiorno il Ducato di Benevento, trasformatosi dopo la conquista carolingia in Principato, restò autonomo e conservò le proprie caratteristiche fino all’avvento dei Normanni nell’XI secolo.

Nell’anniversario del prestigioso riconoscimento Unesco, proviamo qui a raccontare i Longobardi dall’ottica di Paolo Diacono, autore della celebre Historia Langobardorum in sei libri che rappresenta la principale fonte su buona parte delle vicende relative al popolo al quale egli apparteneva per antica origine.


Origini cividalesi Può sembrare paradossale trattandosi di un cronista, ma Paolo Diacono non ha lasciato molte testimonianze su di sé. Incerta è persino la sua stessa data di nascita, che possiamo però dedurre da un dato oggettivo: quando nel 758 divenne precettore della giovane Adelperga, figlia dell’ultimo re Desiderio e sposa del duca Arechi II di Benevento, doveva avere almeno una ventina d’anni più di lei, il che ne collocherebbe la nascita nel 720 circa.

Per conoscere qualche dettaglio in più della sua vita occorre dunque rivolgere lo sguardo altrove, in alcune leggende raccolte nel Chronicon Salernitanum così come nell’epitaffio che pose sulla sua tomba Hildric, che fu suo allievo a Montecassino e poi abate nell’834. Da quest’ultimo apprendiamo che Paolo

dedicò la sua vita allo studio della Sacra Dottrina e in essa penetrò così profondamente da risplendere tra i dotti come il sole tra tutti gli astri, e onorare così di luce rutilante la stirpe venuta dal Nord.

In effetti, Paolo Diacono fu non solo lo storico per eccellenza del suo popolo, ma anche uno degli intelletti più brillanti della sua epoca.

La città di Cividale del Friuli, antico castrum romano

Paolo nacque a Forum Iulii, l’antica Cividale del Friuli, dall’unione tra Warnefrit, di stirpe longobarda, e Teodolinda. La sua famiglia – a dircelo è lui stesso – era giunta in Italia al seguito di re Alboino quando questi, abbandonando la Pannonia, nella primavera del 568 aveva varcato le Alpi Giulie: ad accompagnare il sovrano e le sue schiere in tal frangente c’era infatti «Leupchis, mio antenato, anch’egli della stirpe dei Longobardi».

Nel 610 i cinque figli di Leupchis, ancora fanciulli, vennero catturati durante il funesto assedio perpetrato a Cividale da parte degli Avari e finirono prigionieri in Pannonia. Quattro di loro vi sarebbero rimasti per sempre: solo uno, Lopichis, futuro bisnonno di Paolo, riuscì invece a liberarsi e a rientrare, seppur con estrema fatica, in Friuli. A raccontare l’epopea del ritorno dell’avo è lo stesso Diacono con una narrazione che ricorda assai da vicino, sia nei toni che per certi particolari, le saghe germaniche che ancora ai suoi tempi, forse, qualcuno doveva recitare a memoria.

Rilievi dell’Altare del duca Ratchis (730-740 ca., Museo di Cividale): a sinistra, Adorazione dei Magi; a destra, Maiestas Domini

Da studente a intellettuale Dell’infanzia di Paolo non sappiamo quasi nulla, tranne il fatto che studiò a dapprima a Cividale e poi a Pavia, allora capitale del regno. Da fanciullo (puerulus), ci dirà in un carme scritto in età più avanzata, apprese qualche nozione di ebraico e di greco: quest’ultimo sicuramente era utilizzato negli ambienti di corte sia regia che ducale, per quanto in forma rudimentale, per tenere i rapporti diplomatici con Costantinopoli, interlocutore costante, in pace come in guerra, della politica longobarda. Non sappiamo quanto approfondita fosse la sua conoscenza della lingua, ma probabilmente non andò oltre il livello scolastico. La sua carriera, almeno all’inizio, sembrava avviata dunque verso la professione diplomatica: doveva diventare un funzionario, non un monaco.

Le cose cambiarono con il trasferimento a Pavia: gli studi, avvenuti probabilmente nella schola attigua al monastero di San Pietro in Ciel d’Oro, unita all’influenza di re Ratchis, come lui originario di Cividale e di indole più “spirituale” che guerriera, dovettero spingerlo verso la professione religiosa. Completata dunque la formazione con la conoscenza delle opere storiografiche e scientifiche classiche, delle leggi sia romane che longobarde e con lo studio delle Sacre Scritture e degli scritti dei Padri della Chiesa, divenne diacono, titolo che da quel momento in poi non lo avrebbe più abbandonato.

L’abbazia di San Pietro al Monte a Civate (Lecco)

Il periodo di permanenza in Lombardia fu senz’altro importantissimo per la sua crescita culturale. Di certo egli ebbe modo di visitare i maggiori centri di potere presenti sul territorio: la sua descrizione del palazzo regio di Monza e dei celebri affreschi che Teodolinda vi aveva fatto realizzare oltre un secolo prima per documentare i costumi e l’abbigliamento dei Longobardi, ad esempio, è così vivida e ricca di particolari che non può non essere stata scritta da un testimone oculare. Così come, con molta probabilità, conobbe i suggestivi panorami del lago di Como e l’abbazia di San Pietro al Monte a Civate (nel Lecchese), che durante il regno di Desiderio veniva fondata e dotata di ricchi beni. Vi è chi ha suggerito che proprio in quel cenobio benedettino egli fece la prima esperienza come monaco, ma la pur suggestiva ipotesi sembrerebbe da scartare in favore, come vedremo a breve, di Montecassino.

Arechi II in una miniatura tratta dal Codex Legum Langobardorum, conservata nell’Archivio della Badia della Ss. Trinità a Cava dei Tirreni

Alla corte di Arechi II Intanto, ritiratosi definitivamente Ratchis in convento, nel 757 era salito sul trono Desiderio il quale, deciso a consolidare il proprio potere anche nell’Italia centro-meridionale, era riuscito a imporre come duca di Benevento Arechi II, cui aveva dato in sposa la propria figlia Adelperga. È probabile che proprio la fama acquisita nel frattempo da Paolo a Pavia spinsero il re a “raccomandare” il dotto diacono alla corte beneventana, dove in effetti egli si trasferì per fare da precettore alla giovane duchessa. Paolo si presentò, se così possiamo dire, con una composizione in versi sulle sette età del mondo, il Carmen a principio saeculorum, personalizzando il suo “biglietto da visita” componendo, attraverso le lettere iniziali delle dodici terzine da leggersi a mo’ di acrostico, che formavano la dedica «Adelperga pia».

Una volta stabilitosi a corte, Paolo dovette intrattenersi in colte discussioni con la duchessa, che era madre e moglie ma anche amante delle buone letture, e per lei compose la monumentale Historia Romana in sedici libri, che integrava il succinto e ormai datato Breviarium ab Urbe condita di Eutropio con le notizie provenienti da altre fonti cronologicamente più vicine, da san Gerolamo a Paolo Orosio a Jordanes. Ma fece di più.

La ricostruzione degli eventi proposta alla duchessa spinse la narrazione fino alla vigilia dell’entrata dei Longobardi in Italia, una scelta non certo casuale. Egli “sentiva” infatti che con l’invasione del 568 la storia era cambiata per sempre: l’avvento del suo popolo aveva rappresentato una cesura netta con il passato, decretando la fine di un’epoca – quella egemonizzata da Roma – e l’inaugurazione di un’era nuova, guidata proprio dalla gens alla quale sia lui che la coppia ducale cui l’opera era dedicata orgogliosamente appartenevano.

In quegli anni trascorsi sotto l’ala protettiva dei duchi di Benevento, Paolo seguì di persona la costruzione del palazzo di Arechi II a Salerno e della splendida cappella palatina annessa: per celebrare l’evento, compose infatti un carme e fu probabilmente autore anche dell’elegia (giuntaci frammentaria) poi trascritta sulle lastre di marmo che decoravano le pareti interne della cappella stessa. Il duca, del resto, non poteva non suscitare l’ammirazione di Paolo: anch’egli aveva ricevuto un’educazione letteraria ed era pertanto uno dei pochissimi principi colti della sua epoca.

Dove oggi sorge l’abbazia benedettina di Montecassino, il primo monastero venne fondato da San Benedetto nel 529. Saccheggiato dai longobardi verso il 570, fu poi riedificato dall’abate Patronace di Brescia intorno al 718

Dalla Francia a Montecassino La quiete di Paolo venne turbata, nel 774, dalla sconvolgente caduta del Regnum ad opera dei Franchi. Mentre Desiderio e la moglie Ansa prendevano la strada per la Francia come illustri prigionieri di Carlo, il Nostro, che fino all’ultimo si era proclamato fedele al suo re, dovette a quel punto vedere in Arechi II, padrone dell’ultimo lembo di Langobardia ancora indipendente, l’ultima speranza di riscatto per il suo popolo. Non sappiamo se egli partecipò a qualsiasi titolo alla congiura ordita contro Carlo dallo stesso Arechi, nel frattempo proclamatosi princeps gentis Langobardorum, nel tentativo forse di prendere il regno. Il tentativo fu effimero: nel 776 Carlo calò di nuovo in Italia ed ebbe facilmente ragione dei ribelli, capitanati dal duca del Friuli Rotgaudo, e tra i prigionieri catturati all’indomani della sconfitta c’era anche Arichis, fratello di Paolo, che venne portato Oltralpe.

E fu proprio a causa di questa sventura personale che Paolo ebbe modo di conoscere il nuovo sovrano. Nel 782, in un’accorata lettera in versi, scrisse a Carlo per chiedere la liberazione del congiunto e poi si recò di persona per supplicarlo alla sua corte: colpito dalla sua cultura, il re lo invitò a restare e gli affidò vari incarichi di prestigio. Il soggiorno franco fu molto produttivo: viaggiò spingendosi fino in Bretagna e oltre – e l’eco di questi spostamenti si sarebbe conservata nei primi capitoli della Historia Langobardorum, che descrivono le regioni settentrionali dell’Europa –, scrisse epitaffi per celebrare alcuni familiari defunti di Carlo, insegnò il latino e compose varie opere tra cui i Gesta episcoporum Mettensium per l’arcivescovo Angelramno di Metz, parente del re, mettendosi in luce di nuovo come storico.

Ma il cuore di Paolo batteva lontano dalla Francia. Durante il soggiorno beneventano egli aveva visto per la prima volta l’abbazia di Montecassino dove il suo primo mentore, il deposto Ratchis, si era ritirato per chiudere la sua vita in preghiera. Il grande cenobio, fondato da san Benedetto da Norcia nel 529 e celebre in tutta Europa per il suo ricchissimo e splendido scriptorium, era stato distrutto nel 577 proprio dalla furia dei Longobardi e riedificato, solo qualche decennio prima, dall’abate Petronace.

È molto probabile che Paolo vi fece il suo ingresso già intorno al 765, dedicandosi al miglioramento del livello della sua scuola e gettando le basi perché l’abbazia tornasse ad essere uno dei maggiori centri della cultura monastica occidentale.

Ottenuta dunque la liberazione del fratello, nel 786-87 tornò nell’amata Montecassino restando però in contatto con il re e la sua corte e portando a termine il prestigioso incarico di redigere un Homiliarium, una raccolta cioè di omelie per le varie feste dell’anno, che aveva iniziato quando si trovava ancora in Francia. Suo compito, come recita il testo del capitolare con cui l’opera sarebbe stata diffusa in tutte le chiese del regno, era «ripercorrere con attenzione gli scritti dei Padri, scegliendo dai loro estesissimi prati determinati fiori e degli intrecci tutti quelli che sono adatti in una sola corona».

Paolo Diacono, Historia Langobardorum, Royal MS 13 A XXII f002v, particolare (Londra, British Library)

Nel 787 Arechi II morì. Mentre il figlio di Desiderio, Adelchi, tentava inutilmente l’ultima riscossa dalla Calabria col supporto di Costantinopoli e della sorella Adelperga, Paolo si dedicava alla ricostruzione della biblioteca del convento seguendo il modello dettato da Cassiodoro per il Vivarium e improntato al febbrile recupero dei classici. Ma, soprattutto, iniziava la composizione dei sei libri della Historia Langobardorum, in cui intendeva ripercorrere, tra mito e storia, le vicende del suo popolo.

Nella quiete del monastero cassinense Paolo si spense, ottantenne o quasi. Il 13 aprile di un anno entro la fine dell’VIII secolo – probabilmente il 799 – il necrologio di Montecassino annota lapidario:

Obiit venerandae memoriae domnus Paulus diaconus et monacus.

Il suo corpo venne sepolto nel cenobio, di fianco alla chiesa di San Benedetto, ante capitulum. Ma la tomba, forse anche per la rovinosa distruzione patita dall’abbazia per i bombardamenti del 1944, non è mai stata trovata.

Paolo e il suo popolo Nel suo capolavoro, Paolo Diacono racconta dunque l’epopea del suo popolo dalle mitiche origini – che egli, attingendo all’Origo gentis Langobardorum, rintraccia in Scandinavia – fino a Liutprando, il rex christianissimus sotto il cui comando il regno giunse al suo massimo splendore.

Trascura volutamente di trattare la parabola finale del Regnum, conclusa dolorosamente con la conquista carolingia, l’esilio di Desiderio e il fallito tentativo di riscatto da parte di Adelchi.

Quali le ragioni di questa reticenza? Sicuramente dovette pesare il fatto che quando Paolo scrive la sua Storia, Carlo è da tempo re dei Franchi e dei Longobardi. Egli stesso, insieme ad Alcuino di York, Teodulfo d’Orléans e Pietro da Pisa, era ormai parte integrante del gruppo di intellettuali a cui era stato affidato il rinnovamento culturale che porterà alla cosiddetta “rinascenza carolingia”.

È possibile – come è stato ipotizzato – che la sua opera sia stata scritta con la funzione di “presentare” ai nuovi padroni d’Italia la stirpe che fino a quel momento l’aveva governata, nell’auspicio che potesse servire a favorire la comprensione reciproca. Ed è anche plausibile, data la diffusione che l’opera ebbe sia nell’ex Regnum sia nel ducato di Benevento, che fosse stata concepita per dare ai Longobardi una “storia nazionale” – il modello era l’Historia gentis Anglorum di Beda il Venerabile – con cui confrontarsi e su cui riflettere in un momento storico di grande cambiamento. Una cosa non esclude l’altra.

Rappresentazione di Paolo Diacono in un manoscritto altomedievale

Ma qual è l’atteggiamento espresso da Paolo nei confronti del suo popolo? Pur riconoscendo con una punta di orgoglio di appartenervi, egli non condivide più nulla dell’humus culturale che caratterizzava la gens che due secoli prima aveva varcato le Alpi. Paolo è un dotto monaco imbevuto di cultura romana e cristiana, mentre gli “invasori” erano ancora pagani – o forse ariani – e portatori di valori di stampo tribale.

La sua narrazione della storia longobarda, per quanto attendibile, non può ovviamente non risentire in ogni passo della sua formazione culturale: egli di conseguenza interpreta e giudica vicende e usanze alla luce della sua esperienza e della sua personale visione del mondo. Ne abbiamo chiara prova quando riporta ad esempio costumi – la sepoltura alle pertiche, di stampo pagano, o il rituale di investitura del re tramite la lancia sacra,
evidente reminiscenza odinica – considerati caratterizzanti ma ormai superati, oppure quando riprende la nota saga sulle origini del nome – il celebre episodio di Godan e delle “lunghe barbe” – bollandola senza mezzi termini come «ridicula fabula», favola ridicola, in quanto imbevuta di credenze pagane da lui ritenute romanzesche e fallaci.

La storia dei Longobardi tratteggiata da Paolo è però la storia di un popolo dinamico e improntato al cambiamento: la stirpe barbarica e feroce delle origini, spinta dalla necessità alla migrazione, ha saputo modificare progressivamente le proprie tradizioni culturali per avvicinarsi a quelle dei vinti, operando in Italia una sintesi virtuosa tra le due e giocando un ruolo cruciale nelle vicende della penisola. Dimostrando così che i Longobardi, parafrasando il titolo della più recente mostra a loro dedicata, sono stati davvero «un popolo che ha cambiato la Storia».

Per questo, così come per lo stile chiaro e il bel latino e soprattutto per l’equilibrio della narrazione e del giudizio, l’Historia Langobardorum di Paolo ha conosciuto nei secoli un enorme successo, trasformando le vicende di una gens barbarica in un «documento straordinario di civiltà e cultura» in grado di resistere al trascorrere del tempo.

Elena Percivaldi

Il testo, salvo la premessa, si basa sul relativo capitolo del libro
I Longobardi
Un popolo alle radici della nostra Storia

Elena Percivaldi
Diarkos editori
Per maggiori informazioni: scheda del libro
Nella cinquina dei finalisti del Premio Italia Medievale 2021. © dell’autrice e dell’Editore
RIPRODUZIONE VIETATA

L’avventurosa storia della stretta di mano

L’avventurosa storia della stretta di mano

Quando torneremo a stringerci la mano? Massimo Arcangeli, professore ordinario di Linguistica italiana presso la Facoltà di Lingue e Letterature straniere dell’Università di Cagliari, nel libro L’avventurosa storia della stretta di mano: Dalla Mesopotamia al Covid 19 (Castelvecchi, 2020), ha ripercorso le mille storie e gli infiniti significati simbolici che si nascondono dietro un gesto tanto antico quanto familiare. Pubblichiamo un estratto del volume dedicato agli accordi prenuziali nell’Italia medievale.


Per il francese (poignée de main), lo spagnolo (apretón, o estrechón, demanos) o il portoghese (aperto de mão), come per l’italiano, dare la mano è esercitare una pressione, un’azione bloccante (una stretta o una presa). In inglese la stretta di mano è una scossa, una scrollata, uno scuotimento (handshake; cfr. to shake ‘scuotere’, ‘agitare’), come in tedesco: Hände-schütteln (schütteln ‘agitare’) e Handschlag (schlag ‘scossa’).

Entrambe queste lingue, fra i nomi dell’atto, prevedono però anche l’opzione romanza: inglese handclasp (cfr. clasp ‘stretta’ o ‘fibbia, fermaglio’) e tedesco Händedruck (cfr. druck ‘pressione’, drücken ‘premere’).

In una miniatura della seconda metà del sec. XII si danno la mano Enrico II d’Inghilterra e Tommaso Becket. Il modo in cui compiono il gesto non ha nulla da spartire con una scossa o uno scossone, e neanche con una vigorosa, energica o solida presa. Il re pone con augusta delicatezza la sua mano destra sul dorso della destra che gli ha porto gentilmente l’arcivescovo, in segno di ritrovata – e sia pur provvisoria – pace.
I due, più che una stretta, mimano un toccamento.

La riconciliazione tra Thomas Becket ed Enrico II in una miniatura del 1170

Anche l’italiano ha “alleggerito” in passato l’atto in un toccamano, una presa – talvolta, controintuitivamente, molto forte – dove facilmente rispuntano il patto da osservare, l’impegno preso, la risoluzione di una trattativa fra le parti o le singole persone. Il toccamano può accompagnare la promessa di nozze in carico ai due capifamiglia, o alle loro possibili alternative (fidanzati compresi), oppure suggellare un’intesa fra sodali (amici, colleghi, alleati, ecc.), un accordo contrattuale fra un lavoratore e il suo datore di lavoro, il felice esito di un negozio fra un commerciante e un avventore (o fra due mercanti, o due soci in affari). Nel primo caso toccamano sta per impalmamento, negli altri per palmata.

Tra un patto prematrimoniale e una transazione commerciale sussiste ben più di una generica parentela di senso. Se nel repertorio folkloristico francese “toccarsi la mano come per concludere un affare” è una diffusa dichiarazione d’amore, anche gli accordi prenuziali dell’Italia medievale, al pari degli sponsali dell’antica Roma, consistevano in poco più di una questione d’affari tra le famiglie interessate, sebbene lo sposalizio legittimo (matrimonium iustum), già a partire dal IV secolo, richiedesse il consenso dei due sposi – dalla parte ecclesiastica – a convolare a nozze; nel toscano del Trecento, per riferirsi all’incontro col toccamano dopo gli iniziali abboccamenti, alla presenza di testimoni arruolati fra parenti o amici, circolava l’espressione fermare (in alternativa: conchiudere) il parentado: attestata in novellieri (Franco Sacchetti, Giovanni Sercambi), diaristi (Guido Monaldi) e cronachisti (Matteo Villani) di quel secolo, e ben documentata fino al tardo Ottocento, era sorella di fermare la compagnia, per significare la nascita di un’impresa.

I familiari degli sposi, per chiudere la trattativa, potevano rivolgersi a intermediari (o intermediarie) più o meno specializzati (sensali) denominati, lungo i secoli, coi nomi più disparati, fra italiani e dialettali, adattati dai classici o creati ex novo: paraninfo, pronubo, prosseneta; mezzano o ruffiano, turcimanno o cozzone (in origine il sensale di buoi, cavalli, schiavi o servitorie altro); “baccelliere” (bacialé) in Piemonte e missete (dal greco μεσίτης, giunto al friuliano attraverso la mediazione veneziana) in Friuli; “sensano” in varie parlate – abr. senžanə, nap. zanzàano, tar. zanzano, ecc. – e “factotum” (faccatotu) in calabrese, dov’è anche sinonimo di faccendiere, mestatore, intrigante; “cane” (can) o “domandatore” (dmandadur) nel bolognese, oltre a mandoćć (vicino a “mandatario”); “congiungi ombelichi” (’ncucchia viddichi) nel siciliano del Verga, a traduzione del titolo di una commedia di Luigi Capuana (Lu paraninfu, 1914) oppure “toccalosso” nel forlivese primo-ottocentesco (1811) di Sogliano al Rubicone.

Massimo Arcangeli

Massimo Arcangeli
L’avventurosa storia della stretta di mano
Dalla Mesopotamia al Covid 19

Castelvecchi, 2020

Il Grifo e il Leone. Genova e Venezia in lotta per il Mediterraneo

Il Grifo e il Leone. Genova e Venezia in lotta per il Mediterraneo

Mi sento turbato, illustre doge, profondamente turbato e, se ne vuoi sapere l’esatta ragione, ti dirò che ciò che temo sono le tempeste che ci fremono intorno e i sommovimenti che dovunque vediamo; ma per tralasciare i lamenti su tutto il genere umano, o italiano, io piango le cose italiane.

Chome nacque discordia tra Genova e Vinegia. Miniatura tratta dal codice lucchese delle Croniche di Giovanni Sercambi (1348-1424)

Corrono ora alle armi due potentissimi popoli, due fiorentissime città; per dirla in breve, due astri d’Italia, che molto opportunamente, a mio parere, madre natura ha collocato da una parte e dall’altra ai limiti della terra d’Ausonia, in modo che, stando voi a settentrione e a oriente ed essi a mezzogiorno e a occidente, e controllando voi l’Adriatico e loro il Tirreno, il mondo quadripartito riconoscesse che, pur dopo l’indebolimento e il declino dell’impero di Roma (per non dire la sua prostrazione e la sua morte), l’Italia è ancora regina. E se l’arroganza di alcuni popoli vuole pur mettere in discussione questa sua sovranità sulla terra, certo non ci sarà alcuno tanto impudente da volerla negare sul mare.

Ma se ora – cosa che non vorrei né vedere né presagire – rivolgete contro voi stessi le armi vittoriose, è inevitabile che periremo per i colpi delle nostre stesse mani e che, spogliati di nuovo dalle nostre stesse mani, perderemo la gloria e il dominio del mare conquistato con tante fatiche pur senza perdere quel conforto che già altra volta avemmo nelle nostre sventure: che i nostri nemici poterono sì godere delle nostre disgrazie, non vantarsene.

Andrea Dandolo, opera di Lorenzo Moretti Larese del 1861. Il busto fa parte del Panteon Veneto, conservato presso Palazzo Loredan

Con queste parole – date a Padova il 18 marzo del 1351 –, Francesco Petrarca invitava il doge veneziano, Andrea Dandolo, eletto al sesto scrutinio il 4 gennaio del 1343 – appassionato cultore di memorie patrie, raccolte in una Chronica brevis, oltre che nella celebre Chronica per extensum descripta, interrotta due anni prima della morte, avvenuta nel 1354 –, a porre termine al conflitto che, da circa un anno, vedeva Genova e Venezia nuovamente impegnate in una lotta senza quartiere.

Il poeta – che agiva a titolo personale, ma che, di lì a poco, si sarebbe fattivamente adoperato in favore della pace per conto del signore di Milano, l’arcivescovo Giovanni Visconti – toccava corde inusuali:

Nessuno, vi prego, possa trarvi in inganno: voi intraprendete una guerra contro un popolo fortissimo e invitto e, cosa che dico con maggior amarezza, italiano. Potessero essere vostre nemiche le città di Damasco o di Susa, di Menfi o di Smirne, e non quella di Genova! Magari combatteste contro i Persiani o gli Arabi, contro i Traci o gli Illiri!
Che fate ora voi? Se qualche rispetto è ancora per il nome latino, coloro che volete distruggere vi sono fratelli, e ahimè, non soltanto a Tebe ma in Italia si armano l’una contro l’altra schiere fraterne, dolente spettacolo per gli amici, grato ai nemici. E qual fine alla guerra se, siate vincitori o vinti (incerto è il gioco della fortuna), sarà inevitabile che una delle due luci d’Italia dovrà spegnersi e l’altra oscurarsi? Sperare di conseguire una vittoria incruenta contro tanto nemico, vedi se sia segno di generosa fiducia o di assurda pazzia.

L’aulico periodare dell’aretino coglieva la sostanza del problema mediterraneo. La rivalità tra i due «astri d’Italia» era radicata. Le sue ragioni poggiavano tanto nella geografia, quanto nelle scelte dei rispettivi abitanti. Collocate «ai limiti della terra d’Ausonia», a capo del Tirreno, l’una, dell’Adriatico, l’altra, Genova e Venezia erano andate affermandosi quali potenze marittime di grande rilievo, acquisendo un ruolo strategico nelle relazioni tra Oriente e Occidente, da un lato, tra Mezzogiorno e Settentrione, dall’altro.

Il leone di san Marco (foto: Nino Barbieri)

Era stata la crescente concorrenza commerciale sviluppatasi nel Mediterraneo – e, in particolare, nel Mediterraneo orientale, a seguito della conquista veneziana di Costantinopoli, nel 1204 – a dare abbrivio al confronto. In gioco v’era la sopravvivenza d’un sistema cui nessuna delle due intendeva rinunciare.

Sia l’una, sia l’altra avevano trovato nel mare il mezzo principale per accrescere le proprie fortune. A ciò si aggiungeva l’ombra dell’ideologia, tesa a preservare quell’honor civitatis di cui si sostanziava buona parte del discorso politico del tempo, che si esplicava nella denigrazione dell’avversario e nell’affermazione di un’identità mercantile e guerriera al tempo stesso.

Tale rivalità metteva in discussione l’unica priorità che, agli occhi del poeta, spettava alla penisola: il «dominio del mare». Non è un caso se, il 22 maggio successivo, nel rispondere al poeta, Andrea Dandolo, tralasciando di soffermarsi sulle motivazioni del conflitto, si piccava di sottolineare la pericolosità della rivale, vera nemica della pace, giustificando la guerra quale unico rimedio per ripristinare la concordia perduta:

Quanto hanno abusato della nostra sopportazione? Per quanto tempo ci ha molestato la loro rabbia? E la loro audacia senza freni si è scatenata inutilmente. e magari avessero contaminato solo ai nostri tempi quel buon nome italiano che abbastanza spesso voi piangete come al tramonto, ma quanto la loro doppiezza abbia ottenebrato il diadema di colei che chiamate regina, è lamento vecchio.
Si sono resi ostile il mare, nemiche le singole nazioni, sono odiosi al mondo; quanto ai loro costumi ne accolgo una minima parte perché non può accordarsi con altri chi non sa con se stesso. Si dica che ciò che diciamo non è vero, e noi proveremo che non si può negarlo; e chi ciò conosca noi non riteniamo così disonesto, così temerario o così folle da non riconoscere che noi abbiamo agito a nostro buon diritto.
Molte cose si potrebbero dire, ma le tralasciamo per porre fine alla lettera. Abbiamo intrapreso una guerra solo per ottenere una pace onorevole per la patria, che ci è più cara della vita, e per mostrare che, se veniamo disprezzati, sappiamo comportarci in modo abbastanza duro e violento. Avremo costretto alla pace e alla rassegnazione un nemico che ora, nonostante sia quasi liquidato, ancora resiste e tergiversa. Non abbiamo scrupolo alcuno a muovere guerra contro chi non sa minimamente sopportare la pace.

L’attuale stemma della città di Genova

Lo scontro tra Genova e Venezia non faceva che destabilizzare ulteriormente una penisola attraversata da lotte civili, dilaniata dalla peste nera, preda d’enormi contrasti.

Agli occhi dell’aretino, tale situazione poteva risolversi solamente mutando mentalità: sostenendo quel tentativo d’egemonia sull’Italia centro-settentrionale espresso dai milanesi Visconti; i quali, peraltro, nell’ottobre del 1353 avrebbero effettivamente ottenuto la signoria di Genova e, con essa, l’onere di sostenere le ultime fasi del conflitto sino alla sua naturale conclusione.

Operazione, questa, quanto mai necessaria, a fronte del rinnovato dinamismo della corona catalano-aragonese, installatasi nel Meridione insulare, desiderosa d’allargarsi sul continente, cui solo la politica unificatrice viscontea avrebbe potuto rispondere con efficacia. Il bene d’Italia – afferma Petrarca – era da preferire; soprattutto, bisognava evitare che la penisola diventasse preda dei «barbari»:

Riflettete voi, uomini magnanimi e potentissimi popoli – ciò che infatti dico all’uno intendo dirlo ad ambedue e se rivolgo a te questo mio scritto è per la rispettosa familiarità che ho conto il valore e per la vicinanza dei luoghi; riflettete voi, dico, dove spingete l’animo vostro, quale sia il prezzo dell’ira, quale il limite dell’odio; riflettete sulla vostra salvezza e, dato che in gran parte dipende da voi, su quella di tutti; e non dimenticate che se la furia di questa guerra imminente non verrà smorzata da una fonte di pietà, dalle ferite che si preparano non sgorgherà sangue numantino o cartaginese ma italiano; il sangue di coloro che, se qualche schiera barbarica – come pure talvolta ha osato anche se mai impunemente – dovesse irrompere nei nostri territori, sarebbero i primi a prendere con voi le armi per la difesa delle sorti comuni, a esporre con voi il loro petto alle armi nemiche e alla morte, che voi stessi proteggeste coi vostri scudi e i vostri corpi, esattamente come loro farebbero con voi, loro che con voi inseguirebbero il nemico in fuga dopo aver vinto la sua flotta e che con voi vivrebbero, morirebbero, combatterebbero, trionferebbero.

Andrea del Castagno, Francesco Petrarca, particolare del Ciclo degli uomini e donne illustri (affresco, 1450, Galleria degli Uffizi, Firenze)

Il poeta, dunque, proponeva al doge veneziano qualcosa d’improbabile: l’alleanza con la rivale, con lo scopo di contrastare la crescente talassocrazia catalano-aragonese. I due «astri d’Italia» avrebbero dovuto impegnarsi per riaffermare il dominio del mare – l’«imperium maris» –, spingendosi sino ai confini della terra, là dove finiscono le mappe:

Di una cosa sola porgo supplica prostrato in pianto davanti ai signori di due popoli: gettate le armi funeste, datevi le destre, scambiatevi il bacio della pace, congiungete gli animi agli animi, le insegne alle insegne.
Alle vostre navi saranno così aperto gli oceani e le porte del mare Eusino, e i popoli e i re vi verranno incontro pieni di ammirazione; vi temeranno gli Sciti, i britanni e gli Africani; sicuri i vostri marinai navigheranno senza paura verso le spiagge dell’Egitto, della Fenicia e dell’Armenia, verso i porti un tempo temuti della Cilicia, verso Rodi un giorno signora del mare, verso i monti della Sicilia e i monti del suo mare, verso le Baleari tristemente note per le antiche e nuove piraterie e infine verso le Isole Fortunate e le Orcadi, e verso Tule, isola famosa ma sconosciuta, e verso tutte le plaghe australi ed iperboree. Solo che non temiate reciproche offese, non dovrete temere di nessun altro.

Con ciò, gli appelli petrarcheschi non tenevano conto della realtà d’una rivalità plurisecolare, incancrenitasi nell’ambito di grandi scontri marittimi, nelle diuturne azioni di corsa, nelle lunghe prigionie, nelle molteplici richieste di risarcimento inevase.

Il conflitto tra le due città, in atto da tempo, non era più riconducibile esclusivamente al topos della rivalità mercantile, che n’era stato, comunque, motore primario. Cresciute in potenza sui mari, tese ad affermare la propria egemonia sulle principali rotte di commercio, le Genova e Venezia erano andate ricorrendo a ogni mezzo, lecito o illecito, pur di sopravanzare l’avversario e dimostrare al mondo la propria superiorità.

In gioco v’era sì la supremazia sulle rotte di commercio; e, dunque, il mantenimento d’un benessere diffuso, garantito dalla frequentazione dei principali mercati mediterranei e pontici: quei mercati raffigurati verosimilmente nel celebre mapamundus dipinto nel Trecento nella loggia di Rialto, le rotte per raggiungere i quali erano contemporaneamente tracciate su carta da Giovanni di Carignano e Pietro Vesconte, cartografi genovesi.

Non bisogna sottovalutare, a ogni modo, il desiderio di costruire e affermare la propria identità nel confronto con l’avversario: un’identità prettamente bellica, capace di trasporre in un ambiente marittimo gl’ideali di forza e possanza propri, sulla terraferma, dell’uomo a cavallo.

Antonio Musarra

Antonio Musarra

Il grifo e il leone. Genova e Venezia in lotta per il Mediterraneo

Laterza, 2020

La condanna dei Tre Capitoli

La condanna dei Tre Capitoli

L’imperatore bizantino Giustiniano (482-565) dirigeva la vita della Chiesa come quella dello Stato. Nessun altro imperatore, né prima né dopo di lui, ebbe un così forte potere di controllo sui papi e i patriarchi.

Giustiniano raffigurato in un mosaico di San Vitale a Ravenna

Giustiniano decideva sulle questioni dogmatiche e anche su quelle liturgiche. Dirigeva concili. Scriveva di suo pugno opere teologiche e anche inni religiosi. Interveniva di persona per ogni singola questione ecclesiastica.

Il 5 maggio 553 convocò a Costantinopoli il V concilio ecumenico. L’obiettivo dell’imperatore era quello di portare a una posizione comune la Chiesa d’Oriente e quella di Occidente nella condanna del monofisismo (dal greco μονος, monos, “solo, unico” e ϕύσις, phýsis, “natura”).

L’eresia, sostenuta dal monaco Eutiche (378- 454) riconosceva a Cristo la sola natura divina e ne cancellava quella umana.

Giustiniano cercava un compromesso con i monofisiti, presenti in Siria e in Egitto. Allo stesso tempo, la nuova politica imperiale di conquiste in Occidente imponeva un accordo con la Chiesa di Roma. La posizione antimonofisita dei papi alimentava l’ostilità delle forze separatiste copte e siriane verso il potere centrale di Costantinopoli. Giustiniano cercò in ogni modo di uscire da questo problema.

Il concilio ecumenico del 553 condannò come infetti di eresia i cosiddetti Tre Capitoli (τρίακεϕάλαια). Erano le proposizioni teologiche contenute negli scritti dei vescovi Teodoro di Mopsuestia, Teodoreto di Ciro e di Iba di Edessa. Questi religiosi erano favorevoli al nestorianesimo, la dottrina di Nestorio, il patriarca di Costantinopoli morto nel 451, già condannata, più di cento anni prima, nel Concilio di Efeso (431).

Nestorio raffigurato in un’opera di Romeyn de Hooghe del 1688

Nestorio sosteneva l’esistenza, in Gesù Cristo, oltre che di due nature (divina e umana), anche di due persone. Ma enfatizzava la natura umana di Gesù rispetto a quella divina.

Con la condanna dei cosiddetti Tre Capitoli, Giustiniano puntava al ritorno ritorno dei monofisiti all’unità della fede. Cercò di soddisfare sia l’Oriente che l’Occidente. Ma finì con il non accontentare nessuno. Le dispute dottrinali non cessarono. Con mille esitazioni, i patriarchi orientali approvarono l’editto imperiale ma a condizione che anche il papa fosse d’accordo.

Gran parte dei vescovi d’Occidente si oppose però in modo anche violento ai decreti del concilio. Certo non per la condanna in sé del nestorianesimo. Ma per un’altra, importante ragione: appena due anni prima, nel Concilio di Calcedonia del 451, gli scritti di Teodoreto e Ibas erano stati riconosciuti come ortodossi. Molti vescovi videro quindi le conclusioni del V concilio ecumenico di Costantinopoli e gli anatemi voluti da Giustiniano come un vero e proprio attentato al sinodo precedente.

Le contestazioni furono durissime. I vescovi africani arrivarono a scomunicare papa Vigilio, che pure era stato deportato a Costantinopoli e costretto con la forza a sottoscrivere i decreti del concilio.

Anche dopo la solenne condanna dei Tre Capitoli da parte del concilio, i vescovi dell’Africa, dell’Illirico e della Dalmazia fecero resistenza. In Italia settentrionale si arrivò anche a uno scisma che divise la Chiesa d’Occidente per circa un secolo e mezzo: fu riassorbito a fatica, con la sola eccezione della provincia di Aquileia, che si riunì alla Chiesa di Roma soltanto nel 698, all’epoca di papa Sergio.

Il V concilio ecumenico di Costantinopoli estirpò il nestorianesimo in modo definitivo in Occidente. I nestoriani trovarono rifugio nell’impero persiano. Le Chiese nestoriane ebbero grande diffusione in Oriente e confluirono in parte nella Chiesa caldea. Tracce del nestorianesimo rimangono ancora oggi in India e in Iraq.

I decreti del Concilio di Costantinopoli del 553 sono validi ancora oggi per la Chiesa cattolica e per la Chiesa ortodossa. Ma anche per i vetero cattolici e i luterani.

Professano ancora il monofisismo tre grandi Chiese che risalgono al VI secolo: quella egiziana o copta, la Chiesa siriaca giacobita e la Chiesa armena.

Virginia Valente

Da leggere:
Georges Tate, Giustiniano – Salerno Editrice, 2006.
Giorgio Ravegnani, L’età di Giustiniano, Carocci editore, 2019.
Cyril Mango, La civiltà bizantina, Laterza 2019.
Georg Ostrogorsky, Storia dell’impero bizantino, Einaudi, 1993
Silvia Ronchey, Lo Stato bizantino, Einaudi, 2002.
Steven Runciman, La civiltà bizantina, Ghibli, 2014.
Charles Diehl, La civiltà bizantina, Garzanti, 1962.
Gerhard Herm, I bizantini, Garzanti, 1997.

Longobardi, padri dimenticati dell’Italia

Longobardi, padri dimenticati dell’Italia

Si parla tanto d’identità, da noi in Italia. Ma, a riprova della cinica strumentalizzazione attuale di molti temi storici e del provincialismo, dell’ignoranza sulla quale certe attuali “riappropriazioni identitarie” sono fondate, si chiamano in causa i Latini, gli Etruschi, i Greci, soprattutto – com’è noto: e anche troppo… – i Celti (scimmiottando irlandesi e francesi): mentre del popolo che forse più d’ogni altro, dopo gli Etrusco-Romani (e, in Sicilia, gli Arabo-Berberi), ha segnato di sé le tradizioni e i linguaggi della penisola, i Longobardi, non si parla quasi mai.

Il Cavaliere della lastrina dello Scudo di Stabio (sec. VII, Berna, Historisches Museum)

E sì che i “lùmbard”, così fieri delle loro vere o supposte origini celtiche, dei Longobardi portano ancora il nome; e che al di là del mondo padano anche l’Italia centrale (specie la Toscana e l’Umbria) e meridionale (Campania, Puglia, Basilicata) è ricchissima di memorie longobarde.
Ma sui poveri Longobardi è calata più volte la mannaia dell’oblio o della damnatio memoriae.

Le tappe principali della migrazione dei Longobardi

Cominciarono i Franchi, che dopo essere stati più volte con essi alleati, invasero l’area centrosettentrionale della penisola italica nel tardo VIII secolo: e, anche se il loro re Carlo si dichiarò rex Francorum et Langobardorum e recuperò gran parte della loro aristocrazia, fecero di fatto in modo che il loro ricordo restasse per sempre offuscato dall’ombra della violenza, della barbarie, della superstizione pagana. Eppure i Longobardi non erano e non erano mai stati peggiori di loro: anzi, si può semmai sostenere il contrario.

Del resto fu un monaco e cronista dell’VIII secolo, longobardo sì, ma “collaborazionista”, Paolo Diacono, a fornire del suo stesso popolo un’immagine barbara e feroce, che si sarebbe redenta solo da quando, a partire dal VII secolo, anch’esso fece quel che i Franchi avevano fatto già più o meno da due secoli prima (e che sarebbe stato del resto alla base della loro fortuna storica): abbracciare il cristianesimo nella forma liturgica, teologica e disciplinare proposta dal vescovo di Roma.

Sul piano linguistico e antropologico, quel che si può dire con una certa sicurezza è che i Longobardi appartenevano al gruppo delle popolazioni indoeuropee detto dei “Germani dell’Elba” e che avevano subìto, tra V e VI secolo, l’influenza determinante dei Goti e degli Unni (i quali ultimi erano tuttavia, non indoeuropei).

Mappa dell’Italia bizantina e longobarda tra il 568 e il 774

La loro migrazione verso l’Italia era durata quasi due secoli, nel corso dei quali la fiera gente nordica era venuta in contatto con popoli e culture differenti che non mancarono di lasciar tracce non solo nella civiltà longobarda, ma anche nella sua stessa composizione etnica: è bene ricordare, infatti, che al momento di scendere in Italia il popolo longobardo era composto – oltre che di Germani del nord – di Gepidi, di Germani orientali e persino di Sarmati, popolazione di stirpe iranica.
Molte testimonianze concorrono nel darci un’immagine dell’assetto socio-culturale dei Longobardi che li pone quale perfetto esempio di sincresi tra la civilizzazione dei Germani nordoccidentali e quella degli orientali o addirittura dei nomadi delle steppe.
Per parlare dell’organizzazione sociale dei Longobardi è opportuno partire dai rapporti che durante la lunga e stabile permanenza presso le foci dell’Elba li avevano collegati ai Germani più occidentali, quali Sassoni e Frisoni. Vivendo a stretto contatto con i Celti, i Germani occidentali ne avevano acquisito la rigida suddivisione in caste, difficilmente riscontrabile fra le altre popolazioni germaniche. L’organizzazione sociale e il diritto longobardi avevano molto in comune con quelli dei Sassoni, ma con una spiccata sottolineatura della funzione guerriera: dalle necropoli dell’Elba risulta che i guerrieri erano tumulati con il loro equipaggiamento in tombe appartate rispetto al resto della popolazione. Di fronte al nucleo di coloro che erano degni di portare le armi stava il ceto degli aldii, vicini alla condizione degli schiavi.

Maiestas Domini, rilievo dell’Altare del duca del Friuli Ratchis (ca. 737-744, Museo di Cividale)

Quando, tra 568 e 569, i Longobardi, al seguito del leggendario re Alboino , attraverso le Alpi nordorientali arrivarono in Italia, erano in parte ancora pagani ma ormai largamente convertiti al cristianesimo “ariano”.
Se altre “invasioni barbariche” in territorio già imperiale romano furono piuttosto “migrazioni di popoli”, caratterizzate da una sostanziale assenza di violenza, quella longobarda fu una vera e propria invasione, con eccidi ed espropri territoriali.
Ma la prossimità con quel che ancora restava (moltissimo) delle tradizioni e delle istituzioni romane e la tenacia del substrato latino li conquistarono: a metà del VII secolo, il re Rotari emanò il suo celebre Editto, modello d’una legislazione “barbarica” finalmente posta per iscritto e redatta in lingua latina. Ai Longobardi si deve e anche un rigoroso inquadramento territoriale della penisola, distinta in “ducati” che avevano ciascuno a capo una città – sede anche di diocesi – e dotata d’una buona amministrazione regia.

Alessandro Manzoni ci ha lasciato nell’Adelchi un quadro commosso della fine del regno longobardo e di questo popolo di fieri conquistatori alla fine piegato da un altro, più forte e crudele, e a sua volta quasi costretto a fondersi con i vinti.

Ma da queste complesse e sovente dure forme di acculturazione emerse, nell’Alto Medioevo, la nazione-mosaico della nostra Italia, celto-etrusco-romano germanica a nord e greco-latino-araba a sud.
La nostra diversità, la nostra differenza, la nostra ricchezza.

Franco Cardini
(articolo pubblicato su Avvenire il 24 settembre 2007)

Fonti:
Paolo Diacono, Storia dei longobardi. Testo latino a fronte (Rizzoli 1991)
Georg Waitz (a cura di) Historia Langobardorum (in Monumenta Germaniae Historica, Hannover, 1878).

Da leggere:
Girolamo Arnaldi, L’Italia e i suoi invasori (Laterza, 2002).
Claudio Azzara, L’Italia dei barbari (il Mulino, 2002).
Claudio Azzara, Le invasioni barbariche (il Mulino, 2012).
Claudio Azzara, I Longobardi (il Mulino, 2015);
Claudio Azzara, Andare per l’Italia longobarda (il Mulino, 2018).
Gian Piero Bognetti, L’età longobarda (Giuffrè editore, 4 volumi,1967).
Paolo Delogu, Longobardi e Bizantini, in Storia d’Italia diretta da Giuseppe Galasso (Utet, 1980).
Stefano Gasparri, I duchi longobardi (Istituto Storico Italiano per il Medioevo, 1978).
Stefano Gasparri, La cultura tradizionale dei Longobardi. Struttura tribale e resistenze pagane (Cisam, 1983).
Stefano Gasparri, I Longobardi, alle origini del Medioevo italiano (Giunti, 1990).
Stefano Gasparri, Italia longobarda. Il regno, i Franchi, il papato (Laterza, 2012).
Stefano Gasparri – Cristina La Rocca, Tempi barbarici. L’Europa occidentale tra Antichità e Medioevo: 300-900 (Carocci, 2017).
Stefano Gasparri, Voci dai secoli oscuri. Un percorso nelle fonti dell’Alto Medioevo (Carocci, 2018).
Walter Pohl, Le origini etniche dell’Europa. Barbari e Romani tra antichità e Medioevo (Roma, 2000).
Gabriele Archetti (a cura di) I Longobardi all’alba dell’Europa (Centro studi longobardi – Cisam, 2013)
Gabriele Archetti (a cura di) Desiderio. Il progetto politico dell’ultimo re longobardo (Centro studi longobardi – Cisam, 2015)
Gian Piero Brogiolo – Federico Marazzi – Caterina Giostra (a cura di) Longobardi. Un popolo che cambia la storia (Skira, 2017).

Ragusa, città della prima quarantena

Ragusa, città della prima quarantena

Quarantena. La prima, storica decisione di isolare un gruppo di persone per provare a debellare una malattia infettiva, venne presa il 27 luglio 1377 nella città dalmata di Ragusa, l’attuale Dubrovnik. Il nemico da combattere era la Peste Nera, la spaventosa epidemia che dal 1347 in più riprese sterminò oltre 30 milioni di persone, circa un terzo della popolazione europea.

Ragusa medievale in una rappresentazione di Konrad Von Grünenberg, un cavaliere tedesco del sec. XV che scrisse un diario illustrato del suo pellegrinaggio verso la Terra Santa

Un isolamento letterale: a Ragusa i malati vennero confinati per un periodo di almeno quattro settimane su scogli disabitati, lontani dalla città. Questo mese di separazione forzata, all’inizio veniva chiamato “trentino”. Ma nel Quattrocento, a Venezia, fu allungato a quaranta giorni. E il nuovo tempo della contumacia nel dialetto veneto diventò quarantena, ad indicare i quaranta giorni del tempo massimo utile per superare la fase acuta di ogni malattia, senza ulteriore possibilità di contagio.

Il lazzaretto, luogo destinato per eccellenza ai malati contagiosi, nacque nel 1423 quando gli equipaggi delle navi che provenivano dalle zone infette furono costretti dai veneziani a una sosta obbligata nell’isola di Santa Maria di Nazareth. Quel luogo, chiamato nazaretto, per assonanza con il nome di Lazzaro, risuscitato da Gesù dal sepolcro, diventò lazzaretto. La segregazione forzata servì a limitare il contagio. Anche se soltanto nel 1464, di fronte al ritorno della peste, Pisa seguì l’esempio veneziano, insieme a Firenze (1479) e Milano (1489).

Paolo Uccello, Diluvio e recessione delle acque (particolare), Santa Maria Novella, Firenze

IL NUMERO DI NUOVA VITA Perché proprio quaranta giorni? Già Ippocrate, il medico greco fondatore della medicina scientifica, credeva che fosse quello il tempo giusto per riemergere dal male e ritrovare la salute. Un numero simbolico anche per gli astronomi babilonesi: associavano il tempo delle quattro decadi tra i mesi di aprile e di maggio in cui le Pleiadi, sette stelle luminose ospitate nella costellazione del Toro non erano più visibili, con le terribili inondazioni che nello stesso periodo flagellavano la Mesopotamia. Catastrofiche ma vitali per l’agricoltura.

Nella cultura ebraica quaranta anni era il tempo di una generazione. Il popolo ebraico vagò nel deserto per 40 lunghi anni prima di raggiungere la Terra promessa. Quaranta anni fu il tempo di durata della punizione dell’Egitto (Ezechiele 29). Isacco scelse di attendere quaranta anni prima di costruire la sua famiglia. E i maschi potevano iniziare lo studio della Kabbalah, la sapienza mistica e spirituale raccolta nella Bibbia, solo dopo aver compiuto 40 anni di vita. Quaranta giorni era il periodo della penitenza e della purificazione. Quasi una morte, capace però di anticipare una rinascita. Il diluvio universale, ricorda l’Antico Testamento, durò 40 giorni e 40 notti. E Noè ne attese altri 40 prima di uscire dall’arca (Genesi 6 – 9). Mosè restò sul monte Sinai 40 giorni e 40 notti (Esodo 24) prima di ricevere le “dieci parole” di Dio. Golia sfidò Israele per 40 giorni di seguito prima d’essere atterrato dalla provvidenziale fionda di Davide (1 Samuele 17). E anche Elia camminò per 40 giorni e 40 notti fino all’altura dell’Oreb, l’altro nome del Sinai, dove Dio gli si manifestò attraverso il mormorio di un vento leggero (1Re 19). Il profeta Giona ammoniva: “Ancora 40 giorni e Ninive sarà distrutta”. Gesù rimase a digiunare nel deserto per quaranta giorni. E ascese al cielo quaranta giorni dopo la resurrezione. Nella liturgia cristiana la Quaresima che dura quaranta giorni, è il tempo particolare di preparazione alla Pasqua che serve a favorire un cammino di rinnovamento spirituale. Quaranta era il numero perfetto anche secondo Sant’Agostino.

MORS NIGRA Quando i governanti di Ragusa segregarono per legge i marinai e i mercanti in odor di contagio, erano passati trent’anni dalla prima comparsa in Europa della cosiddetta Peste Nera (1347). Non a caso chiamata così dal latino peius: la “malattia peggiore”. Una pestis, che come altre gravi epidemie portava rovina e distruzione. Nera per le macchie livide e scure che comparivano sulla pelle e sulle mucose dei malati. Mors nigra, alle quale, anche per gli astrologi, “le nazioni si arresero”. Incubo ricorrente per le genti d’Europa. Anche dopo il Trecento, almeno per i successivi tre secoli, quando riapparve, in modo ciclico ogni 10-12 anni con tutto il suo carico di morte e paura.

Immagine al microscopio a scansione elettronica del batterio Yersinia Pestis (da: www.mirror.co.uk)

ENFIATURE E GAVOCCIOLI La medicina del tempo riteneva che la trasmissione del flagello avvenisse per la “corruzione dell’aria”. In realtà la malattia era trasmessa da un batterio, che oggi chiamiamo Yersinia Pestis dal nome del batteriologo dell’istituto Pasteur Alexandre Yersin che lo scoprì nel 1894. Il batterio, trasportato dalle pulci ospiti dei ratti infetti, veniva poi trasmesso all’uomo. La spaventosa malattia si propagava attraverso le vie respiratorie dopo una incubazione di poche ore. L’annuncio della morte arrivava con la nausea, il vomito, la cute annerita, un forte mal di testa e la febbre alta. Sintomi accompagnati dalla comparsa sul corpo dei malati di linfonodi dolenti e ingrossati, i cosiddetti bubboni, descritti da Boccaccio nell’introduzione al Decamerone: “Certe enfiature quali alcune crescevano come una comunal mela, altre come uno uovo…le quali i volgari nominavan gavoccioli”.

IL LANCIO DEI CADAVERI Gli studi recenti ci dicono che il focolaio dell’epidemia di peste fu l’area intorno al lago Balkhash, nell’attuale Kazakistan. Il contagiò si propagò ad incredibile velocità: da Tabriz a Astrakan, risalendo il Volga fino al Don per poi ridiscendere verso il Mar Nero e invadere la penisola di Crimea. Arrivò in Europa a causa di una specie di guerra batteriologica ante litteram, scatenata dalle tribù tatare e dai Mongoli che assediavano Caffa, la ricca colonia genovese sulla via dell’Oriente. Le armate nomadi erano comandate da Ganī Bek, un discendente di Gengis Khan. La peste aveva già infettato i soldati dell’Orda d’Oro. Il khan sapeva di avere sempre meno tempo per vincere la guerra. Decise allora un’ultima mossa crudele: ordinò di catapultare i cadaveri infetti dei suoi uomini oltre le mura. Il notaio piacentino Gabriele de Mussi raccontò l’orrore di quei giorni: “Legarono i cadaveri su catapulte e li lanciarono all’interno della città, perché tutti morissero di quella peste insopportabile. I cadaveri lanciati si spargevano ovunque e i cristiani non avevano modo né di liberarsene né di fuggire”. Appena l’esercito degli appestati di Ganī Bek allentò l’assedio, alcune decine di mercanti genovesi con le loro navi cariche di spezie, di sete e di grano della Crimea, fecero in fretta e furia rotta verso occidente. Approdarono a Costantinopoli. Poi raggiunsero l’Italia. In quasi tre settimane di un penoso viaggio, l’epidemia esplose in tutta la sua virulenza. Nella sua Historia Siculorum il francescano Michele da Piazza annotò l’arrivo di dodici imbarcazioni nel porto di Messina.

Malati di peste bubbonica nella rappresentazione di una Bibbia del sec. XV

Erano i primi giorni del mese di ottobre 1346. Bastarono pochi contatti fra gli abitanti della città siciliana e gli equipaggi, già decimati dalla peste: in pochi giorni l’epidemia dilagò in tutti i territori circostanti. I marinai furono scacciati con la forza. La flotta proseguì il suo disperato viaggio verso Genova che però negò l’ingresso nel porto ai suoi concittadini. Marsiglia, che accolse i marinai il 1 novembre, diventò la porta del contagio per tutta l’Europa. La peste invase i porti atlantici, inglesi, francesi e danesi. E colpì pressoché tutte le grandi città. Compresa Avignone, allora sede della corte pontificia, dove insieme a metà della popolazione morirono 6 cardinali e 93 membri della curia. Solo poche aree d’Europa vennero risparmiate dal flagello: la Fiandra, la Boemia, la Polonia e Milano che in quel periodo era di fatto isolata a causa della guerra contro i Gonzaga.
Guy de Chauliac, medico della corte papale, descrisse la desolazione di quei mesi: “Si moriva senza servitore, si veniva sepolti senza prete, il padre non visitava il figlio, né il figlio il padre, la carità era morta, la speranza annientata”. Insieme alla malattia e alle stragi, si moltiplicarono le processioni, le preghiere, i digiuni, le opere pie, i voti collettivi. Assembramenti che peggiorarono la situazione e alimentarono il contagio.

TRE TUTORI A VENEZIA La Repubblica di Venezia, duramente colpita dal contagio, rispose in modo deciso: fin dai primi giorni dell’insorgere dell’epidemia istituì una magistratura speciale composta da tre tutori della salute pubblica. All’inizio del 1348 i Provveditori alla Sanità Nicola Venier, Marco Querini e Paolo Bellegni ordinarono che i cadaveri degli appestati venissero raccolti su due isole abbandonate, San Leonardo di Fossamala e San Marco in Boccalama. Quando non ci fu più spazio i morti furono sistemati a San Martino di Strada e a S. Erasmo. Fu introdotto anche l’obbligo di denuncia dei malati. Ma non bastò murare le case dei contagiati, bruciare gli oggetti che si pensavano infetti e spargere la calce viva su tombe sempre più numerose. I macabri conteggi stilati alla fine della pestilenza ci dicono che nella bella e grande città che allora contava almeno 110mila abitanti, morì almeno la metà degli abitanti. Cinquanta antiche famiglie si estinsero. Nel 1374 il governo dei dogi arrivò a vietare l’ingresso in laguna alle navi. Nello stesso periodo Barnabò Visconti, signore di Milano e di altre terre lombarde, bloccò per dieci giorni l’accesso alle porte di Reggio Emilia a chiunque fosse sospettato di poter trasmettere il contagio. Ma a meno di venti anni dalla comparsa della peste, nessuna misura sembrava in grado di arginare il panico e la morte.

Il Liber Viridis, documento originale che conserva le norme applicate per la prima quarantena della storia

IL RIMEDIO DI JACOBO A Ragusa la Peste Nera arrivò il 15 gennaio 1348. Fu “orrendissima e crudelissima”, come scrisse quasi duecento anni dopo lo storico Niccolò Ragnina. Nella prima fase l’epidemia durò quasi tre anni e provocò più di 7mila morti a fronte di una popolazione che non arrivava a 30mila abitanti. La peste ricomparve per altre quattro volte tra il 1361 e il 1374. La prima, specifica legge sull’isolamento forzato di persone, animali e merci fu emanata il 27 luglio 1377. Il documento originale della prima quarantena della storia è conservato negli archivi ragusei. Nel Liber Viridis, un volume di color verde che raccoglieva tutte le leggi, fu scritto: “Chiunque provenga dalle terre infette non deve entrare a Ragusa o nel suo territorio” (“Veniens de locis pestiferis non intret Ragusium nel districtum”). Non si voleva arrivare alla chiusura completa del porto né fermare il traffico delle merci, vitale per l’economia della città. Ai passeggeri delle navi e alle carovane che arrivavano via terra venne imposto di attendere 30 giorni prima di poter entrare in città. L’operazione di salute pubblica fu costruita nei minimi dettagli. La quarantena scattò in due luoghi distinti: l’isola di Mercana, riservata all’isolamento forzato dei marinai, dei mercanti e dei viaggiatori che giungevano via mare e Cavtat, l’antico abitato di Ragusa Vecchia, qualche chilometro più a sud della città nuova, dove fu allestito il ricovero delle carovane cariche di merci che arrivavano dalla terraferma. Negli anni successivi anche altre isole, Bobara, Supetar e Lokrum, si trasformarono in luoghi temporanei di confino. I primi rifugi, non erano protetti. E gli esiliati, seppure riforniti di acqua e cibo dalle barche che facevano la spola dal centro cittadino, erano esposti alla pioggia, al freddo, al vento o alla calura estiva. Vennero così costruite delle baracche di legno che poi, alla fine di ogni quarantena, venivano bruciate insieme alle suppellettili degli appestati. Ma il governo raguseo si preoccupava anche di rimborsare gli ospiti della quarantena per i danni subiti alle proprietà personali.
A sovrintendere tutte le prime operazioni sanitarie c’era Jacobo da Padova, il physicus civitatis, l’ufficiale medico responsabile della sanità cittadina assunto dallo stato.

Le città nelle quali la Repubblica di Ragusa ebbe consolati o consolati e fondachi (Fonte: volume Io Adriatico – Civiltà di mare tra frontiere e confini a cura del Fondo Mole Vanvitelliana, Motta editore 2001)

RESPUBLICA INDIPENDENTE Ragusa aveva conquistato soltanto da pochi anni una faticosa autonomia politica, dopo un secolo e mezzo di dominio lagunare. Venezia, sfiancata da una estenuante guerra contro il Regno d’Ungheria appoggiato nelle campagne venete dalle aggressive truppe di Padova, fu costretta a subire la Pace di Zara, firmata il 18 febbraio 1358. Dovette così accettare le dure condizioni imposte da Re Luigi I, figlio primogenito di Carlo Roberto d’Angiò e erede della corona magiara: tutti i territori della Dalmazia, dal Quarnaro a Durazzo insieme con le isole, passarono all’ambizioso e potente re ungherese. Il suo alleato Francesco da Carrara, signore di Padova, in cambio della fine degli estenuanti scontri nelle campagne trevigiane, ottenne invece di poter fare incetta di grandi quantità di sale e di costruire mulini e fortificazioni nell’entroterra senza che Venezia potesse più intervenire. Il doge Giovanni Dolfin rinunciò al titolo di “Duca di Dalmazia e Croazia” che era stato assunto ben due secoli prima da Vitale Falier. E Zara diventò la nuova capitale del Regno di Dalmazia.

In questa situazione, Ragusa trovò il modo per ottenere una formale indipendenza: si riconobbe vassalla di Luigi I, si impegnò a pagare al sovrano un tributo annuo di 500 ducati, a cantare laudes in cattedrale in onore del nuovo re, e in caso di guerra, a mettere a disposizione delle armate ungheresi qualche buona galea. Ma di fatto si emancipò e iniziò un percorso di autonomia politica che a partire dal 1403 portò la Communitas Ragusina a definirsi con orgoglio Respublica. Una forma di governo che tra alterne vicende durò fino al 1808, quando Napoleone inglobò Ragusa nel Regno d’Italia.

Una rappresentazione di Ragusa (Dubrovnik) del 1667, costruita a ridosso di una ripida e boscosa altura

RUPI E QUERCE I romani d’oriente chiamavano la città Lausa. In greco ξαυ, xau, vuol dire “precipizio” o “rupe”. Costantino Porfirogenito in un suo celebre passo spiegava che i Lausaioi, erano “quelli che vivono sulla rupe”. La corruzione del nome, nell’uso comune, portò poi ai Rausaioi. Da cui Ragusa. Ma già nel XII secolo la città costruita su uno scoglio a precipizio sul mare veniva chiamata in tutto il mondo slavo Dubrovnik. In croato la parola dubrava indica un bosco di querce, le stesse che all’epoca infittivano le pendici del monte San Sergio (in croato Srđ) che proteggeva sia dalla bora che dai barbari la città antica prima che sorgesse una nuova civitas. I Turchi più tardi chiameranno Ragusa anche Dobro-Venedik, che significa Buona Venezia.

LA CASTA DEI NOBILI RAGUSEI Il potere era un privilegio di pochi. Spettava solo ai patrizi che sostenevano di discendere dalle famiglie romane che nel lontano 614, in fuga da Epidaurus, l’antica civitas, assediata dai barbari slavi, trovarono rifugio sull’isolotto di Ragusium.
Nel sistema oligarchico i cittadini di origine slava e i contadini erano esclusi da qualunque potere decisionale. E erano vietati anche i matrimoni misti. Nel Trecento queste antiche famiglie, di fatto proprietarie della città-stato, erano 90. Alla fine del Medioevo ne rimarranno soltanto 9.

La Costituzione di Ragusa, promulgata nel 1272 dal conte veneziano Marco Giustiniani, era modellata sulle leggi della Repubblica di Venezia: il Libro degli Statuti (Liber statutorum civitatis Ragusii) prevedeva che al vertice del sistema ci fosse un Rettore. Come il doge veneziano, aveva pochi poteri e compiti quasi soltanto di rappresentanza. Ma a differenza del dux lagunare, eletto a vita, era a scadenza. Per evitare anche solo la voglia di una tentazione autoritaria, i nobili ragusei pensarono bene di ridurre al massimo il tempo dell’alta carica: prima 6 mesi, poi 3. Finché il “doge raguseo”, chiamato “Sua Serenità”, salvo casi eccezionali, iniziò a rimanere in carica solo per un mese. Così, dal 1358 al 1808, nella piccola repubblica marinara si alternarono più di 5000 rettori. Li eleggeva il Consiglio Maggiore, supremo organo legislativo: un club ancora più chiuso, soprattutto a partire dal 1332 quando per legge venne impedita la creazione di nuove famiglie nobili. Nel Salone del Gran Consiglio campeggiava una scritta, un monito per chi esercitava un potere sovrano: Oblite privatorum, publica curate (Dimenticate i vostri privati interessi e abbiate cura di quelli pubblici). Il governo spettava invece al Minor Consiglio, composto da 12 senatori.

Affresco di una farmacia (Magister Collinus, secc. XV-XVI), Castello di Issogne, Val d’Aosta. Per approfondimenti, leggi: La nascita della farmacia

SANITÀ GRATUITA E “BONI MEDESI”… La salute pubblica era da sempre la principale preoccupazione della piccola repubblica marinara. Ragusa fu il primo stato d’Europa, nel 1301, ad assicurare per legge un servizio sanitario gratuito per tutti i suoi cittadini, di qualunque condizione sociale. Gli statuti ricordano: “Le cure mediche spettano a chiunque viva nel territorio raguseo”. Già nel 1296, sulla rupe era stato costruito uno dei primi sistemi fognari dell’età medievale. Così efficiente che ancora oggi è in funzione. Nel 1317 all’interno del convento francescano venne aperta la prima farmacia pubblica d’Europa. Nel 1347, l’anno della peste nera, lo stato si preoccupò anche di creare quello che forse fu il primo centro di assistenza al mondo riservato agli anziani. Meno di un secolo dopo, nel 1432, una parte del Monastero di Santa Chiara fu adibito ad orfanotrofio pubblico.

Ragusa cercava medici ovunque. E li pagava bene. Nel Duecento la maggior parte dei physici e dei cerusici veniva reclutata a Venezia, nel Regno di Napoli e anche nella Marca. Fino ai primi decenni del XIV secolo il ruolo di ufficiale medico fu appannaggio quasi esclusivo dei salernitani, eredi della prima e più importante tradizione medica d’Europa.
Ma a partire dagli anni Quaranta del Trecento i governanti ragusei iniziarono ad assumere medici provenienti dalle quotate università bolognesi e padovane. Il prezzo di ingaggio non era un problema. L’importante è che si trattasse di “boni medesi”. Esemplare, a questo riguardo, una lettera d’incarico inviata nel 1359 dal rettore Giovanni de Bona a tre “nobili e dileti zitadin”, che vivevano in Italia, responsabili di un incarico importante e delicato, quasi da agenti segreti: “Vuy debie esser syndigi et procuradori del nostro comun azerchar de uno bon medico in cirosia in Venezia(…) Et se in Venesia non podesi aver algun de questi in, et vuy pone la sorte intro de vuy, qual debia andar fuori de Venesia a cerchar (…) Et de bia andar a zercar a Padoa. A se a Padoa non se podesse aver, debia andar a Bologna al espiese del nostro comun, per che semo consiliadi, che la se trovara a Bologna de boni medesi”.

La diffusione della Peste Nera tra il XIV e il XVIII sec. e le rotte marittime che la portarono nei vari paesi

IL MERCATO DELLA PUGLIA Ragusa dopo il flagello della Peste Nera riemerse più forte di prima. La sua “zente de mar”, dal ricco mercante all’ultimo dei marinai, aveva una vocazione innata per il commercio. Filippo Diversi, un esule lucchese che trovò lavoro a Ragusa come insegnante alla metà del Quattrocento, spiegò bene questa attitudine: “Il territorio di Ragusa sia perché infecondo sia perché alquanto popoloso, non rende molto, talché con questa terra nessuno potrebbe mantenere la propria famiglia (…). Per questo è necessario dedicarsi al commercio”.
Più che una scelta dunque, una necessità. Fu il grande mercato del sud dell’Italia che sorresse Ragusa nel momento della crisi e fece da trampolino per il rilancio economico. Affari diplomazia marciarono insieme.
Con Molfetta c’era già un antico trattato di scambio che risaliva addirittura al 1148. Alla fine del Trecento si firmarono altri accordi commerciali. Con poca, arida terra da coltivare, la piccola repubblica marinara era costretta ad importare quasi tutto dalla vicina Puglia: olio, grano, vino, ortaggi, frutta, carne sotto sale e persino il pesce. I ragusei compravano anche la lana, su cui costruirono le loro fortune trasformando la città dalmata in uno dei centri tessili più importanti del Mediterraneo. Fu fondamentale anche l’alleanza politica con il re di Napoli che esentò le navi dalmate dal pagamento delle tasse portuali. La flotta mercantile cresceva insieme alla città. Anche grazie ad una forte immigrazione di mercanti catalani e fiorentini, sempre più inseriti nella vita cittadina.

“NAVIGARE ALLA RAGUSEA” I nuovi commerci si aggiungevano a quelli degli schiavi, delle spezie, del rame, della cera, dei metalli preziosi e del cinabro, il minerale rosso dal quale si poteva estrarre il mercurio, usato nelle pitture e nelle miniature oltre che nelle pratiche alchemiche. Nel giro di qualche decennio Ragusa arrivò a controllare anche quasi tutto il commercio del sale tra l’area balcanica e la penisola italiana.

La grande ricchezza e le transazioni continue di denaro portarono anche alla nascita di un detto, “raguseo”, ad indicare, in senso spregiativo, gli strozzini e gli usurai. Ma la “società chiusa” dei patrizi ragusei, se nascondeva le chiavi del potere a chi non era nato nobile, concedeva di continuo nuove opportunità anche ad altre categorie sociali. Così, un altro modo di dire fece fortuna nei porti d’Europa: “navigare alla ragusea”. Indicava un accordo grazie al quale anche i marinai partecipavano ai guadagni dei mercanti e dell’armatore.

Caracca, in un particolare dalla Caduta di Icaro di Pieter Bruegel il Vecchio (circa 1558)

L’ARGENTO E LE CARACCHE Il grano dalla Puglia, i panni dai principali empori d’Europa, l’argento dai Balcani: per secoli Ragusa fu al centro delle principali rotte del commercio, in una incessante attività di import-export. Grazie alle sue navi, le belle e veloci caracche, tanto famose che anche Shakespeare nel “Mercante di Venezia” (atto I, scena I) ne lodò l’agilità e l’eleganza.
La città, che batteva moneta propria già dal XII secolo, era ormai una tappa obbligata per tutti i mercanti che puntavano a Costantinopoli che le carovane potevano raggiungere via terra in 24 giorni. Molto stretti erano i rapporti con Rimini e Ferrara. E soprattutto con Ancona. Le merci dal Mar Nero, via Ragusa, passavano sull’altra sponda dell’Adriatico e proseguivano via terra per Firenze. Poi, sull’Arno, raggiungevano Livorno, fino alla penisola iberica e all’Inghilterra.
Nel 1373 ottenne una dispensa da papa Urbano per la navigazione “ad partes infedelium”. Così, pur pagando un tributo, comunque vantaggioso, la maggior parte del traffico tra l’Italia e il porto anatolico di Bursa passava per la piccola repubblica, collegata di continuo anche ai grandi porti tirrenici di Genova e Pisa. E comunque legata, al di là della continua e sospettosa rivalità, anche con Venezia, città nemica per eccellenza.
Una specie di “Hong Kong dei Balcani ottomani”, secondo lo storico inglese Noel Malcolm. Nel giro di 150 anni, fra il 1300 e il 1450 la ricchezza disponibile quadruplicò. In anticipo su tutti gli altri stati europei, nel 1395, la città approvò una legge di assicurazione marittima.
In 30 diversi centri della Turchia operavano ormai in modo permanente quasi 300 mercanti ragusei. Da Barletta a Sofia, da Costantinopoli ad Alessandria d’Egitto, le colonie della minuscola città-stato si moltiplicarono e si arricchirono di fondaci, chiese ed ospedali. Una succursale ragusea nacque persino a Goa, in India, intorno a una chiesa dedicata all’amato patrono San Biagio.

DUE CHILOMETRI DI MURA Con la ricchezza cresceva il bisogno di sicurezza. Le mura furono rafforzate per tutto il XIV secolo con l’innalzamento di quindici torri quadrate, a protezione sia del porto, chiuso ogni sera con una catena, sia dell’entroterra. I lavori continuarono per altri due secoli. Due chilometri di mura cingono ancora oggi la città. La meraviglia dei turisti è la stessa che nel 1485 colse un pellegrino di Mons che nel suo diario annotò: “E’ una città così grandemente fortificata che non ne esiste una simile in alcuna altra parte del mondo: ha forti bastioni, torri, due profondi fossati e, tra di essi, solide mura e merlature; tutto è costruito in pietra squadrata”.

PARLARE ITALIANO Gli abitanti di Ragusa, racchiusi in una enclave romana e cattolica dentro un modo slavo e musulmano, insieme all’italiano e ai dialetti slavi parlavano anche il dalmatico, una lingua neolatina che però scomparve alla fine del Quattrocento. I documenti pubblici erano vergati sia in latino che in italiano. Nel 1472 l’italiano diventò la lingua ufficiale dello stato. Da allora le classi dirigenti si sforzarono di parlarlo con un accento toscano al posto del veneziano che era stato utilizzato per secoli. Del resto i rapporti con Firenze erano strettissimi. E non solo per i commerci. A Ragusa nel 1332, da una famiglia di mercanti di origine fiorentina, nacque il novelliere Franco Sacchetti. Poliziano lodava “i ragusei per quanto offrivano alla cultura italiana”. Benedetto Cotrugli (1416-1419), nato a Ragusa e morto a L’Aquila, scrisse Della mercatura et del mercante perfetto, la prima pubblicazione italiana sulla scienza commerciale. Molti scrittori rielaborarono in italiano le saghe del popolo slavo. Altri scrissero indifferentemente in italiano, latino e croato. Un gran numero di artisti, pittori, artigiani, architetti e musicisti di lingua italiana lavorarono su tutte e due le sponde dell’Adriatico. Il Palazzo dei Rettori, i Chiostri e il Palazzo della Zecca furono realizzati da architetti che arrivavano dall’Italia. A Livorno riaffiorano cognomi come Raùgi o Raugèi. A Firenze c’era la Strada dei Ragusei. E a Venezia, vicino alla stazione ferroviaria, ai Carmini, si può passeggiare ancora per la Calle dei Ragusei o attraversare il bel Ponte dei Ragusei ricostruito in ghisa nell’Ottocento. Nella raccolta di novelle Mille e una notte sono nominate, oltre a Costantinopoli, solo sei città, tutte italiane: Roma, Venezia, Genova, Pisa, Zara e Ragusa.

La fortezza di Lovrijenac (foto: Eric Hossinger per flickr)

“FRANCHISIA” PER TUTTI La fortezza di Lovrijenac, fuori dalle mura, a 37 metri di altezza sul livello del mare, è una sentinella di pietra a protezione della città. È la Fortezza Rossa di Approdo del Re della serie televisiva del Trono di Spade. Una leggenda assicura che fu costruita in appena tre mesi, con il lavoro volontario di tutti i cittadini, angosciati dalle minacce veneziane. Ospita il museo archeologico e d’estate diventa uno scenografico teatro all’aperto. È un simbolo della storia di Ragusa. Soprattutto per l’iscrizione in latino che accoglie i viaggiatori: “Non bene pro toto libertas venditur auro”. La libertà non si vende, per tutto l’oro del mondo. La “franchisia”, la libertà d’asilo, fu usata dai ragusei anche come una assicurazione di fronte alle incertezze della politica. La tradizione iniziò con Riccardo Cuor di Leone d’Inghilterra, che secondo un racconto favoloso fu salvato da un naufragio al largo di Lokrum nel 1192 al suo ritorno dalla terza crociata e per questo donò a Ragusa 100mila monete d’oro grazie alle quali fu edificata la cattedrale dedicata alla Madonna dell’Assunzione. Dentro le possenti mura di Ragusa trovarono rifugio molti principi dei Balcani spodestati, esiliati e in cerca di una rivincita. Ma anche nel 1464 Sigismondo Malatesta, dopo il conflitto con Pio II. E Pier Soderini, l’ultimo gonfaloniere della repubblica di Firenze. Accadde nel 1512. Quando Roma e Venezia chiesero la sua consegna, Ragusa rispose con una lettera che riportava quanto era scritto negli statuti cittadini: “La terra nostra è franca ad ognuno et a grandi et a pizzoli”. E nel 1492 fu la volta degli ebrei sefarditi espulsi dalla Spagna e dal Portogallo. Sulla rupe dalmata trovarono casa e contribuirono in modo determinante alle fortune economiche del piccolo stato.

Ragusa abolì per prima il commercio degli schiavi, nel 1416

L’ABOLIZIONE DELLA SCHIAVITÙ Ragusa fu anche il primo stato al mondo ad abolire il commercio degli schiavi. La tratta, a lungo fiorente, aveva perso vigore alla fine del Trecento. I mercanti ragusei li avevano venduti e comprati per secoli, con grandi profitti nei porti di tutto il Mediterraneo. I patrizi li acquistavano come domestici e li ostentavano fra i loro pari come status symbol. La storica decisione del Maggior Consiglio, arrivò nel 1416, sollecitata dalle infiammate pressioni del vescovo francescano Antonio Diodati da Rieti e dalla chiara volontà del vicino re d’Ungheria: “Chiunque si chiama raguseo, non possa, sotto verun pretesto, od intenzione, ardire o presumere di comperare né vendere alcun schiavo”.

REPUBBLICA DELLE SETTE BANDIERE “Non ragusate!”, urlava Napoleone a Marmont, il generale che nel 1808 pose fine all’indipendenza di Dubrovnik. Il neologismo imperiale indicava l’attitudine storica dei nobili che governavano la piccola repubblica: spaccare il capello in quattro, cavillare, trovare continue scappatoie. Un’opinione condivisa in tutte le cancellerie europee. Quei dalmati, per tutti, erano il popolo “delle Sette Bandiere”, capaci com’erano di servire in contemporanea il Papato e l’Impero, Venezia, e l’Ungheria, il Turco e la Spagna e insieme anche i corsari barbareschi. Uno “stato cuscinetto” tra Oriente e Occidente, Cristianesimo e Islam che della sua debolezza fece una forza. L’arte della diplomazia ha segnato la sua storia secolare. Cattolica ma suddita del sultano. Senza esercito ma potente. Classista al suo interno però aperta al mondo. Capace comunque di scelte innovative e coraggiose. Come la legge che nel 1377 istituì la prima quarantena. E che cambiò la storia della medicina.

Federico Fioravanti

FONTI:
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