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Sguardi curiosi sulle meraviglie di Conques

I Curiosi della cattedrale di Conques sono 14 e si affacciano sopra il timpano del portale di ingresso.

Mani scolpite srotolano la ghiera più esterna dell’arco del portale. Il disegno del timpano della chiesa romanica di Sainte-Foy sembra il bordo di una coperta: da sotto l’archivolto spuntano le teste di 14 misteriosi personaggi, accomunati da sguardi che raccontano un risveglio, pronti al timore o alla meraviglia.

Sono i “Curiosi” di Conques, impegnati da più di ottocento anni a catturare lo stupore sempre nuovo dell’Inferno e del Paradiso, raccontato appena più in basso in un affollato e stupefacente Giudizio Universale.

Cosa rappresentano queste figure allegoriche? Forse angeli bambini, vogliosi di assistere, costi quel che costi, al grande spettacolo del mondo. Sbucano fuori dalla pietra, con l’ansia di capire. I critici d’arte britannici li hanno chiamati “the observers”.

Osservatori. Spettatori di un incanto. Come i moderni viaggiatori di fronte alla scoperta di uno dei villaggi più belli di Francia.

Conques è un piccolo centro della Francia meridionale, a metà strada tra Lione e Bordeaux.

Conques, lo dice il nome, ricorda la forma di una conchiglia. Il paese è adagiato tra i dirupi dell’alta valle del Lot, a nord dell’Aveyron, nella regione Midi-Pirenei. I ripidi pendii, gli affioramenti rocciosi e le macchie scure di castagno creano un paesaggio austero e imponente.

Un piccolo borgo dal grande destino: importante tappa lungo il Cammino di Santiago de Compostela, è iscritto nel patrimonio mondiale dell’Unesco per la chiesa abbaziale di Sainte-Foy e le Vieux Pont che attraversa il fiume Dourdou.

Ma nasconde altre meraviglie. Come il “Tesoro di Sainte-Foy”, uno dei più grandi della cristianità medievale, vera miniera di gemme di oreficeria, insieme a una straordinaria collezione di reliquiari. L’abbazia ospita anche i resti del chiostro e la piscina di clausura dei monaci.

La prosperità dell’età medievale è testimoniata anche dalle tre porte di ingresso al paese (XI-XII secolo), dalle antiche mura, da quattro splendide fontane romaniche e da un ospizio riservato al ristoro dei pellegrini.

L’edificio cinquecentesco del castello di Humières con le sue mensole scolpite e un’alta torre, sovrasta i tetti in ardesia e le strade fiancheggiate dalle case a graticcio, insieme ai forni, ancora funzionanti, per il pane comune. Poco oltre, un singolare museo svela una ricca collezione di statue e capitelli.

Le pareti esterne della chiesa sono caratterizzate dai colori fiammeggianti delle arenarie metamorfiche (scisti) del territorio.

L’abbazia deve la sua origine ad un eremita. Si chiamava Dadon, in latino Deodatus. Il sant’uomo, vissuto alla fine del secolo VIII, scelse di donarsi a Dio in un luogo selvaggio vicino a una fresca sorgente. La sua fama di santità si diffuse nelle valli e i paesi vicini. Altri uomini lo seguirono. Nacque una chiesa, dedicata nei primi tempi al Santo Salvatore.

Gli eremiti adottarono la regola di San Benedetto e fondarono un monastero. Dadon, vocato alla solitudine, scelse un altro “deserto” e fondò poco lontano l’eremo di Grand-Vabre. A Conques rimase Medraldus, il suo primo discepolo, insieme a una pattuglia di monaci.

I re carolingi presero la comunità sotto la loro protezione, seguendo l’esempio di Carlo Magno, il primo benefattore. Fu Ludovico il Pio, il figlio di Carlo Magno, poi re di Aquitania, a scegliere per il paese intorno al monastero il nome di Conques. Le cronache registrano nell’anno 819 almeno dieci donazioni di terre a favore dei religiosi. Pipino II, ai doni di suo nonno aggiunse ori, argenti, preziosi tessuti, intagli e antichi cammei.

La fama dell’abbazia si propagò dall’anno 866 quando uno dei monaci, ricordato come Ariviscus, trafugò con l’inganno a Agen le reliquie di Sainte-Foy (Santa Fede) martire dodicenne torturata a morte su una graticola all’epoca di Diocleziano (303). A partire da quel momento, i miracoli si susseguirono, attirando enormi folle di pellegrini, da ogni zona d’Europa.

Le graziose case medievali di Conques.

La costruzione della chiesa si protrasse fino al 1140. L’abbazia di Sainte-Foy (Santa Fede) semplice, verticale e luminosissima, all’inizio fu edificata con la pietra arenaria rossastra della valle del Dourdou.

L’abate Odolric iniziò i lavori tra il 1041 ed il 1052. Ma il materiale di costruzione risultò troppo friabile. E l’abate Stefano II (1065-1087) scelse di continuare i lavori con le pietre di calcare giallo brillante estratte dalle cave di Lunel, allora chiamata “la piccola Gerusalemme” per la nutrita presenza di una comunità ebraica.

Il tono caldo del nuovo materiale si sposò alla perfezione con lo scisto grigio, la friabile roccia locale: le pietre, tagliate ad arte, portarono compattezza e eleganza alle mura della chiesa grazie al lavoro di artisti di scuole e paesi diversi.

Poi l’abate Bégon III (1087-1107) scelse di affidarsi a un’unica bottega. E a uno sconosciuto maestro di scultura che realizzò con il suo caratteristico stile il chiostro, la sala capitolare, il refettorio e anche il matroneo dell’abbaziale.

Un artista di grande valore, che con ogni probabilità aveva già lavorato alla cattedrale di San Giacomo di Compostela, realizzò il timpano, una delle opere di scultura più importanti della prima metà del XII secolo. Non solo per la sua originalità ma anche per le dimensioni: è alto circa quattro metri e largo quasi sette. Fu realizzato tra il 1107 e il 1125, quando il monastero era guidato dall’abate Bonifacio.

Il grande timpano del XII secolo, dove sono illustrati Inferno e Paradiso.

Un arco profondo a tutto sesto: è un libro scolpito che i fedeli potevano leggere con facilità, nonostante l’abbondanza dei personaggi e la diversità delle scene. La figura centrale del Cristo, sproporzionata rispetto alle altre, attira lo sguardo dei visitatori. Alla sua sinistra c’è l’Inferno, alla destra il Paradiso.

Da un lato, l’ordine e la pace, la chiarezza contemplativa e l’amore. Dall’altro il caos, la violenza e il dolore, unite a spaventose e continue convulsioni dell’animo. Il vasto semicerchio ospita tre registri sovrapposti, divisi in 20 scomparti.

Il Cristo parla agli occhi dei fedeli con le parole scolpite del vangelo di Matteo: “Venite, voi che siete i benedetti dal Padre mio; entrate nel regno che è stato preparato per voi fin dalla creazione del mondo”. E appena dopo ammonisce: “Andate via da me, maledetti, nel fuoco eterno che Dio ha preparato per il diavolo e per i suoi servi!”. Due cavalieri armati di lancia contengono la folla brulicante dei demoni e dei dannati, che preme con forza, al confine tra il Bene e il Male.

Un particolare del timpano.

Diavoli irsuti, terribili ghigni, fauci spalancate: un avaro è impiccato con la sua borsa al collo e un rospo sotto i piedi; un demonio divora il cervello di un pazzo. C’è anche un lucifero gobbo che tira la lingua di uomo con un gancio di ferro. Accanto, un ubriacone vomita il suo vino mentre un falsario è costretto a bere l’oro prima che sia fuso. Tra corpi aggrovigliati e feroci supplizi, un’ascia e una balestra raccontano gli orrori infiniti della guerra mentre nel fuoco eterno la vanità brucia insieme ai futili piaceri del mondo.

Il popolo eletto, alla destra di Gesù, avanza in una soave visione di beatitudine, guidato dalla Vergine che precede San Pietro. La felicità eterna è annunciata dal suono armonioso dei corni degli angeli: vergini sagge, i martiri, i profeti e gli apostoli camminano sicuri, protetti dalla fede. Nella processione dei beati l’eremita Dadon, fondatore dell’abbazia, è vicino a Carlo Magno, leggendario protettore del monastero.

Nel groviglio dei corpi, si intuisce il momento solenne della pesatura delle anime tra l’arcangelo Gabriele e un diavolo beffardo che tenta di barare. Intanto, angeli pietosi intanto sollevano le palpebre dei morti che risorgono dai loro sarcofagi.

L’interno della chiesa abbaziale, alta 22 metri (foto: Camster).

La chiesa, come Conques, ha conosciuto storie di gloria e di abbandono. Nel 1531, durante le guerre di religione, fu bruciata dai protestanti e cadde nell’oblio più completo. La riscoprì lo scrittore e archeologo Prosper Merimée (1803-1870) autore, tra l’altro di un famoso racconto da cui il musicista Bizet trasse l’opera Carmen.

Merimée, incaricato dell’ispezione dei monumenti storici francesi, stese un rapporto appassionato nel quale lanciò un vero e proprio appello per salvare il monumento. E nel 1837 iniziarono i lavori di restauro che riportarono l’edificio agli splendori di oggi. Con 104 vetrate progettate dall’artista Pierre Soulages e realizzate nel 1988 con un particolare tipo di vetro, traslucido, dal maestro vetraio Dominique Fleury.

L’edificio, poco decorato all’esterno, offre all’interno la visione di 250 capitelli di diverse tipologie, una navata che raggiunge 22 metri di altezza, i resti di alcuni affreschi dedicati al martirio della santa e una “Annunciazione” di grande pregio. Ma oltre al magnifico timpano, la chiesa è famosa soprattutto per il Tesoro che offre un panorama esaustivo della storia dell’oreficeria religiosa francese dal IX al XVI secolo.

Fra tante meraviglie, spicca la magnifica statua reliquiario di Sainte-Foy in trono che risale al IX secolo. La figura di legno è rivestita d’oro e d’argento e adorna di gioielli, cammei e pietre intagliate, antiche e preziose. Madonne in Maestà, che intorno al Mille, abbellirono le chiese di Alvernia, Linguadoca e Aquitania ripresero in parte le fattezze della santa venerata a Conques. Sainte-Foy , è però l’unico esempio conservato di questo tipo di una statua reliquiaria d’epoca romana ed è considerata uno dei primi cinque tesori dorati medievali in Europa.

La preziosa statua di Sainte Foy, assisa in trono, cela all’interno la sacra reliquia della giovane martire.

La santa viene presentata davanti a una tenda di velluto rosso intenso, colore che evoca il martirio e il trionfo della fede. È assisa in trono, rigida, con gli avambracci tesi in avanti e paralleli e le palme delle mani aperte. Una reliquia sacra con fattezze di idolo: il corpo sproporzionato (testa, braccia e grandi piedi), una espressione facciale forte, il mento in alto, grandi occhi blu scuro in vetro smaltato. La santa tiene fra le mani due tubi dorati nei quali un tempo i devoti mettevano i fiori. Le frange della veste sul collo, delle maniche e del fondo della veste risalgono al X secolo, come il diadema in oro e pietre preziose. Le braccia e le mani della statua sono state ricostruite nel Cinquecento. Una cavità nascosta sul retro dell’opera cela la reliquia del cranio rivestito da una lamina d’argento.

Begon III, abate mecenate e collezionista, raccolse e ordinò a Conques altri pezzi sontuosi: un reliquiario a forma di A donato dai re carolingi e valorizzato da pietre e smalti, un altro a forma di campanile ottagonale e un altro ancora commissionato per contenere un frammento della Vera Croce. Il reliquiario di Pipino d’Aquitania è un cofanetto d’oro del secolo XI, a forma di casetta, che sulla parte frontale mostra una Crocifissione a sbalzo e sul retro un motivo ad arcate con due colombe. C’è anche un altare portatile, coperto da una lastra di porfido rosso con fasce d’argento sui lati decorate con i busti di Cristo e della Vergine.

L’abbazia svela altre meraviglie, concentrate nello spazio di poche decine di metri. Il pezzo forte sono le decorazioni scolpite nella serpentina color verde scuro della piscina dei monaci. Tra le maschere, le immagini religiose e le figure assortite di cani, gatti, scimmie e altri animali, spunta anche un diavolo. Ma è un demone gioioso, che ispira curiosità e meraviglia. Come il Medioevo di Conques.

Federico Fioravanti

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Istanbul, i nomi del destino

Per secoli Istanbul, la città che mescola il vento d’Asia con il profumo d’Europa, si chiamò anche Bisanzio. La colonia greca, fondata 600 anni prima di Cristo, poi divenne Costantinopoli, capitale di un impero che si estendeva su tre continenti, dalla Mesopotamia al Nord Africa e dal Mar Caspio all’Adriatico.

Un cronista bizantino, pensando ai ripetuti assedi che dovette subire, la definì “il luogo del desiderio universale”. Per il ventenne Maometto II che nel 1453 ne fece la capitale dell’impero ottomano diventò una dolce ossessione. Quel 29 maggio che segnò la fine della storia dell’impero romano d’Oriente, il sultano ammirò a lungo il sogno realizzato della sua giovane vita di conquistatore.

La città, costruita all’estremità di una penisola triangolare, era circondata da acque profonde che formavano una fortezza naturale e allo stesso tempo consentivano un facile accesso alle navi che salpavano verso il Mediterraneo, l’Africa e il Mar Nero. A nord, la capitale bizantina mostrava il suo famoso porto, lungo 6 chilometri e largo almeno mille metri, chiamato il Corno d’Oro per il colore dorato che assumeva con il sole calante. Una triplice cinta di mura merlate, protetta da fossati e intervallata da 192 torrioni, abbracciava le strade e i quartieri, lungo un percorso di quasi 7 chilometri che saliva e scendeva a seconda delle asperità del terreno.

A sud il piccolo bacino interno del Mar di Marmara, univa l’Egeo con il Mar Nero. A Oriente, la stretta via d’acqua del Bosforo segnava con la sua linea blu il limite tra l’Asia e l’Europa. E all’interno le rotte commerciali tra i due continenti si incrociavano di continuo tra il Danubio e l’Eufrate. Un centro e un confine. Un incrocio di storie e di civiltà. Una città di genti diverse e lontane che in periodi e idiomi differenti vollero dare un nome o un epiteto alla grande capitale.

Istanbul, il nome di oggi, era usato dai turchi nella lingua quotidiana molti anni prima conquista di Maometto II: nasce da una espressione greca che racconta la meraviglia della comune destinazione dei popoli del mondo: “eis ten polin”, ovvero “verso la città”, la Polis per antonomasia, quella per cui non c’è bisogno di altri aggettivi. Così, con il nome Polis, la chiamarono i greci di 800 anni e la chiamano ancora i greci di oggi, anche se il termine ufficiale fu per secoli Konstantinoupolis Nèa Rome, la mitica Nuova Roma.

Secondo una tradizione armena riportata da Abraham di Ankara, Maometto II deformò il nome della capitale in Islambol (“abbondante di Islam” ) utilizzando l’assonanza con l’espressione “eis ten polin”. Come per Costantino anche per il sultano la rifondazione della Polis, la città per eccellenza, coincise con una conversione. La capitale e il suo impero, con l’imperatore passarono dal paganesimo al cristianesimo. E il sultano sostituì il cristianesimo con la religione di Allah.

Da Byzantion, l’antico insediamento ellenico che l’imperatore Costantino, alla ricerca di un secondo centro dell’Impero, decise di rifondare e di ribattezzare con il proprio nome (Costantinopoli) deriva anche il termine “bizantino” che usiamo ancora oggi ma che non esisteva nel Medioevo se non in modo episodico in alcuni documenti che indicavano comunque i soli abitanti della capitale dell’impero.

Loro, i cittadini di Costantinopoli, chiamavano se stessi “Romaioi “ perché si ritenevano i diretti discendenti della Roma dei Cesari. E così, con la parola “Rum” e cioè romani, venivano chiamati anche dagli arabi e dagli ottomani. Carlo Magno, che voleva rappresentare se stesso come l’unico successore degli imperatori di Roma, in ogni occasione continuò però a chiamarli “Greci”.

Ogni popolo aveva la sua Costantinopoli. Per i serbi, i bulgari e i russi era Zarigrado, la città degli imperatori. Altri genti di origine slava la chiamavano Michaelgrad. Gli armeni, quando parlavano con i loro parenti lontani, dicevano di vivere a Gosdantnubolis, la città fondata dall’imperatore Costantino. Lo stesso facevano gli ottomani che nelle monete e in tutti i documenti ufficiali la indicarono come quasi sempre come Qostantiniyyeh. I letterati invece, approfittarono della licenza poetica per lodare la splendida Dar-i Se’adet, La Casa della Buona Sorte che godeva dell’ambita fortuna di ospitare il sultano. Per i Persiani era Asitaneh, la Casa dello Stato e della legge. I cronisti medievali norreno-islandesi la descrissero con la parola Miklagarður che nella loro lingua voleva dire La Grande Città.

I nomi e gli epiteti si moltiplicarono, come in nessun altro caso nella storia. In lingue diverse si raccontò lo stesso carismatico centro di vita e di potere: Stambul, Kushta, Rumiyya al-kubra e Nuova Gerusalemme.

Per i pellegrini medievali fu La Città d’Oro oppure la Città del Pellegrinaggio e anche Città dei Santi, La Regina delle Città e La Città custodita da Dio. Fino a diventare La Città millenaria, La Città degli Imperatori e “tout court” La Città delle Città. Il mondo arabo coniò anche altre mirabolanti definizioni: Casa del Califfato, Trono del Sultanato, Porta della Felicità, Occhio del Mondo e Rifugio dell’Universo. Istanbul, il nome di oggi, usato per secoli dagli ottomani, arrivò in modo ufficiale soltanto nel 1930, per volontà di Ataturk, il presidente della moderna Turchia che però volle trasferire ad Ankara la capitale dello Stato.

La città rimane una magnetica e vitale capitale del mondo: con più di 14 milioni di abitanti, se si considerano anche i quartieri asiatici, è il centro municipale più popoloso d’Europa.

L’arte e la storia, Bisanzio e Costantinopoli, gli imperi e la megalopoli, il grande passato e il rischioso futuro: tutto si mescola ancora nel luogo che tanto colpì l’immaginazione di Cosma, vescovo del X secolo: “Giungemmo a una città di bellezza inenarrabile. Le mura erano costruite di dodici filari e ciascuno era di una diversa pietra preziosa; le porte erano d’oro e d’argento. Entro le mura trovammo dorato il terreno, dorate le case, dorate le ville. La città era piena d’una luce ignota e d’un soave profumo…”.

Federico Fioravanti

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Acerenza, città cattedrale

A volerla così, austera e bellissima, fu un monaco benedettino venuto da Cluny. Stretta nel silenzio e nella suggestione della sua cattedrale, Acerenza è un distillato di storia, dove grandiose architetture plasmano il profilo del ripido colle che domina le valli lucane, a metà strada tra il Tirreno e l’Adriatico.

Autentica cittadella murata medioevale, Acerenza si mostra in tutta la sua imponente compattezza a chi proviene dalle Puglie. La solenne cattedrale dell’XI secolo in stile romanico-cluniacense, consacrata all’Assunta e a San Canio, nome gaelico che significa “Magnifico Sorvegliante”, domina il panorama del borgo. Per apprezzarla davvero è meglio passeggiarci intorno, scrutare le mura di pietra antica, i volumi di absidi e torrette che armonizzano con il tessuto urbano e i materiali da costruzione, in accordo con i colori delle facciate e i tetti delle case. E, magari al tramonto, andare alla ricerca dei suoi mille, piccoli segreti prima di varcarne la soglia, nel momento in cui i raggi del sole attraversano il rosone e un fascio di luce intensa colpisce l’altare maggiore. Girandole attorno, fra gli stretti vicoli e le terrazze che aprono scorci sul panorama di dolci colline, la cattedrale svela i suoi primi tesori: incastonati nella trama di pietre millenarie si scoprono marmi di età romana, figure scolpite su lapidi funerarie consunte dal tempo, colonnine di squisita fattura ellenistica. E il meraviglioso portale romanico, dove uomini e animali sono da secoli avvinghiati tra loro.

In età barocca la cattedrale cambiò aspetto: fu rivestita di stucchi, che ne stravolsero spirito e atmosfera, e solo i profondi restauri degli anni Cinquanta tornarono a dare risalto alle sue linee austere. Oggi, ogni prezioso dettaglio è di nuovo visibile: le antiche acquasantiere, le testine di scimmia alla base delle colonne, la suggestiva immagine di Santa Margherita e il drago e il bassorilievo di un satiro intento a suonare lo zufolo.

Sovrana sulla vallata dei fiumi Bradano e Fiumarella, la cattedrale di Acerenza è ancora oggi la chiesa più grande del territorio, capace di ospitare 1200 fedeli e consacrata sede arcivescovile fin dal 1059, anno in cui il Concilio di Melfi sancì l’alleanza tra Vaticano e Normanni del Meridione. Risorse, così com’è oggi, nel 1080 per volere di Arnaldo, abate di Cluny, la più prestigiosa istituzione monastica dell’Europa dell’XI secolo, che era arrivato in Basilicata con i Normanni e il confratello Berengario, diventato poi Priore della Abbazia della vicina Venosa, detta l’Incompiuta.

Nei secoli Acerenza, per la splendida posizione strategica, fu oggetto di contesa tra Longobardi e Bizantini. Il terremoto del 1456 la distrusse quasi completamente, ma venne presto ricostruita e nel 1479 divenne proprietà della nobile famiglia dei Ferrillo.

Lo stemma dei Ferrillo, ripetuto centinaia volte su affreschi e formelle, è anche sul grande sarcofago dietro l’altare: il “Cassone di San Canio”. Agli inizi del Cinquecento, Giacomo Alfonso Ferrillo, il “conte archeologo”, e la sua bella moglie slava, la principessa Maria Balsa, chiamarono a palazzo il maestro Pietro di Muro Lucano e gli commissionarono la realizzazione di una piccola cripta, sotto il presbiterio. A Giovanni Todisco fu dato il compito di affrescarla. Il risultato è un piccolo scrigno di tesori, capolavoro dell’arte rinascimentale interpretata da artisti locali di rara sensibilità.

Uscendo dalla cattedrale, dopo aver ammirato il palazzo cinquecentesco dell’ex-Pretura con la sua bella romanella mediterranea, ci si può incamminare per i vicoletti del centro storico e soffermarsi sugli splendidi palazzi gentilizi settecenteschi dai portalini in pietra, ornati di sculture semplici o stemmi di antiche famiglie acheruntine.

Su Largo Gianturco si affaccia il palazzo della Curia vecchia, che occupa una parte dei locali dell’antico castello di impianto longobardo, parzialmente ricostruito negli anni Cinquanta. All’altezza di Porta San Canio c’è il settecentesco palazzo Gala, con un cornicione a romanella e portali in pietra scolpita.

L’antichissima Akere osca, che Orazio e Tito Livio chiamarono Acheruntia, “il luogo alto”, è da sempre una fortezza. Edificata per difendere, oggi è presidio di cultura e bellezza, simbolo di una terra che ha ospitato santi, pagani, guerrieri e principi normanni.

Daniela Querci

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Il fascino di Brisighella

Le origini di Brisighella risalgono alla fine del Duecento. Fu il fiorentino Maghinardo Pagani (nato a Susinana) considerato il più grande condottiero medievale della Romagna, a edificare quella che divenne la torre fortificata più importante della vallata ai cui piedi si sviluppò il borgo.

Maghinardo (Firenze 1243 – Imola 1302) fu guelfo in Toscana e ghibellino in Romagna. Combatté insieme a Dante Alighieri nella battaglia di Campaldino nel 1289. Ma poi divenne un campione dei ghibellini, alleato degli Ordelaffi di Forlì. Tanto che Dante, senza nemmeno nominarlo, ne condannò l’opera:

“Le città di Lamone e di Santerno / conduce il lïoncel dal nido bianco / che muta parte da la state al verno” (Inferno, Canto XXVII, 49-51).

Anche Brisighella, quando nevica, sembra un nido accogliente. Ma rimane tale in tutte le stagioni dell’anno, con le sue viuzze antiche, la bella cinta muraria e le scale scolpite nel gesso. Le Feste Medievali animano il paese alla fine dell’ultima settimana di giugno. E piazza Carducci, ogni 26 dicembre, da più di trenta anni, ospita un suggestivo Presepe Vivente. Le case del borgo avvolgono i tre inconfondibili pinnacoli rocciosi su cui poggiano una Rocca del XV secolo, la Torre cosiddetta dell’Orologio ed il Santuario del Monticino.

L’origine del nome rimane incerta. Forse Brisighella ha la stessa etimologia di Brescia: Brix in longobardo vuol dire luogo scosceso. In tardo latino Brisca significa terra spugnosa. Qualche studioso invece attribuisce il nome alla Brassica (cavolo), una pianta spontanea che una volta era molto diffusa in tutto il territorio circostante.

L’atmosfera medievale si respira ovunque. A partire dalla tranquilla piazza Marconi, sulla quale si affacciano Palazzo Maghinardo, ora sede del municipio, e la Via del Borgo, detta anche Via degli Asini. È una strada unica al mondo: coperta, sopraelevata e ricca di archi a forma di mezzaluna di ampiezza differente. Nel XII e XIII secolo la via serviva anche per scopi difensivi. Poi fu abitata soprattutto dai birocciai che trasportavano il gesso a dorso d’asino e che avevano le stalle per le bestie, i cosiddetti “cameroni” di fronte agli archi, vicino alle loro abitazioni che erano concentrate nel piano superiore della via.

La Torre dell’Orologio oggi è la sede del Museo del Tempo. Risale al 1290. Maghinardo Pagani la fece costruire con massi squadrati di gesso, per controllare le mosse degli assediati nel vicino castello di Baccagnano. Fu ricostruita nel 1548. Più volte danneggiata, è stata restaurata nella forma attuale nel 1850.

La Rocca manfrediana che in epoca medievale serviva a controllare il passaggio nella valle del Lamone, è caratterizzata da torri cilindriche. Nel 1310 Francesco I Manfredi, signore di Faenza, la eresse su un precedente edificio. Astorgio, un suo discendente, la modificò alla metà del Quattrocento. Fu completata dai veneziani attraverso la costruzione della torre più alta (1508) raccordata alla cinta muraria. Oggi è sede di un interessante Museo della Civiltà Contadina.

Dagli spalti della fortezza si ammira un bellissimo paesaggio. Merita una visita tutta l’area compresa nel Parco regionale della Vena del Gesso. Altre meraviglie si scoprono lungo la strada che porta a Firenze. Tre luoghi di culto ci ricordano che Brisighella ha dato i natali a ben 8 cardinali.

Al limitare dell’abitato spunta la chiesa dell’Osservanza eretta nel nome di Santa Maria degli Angeli. Poco fuori il paese, c’è un gioiello romanico: la Pieve del Tho, chiamata così perché fu costruita tra i secoli VIII e IX all’ottavo miglio della strada romana che univa la vicina Faenza con la Toscana. Fu un importante luogo di culto. L’edificio, a pianta basilicale, è composto da tre navate, separate da archi che poggiano su dodici colonne (undici colonne di marmo grigio e una di marmo di Verona) molto diverse tra loro come spessore e larghezza. Un’altra bella chiesa è la Pieve di S. Maria in Tiberiaco, edificata sul Monte Mauro, per volere dell’imperatore bizantino Maurizio Tiberio (582-602).

Brisighella fa parte dei circuiti dei Borghi più belli d’Italia e Cittaslow, oltre a essere Bandiera arancione del Touring Club Italiano.

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Hum, la città più piccola del mondo

Per il Guinness dei Primati, “la città più piccola del mondo” è Hum (in italiano Colmo) un centro medievale della Croazia, nel cuore dell’Istria. Fa parte del comune di Buzet (Pinguente). Ha soltanto 20 abitanti e un’estensione di appena 100 metri di lunghezza per 30 di larghezza.

Hum risale al IX secolo. Allora l’Istria apparteneva al regno Franco; il conte Ulrico I fece costruire un castello sui resti dell’antica fortezza. Intorno crebbe un piccolo borgo che, da allora, non è cambiato. Per entrare nella minuscola città medievale, l’unica via di accesso è ancora un antico portone di bronzo che si apre su due vicoli che ospitano una manciata di case, nobilitate da due chiese romaniche: quella di San Gerolamo e quella di San Giacomo, su cui svetta una bella torre campanaria. Nel 1102 Ulrico I scelse di lasciare Hum e alcuni altri suoi castelli al Patriarca di Aquileia. Nell’atto di donazione si parla del “castrum Cholm” (Hlm in croato). E’ la prima citazione conosciuta di Hum. Una fortezza quindi, il cui abitato è rimasto all’interno dei confini che furono stabiliti già nell’alto Medio Evo.

Il piccolo centro è famoso anche per alcuni particolari e preziosi affreschi romanici con influssi di pittura bizantina conservati nella chiesa di San Girolamo. La ricchezza storica della città in miniatura è confermata da un monumento di eccezionale interesse: il “Viale dei glagoliti”, un percorso di 7 chilometri che si estende da Roč (Rozzo) fino a Hum. Il cammino fu edificato nel 1977 a ricordo del più antico alfabeto slavo conosciuto.

Il glagolitico venne creato dal missionario Cirillo, insieme a suo fratello Metodio, intorno all’862-863. Servì a tradurre la Bibbia e altri testi sacri in antico slavo ecclesiastico. Il nome deriva dal sostantivo “glagolŭ”, che vuol dire “verbo” (ma è anche il nome della lettera “G”) o da “glagolati” che significa “parlare”. Ancora oggi, in Croazia, questo alfabeto è utilizzato nella liturgia. Presso gli altri popoli slavi che ne facevano uso fu invece sostituito intorno al X secolo dal cirillico, che è una sua derivazione.

La forma della passeggiata tra i segni dell’antica lingua somiglia alla lettera glagolitica “S”. Comprende 11 monumenti dedicati all’alfabeto voluto da Cirillo. Il percorso si conclude proprio a Colmo, dove una scritta di benvenuto accoglie il visitatore sulla porta d’ingresso del caratteristico centro.

Hum conserva ancora l’usanza che risale a molto più di mille anni fa, di scegliere il prefetto sul tavolo di pietra. Il 9 giugno tutti gli uomini della parrocchia eleggono lo zupano (il capo villaggio medievale) facendo una incisione su un bastone di legno chiamato “raboš”.

Vince chi ottiene il maggior numero di intagli. Il capo che viene eletto ha il compito di prendersi cura della parrocchia, di risolvere le controversie tra gli abitanti e di emettere eventuali sentenze nei confronti dei disubbidienti o di coloro che turbano l’ordine pubblico. Ma c’è veramente bisogno di lui soltanto il primo giorno dell’elezione, che coincide con una famosa sagra alla quale accorrono anche gli abitanti dei paesi vicini, per assaggiare la biska, una grappa medicinale al vischio la cui ricetta segreta risale ai druidi che la portarono in Istria più di 2000 anni fa.

Virginia Valente

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Il primo Comune

Lazise‬, piccolo paese sulla riva del lago di ‪‎Garda‬, è il più antico comune medievale d’‪Italia‬.

Il 7 maggio del 983 d.C, Ottone II, imperatore del Sacro Romano Impero, concesse, su richiesta degli abitanti di questo borgo, l’autonomia amministrativa e la possibilità di fortificare i confini con mura turrite.

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La popolazione delle città

All’inizio del Trecento l’ Europa non arrivava ai 70 milioni di abitanti. Verso la fine del secolo, la penisola italiana era abitata da quasi 8 milioni e mezzo di persone. Nel XIV secolo, Milano era comunque la città più popolosa d’Europa con oltre 150mila abitanti. Più di Parigi, unica città europea a superare i 100mila.

Gabriella Piccinni, autrice di “Medioevo” ( Bruno Mondadori Editore ) parla a ragione di “metropoli italiane”: Firenze e Venezia infatti all’epoca avevano già più di 100mila abitanti. Ma era tutta la penisola a essere urbanizzata più del continente. Sei città del centro nord contavano tra i 40mila e i 50mila abitanti: Bologna, Verona, Brescia, Cremona, Siena e Pisa.

Roma, sede del papato, in quegli anni aveva solo 30mila abitanti. Appena qualche migliaio in più di Perugia, che sfiorava i 25mila. Come Padova, Pavia, Parma, Mantova, Piacenza, Napoli, L’Aquila e Messina, Ancona e Ascoli Piceno.

La bella Ferrara (vedi piantina), come Forlì, Reggio nell’Emilia, Ravenna e Rimini non arrivava ai 15mila residenti.

In Andalusia, Cordova e Granada, popolate da arabi, orientali, ebrei, europei e africani, dopo la “reconquista” scesero di colpo sotto i 50mila residenti.

Qualche centinaio di abitanti in meno della prospera città fiamminga di Gand e di Colonia, che allora era la più ricca e popolosa delle città tedesche.

La russa Velikij Novgorod, capitale di un vasto stato tra il Baltico, il mar del Nord e gli Urali, non arrivava ai 50mila abitanti. Salonicco, con 55mila abitanti era il centro più popoloso della Grecia. All’alba del XIV secolo, Londra era abitata da appena 35mila persone. E in tutta l’Inghilterra soltanto York, Norwich e Bristol superavano i 10mila abitanti.

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