San Giorgio, il santo che non c’è ma si vede

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Icona di San Giorgio nella chiesa di San Giorgio extra a Reggio Calabria

Ha salvato una principessa, ucciso un drago, convertito intere armate alla vera fede, guidato popoli, protetto nazioni, unito oriente e occidente, nord e sud e al tempo stesso istigato nazionalismi e fatto del suo simbolo la bandiera di grandi potenze. Venerato da cattolici, ortodossi, anglicani, laici e persino musulmani, ha fornito il suo patrocinio ai boy scout e il suo nome a 6 sovrani Inghilterra e al piccoletto che si prepara a salire sul trono fra tre generazioni.

Non male per un uomo che non è mai esistito. E che se pure fosse esistito, di certo non sappiamo nulla di lui.

San Giorgio è tutto e il contrario di tutto, perfetta sintesi delle contraddizioni, delle contaminazioni e delle suggestioni di due millenni di era cristiana: dalle storie dei martiri alle fiabe, dalle crociate alle repubbliche marinare, dalle tifoserie calcistiche alle liturgie orientali dense di incenso e di mistero.

Tutto comincia, secondo il racconto di Jacopo da Varagine nella Legenda Aurea, in Libia, a Selem, dove il grande stagno alle porte della città è infestato da un terribile mostro il cui alito mefitico semina morte e distruzione.

Per placare l’ira del mostro gli abitanti gli danno in pasto due pecore al giorno; quando però le pecore finiscono, sono costretti a sacrificare dei giovani estratti a sorte. Come sempre, finché si tratta di poveracci va tutto bene; quando però viene sorteggiata la figlia del re, allora iniziano i problemi seri.
Il sovrano, terrorizzato, offre il suo patrimonio e metà del regno per salvare la vita della principessa Silene, ma la popolazione si ribella e ne scaturisce una mezza rivoluzione. Dopo otto giorni di guerra, il re si arrende e acconsente, rassegnato, al sacrificio della figlia.
Prelevata dalla sua dimora, la piccola Silene viene costretta a dirigersi verso lo stagno dove sarà divorata dal mostro. Proprio mentre la giovane si sta incamminando verso il suo terribile destino, però, arriva il giovane cavaliere Giorgio che tranquillizza la principessa assicurandole il suo intervento.

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San Giorgio e la principessa in un bassorilievo di Donatello

Poi, lancia in resta, galoppa verso il malefico stagno: aggredito dal drago gli sferra contro la lancia infilandogliela nella bocca; il mostro resta tramortito e si ammansisce.
A quel punto Giorgio ordina alla principessa di togliersi la cintura e di avvolgerla al collo del drago, che fattosi docile, potrà essere tranquillamente portato a spasso come un fido cagnolone.
Silene obbedisce e arriva in città con il drago al guinzaglio. Gli abitanti sono atterriti alla vista del mostro, ma Giorgio li rassicura: “Non abbiate timore! – grida – Iddio mi ha mandato a voi per liberarvi: se abbraccerete la fede in Cristo e riceverete il battesimo, io ucciderò il mostro”.
Convertiti all’istante senza nemmeno un minuto di catechismo, tutti gli abitanti si radunano ad osservare la fine del pestifero rettile, che si lascia uccidere da Giorgio senza opporre resistenza. Poi viene trascinato fuori dalla città da quattro paia di buoi. E tutti vissero felici e contenti. Tranne Giorgio, che per la sua fede viene massacrato. Ma questa è un’altra storia: non necessariamente più attendibile sotto il profilo storico, ma quanto meno considerata appena un po’ più ufficiale dalla Chiesa Cattolica. Che comunque, qualche problema con Giorgio ce lo ha sempre avuto, se nel 1964 è arrivata a cancellarlo dal calendario.

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Miniatura di arte copta sul santo che colpisce il drago

Secondo la Passio Sancti Georgii il nostro eroe (il cui nome in greco significa “agricoltore”) era nato intorno al 280 in Cappadocia, nell’odierna Turchia, figlio del soldato persiano Geronzio e della cappadoce Policromia.

Educato alla religione cristiana, si era trasferito in Palestina dove si era arruolato nell’esercito di Diocleziano, comportandosi da valoroso soldato fino al punto di giungere a far parte della guardia del corpo dello stesso imperatore, divenendo ufficiale delle milizie.
Dopo aver convocato 72 re per decidere quali misure prendere nei confronti dei cristiani, Diocleziano scatena la più sanguinosa persecuzione della storia romana e Giorgio reagisce donando ai poveri tutti i suoi averi e strappando l’editto davanti alla corte. Di fronte al tradimento e la defezione di uno dei suoi più fidati collaboratori, Diocleziano tenta di recuperarlo prima con regali, poi con le minacce, infine con la violenza. Quando Giorgio si rifiuta per l’ennesima volta di offrire sacrifici agli dei l’imperatore, furioso, lo fa arrestare e torturare.
Nella cella Giorgio ha una visione di Dio che gli predice sette anni di tormenti, tre volte la morte e tre volte la resurrezione.
Quando rifiuta definitivamente di rinnegare la fede in Cristo, per Giorgio viene preparato il più atroce dei supplizi: il suo corpo viene tagliato in due con una ruota piena di chiodi e spade. Eppure, sebbene fatto letteralmente a pezzi, Giorgio non muore: anzi, muore ma poi torna in vita convertendo con quel prodigio il magister militum Anatolio con tutti i suoi soldati; l’intera milizia sarà martirizzata. Nel frattempo il nostro eroe, uscito dal carcere, entra in un tempio pagano e con un soffio abbatte gli idoli di pietra, poi converte l’imperatrice Alessandra, che a sua volta verserà il sangue per la nuova fede.

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La tomba di San Giorgio nella città israeliana di Lod

Divenuto una sorta di sacro zombie, divino supereroe, macchina da miracoli, Giorgio sfida e batte il mago Atanasio e su richiesta del re Tranquillino riporta in vita due persone morte da ben 460 anni, le battezza e poi le fa sparire nel nulla.
L’imperatore Diocleziano lo condanna nuovamente a morte, questa volta per decapitazione. È il 23 aprile 303 e siamo a Nicomedia, oggi Izmit, in Turchia: catturato, Giorgio prima dell’esecuzione implora Dio che l’imperatore e i 72 re vengano inceneriti e la preghiera-maledizione viene subito esaudita.
L’aspetto singolare è che con questo fosco miracolo la leggenda anticipa di dieci anni la morte storica di Diocleziano, avvenuta nel 313; stesso anno, per ironia della sorte (o del divino) in cui Costantino legalizza il cristianesimo.
Va detto però che nel 305 Diocleziano, ammalatosi gravemente, si dimise spontaneamente ritirandosi a Spalato. In qualche modo, quindi, la maledizione del cavaliere cristiano ha sortito realmente effetto.
Ottenuta dunque la vendetta preventiva, Giorgio si lascia decapitare, promettendo protezione a chi onorerà le sue reliquie, che vengono raccolte e conservate in una cripta sotto la chiesa cristiana di Lod, in Israele.

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Statua di San Giorgio scolpita da Donatello (Museo nazionale del Bargello, Firenze)

Il culto del martire si estende subito in tutto l’oriente cristiano. Ma già nel 496 un decreto di papa Gelasio classifica la sua biografia come opera apocrifa, ovvero non autentica. Un provvedimento che non impedisce alla passio di essere tradotta in latino, copto, armeno, etiopico e arabo e a Giorgio di continuare a crescere in popolarità guadagnando schiere di devoti in tutto il mondo: dalla Spagna all’India, dall’Italia alla Russia.

Sempre accompagnato dal fido drago, come santo sauroctono per eccellenza Giorgio riesce a sbaragliare una nutritissima concorrenza di colleghi domatori di lucertoloni. Infatti, ce ne sono moltissimi ai nastri di partenza del Medioevo, ma cavalcando l’iconografia Giorgio riuscirà a seminarli tutti: da Silvestro a Margherita, da Marta all’imperatore Costantino fino allo stesso San Michele, il nemico del drago per antonomasia. Un caso a parte, invece, è quello di Teodoro: perché a lui, il mostro, Giorgio glielo sfila proprio dalle mani.

Nelle primissime rappresentazioni del santo – fedeli al racconto del martirio – di draghi non c’è proprio traccia. In quella che viene considerata la raffigurazione più antica di Giorgio, un bassorilievo risalente al X secolo e contenuto nella chiesa di Santa Croce sull’isola Akdamar in Armenia, sono scolpiti tre santi a cavallo, tutti impegnati ad uccidere un nemico: Giorgio con la sua lancia sta trafiggendo un uomo, Sergio un animale feroce, mentre Teodoro proprio un drago, peraltro più simile a un grosso serpente che al dinosauro alato che si diffonderà dopo le crociate.
Nella cattedrale di Nikortsminda, in Georgia (paese intitolato proprio al santo), edificata un secolo dopo, Giorgio è di nuovo a cavallo e in compagnia di Teodoro: anche questa volta il nostro eroe se la deve vedere con un nemico umano, mentre Teodoro con il grosso rettile.

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San Giorgio e il drago in una miniatura del 1460 conservata al Getty museum

Contemporaneo di Giorgio e come lui soldato, Teodoro di Amasea è patrono dei soldati, dei ladri (!) e il primo protettore di Venezia; certo non dei draghi, che infilza soddisfatto in ogni rappresentazione in cui è immortalato. Giorgio, invece, nemico giurato del paganesimo, è con gli eretici che se la prende, non con gli animali.
Nel giro di pochi decenni, però, a forza di condividerci bassorilievi il nostro riesce a rubare il posto all’illustre collega e già alla fine del secolo è lui a trafiggere il lucertolone nella chiesa di Santa Barbara a Soganli in Cappadocia.

Inutile spiegare che è proprio a partire dalle raffigurazioni che si sviluppa la leggenda del salvataggio della principessa, con il passare dei secoli arricchita – come tutte le leggende – di sempre più particolari fino ad essere messa per iscritto dal trovatore Wace nel 1170 e da Jacopo da Varagine nel 1200.
Sicuramente nella creazione della leggenda influisce anche l’immagine di Costantino trovata a Costantinopoli, dove l’imperatore schiaccia col piede un drago simbolo del demonio, e il mito greco di Perseo che uccide il mostro liberando la bella Andromeda.

Se in numerose leggende (come quella della città di Terni) il drago ucciso simboleggia un’antica palude in seguito bonificata, nel caso di San Giorgio la leggenda del drago e quella del martirio finiscono per fondersi: il mostro diventa quindi l’incarnazione del male e più nello specifico del paganesimo. Nei paesi slavi il drago diviene invece simbolo dell’inverno, restituendo al santo il significato del suo nome facendone il protettore dell’agricoltura.

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Il gonfalone del Comune di Genova

Nel frattempo, nel VI secolo l’esercito bizantino, di stanza a Genova, per omaggiare il santo ha portato nella piccola chiesa di San Giorgio una bandiera costituita da una croce rossa in campo bianco. Quella croce diventa il vessillo della Repubblica di Genova, che lo adotta ufficialmente nel 1096. Successivamente lo stesso simbolo viene scelto dalla Lega Lombarda e dai guerrieri crociati che, arrivati in oriente per combattere gli infedeli, non possono non lasciarsi sedurre dal santo cavaliere nemico dei pagani: il culto di Giorgio viene portato così in tutto il mondo cristiano, radicandosi soprattutto in ambienti militari. Il sauroctono diventa il protettore di ogni nazionalista e il suo vessillo si trasforma nella bandiera – tra l’altro – del Comune di Milano; che, per singolare coincidenza, proprio a seguito delle imprese dei Visconti alle crociate, nei secoli successivi adotterà nello stemma anche un altro drago che sta ingoiando un fanciullo: il celebre biscione entrato anche nello stemma della squadra di calcio dell’Inter e del logo di Canale 5 e poi di Mediaset.

Con il passare dei secoli Giorgio diventa anche patrono del Portogallo, della Lituania, dell’Aragona, delle forze armate bulgare, di Campobasso, Ferrara e Reggio Calabria mentre Roma rivendica la reliquia del cranio custodita nella basilica di San Giorgio in Velabro. È poi il patrono dei cavalieri, degli armaioli, dei soldati, degli scout, degli schermidori, degli arcieri e dei sellai; è invocato inoltre contro la peste, la lebbra e la sifilide, i serpenti velenosi, le malattie della testa e persino contro le eruzioni del Vesuvio.

Ma se oggi San Giorgio è soprattutto il patrono dell’Inghilterra è perché la sua bandiera era stata assegnata agli inglesi dal papa proprio durante le crociate: è il re guerriero Riccardo Cuor di Leone (1157-1199) il primo a invocare il santo soldato come protettore di tutti i combattenti; nel 1277 il suo vessillo diventa la bandiera ufficiale del Regno d’Inghilterra e nel 1348 re Edoardo III istituisce il celebre grido di battaglia “Saint George for England” istituendo l’Ordine dei Cavalieri di San Giorgio o della Giarrettiera.

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La Union Jack, bandiera della Gran Bretagna

I primi legami tra il santo e la terra inglese erano stati comunque testimoniati già da Beda il venerabile nel VII secolo, mentre nel X secolo erano comparse le prime chiese a Fordingham, Dorset, Thetford, Southwark e Doncaster.
La ricorrenza del martirio diventa un momento così importante per la vita inglese che Bram Stoker sceglie di ambientare l’apertura del romanzo Dracula proprio nella notte di San Giorgio: non il 23 aprile, però, ma il 5 maggio; in Romania – dove si svolge l’azione – così come in tutti i paesi slavi, la liturgia segue infatti ancora il calendario giuliano, ed è quindi sfasata di diversi giorni.
Dalla parte opposta dell’Europa, in Catalogna, la festa di San Giorgio va curiosamente a incrociare quella di San Valentino: qui la tradizione vuole infatti che i ragazzi regalino alle ragazze una rosa e vengano ricambiati con un libro.

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Coreografia della croce di San Giorgio in una partita della nazionale inglese

Se la riforma gregoriana ha allontanato la festa di San Giorgio dalla Chiesa Cattolica sotto il profilo cronologico nei paesi ortodossi, quella protestante lo ha allontanato sotto quello spirituale: come ha dimostrato Hanael P. Bianchi, nel suo studio St George’s Day: A Cultural History, la Riforma ha trasformato profondamente il “St. George’s Day” facendolo passare da una festività dai connotati spiccatamente religiosi ad una più propriamente politica e nazionalista.

Ne è un esempio la bandiera: tra il XVII e il XIX secolo, con l’unione di Inghilterra, Scozia e Irlanda, la croce di San Giorgio si fonde con quella di Sant’Andrea e con quella irlandese, dando luogo alla cosiddetta “Union Jack”, e oggi la bandiera dell’Inghilterra viene usata solo in ambito calcistico, dove le squadre sono rimaste separate, e – appunto – da gruppi nazionalisti.

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San Giorgio in un’opera di Carlo Crivelli (1472)

Quanto alla festa, pur avendo perso la sua connotazione religiosa, è ancora molto sentita dagli inglesi: ogni anno il 23 aprile le vie di Londra si riempiono di austeri gentlemen che indossano ai polsini della camicia i St. George’s cufflinks (i gemelli con lo stemma inglese o la raffigurazione del santo), gruppi di giovani suonano in ogni dove, i giocolieri si esibiscono davanti al Covent Garden Market, le bandiere bianche attraversate da una croce rosso fuoco sventolano ovunque, mentre per le strade marciano le bande delle Forze Armate.

Per quanto riguarda l’Italia, disseminate per la penisola ci sono ben 21 città che portano il suo nome (tra queste quella che ha dato i natali a Massimo Troisi). Eppure se la riforma gregoriana ha allontanato il San Giorgio ortodosso e quella protestante quello inglese, la controriforma cattolica – con il suo approccio storico-archeologico – ha finito per separare il santo cavaliere anche da se stessa.

L’impossibilità di trovare notizie attendibili sul personaggio ha costretto infatti la Chiesa a prendere progressivamente le distanze dal leggendario eroe, fino alla cancellazione della sua festa dal calendario liturgico avvenuta nel 1969, con l’ambigua classificazione voluta da Paolo VI di “memoria facoltativa”. Che poi è un po’ come dire: se volete pregatelo pure, ma anche no.

Arnaldo Casali

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