Teodosio, l’ultimo imperatore

L'imperatore Teodosio e sant'Ambrogio, dipinto di Van Dyck, Palazzo Venezia, Roma.Guadagnato a partire dal V secolo l’epiteto di “grande”, Teodosio I si è impresso nell’immaginario collettivo come un imperatore vincente, apice della romanità tardoantica e al contempo artefice dell’imporsi del cristianesimo sui culti pagani: un’immagine non necessariamente da rigettare, ma certo da sfumare (nella foto, l’imperatore Teodosio e sant’Ambrogio, in un dipinto di Van Dyck, conservato a Roma, in Palazzo Venezia).

Teodosio nacque l’11 gennaio 347 a Cauca, nell’odierna Galizia: la sua famiglia, di orientamento cristiano, apparteneva all’élite locale. Il suo esponente di punta era l’omonimo padre di Teodosio, Teodosio il Vecchio, un militare capace: nel 368, al comando di truppe scelte, si trovava in Britannia per il ripristino dell’ordine pubblico. Suo figlio Teodosio era con lui, e lo era ancora nel 369 in Gallia, nel corso di alcune operazioni contro gli Alemanni sul Reno, e nel 373 in Africa, alle prese con i Mauri.

Fu solo nel 374 che Teodosio il Giovane avviò un’autonoma carriera militare, sconfiggendo in veste di dux Moesiae un gruppo di Sarmati: le sue floride prospettive furono tuttavia frustrate dai drammatici accadimenti che coinvolsero il padre. Questi, entrato in violento contrasto con il comes Africae Romano, nel 376 venne giustiziato per alto tradimento: il figlio ritenne allora opportuno ritirarsi in Spagna, dove sposò una conterranea – Flaccilla – da cui ebbe il suo primogenito, Arcadio.

Fu il clima emergenziale conseguente alla sconfitta romana di Adrianopoli dell’8 agosto 379, ad opera dei Goti, a creare le condizioni per il ritorno sulle scene di Teodosio.
L’imperatore Valente (328 – 379) era morto sul campo di battaglia; ai vertici dell’impero si trovavano dunque Graziano (359 – 383), malfermo nel suo stesso Occidente, e il fratellastro Valentiniano II (371 – 392), ancora bambino. La vulgata recita che Graziano richiamò Teodosio dalla Spagna, affidandogli il comando della controffensiva e premiandone i brillanti risultati con il titolo imperiale per l’Oriente.

Una comparazione critica delle fonti induce invece a ritenere che le vittorie di Teodosio contro i Goti non furono in realtà folgoranti; soprattutto, lo scarso lasso di tempo fra la morte di Valente e la sua incoronazione – avvenuta a Sirmio, nell’odierna Serbia, il 19 gennaio 379 – fa pensare che egli fosse già militarmente operativo in zona. Tale distorsione dei fatti è forse spiegabile con la volontà delle fonti di rescindere qualsivoglia legame tra il disastro di Adrianopoli e Teodosio, la cui rapidissima ascesa può anche interpretarsi come un ingenuo tentativo di Graziano di legare a sé un potenziale avversario, che del resto nell’entourage dell’imperatore poteva contare sul supporto di due parenti.

Stabilitosi inizialmente a Tessalonica, il nuovo imperatore d’Oriente dovette subito affrontare la minaccia dei Goti. Verrebbe da dire che il consolidamento urgente dell’esercito si rivelò efficace: i Goti – nonché alcuni Alani e Unni – stando alla vulgata vennero ripetutamente sconfitti tra l’autunno del 379 e quello del 380, quando Teodosio fece il suo ingresso trionfale a Costantinopoli; in realtà è appurato che l’eterogeneo esercito imperiale subì nel frangente anche alcune sconfitte, e che Teodosio – persino a un passo dall’essere fatto prigioniero, in un dato momento – fu costretto a chiedere supporto a Graziano. La minaccia gota fu sì contenuta, ma divenne chiaro che costringerla al di là del Danubio era diventato impossibile.

Non a caso, nel 381 Teodosio lavorò di diplomazia, sfruttando le divisioni fra i Goti: portò dalla sua parte Atanarico, il vecchio re goto che a suo tempo aveva messo in difficoltà Valente.
Il suo peso politico, di contro a quello di un altro re, Fritigerno, era modesto; tuttavia il suo soggiorno a Costantinopoli – onorevole ancorché breve, dato che Atanarico morì due settimane dopo il suo arrivo – dovette far intendere ai Goti quanto l’impero fosse disposto a trattare. Il 3 ottobre 382 si ebbe in effetti la stipula di un trattato: a dispetto di quanto riportato da alcune fonti, non si trattò affatto di una resa dei Goti, non fosse altro perché le concessioni dei Romani non avevano precedenti.

I Goti non solo vennero accolti come “foederati,” ma godettero dell’esenzione fiscale fra Danubio e Emo e del mantenimento della propria legislazione; di contro si impegnarono ad affiancare l’esercito imperiale. Nel breve periodo la strategia di Teodosio si rivelò vincente: al patto fecero seguito non meno di nove anni di relativa tranquillità.

Jacopo Mordenti
Segue su Storica National Geographic n.82

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