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Category Archives: Papi e chiesa

Un diavolo di papa

Ottone I incontra Giovanni XII, Laboratorio di Diebold Lauber, 1450

Morire a 27 anni dopo una vita di eccessi: se sei una rockstar entri di diritto nel club di Brian Jones, Jimi Hendrix, Janis Joplin, Jim Morrison, Kurt Cobain e Amy Winehouse. Ma se sei il papa la cosa è un tantino più disdicevole. Tanto più se sei morto ammazzato da un oste a cui hai castigato la moglie.

Ma che ci vuoi fare, son ragazzi e Ottaviano dei conti di Tuscolo, quando diventa papa, ha appena diciotto anni e come tutti gli enfant prodige è un po’ destabilizzato dal prematuro successo e dal potere, che finisce a dover gestire in un ambientino tutt’altro che raccomandabile.

D’altra parte, se come nonnina il destino ti ha regalato la famigerata Marozia, regina della pornocrazia vaticana, il minimo che ti puoi aspettare è una vita all’insegna di sesso, vino, caccia, gioco e guerra.

Come il suo più illustre predecessore Gregorio Magno anche Ottaviano viene da una famiglia romana ricca e potente e prima della carriera ecclesiastica ha intrapreso quella politica. Con una piccolissima differenza: se Gregorio aveva speso tutte le sue ricchezze e il suo potere per aiutare i poveri e sostenere la pace nella sua città e l’Italia intera, Ottaviano alla preghiera e ai poveri preferisce le donne e la guerra.

Fare il papa, comunque, gli piace: gli piace così tanto che si sceglie pure un nome d’arte: Giovanni XII. E dopo di lui quasi tutti i suoi successori lo imiteranno.

È proprio Ottaviano, infatti, a introdurre l’uso dei pontefici di cambiarsi nome: fino ad allora tutti i vescovi di Roma avevano mantenuto il nome di battesimo, compresi gli undici papi che prima di lui si erano chiamati Giovanni. Con l’unica eccezione di Giovanni II, papa dal 533 al 534, che in realtà si chiamava Mercurio. Nel suo caso però, la scelta fu dettata da motivi squisitamente religiosi: non riteneva opportuno, dopo la conversione, continuare a portare un nome tanto pagano come quello del messaggero degli dei.

Dopo Giovanni XII, invece, tutti i papi cambieranno nome al momento dell’elezione. Il suo peraltro, sarà quello più utilizzato dai romani pontefici e conterà – tra gli altri – un antipapa in seguito disconosciuto (Giovanni XVI), un discendente dello stesso Ottaviano (Giovanni XIX) e ben due Giovanni XXIII: il primo (che peraltro condividerà con Ottaviano la passione per le donne e per la guerra) sarà terzo incomodo tra due papi – quello romano e quello avignonese – e in realtà non godrà mai, visto che la sua elezione non risolverà lo Scisma d’occidente e appena cinque anni dopo la salita al soglio verrà deposto. Pur essendo riconosciuto da Martino V come suo predecessore, però, diventerà ufficialmente “antipapa” quando Angelo Giuseppe Roncalli, nel 1958, sceglierà il suo stesso nome rinnegandolo così definitivamente.

Un altro primato di Giovanni XII è quello di essere stato papa per ben due volte; primato condiviso, peraltro, con il suo successore (e predecessore) Leone VIII.

“Il papa è ancora un ragazzo – dice di lui l’imperatore Ottone – e si modererà solo con l’esempio di uomini nobili”. Esempio che, evidentemente, stenterà a trovare per tutta la vita.

Papa Giovanni XII, disegno tratto da Bartolomeo Sacchi detto il Platina, Vite De’ Pontefici, a cura di Onofrio Panvinio, per i tipografi Turrini, e Brigonci, Venezia 1663

Nato a Roma nel 937, suo padre è Alberico, principe di Roma e figlio di Marozia. È stato proprio lui a mettere fine al ventennio che aveva visto Marozia padrona assoluta di Roma e della Chiesa, cacciando dalla capitale il suo terzo marito – il re d’Italia Ugo di Provenza – e privando suo fratello papa Giovanni XI di ogni forma di potere temporale. Alberico ha sposato la sorellastra Alda, figlia di primo letto di Ugo di Provenza, che ha messo al mondo Ottaviano, cresciuto nel palazzo di famiglia in via Lata circondato dall’aristocrazia romana.

Il padre aveva immaginato per il figlio un futuro da suo successore come signore di Roma ma visto che l’unico potere che si contrappone a quello del principe è quello del papa, Alberico ha pensato bene che la cosa migliore sia che suo figlio diventi entrambi.

“Alberico si rendeva conto che la separazione del potere temporale da quello spirituale non sarebbe durata a lungo – spiega Claudio Rendina in “I papi – storia e segreti” – temeva l’intervento di Ottone I che già aveva messo in mostra le sue aspirazioni imperiali. Riponeva ogni estrema speranza nel figlio, affinché almeno il dominio su Roma restasse legato alla sua famiglia”.

Fa quindi giurare alla nobiltà e al clero di Roma che dopo la morte di Agapito II eleggeranno papa suo figlio.

Nell’agosto 954 Alberico muore e Ottaviano gli succede come principe di Roma, mentre l’anno dopo – quando scompare Agapito – il giovane, come promesso, diventa papa all’età di diciotto anni e senza aver avuto alcuna formazione religiosa.

Ordinato il 16 dicembre 955, Ottaviano – pur diventato Giovanni – non cambia le sue abitudini mondane mentre si lancia in campagne militari che puntano a recuperare i terreni dello Stato della Chiesa persi dopo lo smembramento dell’impero carolingio.

Intanto il re Berengario governa l’Italia su nomina imperiale e dopo essersi dovuto umiliare per ottenerla si sta prendendo una dura rivincita su quei feudatari che non lo avevano appoggiato nei confronti dell’imperatore.

Se il padre aveva portato avanti una politica saggia ed equilibrata, Giovanni nel 957 attacca Sigulfo di Benevento e Pandolfo di Capua, ma viene sconfitto sonoramente ed è costretto a trattare una resa umiliante. Si volge dunque alla Romagna bizantina e attacca Berengario cercando di allearsi con Ottone di Sassonia re di Germania, che promette di proseguire l’opera di Carlo Magno e dei suoi successori ergendosi a difensore della Sede Apostolica.

Morte di Papa Giovanni XII, Franco Mistrali (1861)

Il 2 febbraio 962 Giovanni incorona imperatore Ottone, che il giorno dopo si impegna a restituire al pontefice i territori che Pipino il Breve e Carlo Magno gli avevano donato ma poi i Re d’Italia avevano sottratto. Giovanni XII, da parte sua, impegna Roma alla fedeltà all’impero. Al tempo stesso, però, viene concordato che l’elezione del papa – pur essendo effettuata da clero e popolo romano – deve essere approvata dall’imperatore. Questo potere di veto verrà rivendicato dall’imperatore fino al 1903 e solo Pio X lo abolirà ufficialmente.

Giovanni però, non fa attendere troppo il tradimento: preoccupato dell’egemonia di Ottone in Italia nel 963 tratta con Adalberto, il figlio di Berengario, che sta organizzando una resistenza a nord di Verona e prende contatti addirittura con i musulmani e con i potentati dell’Italia meridionale – in pratica con tutti i vecchi nemici – per contrastare l’avanzata imperiale. Ottone reagisce invadendo l’Italia e i territori pontifici e il 2 ottobre entra a Roma, ma Giovanni è già fuggito chiudendosi prima nel castello di Tivoli, poi riparando in Corsica.

A Roma l’imperatore convoca un Concilio nel corso del quale Giovanni XII viene condannato in contumacia per alto tradimento e deposto.

“Allora, alzandosi il cardinale presbitero Pietro, testimoniò di averlo visto celebrare messa senza essersi comunicato. Giovanni, vescovo di Narni, e il cardinale diacono Giovanni, giurarono di averlo visto ordinare un diacono nelle scuderie, non in momenti consoni – racconta Liutprando, vescovo di Cremona e collaboratore di Ottone, in De rebus gestis Ottonis magni Imperatoris – Il cardinale diacono Benedetto, con altri diaconi e presbiteri, dissero di sapere che consacrò vescovi dietro pagamento, e che ordinò un bambino di dieci anni come vescovo di Todi. Dissero che non fosse necessario venire a conoscenza del sacrilegio, poiché più vedendo che ascoltando potremmo sapere. Dissero dell’adulterio che non vedevano con gli occhi, ma che sapevano con esatta certezza, cioè che ci fosse stato l’abuso della vedova di Raniero, della concubina del padre Stefania e della vedova Anna con sua nipote, e che avesse ridotto il sacro palazzo del Laterano alla stregua di un lupanare e di un postribolo. Dissero che si fosse dedicato pubblicamente alla caccia; che avesse accecato il suo padre spirituale Benedetto, che presto fosse morto; che avesse ucciso il cardinale subdiacono Giovanni, dopo averlo castrato; testimoniarono che avesse suscitato incendi, che avesse cinto la spada e che avesse indossato l’elmo e la corazza. Tanto i chierici quanto i laici tutti proclamarono che avesse brindato al Diavolo. Dissero che al gioco dei dadi avesse invocato l’aiuto di Giove, Venere e di altri demoni. Testimoniarono che non avesse celebrato i mattutini e le ore canoniche, né di essersi fatto il segno della croce”.

“Abbiamo sentito dire che voi volete fare un altro papa – scrive Giovanni in una minacciosa lettera – se fate ciò, vi scomunico in nome di Dio Onnipotente, affinché non abbiate alcun permesso di ordinare e di celebrare l’eucarestia”.

L’interno della basilica di San Giovanni in Laterano, dove è tumulato Giovanni XII

Il messaggio viene del tutto ignorato dai padri conciliari. Così, dopo averlo invitato a fare atto di sottomissione, Ottone e i prelati lo dichiarano decaduto dal pontificato. Lo stesso imperatore impone come successore il laico Leone VIII, suo segretario e capo della cancelleria del Laterano, che papa Giovanni aveva inviato in precedenza da Ottone proprio per fermare l’invasione italiana.

Uomo onesto e mite, Leone è percepito però come uomo dell’imperatore e quindi inviso al popolo romano, che – istigato da Giovanni – gli si rivolta contro appena Ottone lascia la città. Leone è costretto alla fuga. Nel febbraio 964 Giovanni rientra trionfalmente a Roma e convoca un nuovo concilio che dichiara nullo il processo che lo aveva condannato, depone Leone e elegge Ottaviano di nuovo papa.

Ai sostenitori di Leone vengono tagliati la mano destra o il naso, la lingua e le dita. Non solo: i vescovi che hanno ordinato il papa-nemico vengono spogliati degli ordini sacri e condannati.

Appena tre mesi dopo però, il 14 maggio 964, Giovanni viene sorpreso dall’oste della taverna in cui alloggia a letto con sua moglie Stefanetta. Così, il marito tradito, in un impeto d’ira, scaraventa il papa fuori dalla finestra.

Chiamati ad eleggere un nuovo pontefice, i romani scelgono allora il cardinale Benedetto: uno degli accusatori di Giovanni al concilio, che però resta in carica però solo un mese. Infatti, subito dopo, Ottone rientra a Roma e impone nuovamente come papa Leone VIII. Benedetto sceglie di dimettersi volontariamente e si prostra a Leone che gli spezza il pastorale e gli toglie l’ordine, non solo dell’episcopato ma anche del presbiteriato, lasciandolo soltanto diacono. Benedetto ripartirà con lo stesso Ottone e si stabilirà in Germania, dove morirà nel 966 in fama di santità.

Giovanni invece rimane in coma per otto giorni, poi muore e viene sepolto a San Giovanni in Laterano. Lascerà un ricordo tutt’altro che onorevole.

Il Liber Pontificalis lo liquida così: “Giovanni fu, in breve, scelleratissimo, poiché fu il peggiore, e trascorse tutta la sua vita nell’adulterio e nella vanità”.

Arnaldo Casali

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L’elezione di Gregorio VII

Gregorio VII (1020/25-1085) ritratto in una miniatura del secolo XI

Ildebrando di Sovana, eletto papa il 22 aprile 1073 con il nome di Gregorio VII, scrisse la storia della Chiesa ben prima di salire sul soglio di Pietro. Combatté eresie, elaborò riforme moralizzatrici e orientò anche la stessa elezione e il pontificato dei suoi predecessori.

Ildebrando Aldobrandeschi era nato nel piccolo borgo toscano in provincia di Grosseto, intorno al 1020. A differenza dei suoi “colleghi” non veniva da una stirpe ricca e potente ma da un’umile famiglia. Dotato di grande intelligenza, temperamento energico e spiccato senso politico, si era fatto notare ben presto a Roma.

Ancora giovanissimo era entrato nel monastero di Santa Maria sull’Aventino dove suo zio era abate, dimostrando una forte personalità e ansia di rinnovamento per una Chiesa che appariva ormai completamente allo sbando. “La cupidigia – lamentava san Pier Damiani – domina tutti e li fa schiavi. Il mondo presente non è che una fogna di invidie e di laidezze. Se le guide vengono a cadere, se la condotta dei preti è più perniciosa di quella dei laici, facilmente e fatalmente chi la seguirà cadrà dietro a loro”.

D’altra parte ormai, dai tempi della pornocrazia della “papessa” Marozia il trono di Pietro ha perso qualsiasi dimensione spirituale ed è diventato oggetto di scontri tra le grandi famiglie romane. Basti pensare che Teofilatto dei conti di Tuscolo – discendente di Marozia – diventa papa, con il nome di Benedetto IX, per ben tre volte. La prima nel 1032, quando ha appena 12 anni. Nel 1045, la sua condotta licenziosa e riprovevole ha talmente esasperato gli animi dei romani da suscitare una sommossa popolare. Istigata dai Crescenzi, nemici storici dei conti di Tuscolo, la rivolta porterà alla deposizione di Benedetto IX e alla elezione di di Silvestro III, detronizzato a sua volta dopo 50 giorni di pontificato dallo stesso Benedetto. Il quale, dopo soli 20 giorni, decide però di vendere il titolo a suo cugino Giovanni dei Graziani, che assume il nome di Gregorio VI.

A dispetto della modalità con cui ha assunto il potere, Giovanni è un ecclesiastico molto virtuoso e, scandalizzato dal comportamento del cugino, gli ha offerto una grossa somma di denaro in cambio delle dimissioni, d’accordo con il clero romano e con il preciso obiettivo di riportare la moralità sul trono di Pietro.

Insomma, per una volta si è trattato di “simonia a fin di bene”, attuata per debellare lo scandalo e lo scempio che papa Benedetto stava facendo della sede di San Pietro. Non a caso, se l’elezione di Gregorio suscita il plauso di Pier Damiani (“finalmente la colomba era tornata all’arca con il ramo d’ulivo”) come suo cappellano il nuovo papa sceglie proprio l’irreprensibile Ildebrando di Soana.

Enrico III, detto il Nero, in una miniatura del secolo XI

Ma al Sinodo di Sutri, convocato il primo maggio 1045 su richiesta dell’imperatore Enrico III, il papa confessa pubblicamente, “in buona fede e semplicità”, di aver comprato il soglio dal predecessore. Sarà costretto ad abdicare ed esiliato in Germania e passerà il resto dei suoi giorni nel monastero di Cluny, con il fedele Ildebrando.

Dopo la morte dell’ex papa nel 1047, il giovane monaco toscano prosegue gli studi a Colonia ed entra in contatto con i circoli più vivi della riforma ecclesiastica, dove conosce anche Brunone Egisheim-Dagsburg, parente dello stesso imperatore e vescovo di Toul.

Intanto proprio un tedesco – Suitgero dei signori di Morseleben e Hornburg – è diventato papa con il nome di Clemente II.

Per svincolare il potere papale dalle nefaste influenze delle famiglie patrizie romane, Clemente stabilisce che l’elezione al soglio pontificio dovrà partire da una designazione imperiale. È come passare dalla brace alla padella. Una “padella” che i successori di Clemente lotteranno a lungo per abbandonare.

Nel 1047 il papa accompagna l’imperatore in Germania e qui muore lasciando campo libero ai Conti di Tuscolo, che impongono ancora una volta il redivivo Benedetto IX. Anche in questo frangente, il tre volte papa si lascia convincere a dimettersi da un santo uomo,Bartolomeo, abate di Grottaferrata. Stavolta, però, senza soldi ma con un sincero pentimento. E una morte che – a scanso di equivoci – lo coglie poco dopo le dimissioni.

La successione non si rivela semplice: Aliardo, vescovo di Lione – segnalato da Enrico III – rifiuta. Accetta Poppone, vescovo di Brixten, con il nome di Damaso II, che morirà di febbre malarica dopo appena 23 giorni di pontificato.

Enrico allora, decide di convocare “in casa” – a Worms – un congresso di principi e di vescovi e fa eleggere Brunone, suo stretto collaboratore ma anche prelato intransigente e promotore dell’indipendenza del potere spirituale da quello temporale.

Leone IX in una immagine della Collectio leonina (sec. XI), biblioteca municipale di Berna

Brunone mostra subito di che pasta è fatto accettando l’incarico solo a condizione che ad eleggerlo siano – formalmente – il popolo e il clero romano. Chiama al suo fianco Ildebrando e insieme partono il giorno di Natale a piedi, vestiti come semplici pellegrini, alla volta di Roma, dove arrivano nel febbraio del 1049. “Sarei felice di ripartire se la mia elezione non fosse approvata dal vostro consenso unanime” dice Brunone al clero romano riunito, che lo incorona con il nome di Leone IX.

Il futuro santo inizia un’opera di moralizzazione dell’ambiente ecclesiastico lottando contro la simonia e il concubinaggio, percorrendo l’Europa in lungo e in largo, convocando ovunque sinodi e richiamando tutti alla disciplina e alla rettitudine. Impone il celibato ai preti e organizza un esercito per combattere i Normanni, che in Italia meridionale hanno sottratto territori alla Chiesa e si sono abbandonati al saccheggio di parrocchie e monasteri. Conduce personalmente le truppe pontificie, tanto da essere sconfitto e fatto prigioniero nel 1053. Intanto ha mandato Ildebrando in Francia per dirimere la controversia sulla natura dell’eucarestia, suscitata dal teologo Berengario di Tours. Berengario nega infatti che durante la messa il pane e il vino diventino effettivamente corpo e sangue di cristo (la cosiddetta “transustansazione”) e afferma che ne sono solo il simbolo. La sua tesi viene condannata a Vercelli nel 1050 e a Parigi nel 1051, anche se la transustansazione diventerà un dogma di fede solo nel 1215.

Nel frattempo i rapporti con il patriarca di Costantinopoli sono ormai ai ferri corti. Ildebrando è ancora in Francia e il papa deve mandare l’assai meno diplomatico Umberto da Silvacandida, che fallirà miseramente la missione. Ormai lo scisma d’Oriente è imminente e Leone non potrà fare nulla per scongiurare la spaccatura tra Chiesa cattolica e Chiesa ortodossa, perché morirà proprio durante le trattative.

Per discutere la successione con l’imperatore, i romani mandano in Germania l’inossidabile Ildebrando e, dopo un anno, la scelta cade su Geberardo dei conti di Dollstein-Hirschberg. Come Leone, anche lui è parente di Enrico III, del quale è stato anche il cancelliere. Assumerà il nome di Vittore III, dopo il consenso del popolo di Roma chiesto da Ildebrando.

Vittore III (Desiderius di Montecassino)

Con l’aiuto di Ildebrando, suo fidato consigliere, Vittore inizia una vasta azione di riforme delle istituzioni, dei conventi e del clero continuando l’opera di Leone IX. L’obiettivo rimane sempre lo stesso: debellare la piaga della simonia e del concubinaggio, ma al tempo stesso anche limitare l’influenza dell’imperatore sulle questioni ecclesiastiche, a cominciare dall’elezione dello stesso papa, per il quale l’ex cancelliere rivendica ampia autonomia.

Vittore affida proprio a Ildebrando la riforma della Curia, e per sottrarla all’interferenza laica tanto delle famiglie romane quanto dell’imperatore, potenzia il ruolo dei dignitari del clero romano: diaconi, preti e vescovi detti “cardinali”, perché cardini della Diocesi di Roma.

Si vede già all’orizzonte la lotta per le investiture, ma i rapporti tra i due vertici d’Europa sono ancora ottimi: è proprio Vittore, infatti, ad assistere in punto di morte l’imperatore Enrico III, dal quale riceve in affidamento il piccolo Enrico IV.

Dopo la morte di Vittore i romani eleggono Federico di Lorena, che diventa papa Stefano IX senza alcuna designazione né approvazione imperiale. Il nuovo papa manda in Germania Ildebrando non solo per ottenere la benevolenza dell’imperatrice Agnese, ma anche per combattere il traffico delle dignità e delle cariche ecclesiastiche in terra tedesca. Quando il nostro torna a Roma, però, trova un altro pontefice: Stefano è morto nel 1058 e nonostante al capezzale abbia fatto giurare all’abate di Cluny Ugo e a tutti i cardinali presenti che non avrebbero eletto il suo successore prima del ritorno di Ildebrando, i nobili romani insediano velocemente Giovanni Mincio (ovvero “minchione”), della famigerata famiglia dei conti di Tuscolo e nipote di Benedetto IX, al quale rende omaggio scegliendo il nome di Benedetto X.

Contro l’eletto si solleva subito buona parte del cardinalato. Lo stesso san Pier Damiani, che in quanto vescovo di Ostia deve procedere alla consacrazione, si rifiuta definendolo un ignorante. È proprio Ildebrando, tornato dalla Germania, a prendere in mano la situazione: con una coalizione ecclesiastica e politica, il 18 aprile 1058 elegge Gerardo di Chevron e qualche mese dopo depone e scomunica Benedetto, facendone un antipapa.

Niccolò II, nato Gerard de Bourgogne (Chevron, 980 circa – Firenze, 27 luglio 1061), fu papa della Chiesa cattolica dal 24 gennaio 1059 alla sua morte.

Il nuovo pontefice, Niccolò II – coadiuvato da Pier Damiani e, ovviamente, da Ildebrando – continua la riforma della Chiesa: proibisce ancora una volta ai preti di prendere moglie e intima a chi ce l’ha di abbandonarla pena il decadimento, combatte strenuamente ogni forma di simonia e non tollera l’investitura dei vescovi da parte dei laici senza l’autorizzazione papale.

Ma la più importante riforma di Niccolò è quella che istituisce il Conclave per l’elezione del papa: il decreto “In nomine domini”riserva infatti l’elezione del sommo pontefice ai soli cardinali e elimina ogni interferenza da parte del clero, dei feudatari, del popolo romano e dell’imperatore, a cui viene riconosciuto il solo diritto di conferma.

La reazione tedesca è durissima: viene convocato addirittura un altro concilio che dichiara nulle le decisioni prese a Roma e il papa per difendere la “Liberatas Ecclesiae” è costretto ad allearsi con Roberto il Guiscardo, re dei Normanni.

Intanto Ildebrando deve occuparsi anche del ribelle Benedetto, che fa imprigionare nell’ospedale di Sant’Agnese e processare nuovamente. L’ex papa confessa di essere stato costretto ad accettare un’elezione non voluta e ammette tutte le sue colpe, ma si riconcilierà con Ildebrando solo poco prima di morire, nel 1074.

Nel 1061 Niccolò muore e Ildebrando – ormai indiscusso regista della politica vaticana – guida l’elezione di Anselmo da Baggio, che diventa papa Alessandro II e segue l’impostazione che il cardinale di Soana ha dato alla riforma curiale.

Alessandro dovrà fronteggiare l’antipapa nominato dall’imperatore Enrico IV, il vescovo di Roma Cataldo alias Onorio II, per quasi tutta la durata del suo pontificato. Lo scontro con il Sacro Romano Impero è ormai aperto e sono anni di guerre, sinodi, spargimenti di sangue e alleanze politiche, durante i quali Roma può contare sull’appoggio del re d’Inghilterra Guglielmo il Conquistatore e della Chiesa spagnola, fino a poco prima ostile.

La piazza del Pretorio di Sovana, nel grossetano, dove nacque Gregorio VII

La goccia che farà traboccare il vaso è la morte dell’arcivescovo di Milano Guido da Velate: Enrico IV, infatti, nomina vescovo Goffredo da Castiglione, mentre il papa sceglie Attone. È ’ iniziata ufficialmente la lotta per le investiture.

Alessandro II muore il 21 aprile 1073 e il giorno dopo, durante il suo funerale, il popolo romano acclama come suo successore lo stesso Ildebrando, riprendendosi a forza quel ruolo che gli era stato tolto dal decreto pontificio che proprio Ildebrando aveva elaborato.

Si è tornati, però, all’antico “furor di popolo” come non si vedeva dai tempi di Gregorio Magno, senza manipolazioni da parte delle famiglie romane. Per questo i cardinali, che condividono totalmente la scelta, approvano subito l’elezione e la formalizzano: il 22 maggio il monaco riceve l’ordinazione sacerdotale e il 30 giugno la consacrazione a vescovo di Roma con il nome di Gregorio VII.

Ildebrando Aldobrandeschi di Soana ha cinquant’anni, da venti governa la Curia romana con un ruolo da protagonista, ha lavorato a fianco di 8 papi e ne ha scelti almeno due: è già uno degli uomini più importanti dell’intera storia della Chiesa. Eppure il meglio deve ancora venire.

Arnaldo Casali

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Papi figli d’arte

È l’istituzione più antica e importante del mondo ma è anche l’unica monarchia che non si trasmette per discendenza. Almeno ufficialmente.

In realtà, in quasi duemila anni di storia del papato non sono mancati papi figli di papi. Ma la cosa più sorprendente è scoprire che tra essi non ci sono soltanto discendenti illegittimi di papi corrotti e nepotisti, ma anche regolarissimi figli di pontefici o di vescovi regolarmente sposati, e addirittura dei santi di “sangue santo”.

Fino ad almeno il VI secolo, infatti, non esisteva alcun obbligo di celibato per i chierici nella Chiesa cattolica e tanto i preti quanto i vescovi (e quindi i papi – che sono i vescovi di Roma) erano sposati.

A testimoniarlo ci sono lapidi funerarie (come quella rinvenuta nell’area cimiteriale di San Valentino a Terni, in cui si parla di una “venerabile donna vescovessa”, ovvero moglie del vescovo) ma anche illustri personaggi come San Gregorio Naziazieno, patriarca di Costantinopoli e figlio di un vescovo, san Patrizio, figlio di un diacono e nipote di un prete e Teodoro – papa dal 642 al 649 – figlio del vescovo di Gerusalemme.

Gregorio Magno, papa dal 590 al 604, proveniva addirittura da un’intera dinastia di pontefici: era infatti un discendente di Agapito I (papa dal 535 al 536) e di Felice III, papa dal 483 al 492.

Felice, infatti – il cui padre era un prete – tra i suoi figli aveva avuto Gordiano, a sua volta padre di papa Agapito e di Palatino, il cui figlio Gordiano era il padre di Gregorio Magno.

Ottone I incontra Giovanni XII, Laboratorio di Diebold Lauber, 1450

Ormisda, papa dal 514 al 523 e venerato come santo, è regolarmente sposato e suo figlio Silverio, come lui, diventerà sia papa – dal 536 al 537 – che santo.

Contesto decisamente diverso è invece quello in cui si muove papa Sergio III tra il 904 e il 911, in un’epoca in cui gli uomini sposati non sono più ammessi al sacerdozio ma la Curia romana è precipitata nel degrado e nella corruzione.

Sergio è celibe ma pienamente coinvolto nella “pornocrazia” con cui Teodora e la figlia Marozia dominano Roma e la Chiesa, e diventa l’amante di Marozia che ha appena 15 anni ed è sposata. Secondo maldicenze piuttosto attendibili messe in giro per primo da Liutprando, vescovo di Cremona e collaboratore dell’imperatore Ottone, è proprio lui il padre del primo figlio di Marozia, Giovanni. E sarà proprio Giovanni – dopo la morte di Sergio e i pontificati di Leone VI e Stefano VII – ad essere imposto come papa dalla spregiudicata Marozia ad appena 21 anni, con il nome di Giovanni XI.

Un pettegolezzo, quello sulla paternità del giovane pontefice, preso per buono anche dallo stesso Liber Pontificalis che considera papa Giovanni come figlio di papa Sergio. D’altra parte nome e stirpe continueranno a sedere sul trono di Pietro: Alberico, fratello di Giovanni XI, è infatti il padre di Giovanni XII, altro famigerato pontefice, eletto addirittura a 18 anni e papa due volte: dal 955 al 963 (quando viene deposto) e di nuovo nel 964, anno in cui muore ad appena tre mesi dalla seconda elezione, ucciso da un oste che l’ha sorpreso a letto con la moglie.

Arnaldo Casali

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Breve storia del Giubileo

Celestino V in maestà di Niccolò di Tommaso, metà del XIV secolo. Napoli, Museo Civico di Castelnuovo.

Un anno di grazia, nel corso del quale tutti tornavano uguali: le famiglie che avevano perso le proprietà le recuperavano e gli schiavi venivano liberati. Era questo il Giubileo per gli Ebrei.

A raccontarne le origini è il libro del Levitico, dove si spiega come il popolo ebraico ogni cinquanta anni, terminati i sette sabbatici (che ricorrevano ogni sette anni) annunciava col suono di un corno (detto Jobel) l’inizio di un “Anno di grazia” durante il quale gli uomini avrebbero rimesso i debiti dei loro fratelli e il Signore quelli del popolo ebraico.

Per i cristiani la liberazione è quella dai peccati e secondo la tradizione ad ideare il Giubileo è, in qualche modo, Francesco d’Assisi. “Fratelli miei, voglio mandarvi tutti in Paradiso” avrebbe detto il 2 agosto 1216, annunciando la remissione di tutte le colpe per chi si reca in pellegrinaggio alla Porziuncola tra il primo e il 2 agosto. Un rito che si ripete ancora oggi ogni anno e che celebra il suo ottavo centenario, significativamente, proprio nell’anno del Giubileo straordinario di Papa Francesco.

L’idea del santo di Assisi viene ripresa, pochi decenni dopo, dal papa più francescano che la Chiesa abbia mai visto prima di Bergoglio: Celestino V, monaco e pontefice rivoluzionario nella povertà, rimasto nella storia come l’unico papa ad essersi dimesso spontaneamente prima di Ratzinger, anche se i più lo conoscono per la (velata, e nemmeno certa) citazione di Dante Alighieri, che nella Divina Commedia mette all’inferno “colui che fece per viltà il gran rifiuto” identificato dalla tradizione con il papa abruzzese.

Nei suoi pochi mesi di pontificato – durante i quali tenta una riforma della Chiesa incentrata sull’umiltà e la povertà – il papa eremita lancia la “Perdonanza”: un’indulgenza plenaria concessa proprio in occasione della sua elezione, dal 28 al 29 agosto 1294 nella basilica di Collemaggio all’Aquila.

Particolare della Porta Santa della basilica di Santa Maria di Collemaggio a L’Aquila.

Appena quattro mesi dopo, Celestino si dimette clamorosamente nauseato dalle cospirazioni dei cardinali capeggiati da Benedetto Caetani, che sarà eletto al suo posto con il nome di Bonifacio VIII. Sarà proprio lui a lanciare ufficialmente l’Anno Santo pur se ispirato, in realtà, da una oscura tradizione che aveva almeno un secolo: la cosiddetta “Indulgenza dei cent’anni”. Non esistono documenti del XII o XIII secolo al riguardo, ma fonti del 24 dicembre 1299 riportano come masse di pellegrini, a conoscenza di una leggendaria “Indulgenza Plenaria” che si sarebbe ottenuta al capodanno del secolo nuovo, cioè nel passaggio da un secolo all’altro, muovessero verso Roma fin dentro l’antica basilica di San Pietro per ottenere la remissione completa di tutte le colpe.

Né Bonifacio né i prelati sapevano nulla, in realtà, di questa usanza, ma memorie del cardinale Jacopo Caetani degli Stefaneschi nel documento De centesimo sive Jubileo anno liber parlano di un vecchio di 108 anni che, interrogato da Bonifacio, asserì che 100 anni prima, ovvero il 1º gennaio 1200, all’età di soli 7 anni, assieme al padre si sarebbe recato innanzi a Innocenzo III per ricevere l’Indulgenza dei cent’anni.

Nonostante la testimonianza di questo centenario, però, non abbiamo fonti coeve a Innocenzo o più antiche che testimonino di quest’usanza né di altre indulgenze simili. Basta questo, però, ad uno dei papi più discussi e odiati nella storia (tra i suoi nemici Jacopone da Todi, i francescani spirituali e lo stesso Dante Alighieri) a riprendere e rilanciare la tradizione, nonostante subito dopo l’elezione avesse fatto catturare e imprigionare Celestino annullandone tutti gli atti, a cominciare dalla stessa Perdonanza.

Statua di Bonifacio VIII di Arnolfo di Cambio, 1298. Museo dell’Opera di Firenze.

Il 22 febbraio 1300 Bonifacio VIII emana dunque la prima bolla di indizione dell’Anno Santo, in cui si stabilisce che “tutti coloro che nell’anno centesimo visitano le basiliche dei Santi Pietro e Paolo in Roma avranno la remissione plenaria dei peccati”.

I papi successivi manterranno questa intuizione sancita dal papa, anche per non incorrere nell’anatema divino che nella stessa bolla di indizione era lanciato contro chi si fosse opposto allo svolgimento dell’Anno Santo.

Ogni cento anni, quindi, i cristiani sono chiamati a compiere una serie di riti ed opere che assicurano loro la salvezza dell’anima. Per allineare l’Anno Santo cristiano al Giubileo ebraico Clemente VI accorcia il tempo di attesa a cinquant’anni celebrando il secondo Anno Santo nel 1350. Successivamente Urbano VI – il primo papa “romano” dopo il lungo periodo avignonese, e quello con cui inizia lo Scisma d’Occidente – proclama il Giubileo nel 1383, anche se sono passati solo 33 anni dall’ultimo, usando quindi come periodo di attesa la vita terrena di Gesù (allo stesso modo con cui nel 1933 e nel 1983 Pio XI e Giovanni Paolo II proclameranno anni santi straordinari).

Verificate le potenzialità dell’evento, Paolo II accorcia ulteriormente il tempo di attesa. Tra i pontefici più assolutisti della storia della Chiesa (sostituisce la mitria con il triregno e pronuncia la celebre frase: “Io sono il papa e posso, secondo che più mi piace, fare e disfare”), Paolo II stabilisce che – a partire dal 1475 – l’Anno Santo sarò celebrato ogni 25 anni e aggiunge altre basiliche da visitare.

Pellegrini del Giubileo del 1300, da una Miniatura della “Cronica” di G. Sercambi. Biblioteca dell’Archivio di Stato di Lucca.

I Giubilei ordinari si svolgeranno regolarmente fino al 1800, quando papa Pio VI muore in esilio in Francia e a Venezia si prepara l’elezione di Pio VII. Nel XIX secolo si celebra il solo Giubileo del 1825, anche a causa dell’indifferenza della gente. Si riprende l’anno giubilare nel 1900 grazie a Leone XIII e si festeggia con particolare partecipazione quello del 1950, che arriva a pochi anni dalla fine della Seconda guerra mondiale.

Nel correre del tempo si è sempre più rafforzato ed arricchito l’aspetto cerimoniale del rito che – partito dal semplice pellegrinaggio nel 1300 – ha visto l’istituzione della liturgia della Porta Santa nel 1400 e l’ampliamento delle varie condizioni di indulgenza.

Nei tempi moderni, il Giubileo di Wojtyla è passato alla storia grazie alla solenne richiesta di perdono da parte del papa attraverso la “purificazione della memoria”, un “mea culpa” da parte della Chiesa, per i peccati commessi.

E poi, il rivoluzionario Giubileo della Misericordia di papa Francesco, primo Anno Santo “delocalizzato” celebrato non a Roma ma in ogni diocesi del mondo dove la porta santa è allestita non solo nella Cattedrale, ma anche in Ospedale e in ogni cella del carcere.

Arnaldo Casali

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L’inutile Concilio di Pisa

Miniatura del XV secolo da un manoscritto delle Cronache di Jean Froissart che illustra lo Scisma d’Occidente.

Il Concilio di Pisa si aprì il 25 marzo 1409. Era stato convocato per sanare la peggiore lacerazione mai vissuta dalla Chiesa cattolica. Ma finì per renderla ancora più grave.

La crisi alla quale si voleva porre rimedio è conosciuta come “Scisma d’Occidente” per distinguerla dall’altro grande scisma, quello di Oriente, iniziato nel 1054 e ancora in atto, che divise la chiesa cattolica da quella ortodossa. Ma se per quest’ultimo c’erano ragioni storiche, teologiche e geografiche a giustificare la separazione formale di gerarchie, tradizioni, contesti politici e liturgie che erano già da secoli divise nei fatti, lo scisma che si consumò in Europa fu tutto interno non solo alla Chiesa cattolica, ma addirittura allo stesso collegio cardinalizio.

Se quattrocento anni prima a contrapporsi a Roma era stata Costantinopoli, stavolta il nemico era ad Avignone. E non era un patriarca rivale, ma il papa stesso. Che aveva abbandonato Roma da settant’anni per rifugiarsi nella cittadina provenzale che si affaccia sul Rodano, a due passi dalla Costa Azzurra e con un vino più buono di quello dei castelli.

Era stato il francese Clemente V nel 1305 a trasferire la sede del papato in Francia. Eletto a Perugia dopo il rifiuto del cardinale inglese Walter Winterburne, Bertrand de Got aveva scelto di evitare la capitale – teatro degli scontri tra i Colonna e gli Orsini – e di rifugiarsi a Poiters sotto la protezione del re Filippo il Bello, che già da anni esercitava una forte ingerenza nella Chiesa cattolica tanto da scontrarsi ferocemente con Bonifacio VIII, da cui era stato scomunicato, ma che aveva infine sconfitto e umiliato con il celebre “schiaffo di Anagni”.

È vero anche che se un trasferimento formale della sede pontificia non c’era mai stato, erano ormai decenni che i papi evitavano la Città eterna e in molti non ci avevamo mai nemmeno messo piede scegliendo altre residenze (come l’abruzzese Celestino V, che non si era mosso dal L’Aquila). Nulla di strano, dunque, nel papa francese che se ne resta in Francia.

Il problema era sorto in seguito: per settant’anni il Conclave aveva eletto solo papi francesi che, a loro volta, nominavano cardinali francesi che continuavano a egemonizzare il collegio elettivo.

Già nel 1313 la Curia si era trasferita ad Avignone, mentre a Lione nel 1316 il Conclave aveva eletto Jacques Duèze, il famigerato Giovanni XXII (il “nemico” dei Francescani di cui parla a lungo anche Umberto Eco nel “Nome della rosa” e morto in odore di eresia) che aveva trasferito ufficialmente la sede papale, visto anche che nel frattempo il palazzo di San Giovanni in Laterano era andato distrutto in un incendio, mentre il suo successore – Jacques Fournier alias Benedetto XII – aveva completato il trasferimento facendo costruire il palazzo pontificio di Avignone. Morto nel 1342, dopo aver creato 7 cardinali di cui 6 francesi, era stato seguito da Clemente VI (che elesse 27 cardinali di cui 23 francesi), Innocenzo VI (15 cardinali di cui 14 francesi) e Urbano V, il primo a pensare seriamente di tornare a Roma, anche per sottrarre la Santa Sede all’ingerenza del Re.

Urbano V, nato Guillaume de Grimoard.

Per rimettere ordine nel caos che si era creato nella penisola, Urbano aveva mandato in Italia il cardinale Egidio Albornoz, che aveva recuperato gran parte dei terreni dello Stato Pontificio e aveva fatto edificare numerose rocche per la difesa dei territori riconquistati.

Il papa aveva fatto il suo solenne e trionfale ritorno a Roma il 16 ottobre 1367. L’idillio però era durato solo quattro anni: le disastrose condizioni in cui versava la città e le pressioni dei cardinali francesi avevano fatto tornare il pontefice sui suoi passi. Nonostante le suppliche di Francesco Petrarca e le minacciose profezie di Santa Brigida di Svezia, nel settembre 1370 Urbano era di nuovo ad Avignone, dove morì appena tre mesi dopo. E il conclave in cui sedevano anche i 14 nuovi cardinali da lui creati (di cui 11 francesi) aveva eletto Pierre Roger de Beaufort con il nome di Gregorio XI.

Gregorio XI, al secolo Roger de Beaufort.

All’inizio del 1376, papa Gregorio aveva iniziato una corrispondenza epistolare con Santa Caterina da Siena che cercava di convincerlo in ogni modo a tornare a Roma: “Rispondete a Dio che vi chiama… a tenere e possedere el luogo del glorioso pastore santo Piero”, “confortatevi, confortatevi, e venite, venite a consolare i povarelli servi di Dio e figliuoli vostri. Aspettianvi con affettuoso e amoroso desiderio”. Gregorio tentennava, era indeciso, continuava a ricevere pressioni dai cardinali perché si decidesse a lasciare la Curia ad Avignone. Il 18 giugno 1376 Caterina era giunta personalmente ad Avignone e il 13 settembre il papa aveva finalmente abbandonato la Francia, pur preoccupato e scoraggiato dai disordini esplosi a Roma e rassicurato solo dalla stessa Caterina sul fatto che stesse davvero seguendo la volontà di Dio.

Alla morte di Gregorio, l’8 aprile del 1378 il conclave si riunì a Roma. Era il primo nell’Urbe da settantacinque anni. Il collegio cardinalizio, dominato ancora dai francesi, si apprestava ad eleggere un nuovo papa transalpino. ma i romani si sollevarono, reclamando a gran voce: “Romano lo volemo, o almanco italiano!”. E così era stato eletto, per la prima volta dopo settantacinque anni, un papa italiano: il napoletano Urbano VI.

Appena cinque mesi dopo i cardinali francesi avevano dichiarato invalida quell’elezione – eseguita sotto pressione del popolo romano – e riuniti a Fondi avevano eletto un altro papa, ovviamente transalpino: Clemente VII, che si era stabilito, manco a dirlo, ad Avignone.

E per la prima volta la Chiesa cattolica ebbe due papi. – Entrambi paradossalmente legittimi.

E pensare che fu proprio per scongiurare gli scismi che per secoli avevano visto papi e antipapi eletti da poteri contrapposti (imperatore, famiglie aristocratiche, clero e popolo romano e così via), che dal 1059 era stata regolamentata l’elezione del pontefice riservandola ai soli cardinali.

Le posizioni europee nei confronti dello Scisma d’Occidente.

L’intera Chiesa cattolica si divise così in due “obbedienze”: quella a Roma e quella ad Avignone. Francia, Aragona, Castiglia, Cipro, Borgogna, Napoli, Scozia, Sicilia e Savoia rionobbero il papa di Avignone, mentre Inghilterra, Portogallo, Danimarca, Norvegia, Svezia, Polonia, Ungheria, Irlanda, Fiandre e Stati italiani rimasero fedeli a quello Italiano, mentre in Germania c’erano diocesi romane e diocesi avignonesi. Addirittura, in molti territori, si formarono due istituzioni parallele con due vescovi rivali nella stessa città.

Lo scisma proseguì anche dopo la morte dei due papi: nel 1389 al posto di Urbano VI i cardinali romani elessero Bonifacio IX, mentre ad Avignone nel 1394 salì al soglio Benedetto XIII.

Il primo tentativo di pacificazione risale al 1404: alla morte di Bonifacio IX i cardinali italiani si dichiararono disposti a non procedere all’elezione se Benedetto avesse accettato di dimettersi. Ma il papa di Avignone non ci pensò nemmeno e lo scisma proseguì con l’elezione di Innocenzo VII e – due anni dopo – di Gregorio XIII.

Solo un Concilio ecumenico poteva ricomporre la situazione: così, dopo trent’anni di scisma, quattro cardinali francesi scesero in Italia per cercare di trovare un accordo. Dalla riunione dei prelati di buona volontà nacque dunque – il 5 luglio 1408 – la convocazione di un Concilio generale, che si aprì a Pisa il 25 marzo 1409.

L’assemblea venne disertata dai due papi, che convocarono entrambi dei concili alternativi, uno a Perpignano e uno ad Aquileia, tutti e due disertati in massa, mentre anche le grandi università di Oxford, Parigi e Colonia sostennero l’assemblea toscana.

La cattedrale di Pisa, capolavoro del Romanico pisano.

Nella cattedrale di Pisa, sotto la presidenza del cardinale Malesec, si riunirono quattro patriarchi, 22 cardinali, 80 vescovi, i rappresentanti di 100 vescovi assenti, 87 abati con le procure di chi non era potuto intervenire di persona, 41 tra priori e generali di ordini religiosi, 300 dottori in teologia o diritto canonico e gli ambasciatori di tutti i regni cristiani.

Aperte solennemente le porte del duomo, i due papi rivali vennero chiamati, ma nessuno di loro rispose all’appello. “È stato nominato qualcuno per rappresentarli?” chiesero i due cardinali diaconi, ma ancora una volta regnò il silenzio.

Nei mesi successivi, rappresentanti politici ed ecclesiastici tedeschi cercheranno di difendere papa Gregorio, mentre le richieste dei delegati di Benedetto – arrivati il 14 giugno – susciteranno proteste, risa, insulti e persino minacce. Ma i 500 presenti al Concilio condannano in modo unanime i due papi rivali.

“Benedetto XIII e Gregorio XII – dichiara il patriarca di Alessandria, Simon de Cramaud – sono riconosciuti come scismatici, eretici conclamati, colpevoli di spergiuro e violatori di solenni promesse, in aperto scandalo della Chiesa universale. In conseguenza, essi sono dichiarati indegni del Pontificato Supremo e sono, ipso facto, deposti dalle loro funzioni e dignità ed espulsi dalla Chiesa. È proibito loro d’ora in avanti di considerarsi Pontefici Supremi e tutte le iniziative e le loro promozioni sono da considerarsi nulle. La Santa Sede è dichiarata vacante e i fedeli sono liberati dalla loro promessa d’obbedienza”. Un applauso fragoroso accoglie le parole del patriarca.

Il giorno dopo viene cantato il Te Deum e organizzata una processione per la festa del Corpus Domini e il 15 giugno i cardinali si riuniscono nel palazzo arcivescovile di Pisa. Undici giorni dopo eleggeranno il cardinale Pietro Philarghi, che prese il nome di Alessandro V. Sarà il nuovo papa a presiedere le ultime quattro sessioni del Concilio, confermando tutti gli atti stabiliti prima della sua elezione.

La consacrazione dell’antipapa Benedetto XIII, al secolo Pietro di Luna.

Ma lo spirito e i risultati del Concilio non avevano fatto i conti con la strenua determinazione dei due papi deposti, che lo definirono “una conventicola di demoni” e non ne riconobbero le decisioni, sostenendo che un concilio di vescovi non poteva essere superiore al Papa.

Quello che avrebbe dovuto essere l’atto finale di uno scisma che vedeva una chiesa con due papi, finì invece con complicare ancora di più la situazione: adesso i papi non erano più due, ma addirittura tre.

Per cinque anni i tre papi coesisteranno nella Chiesa: uno a Roma, uno ad Avignone e uno a Pisa, ognuno con il suo seguito di stati (Francia, Portogallo, Boemia, Italia, e Prussia con Pisa, Napoli, Polonia e Baviera al seguito di Roma, Spagna e Scozia con Avignone), ordini religiosi, università e persino santi.

Sarà l’imperatore Sigismondo di Lussemburgo a segnare la svolta decisiva, costringendo Giovanni XXIII (succeduto nel 1410 al “pisano” Alessandro V) a convocare un nuovo concilio a Costanza, in terra tedesca, che si aprirà il primo novembre 1414.

Giovanni si era dimostrato un abile diplomatico sin dalle trattative che avevano portato al Concilio di Pisa, ma era un uomo tutt’altro che spirituale: “Era un politicante ambizioso e accorto – scrive Indro Montanelli nella sua “Storia d’Italia” – un amministratore abile e rapace, un generale sagace e spietato. Perché avesse fatto il prete invece che il condottiero, non si sa. Ancora meno si sa perché lo elessero Papa, e in un momento come quello. Stando al suo segretario, egli aveva sedotto duecento fra ragazze, spose, vedove e suore. Né intendeva abbandonare questa piacevole attività, ora che aveva indossato la tiara”. Non a caso, quando a tutti e tre i papi venne chiesto un passo indietro, Giovanni si dette alla fuga e fu catturato, processato e deposto per “simonia, scandalo e scisma” nel 1415. A questo punto il papa romano, Gregorio XIII, accettò di abdicare a condizione di essere riconosciuto come unico pontefice legittimo dei tre arrivati al Concilio. È infatti ancora oggi considerato formalmente l’ultimo papa ad aver rassegnato le dimissioni prima di Benedetto XVI. L’avignonese Benedetto XIII, invece, resistette più a lungo: venne deposto nel luglio 1417. Infine, l’11 novembre il conclave elesse il romano Oddo Colonna che, con il nome di Martino V, si adoperò da subito per una politica di pacificazione. Martino in realtà riconobbe Giovanni (e non Gregorio) come suo predecessore e lo riammise nel collegio cardinalizio (Giovanni XXIII verrà infatti rimosso dall’annuario pontificio solo nel 1947, appena undici anni prima dell’elezione di papa Roncalli, che sceglierà lo stesso nome) e nel 1429 riuscirà a trovare un accordo anche con la fazione avignonese, nominando vescovo di Maiorca l’antipapa Clemente VIII (successore di Benedetto) in cambio delle sue dimissioni.

E il grande scisma, dopo cinquant’anni, si poté finalmente ritenere concluso.

Vergine della Misericordia, Enguerrand Quarton, retablo Cadard (ca. 1444, museo Condé). Immagine di una Chiesa riconciliata con se stessa.

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Gregorio Magno, “servo dei servi di Dio”

Gregorio Magno detta i suoi canti a un monaco benedettino, miniatura conservata al Cleveland Museum of Art.

Grande politico, grande monaco, grande papa. E’ stato tutti e tre, Gregorio il grande, e lo è stato insieme, riuscendo ad investire e ad esprimere nel ruolo di vescovo di Roma tutti i carismi che aveva esercitato prima separatamente.

Nato a Roma nel 540 in una delle famiglie più antiche e importanti della capitale – quella degli Anici – è un santo “figlio d’arte”: anche sua madre Silvia, infatti, è santa. Almeno in un primo momento, però, è del padre che segue le orme: Gordiano è senatore e il giovane Gregorio, dopo aver studiato legge, intraprende la carriera politica arrivando a diventare – nel 573, ancora giovanissimo – prefetto della città di Roma.

Contemporaneo, lontano parente e biografo di Benedetto da Norcia, Gregorio vuole seguire il suo esempio: dopo la morte del padre dona tutti i suoi averi ai poveri, abbandona ogni carica pubblica e trasforma la villa di famiglia al Celio in un monastero, ritirandosi nella meditazione e nello studio della Bibbia.

Qualche anno dopo, sedotto dal fascino delle isole britanniche, con alcuni confratelli decide di partire per l’Inghilterra con l’obiettivo di evangelizzarla. Dopo tre giorni di viaggio, però, durante una sosta, mentre è immerso nella lettura vede avvicinarsi una locusta. Osservando l’insetto e riflettendo sul suo nome (loco sta) si convince che Dio gli sta chiedendo di restare. Decide così di tornare nel silenzio del monastero di Sant’Andrea al Celio.

Gregorio Magno dettò le norme fondamentali del canto, che in suo onore fu chiamato “canto gregoriano”.

La pace claustrale però, dura poco: anche da religioso Gregorio viene chiamato a mettere a frutto la sua esperienza politica. Papa Pelagio II lo invia infatti come ambasciatore a Costantinopoli per chiedere aiuto contro i Longobardi che stanno scendendo in Italia. Gregorio resta in oriente per sei anni, guadagnandosi la stima dell’imperatore Maurizio che però, disinteressato ormai al destino di Roma, non si attiva per la sua difesa tanto che il papa, deluso, finisce per sostituire Gregorio come ambasciatore rispedendolo in monastero. Il monaco diplomatico non chiede di meglio; torna ancora una volta al Celio ma, ancora una volta, viene chiamato a servire la comunità cristiana: nel 590 la peste si abbatte su Roma mietendo, tra le sue vittime, lo stesso papa Pelagio e all’abate viene chiesto di guidare una processione organizzata per invocare la liberazione dall’epidemia. Il corteo parte dal Vaticano e si dirige verso il centro della città, ma mentre attraversa il ponte Elio, Gregorio vede sulla cima del Mausoleo di Adriano l’arcangelo Michele che rinfodera la sua spada. La visione viene interpretata come l’annuncio dell’imminente fine della pestilenza, donando speranza a una città in ginocchio. Effettivamente, nei giorni seguenti la capitale viene liberata dal flagello e da quel momento il Mausoleo viene ribattezzato Castel Sant’Angelo mentre Gregorio è acclamato da clero e popolo nuovo vescovo di Roma. Il monaco, però, non ha nessuna intenzione di fare il papa e tenta di svincolarsi scrivendo una lettera all’imperatore in cui gli chiede di non ratificare l’elezione, rifiutandosi – al contempo – di assumere il ruolo finché non arriverà la conferma da Costantinopoli. Ma non ha fatto i conti con Germano – suo successore come prefetto di Roma – che intercetta la lettera e la sostituisce con la petizione del popolo di Roma perché il celebre monaco diventi papa.

Gregorio sembra non avere vie d’uscita. “Sarò dunque vescovo – commenta – quale spavento per me”. Uno spavento che lo induce a fare un ultimo tentativo di sottrarsi al suo destino: convince alcuni mercanti a nasconderlo nel loro convoglio e lascia la città. Ma anche stavolta viene riacciuffato: una colonna di luce segnala la grotta dove si è rifugiato e i romani arrivati “lo presero, lo trascinarono con la forza nel tempio di San Pietro e lo consacrarono Papa”. E’ il 3 settembre 590. L’ex prefetto di Roma accetta suo malgrado il nuovo ruolo, ma ne rifiuta qualsiasi dimensione di potere.

Il papa, secondo il vescovo monaco, non è priore ma servo. Servo di tutti coloro che servono Dio. Per questo nelle lettere ufficiali si definisce “Servus servorum dei”, ovvero servo dei servi di Dio, un appellativo che il papa conserverà fino a oggi.

Gregorio Magno, antifonario di Hartker del monastero di San Gallo.

Questa denominazione, della quale esistevano già attestazioni precedenti e che trova la sua matrice nella citazione evangelica “chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti”, divenne l’emblema del suo grandioso pontificato. Come spiega Lucia Castaldi, ordinario di Letteratura latina medievale all’Università di Udine, “dall’età carolingia la dicitura è stata collegata indissolubilmente alla figura del Papa, quasi sinonimo di Pontefice romano”.

Convinto di essere stato chiamato a reggere la Chiesa nell’imminenza della fine dei tempi e consapevole della sua responsabilità, una volta accettato il gravoso incarico, Gregorio non si risparmia per svolgerlo al massimo delle possibilità: si adopera per migliorare le condizioni materiali e religiose di Roma, dell’Italia, dell’Europa, nel pieno delle invasioni barbariche e del progressivo disimpegno da parte di Bisanzio.

Esile sotto il profilo fisico, umile e allergico al potere, diventa il più grande papa della storia: amministratore energico, politico accorto, pastore attento ai poveri, riformatore della Chiesa. La prima cosa che fa Gregorio, infatti, è ripulire il Vaticano da personaggi corrotti e mondani chiamando in soccorso i monaci benedettini. Poi si adopera nell’aiuto al popolo di Roma, che “oppressa da uno smisurato dolore – dice in una predica – si spopola di cittadini; assalita dal nemico, non è più che un cumulo di macerie”.

Ma il papa-prefetto si interessa anche di riordinare la vita monastica, assicurando una maggiore autonomia giuridica ai monasteri e allontanando l’ingerenza dei vescovi.

La lotta più difficile è però quella per salvare l’Italia dall’invasione dei barbari scesi dal nord. I Longobardi, di religione ariana, continuano infatti a devastare l’Italia saccheggiando città e catturando prigionieri che Gregorio è costretto a riscattare con il suo patrimonio privato. Le sue richieste d’aiuto all’imperatore cadono nel vuoto mentre l’esarca della Repubblica di Ravenna, suo rappresentante in Italia, si mette addirittura di traverso: “Si rifiuta di combattere i nostri nemici – scrive Gregorio – e vieta a noi di concludere la pace”. Agilulfo, re dei Longobardi, arriva a porre d’assedio Roma. Ed è ancora una volta il grande vescovo e grande politico che tratta la resa pagando di tasca sua 5000 lire d’oro e assicurando al re un ingente tributo annuale.

Se il popolo lo acclama come suo salvatore, l’imperatore Maurizio reagisce accusandolo di infedeltà. “Mi è stato detto di essere stato ingannato da Ariulfo – risponde il papa in una lettera – e sono stato definito ‘sempliciotto’… che significa indubbiamente che sono uno sciocco. E io stesso debbo confessare che avete ragione… Se non lo fossi, non avrei mai accettato di patire tutti i mali che ho sofferto qui per le spade dei Longobardi. Voi non credete a quello che dico riguardo ad Ariulfo, riguardo al fatto che sarebbe disposto a passare dalla parte della Repubblica, accusandomi di dire menzogne. Dato che una delle responsabilità di un prete è di servire la verità, è un grave insulto essere accusati di menzogna. Ma quello che mi affligge è che la stessa tempra che mi accusa di falsità permette ai Longobardi di condurre giorno dopo giorno tutta l’Italia prigioniera sotto il loro giogo, mentre nessuna fiducia è riposta nelle mie asserzioni”.

San Gregorio ispirato dalla colomba, miniatura della biblioteca di Treviri.

Per conquistare la pace con Agilulfo, in realtà, Gregorio ha fatto leva anche sull’amicizia con la regina longobarda Teodolinda, e sta puntando alla conversione al cattolicesimo dell’intero popolo. Nel frattempo non manca di scontrarsi con il patriarca di Costantinopoli quando si dichiara “ecumenico”, ovvero universale, spalleggiato ovviamente dall’imperatore. Mancano ancora cinquecento anni allo scisma tra chiesa cattolica e chiesa ortodossa, ma i presupposti ci sono già tutti: “Colui che ricevette le chiavi del Regno dei Cieli – dice il papa – non fu mai chiamato Apostolo Universale; e ora il più Santo Uomo, il mio vescovo collega Giovanni rivendica il titolo di Vescovo Universale. Tutta l’Europa è nelle mani dei barbari e, malgrado tutto, i preti cercano ancora per se stessi e fanno sfoggio di nuovi e profani titoli di superbia!”.

D’altra parte Gregorio, che di universale vuole solo il servizio, ecumenico – nell’accezione moderna del termine – dimostra di esserlo veramente, battendosi in difesa degli ebrei di Roma, ai quali assicura tranquillo esercizio di culto. Non abbandona nemmeno l’idea di conquistare al cristianesimo la Gran Bretagna e approfittando delle nozze del re anglosassone Etelberto del Kent con la principessa cattolica francese Berta invia 40 monaci di Sant’Andrea al Celio, di cui è diventato priore il romano Agostino. Il benedettino – dopo un’iniziale resistenza (spaventato dai racconti sulla crudeltà dei sassoni ascoltati in Provenza fugge dalla missione tornando a Roma, e deve intervenire lo stesso Gregorio per rincuorarlo) – diventerà l’apostolo d’Inghilterra e il primo vescovo di Canterbury.

Scrittore impetuoso e prolifico, Gregorio ha lasciato tra l’altro 854 lettere raccolte in 14 libri, un commento al libro di Giobbe (Moralia in Iob) divenuto uno dei testi più influenti del Medioevo, 62 omelie e i Dialoghi che contengono anche la prima biografia di San Benedetto. Ma anche la musica gli deve moltissimo: è proprio lui, infatti, a promuovere quella modalità di canto che prende il nome di “gregoriano” e che diventa il canto liturgico ufficiale della Chiesa. Secondo una leggenda Gregorio dettava i suoi canti ad un monaco, alternando la dettatura a lunghe pause; il monaco, incuriosito, avrebbe scostato un lembo del paravento di stoffa che lo separava dal pontefice per vedere cosa egli facesse durante i lunghi silenzi, e avrebbe visto una colomba posata su una spalla del papa che gli dettava a sua volta i canti all’orecchio.

San Gregorio Magno, pannello in legno scolpito del XVI secolo.

Gregorio avrà anche una enorme influenza sul nome stesso dei suoi successori. Dopo Giovanni, il suo nome è quello più scelto dai papi. Saranno ben 15 a portarlo, l’ultimo Gregorio XV: come il primo anche lui monaco benedettino, segnato anch’egli da un doppio ruolo religioso e politico. papa dal 1831 al 1846, sarà l’ultimo vescovo di Roma a morire come re dello Stato pontificio. In anni più recenti, invece, è stato scelto da Clemente Dominguez Gomez, fondatore della chiesa scismatica palmariana, che dopo la morte di Paolo VI si è autoproclamato papa con il nome di Gregorio XVII.

Gregorio Magno muore il 12 marzo del 604 e viene sepolto nella basilica di San Pietro. Il suo successore Sabiniano attua una radicale inversione di tendenza rispetto alla sua opera: con una vera e propria restaurazione, allontana i monaci dalla Curia tornando ad assegnare gli uffici ecclesiastici al clero secolare, torna ad ingraziarsi l’aristocrazia romana e interrompe l’attività di assistenza gratuita ai bisognosi accusando il suo predecessore di aver dissipato il patrimonio della Chiesa pur di essere lodato e ottenere fama di benefattore; infine fa distribuire il grano alla popolazione affamata dietro pagamento, provocando una rivolta popolare di cui rimane vittima.

Secondo una leggenda, lo stesso Gregorio gli appare in sogno ammonendolo per il suo comportamento. E poiché Sabiniano non accenna a voler cambiare atteggiamento, Gregorio lo colpisce con il pastorale uccidendolo. Paladino del popolo romano anche da morto.

Arnaldo Casali

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Lo scisma d’Oriente

Lo storico incontro del 12 febbraio 2016 a Cuba tra Francesco e Kirill (foto Sir).

Fu per una sottile ma determinante differenza teologica; fu perché secoli di lontananza ci avevano resi diversi ed estranei; fu perché due galli in un pollaio non possono cantare; ma fu anche e soprattutto, per il caratteraccio di un ambasciatore.

Fu per tutto questo se oggi la Chiesa Cattolica è separata da quella Ortodossa. E se anziché arrivarci Umberto da Silvacandida, quel giorno a Santa Sofia, ci fosse entrato un Francesco d’Assisi, è probabile che le cose sarebbero andate in modo diverso.

Fino al 1054 non c’era alcuna differenza tra la Chiesa Cattolica (ovvero “universale”) e quella Ortodossa (“di corretta dottrina”). Sin dalle origini, il cristianesimo si era andato strutturando intorno a piccole comunità parrocchiali unite in diocesi governate da un vescovo. Le diocesi corrispondevano – più o meno – alle città, e quanto più importante era la città governata, tanto più lo era, come è ovvio, il suo vescovo.

Naturale, quindi, che il vescovo della capitale dell’impero assumesse una particolare autorità sugli altri. Niente a che fare, però, con l’attuale concetto di papato, concetto che tutto sommato proprio papa Francesco sta “picconando” cercando di riportare alle sue antiche origini il carisma del vescovo di Roma.

Se San Pietro – a dispetto da quanto raccontato dalla tradizione – non è mai stato né vescovo di Roma né tanto meno papa (il ruolo di capo della Chiesa nascente, nella prima comunità, fu assunto a Gerusalemme da Giacomo fratello di Gesù, come raccontato negli Atti degli Apostoli), quando il Cristianesimo viene legalizzato ed esce dalla clandestinità il suo capo di fatto diventa l’imperatore.

È infatti lo stesso Costantino – che nel 313 aveva proclamato lo storico editto – a presiedere nel 325 il concilio di Nicea che vede convocati circa 300 vescovi della Chiesa cristiana nel palazzo imperiale per discutere di questioni fondamentali come la data della Pasqua e la condanna dell’eresia ariana.

San Leone IX papa (1049-1054) e Michele Cerulario, patriarca di Costantinopoli.

Titolo prettamente imperiale, d’altra parte, è quello di “Pontefice Massimo”, ruolo istituito da Numa Pompilio per i sacerdoti pagani, divenuto un titolo dell’imperatore con Cesare Augusto, e assunto nel 375 dal vescovo di Roma. Che, nel frattempo, è diventato un punto di riferimento per l’intera cristianità. Con il titolo di “Primum inter pares”, il vescovo di Roma ha infatti il compito di “presiedere la Chiesa nella carità” intervenendo nelle dispute senza rappresentare comunque un’autorità assoluta.

Proprio Costantino, scegliendo l’antica Bisanzio per fondare la sua “Nuova Roma” aveva gettato le basi per la divisione tra impero d’oriente e impero d’occidente e per la rivalità tra il patriarca della vecchia Roma e quello della nuova.

Di fatto con il Concilio di Calcedonia, nel 451, la Chiesa assume la struttura di una pentarchia governata da cinque patriarcati: quello di Roma (al cui vescovo spetta il Primato d’onore), quello di Costantinopoli (secondo per importanza) e quelli di Gerusalemme (che governa la Palestina), Antiochia (le chiese del medio oriente) e Alessandria (le diocesi d’Egitto).

Con le conquiste islamiche di Palestina, Siria ed Egitto – alla fine del VII – gli ultimi tre patriarcati, finiti sotto i sultanati arabi, scompaiono o vengono drasticamente ridimensionati, e Roma e Costantinopoli si ritrovano da sole a governare due territori che – con la fine dell’impero romano d’occidente e le conquiste barbariche – sono diventati sempre più lontani.

Il mare Mediterraneo sembra allargarsi sempre di più a rendere estranei due paesi, due culture, due forme di vita religiosa che quando si incontrano, nel 1054, stentano a riconoscersi.

Non erano mancate, anche nei secoli precedenti, scomuniche reciproche tra i due patriarchi, legate soprattutto all’atteggiamento tenuto nei confronti delle eresie come il monofisismo, ai contesti politici che vedono un tentativo dell’imperatore d’oriente di riacquistare potere in Italia, e alle reciproche ingerenze. Ma quasi mille anni di dissapori arrivano al punto critico nel 1043 con la nomina (imperiale) di Michele Cerulario a patriarca di Costantinopoli.

Michele prende apertamente posizione contro la dottrina teologica del filioque rilanciata da papa Leone IX, secondo cui lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio, mentre per la tradizione ortodossa discende solo dal Padre.

Ad una questione squisitamente teologica si aggiungono poi prassi di carattere liturgico e disciplinare: nella chiesa Cattolica, infatti, è stato introdotto il celibato ecclesiastico mentre nella chiesa ortodossa continuano ad essere ordinati uomini sposati. Ma Michele attacca anche la tonsura, il taglio della barba per i preti cattolici e la celebrazione dell’eucarestia con pane azzimo e proibisce il rito latino in tutte le chiese sotto la sua giurisdizione.

Miniatura su Leone IX tratta dal Passionary of Weissenau, Codex Bodmer.

Anche l’organizzazione delle due chiese, con il passare dei secoli, è molto cambiata. Formalmente è rimasta la stessa struttura gerarchica composta da parrocchie, diocesi rette da vescovi, metropoliti che presiedono le diverse diocesi di una regione, patriarchi che governano le chiese nazionali e un primate onorario. Di fatto, però, mentre in oriente il potere è concentrato soprattutto sui metropoliti e i patriarchi, con un ruolo minoritario assegnato ai vescovi e il patriarca ecumenico riconosciuto solo come “primum inter pares”, in occidente è quasi irrilevante il ruolo dei metropoliti e dei patriarchi mentre si è rafforzato quello dei vescovi, è nata la nuova figura dei cardinali e il papa ha accentrato su di sé sempre più potere fino a fare della chiesa una vera e propria monarchia.

Leone IX, che rivendica il suo ruolo di primate della Chiesa universale e quindi la sua autorità anche su Costantinopoli, invia a trattare con il “ribelle” Michele una delegazione guidata dal cardinale Umberto da Silvacandida e composta dagli arcivescovi Federico di Lorena e Pietro di Amalfi. Le cui intenzioni non erano così pacifiche, tanto che portarono con loro la bolla di scomunica già pronta.

Francese e tra i principali protagonisti della riforma della Chiesa dell’XI secolo insieme a Ildebrando di Soana (futuro Gregorio VII) e San Pier Damiani, Umberto da Silvacandida sarà anche tra gli “inventori” del conclave che riserva l’elezione del Papa ai cardinali escludendo l’imperatore.

Il suo carattere forte e la sua radicalità, però, non aiutano certo il dialogo tra due mondi lontani e tra fazioni contrapposte: Umberto nega la legittimità stessa dell’elezione di Michele, il titolo di “ecumenico” riservato al patriarca di Costantinopoli, così come il suo ruolo di “secondo” dopo il vescovo di Roma. Il patriarca risponde rifiutandosi di ricevere la delegazione e il 16 luglio 1054 Umberto depone sull’altare della chiesa di Santa Sofia la bolla di scomunica.

Paradossalmente, quella scomunica non ha valore legale. Il 19 aprile, infatti, papa Leone IX è morto e il nuovo papa Vittore II sarà eletto solo a settembre. Durante la sede vacante tutte le cariche sono decadute, compresa quella di Umberto che non ha quindi alcuna autorità per compiere un simile atto.

Nonostante questo, la scomunica viene presa molto sul serio da Michele che, a sua volta, il 24 luglio scomunica tutta la delegazione mentre cattolici e ortodossi si lanciano anatemi. Questa volta, lo scisma è destinato a non ricomporsi più e le due chiese continueranno a crescere in parallelo, allontanandosi sempre di più nella liturgia e nella struttura gerarchica: mentre la chiesa ortodossa manterrà quella tipicamente autocefala, a Roma il papa finirà per rivendicare persino il titolo di “vicario di Cristo” contrapponendosi a qualsiasi altro potere.

Un francobollo commemorativo paraguayano dell’incontro tra Paolo VI e il patriarca Atenagora, avvenuto a Gerusalemme nel 1964.

D’altra parte, il primo serio tentativo di ricomporre la frattura non ha un sapore molto ecumenico: nel 1204, infatti, la Quarta Crociata compie una deviazione e anziché conquistare Gerusalemme invade e saccheggia Costantinopoli, instaurando un nuovo impero e sostituendo il patriarcato ortodosso con uno latino affidato a Tommaso Morosini, costringendo il patriarca Giovanni X alla fuga in Tracia. I bizantini si riprenderanno Costantinopoli già nel 1261, ma il patriarcato latino continuerà ad affiancare quello ortodosso per settecento anni.

Un altro tentativo di unione – di carattere completamente diverso – avviene invece nel 1439 al concilio di Firenze. Quando Costantinopoli viene assediata dai turchi ottomani, infatti, il patriarca Giuseppe II, con l’imperatore, ripara in Italia per chiedere soccorso e partecipa al Concilio che il 6 luglio proclama solennemente il decreto di unione tra le due chiese. Un’unione che, però, non diventerà mai effettiva a causa della ferma opposizione dei monaci e del clero ortodosso.

Con la caduta di Costantinopoli del 1453 per mano dei turchi ottomani guidati dal sultano Maometto II, la fine dell’impero romano d’oriente e la sostituzione del Cristianesimo con l’Islam, il patriarcato ecumenico assume un ruolo sempre meno rilevante e sempre più simbolico. Oggi il patriarca di Costantinopoli è quello che governa meno fedeli, tra tutte le chiese ortodosse, sulle quali continua tuttavia ad avere un primato d’onore.

Lo storico incontro del 1964 tra Paolo VI e Atenagora, con cui i due patriarchi hanno cancellato ufficialmente le reciproche scomuniche e la chiesa cattolica ha abolito il patriarcato latino, assume quindi un grande valore simbolico, ma scarsissimo impatto reale sui rapporti tra le due chiese. Che, teoricamente, sono in comunione ma che in realtà questa comunione non la vivono, né in un senso liturgico-sacramentale (non c’è la cosiddetta ‘ospitalità eucaristica’) né sotto quello organizzativo, visto che in molte diocesi ortodosse esiste il “doppione” cattolico.

Vocazione di Pietro e Andrea, Duccio di Buoninsegna (1308-1311), tavola dalla predella della Maestà, , Washington, National Gallery of Art.

La pietra dello scandalo, da questo punto di vista, è la Russia: elevata a patriarcato nel 1589 proprio in sostituzione di Roma nella “Pentarchia”, la chiesa di Mosca è oggi la più grande e potente del mondo ortodosso, un ruolo che la pone in conflitto sia con la chiesa di Roma che con quella di Costantinopoli.

Se lo scontro con Roma si è radicalizzato soprattutto dopo l’erezione nel 1991 di un “duplicato” cattolico a Mosca, con il patriarca di Costantinopoli quello di Russia si contende la leadership della chiesa ortodossa. Nel corso degli ultimi vent’anni Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI si sono incontrati, progressivamente, con quasi tutti i patriarchi ortodossi, ma il dialogo con la chiesa russa resta quello più difficile.

Le basi per un incontro tra il patriarca e il papa sono state gettate più di quindici anni fa da personaggi impegnati nel dialogo ecumenico come l’allora metropolita Kirill e l’arcivescovo Vincenzo Paglia.

Nel 2002 il metropolita partecipò a Terni ad un convegno su santità e martirio organizzato dalla diocesi di cui era vescovo Paglia. L’anno dopo una delegazione della città capeggiata dallo stesso vescovo era volata a Mosca per donare una reliquia di San Valentino al patriarca Alessio II.

Dopo l’elezione dello stesso Kirill a patriarca nel 2009 e quella di Jorge Mario Bergoglio a papa nel 2013, l’incontro si è fatto più vicino ma ancora problematico a causa dell’opposizione di gran parte della chiesa russa. La svolta è arrivata il 12 febbraio 2016 a Cuba, che – terra neutrale – ha visto il primo abbraccio tra i due. Un incontro che, certo non a caso, avviene alla vigilia del grande sinodo che vedrà tutta la chiesa ortodossa riunirsi per la prima volta dopo mille anni.

Pietro e Andrea, i due apostoli fratelli, che fondarono – secondo la tradizione – le due chiese, sono ormai pronti a tornare a vivere insieme.

Arnaldo Casali

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Sergio I, il papa disubbidiente

La miniatura “Il sogno di papa Sergio”

Sergio I, il papa che fu eletto il 15 dicembre del 687, fu importante soprattutto per un motivo: disubbidì in modo clamoroso all’imperatore. Un gesto che all’epoca fece scalpore. Non che altri papi, prima di lui, non avessero provato, invano, a cercare l’autonomia da Bisanzio. Ma Sergio riuscì a imporre le sue ragioni. E con lui, in modo progressivo, Roma e il papato iniziarono a emanciparsi dalla capitale dell’impero.

Sergio era nato a Palermo ma la sua famiglia era emigrata in Sicilia da Antiochia, una città siriana, crocevia dei commerci, che oggi si chiama Antakya e si trova in Turchia, sul bordo del confine con la Siria. Un luogo speciale nella storia della Chiesa, perché secondo gli “Atti degli Apostoli” fu proprio ad Antiochia che i seguaci di Gesù furono chiamati, per la prima volta, “cristiani”. Tanto che per provare a sedare le frequenti dispute religiose del tempo, i teologi ricordavano che l’autorità del patriarca di Antiochia, come quella del pontefice di Roma, era “direttamente riconducibile a Dio”.

Allora il carisma del pontefice romano non era certo quello di oggi. Gli imperatori si consideravano isapostoli e cioè “uguali agli apostoli”. E quindi non inferiori al papa di Roma, nemmeno in tema di fede. Come se non bastasse, Roma e tutti i territori italiani che non erano sotto il dominio dei Longobardi, appartenevano all’impero d’Oriente. A Ravenna, c’era un esarca: un vero e proprio viceré che governava la penisola per conto di Bisanzio e che nella sua figura riassumeva sia i poteri militari che quelli civili. Spesso, questi esarchi erano degli eunuchi: non potendo contare su una discendenza, non potevano nemmeno avere la tentazione di aspirare al trono. Per questo gli imperatori li assumevano e lasciavano loro ampia autonomia.

Quindi, anche quando si sceglieva un papa, bisognava fare i conti con l’esarca di turno. In senso letterale: era meglio pagarlo per riuscire ad ottenere l’elezione. Così fece Pasquale, che nell’anno 687 era il candidato favorito al soglio pontificio dopo la morte di papa Conone: offrì all’esarca Giovanni Platino II la bellezza di 100 libbre d’oro perché favorisse la sua ascesa alla cattedra di Pietro. Ma sbagliò i suoi conti: in conclave gli elettori divisero i loro voti tra due candidati, Pasquale e l’arciprete Teodoro, sostenuto con forza dal popolo romano. E alla fine, come spesso succede, scelsero quello che oggi definiremmo un “outsider”: un terzo candidato, Sergio, il siciliano di origini siriane, che fu eletto papa.

Teodoro, seppure a malincuore, accettò la nomina e si fece da parte. Pasquale, invece scrisse all’esarca: gli chiese di venire a Roma per rivoltare la decisione del conclave. Giovanni Platino II si precipitò nella Città Eterna ma si accorse presto che non c’erano le condizioni politiche per cambiare il corso degli eventi. Non volle però rinunciare alla somma che gli era stata promessa da Pasquale. E si rifiutò di riconoscere Sergio finché il nuovo papa non pagò a sua volta le 100 libbre d’oro. Quando questo avvenne, riconobbe il nuovo pontefice e se ne tornò a Ravenna con i suoi soldati.

L’imperatore Giustiniano II, detto il Rinotmeto, “naso tagliato” (669-711)

Sergio era un uomo di preghiera, di fede e di studio. Aveva fatto parte della Schola cantorum del Laterano. Passava per una “testa dura”. L’occasione per dimostrare la forza della sua personalità arrivò nel 692: Giustiniano II, imperatore di Bisanzio, convocò nella grande sala a cupola del palazzo imperiale di Costantinopoli il “concilio Quinisesto” al quale furono invitati solo i vescovi orientali. Sergio I non fu nemmeno consultato.

Alla fine dell’assise religiosa, Giustiniano II, dovette però mandare i relativi decreti all’approvazione del papa di Roma. In quei documenti c’erano norme nuove e importanti tra cui la decisione di abolire il celibato per il clero e l’attribuzione alla Chiesa di Costantinopoli delle stesse prerogative di quella di Roma.

Sergio I disse subito di no. E si rifiutò di sottoscrivere le decisioni del concilio bizantino. Giustiniano II s’infuriò. E spedì di corsa a Roma, un alto dignitario imperiale, Zaccaria, accompagnato da una delegazione in armi, per arrestare il papa e portarlo a Costantinopoli, con le buone o con le cattive.

La clamorosa decisione aveva avuto un precedente quando un altro pontefice non si era piegato alle decisioni dell’imperatore Costante II: allora papa Martino I fu trasportato con la forza alla presenza del “basileus” che lo imprigionò in Crimea, dove lo sventurato successore di Pietro morì nell’anno 655 a seguito dei maltrattamenti che dovette subire.

Ma con Sergio I la storia prese presto un’altra piega. Quando Zaccaria si presentò con le sue truppe in Laterano, trovò ad attenderlo una folla di romani, inferociti per le tassazioni imperiali e accorsi in massa in difesa del papa. Insieme a loro c’erano anche le milizie armate dei cittadini fedeli al pontefice che arrivarono dalla Romagna, dalle Marche e anche dalla stessa enclave bizantina di Ravenna.

Zaccaria, vista la situazione e temendo di essere linciato, provò a scappare, correndo nelle stanze del grande palazzo. Ma la sua fuga si concluse presto. Lo storico tedesco Gregorovius scrisse che lo scovarono mentre era “acquattato sotto il letto del Papa”. Volevano linciarlo. Ma il papa lo salvò e gli consentì di lasciare Roma, insieme alle sue truppe, senza che gli fosse fatto alcun male. Gregorovius commentò la portata storica dell’avvenimento: “Apparve allora per la prima volta quali fossero la potenza e la risonanza nazionale del prestigio di Roma”. La situazione poco dopo infatti precipitò anche a Bisanzio, dove nel 695 la popolazione, guidata dal generale Leonzio, si ribellò a Giustiniano II: all’imperatore furono tagliati il naso e le orecchie. Ebbe salva la vita ma fu esiliato.

L’autorità del papa invece si rafforzò. Il pontefice pose fine allo scisma dei tre capitoli, che da oltre un secolo teneva separate da Roma le diocesi dell’Italia nord-orientale, della Dalmazia e dell’Illiria. Nel 700 fu riammessa anche la diocesi di Aquileia che si era staccata dal papato fin dal 553. Migliorarono i rapporti con i Franchi, che all’epoca erano governati dal “maggiordomo di palazzo” Pipino di Herstal, padre di Carlo Martello. Sergio I istituì la prassi di consacrare i vescovi nella Città Eterna.

Il re britanno Caedwalla del Wessex, il 10 aprile 689 giunse a Roma per farsi battezzare dal papa. Il pontefice lavorò anche all’arricchimento della liturgia: istituì il rito dell’Agnus Dei nella messa e con i soldi dei pellegrinaggi restaurò molte chiese. Dentro la basilica costantiniana di San Pietro fece costruire anche il monumento sepolcrale di san Leone Magno. Morì l’8 settembre 701. E oggi è venerato come santo.

Federico Fioravanti

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Il suono del Giubileo

L’anno santo sin dall’inizio fu chiamato “giubileo” o “anno giubilare”. La parola deriva dal Vecchio Testamento e dal termine ebraico “jobel”.

“Jobel” significa ariete, corno d’ariete. Il vocabolo indicava anche il suono del corno di capro che serviva ad annunciare il cinquantesimo anno, un termine particolare che la legge di Mosè aveva fissato per il popolo ebraico.

Una data importante. E un anno particolare. Il Levitico parla di “sette settimane di anni, cioè sette volte sette anni; queste sette settimane di anni faranno un periodo di quarantanove anni. ” (Levitico 25, 8). E qualche versetto dopo dice: “Dichiarerete santo il cinquantesimo anno e proclamerete la liberazione nel paese per tutti i suoi abitanti. Sarà per voi un giubileo; ognuno di voi tornerà nella sua proprietà e nella sua famiglia. Il cinquantesimo anno sarà per voi un giubileo; non farete né semina, né mietitura di quanto i campi produrranno da sé. Né farete la vendemmia delle vigne non potate. Poiché è il giubileo, esso vi sarà sacro; potrete però mangiare il prodotto che daranno i campi. In quest’anno del giubileo, ciascuno tornerà in possesso del suo” (Levitico 25, 10-13).

Nella Genesi, il numero 7 descrive il tempo della creazione del mondo: “E il settimo giorno Dio si riposò”. Da questo richiamo originario nasce il sabato, settimo giorno della settimana ebraica. Per analogia, considerando che la settimana, il mese e l’anno sono rappresentazioni dei “tempi ciclici” che corrispondono ai diversi dell’esistenza del creato, anche il settimo anno assume le connotazioni del settimo giorno: è l’anno del riposo.

La legge mosaica prescriveva che la terra, di cui Dio era l’unico padrone, non fosse coltivata e ritornasse all’antico proprietario. E che anche gli schiavi riavessero la libertà perduta. Il suono del corno d’ariete annunciava quindi l’inizio dell’anno della riconciliazione, in cui “ognuno deve ritornare nei suoi possedimenti” e in cui le colpe vengono “rimesse”. Liberazione e remissione. Al termine ebraico “jobel” si legavano il greco “aphesis” e il latino “remissio”. Come ricordava intorno all’anno 600, Isidoro di Siviglia (560 circa -636), maestro enciclopedico del Medioevo, che raccolse e tramandò in modo instancabile tutto il sapere dell’epoca, “per giubileo si intende l’anno della remissione”.

Un orecchio latino poteva collegare all’antica parola ebraica un proprio vocabolo gioioso: “iubilare” o “iubilum”. Come le acclamazioni di giubilo che nel mondo contadino si indirizzavano alla bontà di Dio. E come i canti della messa, che avevano il “jubilus” dell’alleluja. In un famoso canto di Natale medievale tedesco-latino, si ripeteva una melodia che forse arrivava dai monasteri dell’Europa carolingia: “In dolci jubilo, singet und sit vrot”. La prima trascrizione delle antiche parole è contenuta nel quattrocentesco Codex 1305, conservato nella Biblioteca dell’Università di Lipsia. Secondo la leggenda, fu il mistico tedesco Enrico Suso (1295-1366), che firmava i suoi scritti con il nome di Amandus, ad avere una visione di angeli musicanti che danzavano e cantavano questa canzone intorno al presepio. Sulle note di “In dolci jubilo” nacque quindi la tradizione tedesca dei bimbi che danzano e cantano, vestiti da angeli, nei giorni che precedono il Natale.

Nell’anno giubilare 1300 indetto da papa Bonifacio VIII, fu quindi promessa la “remissione completa dei peccati” a tutti i romani che avessero visitato per trenta giorni “con animo contrito e pentito” le basiliche degli apostoli Pietro e Paolo e a tutti i pellegrini che avessero fatto lo stesso per almeno quindici giorni. Una indulgenza primaria. Nella bolla d’istituzione dell’anno santo, Bonifacio stabilì anche in modo solenne che ogni cento anni dovesse celebrarsi un nuovo giubileo. Ma non passò molto tempo che papa Clemente VI (1342-1352) accorciò l’intervallo a 50 anni. Un cronista dei tempi spiegò con efficacia uno dei principali motivi della decisione: “Perché la vita dell’uomo scivola via e diminuisce e le malattie sommergono il mondo”. Un nuovo giubileo si celebrò quindi nel 1350, proprio nell’epoca in cui l’Europa soffriva per le conseguenze della peste.

Ma anche 50 anni erano troppi per la vita di un uomo del Medioevo. Soprattutto perché la durata della vita media in quegli anni devastati dalle epidemie, era arrivata ad essere di poco superiore ai trenta anni. Così, papa Urbano VI (1378-1379) ridusse il termine a 33 anni: l’età di Cristo, il cui sacrificio consentiva ai cattolici la remissione dei peccati. Il periodo di 25 anni, valido ancora oggi, fu introdotto nel 1475 da papa Sisto IV.

La data del primo giubileo fu memorabile nella storia d’Italia. Tutta la penisola si vestì a festa. Furono costruite logge, chiese e basiliche. Soprattutto, quel 1300 fu un anno di pace. Una grande massa di persone si mise in cammino, da ogni angolo d’Europa, lungo le antiche vie dei pellegrinaggi. Negli Annales Austriae è scritto: “A Roma giunse una tal moltitudine di persone da tutto il mondo che nessuna età dell’uomo ne ricorda una simile”.

Giovanni Villani, il mercante fiorentino del Trecento che compilò la Nuova Cronica, immenso resoconto che partiva dalla torre di Babele e arrivava fino ai suoi tempi, disse che a Roma arrivarono almeno duecentomila pellegrini: “E fu la più mirabil cosa che mai si vedesse”. Anche perché, all’epoca, la città dei papi contava appena ventimila abitanti. Da esperto contabile, Villani non mancò di annotare che “i romani per le loro derrate furono tutti ricchi; e de la offerta fatta per gli pellegrini molto tesoro ne crebbe a la Chiesa”.

Il frate domenicano Franciscus Pipini, da Parma osservò: “Ogni giorno a tutte le ore sembrava che un intero esercito percorresse la via Clodia e i campi d’intorno. I baroni e le nobili dame che venivano dalla Francia e da altre terre lontane venivano in comitive di quaranta, cinquanta e più cavalli”. Il religioso spiegò anche che a Roma tutti furono accolti “sanza romori e zuffe”.

Non era d’accordo con lui il poeta abruzzese Buccio di Ranallo che descrisse i romani come maestri di doppiezza: prima “angeli” per adescare i clienti e poi “cani” quando li avevano accalappiati. A prezzi altissimi, promettevano letti e invece facevano trovare dure panche, in stanze sporche, rumorose e affollate di pellegrini.

Una Cronaca senese registrò che “Era tanta la moltitudine della gente che passava per Siena che non era possibile crederlo. E andavano el marito e la moglie e figliuoli. E lassavano le case serrate e tutti di brigata, per perfetta divozione andavano al detto perdono”.

Una folla enorme si riversò tra le sparse e antiche rovine della immortale città allora ridotta a poche migliaia di abitanti.

Sopra Ponte Sant’Angelo fu introdotto anche il senso unico. Ce lo racconta Dante Alighieri, testimone oculare dell’avvenimento, quando nella Divina Commedia (XVIII canto dell’Inferno) descrive il camminare di due colonne di pellegrini: una diretta alla basilica di S. Pietro di allora, l’altra, che tornava indietro verso Monte Giordano, la piccola altura dalla quale dominava il passaggio sul Tevere la casa fortificata degli Orsini, che oggi si chiama Palazzo Taverna: “Come i Roman per l’essercito molto, / l’anno del giubileo, su per lo ponte / hanno a passar la gente modo colto, / che da l’un lato tutti hanno la fronte / verso ’l castello e vanno a Santo Pietro; / da l’altra vanno verso il monte…”.

Federico Fioravanti

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Il Giubileo dell’Aquila

Sapevate che L’‪‎Aquila‬ è considerata da molti la prima città al mondo ad aver ospitato il ‪Giubileo‬, anticipando di sei anni quello ufficiale del 1300?

Nel 1294, il neoeletto ‪Papa‬ ‪‎Celestino‬ V emanò da lì una ‪Bolla‬ con la quale concedeva un’indulgenza plenaria e universale a tutti coloro che fossero entrati nella basilica di Santa Maria di ‪Collemaggio‬ dai vespri del 28 agosto a quelli del 29 dello stesso anno.

L’Aquila è stata inoltre una delle più importanti città del ‪Medioevo‬. Fondata nel 1254, fu rasa al suolo da ‪Manfredi‬ di Svevia per essere rimasta fedele alla Chiesa e non all’imperatore.

Ricostruita per mano di Carlo I d’Angiò nel 1265, si sottomise al volere del Papa Urbano IV.

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