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Gregorio Magno, “servo dei servi di Dio”

Gregorio Magno detta i suoi canti a un monaco benedettino, miniatura conservata al Cleveland Museum of Art.

Grande politico, grande monaco, grande papa. E’ stato tutti e tre, Gregorio il grande, e lo è stato insieme, riuscendo ad investire e ad esprimere nel ruolo di vescovo di Roma tutti i carismi che aveva esercitato prima separatamente.

Nato a Roma nel 540 in una delle famiglie più antiche e importanti della capitale – quella degli Anici – è un santo “figlio d’arte”: anche sua madre Silvia, infatti, è santa. Almeno in un primo momento, però, è del padre che segue le orme: Gordiano è senatore e il giovane Gregorio, dopo aver studiato legge, intraprende la carriera politica arrivando a diventare – nel 573, ancora giovanissimo – prefetto della città di Roma.

Contemporaneo, lontano parente e biografo di Benedetto da Norcia, Gregorio vuole seguire il suo esempio: dopo la morte del padre dona tutti i suoi averi ai poveri, abbandona ogni carica pubblica e trasforma la villa di famiglia al Celio in un monastero, ritirandosi nella meditazione e nello studio della Bibbia.

Qualche anno dopo, sedotto dal fascino delle isole britanniche, con alcuni confratelli decide di partire per l’Inghilterra con l’obiettivo di evangelizzarla. Dopo tre giorni di viaggio, però, durante una sosta, mentre è immerso nella lettura vede avvicinarsi una locusta. Osservando l’insetto e riflettendo sul suo nome (loco sta) si convince che Dio gli sta chiedendo di restare. Decide così di tornare nel silenzio del monastero di Sant’Andrea al Celio.

Gregorio Magno dettò le norme fondamentali del canto, che in suo onore fu chiamato “canto gregoriano”.

La pace claustrale però, dura poco: anche da religioso Gregorio viene chiamato a mettere a frutto la sua esperienza politica. Papa Pelagio II lo invia infatti come ambasciatore a Costantinopoli per chiedere aiuto contro i Longobardi che stanno scendendo in Italia. Gregorio resta in oriente per sei anni, guadagnandosi la stima dell’imperatore Maurizio che però, disinteressato ormai al destino di Roma, non si attiva per la sua difesa tanto che il papa, deluso, finisce per sostituire Gregorio come ambasciatore rispedendolo in monastero. Il monaco diplomatico non chiede di meglio; torna ancora una volta al Celio ma, ancora una volta, viene chiamato a servire la comunità cristiana: nel 590 la peste si abbatte su Roma mietendo, tra le sue vittime, lo stesso papa Pelagio e all’abate viene chiesto di guidare una processione organizzata per invocare la liberazione dall’epidemia. Il corteo parte dal Vaticano e si dirige verso il centro della città, ma mentre attraversa il ponte Elio, Gregorio vede sulla cima del Mausoleo di Adriano l’arcangelo Michele che rinfodera la sua spada. La visione viene interpretata come l’annuncio dell’imminente fine della pestilenza, donando speranza a una città in ginocchio. Effettivamente, nei giorni seguenti la capitale viene liberata dal flagello e da quel momento il Mausoleo viene ribattezzato Castel Sant’Angelo mentre Gregorio è acclamato da clero e popolo nuovo vescovo di Roma. Il monaco, però, non ha nessuna intenzione di fare il papa e tenta di svincolarsi scrivendo una lettera all’imperatore in cui gli chiede di non ratificare l’elezione, rifiutandosi – al contempo – di assumere il ruolo finché non arriverà la conferma da Costantinopoli. Ma non ha fatto i conti con Germano – suo successore come prefetto di Roma – che intercetta la lettera e la sostituisce con la petizione del popolo di Roma perché il celebre monaco diventi papa.

Gregorio sembra non avere vie d’uscita. “Sarò dunque vescovo – commenta – quale spavento per me”. Uno spavento che lo induce a fare un ultimo tentativo di sottrarsi al suo destino: convince alcuni mercanti a nasconderlo nel loro convoglio e lascia la città. Ma anche stavolta viene riacciuffato: una colonna di luce segnala la grotta dove si è rifugiato e i romani arrivati “lo presero, lo trascinarono con la forza nel tempio di San Pietro e lo consacrarono Papa”. E’ il 3 settembre 590. L’ex prefetto di Roma accetta suo malgrado il nuovo ruolo, ma ne rifiuta qualsiasi dimensione di potere.

Il papa, secondo il vescovo monaco, non è priore ma servo. Servo di tutti coloro che servono Dio. Per questo nelle lettere ufficiali si definisce “Servus servorum dei”, ovvero servo dei servi di Dio, un appellativo che il papa conserverà fino a oggi.

Gregorio Magno, antifonario di Hartker del monastero di San Gallo.

Questa denominazione, della quale esistevano già attestazioni precedenti e che trova la sua matrice nella citazione evangelica “chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti”, divenne l’emblema del suo grandioso pontificato. Come spiega Lucia Castaldi, ordinario di Letteratura latina medievale all’Università di Udine, “dall’età carolingia la dicitura è stata collegata indissolubilmente alla figura del Papa, quasi sinonimo di Pontefice romano”.

Convinto di essere stato chiamato a reggere la Chiesa nell’imminenza della fine dei tempi e consapevole della sua responsabilità, una volta accettato il gravoso incarico, Gregorio non si risparmia per svolgerlo al massimo delle possibilità: si adopera per migliorare le condizioni materiali e religiose di Roma, dell’Italia, dell’Europa, nel pieno delle invasioni barbariche e del progressivo disimpegno da parte di Bisanzio.

Esile sotto il profilo fisico, umile e allergico al potere, diventa il più grande papa della storia: amministratore energico, politico accorto, pastore attento ai poveri, riformatore della Chiesa. La prima cosa che fa Gregorio, infatti, è ripulire il Vaticano da personaggi corrotti e mondani chiamando in soccorso i monaci benedettini. Poi si adopera nell’aiuto al popolo di Roma, che “oppressa da uno smisurato dolore – dice in una predica – si spopola di cittadini; assalita dal nemico, non è più che un cumulo di macerie”.

Ma il papa-prefetto si interessa anche di riordinare la vita monastica, assicurando una maggiore autonomia giuridica ai monasteri e allontanando l’ingerenza dei vescovi.

La lotta più difficile è però quella per salvare l’Italia dall’invasione dei barbari scesi dal nord. I Longobardi, di religione ariana, continuano infatti a devastare l’Italia saccheggiando città e catturando prigionieri che Gregorio è costretto a riscattare con il suo patrimonio privato. Le sue richieste d’aiuto all’imperatore cadono nel vuoto mentre l’esarca della Repubblica di Ravenna, suo rappresentante in Italia, si mette addirittura di traverso: “Si rifiuta di combattere i nostri nemici – scrive Gregorio – e vieta a noi di concludere la pace”. Agilulfo, re dei Longobardi, arriva a porre d’assedio Roma. Ed è ancora una volta il grande vescovo e grande politico che tratta la resa pagando di tasca sua 5000 lire d’oro e assicurando al re un ingente tributo annuale.

Se il popolo lo acclama come suo salvatore, l’imperatore Maurizio reagisce accusandolo di infedeltà. “Mi è stato detto di essere stato ingannato da Ariulfo – risponde il papa in una lettera – e sono stato definito ‘sempliciotto’… che significa indubbiamente che sono uno sciocco. E io stesso debbo confessare che avete ragione… Se non lo fossi, non avrei mai accettato di patire tutti i mali che ho sofferto qui per le spade dei Longobardi. Voi non credete a quello che dico riguardo ad Ariulfo, riguardo al fatto che sarebbe disposto a passare dalla parte della Repubblica, accusandomi di dire menzogne. Dato che una delle responsabilità di un prete è di servire la verità, è un grave insulto essere accusati di menzogna. Ma quello che mi affligge è che la stessa tempra che mi accusa di falsità permette ai Longobardi di condurre giorno dopo giorno tutta l’Italia prigioniera sotto il loro giogo, mentre nessuna fiducia è riposta nelle mie asserzioni”.

San Gregorio ispirato dalla colomba, miniatura della biblioteca di Treviri.

Per conquistare la pace con Agilulfo, in realtà, Gregorio ha fatto leva anche sull’amicizia con la regina longobarda Teodolinda, e sta puntando alla conversione al cattolicesimo dell’intero popolo. Nel frattempo non manca di scontrarsi con il patriarca di Costantinopoli quando si dichiara “ecumenico”, ovvero universale, spalleggiato ovviamente dall’imperatore. Mancano ancora cinquecento anni allo scisma tra chiesa cattolica e chiesa ortodossa, ma i presupposti ci sono già tutti: “Colui che ricevette le chiavi del Regno dei Cieli – dice il papa – non fu mai chiamato Apostolo Universale; e ora il più Santo Uomo, il mio vescovo collega Giovanni rivendica il titolo di Vescovo Universale. Tutta l’Europa è nelle mani dei barbari e, malgrado tutto, i preti cercano ancora per se stessi e fanno sfoggio di nuovi e profani titoli di superbia!”.

D’altra parte Gregorio, che di universale vuole solo il servizio, ecumenico – nell’accezione moderna del termine – dimostra di esserlo veramente, battendosi in difesa degli ebrei di Roma, ai quali assicura tranquillo esercizio di culto. Non abbandona nemmeno l’idea di conquistare al cristianesimo la Gran Bretagna e approfittando delle nozze del re anglosassone Etelberto del Kent con la principessa cattolica francese Berta invia 40 monaci di Sant’Andrea al Celio, di cui è diventato priore il romano Agostino. Il benedettino – dopo un’iniziale resistenza (spaventato dai racconti sulla crudeltà dei sassoni ascoltati in Provenza fugge dalla missione tornando a Roma, e deve intervenire lo stesso Gregorio per rincuorarlo) – diventerà l’apostolo d’Inghilterra e il primo vescovo di Canterbury.

Scrittore impetuoso e prolifico, Gregorio ha lasciato tra l’altro 854 lettere raccolte in 14 libri, un commento al libro di Giobbe (Moralia in Iob) divenuto uno dei testi più influenti del Medioevo, 62 omelie e i Dialoghi che contengono anche la prima biografia di San Benedetto. Ma anche la musica gli deve moltissimo: è proprio lui, infatti, a promuovere quella modalità di canto che prende il nome di “gregoriano” e che diventa il canto liturgico ufficiale della Chiesa. Secondo una leggenda Gregorio dettava i suoi canti ad un monaco, alternando la dettatura a lunghe pause; il monaco, incuriosito, avrebbe scostato un lembo del paravento di stoffa che lo separava dal pontefice per vedere cosa egli facesse durante i lunghi silenzi, e avrebbe visto una colomba posata su una spalla del papa che gli dettava a sua volta i canti all’orecchio.

San Gregorio Magno, pannello in legno scolpito del XVI secolo.

Gregorio avrà anche una enorme influenza sul nome stesso dei suoi successori. Dopo Giovanni, il suo nome è quello più scelto dai papi. Saranno ben 15 a portarlo, l’ultimo Gregorio XV: come il primo anche lui monaco benedettino, segnato anch’egli da un doppio ruolo religioso e politico. papa dal 1831 al 1846, sarà l’ultimo vescovo di Roma a morire come re dello Stato pontificio. In anni più recenti, invece, è stato scelto da Clemente Dominguez Gomez, fondatore della chiesa scismatica palmariana, che dopo la morte di Paolo VI si è autoproclamato papa con il nome di Gregorio XVII.

Gregorio Magno muore il 12 marzo del 604 e viene sepolto nella basilica di San Pietro. Il suo successore Sabiniano attua una radicale inversione di tendenza rispetto alla sua opera: con una vera e propria restaurazione, allontana i monaci dalla Curia tornando ad assegnare gli uffici ecclesiastici al clero secolare, torna ad ingraziarsi l’aristocrazia romana e interrompe l’attività di assistenza gratuita ai bisognosi accusando il suo predecessore di aver dissipato il patrimonio della Chiesa pur di essere lodato e ottenere fama di benefattore; infine fa distribuire il grano alla popolazione affamata dietro pagamento, provocando una rivolta popolare di cui rimane vittima.

Secondo una leggenda, lo stesso Gregorio gli appare in sogno ammonendolo per il suo comportamento. E poiché Sabiniano non accenna a voler cambiare atteggiamento, Gregorio lo colpisce con il pastorale uccidendolo. Paladino del popolo romano anche da morto.

Arnaldo Casali

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Lo scisma d’Oriente

Lo storico incontro del 12 febbraio 2016 a Cuba tra Francesco e Kirill (foto Sir).

Fu per una sottile ma determinante differenza teologica; fu perché secoli di lontananza ci avevano resi diversi ed estranei; fu perché due galli in un pollaio non possono cantare; ma fu anche e soprattutto, per il caratteraccio di un ambasciatore.

Fu per tutto questo se oggi la Chiesa Cattolica è separata da quella Ortodossa. E se anziché arrivarci Umberto da Silvacandida, quel giorno a Santa Sofia, ci fosse entrato un Francesco d’Assisi, è probabile che le cose sarebbero andate in modo diverso.

Fino al 1054 non c’era alcuna differenza tra la Chiesa Cattolica (ovvero “universale”) e quella Ortodossa (“di corretta dottrina”). Sin dalle origini, il cristianesimo si era andato strutturando intorno a piccole comunità parrocchiali unite in diocesi governate da un vescovo. Le diocesi corrispondevano – più o meno – alle città, e quanto più importante era la città governata, tanto più lo era, come è ovvio, il suo vescovo.

Naturale, quindi, che il vescovo della capitale dell’impero assumesse una particolare autorità sugli altri. Niente a che fare, però, con l’attuale concetto di papato, concetto che tutto sommato proprio papa Francesco sta “picconando” cercando di riportare alle sue antiche origini il carisma del vescovo di Roma.

Se San Pietro – a dispetto da quanto raccontato dalla tradizione – non è mai stato né vescovo di Roma né tanto meno papa (il ruolo di capo della Chiesa nascente, nella prima comunità, fu assunto a Gerusalemme da Giacomo fratello di Gesù, come raccontato negli Atti degli Apostoli), quando il Cristianesimo viene legalizzato ed esce dalla clandestinità il suo capo di fatto diventa l’imperatore.

È infatti lo stesso Costantino – che nel 313 aveva proclamato lo storico editto – a presiedere nel 325 il concilio di Nicea che vede convocati circa 300 vescovi della Chiesa cristiana nel palazzo imperiale per discutere di questioni fondamentali come la data della Pasqua e la condanna dell’eresia ariana.

San Leone IX papa (1049-1054) e Michele Cerulario, patriarca di Costantinopoli.

Titolo prettamente imperiale, d’altra parte, è quello di “Pontefice Massimo”, ruolo istituito da Numa Pompilio per i sacerdoti pagani, divenuto un titolo dell’imperatore con Cesare Augusto, e assunto nel 375 dal vescovo di Roma. Che, nel frattempo, è diventato un punto di riferimento per l’intera cristianità. Con il titolo di “Primum inter pares”, il vescovo di Roma ha infatti il compito di “presiedere la Chiesa nella carità” intervenendo nelle dispute senza rappresentare comunque un’autorità assoluta.

Proprio Costantino, scegliendo l’antica Bisanzio per fondare la sua “Nuova Roma” aveva gettato le basi per la divisione tra impero d’oriente e impero d’occidente e per la rivalità tra il patriarca della vecchia Roma e quello della nuova.

Di fatto con il Concilio di Calcedonia, nel 451, la Chiesa assume la struttura di una pentarchia governata da cinque patriarcati: quello di Roma (al cui vescovo spetta il Primato d’onore), quello di Costantinopoli (secondo per importanza) e quelli di Gerusalemme (che governa la Palestina), Antiochia (le chiese del medio oriente) e Alessandria (le diocesi d’Egitto).

Con le conquiste islamiche di Palestina, Siria ed Egitto – alla fine del VII – gli ultimi tre patriarcati, finiti sotto i sultanati arabi, scompaiono o vengono drasticamente ridimensionati, e Roma e Costantinopoli si ritrovano da sole a governare due territori che – con la fine dell’impero romano d’occidente e le conquiste barbariche – sono diventati sempre più lontani.

Il mare Mediterraneo sembra allargarsi sempre di più a rendere estranei due paesi, due culture, due forme di vita religiosa che quando si incontrano, nel 1054, stentano a riconoscersi.

Non erano mancate, anche nei secoli precedenti, scomuniche reciproche tra i due patriarchi, legate soprattutto all’atteggiamento tenuto nei confronti delle eresie come il monofisismo, ai contesti politici che vedono un tentativo dell’imperatore d’oriente di riacquistare potere in Italia, e alle reciproche ingerenze. Ma quasi mille anni di dissapori arrivano al punto critico nel 1043 con la nomina (imperiale) di Michele Cerulario a patriarca di Costantinopoli.

Michele prende apertamente posizione contro la dottrina teologica del filioque rilanciata da papa Leone IX, secondo cui lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio, mentre per la tradizione ortodossa discende solo dal Padre.

Ad una questione squisitamente teologica si aggiungono poi prassi di carattere liturgico e disciplinare: nella chiesa Cattolica, infatti, è stato introdotto il celibato ecclesiastico mentre nella chiesa ortodossa continuano ad essere ordinati uomini sposati. Ma Michele attacca anche la tonsura, il taglio della barba per i preti cattolici e la celebrazione dell’eucarestia con pane azzimo e proibisce il rito latino in tutte le chiese sotto la sua giurisdizione.

Miniatura su Leone IX tratta dal Passionary of Weissenau, Codex Bodmer.

Anche l’organizzazione delle due chiese, con il passare dei secoli, è molto cambiata. Formalmente è rimasta la stessa struttura gerarchica composta da parrocchie, diocesi rette da vescovi, metropoliti che presiedono le diverse diocesi di una regione, patriarchi che governano le chiese nazionali e un primate onorario. Di fatto, però, mentre in oriente il potere è concentrato soprattutto sui metropoliti e i patriarchi, con un ruolo minoritario assegnato ai vescovi e il patriarca ecumenico riconosciuto solo come “primum inter pares”, in occidente è quasi irrilevante il ruolo dei metropoliti e dei patriarchi mentre si è rafforzato quello dei vescovi, è nata la nuova figura dei cardinali e il papa ha accentrato su di sé sempre più potere fino a fare della chiesa una vera e propria monarchia.

Leone IX, che rivendica il suo ruolo di primate della Chiesa universale e quindi la sua autorità anche su Costantinopoli, invia a trattare con il “ribelle” Michele una delegazione guidata dal cardinale Umberto da Silvacandida e composta dagli arcivescovi Federico di Lorena e Pietro di Amalfi. Le cui intenzioni non erano così pacifiche, tanto che portarono con loro la bolla di scomunica già pronta.

Francese e tra i principali protagonisti della riforma della Chiesa dell’XI secolo insieme a Ildebrando di Soana (futuro Gregorio VII) e San Pier Damiani, Umberto da Silvacandida sarà anche tra gli “inventori” del conclave che riserva l’elezione del Papa ai cardinali escludendo l’imperatore.

Il suo carattere forte e la sua radicalità, però, non aiutano certo il dialogo tra due mondi lontani e tra fazioni contrapposte: Umberto nega la legittimità stessa dell’elezione di Michele, il titolo di “ecumenico” riservato al patriarca di Costantinopoli, così come il suo ruolo di “secondo” dopo il vescovo di Roma. Il patriarca risponde rifiutandosi di ricevere la delegazione e il 16 luglio 1054 Umberto depone sull’altare della chiesa di Santa Sofia la bolla di scomunica.

Paradossalmente, quella scomunica non ha valore legale. Il 19 aprile, infatti, papa Leone IX è morto e il nuovo papa Vittore II sarà eletto solo a settembre. Durante la sede vacante tutte le cariche sono decadute, compresa quella di Umberto che non ha quindi alcuna autorità per compiere un simile atto.

Nonostante questo, la scomunica viene presa molto sul serio da Michele che, a sua volta, il 24 luglio scomunica tutta la delegazione mentre cattolici e ortodossi si lanciano anatemi. Questa volta, lo scisma è destinato a non ricomporsi più e le due chiese continueranno a crescere in parallelo, allontanandosi sempre di più nella liturgia e nella struttura gerarchica: mentre la chiesa ortodossa manterrà quella tipicamente autocefala, a Roma il papa finirà per rivendicare persino il titolo di “vicario di Cristo” contrapponendosi a qualsiasi altro potere.

Un francobollo commemorativo paraguayano dell’incontro tra Paolo VI e il patriarca Atenagora, avvenuto a Gerusalemme nel 1964.

D’altra parte, il primo serio tentativo di ricomporre la frattura non ha un sapore molto ecumenico: nel 1204, infatti, la Quarta Crociata compie una deviazione e anziché conquistare Gerusalemme invade e saccheggia Costantinopoli, instaurando un nuovo impero e sostituendo il patriarcato ortodosso con uno latino affidato a Tommaso Morosini, costringendo il patriarca Giovanni X alla fuga in Tracia. I bizantini si riprenderanno Costantinopoli già nel 1261, ma il patriarcato latino continuerà ad affiancare quello ortodosso per settecento anni.

Un altro tentativo di unione – di carattere completamente diverso – avviene invece nel 1439 al concilio di Firenze. Quando Costantinopoli viene assediata dai turchi ottomani, infatti, il patriarca Giuseppe II, con l’imperatore, ripara in Italia per chiedere soccorso e partecipa al Concilio che il 6 luglio proclama solennemente il decreto di unione tra le due chiese. Un’unione che, però, non diventerà mai effettiva a causa della ferma opposizione dei monaci e del clero ortodosso.

Con la caduta di Costantinopoli del 1453 per mano dei turchi ottomani guidati dal sultano Maometto II, la fine dell’impero romano d’oriente e la sostituzione del Cristianesimo con l’Islam, il patriarcato ecumenico assume un ruolo sempre meno rilevante e sempre più simbolico. Oggi il patriarca di Costantinopoli è quello che governa meno fedeli, tra tutte le chiese ortodosse, sulle quali continua tuttavia ad avere un primato d’onore.

Lo storico incontro del 1964 tra Paolo VI e Atenagora, con cui i due patriarchi hanno cancellato ufficialmente le reciproche scomuniche e la chiesa cattolica ha abolito il patriarcato latino, assume quindi un grande valore simbolico, ma scarsissimo impatto reale sui rapporti tra le due chiese. Che, teoricamente, sono in comunione ma che in realtà questa comunione non la vivono, né in un senso liturgico-sacramentale (non c’è la cosiddetta ‘ospitalità eucaristica’) né sotto quello organizzativo, visto che in molte diocesi ortodosse esiste il “doppione” cattolico.

Vocazione di Pietro e Andrea, Duccio di Buoninsegna (1308-1311), tavola dalla predella della Maestà, , Washington, National Gallery of Art.

La pietra dello scandalo, da questo punto di vista, è la Russia: elevata a patriarcato nel 1589 proprio in sostituzione di Roma nella “Pentarchia”, la chiesa di Mosca è oggi la più grande e potente del mondo ortodosso, un ruolo che la pone in conflitto sia con la chiesa di Roma che con quella di Costantinopoli.

Se lo scontro con Roma si è radicalizzato soprattutto dopo l’erezione nel 1991 di un “duplicato” cattolico a Mosca, con il patriarca di Costantinopoli quello di Russia si contende la leadership della chiesa ortodossa. Nel corso degli ultimi vent’anni Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI si sono incontrati, progressivamente, con quasi tutti i patriarchi ortodossi, ma il dialogo con la chiesa russa resta quello più difficile.

Le basi per un incontro tra il patriarca e il papa sono state gettate più di quindici anni fa da personaggi impegnati nel dialogo ecumenico come l’allora metropolita Kirill e l’arcivescovo Vincenzo Paglia.

Nel 2002 il metropolita partecipò a Terni ad un convegno su santità e martirio organizzato dalla diocesi di cui era vescovo Paglia. L’anno dopo una delegazione della città capeggiata dallo stesso vescovo era volata a Mosca per donare una reliquia di San Valentino al patriarca Alessio II.

Dopo l’elezione dello stesso Kirill a patriarca nel 2009 e quella di Jorge Mario Bergoglio a papa nel 2013, l’incontro si è fatto più vicino ma ancora problematico a causa dell’opposizione di gran parte della chiesa russa. La svolta è arrivata il 12 febbraio 2016 a Cuba, che – terra neutrale – ha visto il primo abbraccio tra i due. Un incontro che, certo non a caso, avviene alla vigilia del grande sinodo che vedrà tutta la chiesa ortodossa riunirsi per la prima volta dopo mille anni.

Pietro e Andrea, i due apostoli fratelli, che fondarono – secondo la tradizione – le due chiese, sono ormai pronti a tornare a vivere insieme.

Arnaldo Casali

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Sergio I, il papa disubbidiente

La miniatura “Il sogno di papa Sergio”

Sergio I, il papa che fu eletto il 15 dicembre del 687, fu importante soprattutto per un motivo: disubbidì in modo clamoroso all’imperatore. Un gesto che all’epoca fece scalpore. Non che altri papi, prima di lui, non avessero provato, invano, a cercare l’autonomia da Bisanzio. Ma Sergio riuscì a imporre le sue ragioni. E con lui, in modo progressivo, Roma e il papato iniziarono a emanciparsi dalla capitale dell’impero.

Sergio era nato a Palermo ma la sua famiglia era emigrata in Sicilia da Antiochia, una città siriana, crocevia dei commerci, che oggi si chiama Antakya e si trova in Turchia, sul bordo del confine con la Siria. Un luogo speciale nella storia della Chiesa, perché secondo gli “Atti degli Apostoli” fu proprio ad Antiochia che i seguaci di Gesù furono chiamati, per la prima volta, “cristiani”. Tanto che per provare a sedare le frequenti dispute religiose del tempo, i teologi ricordavano che l’autorità del patriarca di Antiochia, come quella del pontefice di Roma, era “direttamente riconducibile a Dio”.

Allora il carisma del pontefice romano non era certo quello di oggi. Gli imperatori si consideravano isapostoli e cioè “uguali agli apostoli”. E quindi non inferiori al papa di Roma, nemmeno in tema di fede. Come se non bastasse, Roma e tutti i territori italiani che non erano sotto il dominio dei Longobardi, appartenevano all’impero d’Oriente. A Ravenna, c’era un esarca: un vero e proprio viceré che governava la penisola per conto di Bisanzio e che nella sua figura riassumeva sia i poteri militari che quelli civili. Spesso, questi esarchi erano degli eunuchi: non potendo contare su una discendenza, non potevano nemmeno avere la tentazione di aspirare al trono. Per questo gli imperatori li assumevano e lasciavano loro ampia autonomia.

Quindi, anche quando si sceglieva un papa, bisognava fare i conti con l’esarca di turno. In senso letterale: era meglio pagarlo per riuscire ad ottenere l’elezione. Così fece Pasquale, che nell’anno 687 era il candidato favorito al soglio pontificio dopo la morte di papa Conone: offrì all’esarca Giovanni Platino II la bellezza di 100 libbre d’oro perché favorisse la sua ascesa alla cattedra di Pietro. Ma sbagliò i suoi conti: in conclave gli elettori divisero i loro voti tra due candidati, Pasquale e l’arciprete Teodoro, sostenuto con forza dal popolo romano. E alla fine, come spesso succede, scelsero quello che oggi definiremmo un “outsider”: un terzo candidato, Sergio, il siciliano di origini siriane, che fu eletto papa.

Teodoro, seppure a malincuore, accettò la nomina e si fece da parte. Pasquale, invece scrisse all’esarca: gli chiese di venire a Roma per rivoltare la decisione del conclave. Giovanni Platino II si precipitò nella Città Eterna ma si accorse presto che non c’erano le condizioni politiche per cambiare il corso degli eventi. Non volle però rinunciare alla somma che gli era stata promessa da Pasquale. E si rifiutò di riconoscere Sergio finché il nuovo papa non pagò a sua volta le 100 libbre d’oro. Quando questo avvenne, riconobbe il nuovo pontefice e se ne tornò a Ravenna con i suoi soldati.

L’imperatore Giustiniano II, detto il Rinotmeto, “naso tagliato” (669-711)

Sergio era un uomo di preghiera, di fede e di studio. Aveva fatto parte della Schola cantorum del Laterano. Passava per una “testa dura”. L’occasione per dimostrare la forza della sua personalità arrivò nel 692: Giustiniano II, imperatore di Bisanzio, convocò nella grande sala a cupola del palazzo imperiale di Costantinopoli il “concilio Quinisesto” al quale furono invitati solo i vescovi orientali. Sergio I non fu nemmeno consultato.

Alla fine dell’assise religiosa, Giustiniano II, dovette però mandare i relativi decreti all’approvazione del papa di Roma. In quei documenti c’erano norme nuove e importanti tra cui la decisione di abolire il celibato per il clero e l’attribuzione alla Chiesa di Costantinopoli delle stesse prerogative di quella di Roma.

Sergio I disse subito di no. E si rifiutò di sottoscrivere le decisioni del concilio bizantino. Giustiniano II s’infuriò. E spedì di corsa a Roma, un alto dignitario imperiale, Zaccaria, accompagnato da una delegazione in armi, per arrestare il papa e portarlo a Costantinopoli, con le buone o con le cattive.

La clamorosa decisione aveva avuto un precedente quando un altro pontefice non si era piegato alle decisioni dell’imperatore Costante II: allora papa Martino I fu trasportato con la forza alla presenza del “basileus” che lo imprigionò in Crimea, dove lo sventurato successore di Pietro morì nell’anno 655 a seguito dei maltrattamenti che dovette subire.

Ma con Sergio I la storia prese presto un’altra piega. Quando Zaccaria si presentò con le sue truppe in Laterano, trovò ad attenderlo una folla di romani, inferociti per le tassazioni imperiali e accorsi in massa in difesa del papa. Insieme a loro c’erano anche le milizie armate dei cittadini fedeli al pontefice che arrivarono dalla Romagna, dalle Marche e anche dalla stessa enclave bizantina di Ravenna.

Zaccaria, vista la situazione e temendo di essere linciato, provò a scappare, correndo nelle stanze del grande palazzo. Ma la sua fuga si concluse presto. Lo storico tedesco Gregorovius scrisse che lo scovarono mentre era “acquattato sotto il letto del Papa”. Volevano linciarlo. Ma il papa lo salvò e gli consentì di lasciare Roma, insieme alle sue truppe, senza che gli fosse fatto alcun male. Gregorovius commentò la portata storica dell’avvenimento: “Apparve allora per la prima volta quali fossero la potenza e la risonanza nazionale del prestigio di Roma”. La situazione poco dopo infatti precipitò anche a Bisanzio, dove nel 695 la popolazione, guidata dal generale Leonzio, si ribellò a Giustiniano II: all’imperatore furono tagliati il naso e le orecchie. Ebbe salva la vita ma fu esiliato.

L’autorità del papa invece si rafforzò. Il pontefice pose fine allo scisma dei tre capitoli, che da oltre un secolo teneva separate da Roma le diocesi dell’Italia nord-orientale, della Dalmazia e dell’Illiria. Nel 700 fu riammessa anche la diocesi di Aquileia che si era staccata dal papato fin dal 553. Migliorarono i rapporti con i Franchi, che all’epoca erano governati dal “maggiordomo di palazzo” Pipino di Herstal, padre di Carlo Martello. Sergio I istituì la prassi di consacrare i vescovi nella Città Eterna.

Il re britanno Caedwalla del Wessex, il 10 aprile 689 giunse a Roma per farsi battezzare dal papa. Il pontefice lavorò anche all’arricchimento della liturgia: istituì il rito dell’Agnus Dei nella messa e con i soldi dei pellegrinaggi restaurò molte chiese. Dentro la basilica costantiniana di San Pietro fece costruire anche il monumento sepolcrale di san Leone Magno. Morì l’8 settembre 701. E oggi è venerato come santo.

Federico Fioravanti

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Il suono del Giubileo

L’anno santo sin dall’inizio fu chiamato “giubileo” o “anno giubilare”. La parola deriva dal Vecchio Testamento e dal termine ebraico “jobel”.

“Jobel” significa ariete, corno d’ariete. Il vocabolo indicava anche il suono del corno di capro che serviva ad annunciare il cinquantesimo anno, un termine particolare che la legge di Mosè aveva fissato per il popolo ebraico.

Una data importante. E un anno particolare. Il Levitico parla di “sette settimane di anni, cioè sette volte sette anni; queste sette settimane di anni faranno un periodo di quarantanove anni. ” (Levitico 25, 8). E qualche versetto dopo dice: “Dichiarerete santo il cinquantesimo anno e proclamerete la liberazione nel paese per tutti i suoi abitanti. Sarà per voi un giubileo; ognuno di voi tornerà nella sua proprietà e nella sua famiglia. Il cinquantesimo anno sarà per voi un giubileo; non farete né semina, né mietitura di quanto i campi produrranno da sé. Né farete la vendemmia delle vigne non potate. Poiché è il giubileo, esso vi sarà sacro; potrete però mangiare il prodotto che daranno i campi. In quest’anno del giubileo, ciascuno tornerà in possesso del suo” (Levitico 25, 10-13).

Nella Genesi, il numero 7 descrive il tempo della creazione del mondo: “E il settimo giorno Dio si riposò”. Da questo richiamo originario nasce il sabato, settimo giorno della settimana ebraica. Per analogia, considerando che la settimana, il mese e l’anno sono rappresentazioni dei “tempi ciclici” che corrispondono ai diversi dell’esistenza del creato, anche il settimo anno assume le connotazioni del settimo giorno: è l’anno del riposo.

La legge mosaica prescriveva che la terra, di cui Dio era l’unico padrone, non fosse coltivata e ritornasse all’antico proprietario. E che anche gli schiavi riavessero la libertà perduta. Il suono del corno d’ariete annunciava quindi l’inizio dell’anno della riconciliazione, in cui “ognuno deve ritornare nei suoi possedimenti” e in cui le colpe vengono “rimesse”. Liberazione e remissione. Al termine ebraico “jobel” si legavano il greco “aphesis” e il latino “remissio”. Come ricordava intorno all’anno 600, Isidoro di Siviglia (560 circa -636), maestro enciclopedico del Medioevo, che raccolse e tramandò in modo instancabile tutto il sapere dell’epoca, “per giubileo si intende l’anno della remissione”.

Un orecchio latino poteva collegare all’antica parola ebraica un proprio vocabolo gioioso: “iubilare” o “iubilum”. Come le acclamazioni di giubilo che nel mondo contadino si indirizzavano alla bontà di Dio. E come i canti della messa, che avevano il “jubilus” dell’alleluja. In un famoso canto di Natale medievale tedesco-latino, si ripeteva una melodia che forse arrivava dai monasteri dell’Europa carolingia: “In dolci jubilo, singet und sit vrot”. La prima trascrizione delle antiche parole è contenuta nel quattrocentesco Codex 1305, conservato nella Biblioteca dell’Università di Lipsia. Secondo la leggenda, fu il mistico tedesco Enrico Suso (1295-1366), che firmava i suoi scritti con il nome di Amandus, ad avere una visione di angeli musicanti che danzavano e cantavano questa canzone intorno al presepio. Sulle note di “In dolci jubilo” nacque quindi la tradizione tedesca dei bimbi che danzano e cantano, vestiti da angeli, nei giorni che precedono il Natale.

Nell’anno giubilare 1300 indetto da papa Bonifacio VIII, fu quindi promessa la “remissione completa dei peccati” a tutti i romani che avessero visitato per trenta giorni “con animo contrito e pentito” le basiliche degli apostoli Pietro e Paolo e a tutti i pellegrini che avessero fatto lo stesso per almeno quindici giorni. Una indulgenza primaria. Nella bolla d’istituzione dell’anno santo, Bonifacio stabilì anche in modo solenne che ogni cento anni dovesse celebrarsi un nuovo giubileo. Ma non passò molto tempo che papa Clemente VI (1342-1352) accorciò l’intervallo a 50 anni. Un cronista dei tempi spiegò con efficacia uno dei principali motivi della decisione: “Perché la vita dell’uomo scivola via e diminuisce e le malattie sommergono il mondo”. Un nuovo giubileo si celebrò quindi nel 1350, proprio nell’epoca in cui l’Europa soffriva per le conseguenze della peste.

Ma anche 50 anni erano troppi per la vita di un uomo del Medioevo. Soprattutto perché la durata della vita media in quegli anni devastati dalle epidemie, era arrivata ad essere di poco superiore ai trenta anni. Così, papa Urbano VI (1378-1379) ridusse il termine a 33 anni: l’età di Cristo, il cui sacrificio consentiva ai cattolici la remissione dei peccati. Il periodo di 25 anni, valido ancora oggi, fu introdotto nel 1475 da papa Sisto IV.

La data del primo giubileo fu memorabile nella storia d’Italia. Tutta la penisola si vestì a festa. Furono costruite logge, chiese e basiliche. Soprattutto, quel 1300 fu un anno di pace. Una grande massa di persone si mise in cammino, da ogni angolo d’Europa, lungo le antiche vie dei pellegrinaggi. Negli Annales Austriae è scritto: “A Roma giunse una tal moltitudine di persone da tutto il mondo che nessuna età dell’uomo ne ricorda una simile”.

Giovanni Villani, il mercante fiorentino del Trecento che compilò la Nuova Cronica, immenso resoconto che partiva dalla torre di Babele e arrivava fino ai suoi tempi, disse che a Roma arrivarono almeno duecentomila pellegrini: “E fu la più mirabil cosa che mai si vedesse”. Anche perché, all’epoca, la città dei papi contava appena ventimila abitanti. Da esperto contabile, Villani non mancò di annotare che “i romani per le loro derrate furono tutti ricchi; e de la offerta fatta per gli pellegrini molto tesoro ne crebbe a la Chiesa”.

Il frate domenicano Franciscus Pipini, da Parma osservò: “Ogni giorno a tutte le ore sembrava che un intero esercito percorresse la via Clodia e i campi d’intorno. I baroni e le nobili dame che venivano dalla Francia e da altre terre lontane venivano in comitive di quaranta, cinquanta e più cavalli”. Il religioso spiegò anche che a Roma tutti furono accolti “sanza romori e zuffe”.

Non era d’accordo con lui il poeta abruzzese Buccio di Ranallo che descrisse i romani come maestri di doppiezza: prima “angeli” per adescare i clienti e poi “cani” quando li avevano accalappiati. A prezzi altissimi, promettevano letti e invece facevano trovare dure panche, in stanze sporche, rumorose e affollate di pellegrini.

Una Cronaca senese registrò che “Era tanta la moltitudine della gente che passava per Siena che non era possibile crederlo. E andavano el marito e la moglie e figliuoli. E lassavano le case serrate e tutti di brigata, per perfetta divozione andavano al detto perdono”.

Una folla enorme si riversò tra le sparse e antiche rovine della immortale città allora ridotta a poche migliaia di abitanti.

Sopra Ponte Sant’Angelo fu introdotto anche il senso unico. Ce lo racconta Dante Alighieri, testimone oculare dell’avvenimento, quando nella Divina Commedia (XVIII canto dell’Inferno) descrive il camminare di due colonne di pellegrini: una diretta alla basilica di S. Pietro di allora, l’altra, che tornava indietro verso Monte Giordano, la piccola altura dalla quale dominava il passaggio sul Tevere la casa fortificata degli Orsini, che oggi si chiama Palazzo Taverna: “Come i Roman per l’essercito molto, / l’anno del giubileo, su per lo ponte / hanno a passar la gente modo colto, / che da l’un lato tutti hanno la fronte / verso ’l castello e vanno a Santo Pietro; / da l’altra vanno verso il monte…”.

Federico Fioravanti

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Il Giubileo dell’Aquila

Sapevate che L’‪‎Aquila‬ è considerata da molti la prima città al mondo ad aver ospitato il ‪Giubileo‬, anticipando di sei anni quello ufficiale del 1300?

Nel 1294, il neoeletto ‪Papa‬ ‪‎Celestino‬ V emanò da lì una ‪Bolla‬ con la quale concedeva un’indulgenza plenaria e universale a tutti coloro che fossero entrati nella basilica di Santa Maria di ‪Collemaggio‬ dai vespri del 28 agosto a quelli del 29 dello stesso anno.

L’Aquila è stata inoltre una delle più importanti città del ‪Medioevo‬. Fondata nel 1254, fu rasa al suolo da ‪Manfredi‬ di Svevia per essere rimasta fedele alla Chiesa e non all’imperatore.

Ricostruita per mano di Carlo I d’Angiò nel 1265, si sottomise al volere del Papa Urbano IV.

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