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Capodanno, festa mobile del Medioevo

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Annunciazione, Pietro Cavallini, Santa Maria in Trastevere, Roma

Paese che vai, Capodanno che trovi. Nel Medioevo la data cambiava secondo i luoghi, i paesi e le città. Il Capodanno era una festa mobile. E chi viaggiava molto poteva trovarsi a festeggiare l’ultimo giorno dell’anno in stagioni diverse. Sia in Italia che in Europa.

In Castiglia e Aragona l’anno cominciava il 1 gennaio, alla maniera romana, secondo il vecchio calendario giuliano, che fu elaborato dall’astronomo greco Sosigene di Alessandria: era chiamato così per via di Giulio Cesare, che nella sua veste di pontefice massimo, lo promulgò nel 46 avanti Cristo.

In Francia l’anno nuovo si apriva a Pasqua nella Domenica di Resurrezione. L’abitudine, definita “stile della Pasqua”, fu cambiata da Carlo IX solo nel 1567. Ma non fu seguita dappertutto. In alcune zone della Francia centrale e occidentale il Capodanno aveva inizio il 25 dicembre, giorno di Natale. E in altre ancora il 25 marzo, giorno dell’Incarnazione.

Lo stesso avveniva in Inghilterra e anche in Irlanda: fino al XII secolo, la data dell’inizio dell’anno oscillò tra il giorno della nascita e quello del momento del concepimento del Redentore, quando Maria accettò l’annuncio che le portava l’Arcangelo Gabriele: “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto” (Luca, 1-38). L’abitudine perdurò fino al 1752.

In Borgogna, invece vigeva l’uso del Capodanno alla Circoncisione (cioè il 1 gennaio) chiamato così perché si calcolava che Gesù, secondo la legge ebraica, venne circonciso otto giorni dopo la nascita.

Anche in Spagna, fino al XV secolo, il Capodanno cadeva il 1 gennaio per via della circoncisione. Ma dal Quattrocento al Seicento in quasi tutta la penisola iberica fu la festa della Natività a fare da spartiacque tra un anno e l’altro. Nelle terre del Sacro Romano Impero le date potevano sovrapporsi a seconda delle città, ma nella maggior parte dei casi l’anno vecchio finiva proprio il giorno prima di Natale.

Icona Natività Cappella Palatina Palermo

Icona della Natività, Cappella Palatina, Palermo

In Italia il Capodanno oscillò per lungo tempo tra le date del Natale (25 dicembre) e della Incarnazione (25 marzo).
Con qualche importante eccezione. Come quelle della Puglia, della Calabria, di Amalfi e della Sardegna, dove l’anno nuovo iniziava ufficialmente il 1 settembre, secondo lo “Stile bizantino”. Tanto è vero che il mese di settembre in lingua sarda si chiama ancora “caputanni”.

In alcune città, come Milano e Bologna, le abitudini di festeggiare il Capodanno il 25 dicembre o il 25 marzo si alternarono nel corso dei secoli.
A Roma, dal X al XVII secolo, la festa di inizio anno coincise sempre con quella del Natale, con un intermezzo voluto da alcuni papi che preferirono, come data di inizio dell’anno, la festa dell’Annunciazione.

Napoli si adeguò allo “stile dell’Incarnazione” nell’anno 1270. Prima festeggiava il Capodanno il giorno della nascita di Gesù. Ma pochi anni dopo, all’epoca di Carlo I (1282-1285) fu introdotto lo “stile della Pasqua”. E sotto il Vesuvio il Capodanno si iniziò a festeggiare in date variabili, che seguivano l’andamento della grande festa cristiana. Ma solo dopo quattro anni si tornò all’antico. E si ripristinò la data del 25 marzo.

Nel nord della penisola, il computo del Capodanno a partire dalla Natività era usato a Pavia, Brescia, Alessandria, Crema, Ferrara, Rimini e Como (ma in questo caso solo fino al Quattrocento). Festeggiavano il Capodanno il 25 dicembre anche Orvieto e alcune città toscane come Pistoia, Massa, Arezzo e Cortona.

Ma la differenza più singolare, tanto per cambiare, era quella tra Firenze e Pisa. Entrambe le città prendevano come data di riferimento quella della Incarnazione. Entrambe usavano la formula di rito: “Anno ab Incarnatione Domini”. Ma ognuna festeggiava il Capodanno a modo suo. Due scuole di pensiero e due date diverse: lo “Stile Pisano” e lo “Stile Fiorentino”, dettavano la regola anche in altri territori.

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Annunciazione, Simone Martini, Galleria degli Uffizi, Firenze

Pisa anticipava di nove mesi la data della Natività. E quindi faceva partire il Capodanno il 25 marzo.
La città di Firenze, da sempre legata al culto della Madonna, usava festeggiare l’inizio dell’anno il giorno della festa dell’Annunciazione, ma posticipava di tre mesi la data, a partire dal giorno della nascita di Cristo. Di conseguenza, nelle città rivali, la festa di Capodanno del 25 marzo, riguardava anni diversi: Pisa anticipava Firenze di 12 mesi.
La Toscana si uniformò al resto d’Italia e d’Europa e iniziò a considerare l’inizio dell’anno solare il 1 gennaio, soltanto il 20 novembre del 1749, quando il granduca Francesco Stefano di Lorena abolì per decreto la feste di Capodanno celebrate nella stessa data di anni diversi per via di calcoli differenti.
Fatto sta che per centinaia di anni lo “Stile Fiorentino” fu seguito da altre città italiane (Piacenza, Ravenna, Novara e Cremona) e toscane: Siena, Prato, Lucca, Pontremoli, Colle Val d’Elsa, Fiesole e San Gimignano.
Lo “Stile Pisano” per un breve periodo di tempo fu adottato anche a Roma. Piombino si adeguò alla vicina e potente città marinara. Così come Tarquinia. Al nord, scelsero questa soluzione Bergamo e Lodi, che portò avanti la tradizione fino al Quattrocento.

In questo guazzabuglio di date si provò a mettere ordine a più riprese. Inutilmente.
Nel Trecento, il pisano Giordano da Rivalto, un predicatore domenicano, celebrato per la sua oratoria, bollava come “pagano” chiunque volesse il 1 gennaio come data di inizio dell’anno nuovo.

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La suggestione dei raggi di sole nel Duomo di Pisa durante il Capodanno Pisano

A Pisa il Capodanno era scandito da un orologio solare: veniva annunciato da un raggio di sole che penetrava nel Duomo da una finestra, chiamata Aurea proprio per questo motivo. Il raggio colpiva un preciso punto, localizzato vicino all’altare maggiore, il giorno stesso dell’equinozio di primavera, che secondo il calendario giuliano cadeva approssimativamente il 25 marzo e che quindi coincideva con la festa cattolica dell’Annunciazione della Beata Vergine Maria.
La tradizione si ripete ancora, con qualche cambiamento, dopo i restauri subiti dalla meravigliosa cattedrale medievale di Piazza dei Miracoli: nell’equinozio di primavera, a mezzogiorno in punto, un raggio solare colpisce una mensolina a forma di uovo depositata sul cornicione di una colonna, lungo la navata, all’altezza del luogo dove nel 1926 fu riassemblato lo splendido ambone di Giovanni Pisano.

Il calendario dell’antica Roma aveva inizio il 1 marzo, alcune settimane prima dell’equinozio di primavera. Il fatto che anche lo “Stile dell’Incarnazione” coincidesse con l’equinozio di primavera, ridava il significato originario al nome di alcuni mesi: settembre, ottobre, novembre e dicembre tornavano ad essere il settimo, l’ottavo, il nono e il decimo mese dell’anno.
Venezia seguì sempre la regola romana. E datò tutti i documenti pubblici redatti in Laguna fino al 1797 indicando il 1 marzo come data di inizio dell’anno. Il 1 marzo era giorno di festa in tutti i territori della Serenissima. L’uso veneto, “more veneto”, indicato dalla sigla “m.v.”, sopravvisse nei secoli e fu esportato nel Mediterraneo.

Il ricordo della datazione veneziana del Capodanno sopravvive ancora nell’altopiano di Asiago, nel Trevigiano, nel Bassanese, nel Padovano e in alcune zone della Pedemontana Berica. Nelle feste paesane si rinnova la “bruza marzo” e continua l’usanza popolare di “ciamàar marzo”, che vuole risvegliare l’anno nuovo attraverso l’accensione di grandi falò propiziatori.
Nella valle dell’Agno, sulle Prealpi vicentine, (Recoaro Terme, Valdagno, Cornedo Vicentino, Brogliano, Castelgomberto e Trissino) si festeggia ancora il “fora febraro” , che fa scappare quello che nei territori storici della Serenissima era considerato l’anno vecchio, con i “sciòchi col carburo”: botti provocati dall’acetilene, formata dall’unione del carburo di calcio con l’acqua. I bambini girano nelle strade battendo su pentole e coperchi. L’idea è che il rumore scacci il freddo mese di febbraio e che la primavera possa arrivare. Un tempo, per far festa, si trascinava nelle vie la catena del camino che diventava lucida e appariva come nuova.

Così, a Capodanno permane l’illusione che la vita si rinnovi. E arrivano i botti che con il loro rumore portano via le cose brutte.
Nel VII secolo, i pagani seguaci dei druidi che vivevano nelle Fiandre, si abbandonavano a grandi e rumorosi festeggiamenti.
Il severissimo Sant’Eligio, che fu anche un famoso orafo alla corte dei re Merovingi, li redarguiva aspramente: “A Capodanno nessuno faccia empie ridicolaggini quali l’andare mascherati da giovenche o da cervi, o fare scherzi e giochi, e non stia a tavola tutta la notte né segua l’usanza di doni augurali o di libagioni eccessive. Nessun cristiano creda in quelle donne che fanno i sortilegi con il fuoco, né sieda in un canto, perché è opera diabolica”.

Federico Fioravanti

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