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Author Archives: redazione

Il punto ha una lunga storia

Esclamativi, interrogativi o messi sulle “i”. Anche sui punti, un punto va fatto comunque. Nel Medioevo era l’unico segno di interpunzione. Veniva usato per dividere il periodo, con diverse funzioni (in basso, in mezzo o in alto) a seconda della sua posizione rispetto all’altezza della scrittura. Con l’invenzione della stampa a caratteri mobili e la conseguente diffusione dei libri, altri segni arricchirono la punteggiatura. E il punto trovò con naturalezza la posizione che occupa ancora oggi.

Altra storia è quella del punto interrogativo, una delle tante invenzioni dei vituperati “secoli bui” con le quali facciamo i conti ancora oggi. I monaci copisti per sottolineare una domanda, scrivevano “questio” alla fine della frase. Per comodità e abitudine abbreviavano usando le due lettere iniziali della preqnante parola latina: “qo”. Con il tempo, forse per aiutare il lettore, la sigla venne in qualche modo stilizzata. E così la “q” diventò una specie di ricciolo e la “o” si trasformò in un punto sottostante. Di domanda, naturalmente.

Perché per sottolineare l’entusiasmo, la gioia o la sorpresa, i monaci alla fine della frase scrivevano una parolina: “io”. Con il tempo, la “i” passò sopra la “o” che si trasformò in un punto e rimase in basso, ad esclamare: “!”.

Facilitare la lettura servì anche a mettere i puntini sulle “i”. Proprio per evitare equivoci. La “i” all’epoca non aveva il puntino che sfoggia oggi. E così l’occhio spesso si affaticava nel distinguere la lettera dalla vicina “m” e anche dalla “u”. Il provvidenziale puntino, da allora fa chiarezza. Da qui “i puntini sulle i”. Per la precisione. Quella che mancò a Martino che per un punto perse la cappa di abate.

L’aneddoto medievale ricorda che il caritatevole Martino, abate dell’abbazia di Asello, volle sulla sua porta una iscrizione: “Porta patens esto. Nulli claudaris honesto.” Voleva dire: “Porta, resta aperta. Non chiuderti a nessuna persona onesta”. Lodevole intenzione. Ma chi eseguì il lavoro sbagliò proprio a mettere il punto. E scrisse: “Porta patens esto nulli. Claudaris honesto.” Quindi, tutta un’altra storia: “Porta, non restare aperta a nessuno. Chiuditi alla persona onesta”. Un po’ troppo per l’abate. Lo scandalo fu tale che il papa lo degradò togliendoli il mantello che indicava il ruolo. Rimase il modo di dire, negli scritti e nella memoria orale: un famoso proverbio che ancora oggi ci ammonisce contro le distrazioni.

 

Federico Fioravanti

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Il Teatro Comunale di Gubbio

Una volta si chiamava Teatro della Fama. E ha avuto anche il nome di Condominiale. Il Teatro Comunale di Gubbio, luogo deputato per gli spettacoli del Festival del Medioevo, venne inaugurato nei giorni di carnevale del 1738. I lavori erano iniziati venticinque anni prima, promossi e sostenuti da una accademia di nobili eugubini che si costituì appositamente per l’occasione. L’edificio era molto più piccolo di quello attuale. L’architetto Maurizio Lottici e il pittore Giovanni Mattioli, ambedue di Parma, progettarono e decorarono gli interni nel 1737 con la soprintendenza dell’abate Bartolomeo Benveduti. Il teatro fu subito utilizzato per recite, concerti e burlette. Poco più di ottanta anni dopo, nel 1822, l’edificio iniziò ad avere dei problemi strutturali. Ci vollero altri quarant’ anni per progettarlo e trasformarlo completamente. Nel 1862, quando il nuovo teatro fu inaugurato, gli eugubini stentarono a riconoscerlo: la platea e il palcoscenico erano stati invertiti e c’era un atrio, nuovo di zecca, con altri locali annessi. Il progetto dell’ingegnere Ercole Salmi mantenne l’ordine dei palchi esistenti e previde una nuova e elegante facciata. Per ampliare lo spazio del palcoscenico fu addirittura acquistata una casa attigua al teatro. E cambiò anche il loggione, grazie agli interventi suggeriti dall’architetto modenese Luigi Poletti e progettati da Vincenzo Ghinelli di Senigallia (1859). Alle decorazioni, le finiture e gli arredi, tra il 1859 e il 1862, parteciparono i migliori artisti eugubini del tempo, sotto la direzione di Raffaele Antonioli, Ulisse Baldelli e Nazzareno Lunani. Le decorazioni in stucco che ancora ornano i parapetti dei palchi vennero disegnate da Vincenzo Ghinelli e realizzate grazie a Raffaele Morena e Senofonte Mischianti. Le dorature degli stucchi e gli ornati in legno furono creati da Francesco Mazzacrelli. I mascheroni intagliati sono invece opera di Pipillo, nome d’arte di Giuseppe Ceccarelli. La decorazione del soffitto della sala si deve al pittore Raffaele Antonioli. Entro dodici spicchi delimitati da colonnine, sono raffigurati i geni delle Muse ed alcuni amorini. Nel bordo esterno compaiono invece dodici medaglioni, con cornici stellate, recanti i ritratti dei principali compositori, commediografi e drammaturghi italiani del XIX e XIX secolo. Musi leonini e volti con copricapi piumati – che dovrebbero simboleggiare le nazioni della Terra, a testimonianza dell’universalità dell’arte teatrale – compaiono sul bordo esterno, proprio in corrispondenza delle colonnine. Allo stesso Antonioli si deve la decorazione con trofei musicali dell’architrave della bocca d’opera. Il sipario che raffigura il medievale Palazzo dei Consoli, opera dell’eugubino Gaetano Alessandrini, si aprì nel 1862. La tradizionale illuminazione a olio d’oliva venne sostituita nel corso del 1880 perché “costa troppo e ci si vede poco”. Clodomiro Menichetti, pittore e decoratore, negli anni Venti del Novecento, restaurò e tinteggiò con nuovi colori la sala. Un altro dei tanti cambiamenti della struttura, fino all’ultimo restauro del 1985 che ci mostra il Teatro Comunale in tutta la sua bellezza.

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I luoghi del Festival – La sala Trecentesca di Gubbio

La sala Trecentesca che ospita gli incontri con gli autori del Festival del Medioevo è nel piano più alto della sede del Comune di Gubbio. Il Palazzo Pretorio occupa il lato orientale della elegante piazza pensile che lo unisce al Palazzo dei Consoli. Come l’edificio “gemello”, fu con ogni probabilità progettato dal Gattapone. Era destinato ad ospitare il Podestà, il capo del potere esecutivo cittadino, che nella Gubbio medievale svolgeva funzioni complementari al potere legislativo dei Consoli. La sua costruzione iniziò nel 1349 e proseguì fino al XVII secolo. Il palazzo è rimasto incompiuto forse per le difficoltà economiche del comune o per l’infierire della peste che all’epoca martoriava Gubbio. Lungo gli spigoli dell’edificio, nel lato che guarda la piazza, i segni della brusca interruzione dei lavori sono ancora incisi sulla pietra. Era il 1350. In quell’anno Giovanni Gabrielli, esautorò la democrazia comunale e con un colpo di mano divenne signore della città.

Nelle intenzioni di chi disegnò l’opera, l’edificio doveva avere la stessa altezza e lo stesso coronamento di merli del prospicente Palazzo dei Consoli. La costruzione in mattoni addossata sulla sinistra del palazzo risale alla fine del Seicento. Tutto l’edificio è stato sottoposto ad un importante lavoro di restauro e di consolidamento, terminato nel 2003, dopo i danneggiamenti subiti nel terremoto che nel 1997 colpì l’Umbria.

L’eccezionale valore architettonico del Palazzo del Pretorio si può cogliere nella arditezza del progetto originario: un unico pilastro centrale sul quale poggiano gli archi robusti che si congiungono ai muri perimetrali e sorreggono in modo elegante il carico delle ampie volte e dei solai. Originali soluzioni tecniche riducono, quanto più possibile, il peso del tetto. Due ascensori consentono di salire fino all’ultimo piano dell’edificio.

Nella sala del sindaco, spiccano le tele di Francesco Allegrini, considerato il maggiore affreschista umbro del Seicento: raffigurano due delle tante e rinomate “Battaglie” dipinte dal celebre artista. Il Palazzo ospita anche una ricca biblioteca fondata nel 1666 dal vescovo Alessandro Sperelli, e l’archivio Armanni, che conserva molti preziosi manoscritti e codici, fra i quali la “Storia di Gubbio” del Greffolino.

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Le storie di Gubbio

“La più bella città medievale”: la scritta accoglie il viaggiatore sotto il cartello che reca il nome di Gubbio. Sono stati molti gli ospiti della patria dei Ceri a raccontare lo stupore che si prova di fronte alla città trecentesca. Da Goethe a D’Annunzio, da Guido Piovene a Cesare Brandi. Hermann Hesse vergò parole che ancora oggi appaiono definitive: “Si crede di sognare o di trovarsi di fronte a uno scenario teatrale e bisogna continuamente persuadersi che invece tutto è lì, fermo e fissato nella pietra.…”. Il Medioevo ha segnato la millenaria storia di Gubbio attraverso personaggi che hanno scolpito l’identità cittadina. A partire dal vescovo patrono Sant’Ubaldo. E a Francesco di Assisi, che a Gubbio vestì per la prima volta il saio. Un lungo elenco su cui spicca Oderisi, il grande miniatore ricordato da Dante nella Commedia e Cante Gabrielli il politico, podestà di Firenze, che esiliò il Sommo Poeta. Artisti eccelsi come Mello da Gubbio e Ottaviano Nelli. E il Gattapone (1300–1383) uno dei più importanti architetti civili e militari del Trecento italiano. Federico da Montefeltro, condottiero, capitano di ventura e secondo Duca d’Urbino, a Gubbio nacque nel 1422. Ai luoghi e ai personaggi della Gubbio medievale il festival dedica ogni giorno un appuntamento. Gli incontri sono aperti agli studenti delle scuole superiori.

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La tavola medievale

Una mescolanza di tradizioni e sapori. Nella cucina medievale la carne torna protagonista. E diventa un segno delle differenze sociali quando appare, fresca e varia, sulle tavole imbandite dell’aristocrazia. Per i poveri, quando passano le carestie, c’è il maiale, cucinato in mille modi diversi. Salse, spezie, erbe, legumi, formaggi, e la pasta, fresca nell’area della pianura padana e secca nelle regioni del Meridione, diversificano le diete nelle varie zone della penisola. Nel programma del festival, ogni giorno un appuntamento ad hoc con un esperto gastronomo, per riscoprire storie e sapori dell’età medievale.

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Focus

“Chose piccole”, preziosità e mestieri d’arte. Focus sulle fucine e gli atelier medievali dai quali sono nate le imprese della bellezza, all’origine di un marchio di fabbrica che nei secoli a venire è diventato il “Made in Italy”, prima ancora che nascesse l’Italia. Invenzioni e scoperte raccontate nei cinque giorni del Festival del Medioevo, dai bottoni alle forchette, dagli orologi troneggianti nelle piazze comunali ai moderni calendari, fino alla nascita del libro, ai vetri dipinti, ai tesori di stoffa, ai ricami eterei e agli straordinari capolavori dell’oreficeria.

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Cronache e miti

La Storia e le storie di dieci secoli appassionanti, dalla caduta dell’impero romano alla scoperta dell’America. Tra la cronaca e il mito. Le ossessioni e i personaggi. La vita quotidiana e le grandi imprese. Così il denaro “lo sterco del diavolo”, con la ricchezza acquista “un certo interesse”. La nascita delle banche. I viaggi, i pellegrinaggi e le migrazioni. La Via della Seta e le strade della fede. I prodigi, le superstizioni e gli oroscopi. Le streghe e i diavoli. Le leggende sui Templari e i grandi uomini che hanno segnato un’epoca. Come Federico da Montefeltro, capitano di ventura, principe e mecenate. Nato e vissuto nel Medioevo (1422-1482) ma assurto a simbolo del Rinascimento.

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Gli incontri

“Alle radici dell’Europa”: i più importanti autori e studiosi dei Medioevo si confrontano intorno al tema conduttore della prima edizione del Festival del Medioevo. Le invasioni barbariche, i Goti, i Longobardi. E poi Carlo Magno, il grande papa Gregorio VII, la vita e i misteri di Matilde di Canossa e la lotta infinita per le investiture. Fino alle Crociate e al mito eterno del Sacro Graal. Con una riflessione particolare dedicata al messaggio rivoluzionario di San Francesco e all’Umbria del Duecento. Faccia a faccia agili e appassionanti, per raccontare i secoli su cui si fonda la nostra storia.

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L’Università dei Calzolari

L’Università dei Calzolari è l’unica esistente in Italia. Nacque al tempo del maggior splendore del libero Comune di Gubbio. Il primo statuto dell’Università o Arte dei calzolari o conciatori e lavoratori del cuoio, venne infatti pubblicato nel 1338, durante il pontificato di Benedetto XII. A Gubbio allora il podestà era Camillo dei marchesi di Massa e il capitano del popolo si chiamava Giovanni di Tuscolo. Dalla fondazione e fino al 1680, l’Università dei Calzolari elesse ininterrottamente due capitani. Lo statuto della storica istituzione venne approvato dal Consiglio Comunale il 29 agosto 1341. Subì una prima modifica già nel 1495. Nel 1568 Francesco Maria della Rovere, duca di Urbino, ne riformò ed approvò i capitoli. Nel 1740 ne furono aggiunti altri 19. Nel 1808 ci fu un ulteriore cambiamento. Finché, il 28 ottobre 1888, lo statuto venne approvato in modo definitivo con un regio decreto dal Re d’Italia Umberto I. La sede dei Calzolari è in Via Savelli della Porta 18 A. Lo stendardo dell’Università è conservato dal 1928 presso la sezione dell’Archivio di Stato di Gubbio. Alcuni cronisti del Settecento lo attribuirono a Raffaello di Urbino. Altri ritengono invece che sia opera di Michelangelo. Il gonfalone rappresenta il Padre Eterno insieme alla Madonna della Pietà. Ai lati della Vergine appaiono i santi Ubaldo e Crispino. Il soggetto ricorda un altro dipinto attribuito Giovanni Maria Baldassini (1566-1601). San Crispino, insieme a San Crispiniano è il protettore dei Calzolai: i due santi, nobili romani, furono entrambi decapitati nel 286. Predicarono il Cristianesimo in Gallia dove, per vivere, lavorarono come calzolai. Quanto a S.Ubaldo, fece spesso sgorgare l’acqua, indispensabile alla lavorazione del cuoio, in modo miracoloso. Il 25 ottobre di ogni anno, giorno di San Crispino, nella chiesa di San Francesco, i Calzolari festeggiano in modo solenne il loro protettore. Le cronache raccontano che nel 1725, in occasione dell’anno santo, 102 Calzolai Eugubini esibirono il prezioso stendardo dell’Università nella capitale, quando vestiti della loro divisa (un sacco nero e una mantellina di tela dello stesso colore) vennero accolti in modo caloroso dai loro colleghi romani. Nel 1801, in seguito a un editto di Pio VII, tutte le università eugubine furono soppresse. Ma i “Calzolari”, appena un anno dopo, nel 1802, riuscirono ad ottenere un provvedimento che ripristinava l’Arte. Cambiarono però le funzioni dell’associazione che non si occupò più di tematiche economiche e sociali ma soltanto di assistenza e beneficenza. Nel 1808, con l’occupazione di Gubbio da parte delle truppe francesi, i beni dell’Università passarono allo Stato; solo nel 1814, dopo la caduta di Napoleone, i “Calzolari” recuperarono le loro proprietà. Lo scopo dell’Università è chiarito dall’articolo 1 dello Statuto del 1888, ancora valido: “L’università dei Calzolari di Gubbio non ha altro scopo che il mutuo soccorso agli individui esercenti l’arte del Calzolaro….. i mezzi con i quali provvede al suo scopo sono le rendite di vari terreni che possiede”. L’Università dei Calzolari, in anni recenti ha anche trascritto e pubblicato l’antico “Breve”, il libro dell’arte che riporta le norme della storica istituzione cittadina. Un testo prezioso per conoscere la storia degli oltre 1800 calzolari eugubini che dal 1327 al 1611 hanno segnato l’economia della città.

www.universitadeicalzolari.it

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