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Category Archives: Battaglie

Towton, rosa contro rosa

Il cranio di Towton 25, con le evidenti fratture che ne causarono la morte in battaglia

Ha 35 anni e coraggio da vendere, una maglia di ferro, un elmo in testa, addosso tante vecchie ferite, fra le mani una spada, alle spalle un passato glorioso e di fronte pochi minuti di vita. Ma non ha un nome, Towton 25. Così lo chiameranno i posteri, quando le ruspe al soldo di un supermercato strapperanno il suo scheletro alla terra e lo spediranno in un museo.

È un soldato, Towton 25; è un inglese, e sta combattendo per il suo re. Anche i soldati che cerca di ammazzare sono inglesi. Hanno la stessa storia, sono cresciuti nei suoi stessi luoghi, parlano la sua stessa lingua. Però seguono un’altra bandiera, sono fedeli a un altro re. Inglesi come lui, soldati come lui, coraggiosi come lui. Vittime come lui di intrighi politici e di lotte tra famiglie che hanno scatenato una sorta di derby permanente, una guerra incivile, feroce e insensata che oggi, 29 marzo 1461, li ha portati sul campo della battaglia più sanguinosa della storia dell’Inghilterra.

È un uomo, Towton 25. Uno qualsiasi, dei 28mila che moriranno in una strage da record: l’1% della popolazione inglese renderà l’anima per stabilire chi deve indossare la corona. In campo in tutto sono 80mila, compresi 28 lord, ovvero la metà della nobiltà inglese. La maggior parte parteggiano per i Lancaster, che alla fine usciranno sconfitti. Ma non importa: sul campo ci sono 80mila uomini, 80mila inglesi, con un’unica lingua, un’unica storia, un’unica patria. E un unico vessillo: la rosa. Divisi solo dal colore: la rosa bianca, la rosa rossa. Due rose in lotta, rosso sul bianco, sangue sulla neve.

Edoardo IV di York ritratto nella vetrata di una chiesa inglese

Edoardo IV di Inghilterra, Richard Neville, conte di Warwick e Lord Fauconberg e John De Mowbray, duca di Nowfolk comandano le truppe della rosa bianca degli York, mentre Henry Beaufort, duca di Somerset, Henry Percy, conte di Northumberland e Henry Holland, duca di Exeter, guidano le truppe della rosa rossa dei Lancaster. Ma tra loro ci sono anche Enrico VI, il re spodestato, e sua moglie Margherita d’Angiò, vera protagonista della faida.

Tra quelli che la sorte della guerra preferiscono deciderla in salotto piuttosto che sul campo di battaglia, invece, c’è Francesco Coppini, potente ecclesiastico italiano. Coppini è nato a Prato e ha iniziato la carriera ecclesiastica a Firenze. Nel 1447 è stato inviato come commissario apostolico a San Gemini per difendere la cittadina dagli attacchi di Todi e nel 1455 è tornato per risolvere la diatriba sulla gestione del lebbrosario comunale. La confidenza che ha preso con l’Umbria gli è valsa, nel 1457, la nomina a vescovo di Terni al posto di Ludovico Mazzancolli. Il suo potere in Vaticano è tanto che nel 1458, alla morte di Callisto II, il nuovo papa Pio II, per incontrarlo, aveva deciso di aggiungere una tappa al suo viaggio verso Mantova. La città era stata scelta come sede di un congresso di sovrani cristiani per organizzare la crociata contro i turchi. Pio II riteneva che Coppini potesse diventare un eccezionale diplomatico e lo aveva incaricato di una missione alle corti di Francia, Inghilterra e Fiandra affinché questi regni cessassero di combattersi tra loro e dirottassero le loro energie contro i musulmani.

Francesco Coppini effigiato sul verso delle ante del trittico della Resurrezione di Lazzaro (Nicolas Froment, 1461, Galleria degli Uffizi, Firenze)

Il vescovo, però, aveva interpretato in modo molto personale l’incarico, agendo da principe di rango. In Fiandra aveva concentrato la sua attenzione sui beni artistici: si era fatto consegnare da Nicolas Froment il trittico La Resurrezione di Lazzaro e ne aveva fatto dono a Cosimo dei Medici. Quando poi il papa lo aveva inviato ambasciatore in Gran Bretagna si era gettato mani e piedi nel conflitto tra York e Lancaster, esploso nel 1455 per ragioni dinastiche.

Edoardo III era morto nel 1377 lasciando ben 6 figli maschi, tutti sposati con le rampolle delle famiglie più ricche e potenti di Inghilterra. Per cinquant’anni gli eredi al trono non avevano fatto che rovesciarsi reciprocamente, congiurare, scatenare faide.

La situazione si era fatta ancora più grave con la salita al trono del riluttante Enrico VI di Lancaster, uomo spirituale, allergico al potere e sostanzialmente incapace di governare. Quando poi era uscito di testa le cose erano precipitate: il re era stato dichiarato incapace di intendere e di volere. La moglie Margherita d’Angiò aveva rivendicato il governo del paese ma se l’era dovuta vedere con con Riccardo di York che – nominato “Lord Protector” – l’aveva emarginata e aveva iniziato a perseguitare i suoi favoriti.

Quando il re si era ripreso, però, Riccardo aveva perso ogni potere. Deciso a riagguantarlo, aveva avanzato pretese sulla stessa corona dichiarandosi il legittimo erede, scatenando una vera e propria guerra nella primavera nel 1455. Qualche mese dopo, Enrico VI aveva subito una ricaduta e Riccardo era stato nuovamente nominato capo del governo. Quando il re si ristabilì, decise di tenere il Duca di York come consigliere: una pace forzata, fasulla e di breve durata, minata anche dal conflitto aperto tra il duca e la regina: nel 1460, dopo la battaglia di Northampton la fazione di York aveva conquistato Londra e catturato Enrico. Il Parlamento nominò Riccardo legittimo erede negando la successione a Edoardo di Lancaster. Nel frattempo la regina aveva messo insieme un possente esercito: il 30 dicembre 1460 un’altra battaglia si era consumata a Wakefield dove Riccardo era stato sconfitto e ucciso, mentre uno dei suoi figli era stato pugnalato a morte dopo lo scontro militare. Le loro teste tagliate erano state portate in giro per la città su delle picche e infine esposte quale monito; su quella di Riccardo era stata messa per sfregio una corona di carta e paglia, l’unica che avrebbe mai indossato quella testa.

Suo figlio Edoardo, però, il 2 febbraio 1461 era riuscito ad avere la meglio sui Lancaster e a conquistare di nuovo Londra.

Intanto in Gran Bretagna era arrivato, come ambasciatore, il vescovo Francesco Coppini, che aveva subito aperto i negoziati con Enrico VI; o meglio con la moglie Margherita. Negoziati che più che a un accordo politico avevano puntato ad un approccio carnale; la Regina, però, non aveva nessun intenzione di concedere il suo corpo in cambio di una benedizione e così Francesco – rifiutato e umiliato – era passato all’altra rosa, parteggiando apertamente per Edoardo di York e arrivando persino a scomunicare il re in carica.

Enrico V di Lancaster in un dipinto quattrocentesco

Con l’appoggio di Santa Madre Chiesa, dunque, Enrico era stato ancora catturato e deposto, mentre Edoardo era stato incoronato nuovo Re d’Inghilterra. La riscossa dei Lancaster non si era fatta attendere: Margherita aveva guidato la liberazione di Enrico, Edoardo aveva subito reagito e aveva portato i due eserciti a scontrarsi per l’ennesima volta, prima a Ferrybridge e poi in un altopiano tra i villaggi di Towton e Saxton, nello Yorkshire.

Il 29 marzo è una giornata fredda, con forte vento e folate di neve. L’esercito dei Lancaster ha occupato un altopiano col fianco destro bagnato da un ruscello, il Cock Beck: una postazione vantaggiosa, con buoni spazi d’azione per gli arcieri e con gli York costretti ad avanzare risalendo l’altopiano per poterli attaccare; i Lancaster sono però messi in difficoltà dalle pessime condizioni meteorologiche: gli arcieri degli York, infatti, hanno il vento alle spalle e sono quindi avvantaggiati. In molte posizioni gli uomini dei Lancaster avanzano per cercare di ingaggiare combattimenti corpo a corpo, onde evitare di continuare a subire il continuo tiro degli arcieri nemici, ma la manovra li costringe ad abbandonare la posizione sopraelevata e il vantaggio del terreno.

Towton 25 è già ferito alla testa; è inondato dal suo sangue caldo e sporco di quello rappreso dei nemici. Ma non si arrende. In mezzo alla tempesta di neve è tutto uno sferragliare di picche, spade, asce. Una pioggia di frecce si abbatte sul suo plotone; una lo raggiunge. Cade a terra. Stringe il pugno sull’erba, si rialza e riparte. Ci sono così tanti cadaveri per terra che è difficile avanzare e combattere senza inciapare. Un’altra freccia gli brucia la fronte, ma lui non indietreggia. Ce ne sono tanti in fuga, tra i suoi compagni, ma lui non batterà la ritirata, non si farà colpire alle spalle: se lo vogliono ammazzare dovranno prenderlo in faccia. Non capisce nemmeno da dove arriva il colpo, questa volta, ma siamo a quattro.

D’improvviso delle grida imperiose e tutto sembra fermarsi. “Che succede?” chiede a un compagno che sta più avanti. “Dobbiamo fermarci per liberare il campo”.

Scheletri di uomini morti a Towton. Furono scoperti nel 1996 in una fossa comune vicino al campo di battaglia

In un attimo si è fatto un silenzio irreale. Nessuna freccia volteggia più in aria, nessun colpo di spada, nessun assalto, nessuna carica di cavalleria. I soldati si sono messi a recuperare i cadaveri e ad ammucchiarli. Silenziosamente, e con rispetto, li raccolgono da terra e li portano nei luoghi di sepoltura. Towton 25 incrocia lo sguardo di un nemico, intento come lui, a portare via un compagno morto. E’ un ragazzo giovane, biondiccio, dall’aria simpatica. Lo guarda, mentre compie quel gesto di pietà. Adagiato a terra il corpo, il ragazzo si raccoglie in preghiera; e Towton 25 fa lo stesso. Recitano, insieme, la stessa preghiera, con le stesse parole, le stesse intenzioni. Quando i loro sguardi si incrociano di nuovo quel tizio gli sorride.

Quell’improviso gesto di cordiale affetto da parte del nemico riscalda il cuore di Towton 25, che lo ricambia. Il soldato trentacinquenne si sente rimesso al mondo da quel sorriso così inaspettato e gratuito. Subito però arriva l’ordine di ricominciare a combattere.

E riprende a menare fendenti, Towton 25, ovunque. Nella speranza di non colpire quel giovane biondiccio e dall’aria simpatica. Davanti cadono uno, due, tre nemici. Uomini come lui, solo con la rosa di un altro colore. Cinque. Anche stavolta in faccia, un gigante gli è quasi addosso ma lui lo infilza, cade in ginocchio, si rialza e ne ammazza un altro, e un altro ancora. Un colpo gli arriva in testa, il sangue gli affusca la vista. Siamo a sei. Vede di fronte a lui proprio quel giovane biondiccio e dall’aria simpatica, con la spada sguainata. Chiude gli occhi e si prepara a ricevere il colpo di grazia. Che non arriva. Apre gli occhi e il giovane è sparito.

La denominazione “Guerra delle due rose”, coniata a posteriori, si basa sulla convinzione che i due partiti in contrapposizione combattessero avendo come distintivo una rosa rossa per i Lancaster e una bianca per gli York. In realtà la rosa rossa fu usata come distintivo nell’ultimo periodo della lotta solo dai Tudor.

Intorno a lui c’è una distesa di rose strappate: rose bianche, rose rosse fatte a pezzi, sanguinanti, con i petali sparsi ovunque, con le orbite senza gli occhi, le budella a spasso sull’erba, gambe e braccia mozzate. Fiumi di sangue scorrono sulla neve. Le bocche spalancate, lo sguardo disperato. Orrore senza fine. Towton 25 continua ad avanzare menando fendenti: finisce su un ponte e cerca di spingere i nemici fuori. Mentre è impegnato a liberarsi dalla morsa di un nemico che vuole farlo cadere di sotto, in un attimo tutto si sbriciola. Il ponte crolla sotto i suoi piedi, non sa nemmeno lui come riesce a mettersi in salvo ma vede i suoi compagni e i suoi nemici precipitare nel vuoto. Vede annegarli in acqua o uccisi inermi dai nemici accorsi.

È il caos: alcuni abbandonano armi ed elmi e si danno alla fuga, inseguiti e massacrati.

La battaglia infuria da quasi dieci ore quando si sente un boato. Un suono mai udito prima. Il compagno al suo fianco cade a terra, colpito da una freccia invisibile, da una spada occulta. Towton 25 gli va incontro: “Che ti è successo?” gli dice. Ma l’amico lo guarda con gli occhi sbarrati, senza parlare. Un altro boato e un altro uomo a terra. Towton 25 prende a correre come una furia verso le linee nemiche menando fendenti a destra e a manca quando vede di fronte a lui un uomo imbracciare una canna di metallo, fumante. Un altro soldato ci infila dentro una sorta di spazzolone, poi della polvere nera e una palla di metallo. Mentre osserva quel singolare spettacolo un altro colpo lo raggiunge. E’ il settimo, e stavolta non ce l’ha fa. Cade in ginocchio e il nemico di fronte a lui con l’ottavo colpo gli squarcia la testa.

Towton 25 crolla a terra senza un lamento e in un momento si rende conto che non gli basterà il tempo per chiedere perdono di ogni peccato. Capisce che la sua vita finirà oggi e che non tornerà mai a casa. L’ultimo pensiero è per la moglie che lo aspetta. L’ultimo pensiero è che avrebbe preferito morire di maggio, anziché andarci in inverno, dritto all’inferno. Towton 25 sputa sangue, sputa i denti, sputa l’anima, sputa il suo nome che la storia dimenticherà. Quel milite ignoto è morto: la sua vita per una rosa.

La battaglia durerà tutta la notte, con i Lancaster in ritirata inseguiti dagli York.

Il matrimonio di Margherita D’Angiò ed Enrico V in una miniatura del secolo XV

Margerita d’Angiò, Enrico e il fidato Somerset riusciranno a mettersi in salvo ritirandosi a nord, verso la Scozia, mentre i Lord Lancaster che non sono stati uccisi o espatriati saranno costretti a firmare la pace con Edoardo IV.

Con il trionfo degli York, il vescovo Coppini diventa una celebrità in Inghilterra ma finisce per attirarsi l’inimicizia del re di Francia Luigi XI, che protesterà presso Pio II per l’intraprendenza del suo legato. Il papa, da parte sua, risponderà di non essere informato dei fatti. Ma richiamerà in Italia il vescovo di Terni e lo farà rinchiudere a Castel Sant’Angelo. Francesco verrà processato: confesserà di aver compiuto atti di simonia e di aver concesso ordini sacri, indulgenze e assoluzioni in cambio di denaro.

Destituito dalla carica e privato del sacerdozio, l’ex vescovo passerà i suoi ultimi anni nel monastero di San Paolo fuori del mura di Roma. Assumerà il nome di Ignazio e concluderà nel digiuno e nella penitenza la sua gloriosa e spregiudicata carriera. In Inghilterra la Guerra delle Rose si concluderà nel 1485, dopo trent’anni di lotte e di sangue, con la pace dei Tudor.

Arnaldo Casali

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La carneficina di Liegnitz

I mongoli esibiscono la testa di Enrico il Pio nell’assedio di Leignitz

Il 9 aprile del 1241 Enrico II il Pio, arciduca di Slesia, guidò una coalizione di polacchi, tedeschi e cavalieri teutonici e templari nel tentativo di fermare l’avanzata dei mongoli in Europa.

Uno scontro sfortunato per il sovrano tedesco e per i suoi uomini, travolti dall’inesorabile avanzata dell’orda venuta dall’Asia profonda, con teste spiccate dal corpo e sacchi piene di orecchie destre dei nemici sconfitti.

Liegnitz fu, comunque, il punto più avanzato raggiunto dai mongoli in terra europea, poi iniziò il riflusso verso Est.

L’invasione mongola I mongoli avevano pianificato l’invasione dell’Europa già nel 1235. Nell’inverno 1237 un’orda di 150mila cavalieri aveva attraversato i fiumi gelati della Russia ed era piombata sulle città di Vladimir (conquistata dopo una settimana d’assedio durante la quale “le pietre caddero come acqua dal cielo”) e Riazan (“dove nessun occhio rimase aperto per piangere i morti”), annientandole.

Il 6 dicembre del 1240 il principato russo e la città di Kiev erano nelle loro mani. Nessun abitante della città era stato risparmiato. Il frate di Magione, Giovanni da Pian del Carpine, passò davanti a Kiev sei anni più tardi e nella sua cronaca registra di aver visto “ancora i teschi e le ossa dei morti per le strade”. Poi cadde Lublino e venne saccheggiata Cracovia. Nulla sembrava poter fermare l’orda asiatica.

Nel gennaio del 1241 le truppe mongole si concentrarono sulla Vistola e si divisero in tre colonne: una, quella di maggior consistenza, puntò verso l’Ungheria, dove sconfisse re Bela IV a Mohi; l’altra, una forza diversiva, ma pur sempre agguerrita e micidiale, attraversò la Polonia settentrionale e si diresse a sud-ovest, tagliando la pianura polacca, in direzione dell’attuale Austria. Una terza colonna, molto più piccola, attraversò e devastò la Moldavia e la Transilvania. Il cronista polacco Jan Dlugosz apre gli annali del 1241 con un monito: “Il Signore, il più pietoso e il più eccellente, arrabbiato per i molteplici peccati dei polacchi, inflisse loro non la pestilenza, non la carestia, non l’ostilità dei loro vicini cattolici come negli anni precedenti, ma la ferocia e la furia dei barbari pagani”.

Gengis Khan e Ong Khan, illustrazione proveniente da un manoscritto di Jami al-tawarikh, XV secolo

Nei pressi di Liegnitz si trovarono di fronte 30mila tedeschi, polacchi e cavalieri teutonici e templari agli ordini dello sfortunato Enrico il Pio. Fu una carneficina che aprì ai mongoli le porte di Vienna e dell’Italia. Solo un miracolo avrebbe potuto salvare l’Europa. E il miracolo avvenne, prendendo le forme di un messaggero mongolo che portava al generale Subedei (o Subutai) la notizia della morte del gran khan Ogadai, terzogenito di Gengis khan. I mongoli si diressero prima in Ungheria, poi verso i Carpazi e come il riflusso della marea scomparvero ad est, in attesa di eleggere un nuovo khan e senza più riapparire in Europa.

La spinta conquistatrice dell’Orda d’oro si stava esaurendo.

Enrico II il Pio, in un quadro di Jan Matejko (1838-1893)

La preparazione della battaglia Il duca Enrico il Pio lasciò la città di Liegnitz e si diresse verso Wahlstadt per schierare l’esercito su cinque linee. Davanti si stendeva la pianura e il corso del fiume Nysa. In prima fila c’erano i soldati tedeschi, della Moravia e alcuni reparti di minatori che si erano aggregati alle truppe. Le due file successive erano costituite da polacchi e cavalieri teutonici e templari. L’ultima fila era composta dalla guardia personale del duca e da un contingente di minatori.

Enrico il Pio poteva contare su almeno 28.000 uomini. I mongoli erano tra 20 e 30.000, schierati su quattro file e avvantaggiati dalla pianura che si stendeva verso il nemico. Il duca Enrico, infatti, aveva scelto come campo di battaglia proprio quello che favoriva il modo di combattere della cavalleria mongola.

Lo scontro viene così descritto dai cronisti: “I due schieramenti si incontrarono nella piana di Wahlstadt. Le prime cariche dei cavalieri cristiani con le loro pesanti armature sembrarono far breccia tra i mongoli, che fuggirono. Gli uomini del duca Enrico si misero all’inseguimento, in un crescente disordine, finendo in un’imboscata perfettamente preparata dai mongoli. Le forze del duca Enrico furono annientate quasi fino all’ultimo uomo”.

Cavallerie mongolo e occidentale a confronto

La tattica dei mongoli La strategia dei mongoli era precisa: se una città resisteva, una volta conquistata i cittadini venivano passati per le armi. Così avvenne ad Harat, a Nishapur, a Bukhara e altrove. L’esercito mongolo, invece, era inarrestabile per un complesso di elementi estranei agli eserciti medievali europei: velocità di spostamento (fino a 500 chilometri in 3 giorni con ogni condizione meteo), elevata manovrabilità, l’armamento (soprattutto archi e frecce), la disciplina in battaglia e un ottimo corpo di ufficiali.

Il guerriero mongolo era nato per la guerra e la caccia, era in grado di viaggiare per decine di chilometri senza mai fermarsi, saltando da un cavallo all’altro mentre galoppava (ogni guerriero ne possedeva almeno 4), si accampava sulla nuda terra, mangiava razioni ridotte e all’alba riprendeva il cammino. L’arma preferita era l’arco a doppia curvatura, con una forza di oltre 70 chili di spinta, con frecce scagliate fino a 300 metri.

Il cavaliere mongolo preferiva colpire a distanza e, raramente, arrivava al corpo a corpo. Da qui anche il ridotto numero di feriti e caduti. Il cavaliere mongolo, soprattutto, obbediva agli ordini e nelle caotiche battaglie medievali valeva già la vittoria. Gli ordini venivano impartiti tramite un sistema di segnalazioni con bandierine colorate. La tattica preferita era quella della finta fuga sotto la pressione del nemico, sfilacciarne il corpo principale, voltare improvvisamente il fronte e caricare. Così avvenne a Liegnitz.

La battaglia di Leignitz in una miniatura d’epoca

La battaglia La prima linea di cavalieri di Enrico il Pio diede inizio allo scontro, caricando le file mongole e travolgendole, apparentemente. In realtà era un trucco, perché il centro mongolo arretrava sotto la spinta nemica, ma le ali rimanevano ancorate al proprio posto. E mentre il centro ripiegava, le ali si chiudevano attorno ai cavalieri europei. Gli arcieri mongoli ne fecero strage “come delicate spighe di grano rotte da chicchi di grandine”.

Il duca di Slesia, allora, fece avanzare le altre due file di cavalieri, coperti ai fianchi dai balestrieri, i quali riuscirono a rintuzzare gli attacchi degli arcieri asiatici. Il comandante mongolo fece avanzare due file di cavalieri, potendo contare ancora sulla prima linea che aveva spazzato via la prima carica dei cavalieri di Enrico. Lo scontro era molto acceso, ma praticamente in stallo.

Enrico il Pio decise di far intervenire la cavalleria pesante teutonica, ritenendo che fosse giunto il momento di spezzare il fronte nemico. I mongoli iniziarono a cedere terreno, prima combattendo, poi ripiegando in buon ordine. Tedeschi e polacchi si gettarono all’inseguimento. Ad un certo punto un porta insegne mongolo fece un segnale e lungo i fianchi dell’armata di Enrico si sprigionarono le fiamme. Alcuni mongoli si erano nascosti nei canneti lungo il fiume e avevano appiccato il fuoco, rendendo l’aria subito irrespirabile per i cristiani, che rimasero avvolti in una fitta coltre di fumo. A quel punto la cavalleria mongola fece dietrofront e attaccò il nemico, tra urla di guerra e un fitto lancio di frecce, sia frontalmente sia ai fianchi. Fu una strage. Cadde anche il margravio di Moravia e il comandante regionale dei cavalieri teutonici.

Dopo aver liquidato le ultime sacche di difesa degli europei, i mongoli investirono con tutta la loro forza lo sparuto gruppo di cavalieri che costituiva la guardia personale di Enrico il Pio. Il quale decise di non fuggire, ma la difesa opposta era ormai troppo debole. In un attimo la guardia del duca venne accerchiata. Enrico tentò un ultimo, disperato attacco, cercando di aprirsi un varco verso la città, ma rimase con soli quattro uomini. Mentre alzava la spada per calarla su un nemico, un altro mongolo lo infilzava con una lancia sotto l’ascella, nel punto non protetto dall’armatura. Il cavallo del duca, inoltre, venne ucciso.

L’impero mongolo nel 1300

Una volta a terra Enrico venne finito da alcune frecce. Dei cavalieri mongoli presero il corpo, lo spogliarono dell’armatura e lo decapitarono (il cadavere fu ritrovato e riconosciuto solo perché la vedova rivelò che suo marito aveva sei dita nel piede destro). Uscendo dalla città, prima della battaglia, l’arciduca aveva avuto un triste presagio: una pietra si era staccata da una chiesa e lo aveva sfiorato. La testa dello sfortunato duca di Slesia venne conficcata in una picca e portata fin sotto le mura di Liegnitz.

Gli abitanti non si persero d’animo a quella vista, bruciarono la città bassa e si rifugiarono nella roccaforte, in attesa dell’esercito di soccorso del polacco Venceslao. I mongoli, d’altronde, non avevano tempo di assediare la città (anche se avevano appreso perfettamente, dai cinesi, la poliorcetica e non v’era rocca o castello che resistesse loro) e si limitarono a riempire nove enormi sacchi con l’orecchio destro dei caduti e dirigersi verso l’Ungheria, dove era di stanza il grosso dell’esercito.

Da lì avrebbero seminato il terrore fino a Zagabria e Spalato, per poi refluire verso est alla notizia della morte del gran khan.

Fu Ivan IV il Terribile, a metà del XVI secolo, a porre fine alle scorrerie mongole nei territori della Russia europea, confinando i formidabili guerrieri asiatici alla sola Crimea.

Umberto Maiorca

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Sotto le mura de L’Aquila finisce il sogno di Braccio

Particolare di una battaglia (Paolo Uccello)

Piana di Bazzano, davanti alle mura di L’Aquila, nel giugno del 1424, si decidono i destini del Regno di Napoli e del capitano Braccio Fortebracci.

La regina Giovanna la Pazza e Luigi III d’Angiò si contendono la corona di Napoli. La regina si appoggia ad Alfonso d’Aragona, pretendente al trono, e a Braccio Fortebracci. Poi cambia idea e chiede aiuto all’Angiò, offrendogli il regno, e a Muzio Attendolo Sforza. Braccio resta fedele all’Aragona e punta su L’Aquila, pensando di approfittare della situazione e allargare i confini dei suoi domini.

Il Pontano descrivendo la «debolezza della regina» e gli odii e le «discordanze» tra pretendenti, vassalli e cortigiani, racconta un aneddoto su Braccio, partito alla guerra «con cuore di farsi re di Napoli», tanto che «stando sotto L’Aquila, havesse scritto alla moglie che era per mandarle la corona di Napoli, o non era per tornare vivo da quella guerra». La partita era di quelle importanti, lo stesso Braccio, mettendo il campo sotto le mura della città abruzzese rimane «in armi di giorno e di notte» come ricorda il Campano.

Braccio Fortebraccio dipinto da Salvatore Fiume (dal ciclo pittorico “Avventure, sventure e glorie dell’antica Perugia”, 1949-1952)

I capitani «Poiché si accerta che gli astrologhi avevano predette le circostanze della morte dei due capitani, e avevano raccomandato allo Sforza di guardarsi dai fiumi e di tenere il lunedì come giorno infausto; che la vigilia del passaggio del fiume un sogno aveva prenunciata allo Sforza la sorte che doveva toccargli; che il suo stendardo era caduto dinanzi a lui nel punto ch’ei si gittava nel fiume, perloché i suoi inutilmente lo scongiurarono di non disprezzare tanti infausti presagi. Dall’altro canto gl’indovini avevano vaticinato a Braccio, ch’egli non sarebbe sopravissuto al suo emulo, e l’avveramento delle prime loro predicazioni dava maggior peso alla seconda».

Sotto le mura di L’Aquila, d’altronde, s’incontra il fior fiore delle milizie italiane del XV secolo e i capitani più famosi, Braccio e Muzio si sfidano in una sorta di partita a scacchi, pur non venendo mai allo scontro ed trovando entrambi la morte in quella campagna militare. Muzio Attendolo Sforza è, infatti, annegato da pochi giorni, attraversando il fiume Pescara in piena mentre cerca di aiutare un valletto, ma le truppe sono condotte dall’esperto Iacopo Caldora e dal giovane Francesco Sforza e da un altro giovane, Bartolomeo Colleoni.

Di fronte si trovano i soldati di Braccio da Montone, affiancato da Niccolò Piccinino ed Erasmo da Narni, il Gattamelata. A L’Aquila combatterono anche Micheletto Sforza, Niccolo Mauruzzi da Tolentino e Luigi da Sanseverino.

La situazione militare Iacopo Caldora, una volta in vista della città, si trova di fronte al dilemma di come scendere in pianura. L’unica strada passa per le gole dei monti e lì sarebbe facilissimo per Braccio tendere un’imboscata e distruggere i nemici.

Il condottiero perugino, però, manda un messaggero a Caldora e lo invita ad usare le gole tranquillamente, promettendo che non lo avrebbe attaccato. Caldora, respingendo i timori dei suoi capitani, si fida e accetta. I comandanti di Braccio tentano di dissuaderlo, ma il condottiero vuole una vittoria piena, ottenuta sul campo di battaglia.

Jacopo Caldora

Il piano di Fortebracci è semplice: attirare il nemico in pianura, dove è schierata la sua cavalleria e una esile linea di fanti, mentre il grosso dei militi è nascosta nei boschi alle pendici dei monti «perché ne scendesse impetuosa ad assalire i nemici da tergo, tostoché fossero dalla cavalleria disordinati». Una volta che i nemici si incuneano nel fronte braccesco, ad un segnale del condottiero i fanti nascosti avrebbero dovuto attaccare il Caldora alle spalle. Piccinino e i suoi, invece, avrebbero dovuto continuare a presidiare le porte de L’Aquila, «il migliore de’ suoi capitani, di custodire con quattro compagnie di sessanta corazzieri la porta dell’Aquila, e di non abbandonare quel posto per niun conto» per fermare qualsiasi tentativo di soccorso alle truppe soccorritrici. Braccio, inoltre, «chiuse l’alveo del piccolo fiume che scorre presso L’Aquila, facendo sì che le acque inondassero la pianura dove aspettava i nemici, e si tenne sicuro che allora quando i loro cavalli scenderebbero stanchi dalla montagna ed entrerebbero in uno sconosciuto pantano, gli sarebbe agevole il trarre partito dal loro disordine».

Scena di una battaglia del secolo XV

La battaglia Il 2 giugno del 1424 la piana di Bazzano è un ribollire di armati in movimento, cavalli che nitriscono e lance che brillano al sole, mentre le armature e le spade tintinnano e risuonano nella valle.

Il Caldora schiera 4.000 cavalieri e 2.000 fanti, mentre in città ci sono almeno 5.000 uomini atti alle armi e pronti ad uscire dalle mura. Braccio dispone di 4.800 cavalieri pesanti divisi in 24 squadre e almeno 1.000 fanti nascosti nei boschi al comando di Malatesta Baglioni.

Braccio dà l’ordine di avanzare e le truppe nemiche indietreggiano sotto la spinta dei bracceschi. Allora scatta il segnale per far uscire dai boschi le fanterie, ma nessuno si muove. Braccio percorre lo schieramento e ordina che si suonino le trombe, l’esercito di Caldora è quasi battuto, basta solo la spinta di truppe fresche, ma le fanterie non si muovono. Il frastuono della battaglia è immenso e il suono delle trombe non giunge fin nei boschi? Oppure siamo davanti al tradimento del condottiero perugino? Braccio è alla testa dei suoi cavalieri «tre volte meno numerosi che quelli del Caldora, attacca il nemico e con il «consueto impeto, lo caccia delle falde della montagna».

Gli sforzeschi riprendono coraggio e la fanteria si getta allora nella mischia, sventrando i cavalli ammassati nella piana e finendo i cavalieri caduti. Il vantaggio iniziale di Braccio è perduto. Il Piccinino, vedendo il suo capitano in difficoltà, disubbidisce e abbandona la guardia alle porte de L’Aquila. Gli abitanti, dopo un anno di assedio, prendono le armi e si gettano nello scontro. Una valanga di soldati e cittadini si rovescia sui bracceschi e li travolge, spinta dal desiderio di vendetta. I cittadini aquilani non dimenticano che il condottiero ha stretto d’assedio la città dall’autunno del 1423. Nessuno entrava o usciva dalle mura e quando l’uva viene a maturazione i cittadini si disperano «chiamavano el Patre, el Filio, el Spirito Santo dicenno: “Dio non ci abandonare! Tolto li ha el grano e tolleli el vino”». Braccio ordinò ai suoi, infatti: «Faite che dello vino repunate, onneuno se fornisca prestamente, sci che nne agiate di vernu e de estate». E non rimase nulla.

Niccolò Piccinino (dal ciclo “Avventure, sventure e glorie dell’antica Perugia” di Salvatore Fiume, 1949-1952)

In pianura infuria lo scontro. Il condottiero è al centro della mischia, colpisce con la mazza ferrata a destra e a manca. Poi viene colpito alla testa e cade. Si sparge la voce che sia morto e i suoi uomini fuggono o si arrendono. Braccio non è morto, è solo ferito e seppur grave si può salvare, ma rifiuta le cure e muore due giorni dopo. Nella “Guerra dell’Aquila” viene descritto il trasporto di Braccio dal campo di battaglia, sullo scudo, nella sua tenda, dove «e ‘l medico li fe presto venire, felli tentare ciascuna ferita iusta sua poscia lo voleva guarire e ritornarlo da morte a vita». Sempre nella cronaca si dice che ci sarebbe anche riuscito se durante l’operazione il giovane Sforza non avesse spinto un ferro del medico fin dentro il cervello di Braccio, uccidendolo. La fonte, però, è inattendibile e non trova conferma in altre fonti.

Il tradimento La storia e l’esito della battaglia restano macchiati dall’ombra del (possibile) tradimento. Secondo alcuni cronisti e storici posteriori, l’esito della battaglia fu il risultato del tradimento di uno (alternativamente il Piccinino, il Baglioni o il Gattamelata) dei capitani di Braccio o di tutti e tre insieme.

Malatesta Baglioni era al comando delle truppe appiedate e nascoste nei boschi vicino L’Aquila. Suo compito era quello di intervenire quando la pressione della cavalleria braccesca avesse rotto il fronte avversario. Il Baglioni, però, non si mosse dai boschi. Forse non sentì(o non volle sentire) i corni e le trombe che davano il segnale. Di fatto non prese parte allo scontro. Il Gattamelata ed il Piccinino, colpevoli di disobbedienza a Braccio, quando vedono che il comandante è in difficoltà al centro dello schieramento, lasciano il posto di guardia davanti alle porte della città e si gettano nella mischia. Permettendo, così, agli aquilani di uscire ed attaccare Braccio alle spalle.

Non esistono, alla fine, prove storiche del tradimento, ma la nomina a reggente di Perugia di Malatesta Baglioni, da parte di papa Martino V e il fatto che Piccinino ed il Gattamelata non vengono fatti prigionieri, ma cambiano parte e si aggregano alle truppe nemiche (un uso dell’epoca, soprattutto per i capitani di ventura) avvalora la tesi del complotto contro Braccio, condottiero troppo “valente” per poter essere sconfitto sul campo con onore e con la forza delle armi.

Umberto Maiorca

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Las Navas de Tolosa, il declino degli Almohadi

Battaglia di Las Navas de Tolosa, di Van Halen, esposta nel palazzo del Senato di Spagna a Madrid. Pittura ad olio

L’esercito dell’emiro Mohamed al Nazir viene sconfitto, in Andalusia, dalle truppe dei re cristiani di Navarra, Aragona, Castiglia e Portogallo, sotto il comando di Alfonso VIII, nella battaglia di Las Navas de Tolosa (16 luglio 1212). Lo scontro segnò il declino del regno degli Almohadi e il punto di svolta della Reconquista, che culminerà con la presa di Granada nel 1492.

La preparazione A Las Navas de Tolosa si affrontarono 25.000 cristiani, a piedi e a cavallo, e 30.000 fanti e cavalieri mori (altre fonti riportano 18.000 e 20.000 come cifre della forza dei due contendenti). La Spagna dell’epoca era tagliata in due, all’incirca all’altezza della divisione climatica e agricola della coltivazione dell’olivo.

 

Il califfato Almohade

A nord i regni cristiani, divisi e rissosi, sempre pronti a scaramucce tra di loro, ma in grado di fare fronte comune contro la minaccia islamica. A sud la dinastia almohade, sostenuta dal continuo afflusso di guerrieri e coloni dall’Africa, la quale dopo aver riorganizzato lo stato, aveva dato inizio ad una serie di infiltrazioni oltre il confine. Nell’estate del 1212 un forte esercito musulmano aveva intrapreso una vera e propria invasione della Castiglia meridionale. Alfonso VIII aveva risposto concentrando le forze cristiane, dopo aver chiesto aiuto agli altri regni spagnoli, nei pressi di Toledo, per muovere verso la Sierra Morena, dove si trovava l’esercito di al Nazir, composto da truppe berbere, andaluse e arabo-magrebine. Per arrivare a costituire l’esercito cristiano, però, era stato necessario superare le contrapposizioni fra i sovrani cristiani spagnoli, anche grazie all’azione diplomatica dell’arcivescovo di Toledo monsignor Rodrigo Jimenez de Rada e di papa Innocenzo III che concesse lo status di crociati a chi avesse partecipato all’impresa. “Quando la gente seppe della remissione dei peccati che era garantita a quanti si univano a noi – scrisse in seguito Alfonso al pontefice – allora arrivò un gran numero di cavalieri dalle regioni oltre i Pirenei”.

La penisola Iberica e i domini della corona d’Aragona, nel 1210

La battaglia Le truppe moresche erano disposte lungo una valle della Sierra Morena, protette ai fianchi e alle spalle dalle scoscese pareti di una gola: «un migliaio di uomini poteva difenderla contro la più grande armata del mondo» scrisse Alfonso al Papa. Il terreno scelto dall’emiro, però, poco si prestava al miglior utilizzo della cavalleria leggera mora. Armati di archi e frecce i cavalieri leggeri berberi tempestavano le colonne nemiche in marcia per poi scomparire in una nuvola di polvere e tornare all’assalto sul fianco opposto. Gli arcieri musulmani, stretti nella gola con i fanti, invece, si trovarono intrappolati nella mischia con spade e pugnali e non poterono utilizzare la loro temibile arma. Alcuni nobili e consiglieri cercarono di convincere Alfonso ai tornare indietro e cercare un valico non presidiato dai musulmani, ma il re non intese ritirarsi e volle dare battaglia, nonostante il terreno sfavorevole. Il 14 luglio, però, comparve al campo cristiano un pastore, un certo Martin Halaja, il quale condusse l’avanguardia di Alfonso, al comando di don Diego Lopez de Haro, lungo una strada di montagna, sconosciuta, fino ad aggirare l’esercito moresco e tagliando le linee di rifornimento dell’emiro. I mori, quindi, si schierarono su un ampio fronte costituito dalla cavalleria posizionata davanti ai fanti, disposti a ranghi serrati. Alfonso rispose con una disposizione a specchio, un’unica linea di cavalieri, divisa in tre contingenti, e la fanteria di rincalzo. Lo schieramento cristiano era molto largo, in quanto i comandanti, memori della sconfitta di Alarcos (19 luglio 1195), intendevano evitare l’accerchiamento. Il centro dello schieramento cristiano era tenuto dalla guardia del re e dai monaci guerrieri dell’ordine di Calatrava. Subito dietro erano altre truppe appiedate e i cavalieri dell’ordine di Santiago. A sinistra era posizionato Pietro d’Aragona e a destra Sancho VII di Navarra. I due eserciti di fronteggiarono per tutto il giorno successivo, senza combattere.

Il blasone di Navarra

La battaglia iniziò la mattina del 16 luglio, accompagnata dal suono di trombe e tamburi mori, con una serie di schermaglie e di finti attacchi, per saggiare la resistenza del rispettivo fronte nemico. All’improvviso i castigliani lanciarono un attacco alle ali moresche, facendo indietreggiare e sbandare gli uomini. Gli andalusi, a destra, rinunciarono subito a combattere e si diedero alla fuga (anche perché non ricevevano la paga da mesi), mentre i volontari africani, guerrieri senza alcuna protezione per il corpo sulla sinistra, e un contingente di berberi con i cammelli, resistettero fino a venir annientati dai cavalieri spagnoli. Al centro, però, al Nazir colpì duramente e mise in rotta i cavalieri di Calatrava, creando scompiglio e generando il timore che il fronte cedesse; ma la linea venne prontamente tenuta dai cavalieri di Santiago, dai Templari e dai picchieri castigliani. Fermato l’assalto dei musulmani, i cristiani passarono al contrattacco, iniziando a spingersi in profondità dello schieramento centrale di al Nazir. Ad un certo punto dalla giornata comparvero, all’improvviso, sul fianco destro dei musulmani, i baschi di re Sancho: all’incirca 200 uomini che avevano scalato una parete rocciosa e adesso minacciavano la retroguardia dell’emiro. Il lato destro avversario cedette di colpo. Un diversivo che permise al conte Alvaro Nunez de Lara di lanciare l’attacco al campo trincerato dell’emiro, prendendo alle spalle i nemici e saccheggiando le salmerie. Il conte, giunto al centro del campo dell’emiro, dopo aver sopraffatto la guardia nubiana chiusa dietro una palizzata tenuta insieme da catene, smontò da cavallo e piantò il vessillo di Castiglia nel terreno, affinché tutti i combattenti lo vedessero, segno per i cristiani di vittoria e per i musulmani di sconfitta. Senza il sostegno delle ali, ormai in fuga, il nucleo dell’esercito musulmano iniziò ad indietreggiare, fino a collassare in una precipitosa fuga. Gli spagnoli inseguirono le truppe musulmane per quindici chilometri, senza fare prigionieri.

Il Regno di Navarra sotto Sancho VII il Forte (1194-1234)

Le conseguenze La vittoria cristiana fu totale e pose le basi per la vittoriosa conclusione della Reconquista. Le fonti riportano cifre discordanti per quanto riguarda le perdite di entrambi i fronti, con evidenti esagerazioni ai fini encomiastici: 100mila caduti musulmani contro gli appena 30 del campo cristiano. Le perdite dell’emiro furono molto alte, tanto da dover ricorrere alla richiesta di rinforzi in Africa per proteggere quello che restava del regno musulmano. In pochi, dopo aver gettato le armi per fuggire, trovarono scampo. Nella lettera scritta da Alfonso al Papa si ricorda come i soldati cristiani, per due giorni, non ebbero bisogno di raccogliere legna per alimentare i fuochi da campo, avendo a disposizione un numero gigantesco di frecce e lance moresche da bruciare. Sul fronte cristiano le perdite maggiori furono quelle degli ordini monastico-cavallereschi: basti pensare che morirono in battaglia o per le ferite Pedro Arias, Gran Maestro dell’Ordine di Santiago, Gómez Ramírez dell’Ordine dei Templari e Ruy Díaz, Gran Maestro dell’Ordine di Calatrava. Pochi anni dopo un cronista berbero, Ibn al-Khatib, scriveva che “i rappresentati della dinastia almohade persero forza e si divisero […], sicché le rivalità presero il sopravvento, scoppiò feroce la guerra civile e il popolo cadde tra le braccia degli infedeli”.

Umberto Maiorca

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Sempach, il trionfo degli alabardieri svizzeri

Arnold Winkelried in un ritratto di Füssli del 1750

Il cammino della Svizzera verso la secolare indipendenza è frutto degli accordi sottoscritti da città e cantoni, in chiave difensiva, e dalla forza sprigionata sui campi di battaglia dalle formazioni di picchieri e alabardieri. La battaglia di Sempach, il 9 luglio del 1386, è uno dei momenti fondamentali della storia elvetica, sia perché compromise la posizione di potere degli Asburgo nei territori a sud del fiume Reno, sia perché assunse un forte valore simbolico nella lotta per l’indipendenza e generò, attraverso il sacrificio in battaglia di Arnold von Winckelriet, quello che è considerato il primo eroe nazionale svizzero.

L’antefatto Il territorio che comprende l’attuale Svizzera, fu teatro di scontri militari ed economici nel corso di tutta l’epoca medievale. In questa parte di Europa si scontravano le mire di predominio di diversi signori feudali, di ricche città e di comunità agricole molto gelose delle proprie prerogative. I tre cantoni principali, Uri, Schwyz e Unterwalden, furono i principali attori della lotta contro gli Asburgo, prima ancora che la dinastia si impossessasse del titolo imperiale. Da un lato c’erano le città e il contado che miravano ad estendere i propri privilegi e la libertà dai signori feudali, dall’altra gli Asburgo che volevano ampliare i loro possedimenti fino a comprendere tutta l’area tra l’Austria e le Alpi. Ed è in questo contesto che i cantoni svizzeri sottoscrissero il patto federale che rimarrà alla base della costituzione della confederazione elvetica. Per oltre cento anni i cantoni e gli Asburgo si sfidano con schermaglie, razzie, colpi di mano, assedi di fortezze e città, scontri nei passi alpini, il tutto alternato a tregue e accordi.

Prima della battaglia Il rapporto tra cantoni e duchi di Asburgo si acuisce quando Leopoldo III pone in essere una intensa campagna di annessione di territori mediante conquiste militari, riscatto di diritti feudali e acquisti in denaro. I cantoni rispondono con la sottoscrizione di varie leghe cittadine in funzione antiasburgica, tra le quali spiccano Zurigo, Zug, Soletta, Berna, Lucerna e alcune città della Germania meridionale. Dopo alcune schermaglie e l’assedio della roccaforte di Rotenburg, il duca Leopoldo III decise di fare sul serio e preparò un contrattacco, con una forza di spedizione forte di oltre 4.000 uomini, tra cavalieri raccolti nei possedimenti svevi, alsaziani, argoviesi, turgoviesi e tirolesi, e rinforzata da mercenari italiani, francesi e tedeschi, radunata a Brugg nell’Argau. Il comando dell’esercito, diviso in tre colonne, era affidato a Giovanni di Ochsenstein e la direttrice di marcia prevedeva l’attacco di Lucerna e Zurigo. E le truppe elvetiche, non più di 1.600 uomini, si apprestarono a difendere quelle città, radunandosi sul Reuss a Gislikon. Verso la fine di giugno, però, la cavalleria asburgica si presentò sotto le mura di Sempach, una cittadina a 15 chilometri da Lucerna, dopo aver saccheggiato paesi e bruciato i raccolti dell’intera zona.

L’affresco della battaglia nella parete della chiesa di Sempach

Lo scontro L’avanguardia svizzera e il contingente asburgico si incontrarono, la mattina del 9 luglio del 1386, nei pressi del villaggio di Hildensrieden. Il terreno non era favorevole all’utilizzo della cavalleria, così il duca Leopoldo III, pensando che quello avvistato fosse un contingente isolato, diede ordine alla prima colonna di smontare e disporsi in quadrato, con le lance puntate contro gli avversari. Le altre due colonne avrebbero atteso il momento opportuno per caricare sui fianchi la formazione elvetica. I cantonali si disposero in formazione serrata a cuneo, la cui punta era costituita dall’ala destra dell’originaria colonna di marcia (suddivisa in tre tronconi: avanguardia, corpo centrale e retroguardia) e rafforzata dalle unità più combattive. La formazione elvetica, inoltre, partiva da una posizione sfavorevole, in fondo ad una collina, in cima alla quale già appariva l’avanguardia asburgica.

La cittadina di Sempach

Lo scontro iniziò intorno a mezzogiorno, con i due schieramenti che vennero a contatto in cima all’altura. La preponderanza numerica delle truppe di Leopoldo III fece indietreggiare le forze cantonali, subito pressate sul fianco da alcuni reparti di cavalleria asburgica. Gli svizzeri seppero fronteggiare questo duplice attacco rovesciando la punta del cuneo all’ala sinistra, per fermare la cavalleria, e contenere la fanteria asburgica sul fronte principale. Nel frattempo gli svizzeri indietreggiavano ancora, ben sapendo che il resto dell’armata elvetica, forte degli uomini del cantone di Uri, era ormai in prossimità del campo di battaglia. Con l’arrivo dei rinforzi l’azione degli alabardieri svizzeri riprese vigore e, da una situazione difensiva, i cantonali passarono all’attacco, riuscendo ad incunearsi nel fronte asburgico e bloccando le cariche della cavalleria nemica sul fianco.

Winkelried a Sempach in un’opera di Konrad Grob

L’azione risolutiva, secondo la leggenda posteriore, fu opera di Arnold von Winckelriet, il quale, armato di un pesante spadone a due mani, nel momento in cui i due quadrati di picchieri e alabardieri si trovavano in una situazione di stallo, tenendosi a distanza con le lunghe lance, avrebbe urlato: “Ora apro un varco nella loro linea, proteggete, cari concittadini e confederati, mia moglie e i miei bambini”. Detto questo si sarebbe gettato, a peso morto, contro le picche asburgiche, rompendone alcune e facendone abbassare molte, permettendo, così, ai commilitoni di rompere il fronte avversario.

La prima citazione di questo atto, pur anonimo, si trova nelle cronache zurighesi del 1476. Ulteriori elementi e descrizioni si trovano in documenti successivi, redatti tra il 1513 e il 1564 (Diebold Schilling di Lucerna, Aegidius Tschudi). Il gesto eroico, reale o immaginario, provocò il crollo della prima linea della fanteria di Leopoldo III, spazzata via dagli svizzeri che roteavano le alabarde e le picche come un contadino nei campi di grano al tempo della mietitura. Il duca tentò di porre rimedio all’avanzata elvetica immettendo sul terreno dello scontro la seconda linea di cavalieri. La carica dei quali, però, si arrestò ben prima di arrivare a tiro della alabarde svizzere, immersa nella confusione creata dalla prima linea in ritirata. Quei pochi cavalieri che giunsero davanti agli svizzeri non avevano la necessaria forza d’urto per tentare di travolgere il quadrato di picchieri. E finirono disarcionati e uccisi.

Alabarda usata a Sempach, qui senza bastone, riprodotta da La Forgia del Grifone

Lo scontro proseguì per almeno due ore, con gli svizzeri che avanzavano e finivano sul campo tutti i nemici che rimanevano a terra, mentre la fanteria e la cavalleria nemica cercava la fuga o di rompere il fronte avversario. La terza linea del duca Leopoldo non intervenne mai: visto come si sviluppava la battaglia, i cavalieri fecero dietro front e fuggirono, portandosi dietro anche le salmerie e i cavalli dei nobili che combattevano appiedati.

Alla fine dello scontro, sul terreno rimasero 1.800 austriaci, tra cui 700 cavalieri, lo stesso duca Leopoldo III, un margravio, tre conti, cinque baroni e tanti nobili (tra cui i rampolli della famiglie d’Aarberg, von Baldegg, von Bechburg, von Büttikon, von Eptingen, von Falkenstein, von Hallwil, von Reinach e von Rotberg).

Gli svizzeri avevano perso appena 200 uomini, ma avevano gettato le basi della futura indipendenza, consolidata con la vittoria nella battaglia di Mortgarten, e inaugurato la lunga stagione di trionfi del quadrato svizzero sui campi di battaglia europei nell’autunno del Medioevo.

Umberto Maiorca

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Bannockburn, l’indipendenza della Scozia

Il monumento a Robert Bruce sullo sfondo dei territori conquistati

La battaglia di Bannockburn, 23 e 24 giugno del 1314, si inserisce nella lotta tra i Plantageneti e la riottosa e litigiosa nobiltà scozzese: i primi intenzionati a porre sotto la propria corona tutti i territori dell’isola atlantica; i secondi a perseguire le attese di libertà, costituendo un regno indipendente.

In due giorni di scontri Robert Bruce sconfisse gli inglesi e sancì il suo diritto ad indossare la corona del regno di Scozia.

La situazione in Inghilterra L’invasione normanna non aveva toccato le highlands, le lowlands e le midlands. Guglielmo il conquistatore era troppo impegnato a sottomettere i sassoni e consolidare il proprio potere per pensare ad una nuova avventura oltre l’antico confine del vallo di Adriano. Nel corso degli anni era stata attuata una politica matrimoniale, facendo imparentare famiglie normanne con quelle scozzesi, in attesa di tempi migliori in cui far valere legittime aspirazioni.

Un tratto del Vallo di Adriano, eretto tra la Britannia, la provincia romana più settentrionale dell’impero, e la Caledonia (attuale Scozia).

Ben diversa la situazione venutasi a creare con l’ascesa al trono dei Plantageneti. La politica espansionistica di Edoardo I, subito dopo la sottomissione del Galles, si era indirizzata alla Scozia, dove nel 1286 era morto Alessandro III, lasciando il regno alla figlia. Edoardo I pensò subito ad un matrimonio tra la giovane e suo figlio; ma la principessa morì prima di poter realizzare l’alleanza matrimoniale. Così Edoardo I appoggiò le mire di John Balliol. Una scelta che, però, fece insorgere buona parte della nobiltà scozzese, capeggiata dai Bruce. Con una breve campagna e la vittoria di Dunbar gli inglesi presero possesso della Scozia ed Edoardo I nominò un vicerè.

La mano dura degli inglesi in Scozia fomentò, però, una nuova rivolta guidata da William Wallace. Sua la vittoria a Stirling Bridge e in tanti altri scontri con gli inglesi, fino alla sconfitta di Falkirk nel 1298, la cattura e l’uccisione nel 1305, dopo aver perso l’appoggio della nobiltà scozzese e del nobile scozzese Robert Bruce.

Nel 1307 Robert Bruce si sentì abbastanza forte da proclamarsi re di Scozia e provocare la reazione inglese. Edoardo I sconfisse Bruce a Methuen Park, ma non placò la ribellione. Tanto che lo scozzese sconfisse il luogotenente di Edoardo, il conte di Penbroke, a Loudon Hill a maggio del 1307. Due mesi dopo moriva Edoardo I. E la storia dell’Inghilterra cambiava.

Il monumento a William Wallace eretto sulle alture intorno alla piana di Bannockburn, vicino al castello di Stirling

Edoardo II non era all’altezza del padre. Lasciò trascorrere tre anni prima di riprendere l’iniziativa in Scozia, lasciando tutto il tempo a Bruce di riorganizzare il proprio esercito e di assediare le guarnigioni inglesi. Nel 1313 Robert Bruce pose sotto assedio il castello di Stirling, stringendo un accordo con il comandante della guarnigione De Mowbray: se entro un anno non fosse arrivato un contingente in soccorso, gli inglesi avrebbero dovuto abbandonare la fortezza.

La preparazione dello scontro L’anno di tempo era quasi trascorso, quando Edoardo II riuscì a convincere i baroni e i feudatari a muovere guerra agli scozzesi e a radunare l’esercito a Wark entro il 10 giugno. L’armata inglese era composta da 15.000 fanti, 3.000 arcieri gallesi, 2.000 inglesi, 2.000 cavalieri pesanti e poche centinaia di cavalieri leggeri. Robert Bruce poteva contare su non più di 500 cavalieri leggeri, 6.000 picchieri e 2.000 uomini delle higlands, chiusi nella formazione degli schiltron, tecnica del quadrato difensivo che si rivelò vincente e che fu alla base del cambiamento delle tecniche di guerra degli inglesi nel corso della Guerra dei Cento anni. All’ultimo momento si aggiunsero almeno 3.000 combattenti dei signori feudali e di alcune città scozzesi.

Il luogo dello scontro era quasi scontato: da un lato Bruce attendeva la caduta della rocca di Stirling o l’arrivo dell’esercito di soccorso, dall’altro Edoardo che puntava ad una campagna breve a causa dei limiti della ferma feudale e per le difficoltà di approvvigionamento in un territorio frastagliato e umido. Bannockburn, a sud di Stirling, attendeva i due contendenti.

La fortezza di Stirling, residenza reale scozzese

La battaglia di Bunnockburn A due giorni dalla scadenza dell’accordo tra Bruce e De Mowray, le truppe inglesi giunsero in vista di Stirling. Edoardo II dispose gli uomini di dieci battaglie (la suddivisione crescente dell’ordine di attacco) e si mosse a sud del fiume Forth, verso le linee scozzesi. Bruce aveva disposto i suoi uomini in tre battaglie: l’avanguardia al comando di Thomas Randolph, conte di Moray, costituita da 1.800 picchieri; la parte centrale, sempre di 1.800 uomini, agli ordini del fratello Edoardo, conte di Carrick; per lui riservò la retroguardia con 2.400 uomini. La cavalleria era affidata a James Douglas e Robert Keith, con l’ordine di aggirare la formazione inglese.

La posizione scelta da Bruce era perfetta per frenare l’assalto della cavalleria inglese: davanti ai suoi uomini si stendeva una stretta pianura paludosa, mentre ai lati si allungavano le sponde fangose del Bannock e una fitta foresta. Il comandante della guarnigione di Stirling aveva consigliato ad Edoardo di non accettare lo scontro in quella zona paludosa, tropo favorevole alla fanteria scozzese, ma il sovrano ritenne disonorevole ritirarsi davanti al nemico. Il secondo errore lo commise relegando arcieri e fanti ad un ruolo secondario, preferendo le cariche di cavalleria. Arcieri e fanti, invece, erano i più adatti ad attaccare i quadrati (schiltron, istrice) difensivi scozzesi.

Il 23 giugno Edoardo II fece la sua mossa: mandò all’assalto l’avanguardia, al comando di Humprey de Bohun, conestabile d’Inghilterra e conte di Hereford, e del conte di Gloucester Gilbert de Clare. Un distaccamento di 800 uomini comandato dai lord Clifford e Beaumont, invece, ebbe l’ordine di aggirare le posizioni nemiche. Robert Bruce rispose con delle manovre che furono scambiate dagli inglesi come una ritirata, causando l’avanzamento anche delle altre truppe.

La statua di Robert Bruce, posta a memoria della battaglia sulla piana di Bannockburn

Un cavaliere, Henry de Bohun (il cavaliere al quale Edoardo I aveva assegnato le terre confiscate a Bruce dopo la sconfitta di Methuen Park), riconobbe il re scozzese e lo sfidò a singolar tenzone. Bruce accettò lo scontro, evitò l’assalto lancia in resta dell’avversario e lo caricò con l’ascia, spaccandogli la testa con un colpo diretto sull’elmo, scatenando l’entusiasmo degli scozzesi. La carica degli uomini delle highlands respinse gli inglesi verso nord-est, costringendoli ad abbandonare il campo di battaglia. Anche la manovra aggirante inglese si trasformò in sconfitta. La cavalleria di Edoardo II si infranse, carica dopo carica, contro l’ala sinistra scozzese, chiusa nel quadrato degli schiltron (formazione a ranghi serrati protetta da scudi, picche e pance, introdotta dai greci, perfezionata dai macedoni e resa invincibile dai romani, evolutasi con gli svizzeri nel XV secolo e portata alla vittoria in tutta Europa dai tercios spagnoli, fino all’eroica resistenza sul campo di Waterloo delle truppe di Wellington). Dopo aver perso molti uomini, inoltre, gli inglesi furono attaccati dalla cavalleria scozzese. I pochi sopravvissuti riuscirono a ripiegare all’interno del castello di Stirling o a raggiungere l’armata principale. La prima giornata di battaglia si concludeva con la chiara supremazia scozzese.

Lo schema tattico della battaglia (da Mondostoria.it)

Ancora convinto della vittoria, Edoardo II attraversò il Bannockburn e pose l’accampamento per la notte. All’alba del 24 giugno, il re inglese si trovò di fronte lo schiltron di Bruce al centro, quello del fratello Edoard a destra e quello di De Moray a sinistra, con arcieri scozzesi e cavalleria ai lati. Per il re inglese era impensabile che la fanteria attaccasse i cavalieri pesanti della sua armata, così schierò gli arcieri gallesi di fronte al nemico e dietro la cavalleria pesante, disposta in tre ondate. I gallesi iniziarono a tempestare gli scozzesi di frecce, mietendo molte vittime; ma quando la tattica stava dando i suoi frutti, i nobili inglesi pretesero l’onore della carica. Gli arcieri sospesero i lanci per non colpire i cavalieri, ma dando il tempo agli scozzesi di recuperare la compattezza del quadrato difensivo. Contro il quale si infransero le cariche dei cavalieri inglesi, rallentati anche dal terreno acquitrinoso.

Gli schiltron possedevano l’addestramento e la saldezza per resistere ai cavalieri pesanti inglesi. Le lunghe lance fermavano la carica e disarcionavano i cavalieri, i quali venivano finiti a colpi d’ascia o fatti prigionieri e portati all’interno del quadrato per il riscatto. La ristrettezza del campo di battaglia, chiuso tra il fiume, le colline e i boschi, inoltre, non facilitava i movimenti dei cavalieri. Il sovrano scozzese, inoltre, ordinò a lord Keith e alla sua cavalleria leggera, di aggirare sul fianco gli inglesi e caricare gli arcieri. I quali privi della protezione della fanteria e presi sul fianco furono massacrati sul posto o si diedero alla fuga precipitosa, aumentando la confuzione tra le fila dei cavalieri che indietreggiavano per riorganizzarsi. Anche l’ultima carica, cui parteciparono anche i cavalieri della riserva, si infranse contro gli “istrici” scozzesi. I cavalli venivano uccisi dalla lunghe lance o s’impennavano disarcionando i cavalieri.

La ricostruzione dell’ultima fase della battaglia in un documentario della BBC

Ormai il fronte inglese era allo sbando. Era il momento atteso da Robert Bruce. Diede l’ordine di attacco e gli schiltron passarono dalla formazione difensiva a quella d’assalto. Avanzando con le lance stese e puntando contro la massa vacillante dei cavalieri inglesi, li ricacciarono indietro, contro il grosso della fanteria che ancora non era entrato in battaglia, ma che vista la rotta dei cavalieri, si sbandò. Cavalieri e fanti morirono nella fuga, molti affogati nelle acque del Forth, o vennero fatti prigionieri.

La battaglia era finita. Edoardo II cercò rifugio nel castello di Stirling, ma inseguito dalla cavalleria scozzese proseguì la fuga verso Dunbar e riguadagnò il confine inglese. Nel corso della battaglia gli inglesi persero, tra i caduti e i prigionieri, almeno 700 nobili e diverse migliaia di fanti. Il conte di Hereford trovò rifugio nel castello di Bothwell, ma dovette arrendersi con 1.600 uomini alcuni giorni dopo. Trovarono la morte cul campo il conte di Gloucester, 22 baroni e 68 cavalieri di fama. Gli scozzesi razziarono il campo reale, impossessandosi del Sigillo privato d’Inghilterra. Molti cavalieri e soldati ebbero salva la vita perché gli scozzesi si fermarono a depredare il campo. Si dice che l’esercito di Robert Bruce ebbe un solo caduto. Più verosimile il numero di 2 cavalieri morti e 500 picchieri caduti tra le fila scozzesi.

Le conseguenze Robert Bruce aveva vinto e dal successo sul campo di battaglia discendeva anche il riconoscimento come re di Scozia fino alla sua morte nel 1328. Gli inglesi, invece, avevano imparato la lezione e compresero che la carica della cavalleria pesante non era l’unica tattica di battaglia. Nella guerra dei Cento anni, i nobili cavalieri accettarono di combattere appiedati, lasciando agli arcieri un ruolo risolutivo sul campo di battaglia.

Umberto Maiorca

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La battaglia di Benevento

Manfredi incoronato (miniatura della Nuova Cronica di Giovanni Villani)

Manfredi, il re “bastardo” figlio di Federico II, non immaginava che Carlo d’Angiò, alle prese con problemi finanziari e alleati turbolenti, riuscisse a tenere insieme l’esercito raccolto lungo la strada e, soprattutto confidava nella fedeltà dei suoi baroni, nella rete di castelli a difesa del suo regno, nelle frecce degli arcieri saraceni e nella guardia personale con le nuove armature, più leggere e resistenti di quelle dei cavalieri francesi.

Il re di Sicilia, non aveva fatto i conti, però, con il tradimento, gli intrighi, l’inganno dei parenti e la forza dell’esercito franco-angioino.

E di fronte alla carneficina di Benevento e all’infrangersi del sogno di Federico, suo padre, scelse di morire in mezzo alla mischia, senza insegne regali, da semplice e coraggioso cavaliere.

 

I contendenti Carlo d’Angiò, non era la pedina che si credeva nelle mani di papa Clemente IV, ma per arrivare ad impossessarsi del regno del Sud era pronto a tutto.

Carlo d’Angiò ritratto da Arnolfo di Cambio (Roma, Musei Capitolini)

Accettò ben volentieri la nomina a senatore e comperò, dal Pontefice, l’onore della “crociata” contro Manfredi, al prezzo di benefici ed esenzioni a favore della Chiesa, oltre alla promessa di non ambire a riunificare la Penisola sotto il suo scettro (piano sia di Federico II sia di Manfredi). Una crociata con il benestare del Papa, il quale assolveva «ladri, briganti, stregoni, incendiari, sacerdoti concubinari, purché partecipino all’impresa dando denari e uomini a Carlo». Il pretendente al trono parte da Marsiglia, tra aprile e maggio del 1265, e giunge a Roma, insediandosi in Laterano (papa Clemente IV risiede a Perugia) e inizia l’opera diplomatica per isolare Manfredi e portare dalla sua parte la nobiltà romana. Manfredi temporeggia. Prova a infastidire l’Angiò con una scorreria ad est di Roma. Il francese, con le poche truppe a sua disposizione marcia fino a Tivoli. Lo scontro non avvenne perché Manfredi preferì ritirarsi.

Carlo prosegue nella sua politica di dispensare favori e promesse e il suo partito si allarga, tra sostenitori e neutrali. Nel frattempo il vescovo Guido di Mello, presule di Auxerre, conduce l’armata francese in Italia, attraverso il Col di Tenda nel novembre del 1265. I francesi, forti di 20.000 fanti, 6.000 cavalieri e 600 balestrieri montati, trovano la strada spianata lungo la loro discesa fino a Roma, dove il 6 gennaio del 1266, Carlo è incoronato re.

 

Il castello Boncompagni Viscogliosi, edificato su una fortificazione medievale, e la cascata grande del fiume Liri a Isola del Liri (Frosinone). Il Liri scorre tra Abruzzo, Lazio e Campania e alla confluenza col Gari prende il nome di Garigliano. Fin dal Medioevo è documentato anche con il nome Verde e così è menzionato da Dante a proposito di Manfredi di Sicilia, i cui resti mortali per ordine papale furono dissotterrati a Benevento e traslati fuori dei confini del Regno di Sicilia

L’invasione del sud Di fronte a questa situazione disastrosa, Manfredi corre ai ripari, seppur tardivi: rinforza la linea difensiva dei castelli lungo il fiume Liri, concentrando le forze tra Rocca d’Arce e San Germano, affidando le difese a Riccardo, conte di Caserta, e Giordano d’Anglano, chiede rinforzi in Germania, assolda mercenari, chiama a raccolta i ghibellini italiani (in pochi risposero, come ricorderà lo stesso Manfredi poco prima della battaglia), riunisce i contingenti di saraceni e promuove la leva feudale (con scarsi risultati e gravi ritardi di esecuzione). Il re di Sicilia, al comando di 5.000 cavalieri e 10.000 saraceni, si dispone lungo la seconda linea di difesa lungo il Volturno, nei pressi di Capua, in attesa del nipote Corrado d’Antiochia, comandante del contingente che operava nelle Marche. Truppe che, tagliate fuori dalla rapida marcia dell’Angiò, non giungeranno mai. Si tratta di misure che Manfredi prende con grave ritardo rispetto alla situazione venutasi a creare.

Il 20 gennaio, infatti, Carlo d’Angiò muove guerra, sapendo di non poter attendere oltre, correndo il rischio di veder sfaldarsi il fronte anti Manfredi, tessuto insieme con il Papa a colpi di intrighi e promesse di conquista. Le insegne francesi, quelle del Pontefice e dei guelfi italiani, marciano insieme lungo la via Latina, tra due ali festanti di folla. L’esercito angioino passa per Anagni, Frosinone e Ceprano, dove varca il confine del regno del sud su un ponte sguarnito di ogni difesa.

Cassino (nella foto vista dall’alto della celebre abbazia di Montecassino) tra i secoli IX e XIX era conosciuta come San Germano. Assunse questo nome dalla donazione delle reliquie di San Germano di Capua, custodite nella Chiesa del Salvatore e meta di pellegrinaggi

I francesi non incontrano alcun ostacolo anche nell’entrare a Rocca d’Arce. Poco più complessa si rivela la conquista di San Germano, difesa dall’Anglano con 6.000 uomini. Davanti alle mura dell’odierna Cassino, infatti, i francesi si arrestano per alcuni giorni e, mentre i capi riflettono su come assaltare la città, una squadra di cavalieri ghibellini ne esce per abbeverare i cavalli. Ne nasce subito uno scontro e la conseguente ritirata degli uomini dell’Anglano. Un gruppo di cavalieri angioini, però, si getta all’inseguimento e riesce a penetrare a San Germano prima che venga chiusa la postierla dalla quale erano usciti i cavalieri di Manfredi. I pochi angioini riescono a travolgere la debole difesa degli assediati e ad issare sulle mura il giglio di Francia, provocando la resa immediata della città. Nel giro di pochi giorni si arrendono, quasi senza combattere, 32 castelli e rocche. L’intero sistema difensivo del nord del regno è caduto.

Carlo prosegue l’avanzata lungo il Volturno, piegando poi verso il Sannio, con l’intenzione di passare per Alife e Telese e cogliere alle spalle Manfredi, sempre di stanza a Capua. Lo svevo, però, avvertito delle mosse del nemico, si dirige alla volta di Benevento, deciso a sbarrare il passo all’avversario. Ormai lo scontro tra i due è ineluttabile, anzi necessario: Manfredi non può più cedere terreno e non si fida più dei suoi baroni; l’Angiò non può più tenere insieme l’esercito senza l’immediata conquista del trono e delle ricchezze del regno.

Le truppe angioine si presentano davanti a Benevento il 25 febbraio, dopo aver attraversato i passi montani del Sannio coperti di neve. Manfredi si è disposto poco più a nord, dietro il fiume Calore, nei pressi di Santa Maria della Grandella. Ancora una volta il re di Sicilia si trova in una posizione favorevole, ma non ne approfitta. Non attende che sia l’esercito avversario ad attraversare l’unico e stretto ponte sul Calore, ma ordina ai suoi di passare oltre e disporsi dalla battaglia. Le operazioni richiedono diverse ore, l’esercito di Manfredi si sfilaccia e la cavalleria sveva si trova nella svantaggiata posizione di dover caricare il nemico in salita, perdendo così velocità e potenza d’urto.

 

La battaglia di Benevento in una miniatura del secolo XIV

La battaglia «Il sovrano schierò d’avanguardia i suoi arcieri saraceni, poi dispose tre linee successive di cavalleria, la prima costituita da 1.200 tedeschi e affidata a Giordano d’Anglano, la seconda da un migliaio di mercenari lombardi e toscani, oltre a qualche centinaio di saraceni, al comando di Galvano Lancia, conte di Salerno, e di Bartolomeo Semplice, e la terza da oltre un migliaio di leve feudali siciliane, sotto il suo diretto comando». Il rivale angioino schierò «una prima linea di fanteria, nella quale i balestrieri avevano la preponderanza numerica, per controbilanciare l’azione degli arcieri saraceni; di seguito, il principe schierò la propria cavalleria, anch’essa su tre linee». La prima linea era affidata ad Ugo di Mirepoix e Filippo di Monfort con 900 cavalieri, la seconda era sotto gli ordine direttamente di Carlo e composta dal fiorentino Guido Guerra con 1.400 lance italiane e francesi; Giles Le Brun e Roberto di Fiandra comandavano la terza linea composta da 700 combattenti fiamminghi, con il compito di aggirare le truppe avversarie.

La battaglia ebbe inizio prima che Manfredi potesse schierare per intero le proprie truppe. Lo scontro si accese dopo un nutrito lancio di frecce da parte delle truppe saracene, le quali non attesero né gli ordini del re né l’arrivo della cavalleria tedesca («non è noto se di propria iniziativa, o per ordine di Manfredi, o in seguito, come sembra probabile, all’errata interpretazione di un ordine ricevuto» riporta l’enciclopedia Treccani nella pagina web sulla battaglia). Dopo un primo momento di smarrimento e dopo gravi perdite, però, la prima linea di cavalieri provenzali si ricompose e caricò i saraceni, i quali senza copertura e l’appoggio dei cavalieri pesanti teutonici, vennero spazzati via.

La battaglia di Benevento miniata nella Nuova Cronica di Giovanni Villani

La violenta contro carica di Giordano d’Anglano parve non solo ristabilire l’equilibrio, ma far pendere la bilancia dalla parte sveva. Le armature tedesche sembravano impenetrabili, tutti i colpi rimbalzavano o scivolavano di lato. Carlo fece intervenire anche la seconda linea angioina, aumentando la pressione sulle forze di Manfredi e facendole indietreggiare. I francesi, inoltre, scoprirono, nel corso del combattimento, che le armature dei tedeschi avevano un punto debole: l’attaccatura della protezione del braccio sotto l’ascella. E lì colpirono le spade angioine. I comandanti angioini, inoltre, diedero un ordine che contrastava con qualsiasi norma cavalleresca: intimarono ad arcieri, balestrieri e fanti di colpire i destrieri dei cavalieri nemici, causando perdite e confusione tra le file sveve.

Il comandante svevo Lancia, infine, aveva appena terminato l’attraversamento del Calore e stava riorganizzando le sue truppe, quando dovette fronteggiare l’assalto della terza linea francese, giunta in battaglia dopo una larga manovra di aggiramento. I pochi ghibellini italiani si diedero alla fuga e anche i cognati di Manfredi e la nobiltà lasciarono il campo di battaglia. Il sogno di un regno d’Italia unito dalle Alpi alla Sicilia era svanito e ogni possibilità di rivincita era infranta. Manfredi si tolse l’armatura e l’elmo con i simboli dell’aquila argentata, scambiò la sovrarmatura con Tebaldo Annibaldi e si gettò nella mischia, trovandovi la morte.

L’epigrafe in memoria di Manfredi di Svevia con i versi di Dante Alighieri, al Ponte Vanvitelli di Benevento

Solo 600 cavalieri, su 3.600, riuscirono a fuggire, ma «in quella battaglia ebbe gran mortalità d’una parte e d’altra, ma troppo più della gente di Manfredi» scrisse il cronista Villani ricordando l’episodio.

Carlo d’Angiò, supportato da papa Clemente IV, vietò la sepoltura dei caduti fino a quando non fosse stato rinvenuto il corpo del re di Sicilia. E il cadavere di Manfredi venne trovato tre giorni dopo da un popolano in mezzo ai cadaveri di fanti e cavalieri; issatolo sul dorso di un asino andava in giro gridando: «Chi accatta Manfredi?». Il villano venne fustigato da un nobile francese e il corpo di Manfredi portato davanti a Carlo. Fu riconosciuto dai cognati e dal fedele Giordano d’Anglano (giustiziato l’anno successivo in Provenza dopo un tentativo di fuga dalla prigionia), il quale chiese di darne onorata sepoltura. Carlo d’Angiò rispose che non poteva, in quanto Manfredi era scomunicato e non poteva essere sepolto in terra consacrata. Il corpo del re di Sicilia venne tumulato ai piedi del ponte di Benevento e coperto di sassi dai soldati angioini. In seguito Bartolomeo Pignatelli, arcivescovo di Cosenza, lo fece esumare e seppellire lungo il corso del Liri, fuori dai confini del regno del sud. Ipotesi alla quale crede anche Dante Alighieri quando incontra il re di Sicilia nel terzo canto del Purgatorio.

Umberto Maiorca

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La battaglia della Piana dei Merli

Il bozur, fiore dal colore vermiglio

Sulla Piana dei Merli alla fine di giugno, cresce ancora il bozur, un fiore dal color di porpora che ricorda il sangue versato dagli eroi della Serbia.

I canti popolari tramandarono la leggenda nei secoli: quel fiore spuntò il giorno di San Vito, proprio nel luogo dove il 28 giugno 1389, l’esercito guidato da Lazar Hrebeljanovic, l’ultimo principe serbo, fu massacrato dalle milizie turche del sultano Murad I (1362-1389).

La feroce battaglia segnò la fine della indipendenza del popolo balcanico. L’evento marchiò in modo indelebile la storia della regione e diede inizio al dominio politico e militare degli ottomani, che durò per cinquecento anni.

Kosovo Polje, il “campo” o la “piana dei merli” si estende nei pressi della città di Pristina e con il tempo, ha dato il nome a tutto il territorio circostante.

Nel 1389 il principe Lazar fu catturato e poi ucciso insieme ai suoi compagni di sventura. Ma come il personaggio dei vangeli di cui porta il nome, risuscitò negli infiniti racconti della rovinosa sconfitta: una ferita della Storia che ha lasciato una traccia indelebile nella memoria collettiva del popolo serbo.

Il luogo della battaglia del 1389

Ami Bouè, pioniere delle ricerche geologiche nei Balcani, nel libro “La Turquie d’Europe” parla di una data spartiacque: per tutti i serbi l’anniversario può essere paragonato alla data della nascita di Cristo. Per centinaia di anni, infatti ogni avvenimento importante, fu accompagnato dalla stessa domanda: “Questo è successo prima o dopo il nostro asservimento?”. “Il Golgota serbo: Kosovo 1389” è il titolo di un libro sull’argomento dello storico americano Thomas Emmert: nei secoli, la battaglia del Kosovo fu vista come l’origine di tutte le sventure della Serbia.

San Lazar

Lazar, il principe guerriero, fu canonizzato dalla Chiesa ortodossa.

L’epica, alimentata dal ricordo della patria perduta, fu tramandata dalla musica e dalle parole dei guslar, i cantastorie medievali che suonavano la gusla, uno strumento a corda singola con archetto, derivato dalla lira bizantina. Jovan Skerlić, un famoso critico letterario vissuto a cavallo tra Ottocento e Novecento, scrisse: “Come l’incendio di Troia dà luce a tutta l’antichità greca, così la disfatta del Kosovo illumina i canti popolari serbi e la poesia nazionale”.

La gusle, strumento della musica popolare serba

Nell’intreccio balcanico, la storia e le leggende si mescolano ancora. Alla metà del Mille i piccoli principati serbi, già convertiti al Cristianesimo, erano vassalli o del “basileus” di Costantinopoli oppure del re d’Ungheria. Ai loro confini premeva l’impero bulgaro che fino a cento anni prima era uno degli stati più grandi del vecchio continente. Il primo regno serbo, riconosciuto come indipendente dal papa, nacque nel 1077 a Zeta, in Montenegro. Poco dopo Stefano Nemanja, gran zupan (principe) della Raska, si emancipò dal vassallaggio di Bisanzio e riunì in un solo stato le diverse entità slave dei Balcani. Un suo pronipote, Dusan, estese i suoi domini fino al golfo di Corinto e si fece incoronare a Skopje “zar dei serbi e dei greci”. Sognava di conquistare anche Costantinopoli e progettava insieme al pontefice una crociata contro i turchi. Ma nel 1355 morì all’improvviso, forse per avvelenamento. Sotto suo figlio Uros, detto il Debole, il regno si sfaldò. Intanto i turchi, guidati dal sultano Murad I, avevano sconfitto i bizantini e premevano sui Balcani. Di fronte alla minaccia dell’invasione, Lazar, il più potente principe serbo ancora indipendente, si alleò con Tvrtko Kotromanic, signore della Bosnia, che aveva ricevuto da poco la corona dal re d’Ungheria e si era proclamato sovrano di tutti i popoli serbi.

La battaglia di Kosovo

Lo scontro finale ebbe luogo alla piana dei Merli, oggi Kosovo Polje, nel giorno di San Vito del 1389, che secondo il calendario giuliano cade il 15 giugno e secondo quello gregoriano il 28 giugno. L’esercito turco contava 40.000 uomini. Tra loro spiccavano i giannizzeri, le “forze nuove”: soldati di professione scelti tra i giovani prigionieri dei turchi, votati al celibato e allevati nella fede musulmana. I serbi e i bosniaci, tra fanti e cavalieri, erano almeno 25.000.

La ricostruzione storica corregge il mito del ciclo epico serbo: Kosovo Polje non fu la lotta tra la Serbia cristiana e gli infedeli. Al seguito di Lazar c’erano contingenti valacchi, croati, bulgari e albanesi. E numerosi vassalli cristiani rinforzavano anche le truppe di Murad I. Al mattino, il campo ottomano fu percorso dal dramma: secondo la tradizione serba il sultano morì, pugnalato nella sua tenda dal cavaliere Miloš Obilić, che si era introdotto nell’accampamento nemico. Per i turchi invece Murad I cadde con le armi in pugno. In ogni caso, suo figlio, Bayezid I, capovolse le sorti dello scontro: “come una folgore” si lanciò sulle truppe serbe, indebolite dal tradimento di Vuk Brankovic, genero del principe Lazar, che abbandonò il campo di battaglia e diventò per sempre “il fellone” descritto nelle innumerevoli canzoni popolari dedicate a quel giorno fatale. La cavalleria serba fu travolta dalle soverchianti forze nemiche. Lazar fu imprigionato e decapitato davanti al cadavere di Murad I.

Le terre serbe nel secolo IX secondo il De Administrando Imperio dell’imperatore bizantino Costantino VII

La leggenda evoca una storia dal grande valore simbolico: alla vigilia della battaglia un falcone, proveniente da Gerusalemme, volò fino all’accampamento del principe Lazar, con in becco un’allodola. Una metafora di Sant’Elia che portava al condottiero cristiano un messaggio di Dio. Lazar doveva scegliere: poteva vincere e essere sovrano in terra oppure affrontare la sconfitta e avere per sempre la gloria dei cieli. Consapevole della caducità delle cose terrene, Lazar scelse di morire. La Serbia visse così il suo destino di paese martire: un sacrificio di sangue per la gloria di Cristo, unito allo struggente rimpianto di un regno perduto, da allora vagheggiato nelle canzoni e negli splendidi affreschi delle chiese medievali.

I poemi popolari sulla battaglia della Piana dei Merli furono riscoperti agli inizi del Novecento, pubblicati nelle scuole e mandati a memoria, insieme alle prime grammatiche. La tradizione orale dei cantastorie, celebrata nella letteratura scritta non solo dai serbi ma da tutti i popoli slavi del sud, divenne lo spartito fondamentale dell’identità nazionale. Non a caso, in ricordo di una lontana battaglia, si accese anche la miccia della Grande Guerra: Gavrilo Princip, l’attentatore che a Sarajevo uccise l’arciduca Ferdinando, scelse per la sua missione di morte proprio la data del 28 giugno 1914. I principi albanesi nel 1389 combatterono accanto a Lazar e ai suoi alleati bosniaci e valacchi. Ma per un paradosso della Storia, lo scontro contro gli ottomani, che vide uniti i popoli dei Balcani, oggi è simbolo di una divisione.

La storia recente, ancora avvelenata dalle derive nazionalistiche, è stata a lungo sfregiata da stragi, odi razziali, guerre e “pulizie etniche”.

Serbia e Kosovo

Oggi la popolazione del Kosovo, secondo un censimento che risale al 2011 è per il 92% albanese, per il 5,3% serba e per il 2,7% di altre etnie. Nel paese, che ha un territorio grande poco più dell’Abruzzo, vivono 1 milione e 800mila persone.

Il più giovane stato d’Europa ha proclamato la sua indipendenza dalla Serbia il 17 febbraio 2008. È stato riconosciuto da 74 stati nel mondo: l’81% dei paesi dell’Unione Europea e l’86% dei membri della Nato.

Ma non dal Vaticano e nemmeno da Russia, Cina, India, Brasile, Spagna, Cipro, Grecia, Slovacchia e Romania.

Federico Fioravanti

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La battaglia di Poitiers

La battaglia di Poitiers in un dipinto di Charles de Steuben. A cavallo Carlo Martello, rivolto verso Abd er-Rahman (a destra)

Il 10 ottobre del 732, nella pianura nei dintorni di Tours, tra Poitiers e Moussais, si affrontano i franchi di Carlo (da quel giorno Martello) e i mori (i numidi dei tempi di Annibale) di Abd er-Rahman. Con la vittoria dei franchi l’espansionismo musulmano si fermerà ai Pirenei, cambiando definitivamente il destino dell’Europa.

Dall’Oriente alla Spagna La sconfitta rimediata dalle armate musulmane tra il 717 e il 718 durante il tentativo di assedio di Costantinopoli, spinse a cercare un’altra via alla diffusione della fede: dal nord Africa alla Spagna. Cartagine era già caduta nel 697. Le popolazioni berbere avevano accettato l’islam negli anni successivi. La Spagna era a poche miglia dall’altra parte dello stretto. L’emiro Musa ibn Nusair nel 711 inviò Tarik ibn Ziyad (da lui prenderà nome lo stretto di Gibilterra, Gebel al Tarik, monte di Tarik) con 7.000 uomini a compiere una scorreria a vasto raggio, ma le divisioni interne tra i vari potentati visigoti portarono, nel giro di pochi anni, quasi tutta la penisola iberica sotto il possesso musulmano. La pressione musulmana aveva varcato anche i Pirenei, con il mobile esercito berbero a razziare più volte la Gallia meridionale e mettendo a rischio le regioni centrali.

La battaglia di Poitiers fu il risultato di un’azione politica da un lato e del desiderio di razzia di un territorio molto ricco dall’altro. A livello politico sia il governatore e generale Abd er Rahman sia Carlo Martello non avevano accettato l’accordo tra Oddone di Aquitania (insofferente al potere franco) e Othman ben ali Neza, signore di una parte dei Pirenei settentrionali, a sua volta desideroso di sganciarsi dal potere omayyade. Così il generale musulmano decise di marciare contro il rinnegato Neza, lo annientò e poi proseguì verso le fertili valli della Gallia meridionale. Sconfisse sul campo Oddone nei pressi di Bordeaux e puntò su Tours, inseguendo le leggendarie ricchezze dell’abbazia di San Martino. Le truppe more giunsero fino «alla Loira, saccheggiando anche la chiesa di Sant’Ilario»1. A quel punto intervenne Carlo Martello, maggiordomo di palazzo del re merovingio, dopo aver incassato la sottomissione di Oddone.

La tomba di Carlo Martello (690 ca. – Quierzy, 11 novembre 741) a Saint-Denis. Carlo esercitò il potere regale dal 737 al 741 pur non avendone il titolo (era un ministro del regno). Il soprannome Martello (diminutivo di Marte), secondo un’ipotesi, gli venne attribuito da alcuni cronisti della dinastia carolingia per la sua particolare capacità bellica

I due eserciti L’esercito di Carlo Martello ammontava ad almeno 30.000 uomini, «un insieme di soldati di professione da lui comandati nelle campagne in Gallia e Germania, e un’assortita moltitudine di miliziani poco equipaggiati e scarsamente addestrati». I franchi combattevano a piedi e a cavallo, indossavano armature di cuoio e ferro ed erano armati di spade e asce, da battaglia e da lancio. L’esercito franco era costituito «in gran parte, di milizia territoriale, mista ai guerrieri delle scara, le forze d’élite della corona merovingia: armati pesantemente, con scudo, elmo, cotta di maglia, possedevano addestramento e flessibilità di impiego, così da essere l’anello di congiunzione tra il cavaliere del tardo-romano impero e quello medievale».

Abd er-Rahman poteva contare su 80.000 uomini, in gran parte mori che combattevano a cavallo con scimitarre e lance, senza armatura e senza archi. Si battevano con una sola tattica: la carica frontale di cavalleria. Ed era anche «il loro punto debole … non sapevano far altro che attaccare; erano addestrati solo a questo e non avevano neanche il concetto di difesa». I musulmani si presentarono allo scontro, inoltre, rallentati e appesantiti dal frutto delle razzie compiute nella regione. Una preda che nessuno voleva abbandonare, visto che la spedizione era stata organizzata «per fare bottino, più che per assoggettare» il ricco Poitou e le valli della Loira e della Senna.

L’esercito musulmano procedeva lentamente con il suo carico di ricchezze, quando all’orizzonte apparvero Carlo Martello e le sue truppe. L’effetto sorpresa c’era stato, ma i franchi non ne approfittarono. Preferirono tenersi a distanza per una settimana, studiando il nemico e saggiandone la consistenza e forza con piccoli attacchi delle avanguardie. Il comandante musulmano, fu colto di sorpresa dalla comparsa dei nemici, ma non pensò neanche di abbandonare il bottino e dare battaglia. Anzi, approfittando della pausa offerta dai franchi, spedì una parte delle sue truppe verso sud, come scorta al bottino, lungo la strada verso i Pirenei e la Spagna, ma «la ritirata, rallentata dal bottino, … divenne impraticabile nei pressi di Poitiers».

ʿAbd er-Raḥmān I al-Dākhil, ovvero “l’Immigrante” (in arabo: عبد الرحمن الداخل‎; Damasco, marzo 731 – Cordova, 788), fu il primo emiro indipendente di al-Andalus

La battaglia Carlo aveva avuto modo di conoscere il modo di combattere dei musulmani e le truppe di cui disponeva, con relativo armamento, avrebbero potuto ben contrastare il nemico. Il comandante franco dispose i suoi uomini «in un quadrato difensivo composto principalmente dai suoi franchi, ma integrato da elementi presi dalle numerose tribù assoggettate», gepidi, alamanni, sassoni, bavari e germani, in modo da costituire un muro di scudi e lance contro cui «la cavalleria musulmana si accanì senza risultato» mentre «i giavellotti e le asce da lancio di questi colpivano duramente gli uomini e i cavalli che si avvicinavano». La fanteria franca, inoltre, era «schierata su un campo di battaglia ristretto, limitato da appigli tattici alle ali per evitare aggiramenti» costituiti dai fiumi Clain e Vienne e da un bosco dove si nascose la cavalleria di Oddone.

L’esercito franco era, quindi, disposto «in una grande massa, su terreno ben difendibile e con i fianchi protetti da alcuni ostacoli naturali», ma il comandante musulmano non pensò a tattiche alternative, i cavalieri si disposero in «un’unica massa e si lanciarono in una carica furibonda Nell’impossibilità di girare intorno ai fianchi dello schieramento nemico e attaccare dal retro e i cavalieri arabi dovettero compiere ripetuti assalti frontali». I musulmani confidavano anche sull’effetto destabilizzante che avrebbe prodotto la comparsa sul campo di battaglia dei cammelli da trasporto, il cui pungente odore era insopportabile ai cavalli dei franchi, ma lo schieramento nemico non si mosse. Così la disposizione delle truppe musulmane a mezzaluna perdeva di efficacia.

Gli uomini di Abd er-Rahman continuavano ad attaccare, a subire perdite e non guadagnare un metro di terreno perché «i franchi, abili nel maneggio dell’ascia e della spada» li respingevano «riparando in breve tempo i piccoli varchi aperti nel loro schieramento». Isidoro Pacense, nella Cronaca mozarabica, descrive una formazione difensiva solida, con «gli uomini del nord immobili come un muro; sembravano saldati insieme in un baluardo di ghiaccio impossibile da sciogliere, mentre trucidavano gli arabi con le spade. Gli Austrasiani, dagli enormi arti e le mani di ferro, colpivano coraggiosamente nel cuore della battaglia». I franchi, chiamati per la prima volta «europei» in una cronaca coeva, tennero il fronte contro le cariche di cavalleria leggera musulmana e «la francisca, un’ascia che poteva anche essere lanciata, dovette lavorare molto quel giorno per disarcionare i cavalieri o finirli a terra, mentre la siepe di lance e il muro di scudi cristiani risultavano invalicabili». Per i cavalieri berberi e mori, infatti, non c’era molta scelta: finire infilzati sulle lance, schiacciati dai cavalli imbizzarriti o uccisi a colpi d’ascia una volta caduti a terra e in balia dei soldati franchi che uscivano dai ranghi per finire gli avversari appena l’ondata di cavalleria prendeva la via della ritirata. I musulmani iniziano a d arretrare, i cavalli sono sfiniti per le continue cariche e infruttuose cariche.

Lo schema tattico della battaglia (immagine ©ArsBellica, www.arsbellica.it)

Ad un certo punto della battaglia, però, Abd er-Rahman riuscì a penetrare lo schieramento franco con un drappello di cavalieri. Nello stesso momento Oddone d’Aquitania, «al segnale convenuto dell’accensione di un fuoco», aveva portato un contingente di cavalleria alle spalle dei mori e aveva attaccato il campo. Una cronaca islamica, riportata da Edward Creasy (Fifteen decisive battle of the world, p. 166): «molti musulmani temettero per la sicurezza delle spoglie che avevano ammassato nelle tende, e tra i loro ranghi cominciò a circolare la falsa voce che il nemico stava saccheggiando l’accampamento; perciò, numerosi squadroni di cavalleria si precipitarono a difenderlo». Fu l’inizio del tracollo del fronte musulmano. Carlo Martello dà ordine ai suoi di avanzare, compatti, sempre difesi dal muro di scudi. I fanti saraceni, senza protezione, non possono nulla contro la stazza degli uomini del nord e le armi pesanti. Il corpo a corpo si trasforma in una carneficina. La ritirata improvvisa dei musulmani lasciò isolato Abd er-Rahman «che venne infilzato da un fante austrasiano» e morì sul campo. Nella letteratura epica posteriore si racconta che fu abbattuto da un colpo di scure di Carlo Martello.

Con il calare del sole lo scontro diminuisce d’intensità e alla fine i mori si ritirano verso Poitiers. Carlo Martello, con poca cavalleria e temendo di finire in trappola, non inseguì il nemico e «si accontentò di occupare il campo di battaglia» con la sua fanteria. Il mattino successivo dal campo musulmano non si ode alcun rumore. Gli esploratori franchi lo trovano vuoto. Il nemico si è ritirato nella notte, appena scoperto che il generale Abd er-Rahman era morto nella battaglia.

Le perdite musulmane non sono mai state quantificate, ma si ritiene che furono ingenti visto che gli storici arabi ricordano lo scontro come “il lastricato dei martiri della fede”, mentre nel campo franco si stima che persero la vita almeno 1.500 soldati. Le cronache medievali riportano la cifra di 1.007 caduti per i franchi e l’inverosimile cifra di 375.000 per gli arabi. Abd er-Rahman cadde combattendo e «i cronisti arabi affermano che fu vittima della sua stessa audacia, per essersi spinto troppo oltre e aver ceduto all’avidità di portarsi dietro un grande bottino, che ne aveva rallentato i movimenti e che lo aveva posto in condizione di inferiorità di fronte al nemico».

Espansione islamica tra i secoli VII e VIII

Le conseguenze Poitiers fu, certamente, il punto d’Europa più a nord toccato dai musulmani nel corso dei tentativi di espansione o di invasione o razzia e «da allora gli arabi, peraltro divisi e alla prese con le rivolte dei berberi, non furono più in grado di minacciare concretamente lo scacchiere a nord dei Pirenei». Carlo Martello ottenne vittorie più decisive «con la collaborazione della fortissima cavalleria longobarda, ad Arles, ad Avignone e, soprattutto, sul fiume Berre, non lontano da Narbona, liberando dall’occupazione islamica quasi tutto il Mezzogiorno di Francia (Aquitania, Provenza, Settimania): un ciclo operativo che vide il proprio epilogo nella riconquista di Narbona, nel 759, a opera di Pipino il Breve». L’affermazione di Carlo Martello a Poitiers, «i cronisti cristiani, che dopo la vittoria sugli arabi videro in lui il difensore della fede, lo chiamarono “Martello”, per equipararlo a Giuda Maccabeo, condottiero dell’Antico Testamento, anch’egli contraddistinto da quel soprannome», permise di estendere il suo potere alla Gallia meridionale e ottenere la fedeltà di Oddone. Lo scontro portò anche ad accelerare il percorso della costituzione della cavalleria pesante come evoluzione dei rapporti tra re e nobiltà e la concessione delle terre. Armare un cavaliere servivano ricchezze e l’economia dell’epoca era legata alla terra. Per potenziare la cavalleria i re franchi iniziarono a distribuire le terre a loro soggette, anche quelle della Chiesa, a nuovi soggetti, mentre i nobili di vecchia data premevano per rendere ereditari i propri possedimenti. «Dopo questa vittoria la cavalleria cominciò a prevalere anche tra i franchi, soprattutto grazie alla diffusione della staffa, a partire dall’VIII secolo», proveniente dalle steppe dell’Asia centrale, la staffa si diffuse rapidamente in Europa e permetteva al cavaliere di rimanere saldo in sella e aumentare la forza e violenza del colpo di lancia o di spada, rendendo la carica di cavalleria pesante inarrestabile in campo aperto. È anche il contatto con gli arabi nel sud della Francia, e con la loro cavalleria, «a far emergere per i franchi, diventati ormai il regno egemone dell’Occidente cristiano, la necessità di modernizzare le proprie strutture militari».

Se Carlo Martello avesse perso a Poitiers «oggi forse nelle scuole di Oxford si spiegherebbe il Corano, e dall’alto delle sue cattedre si dimostrerebbe a un popolo circonciso, e la verità della rivelazione di Maometto» mentre con «l’affermazione del potere franco nell’Europa occidentale, confermata dalla battaglia di Tours, modellò la società e i destini del continente».

Umberto Maiorca

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La battaglia di Hastings

La battaglia di Hastings e i suoi antefatti sono descritti nell’Arazzo di Bayeux

Il 14 ottobre del 1066 l’esercito normanno al comando del duca Guglielmo (poi detto il Conquistatore), composto da arcieri, fanti pesanti e cavalieri, si scontra, sulle colline di Hastings, con le schiere di re Aroldo Godwinson, costituite dalle truppe scelte degli housecarles (truppe addestrate al combattimento in maniera continua) e da sudditi che prestavano servizio annuale (fyrd, poco esperti e molto disubbidienti) e qualche centinaio di contadini male armati.

Dopo ore di battaglia e dopo aver corso il rischio di morire e di perdere lo scontro, Guglielmo è padrone del campo. Aroldo è morto, trafitto da una freccia all’occhio. I sassoni sono in fuga e i normanni sono padroni dell’Inghilterra e in pochi anni ne cambieranno usi, costumi e il volto di isola alle propaggini dell’Europa: «è proprio nella grande capacità dei normanni di adattarsi a differenti ambiti culturali e religiosi che va trovata la chiave dei fatti che portarono alla conquista dell’Inghilterra».

L’antefatto Edoardo il confessore muore il 5 gennaio del 1066, senza figli, e subito nascono dispute per la sua successione. Da un lato c’è Aroldo Godwinson, conte del Wessex, fratello della vedova del re, investito del titolo da Edoardo stesso sul letto di morte e ben visto dalla nobiltà sassone. Dall’altra c’era Guglielmo, duca di Normandia, che si faceva forte di una promessa fatta alcuni anni prima durante un soggiorno in Francia, prima ancora di diventare re, sempre da Edoardo («è degno di nota il fatto che per proteggersi dai sassoni, Edoardo si fosse circondato di normanni»). Terzo incomodo era Tostig, fratello di Aroldo, conte di Northumbria, e alleato con il re norvegese Harald Hardrada, anch’egli desideroso di salire al trono d’Inghilterra. Dovendo battersi contro il fratello, Tostig si allea con i norvegesi per conquistare l’isola, mentre Guglielmo prima di tentare la conquista dell’Inghilterra gioca la carta diplomatica e incassa l’approvazione papale che «ebbe come conseguenza che un numero molto maggiore di nobili della Francia settentrionale aderì» alla sua causa. Un sostegno considerevole se si considera che «quando Guglielmo, duca di Normandia, organizza la spedizione che lo porterà ad assumere la corono d’Inghilterra dopo la battaglia di Hastings, deve ricorrere più allo spirito di conquista dei propri cavalieri che alle norme feudali; e questo per non trovarsi con un esercito che avrebbe combattuto solo per 40 giorni e comunque non fuori dai confini del Ducato».

Aroldo raffigurato nell’Arazzo di Bayeux

Il breve regno di Aroldo Aroldo viene eletto dal consiglio della nobiltà e dei capi religiosi (witan) nuovo re d’Inghilterra e deve subito fronteggiare, a luglio del 1066, il fratello Tostig e l’attacco all’isola di Wight. Per tutta l’estate si susseguono scontri di piccola entità, fino al 25 settembre, quando Aroldo sorprende e sconfigge il fratello e il re norvegese Harald Hardrada (entrambi trovano la morte sul campo di battaglia, il norvegese trafitto da una freccia alla gola) a Stamford Bridge, circa 15 chilometri a nord di York. Uno scontro durissimo nel quale perdono la vita almeno 1.000 housecarles e un numero imprecisato di fyrd. Per i norvegesi è anche peggio, tanto che il figlio di Harald giurò che non avrebbe attaccato mai più l’Inghilterra. Il re vichingo venne preso alla sprovvista dall’attacco di Aroldo e «inviò un contingente al di là del ponte, sulla riva occidentale, per avere il tempo di schierare i suoi uomini su quella orientale dietro un muro di scudi; ma gli inglesi liberarono il ponte e irruppero sulla riva opposta, lanciando un attacco che vide Harald chiudere nel modo più glorioso una vita esemplare da condottiero».

Aroldo è ancora sul campo di battaglia quando viene a conoscenza delle intenzioni di Guglielmo e gli si fa incontro con una veloce contromarcia (dopo aver coperto 320 chilometri in 5 giorni per affrontare i vichinghi, ne fece 90 in due giorni per tornare a Londra, riprendere fiato e per dirigersi contro i normanni) con tutti gli uomini disponibili, perdendone diversi per la via in quanto avevano espletato il servizio annuale, di solito 60 giorni, scaduto il quale gli uomini del fyrd potevano tornarsene a casa. Il nerbo dell’esercito sassone è costituito dagli housecarles, «esperti soldati di fanteria pesante che indossavano cotte di maglia e combattevano servendosi di asce dal manico lungo adottate dai vichinghi». Gli housecarles portavano «un elmo conico con un nasale e probabilmente un guardanuca di maglia di ferro; a protezione del corpo era portato un usbergo di maglia indossato sopra una veste imbottita. Le gambe e i piedi erano protette da stoffa imbottita legata con lacci. Lo scudo era grande e a forma di mandorla, fatto di legno coperto di cuoio indurito, spesso rinforzato da strisce di metallo, con un umbone metallico al centro, in corrispondenza dell’impugnatura interna». Appesa alla cinta portavano una spada corta, ma l’arma preferita era la battleaxe, l’ascia a due mani di origine danese «lunga oltre un metro, con la sua grande lama ricurva: un’arma spaventosa, che inflisse gravi perdite a fanti e cavalieri normanni». A supporto di queste truppe scelte serviva la milizia (fyrd, «la nazione in armi, la mobilitazione generale degli uomini liberi per la difesa, per esempio, del shire, delle coste, del borough»), cioè tutti i maschi in età militare che dovevano servire per un certo numero di giornate il re in armi. Erano pochi gli uomini del fyrd che potevano permettersi maglie di ferro, spade e scudi. Vesti imbottite e mazze erano, spesso, le uniche protezioni e armi d’offesa. Per due secoli, però, avevano difeso l’Inghilterra dalle scorrerie dei vichinghi, ma non servivano con continuità e non avevano l’addestramento degli housecarles. Seguivano truppe ausiliarie formate da contadini per le operazioni di scavo, approvvigionamento e anche di combattimento con forconi e bastoni.

Le forze in campo Aroldo poteva contare su 2.000 housecarles e 5.500 miliziani. Guglielmo aveva ai suoi ordini 2.000 cavalieri e 5.000 fanti e arcieri e balestrieri, arma che fece la sua prima comparsa sui campi di battaglia proprio ad Hastings. Altre fonti arrivano a considerare almeno in 30.000 uomini la forza d’invasione, ma appare poco credibile viste le scarse conoscenze sia in campo marittimo dei normanni e sia di logistica per l’epoca. Tanto che per la preparazione della navi da trasporto per uomini e cavalli si affidò ai maestri d’ascia bizantini. Guglielmo, alla fine, salpò verso l’Inghilterra con circa 450 navi. L’esercito normanno era costituito da vassalli di Guglielmo, mercenari e avventurieri del nord della Francia e delle Fiandre e dell’Italia meridionale. I cavalieri normanni indossavano «usberghi di maglia ad anelli simili a quelli degli housecarles, ma anche più lunghi, uniti in un unico pezzo dalla testa sino alle gambe. Le loro armi principali erano la spada e la lancia» mentre alcuni «usavano anche mazze ferrate». La fanteria combatteva con giavellotti, spade e scudi più grandi di quelli dei cavalieri, mentre gli arcieri erano spesso contadini «muniti di arco corto, efficace sino a 80-100 metri di distanza». Gli eserciti normanno e sassone, almeno sul campo di Hastings, erano equivalenti per numero e forza d’impatto nel corpo a corpo, ma gli “uomini del nord” potevano contare proprio sull’arco, arma che alla fine si rivelò la più letale, decidendo l’esito dello scontro.

Il vettovagliamento delle navi (Arazzo di Bayeux)

Guglielmo salpa dal porto di Saint Valéry-sur-Somme e sbarca sulla costa meridionale tra i castelli di Hastings e di Pevensey, per poi marciare su Londra, il 28 settembre. «La tappezzeria di Bayeux ci mostra nel 1066 l’esercito di Guglielmo il Conquistatore prepararsi alla spedizione d’Inghilterra imbarcando botti di vino, ciò che non escludeva affatto la necessità di vettovagliarsi in territorio nemico: poco dopo lo sbarco, infatti, informa la stessa fonte, la cavalleria “si affrettò verso Hastings per razziare cibo”»1 e per cercare di attirare in campo aperto Aroldo, il quale stava facendo riprendere fiato alle sue stanche truppe a Londra. Se il re sassone non fosse corso contro i normanni intenti a saccheggiare i suoi domini personali e li avesse attirati verso l’interno, lontani dalla via di fuga del mare, «le possibilità di una vittoria sassone sarebbero state ben maggiori». I due comandanti, invece, corsero incontro al proprio destino. E mentre i normanni razziavano il territorio si trovarono addosso gli uomini di Aroldo. Il re sassone sapeva di essere in inferiorità numerica e non osò attaccare, nonostante l’effetto sorpresa, decidendo di attestarsi sul crinale di una collina e facendo assumere ai suoi una formazione in linea, concava, a ranghi serrati, con gli uomini armati di asce e spade dietro gli scudi.

La posizione scelta da Aroldo era perfetta per una difesa ad oltranza. Dalla collina di Senlac si dominava tutta la valle, dove scorreva un fiumiciattolo, fiancheggiato ai lati da un terreno paludoso e accidentato e da boschi, cosa che rendeva «praticamente impossibili manovre di aggiramento» costringendo Guglielmo ad attaccare frontalmente.

Lo schema tattico della battaglia

La battaglia Quella sassone era una formazione serrata contro la quale si infransero diversi assalti normanni. La tattica militare normanna prevedeva una carica frontale da parte della cavalleria pesante, resa ancor più devastante dal perfezionamento delle staffe e dall’introduzione di una sella che bloccava il cavaliere in posizione frontale e «che permettevano al cavaliere di restare in sella quando colpiva un nemico con la pesante lancia» e rendere il colpo ancor più duro e devastante. Per poter mettere in atto questa tattica, però, Guglielmo avrebbe dovuto attirare i sassoni in campo aperto. Aroldo si guardava bene dallo scendere dalla collina, ben sapendo che l’unica possibilità di vittoria era data dal rimanere trincerati dietro la siepe di scudi e respingere gli assalti fino allo sfaldamento dell’esercito avversario. Sia Aroldo sia Guglielmo sapevano che «il pendio rendeva estremamente difficile caricare contro i sassoni con speranze di successo».

Gli uomini di Guglielmo attraversarono il terreno paludoso e si schierarono davanti a Senlac Hill «ordinati in tre divisioni: i bretoni, i franco-fiamminghi e i normanni veri e propri, che costituivano la metà dell’esercito … La distanza era meno di 150 metri in linea d’aria e il dislivello era poco più di 10 metri. I bretoni erano a sinistra, i normanni al centro e i franco-fiamminghi erano a destra, più o meno paralleli all’ala sinistra dello schieramento di Aroldo», rispettivamente sotto il comando di Alan Fergant di Bretagna, il conte Eustache de Boulogne e il siniscalco William fitz Osbern. I normanni erano schierati con gli arcieri in prima linea, i fanti alle loro spalle e con i cavalieri in terza linea, visto che la conformazione del terreno non permetteva una carica immediata.

La città di Hastings

La battaglia ebbe inizio poco dopo le nove del mattino, con i normanni che si portarono a circa centocinquanta metri dal fronte sassone e iniziarono a scagliare frecce e giavellotti contro i nemici, per poi dare l’assalto alla pavesata di scudi retta dagli housecarles che «restando fianco a fianco, in modo che i bordi si sovrapponessero fra scudo e scudo» formavano «un muro impenetrabile». Il fitto lancio di dardi non provocò l’effetto voluto «perché a causa del ripido pendio, le frecce e i dardi delle balestre finirono oltre gli inglesi o ricaddero sui loro scudi». Guglielmo decise di mandare avanti la fanteria, risalendo al ripida collina. Le truppe normanne, come riporta il cronista Guglielmo di Poitiers, furono accolte da un lancio di giavellotti, lance, sassi e tronchi, prima di poter venire a contatto con il nemico. Il rumore delle armi e del metallo colpito, schiacciato e spezzato risuonavano le voci dei combattenti: «Olicrosse (Holy Cross, Santa Croce), Godamite (God Almight, Dio Onnipotente), Ut, ut, ut, (Out, out, out, Fuori, fuori, fuori)». E una volta arrivati quasi in cima alla collina i fanti armati di spada e ascia poco poterono contro i sassoni fermi dietro gli scudi. Assalto dopo assalto venivano rigettati indietro. A quel punto la fanteria, rigettata indietro, finì contro la cavalleria normanna in attesa sul fianco sinistro, scompaginandone la formazione e creando disordine. Anche Guglielmo finì disarcionato e subito si sparse la voce della sua morte. I ranghi normanni iniziarono a sfaldarsi. Salvo ricomporsi immediatamente all’apparire del duca, che aveva compreso il pericolo, a cavallo e senza elmo per farsi riconoscere dai suoi: «Guardatemi! Sono vivo e sarò vincitore, con l’aiuto di Dio!». Aroldo non approfittò di questo momento favorevole e trattenne i suoi uomini dietro il muro di scudi, mentre alle sue spalle continuavano ad affluire gli uomini del fyrd che non avevano trovato spazio sulla collina, andando a coprire i vuoti dei caduti. Nelle fila normanne, intanto, il vescovo di Bayeux, Oddone, «aveva fatto in modo che i fuggitivi più veloci non si allontanassero troppo dallo scacchiere dello scontro e tornassero a schierarsi per combattere di nuovo». Le due ali degli eserciti avversari si erano, comunque, volatilizzate. Aroldo tentò di coprire i buchi con quegli uomini che erano rimasti nelle retrovie, ai piedi della collina. Guglielmo rinforzò il fianco con quanti soldati riuscì a recuperare fermandone la fuga.

Dopo quattro ore di scontro ferocissimo, nel corso del quale lo stesso Guglielmo si era visto uccidere tre cavalli nella mischia e aveva riportato un’ammaccatura sullo scudo a seguito di un colpo d’ascia, la situazione non era cambiata: i normanni attaccavano e i sassoni si difendevano. Guglielmo di Poitiers ricorda che «si ebbe poi un insolito tipo di combattimento con una parte che attaccava a intermittenza con tutta una serie di manovre, mentre l’altra sosteneva l’assalto restando inchiodata sul posto».

Nel fragore e nella confusione della mischia, tra scudi spezzati, elmi infranti e spada che scintillavano nell’aria incrociandosi, mentre i normanni si ritiravano dopo l’ennesimo e infruttuoso assalto, un gruppo di miliziani sassoni abbandonò le proprie fila per inseguirli. Appena arrivati in pianura si ritrovarono isolati e vennero distrutti da una carica di cavalleria. Guglielmo comprese che quello era l’unico modo di vincere la battaglia, così ricorse ad un inganno. Mandò all’attacco la fanteria e la cavalleria, ma con l’ordine di fingersi impauriti e arretrare subito dopo il primo contatto con il nemico: «questa volta furono molti di più i miliziani inglesi che cedettero alla tentazione. Forse pensarono che una carica tempestiva all’inseguimento dei normanni in ritirata avrebbe portato alla definitiva vittoria sul nemico». Il re Aroldo non riuscì a trattenere i suoi uomini. I miliziani scesero di corsa dall’altura e si lanciarono contro i fanti in ritirata. Appena furono in pianura, però, comparvero i cavalieri normanni, che avevano fatto dietrofront, e con una sola carica spazzarono via i fyrd sassoni. Per molti storici, però, si tratterebbe «di una manovra troppo complicata per un esercito medievale» e sarebbe solo un evento nella continua evoluzione del combattimento. In ogni caso si rivelò vincente per la parte normanna. Per due volte Guglielmo utilizzo questo stratagemma. Nella pianura giacevano, morti, anche Gyrth e Leofwine, i due fratelli di Aroldo, accanto allo stendardo con lo stemma del Dragone del Wessex.

La morte di Aroldo (Arazzo di Bayeux)

Aroldo e gli agguerriti housecarl, però, presidiavano ancora la cima di Senlac Hill e sloggiarli da lì sopra era impresa difficile. Guglielmo schierò nuovamente arcieri e balestrieri e fece tempestare di dardi lo schieramento avversario, dopo aver ordinato di «sollevare gli archi in modo che le frecce cadessero dall’alto scavalcando la muraglia di scudi». I sassoni erano chiusi dietro e sotto gli scudi, come una testuggine romana, ma una freccia si infilò nella fessura tra due scudi e si conficcò nell’occhio di Aroldo, ferendolo mortalmente (episodio illustrato nell’arazzo di Bayeux). Le truppe sassoni si disgregarono aprendo ampi varchi nelle loro fila. I bretoni iniziarono «a risalire sul lato occidentale del pendio e cominciarono ad aggirare l’ala destra dei sassoni»2. Eustache de Boulogne attaccò con un contingente di cavalieri dal lato orientale, stringendo i sassoni in una morsa sempre più stretta. Tanto che i miliziani rimasti si disgregarono e tentarono di fuggire gettandosi di corsa lungo la collina. Gli housecarl, invece, mantennero la posizione fino ad essere sopraffatti dai normanni. Un gruppo di combattenti era rimasto a guardia di Aroldo morente e resistette attorno allo stendardo con l’effige del “Fighting man” fin quando «vi penetrarono i cavalieri guidati da Eustache e da Guy de Ponthieu e fecero a pezzi lo sfortunato re sassone». La guardia del re era legata a lui «da un impegno personale e combatteva sotto il so vessillo dorato e ornato di pietre preziose, in cui era raffigurato un uomo nell’atto di combattere». Altre fonti riferiscono che Aroldo «sia stato ucciso da un cavaliere normanno mentre era agonizzante, un gesto per il quale l’autore fu degradato e punito da Guglielmo». L’arazzo di Bayeux mostra crudamente il campo di battaglia cosparso di cadaveri di soldati e di corpi mutilati dalle tremende asce sassoni o dai pesanti spadoni normanni. L’ultima resistenza sassone fu opposta da un gruppo di housecarl ad un chilometro dal luogo della battaglia. Trincerati dietro un fosso rinforzato con tronchi d’albero, i sassoni resistettero fino alle cinque del pomeriggio agli assalti normanni. Poi fu un massacro. Anche il prode Eustache de Boulogne, fidato di Guglielmo, morì in quell’ultimo scontro.

La spoliazione dei morti, sul fondo del particolare dell’Arazzo di Bayeux

Poi iniziarono le operazioni di spoliazione dei morti, come si vede bene «nel margine inferiore della tappezzeria di Bayeux; essa raffigura, infatti, alcuni uomini intenti a spogliare i morti delle loro armature e a raccogliere in mucchio spade e scudi custoditi da uno di loro armato di lancia, indizio quest’ultimo, che si trattava forse di una spogliazione sistematicamente organizzata». Il cadavere di Aroldo fu riconosciuto dalla donna del re sassone e consegnato alla madre «affinché gli desse sepoltura». Le fonti della battaglia di Hastings sono, però, quasi tutte di provenienza normanna ed è molto verosimile che riportino una versione cavalleresca dell’episodio, lodando il comportamento cavalleresco del duca. Confrontando altre fonti e con quanto si vede nell’arazzo di Bayeux, appare molto probabile che il corpo di Aroldo venisse smembrato e gettato in mare, o inumato sulla riva, su ordine di Guglielmo, il quale riteneva il re sassone un pagano e non degno di una sepoltura cristiana. Secondo un racconto di fonte sassone, invece, Aroldo fu sepolto nell’abbazia di Waltham, da lui fondata e sostenuta con prebende e concessioni.

Del destino dei corpi dei caduti, invece, poco si sa. Secondo la cronaca di Guglielmo di Poitiers, il Conquistatore si sarebbe comportato «in modo magnanimo verso i nemici “benché quelle vittime fossero degli uomini empi”; a sentire Guido di Amiens, al contrario, essi furono abbandonati “ai vermi, ai lupi, agli uccelli e ai cani”». Il fatto che sul luogo dello scontro non siano state trovate tracce di sepolture, anche comuni, fa propendere per quest’ultima ipotesi, cioè per un comportamento riscontrato in tanti altri campi di battaglia.

Alla fine dello scontro i normanni contarono almeno 3.000 uomini caduti. I sassoni ebbero perdite più elevate, ma non quantificate, anche se pochi tornarono alle proprie case. Guglielmo «preferì attendere rinforzi dal continente e assumere gradualmente il controllo del territorio circostante la capitale, al fine di isolarla e costringerla alla resa, invece di sottoporla ad un difficile assedio. Agì pertanto prima ad est nella zona di Canterbury, poi ad ovest fino a Winchester, impadronendosi del Wessex; quindi superò il Tamigi e risalì a nord fino a Cambridge, per entrare a Londra solo in dicembre, dopo aver raccolto la sottomissione di gran parte dei notabili del regno» e venire incoronato a Westminster a Natale.

Una volta conquistata l’intera isola «al posto di un paese sciatto e indisciplinato sorse un regno unito e compatto sotto un’autorità centrale, sicura e ereditaria». L’Inghilterra di Guglielmo e dei suoi successori «invece di diventare uno stato scandinavo di confine, l’Inghilterra divenne una forza di primo piano nello sviluppo dell’Europa occidentale, mentre il potere e l’influenza dei vichinghi finirono in secondo piano».

Umberto Maiorca

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