Il fiore di Dio

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Umbertide, nel XVI secolo era un incastellamento di 80 fuochi adagiato sulla riva destra del Tevere, dove, come ricordavano le cronache dell’epoca «si lavora benissimo di archibugi et d’armi».

Nel Museo di Santa Croce, in piazza San Francesco, si può ammirare la Deposizione dalla Croce, una suggestiva pala d’altare realizzata da Luca Signorelli nel 1516 su commissione dei membri della Confraternita dei Disciplinati, che al tempo officiavano la chiesa omonima. L’opera, considerata a lungo come uno dei capolavori della vecchiaia del pittore, costituisce un raro esempio di una pala dipinta dall’artista cortonese ancora presente nel luogo in cui fu realizzata.

La Confraternita agli inizi del XVI secolo rappresentava un centro politico, economico e sociale di notevole importanza: a Fratta e nei territori circostanti era proprietaria di diversi immobili, di una chiesa e di un ospedale: accoglieva i poveri, curava i malati, distribuiva le elemosine e forniva le doti alle ragazze delle famiglie meno abbienti. L’origine della congregazione va ricondotta al propagarsi, in tutto il territorio perugino, del movimento disciplinare legato al proselitismo di Raniero Fasani, un pio laico che nel 1260 predicava l’espiazione delle colpe attraverso la pratica della flagellazione come rievocazione della Passione di Cristo.

Il dipinto di Luca Signorelli, un olio su tavola incastonato all’interno di una elaborata macchina d’altare di gusto barocco, illustra contemporaneamente fatti accaduti in sequenza, assecondando l’inclinazione alla narrazione che è tra le cifre della pittura del grande maestro cortonese.

In alto, a sinistra, l’artista colloca le tre croci sopra un’altura che allude al Golgota. Due croci contengono ancora i corpi penzolanti dei ladroni: quella più esterna è già vuota e vi si appoggiano le scale con le quali è stato calato il corpo del Salvatore. All’estrema destra, invece, il corpo di Cristo irrigidito dalla morte viene trasportato all’interno del sepolcro. Nella parte centrale della tavola il pittore dipinge una teatrale scena di deposizione: il corpo del Salvatore, fulcro dell’intera composizione, viene calato con cura dal Legno, mentre Maddalena, i lunghi capelli biondi sciolti sopra le vesti, raccoglie il suo sangue. 

Deposizione dalla Croce, pala d’altare di Luca Signorelli. 1516. Museo di Santa Croce, Umbertide (Perugia)

San Giovanni, il discepolo che più di ogni altro amava Gesù, l’unico tra gli apostoli a essere presente ai piedi della Croce, dall’aspetto giovane secondo una consuetudine iconografica che aderisce alle Scritture, allarga il braccio destro in segno di sconforto e, come un attore su un palco guida l’attenzione di chi osserva il dipinto verso la scena del tragico martirio.

Il corpo di Cristo, scolpito dalla luce, è indagato in ogni minimo dettaglio. Luca Signorelli studiò a lungo la scena, come testimonia un bellissimo disegno a matita nera dell’artista, preparatorio al dipinto di Umbertide, oggi conservato presso la Collezione Frits Lugt di Parigi.

Luca Signorelli, Studio di Cristo deposto dalla Croce (1516). Institut Néèlandais, Fondation Custodia, Frits Lugt Collection, Parigi

Alcune considerazioni sopra certi dettagli del dipinto, insieme alle vicende relative alla sua committenza, hanno generato delle suggestioni che ci piace raccontare attribuendo però a queste idee, per onestà intellettuale, il valore di semplici riflessioni.

Una donna misteriosa

Come ricordano i Vangeli, la Vergine giace svenuta ai piedi della croce e il suo corpo è sorretto da una delle pie donne. In questo fitto brusio di dolore c’è un personaggio che cattura l’attenzione proprio perché distante da ogni concitazione: è la donna più bella, in primo piano, a sinistra del quadro, dal profilo delicatissimo e dalla posa aggraziata, con le mani raccolte. A proposito dell’identità di questa figura gli studiosi hanno avanzato proposte differenti, rimanendo però ogni volta nell’ambito della mera ipotesi per la sostanziale mancanza di indizi certi. È stato scritto per esempio che possa trattarsi di sant’Elena, madre dell’imperatore Costantino, cui si deve la scoperta della reliquia della Santa Croce. Ma questa idea è resa poco credibile dal fatto che nella bella predella sottostante la tavola principale lo stesso personaggio compare abbigliato con colori differenti; un’altra interpretazione è quella della figura allegorica, un simbolo della Santa Chiesa, coi colori delle vesti che potrebbero alludere a specifiche virtù: il bianco alla purezza della fede, il rosso alla carità, il verde alla speranza. Tutte qualità che, è stato scritto, definiscono l’ideale della vita della Chiesa. Ma anche questa interpretazione non sembra basata su elementi troppo solidi. A tutt’oggi dunque, non conosciamo con certezza l’identità della bella figura femminile.

Luca Signorelli, Deposizione dalla Croce, 1516. Particolare

Sappiamo che Luca Signorelli entrò in contatto con i committenti della Deposizione nel 1515: presso l’Archivio di Stato di Perugia si conserva ancora un atto rogato l’8 luglio di quell’anno dal notaio Berardino di Nicola di Costanzo, che ci dice che alcuni abitanti del borgo di Fratta, antico nome dell’odierna Umbertide, adunati nella chiesa di Santa Croce, nominano come propri procuratori Orsino di Giovanni e Giacomo di Arcangelo, incaricandoli di recarsi a Cortona per scendere a patti con il pittore e ricevere dallo stesso le promesse «pro pingendo per ipsum unam tabulam sive cunam» stipulandone anche l’atto di allocazione.

È facile immaginare che, una volta giunti nella città toscana, i delegati di Fratta siano stati accolti dal pittore, orgoglioso di far conoscere ai propri committenti quanto di meglio la sua città natale poteva esibire in sua rappresentanza, ovvero il capolavoro licenziato per decorare l’altare maggiore della chiesa dedicata a Margherita, la santa più cara alla devozione cortonese.

Un “compianto” come modello

Come la pala di Umbertide, la tavola di Cortona, oggi conservata presso il Museo diocesano della città toscana, illustra in un unico spazio pittorico diversi momenti della Passione di Cristo, con la scena di “compianto” in primo piano e le croci sul Golgota con la Resurrezione ai lati, più in lontananza. Che l’opera in questione possa aver fatto da modello alla tavola di Umbertide è indubbio. Spesso anche nei documenti ufficiali il fatto che una tavola dovesse essere eseguita alla maniera di un’opera già realizzata era esplicito: a tale proposito, per esempio, sappiamo che nel 1504 Luca Signorelli viene incaricato da Giovannantonio di Luca da Matelica di dipingere  «unam tabulam (…) figuris et aliis prout pinxit ac perfecit  in tabula maioris altaris eccelsie Sancte Magherite de dicta civitate Cortone».

Osservando il Compianto sul Cristo Morto, vero capolavoro di invenzione, plasticismo e cromia, ritroviamo sotto la Croce la stessa figura femminile dal profilo delicato colta in meditazione di fronte alla scena della passione di Cristo e della della Vergine dolente.

Diventa suggestivo a questo punto indagare meglio la figura della santa dedicataria della chiesa per la quale la pala di Cortona venne realizzata.

Margherita (1247 – 1297) nasce in una povera famiglia contadina a Laviano, un paesino dell’Umbria a metà strada fra le città toscane di Montepulciano e Cortona. A 18 anni scappò di casa per vivere more uxorio con Arsenio, un nobile di Montepulciano (identificato con Raniero del Pecora, dei signori di Valiano) insieme al quale condivise una vita ostentatamente sfarzosa. In questo contesto avrebbe amato mostrarsi vestita con abiti eleganti e gioielli, conducendo una vita fatta di agio e di lussi, fino a quando il compagno, dal quale aveva avuto anche un figlio, perse la vita. Dopo la morte di Arsenio, Margherita, “colpevole” di concubinato, venne rifiutata dalla famiglia d’origine. Trovò allora accoglienza e solidarietà a Cortona, dove ricevette asilo presso due nobildonne e dove si adoperò, in cambio di un ricovero per sé e per il figlio, nell’accudimento delle donne che erano in procinto di partorire.

Luca Signorelli, Compianto sul Cristo morto, tempera su tavola, 1502. Cortona, Museo Diocesano. La predella mostra quattro episodi degli eventi anteriori alla Passione: Orazione nell’orto, Ultima cena, Cattura di Cristo e Flagellazione

Da questo momento, secondo la tradizione, per lei inizia un’altra vita, tutta di penitenza e contemplazione, accanto ai poveri e ai malati bisognosi delle sue cure. Margherita riuscì ad essere ammessa al Terz’Ordine, trasferendosi in una celletta dove rimase per tredici anni. Nel frattempo, grazie alla generosità di alcuni ricchi proprietari, riuscì ad ottenere l’utilizzo di una casa che trasformò in uno “spedale” destinato a soccorrere e ospitare tutti coloro che avevano necessità di cure.

Dalle fonti sappiamo che, come appare dalle figure dall’identità misteriosa dipinte da Signorelli nella pala di Umbertide e in quella di Cortona, Margherita era di una straordinaria bellezza che la donna però subiva come una colpa terribile, al punto che dopo la conversione avrebbe voluto persino sfregiarsi il volto se il suo confessore Fra Giunta non glielo avesse impedito.

Margherita da Cortona sarà canonizzata il 16 maggio 1728 da papa Benedetto XIII; già a partire dal Cinquecento però l’immagine della santa iniziò ad essere divulgata. Nel 1515 Leone X infatti ne autorizzò il culto. È proprio questo, lo ricordiamo, l’anno in cui i delegati della confraternita di Fratta giunsero a Cortona per siglare il contratto con Luca Signorelli, accolti dunque da una città in festa per l’approvazione ufficiale della devozione alla propria cara santa.

Santa Margherita scopre il corpo del suo amante, olio su tela di Marco Benefial. XVIII sec. Ajaccio, Musée Fesch

Così, a partite dal XVI secolo, santa Margherita inizia a comparire in dipinti e affreschi che ne celebrano le virtù, la bellezza e la fede. È vero altresì che esistono immagini della santa più antiche del periodo che stiamo considerando, ma di fatto sono poco numerose e ci sembra che non abbiano contribuito a costruire un’iconografia consolidata. Fatta eccezione però per i rari esempi di dipinti che raccontano l’episodio laico del rinvenimento del corpo del compagno Arsenio, come accade per esempio nel capolavoro del pittore romano Marco Benefial, ante 1732, dove Margherita indossa un sontuoso abito rosso.

L’attributo che compare ogni volta accanto alla santa nelle opere di ogni epoca e che ricorda e celebra la devozione di Margherita  per la Passione di Gesù, è quello della croce che la santa tiene in mano e verso la quale rivolge di continuo le proprie preghiere.

Dalla Legenda de vita et miraculis beatae Margheritae de Cortona, scritta dal citato Fra Giunta , sappiamo che la santa un giorno, mentre stava meditando sui vari misteri della Passione del Salvatore sulla Croce, cade in estasi e comincia a descrivere i differenti momenti del martirio, in modo così circostanziato come se fosse lì davanti, presente ai fatti che stava raccontando.

Questa esperienza di Margherita che le fonti tramandano ci sembra straordinariamente vicina al racconto di Signorelli, a come il pittore colloca le figure femminili nella pala di Umbertide e in quella di Cortona di fronte al calvario di Cristo.

È  però pur vero che molti sono i dettagli della vita della santa che curiosamente richiamano le immagini piene di grazia dipinte da Luca Signorelli: non solo la meditazione davanti alla Croce, ma l’intero racconto sviluppato dall’artista nelle tavole di Umbertide e di Cortona sembra citare un celebre passo narrato nella Legenda, e cioè la lunga estasi già ricordata che mette la santa di Laviano di fronte ad ogni singolo, doloroso momento dei tormenti di Cristo: Margherita ripercorre e racconta in maniera lucida, tappa dopo tappa, i momenti della Passione così come fa il grande pittore nelle due tavole.

Quando la santa si trova a rivivere lo stesso strazio patito da Cristo, nella Legenda si legge che «il polso rallentava, veniva meno la parola, diventava tutta gelida»: ancora un dettaglio determinante, che coincide con un particolare della pala di Cortona, nel quale una pia donna solleva il braccio di Cristo e misura la frequenza del battito del sacro cuore prima di accertare la fine della vita terrena del Salvatore.

Anche se l’intento di Luca Signorelli in questo caso non è quello di raccontare in maniera esplicita il testo della visione mistica della santa, di certo quelle pagine molto forti da un punto di vista emotivo, avranno esercitato una grande suggestione nell’immaginario dei devoti cortonesi e anche in quello del pittore, da tempo particolarmente vicino al culto del Terz’Ordine francescano.

Lo sguardo verso la Vergine

Un altro dettaglio che attrae e commuove, in merito al personaggio della Pala di Fratta, è lo sguardo del bellissimo volto che è rivolto sì alla scena centrale ma, a essere più puntuali, sembra indirizzato verso la Vergine svenuta: le fonti antiche ci parlano non solo della devozione di Margherita verso la Croce, ma anche del suo desiderio di poter rivivere lo strazio della Madonna ai piedi del corpo morto del Figlio. Sappiamo che per Margherita il culto della Vergine Madre fu particolarmente sentito, e questo può anche richiamare il suo impegno nel voler assistere e accudire le donne vicino al parto, per il quale la santa è oggi considerata anche protettrice delle madri e delle partorienti.

A questo proposito ricordiamo inoltre che la santa fu protagonista di un episodio miracoloso, resuscitando il figlio di una povera donna disperata per la perdita della propria creatura.

Le visioni di Margherita erano davvero frequenti: durante una di queste le fu promesso di comparire, dopo la morte, di fronte al Signore coperta di una tunica intessuta d’oro: è ancora una coincidenza meravigliosa la veste preziosa raffinatamente dipinta dal Signorelli nella tavola di Cortona, così vicina alle promesse di quelle esperienze mistiche. E di oro e di vesti preziose si parla anche nei racconti della vita della santa che precedono la conversione: nella Legenda si narra infatti che «Nella città di Montepulciano [Margherita] incedeva adorna di tanti vestiti, con fermagli d’oro tra i capelli, a cavallo o a piedi, col viso dipinto, ostentando la ricchezza…».

Nella pala di Umbertide il personaggio femminile alla sinistra del dipinto è abbigliato in maniera differente, più in linea, magari, anche con quelle che potevano essere le possibilità economiche dei committenti di Fratta, per i quali l’oro avrebbe rappresentato probabilmente una spesa troppo ingente. Ma è ancora una volta emozionante l’analogia delle vesti con ulteriori dettagli della vita della santa, alla quale, durante una visione, Cristo si rivolge dicendo: «Sii bianca per innocenza, rossa per amore, perché tu sei la terza stella concessa all’Ordine del mio diletto Francesco: questi è infatti la prima nell’Ordine dei Frati Minori; Santa Chiara è la seconda nell’Ordine delle Monache; e tu la terza nell’Ordine dei Penitenti».

Il bianco e il rosso, proprio i colori della tunica e del mantello della donna in preghiera nel dipinto di Umbertide, gli stessi peraltro, della Margherita rappresentata più di duecento anni dopo da Marco Benefial. E ancora dalle fonti sappiamo che quando santa Margherita morì sarà proprio una lunga veste color porpora ad avvolgere il suo corpo prima che venga esposto in pubblico. Oggi la santa, patrona di Cortona, la città dove Signorelli nacque intorno al 1441, per i francescani rappresenta la “terza luce”, dopo San Francesco e Santa Chiara.

Abbiamo ricordato che dopo la conversione, Margherita dedicò tutta sé stessa al prossimo sofferente, edificando un piccolo ospedale dove curare malati, offrire sostegno ai poveri e fornire riparo ai pellegrini. Assieme ai devoti che piano piano si unirono alla donna, a Cortona Margherita fondò una confraternita dedicata a S. Maria della Misericordia il cui scopo era la pratica di attività assistenziale, e partecipò alla costituzione della Confraternita delle Laudi in San Francesco, con sede nella cripta scavata nel 1289 sotto la chiesa omonima.

La penitenza incessante praticata dopo la conversione e soprattutto lo spirito di carità e di assistenza con la quale la santa si mise a disposizione del prossimo, virtù per le quali è diventata patrona dei penitenti, richiamano ancora, curiosamente, il contesto della pala di Umbertide, commissionata dai Disciplinati di Santa Croce che con le compagnie assistenziali fondate da Margherita di certo condividevano lo spirito di compassione, generosità e misericordia e, nel concreto, la gestione di ospedali dedicati alle cure di poveri e malati e all’accoglienza dei pellegrini.

Non sappiamo quanto le caratteristiche delle immagini signorelliane e le vicende della santa siano davvero in relazione esplicita. E l’intento di chi scrive è quello di illustrarle unicamente come un affascinante condivisione di dettagli: certamente il pittore, che per personale, profonda devozione quando dipinse il Compianto sul Cristo morto (1502) accettò dai committenti cortonesi solo la metà della cifra pattuita, rinunciando al resto per amore di Dio, lavorò sempre con l’immagine di santa Margherita spiritualmente accanto.

«Non dubitare che e’ verranno gli Angeli da cielo [a pi]gliarti le braccia e t’aiuteranno»: così Luca Signorelli esorta Michelangelo di fronte alle difficoltà dell’impresa della tomba di Giulio II, esprimendo bene la convinzione che per lui l’arte fosse un’esperienza di idee, di tecnica e di fede.

Valentina Ricci Vitiani

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