Category Archives: Papi e chiesa

Il miracolo di Bolsena

La chiesa di Santa Cristina a Bolsena

È la tarda estate del 1263 a Bolsena, cittadina in provincia di Viterbo.

Pietro da Praga celebra la messa nella chiesa di Santa Cristina, reduce da un lunghissimo viaggio.

Era partito mesi prima dalla Boemia per recarsi in pellegrinaggio a Roma, con la speranza di placare i dubbi di fede che stanno mettendo in crisi la sua stessa vocazione.

Ormai da tempo infatti, il sacerdote è assalito da un terribile dilemma: quello sulla reale presenza di Cristo nel pane e nel vino consacrato. Non riesce a credere che, al momento della consacrazione, quel pane azzimo diventi davvero carne e quel vino rosso sia il sangue di Cristo.

Tutto sommato, Cristo stesso ha detto “fate questo in memoria di me”. L’eucarestia, dunque, non è altro che una commemorazione e il pane e il vino sono memoria dell’ultima cena, segno di comunione cristiana, solo un simbolo del corpo e del sangue di Cristo. È quanto, in fondo, sostengono illustri teologi come Berengario da Tours e moltissimi cristiani. Come possono essere materialmente carne e sangue? Se così fosse non sarebbe allora quasi un atto di deifagia? Non era forse – quella di cannibalismo – proprio una delle principali calunnie rivolte contro i primi cristiani?

Il miracolo di Bolsena in una miniatura medievale

Pietro celebrava la messa ogni giorno, tra le sue mani il pane e il vino consacrati. E vedeva, ogni giorno, che si trattava proprio di pane e vino, non di carne e sangue. Come poteva, dunque, credere per fede il contrario di ciò che i suoi occhi e le sue mani gli dicevano ogni santo giorno?

Erano ormai mesi che era roso da questo dilemma e per questo motivo aveva deciso di recarsi in pellegrinaggio sulla tomba dell’Apostolo. Aveva passato intere giornate in preghiera, penitenza e meditazione nella basilica di San Pietro. E finalmente, fugato ogni dubbio sul sacramento, con l’animo rinfrancato il sacerdote si era messo sulla via del ritorno.

Sulla via Cassia, Pietro si ferma a pernottare nella chiesa di Santa Cristina. Il ricordo della martire, la cui fede non aveva vacillato di fronte all’estremo sacrificio, ha però turbato nuovamente il sacerdote, che il giorno dopo decide di celebrare la messa in quella stessa chiesa.

Sta per arrivare il momento della consacrazione e Pietro è invaso nuovamente dall’incertezza su quello che sta facendo. Prega intensamente la santa perché interceda presso Dio. Poi consacra l’ostia, recita la preghiera liturgica e la spezza.

In quel momento sente il pane tra le sue mani diventare un pezzo di carne, da cui comincia a stillare sangue. Impaurito e confuso, cerca di nascondere ai presenti quello che sta succedendo. Conclude in fretta la celebrazione e avvolge tutto nel corporale di lino usato per la purificazione del calice, che si macchia subito di sangue, poi fugge letteralmente in sacrestia. Durante il tragitto alcune gocce cadono sul marmo del pavimento e sui gradini dell’altare.

Il miracolo di Bolsena affrescato da Ugolino di Prete Ilario (1357-1364) nella cappella del Corporale del duomo di Orvieto

Subito dopo Pietro si dirige a Orvieto, dove si trova in quel momento Urbano IV. Ottiene di essere ricevuto in udienza e gli racconta tutto.

Il papa, per verificare l’accaduto e recuperare le reliquie, invia a Bolsena il vescovo di Orvieto Giacomo, accompagnato, secondo la tradizione, dal teologo domenicano Tommaso d’Aquino e dal francescano Bonaventura da Bagnoregio.

Tra l’esultanza generale, il vescovo torna dal papa con le reliquie del miracolo, che vengono mostrate al popolo dei fedeli e deposte nel sacrario della Cattedrale di Santa Maria.

Il Reliquiario del Corporale di Bolsena, gioiello di oreficeria medievale in oro, argento e smalto traslucido realizzato dal senese Ugolino di Vieri tra il 1337 e il 1338 e conservato nel duomo di Orvieto (a destra, il particolare della resurrezione)

Dopo il clamoroso miracolo il papa viene di fatto costretto ad ascoltare le richieste che ormai da vent’anni arrivano da Ligi, dove la beata Giuliana ha convinto il suo vescovo nel 1247 ad istituire una festa in onore del Santissimo Sacramento. Non passa quindi un anno dal miracolo che il papa – l’8 settembre 1264 – con la bolla Transiturus de hoc mundo istituisce la Solennità del Corpus Domini, che tutta la Chiesa celebrerà il giovedì dopo l’ottava di Pentecoste.

Ostia e corporale non torneranno mai più a Bolsena e per custodirli sarà edificato – a partire dal 1290 – il Duomo di Orvieto.

In particolare, Ugolino da Vieri realizzerà nel 1338 il Reliquiario del Corporale di Bolsena, che sarà inserito a sua volta in un’apposita cappella inaugurata nel 1363. Sarà lo stesso Tommaso d’Aquino invece, a preparare i testi per la liturgia delle ore e per la messa della festività.

Le quattro lastre di marmo macchiate di sangue saranno invece collocate, nel 1704, all’interno della cappella nuova del miracolo a Bolsena e una quinta lastra sarà donata, nel 1574, alla parrocchia di Porchiano del Monte, nell’amerino.

In realtà, quello della transustansazione diventerà un vero e proprio dogma solo con il Concilio di Trento nel 1551. Mentre la comunità scientifica dibatte ancora oggi sull’autenticità del miracolo, senza che la Chiesa abbia mai autorizzato un’analisi sulle reliquie.

Arnaldo Casali

Read More

Il gran rifiuto di Celestino V

Celestino V, nato Pietro Angelerio (o secondo alcuni Angeleri), detto Pietro da Morrone e venerato come Pietro Celestino (Molise, fra il 1209 ed il 1215 – Fumone, 19 maggio 1296), fu il 192º papa della Chiesa cattolica dal 29 agosto al 13 dicembre 1294

“Finalmente avremo un papa che crede in Dio”.

Con queste parole Ignazio Silone fa commentare a un popolano l’elezione di papa Celestino V in L’avventura di un povero cristiano, opera teatrale pubblicata nel 1968 e dedicata a quello che è conosciuto come il papa “del gran rifiuto” per la citazione (assai poco benevola) che Dante ne fa nella Divina Commedia.

In realtà papa Celestino – morto il 19 maggio del 1296 – fu tutt’altro che vile: la chiesa lo ha proclamato santo il 5 maggio del 1313 e gli studiosi non sono neppure concordi sul fatto che l’Alighieri si riferisca proprio a lui.

Pietro Angelerio, nato all’inizio del XIII secolo in Abruzzo, aveva passato gran parte della vita come eremita sul monte Morrone, dove aveva fondato un ordine monastico e si era guadagnato fama di santità. Nel 1294 aveva inviato un messaggio ai dodici cardinali riuniti in conclave a Perugia per eleggere il successore di Niccolò IV, primo papa francescano, che era morto ormai da due anni.

È Latino Malabranca ad avere l’idea di scegliere proprio Pietro e i cardinali concordano perché il monaco abruzzese rappresenta una soluzione “neutra” al conflitto che contrappone le grandi famiglie romane. Inoltre, sono convinti che un monaco totalmente inesperto di politica sarà molto più facile da gestire.

Celestino viene eletto il 5 luglio 1294 e la notizia suscita stupore e speranza in tutto il mondo cristiano: l’arrivo sul trono di Pietro di un eremita con fama di santità sembra compiere la profezia di Gioachino da Fiore sull’avvento dell’Età dello Spirito.

“In realtà l’elezione di Pier del Morrone non rappresentò la vittoria della chiesa spirituale sulla chiesa carnale – commenta Paolo Golinelli in Il papa contadino – se così fosse altre figure sarebbero emerse, ben più vigorose, pensiamo solo ad Angelo Clareno”.

Celestino V (probabile) in un affresco della chiesa di Santa Maria Assunta ad Assergi, poco lontano da L’Aquila

Se Raoul Manselli ed Edith Pàsztor parlano di “irruzione del soprannaturale nella storia”, secondo Golinelli “siamo di fronte semmai all’irruzione dell’insicurezza, in quella fine di secolo tanto travagliata, e dell’affacciarsi della stanchezza dopo 27 mesi di conclave, sedi diversi e molteplici traversie, anche politiche e militari, per l’oggettiva difficoltà di mantenere il dominio dello Stato Pontificio in quelle circostanze”.

L’eremita ha 84 anni, ed è un personaggio che evidentemente si ritiene di poter manipolare facilmente. E che in ogni caso non darà fastidio: il suo sarà un pontificato di tregua e di breve durata. Il classico papato “di transizione”.

Jacopone da Todi, invece, da smaliziato francescano spirituale quale è, ha già intuito i retroscena della “miracolosa” elezione, e mette in guardia il nuovo papa scrivendogli una lauda che più che un biglietto di auguri appare come una lettera di condoglianze:

“Que farai, Pier da Morrone? Sei venuto al paragone. Vederimo êl lavorato, che en cell’ài contemplato. S’el mondo de te è ’ngannato, séquita maledezzone”.

Il poeta continua con parole durissime verso i cardinali che hanno eletto il santo eremita: “L’ordine del cardelanato posto è en basso stato, ciaschedun suo parentato d’arricchire ha intenzione”. Profeticamente, Jacopone aggiunge: “Guardati dal barattare, che in ner per bianco fan vendàre, se non te sai ben schermire canterai mala canzone”.

Se Dante lo accuserà di viltà per la rinuncia, Jacopone – al contrario – lo commisera proprio per aver accettato:

“Grann’eo n’ abi en te cordoglio co’ t’escìo de bocca: «Voglio», ché t’ài posto iogo en collo, che tt’è tua dannazione”.

Celestino decide però di dare subito un segnale forte: partendo alla volta di Roma per l’incoronazione, non fa sellare un cavallo ma un asino.

“Udendo ciò i re e i cardinali, che se la godevano su bellissimi cavalli e palafreni, ammirarono la sua grande umiltà ma cercarono di dissuaderlo” racconta Tommaso da Sulmona. Celestino, per niente convinto, segue il suo proposito e accompagnato da una grandissima folla arriva a L’Aquila il 25 luglio. Il nuovo papa si trova già tra due fuochi: i cardinali vogliono che li raggiunga a Perugia, lui vorrebbe andare a Roma, Carlo d’Angiò re di Napoli, invece, insiste perché resti a L’Aquila. Il motivo ufficiale è che fa troppo caldo e il papa è troppo vecchio per affrontare un viaggio così lungo. Ma la verità è che il sovrano, che dopo tanti conflitti con la Chiesa si è ritrovato ad avere un papa nel suo regno, non ha nessuna intenzione di fargli raggiungere lo Stato pontificio. Celestino, legatissimo a L’Aquila, dove lui stesso ha fondato la basilica di Collemaggio, è propenso a seguire il parere di Carlo. Si cerca quindi una soluzione di compromesso: i cardinali propongono di organizzare l’incoronazione a Rieti, che è più vicina ma già nello Stato della Chiesa, ma alla fine è il re ad averla vinta.

Carlo d’Angio (1226-1285) incoronato da Clemente IV

“Purtroppo Celestino V si mostrò fin dall’inizio creatura di Carlo lo Zoppo – commenta Golinelli – che faceva quanto il sovrano gli diceva. Da parte sua il re fece di tutto per legare a sé il papa, anche col vincolo della gratitudine e dell’amicizia”. Non a caso, quando ad agosto muore Latino Malabranca, Celestino lo sostituisce con la nomina a cardinale decano dell’unico francese del collegio.

Il 15 agosto avviene la vestizione e la scelta del nome, mentre il 29 agosto è il momento dell’incoronazione, che raccoglie una folla di 200mila persone. Al termine della cerimonia il papa sale su un cavallo bianco e percorre le vie della città, seguito da una lunga processione. L’eremita sembra aver già iniziato ad adeguarsi al fasto mondano.

Come segretario, Celestino sceglie un laico – Bartolomeo da Capua – e il primo settembre 1294 nomina 12 cardinali, in gran parte ispirati da Carlo II: sette sono francesi e cinque italiani, cinque benedettini tutti legati agli angioini e fra essi persino uomini della cancelleria del re di Napoli, mentre due sono monaci celestini: Francesco D’Atri e Tommaso di Ocre. Il papa angelico, d’altra parte, non si fa problemi a privilegiare apertamente il suo ordine: con la bolla del 27 settembre, priva completamente i vescovi della giurisdizione su monasteri e monaci celestini e arriva persino a nominare un morronese come abate di Montecassino, trasferendo l’abate precedente a Marsiglia e generando sempre più malcontento tra i benedettini tradizionali.

Il 29 settembre firma la bolla con cui istituisce la Perdonanza di L’Aquila: “Noi che nel giorno della decollazione del capo di san Giovanni nella chiesa di Santa Maria di Collemaggio dell’ordine di San Benedetto, ricevemmo l’insegna del diadema impostoci sul capo, desideriamo che quella chiesa si elevi ad onori speciali! Tutti coloro che saranno veramente pentiti dei peccati confessati, che dai vespri della vigilia della festa fino ai vespri immediatamente seguenti la festa stessa ogni anno entreranno nella predetta chiesa per la misericordia di Dio onnipotente e confidando nell’autorità dei santi Pietro e Paolo, assolviamo da ogni colpa e pena che meriterebbero per i loro delitti e per tutte le cose commesse sin dal battesimo”.

Il 6 ottobre il papa, scortato da Carlo II, lascia L’Aquila: vorrebbe raggiungere Roma, ma finisce per seguire il re a Napoli, e si fa costruire una cella in legno all’interno della stessa reggia. Il pontefice appare ormai come prigioniero del sovrano angioino e il paradosso è doppio: non solo il vicario di Cristo è ostaggio di un sovrano laico, ma uno stesso re – quale il papa è – finisce per essere “ospite permanente” di un sovrano confinante.

Le spoglie di Celestino V sono conservate nella basilica di Santa Maria di Collemaggio a L’Aquila. Dopo la ricognizione canonica del 2013, la maschera in cera che copriva il volto del papa è stata sostituita con una in argento

Da Napoli, Celestino continua a emanare decreti: se di molti non è l’ispiratore, di alcuni non è probabilmente nemmeno a conoscenza. “Celestino compiva le azioni di un uomo santo, poiché non si era allontanato dell’innocenza della vita precedente per essere divenuto pontefice – scrive il contemporaneo Tolomeo Fiadoni da Lucca – tuttavia veniva raggirato dai suoi funzionari in ordine ai privilegi che concedeva, dei quali egli non poteva aver notizia sia per la debolezza della vecchiaia, sia per l’inesperienza di governo intorno alle frodi e alle malizie umane nelle quali i curiali sono particolarmente esperti”.

Il papa incontra anche diverse e umilianti difficoltà pratiche: a cominciare dalla poca dimestichezza con il latino, usato in tutti i documenti ma anche nelle cerimonie ufficiali. Tra i ghigni della corte reale e il sarcasmo della curia papale, il pontefice chiede che ogni atto da firmare gli venga tradotto in volgare e che anche nei concistori si possa evitare di parlare in latino.

Ma Celestino non è uno sprovveduto: nella sua vita ha fondato decine di monasteri ed è a capo di un ordine grande e influente. Capisce benissimo che sta perdendo sempre di più il controllo della situazione, ma non ha la forza di reagire e si trova ormai in un cul de sac, sotto scacco di un sovrano potente e di una curia sempre più alla deriva. Proprio questa consapevolezza fa maturare in lui l’idea di dimettersi dal pontificato e tornare a fare l’eremita.

Una parte, in questa decisione, la riveste senza dubbio il cardinale Benedetto Caetani, consulente giuridico del papa sul quale – divenuto suo successore – sarebbe caduta una leggenda nera che vuole lo cospiratore e manipolatore dell’anziano pontefice.

Le dicerie diffuse dai nemici di Bonifacio VIII vogliono addirittura che, come in un film tragicomico, Caetani avrebbe fatto udire di notte a Celestino voci che – grazie all’utilizzo di canne o strani marchingegni – sembravano provenire dall’aldilà e suggerivano al papa la rinuncia al pontificato.

Carlo non ha però nessuna intenzione di farsi sfuggire il papato dalle mani, e quando il papa inizia a valutare l’ipotesi delle dimissioni, lui sparge la voce e poi organizza una solenne processione per convincerlo di quanta stima goda e con quanta forza il popolo lo voglia al suo posto. La processione, descritta da Tolomeo Fiadoni – giunge alla reggia di Castelnuovo: i fedeli chiamano a gran voce il papa e uno dei vescovi alla guida della processione chiede udienza per invocare il pontefice a nome del re e di tutti i presenti di non lasciare il papato. Celestino si affaccia a una finestra accompagnato da tre vescovi e impartisce la benedizione apostolica. Un altro vescovo, da dentro, risponde tranquillizzando la folla. Il papa, perplesso, si ritira nella sua cella mentre il popolo canta il Te Deum.

“Egli è sempre lontano, raggiungibile solo per interposta persona – commenta Golinelli – chiuso nell’eremo, oltre un muro, oltre una grata. Quella è l’immagine più significativa di quest’uomo separato, diverso, lontano dalle persone comuni, incapace di seguirne i piccoli vizi, l’ambizione, la vanità, anche soltanto quel poco di egocentrismo che non può mancare in un personaggio pubblico”.

“Lo deridano pure coloro che lo videro – scriverà Petrarca – per loro il povero spregiatore delle ricchezze e la sua santa povertà apparivano vili di fronte al fulgore dell’oro e della porpora. A noi sia concesso di ammirare quest’uomo e di considerare una disgrazia il non averlo potuto conoscere personalmente”.

Dopo aver cercato di affidare a tre cardinali la reggenza della Chiesa, riservandosi solo un ruolo formale di rappresentanza, e aver ricevuto un rifiuto, Celestino inizia a cercare dei precedenti canonici che legittimino le sue dimissioni, sostenuto nell’opera dall’onnipresente Caetani.

Il 13 dicembre 1294 riunisce il concistoro dei cardinali. Sedutosi sul trono impone il silenzio, poi prende la pergamena e legge l’atto di rinuncia.

Bonifacio VIII indice il giubileo del 1300, Giotto, San Giovanni in Laterano, Roma

“Io Papa Celestino V, spinto da legittime ragioni, per umiltà e debolezza del mio corpo e la malignità del mondo, al fine di recuperare con la consolazione della vita di prima, la tranquillità perduta, abbandono liberamente e spontaneamente il Pontificato e rinuncio espressamente al trono, alla dignità, all’onere e all’onore che esso comporta, dando sin da questo momento al sacro Collegio dei Cardinali la facoltà di scegliere e provvedere, secondo le leggi canoniche, di un pastore la Chiesa Universale”.

Poi scende dal trono e depone a terra l’anello, e la corona e il manto pontificale, e si siede lui stesso a terra. Infine celebra la messa.

Nove giorni dopo, a Napoli si riunisce il nuovo conclave: in un primo momento punta su Matteo Rosso Orsini, che però rifiuta. La figura più opportuna appare allora proprio Benedetto Caetani: quello che si era opposto alle interferenze di Carlo II a Perugia e che aveva gestito la rinuncia di Celestino.

Il 24 dicembre 1294 il conclave elegge dunque Caetani, che prende il nome di Bonifacio VIII. Il 17 gennaio il nuovo pontefice entra trionfalmente a Roma e viene incoronato nella cattedrale di San Giovanni in Laterano. L’8 aprile Bonifacio annulla con un solo atto – Olim Celestinus – tutti i provvedimenti del suo predecessore.

Da parte sua, Celestino, appena appresa l’elezione del nuovo papa va a rendergli omaggio, poi chiede di essere confessato da lui, infine di poter tornare al suo eremo. Bonifacio però rifiuta e gli ordina di seguirlo in Campania. “Se non è mai facile succedere a dei santi, lo è tanto meno quando questi sono ancora vivi e restano punti di riferimento per chi li ha sempre seguiti”. Bonifacio non può lasciarsi sfuggire un uomo che potrebbe coagulare intorno a sé i suoi avversari e tornare a riprendersi il papato. I precedenti nella storia delle Chiesa, d’altra parte non mancano.

L’eremo in località Badia (Sulmona), sulle pendici del Monte Morrone

Celestino, che pensava di essersi liberato e capisce che finirà prigioniero, si dà alla fuga e torna al suo eremo. Agli inviati del nuovo papa che lo trovano, chiede di essere lasciato in pace e finire i giorni nella solitudine, promettendo che non rivolgerà la parola ad altri che ai suoi due fidatissimi compagni che lo hanno seguito. Bonifacio, lo sa benissimo, non accetterà mai di avere il suo predecessore-rivale libero. Quindi, prima che i messi papali possano tornare per catturarlo, fugge nuovamente e resta nascosto in una grotta per un paio di mesi. Quando le acque si sono calmate, si mette in cammino verso il Gargano. Arrivato in Puglia, si prepara ad attraversare il mare travestito da pellegrino per raggiungere la Grecia, dove spera di essere finalmente al sicuro. Il destino, però, non lo aiuta. Dio lo vuole a Roma e il suo piccolo vascello, al primo vento contrario, viene risospinto a riva. Ad attenderlo trova le guardie mandate dal capitano della città, che ha già avvertito il papa. Un vero e proprio calvario fatto di insulti e umiliazioni aspetta l’ex papa. Angelo Clareno scrive che, trasferito a Monte Sant’Angelo, i frati minori chiedono di avere udienza presso di lui, ma non appena sono introdotti alla sua presenza cominciano a inveire contro il vecchio monaco “con ogni sorta di affronti e villanie”.

La tomba di Celestino V nella Basilica di Santa Maria di Collemaggio (L’Aquila) prima del terremoto del 2009

Bonifacio lo fa trasferire di notte e di nascosto ad Anagni – sua città natale – in una casetta vicino al palazzo di famiglia del pontefice. Celestino chiede ancora una volta di poter tornare alla sua cella e Bonifacio si consiglia con i cardinali: “Se papa Celestino tornerà a casa, tu non sarai mai davvero papa” gli rispondono. Nell’estate del 1295 Pier Celestino viene così trasferito nella rocca di Castel Fumone, nel cuore della Ciociaria. La cella è così stretta che il santo, nel celebrare la messa al mattino, mette i piedi dove li aveva tenuti la notte per dormire. Ma non si lamenta. In fondo ci è abituato.

L’ex papa passa tutto l’autunno e l’inverno senza un letto decente, un materasso, un cuscino, un sacco di piume con cui coprirsi, ma solo una tavola di legno con un tappeto e una coperta sottile.

Nel frattempo le dimissioni del papa angelico e l’elezione di quello che sarà definito addirittura “L’anticristo” stanno generando una sommossa popolare, aizzata dai nemici di Bonifacio e dai francescani spirituali, che accusano di simonia il nuovo papa e dichiarano la sua elezione illegittima aprendo le porte ad un nuovo scisma.

“Egli ammalato giaceva così su una tavola: quello invece, al quale aveva lasciato il papato, come un dio dormiva su letti d’oro e di porpora, e costui giaceva malato sulla durezza del legno nudo!” commenta Tommaso da Sulmona.

Pietro Celestino muore la sera di sabato 19 maggio 1296 mentre dice la compieta, e in particolare subito dopo aver pronunciato – con un tenue filo di voce – la frase “Ogni spirito lodi il signore”.

Secondo alcune fonti, al momento della sua morte compare una croce luminosa e i primi ad accorgersene sono i soldati che fanno la guardia. “Un globo di fuoco, rotondo come una palla, che a poco a poco cominciò ad allontanarsi e a diminuire l’intensità della sua luce sino a ridursi a una piccola croce del colore dell’oro e così rimase per lungo tempo, finché svanì ai loro occhi” racconta Tommaso.

Il 21 maggio viene celebrato il funerale nella chiesa di Sant’Antonio, poco lontano dal paese di Ferentino, a una decina di chilometri dal castello di Fumone. Da parte sua, Bonifacio VIII provvede a celebrare a San Pietro solenni esequie insieme ad altri cardinali. “Quasi un Te Deum di ringraziamento, viene da pensare, per una dipartita tanto attesa quanto prolungatasi nel tempo”.

Subito si comincia a parlare di guarigioni miracolose avvenute presso la sua tomba. Ma perché si apra il processo di canonizzazione, bisognerà aspettare la morte di Bonifacio VIII.

Nel 1307 Filippo il bello cercherà di far riconoscere il martirio di Celestino, sostenendo la versione dell’omicidio in carcere con un chiodo conficcato nella fronte. Una versione sostenuta dai tanti nemici di Bonifacio e che troverà riscontri scientifici quando il corpo verrà riesumato: sul cranio è presente infatti un foro corrispondente a quello producibile da un chiodo di dieci centimetri. Solo nel 2013 un’ulteriore analisi stabilirà che quel foro è stato inferto al cranio molti anni dopo la sua morte. È stato, quindi, la conseguenza della diceria sull’omicidio, e non la causa.

Il 5 maggio 1313 da Avignone, Clemente V – che sta cercando di ricucire i rapporti tra Vaticano e Regno di Francia, mantenendo un equilibrio tra le due fazioni – proclama finalmente santo Pietro dal Morrone. Non è il papa, però, ad essere canonizzato, ma l’eremita.

Celestino tornerà nella sua basilica solo nel 1327. Nel 2009 papa Benedetto XVI, facendo visita a L’Aquila pochi giorni dopo il terremoto, donerà il suo pallio al predecessore. E, quattro anni dopo, ne seguirà l’esempio con le clamorose dimissioni.

Arnaldo Casali

Read More

Giovenale, il santo medico venuto dall’Africa

Fosse arrivato oggi, San Giovenale probabilmente sarebbe ancora detenuto in qualche centro di identificazione, in attesa di essere espulso. O peggio, potrebbe essere finito in fondo al mare, a condividere la sorte di tanti altri africani saliti su un barcone per cercare di raggiungere l’Italia.

Invece Giovenale l’africano, vissuto nel IV secolo, non solo riuscì ad approdare nella penisola, ma entrò quasi subito nella cerchia del potentissimo papa Damaso.

Il Trittico di San Giovenale, dipinto a tempera e oro su tavola di Masaccio datato 23 aprile 1422 e conservato nel Museo Masaccio a Cascia di Reggello (Fi). Si tratta della prima opera attribuita a Masaccio, nonché del più antico saggio conosciuto in pittura di uso della prospettiva geometrica rinascimentale. San Giovenale è ritratto a destra in abito vescovile e con il libro aperto al Salmo 110. Accanto a lui, Sant’Antonio Abate. La scelta di San Giovenale è legata al luogo a cui il Trittico era destinato. Fu dipinto per la piccola chiesa di campagna di San Giovenale, minuscolo borgo a 2 km circa da Reggello, dove è rimasto per secoli, fino alla sua scoperta, nel 1961

Figlio di un portoghese e cresciuto a servizio della chiesa di San Lorenzo a Roma, Damaso era stato eletto papa da una fazione di romani contrapposta a quella che – contemporaneamente – aveva eletto Ursino. I due papi si erano scontrati in una vera e propria battaglia che aveva contato 137 morti e da cui era uscito vincitore Damaso, senza – peraltro – che il prefetto di Roma intervenisse minimamente.

“Non c’è da stupirsi, se si considera lo splendore della città di Roma – racconta lo storico pagano Ammiano Marcellino – che un premio tanto ambito accendesse l’ambizione di uomini maliziosi, determinando lotte feroci e ostinate. Infatti, una volta raggiunto quel posto, si gode in santa pace una fortuna garantita dalle donazioni delle matrone, si va in giro su di un cocchio elegantemente vestiti e si partecipa a banchetti con un lusso superiore a quello imperiale”.

Papa Damaso I (ca. 305-384) – Tavola dipinta (Maestro di Montefloscoli, prima metà del sec. XIV) conservata nel Museo Diocesano di Santo Stefano al Ponte (Firenze)

Nonostante fosse molto discusso sul piano personale, Damaso è di fatto il primo papa ad avere giurisdizione su tutta la Chiesa: il sinodo di Antiochia del 378 stabilirà infatti la legittimità di un vescovo solo se riconosciuto tale da quello di Roma e il vescovo Ambrogio di Milano conierà, per l’occasione, la formula “Dove è Pietro, là è la Chiesa”.

Mecenate, fece costruire molte opere di arredo liturgico (tra cui un battistero a San Pietro), affidò a San Girolamo la traduzione della Bibbia in latino e sarà il primo papa ad assumere il titolo di “Pontefice Massimo” dopo la riununcia ad esso da parte dell’imperatore.

È lui a ordinare vescovo Giovenale e a mandarlo in Umbria a fondare la diocesi di Narni, città che ancora oggi lo onora ogni anno con 18 giorni di festeggiamenti – dal 21 aprile al 18 maggio – e la celebre “Corsa all’anello”.

In realtà poco altro si sa della vita di questo misterioso personaggio, se non che si trattava di un medico o – più probabilmente – di un taumaturgo che si era fatto conoscere e apprezzare operando guarigioni.

Giovenale arriva nel 359 in una terra già in gran parte evangelizzata, ma non ancora gerarchicamente strutturata.

La tradizione vuole che san Pietro in persona avrebbe affidato a un suo discepolo – Brizio – la predicazione in Umbria. Brizio, di cui rimane traccia in diversi toponimi (tra cui un paesino nello spoletino e la stessa Cattedrale di Spoleto), sarebbe giunto nella regione nel 97 percorrendola in lungo e in largo ma lasciandola sostanzialmente priva di una vera e propria struttura pastorale.

La vicina Terni avrebbe avuto il suo primo vescovo solo nel 145 con Sant’Antimo, e dopo il suo trasferimento a Spoleto nel 165, sarebbero passati trent’anni prima dell’elezione di un successore, San Valentino. Amelia deve aspettare addirittura fino al 344 per avere il suo primo vescovo: Ondulfo. Quando il medico africano arriva a Narni, tuttavia, né Terni né Amelia hanno un vescovo e stanno vivendo una lungo periodo di sede vacante.

D’altra parte per tutto l’alto Medioevo il cristianesimo in Umbria sarà frammentario e avvolto nella nebbia della leggenda. Secondo la tradizione, tuttavia, dopo diciotto anni di episcopato a Narni, Giovenale muore martire sulla via Nomentana, insieme a Evenzio, Alessandro e Teodulo.

La più antica fonte sul santo si trova nel codice Bernese del Martirologio Geronimiano, ma anche san Gregorio Magno ricorda il vescovo africano nei Dialoghi e nelle Homilie in Evangelium qualificandolo come martire, anche se questo non significa necessariamente che Giovenale sia morto a causa della sua fede. Gregorio assegna infatti il titolo di “martire” anche a vescovi che non sono stati uccisi. Il papa ricorda anche il sepolcro di Giovenale esistente a Narni.

La cattedrale di San Giovenale a Narni (Tr). La costruzione, contigua all’oratorio che accolse le spoglie del santo, venne avviata nell’anno 1047 e la consacrazione avvenne, ad opera del Papa Eugenio III, nell’anno 1145

Del santo abbiamo inoltre una Vita scritta dopo il VII secolo e considerata non molto attendibile sotto il profilo storico, dove si sostiene che il patrono sia stato sepolto alla Porta superiore della città sulla via Flaminia, il 7 agosto. Nonostante ciò la festa viene celebrata il 3 maggio. L’agiografo non gli dà il titolo di martire ma quello di confessore, che spetta ai santi che hanno subito la persecuzione romana senza però essere uccisi. D’altra parte nel 376 il cristianesimo era stato legalizzato già da sessant’anni e appena quattro anni dopo l’imperatore Teodosio ne avrebbe fatto la religione di Stato. Quindi ben difficilmente Giovenale può essere stato vittima di una persecuzione contro i cristiani, anche se non si potrebbe escludere un agguato da parte di fanatici pagani o un conflitto interno alla stessa comunità cristiana.

Il sepolcro di Giovenale, su cui fu costruito un oratorio attribuito al suo successore Massimo, fu molto onorato nell’antichità e si conserva ancora oggi nella Cattedrale di Narni. Nel secolo X il corpo del patrono viene trafugato insieme a quello dei santi Cassio e Fausta e trasportato a Lucca, ma in seguito viene restituito a Narni.

Ancora oggi, però, Giovenale è contesto tra varie diocesi: Fossano, appartenente alla provincia di Cuneo, lo venera come suo protettore, rivendicando le reliquie che – peraltro – potrebbero essere quelle di un altro santo dello stesso nome, piuttosto diffuso all’epoca.

Tra i successori più importanti di Giovenale c’è San Cassio, che con il primo vescovo condivide la citazione sui Dialoghi di Gregorio Magno ma anche il titolo della Cattedrale di Narni, costruita nel 1145. Cassio fu l’ottavo vescovo di Narni, dopo Giovanale, Massimo (376-416), Pancrazio (416- 455), Ercole (455-470), Vitaliano (499-533) e Procolo.

Eletto nel 436 – riferisce San Gregorio – “ogni giorno offriva a Dio il sacrificio di riconciliazione, effondendosi in lacrime e tutto quello che aveva dava in elemosina: infine, nel giorno in cui si celebra la solennità degli Apostoli, per la quale tutti gli anni era solito recarsi a Roma, dopo aver celebrato la messa nella sua città e distribuito a tutti il corpo di Cristo, fece ritorno al signore”. Cassio morì nel 558 e il suo successore fu – significativamente – un vescovo chiamato Giovenale II.

Read More

La papessa

La papessa partorisce durante una processione (miniatura del 1450)

Habemus Papam. L’eletto, ancora tremante, ancora incredulo, riceve l’omaggio deferente di tutti i suoi confratelli. Si inginocchiano, gli baciano l’anello. Poi lo accompagnano in processione nella sala del trono, dove lo fanno accomodare su una sedia di porfido rosso, che al posto del cuscino ha un grande buco.

A questo punto uno dei più giovani presenti si avvicina, si inginocchia, mette una mano sotto la sedia e prende a palpare i testicoli e la verga del nuovo papa. Poi grida a gran voce: “Ha il pene e i testicoli!” e tutti rispondono: “Sia lodato il Signore!”. Quindi si procede finalmente alla gioiosa consacrazione del papa eletto.

Non sarà proprio il massimo, come cerimonia, infilare le mani dentro le mutande del vicario di Cristo. Ma d’altra parte la Chiesa non può permettersi un altro papa donna.

Quello che era successo il giorno di Pasqua dell’anno 858 durante la solenne processione per le vie di Roma, era stato davvero imbarazzante.

Papa Giovanni VIII aveva celebrato la messa solenne a San Pietro e stava tornando in pompa magna a San Giovanni in Laterano, sede del vescovo di Roma. La folla festante gli si era stretta intorno ma giunti all’altezza della basilica di San Clemente il cavallo che portava il papa, spaventato dalla ressa, si era imbizzarrito provocando al pontefice le doglie.

E così la processione si era fermata perché il papa doveva partorire. Un bel maschietto, peraltro, peccato che subito dopo la papessa smascherata era stata legata per i piedi allo stesso cavallo, che l’aveva trascinata per tutta Roma; poi era stata lapidata a Ripa Grande e infine fatta a pezzi. I suoi resti erano stati sepolti nella stessa strada della tragedia, dove nessuna processione papale sarebbe mai più passata. Al suo posto sarebbe stato eletto Benedetto III, che avrebbe avuto grande cura di cancellare ogni memoria dell’unico papa donna della storia della Chiesa.

Cattedra porphyretica. Insieme alla sedia stercoraria, restò in uso fino alla elezione di Leone X, nel 1513

“E ‘allora st’antra ssedia sce fu mmessa / pe ttastà ssotto ar zito de le vojje / si er pontefisce sii Papa o Ppapessa” scrive Giuseppe Gioachino Belli.

Ma come era arrivata quest’antesignana di Lady Oscar sul trono più alto del mondo?

Secondo la leggenda, Giovanna era nata in Inghilterra ma il padre l’aveva fatta educare in Germania, a Magonza. Travestita da uomo, era riuscita ad entrare in un monastero in Grecia con il nome di Giovanni Anglico e arrivata a Roma aveva insegnato e scalato la carriera ecclesiastica accanto a papa Leone IV alla cui morte – nell’855 – era stata eletta con il nome di Giovanni VIII.

In realtà il vero Giovanni VIII (morto, peraltro assassinato) avrebbe regnato vent’anni dopo – dall’872 all’882 – e nessuna papessa Giovanna è mai esistita.

Eppure la popolarità raggiunta dalla leggenda fu tanta che nessuno – fino al XVI secolo – ha messo in dubbio la sua veridicità, divenuta uno dei temi più cari alla polemica protestante. Anche se proprio un protestante – il pastore David Blondel – sarà il primo a smentirla categoricamente alla metà del Seicento.

D’altra parte se il periodo cronologico del presunto regno di Giovanna è in realtà totalmente coperto da papa Benedetto, la sedia “a ciambella” in porfido effettivamente utilizzata dai pontefici risale a molti secoli prima: si tratta, infatti, di troni romani – probabilmente degli antichi “water” o sedie usate per il parto dalle imperatrici – che i papi già in età costantiniana avevano utilizzato per sottolineare la loro continuità con il potere romano. Non si trattava quindi di uno strumento per presunti test di virilità, ma un segno tangibile di quel potere che aveva indotto i papi ad assumere il titolo di “Pontefice massimo”, un tempo attributo degli imperatori.

La prima testimonianza della leggenda risale al 1240 e oggi si ritiene che sia nata come satira antipapale in ambienti vicini all’imperatore Federico II di Svevia (entrato in conflitto con il papato tanto da essere scomunicato). Eppure la sua diffusione fu tale che la papessa – oltre ad essere immortalata nei tarocchi – viene citata anche da personaggi autorevoli come Guglielmo di Ockham e Giovanni Boccaccio ed è stata inserita persino in elenchi ufficiali dei papi come quello del Duomo di Siena, dove figurano 171 busti tra cui quello del “finto” Giovanni VIII.

D’altra parte le leggende non nascono mai dal nulla e di materiale su cui ricamare la chiesa altomedievale ne aveva offerto a sufficienza: se Giovanna Anglica non è mai esistita, la Chiesa cattolica ha avuto davvero una sua papessa, altrettanto determinata ma assai più potente, spregiudicata e disinibita di quella leggendaria.

È Marozia, la regina della pornocrazia romana. È dell’epoca in cui è ambientata la leggenda e senza bisogno di spacciarsi per un uomo ha comandato la Chiesa per due decenni. E se papa, formalmente, non lo è mai stata, dei papi è stata amante, madre e nonna. Due di questi, tra l’altro, si chiamavano proprio Giovanni.

Bella, affascinante e spregiudicata, anche se analfabeta Marozia riesce a tenere le redini di Roma e della Chiesa cattolica per più di vent’anni tra amanti, matrimoni, amicizie, alleanze, intrighi e guerre.

Diventata ad appena quindici anni amante e poi concubina di papa Sergio III, si sposa per ben tre volte e sempre per accordi politici: la prima volta nel 909 con Alberico di Spoleto; poi, rimasta vedova, con Guido marchese di Toscana, nemico di papa Giovanni X. Con il marito Marozia assalta il Laterano, fa imprigionare e deporre il vescovo di Roma e pilota l’elezione dei tre papi successivi, l’ultimo nei quali – nel 931 – è suo figlio Giovanni XI.

Di carattere debole e remissivo, Giovanni – che diventa papa a 21 anni – è totalmente succube della madre, che si stabilisce nello stesso palazzo del Laterano e governa direttamente la Chiesa, mentre il figlio non prende una sola iniziativa.

Nel 932 Giovanni celebra il terzo matrimonio della madre, questa volta con il re d’Italia Ugo di Provenza, il quale però entra subito in conflitto con un altro figlio di Marozia – Alberico – che verrà schiaffeggiato dal neo patrigno proprio durante la festa di nozze.

Raffigurazione del parto della papessa Giovanna nella pubblicazione di Heinrich Steinhöwel (1474, Ulm)

Alberico sposerà Alda, figlia di Ugo e si vendicherà instaurando una nuova signoria su Roma. Caccerà il suocero da Roma, arresterà la madre e confinerà in Laterano il fratellastro, destinato a trascorrere anche gli ultimi anni senza fare praticamente nulla.

L’unico atto degno di nota di Giovanni XI resta il privilegio, assegnato all’abate di Cluny, di poter aggregare altri monasteri e porre l’intero ordine sotto la diretta dipendenza del papa, togliendoli dunque dalla giurisdizione dei vescovi. Un privilegio tale che gli abati di Cluny diventeranno – nel corso del Medioevo – potenti quanto i sovrani.

La leggenda della papessa non fa altro, dunque, che trasfigurare il pontificato formale di Giovanni XI controllato da Marozia, che avvenne realmente un’ottantina di anni dopo quello presunto di Giovanna.

A tenere viva la leggenda, d’altra parte, c’è anche l’estrema confusione che regna attorno al nome Giovanni, il più utilizzato nella storia della Chiesa e nel Medioevo. Una confusione tale da lasciare un posto vacante: la cronologia dei papi passa infatti – per un errore di conteggio – da Giovanni XIX (discendente della stessa Marozia) a Giovanni XXI.

Giovanni XX, dunque, è un papa fantasma mai esistito. O forse, chissà, Giovanna era proprio lui.

Arnaldo Casali

Read More

Papa contro papa

I centri abitati intorno al lago Albano, tra i quali c’è Marino, sono noti come Castelli Romani dal XIV secolo. Infatti, durante il periodo in cui la sede papale si spostò ad Avignone, molti romani preferirono all’Urbe la protezione delle fortezze che alcune famiglie feudali avevano costruito in quel territorio

Lo vedi, ecco Marino. Ma non è vino, quello che scorre tra le valli: è sangue. Sangue cattolico, sangue fratello, sangue pontificio.

È il 30 aprile 1379 quando nel castello romano le truppe di papa Urbano VI sconfiggono quelle di papa Clemente VII, costringendolo a fuggire ad Avignone.

Tutto era cominciato un anno prima: il 28 marzo 1378 era morto Gregorio XI, l’ultimo papa francese, che aveva finalmente riportato a Roma il papato dopo quasi 80 anni di latitanza e scelto come sede San Pietro in Vaticano anziché il vecchio Laterano.

La sua scomparsa aveva gettato nella frenesia il popolo romano: il papa era tornato da appena un anno e non avevano alcuna intenzione di permettere al suo successore di tornare ad Avignone. Un timore molto fondato, peraltro, visto che la maggior parte del collegio cardinalizio era formato da francesi che si erano opposti strenuamente al trasferimento. Così, all’inizio del Conclave, il corteo dei prelati che sfilava a San Pietro era stato accolto dalle grida “lo volemo romano o almanco italiano!”.

Intimoriti dalle pressioni del popolo e terrorizzati da una possibile rivolta, i cardinali anziché eleggere il loro leader – Roberto da Ginevra, vescovo di Arles – avevano concentrato i voti sul napoletano Bartolomeo da Prignano, arcivescovo di Bari.

Urbano VI, al secolo Bartolomeo Prignano (1318 ca – 1389)

Bartolomeo sembrava un ottimo compromesso tra l’opzione francese e quella italiana perché proveniva dal Regno di Napoli: era italiano ma suddito degli angioini. Quindi, per certi versi, più francese che romano.

Per i francesi, d’altra parte, poteva apparire un ottimo segnale il fatto che Bartolomeo avesse scelto il nome Urbano VI. In qualche modo, aveva reso omaggio al predecessore di Gregorio, il francese Urbano V che aveva riportato in Italia il pontificato per tre anni. Salvo poi tornarsene ad Avignone.

L’idillio però era durato poco. Anche a causa del pessimo carattere del nuovo papa, insopportabile e privo di qualsiasi forma di diplomazia, tanto da guadagnarsi il soprannome di “Inurbano VI”.

Così, i cardinali bretoni presidiavano Castel Sant’Angelo e si rifiutavano di cedere il castello al papa, che si era arroccato a Tivoli con l’appoggio dei romani. I cardinali francesi invece, si erano ritirati ad Anagni dove, con l’appoggio dei Caetani (nemici del pontefice) e di alcune milizie straniere, avevano iniziato una vera e propria guerra contro Urbano.

Il 16 luglio 1378 i filo-papalini erano stati sconfitti dai bretoni nella battaglia di ponte Salario, in cui erano morti 500 uomini, e gli abitanti della capitale si erano vendicati con una sorta di “Vespri romani” e avevano massacrato ogni straniero presente nell’Urbe.

Il 6 agosto i tre cardinali italiani fedeli a Urbano si erano incontrati a Palestrina con i delegati dei 13 prelati francesi dissidenti, che avevano contestato la validità dell’elezione a causa delle pressioni subite dai cardinali riuniti in conclave.

Il 20 settembre 1378 nel Duomo di Fondi i cardinali francesi (che restavano la maggioranza) avevano dunque proceduto ad nuovo Conclave, scegliendo proprio Roberto di Ginevra, eletto con il nome di Clemente VII.

Era iniziato lo Scisma d’Occidente, che avrebbe lacerato la Chiesa cattolica per più di quarant’anni. Le obbedienze, che per decenni divisero la Chiesa in due e spartirono sovrani europei, diocesi, ordini religiosi, università e persino santi e predicatori, per il momento erano soprattutto di carattere politico e militare.

Urbano VI, oltre che dai romani, era appoggiato dalle milizie mercenarie italiane guidate da Alberico da Barbiano e Galeazzo Pepoli. I Caetani e gli Orsini, invece, sostenevano Clemente VII.

I miliziani francesi si erano accampati a Ciampino (dove ancora oggi esistono le “Mura dei Francesi” e il “Casale dei Francesi”). Poi però, con l’avanzata delle truppe di Alberico da Barbiano, si erano ritirati verso Marino, retta da Giordano Orsini.

Il 30 aprile 1379, dunque, le truppe si trovano faccia a faccia nella stretta vallata sotto le mura del castello: i bretoni accampati sotto Marino, gli italiani su Colle Cimino. Alberico divide la sua compagnia in due schiere: una al suo comando e l’altra affidata a Galeazzo Pepoli. L’esercito bretone, invece, si divide in tre schiere. Sono i bretoni i primi ad attaccare: si lanciano contro l’esercito di Alberico e riescono a penetrare le prime linee. La fanteria di seconda linea, però, respinge l’attacco grazie all’abilità dei balestrieri romani. Poi Alberico conduce in battaglia i suoi mercenari e ottiene una rapida vittoria sulla seconda schiera bretone. Sarà però lo scontro con la terza schiera il più lungo e decisivo per la vittoria. Che arriva in serata, quando le riserve della cavalleria pontificia riescono a prendere al fianco i bretoni. Alcuni dei soldati di Clemente VII cadono in battaglia, altri vengono presi prigionieri e portati a Roma dove, lo stesso giorno, si arrende anche Castel Sant’Angelo.

Urbano ha vinto. Ma questo non basterà a scongiurare lo Scisma che si è affacciato.

Gregorovius, nella sua Storia della Città di Roma nel Medioevo, commenta: “Per la prima volta le armi nazionali vinsero le compagnie di ladroni stranieri; l’Italia si destò alla fine dal suo letargo, sicché da quella giornata di Marino si può dire che cominci l’era di una nuova milizia italiana e di una nuova arte di guerra”.

Alberico da Barbiano rientra a Roma trionfalmente e ottiene da Urbano VI uno stendardo con scritto in caratteri d’oro “L’Italia dai barbari liberata”.

Marino cade in mano a Giacomo Orsini, figlio di Giordano e nemico del padre, il 2 giugno 1379, e Giordano fugge a Torre Astura dal nipote Onorato Caetani. Anche Rocca di Papa e Cisterna cadono in mano alle truppe di Urbano VI e Clemente VII si vede costretto a darsi alla fuga. Si fermerà a Napoli, ospite degli angioini.

La pace dell’antipapa, però, dura poco: il popolo napoletano insorge costringendolo a scappare a Gaeta e da lì in Francia. È il ritorno del pontefice ad Avignone ad aprire ufficialmente la lacerazione più lunga e difficile della storia della Chiesa, che sarebbe stata ricomposta solo quarant’anni dopo. A Costanza, nel 1417.

Arnaldo Casali

Read More

Un diavolo di papa

Ottone I incontra Giovanni XII, Laboratorio di Diebold Lauber, 1450

Morire a 27 anni dopo una vita di eccessi: se sei una rockstar entri di diritto nel club di Brian Jones, Jimi Hendrix, Janis Joplin, Jim Morrison, Kurt Cobain e Amy Winehouse. Ma se sei il papa la cosa è un tantino più disdicevole. Tanto più se sei morto ammazzato da un oste a cui hai castigato la moglie.

Ma che ci vuoi fare, son ragazzi e Ottaviano dei conti di Tuscolo, quando diventa papa, ha appena diciotto anni e come tutti gli enfant prodige è un po’ destabilizzato dal prematuro successo e dal potere, che finisce a dover gestire in un ambientino tutt’altro che raccomandabile.

D’altra parte, se come nonnina il destino ti ha regalato la famigerata Marozia, regina della pornocrazia vaticana, il minimo che ti puoi aspettare è una vita all’insegna di sesso, vino, caccia, gioco e guerra.

Come il suo più illustre predecessore Gregorio Magno anche Ottaviano viene da una famiglia romana ricca e potente e prima della carriera ecclesiastica ha intrapreso quella politica. Con una piccolissima differenza: se Gregorio aveva speso tutte le sue ricchezze e il suo potere per aiutare i poveri e sostenere la pace nella sua città e l’Italia intera, Ottaviano alla preghiera e ai poveri preferisce le donne e la guerra.

Fare il papa, comunque, gli piace: gli piace così tanto che si sceglie pure un nome d’arte: Giovanni XII. E dopo di lui quasi tutti i suoi successori lo imiteranno.

È proprio Ottaviano, infatti, a introdurre l’uso dei pontefici di cambiarsi nome: fino ad allora tutti i vescovi di Roma avevano mantenuto il nome di battesimo, compresi gli undici papi che prima di lui si erano chiamati Giovanni. Con l’unica eccezione di Giovanni II, papa dal 533 al 534, che in realtà si chiamava Mercurio. Nel suo caso però, la scelta fu dettata da motivi squisitamente religiosi: non riteneva opportuno, dopo la conversione, continuare a portare un nome tanto pagano come quello del messaggero degli dei.

Dopo Giovanni XII, invece, tutti i papi cambieranno nome al momento dell’elezione. Il suo peraltro, sarà quello più utilizzato dai romani pontefici e conterà – tra gli altri – un antipapa in seguito disconosciuto (Giovanni XVI), un discendente dello stesso Ottaviano (Giovanni XIX) e ben due Giovanni XXIII: il primo (che peraltro condividerà con Ottaviano la passione per le donne e per la guerra) sarà terzo incomodo tra due papi – quello romano e quello avignonese – e in realtà non godrà mai, visto che la sua elezione non risolverà lo Scisma d’occidente e appena cinque anni dopo la salita al soglio verrà deposto. Pur essendo riconosciuto da Martino V come suo predecessore, però, diventerà ufficialmente “antipapa” quando Angelo Giuseppe Roncalli, nel 1958, sceglierà il suo stesso nome rinnegandolo così definitivamente.

Un altro primato di Giovanni XII è quello di essere stato papa per ben due volte; primato condiviso, peraltro, con il suo successore (e predecessore) Leone VIII.

“Il papa è ancora un ragazzo – dice di lui l’imperatore Ottone – e si modererà solo con l’esempio di uomini nobili”. Esempio che, evidentemente, stenterà a trovare per tutta la vita.

Papa Giovanni XII, disegno tratto da Bartolomeo Sacchi detto il Platina, Vite De’ Pontefici, a cura di Onofrio Panvinio, per i tipografi Turrini, e Brigonci, Venezia 1663

Nato a Roma nel 937, suo padre è Alberico, principe di Roma e figlio di Marozia. È stato proprio lui a mettere fine al ventennio che aveva visto Marozia padrona assoluta di Roma e della Chiesa, cacciando dalla capitale il suo terzo marito – il re d’Italia Ugo di Provenza – e privando suo fratello papa Giovanni XI di ogni forma di potere temporale. Alberico ha sposato la sorellastra Alda, figlia di primo letto di Ugo di Provenza, che ha messo al mondo Ottaviano, cresciuto nel palazzo di famiglia in via Lata circondato dall’aristocrazia romana.

Il padre aveva immaginato per il figlio un futuro da suo successore come signore di Roma ma visto che l’unico potere che si contrappone a quello del principe è quello del papa, Alberico ha pensato bene che la cosa migliore sia che suo figlio diventi entrambi.

“Alberico si rendeva conto che la separazione del potere temporale da quello spirituale non sarebbe durata a lungo – spiega Claudio Rendina in “I papi – storia e segreti” – temeva l’intervento di Ottone I che già aveva messo in mostra le sue aspirazioni imperiali. Riponeva ogni estrema speranza nel figlio, affinché almeno il dominio su Roma restasse legato alla sua famiglia”.

Fa quindi giurare alla nobiltà e al clero di Roma che dopo la morte di Agapito II eleggeranno papa suo figlio.

Nell’agosto 954 Alberico muore e Ottaviano gli succede come principe di Roma, mentre l’anno dopo – quando scompare Agapito – il giovane, come promesso, diventa papa all’età di diciotto anni e senza aver avuto alcuna formazione religiosa.

Ordinato il 16 dicembre 955, Ottaviano – pur diventato Giovanni – non cambia le sue abitudini mondane mentre si lancia in campagne militari che puntano a recuperare i terreni dello Stato della Chiesa persi dopo lo smembramento dell’impero carolingio.

Intanto il re Berengario governa l’Italia su nomina imperiale e dopo essersi dovuto umiliare per ottenerla si sta prendendo una dura rivincita su quei feudatari che non lo avevano appoggiato nei confronti dell’imperatore.

Se il padre aveva portato avanti una politica saggia ed equilibrata, Giovanni nel 957 attacca Sigulfo di Benevento e Pandolfo di Capua, ma viene sconfitto sonoramente ed è costretto a trattare una resa umiliante. Si volge dunque alla Romagna bizantina e attacca Berengario cercando di allearsi con Ottone di Sassonia re di Germania, che promette di proseguire l’opera di Carlo Magno e dei suoi successori ergendosi a difensore della Sede Apostolica.

Morte di Papa Giovanni XII, Franco Mistrali (1861)

Il 2 febbraio 962 Giovanni incorona imperatore Ottone, che il giorno dopo si impegna a restituire al pontefice i territori che Pipino il Breve e Carlo Magno gli avevano donato ma poi i Re d’Italia avevano sottratto. Giovanni XII, da parte sua, impegna Roma alla fedeltà all’impero. Al tempo stesso, però, viene concordato che l’elezione del papa – pur essendo effettuata da clero e popolo romano – deve essere approvata dall’imperatore. Questo potere di veto verrà rivendicato dall’imperatore fino al 1903 e solo Pio X lo abolirà ufficialmente.

Giovanni però, non fa attendere troppo il tradimento: preoccupato dell’egemonia di Ottone in Italia nel 963 tratta con Adalberto, il figlio di Berengario, che sta organizzando una resistenza a nord di Verona e prende contatti addirittura con i musulmani e con i potentati dell’Italia meridionale – in pratica con tutti i vecchi nemici – per contrastare l’avanzata imperiale. Ottone reagisce invadendo l’Italia e i territori pontifici e il 2 ottobre entra a Roma, ma Giovanni è già fuggito chiudendosi prima nel castello di Tivoli, poi riparando in Corsica.

A Roma l’imperatore convoca un Concilio nel corso del quale Giovanni XII viene condannato in contumacia per alto tradimento e deposto.

“Allora, alzandosi il cardinale presbitero Pietro, testimoniò di averlo visto celebrare messa senza essersi comunicato. Giovanni, vescovo di Narni, e il cardinale diacono Giovanni, giurarono di averlo visto ordinare un diacono nelle scuderie, non in momenti consoni – racconta Liutprando, vescovo di Cremona e collaboratore di Ottone, in De rebus gestis Ottonis magni Imperatoris – Il cardinale diacono Benedetto, con altri diaconi e presbiteri, dissero di sapere che consacrò vescovi dietro pagamento, e che ordinò un bambino di dieci anni come vescovo di Todi. Dissero che non fosse necessario venire a conoscenza del sacrilegio, poiché più vedendo che ascoltando potremmo sapere. Dissero dell’adulterio che non vedevano con gli occhi, ma che sapevano con esatta certezza, cioè che ci fosse stato l’abuso della vedova di Raniero, della concubina del padre Stefania e della vedova Anna con sua nipote, e che avesse ridotto il sacro palazzo del Laterano alla stregua di un lupanare e di un postribolo. Dissero che si fosse dedicato pubblicamente alla caccia; che avesse accecato il suo padre spirituale Benedetto, che presto fosse morto; che avesse ucciso il cardinale subdiacono Giovanni, dopo averlo castrato; testimoniarono che avesse suscitato incendi, che avesse cinto la spada e che avesse indossato l’elmo e la corazza. Tanto i chierici quanto i laici tutti proclamarono che avesse brindato al Diavolo. Dissero che al gioco dei dadi avesse invocato l’aiuto di Giove, Venere e di altri demoni. Testimoniarono che non avesse celebrato i mattutini e le ore canoniche, né di essersi fatto il segno della croce”.

“Abbiamo sentito dire che voi volete fare un altro papa – scrive Giovanni in una minacciosa lettera – se fate ciò, vi scomunico in nome di Dio Onnipotente, affinché non abbiate alcun permesso di ordinare e di celebrare l’eucarestia”.

L’interno della basilica di San Giovanni in Laterano, dove è tumulato Giovanni XII

Il messaggio viene del tutto ignorato dai padri conciliari. Così, dopo averlo invitato a fare atto di sottomissione, Ottone e i prelati lo dichiarano decaduto dal pontificato. Lo stesso imperatore impone come successore il laico Leone VIII, suo segretario e capo della cancelleria del Laterano, che papa Giovanni aveva inviato in precedenza da Ottone proprio per fermare l’invasione italiana.

Uomo onesto e mite, Leone è percepito però come uomo dell’imperatore e quindi inviso al popolo romano, che – istigato da Giovanni – gli si rivolta contro appena Ottone lascia la città. Leone è costretto alla fuga. Nel febbraio 964 Giovanni rientra trionfalmente a Roma e convoca un nuovo concilio che dichiara nullo il processo che lo aveva condannato, depone Leone e elegge Ottaviano di nuovo papa.

Ai sostenitori di Leone vengono tagliati la mano destra o il naso, la lingua e le dita. Non solo: i vescovi che hanno ordinato il papa-nemico vengono spogliati degli ordini sacri e condannati.

Appena tre mesi dopo però, il 14 maggio 964, Giovanni viene sorpreso dall’oste della taverna in cui alloggia a letto con sua moglie Stefanetta. Così, il marito tradito, in un impeto d’ira, scaraventa il papa fuori dalla finestra.

Chiamati ad eleggere un nuovo pontefice, i romani scelgono allora il cardinale Benedetto: uno degli accusatori di Giovanni al concilio, che però resta in carica però solo un mese. Infatti, subito dopo, Ottone rientra a Roma e impone nuovamente come papa Leone VIII. Benedetto sceglie di dimettersi volontariamente e si prostra a Leone che gli spezza il pastorale e gli toglie l’ordine, non solo dell’episcopato ma anche del presbiteriato, lasciandolo soltanto diacono. Benedetto ripartirà con lo stesso Ottone e si stabilirà in Germania, dove morirà nel 966 in fama di santità.

Giovanni invece rimane in coma per otto giorni, poi muore e viene sepolto a San Giovanni in Laterano. Lascerà un ricordo tutt’altro che onorevole.

Il Liber Pontificalis lo liquida così: “Giovanni fu, in breve, scelleratissimo, poiché fu il peggiore, e trascorse tutta la sua vita nell’adulterio e nella vanità”.

Arnaldo Casali

Read More

L’elezione di Gregorio VII

Gregorio VII (1020/25-1085) ritratto in una miniatura del secolo XI

Ildebrando di Sovana, eletto papa il 22 aprile 1073 con il nome di Gregorio VII, scrisse la storia della Chiesa ben prima di salire sul soglio di Pietro. Combatté eresie, elaborò riforme moralizzatrici e orientò anche la stessa elezione e il pontificato dei suoi predecessori.

Ildebrando Aldobrandeschi era nato nel piccolo borgo toscano in provincia di Grosseto, intorno al 1020. A differenza dei suoi “colleghi” non veniva da una stirpe ricca e potente ma da un’umile famiglia. Dotato di grande intelligenza, temperamento energico e spiccato senso politico, si era fatto notare ben presto a Roma.

Ancora giovanissimo era entrato nel monastero di Santa Maria sull’Aventino dove suo zio era abate, dimostrando una forte personalità e ansia di rinnovamento per una Chiesa che appariva ormai completamente allo sbando. “La cupidigia – lamentava san Pier Damiani – domina tutti e li fa schiavi. Il mondo presente non è che una fogna di invidie e di laidezze. Se le guide vengono a cadere, se la condotta dei preti è più perniciosa di quella dei laici, facilmente e fatalmente chi la seguirà cadrà dietro a loro”.

D’altra parte ormai, dai tempi della pornocrazia della “papessa” Marozia il trono di Pietro ha perso qualsiasi dimensione spirituale ed è diventato oggetto di scontri tra le grandi famiglie romane. Basti pensare che Teofilatto dei conti di Tuscolo – discendente di Marozia – diventa papa, con il nome di Benedetto IX, per ben tre volte. La prima nel 1032, quando ha appena 12 anni. Nel 1045, la sua condotta licenziosa e riprovevole ha talmente esasperato gli animi dei romani da suscitare una sommossa popolare. Istigata dai Crescenzi, nemici storici dei conti di Tuscolo, la rivolta porterà alla deposizione di Benedetto IX e alla elezione di di Silvestro III, detronizzato a sua volta dopo 50 giorni di pontificato dallo stesso Benedetto. Il quale, dopo soli 20 giorni, decide però di vendere il titolo a suo cugino Giovanni dei Graziani, che assume il nome di Gregorio VI.

A dispetto della modalità con cui ha assunto il potere, Giovanni è un ecclesiastico molto virtuoso e, scandalizzato dal comportamento del cugino, gli ha offerto una grossa somma di denaro in cambio delle dimissioni, d’accordo con il clero romano e con il preciso obiettivo di riportare la moralità sul trono di Pietro.

Insomma, per una volta si è trattato di “simonia a fin di bene”, attuata per debellare lo scandalo e lo scempio che papa Benedetto stava facendo della sede di San Pietro. Non a caso, se l’elezione di Gregorio suscita il plauso di Pier Damiani (“finalmente la colomba era tornata all’arca con il ramo d’ulivo”) come suo cappellano il nuovo papa sceglie proprio l’irreprensibile Ildebrando di Soana.

Enrico III, detto il Nero, in una miniatura del secolo XI

Ma al Sinodo di Sutri, convocato il primo maggio 1045 su richiesta dell’imperatore Enrico III, il papa confessa pubblicamente, “in buona fede e semplicità”, di aver comprato il soglio dal predecessore. Sarà costretto ad abdicare ed esiliato in Germania e passerà il resto dei suoi giorni nel monastero di Cluny, con il fedele Ildebrando.

Dopo la morte dell’ex papa nel 1047, il giovane monaco toscano prosegue gli studi a Colonia ed entra in contatto con i circoli più vivi della riforma ecclesiastica, dove conosce anche Brunone Egisheim-Dagsburg, parente dello stesso imperatore e vescovo di Toul.

Intanto proprio un tedesco – Suitgero dei signori di Morseleben e Hornburg – è diventato papa con il nome di Clemente II.

Per svincolare il potere papale dalle nefaste influenze delle famiglie patrizie romane, Clemente stabilisce che l’elezione al soglio pontificio dovrà partire da una designazione imperiale. È come passare dalla brace alla padella. Una “padella” che i successori di Clemente lotteranno a lungo per abbandonare.

Nel 1047 il papa accompagna l’imperatore in Germania e qui muore lasciando campo libero ai Conti di Tuscolo, che impongono ancora una volta il redivivo Benedetto IX. Anche in questo frangente, il tre volte papa si lascia convincere a dimettersi da un santo uomo,Bartolomeo, abate di Grottaferrata. Stavolta, però, senza soldi ma con un sincero pentimento. E una morte che – a scanso di equivoci – lo coglie poco dopo le dimissioni.

La successione non si rivela semplice: Aliardo, vescovo di Lione – segnalato da Enrico III – rifiuta. Accetta Poppone, vescovo di Brixten, con il nome di Damaso II, che morirà di febbre malarica dopo appena 23 giorni di pontificato.

Enrico allora, decide di convocare “in casa” – a Worms – un congresso di principi e di vescovi e fa eleggere Brunone, suo stretto collaboratore ma anche prelato intransigente e promotore dell’indipendenza del potere spirituale da quello temporale.

Leone IX in una immagine della Collectio leonina (sec. XI), biblioteca municipale di Berna

Brunone mostra subito di che pasta è fatto accettando l’incarico solo a condizione che ad eleggerlo siano – formalmente – il popolo e il clero romano. Chiama al suo fianco Ildebrando e insieme partono il giorno di Natale a piedi, vestiti come semplici pellegrini, alla volta di Roma, dove arrivano nel febbraio del 1049. “Sarei felice di ripartire se la mia elezione non fosse approvata dal vostro consenso unanime” dice Brunone al clero romano riunito, che lo incorona con il nome di Leone IX.

Il futuro santo inizia un’opera di moralizzazione dell’ambiente ecclesiastico lottando contro la simonia e il concubinaggio, percorrendo l’Europa in lungo e in largo, convocando ovunque sinodi e richiamando tutti alla disciplina e alla rettitudine. Impone il celibato ai preti e organizza un esercito per combattere i Normanni, che in Italia meridionale hanno sottratto territori alla Chiesa e si sono abbandonati al saccheggio di parrocchie e monasteri. Conduce personalmente le truppe pontificie, tanto da essere sconfitto e fatto prigioniero nel 1053. Intanto ha mandato Ildebrando in Francia per dirimere la controversia sulla natura dell’eucarestia, suscitata dal teologo Berengario di Tours. Berengario nega infatti che durante la messa il pane e il vino diventino effettivamente corpo e sangue di cristo (la cosiddetta “transustansazione”) e afferma che ne sono solo il simbolo. La sua tesi viene condannata a Vercelli nel 1050 e a Parigi nel 1051, anche se la transustansazione diventerà un dogma di fede solo nel 1215.

Nel frattempo i rapporti con il patriarca di Costantinopoli sono ormai ai ferri corti. Ildebrando è ancora in Francia e il papa deve mandare l’assai meno diplomatico Umberto da Silvacandida, che fallirà miseramente la missione. Ormai lo scisma d’Oriente è imminente e Leone non potrà fare nulla per scongiurare la spaccatura tra Chiesa cattolica e Chiesa ortodossa, perché morirà proprio durante le trattative.

Per discutere la successione con l’imperatore, i romani mandano in Germania l’inossidabile Ildebrando e, dopo un anno, la scelta cade su Geberardo dei conti di Dollstein-Hirschberg. Come Leone, anche lui è parente di Enrico III, del quale è stato anche il cancelliere. Assumerà il nome di Vittore III, dopo il consenso del popolo di Roma chiesto da Ildebrando.

Vittore III (Desiderius di Montecassino)

Con l’aiuto di Ildebrando, suo fidato consigliere, Vittore inizia una vasta azione di riforme delle istituzioni, dei conventi e del clero continuando l’opera di Leone IX. L’obiettivo rimane sempre lo stesso: debellare la piaga della simonia e del concubinaggio, ma al tempo stesso anche limitare l’influenza dell’imperatore sulle questioni ecclesiastiche, a cominciare dall’elezione dello stesso papa, per il quale l’ex cancelliere rivendica ampia autonomia.

Vittore affida proprio a Ildebrando la riforma della Curia, e per sottrarla all’interferenza laica tanto delle famiglie romane quanto dell’imperatore, potenzia il ruolo dei dignitari del clero romano: diaconi, preti e vescovi detti “cardinali”, perché cardini della Diocesi di Roma.

Si vede già all’orizzonte la lotta per le investiture, ma i rapporti tra i due vertici d’Europa sono ancora ottimi: è proprio Vittore, infatti, ad assistere in punto di morte l’imperatore Enrico III, dal quale riceve in affidamento il piccolo Enrico IV.

Dopo la morte di Vittore i romani eleggono Federico di Lorena, che diventa papa Stefano IX senza alcuna designazione né approvazione imperiale. Il nuovo papa manda in Germania Ildebrando non solo per ottenere la benevolenza dell’imperatrice Agnese, ma anche per combattere il traffico delle dignità e delle cariche ecclesiastiche in terra tedesca. Quando il nostro torna a Roma, però, trova un altro pontefice: Stefano è morto nel 1058 e nonostante al capezzale abbia fatto giurare all’abate di Cluny Ugo e a tutti i cardinali presenti che non avrebbero eletto il suo successore prima del ritorno di Ildebrando, i nobili romani insediano velocemente Giovanni Mincio (ovvero “minchione”), della famigerata famiglia dei conti di Tuscolo e nipote di Benedetto IX, al quale rende omaggio scegliendo il nome di Benedetto X.

Contro l’eletto si solleva subito buona parte del cardinalato. Lo stesso san Pier Damiani, che in quanto vescovo di Ostia deve procedere alla consacrazione, si rifiuta definendolo un ignorante. È proprio Ildebrando, tornato dalla Germania, a prendere in mano la situazione: con una coalizione ecclesiastica e politica, il 18 aprile 1058 elegge Gerardo di Chevron e qualche mese dopo depone e scomunica Benedetto, facendone un antipapa.

Niccolò II, nato Gerard de Bourgogne (Chevron, 980 circa – Firenze, 27 luglio 1061), fu papa della Chiesa cattolica dal 24 gennaio 1059 alla sua morte.

Il nuovo pontefice, Niccolò II – coadiuvato da Pier Damiani e, ovviamente, da Ildebrando – continua la riforma della Chiesa: proibisce ancora una volta ai preti di prendere moglie e intima a chi ce l’ha di abbandonarla pena il decadimento, combatte strenuamente ogni forma di simonia e non tollera l’investitura dei vescovi da parte dei laici senza l’autorizzazione papale.

Ma la più importante riforma di Niccolò è quella che istituisce il Conclave per l’elezione del papa: il decreto “In nomine domini”riserva infatti l’elezione del sommo pontefice ai soli cardinali e elimina ogni interferenza da parte del clero, dei feudatari, del popolo romano e dell’imperatore, a cui viene riconosciuto il solo diritto di conferma.

La reazione tedesca è durissima: viene convocato addirittura un altro concilio che dichiara nulle le decisioni prese a Roma e il papa per difendere la “Liberatas Ecclesiae” è costretto ad allearsi con Roberto il Guiscardo, re dei Normanni.

Intanto Ildebrando deve occuparsi anche del ribelle Benedetto, che fa imprigionare nell’ospedale di Sant’Agnese e processare nuovamente. L’ex papa confessa di essere stato costretto ad accettare un’elezione non voluta e ammette tutte le sue colpe, ma si riconcilierà con Ildebrando solo poco prima di morire, nel 1074.

Nel 1061 Niccolò muore e Ildebrando – ormai indiscusso regista della politica vaticana – guida l’elezione di Anselmo da Baggio, che diventa papa Alessandro II e segue l’impostazione che il cardinale di Soana ha dato alla riforma curiale.

Alessandro dovrà fronteggiare l’antipapa nominato dall’imperatore Enrico IV, il vescovo di Roma Cataldo alias Onorio II, per quasi tutta la durata del suo pontificato. Lo scontro con il Sacro Romano Impero è ormai aperto e sono anni di guerre, sinodi, spargimenti di sangue e alleanze politiche, durante i quali Roma può contare sull’appoggio del re d’Inghilterra Guglielmo il Conquistatore e della Chiesa spagnola, fino a poco prima ostile.

La piazza del Pretorio di Sovana, nel grossetano, dove nacque Gregorio VII

La goccia che farà traboccare il vaso è la morte dell’arcivescovo di Milano Guido da Velate: Enrico IV, infatti, nomina vescovo Goffredo da Castiglione, mentre il papa sceglie Attone. È ’ iniziata ufficialmente la lotta per le investiture.

Alessandro II muore il 21 aprile 1073 e il giorno dopo, durante il suo funerale, il popolo romano acclama come suo successore lo stesso Ildebrando, riprendendosi a forza quel ruolo che gli era stato tolto dal decreto pontificio che proprio Ildebrando aveva elaborato.

Si è tornati, però, all’antico “furor di popolo” come non si vedeva dai tempi di Gregorio Magno, senza manipolazioni da parte delle famiglie romane. Per questo i cardinali, che condividono totalmente la scelta, approvano subito l’elezione e la formalizzano: il 22 maggio il monaco riceve l’ordinazione sacerdotale e il 30 giugno la consacrazione a vescovo di Roma con il nome di Gregorio VII.

Ildebrando Aldobrandeschi di Soana ha cinquant’anni, da venti governa la Curia romana con un ruolo da protagonista, ha lavorato a fianco di 8 papi e ne ha scelti almeno due: è già uno degli uomini più importanti dell’intera storia della Chiesa. Eppure il meglio deve ancora venire.

Arnaldo Casali

Read More

Papi figli d’arte

È l’istituzione più antica e importante del mondo ma è anche l’unica monarchia che non si trasmette per discendenza. Almeno ufficialmente.

In realtà, in quasi duemila anni di storia del papato non sono mancati papi figli di papi. Ma la cosa più sorprendente è scoprire che tra essi non ci sono soltanto discendenti illegittimi di papi corrotti e nepotisti, ma anche regolarissimi figli di pontefici o di vescovi regolarmente sposati, e addirittura dei santi di “sangue santo”.

Fino ad almeno il VI secolo, infatti, non esisteva alcun obbligo di celibato per i chierici nella Chiesa cattolica e tanto i preti quanto i vescovi (e quindi i papi – che sono i vescovi di Roma) erano sposati.

A testimoniarlo ci sono lapidi funerarie (come quella rinvenuta nell’area cimiteriale di San Valentino a Terni, in cui si parla di una “venerabile donna vescovessa”, ovvero moglie del vescovo) ma anche illustri personaggi come San Gregorio Naziazieno, patriarca di Costantinopoli e figlio di un vescovo, san Patrizio, figlio di un diacono e nipote di un prete e Teodoro – papa dal 642 al 649 – figlio del vescovo di Gerusalemme.

Gregorio Magno, papa dal 590 al 604, proveniva addirittura da un’intera dinastia di pontefici: era infatti un discendente di Agapito I (papa dal 535 al 536) e di Felice III, papa dal 483 al 492.

Felice, infatti – il cui padre era un prete – tra i suoi figli aveva avuto Gordiano, a sua volta padre di papa Agapito e di Palatino, il cui figlio Gordiano era il padre di Gregorio Magno.

Ottone I incontra Giovanni XII, Laboratorio di Diebold Lauber, 1450

Ormisda, papa dal 514 al 523 e venerato come santo, è regolarmente sposato e suo figlio Silverio, come lui, diventerà sia papa – dal 536 al 537 – che santo.

Contesto decisamente diverso è invece quello in cui si muove papa Sergio III tra il 904 e il 911, in un’epoca in cui gli uomini sposati non sono più ammessi al sacerdozio ma la Curia romana è precipitata nel degrado e nella corruzione.

Sergio è celibe ma pienamente coinvolto nella “pornocrazia” con cui Teodora e la figlia Marozia dominano Roma e la Chiesa, e diventa l’amante di Marozia che ha appena 15 anni ed è sposata. Secondo maldicenze piuttosto attendibili messe in giro per primo da Liutprando, vescovo di Cremona e collaboratore dell’imperatore Ottone, è proprio lui il padre del primo figlio di Marozia, Giovanni. E sarà proprio Giovanni – dopo la morte di Sergio e i pontificati di Leone VI e Stefano VII – ad essere imposto come papa dalla spregiudicata Marozia ad appena 21 anni, con il nome di Giovanni XI.

Un pettegolezzo, quello sulla paternità del giovane pontefice, preso per buono anche dallo stesso Liber Pontificalis che considera papa Giovanni come figlio di papa Sergio. D’altra parte nome e stirpe continueranno a sedere sul trono di Pietro: Alberico, fratello di Giovanni XI, è infatti il padre di Giovanni XII, altro famigerato pontefice, eletto addirittura a 18 anni e papa due volte: dal 955 al 963 (quando viene deposto) e di nuovo nel 964, anno in cui muore ad appena tre mesi dalla seconda elezione, ucciso da un oste che l’ha sorpreso a letto con la moglie.

Arnaldo Casali

Read More

Breve storia del Giubileo

Celestino V in maestà di Niccolò di Tommaso, metà del XIV secolo. Napoli, Museo Civico di Castelnuovo.

Un anno di grazia, nel corso del quale tutti tornavano uguali: le famiglie che avevano perso le proprietà le recuperavano e gli schiavi venivano liberati. Era questo il Giubileo per gli Ebrei.

A raccontarne le origini è il libro del Levitico, dove si spiega come il popolo ebraico ogni cinquanta anni, terminati i sette sabbatici (che ricorrevano ogni sette anni) annunciava col suono di un corno (detto Jobel) l’inizio di un “Anno di grazia” durante il quale gli uomini avrebbero rimesso i debiti dei loro fratelli e il Signore quelli del popolo ebraico.

Per i cristiani la liberazione è quella dai peccati e secondo la tradizione ad ideare il Giubileo è, in qualche modo, Francesco d’Assisi. “Fratelli miei, voglio mandarvi tutti in Paradiso” avrebbe detto il 2 agosto 1216, annunciando la remissione di tutte le colpe per chi si reca in pellegrinaggio alla Porziuncola tra il primo e il 2 agosto. Un rito che si ripete ancora oggi ogni anno e che celebra il suo ottavo centenario, significativamente, proprio nell’anno del Giubileo straordinario di Papa Francesco.

L’idea del santo di Assisi viene ripresa, pochi decenni dopo, dal papa più francescano che la Chiesa abbia mai visto prima di Bergoglio: Celestino V, monaco e pontefice rivoluzionario nella povertà, rimasto nella storia come l’unico papa ad essersi dimesso spontaneamente prima di Ratzinger, anche se i più lo conoscono per la (velata, e nemmeno certa) citazione di Dante Alighieri, che nella Divina Commedia mette all’inferno “colui che fece per viltà il gran rifiuto” identificato dalla tradizione con il papa abruzzese.

Nei suoi pochi mesi di pontificato – durante i quali tenta una riforma della Chiesa incentrata sull’umiltà e la povertà – il papa eremita lancia la “Perdonanza”: un’indulgenza plenaria concessa proprio in occasione della sua elezione, dal 28 al 29 agosto 1294 nella basilica di Collemaggio all’Aquila.

Particolare della Porta Santa della basilica di Santa Maria di Collemaggio a L’Aquila.

Appena quattro mesi dopo, Celestino si dimette clamorosamente nauseato dalle cospirazioni dei cardinali capeggiati da Benedetto Caetani, che sarà eletto al suo posto con il nome di Bonifacio VIII. Sarà proprio lui a lanciare ufficialmente l’Anno Santo pur se ispirato, in realtà, da una oscura tradizione che aveva almeno un secolo: la cosiddetta “Indulgenza dei cent’anni”. Non esistono documenti del XII o XIII secolo al riguardo, ma fonti del 24 dicembre 1299 riportano come masse di pellegrini, a conoscenza di una leggendaria “Indulgenza Plenaria” che si sarebbe ottenuta al capodanno del secolo nuovo, cioè nel passaggio da un secolo all’altro, muovessero verso Roma fin dentro l’antica basilica di San Pietro per ottenere la remissione completa di tutte le colpe.

Né Bonifacio né i prelati sapevano nulla, in realtà, di questa usanza, ma memorie del cardinale Jacopo Caetani degli Stefaneschi nel documento De centesimo sive Jubileo anno liber parlano di un vecchio di 108 anni che, interrogato da Bonifacio, asserì che 100 anni prima, ovvero il 1º gennaio 1200, all’età di soli 7 anni, assieme al padre si sarebbe recato innanzi a Innocenzo III per ricevere l’Indulgenza dei cent’anni.

Nonostante la testimonianza di questo centenario, però, non abbiamo fonti coeve a Innocenzo o più antiche che testimonino di quest’usanza né di altre indulgenze simili. Basta questo, però, ad uno dei papi più discussi e odiati nella storia (tra i suoi nemici Jacopone da Todi, i francescani spirituali e lo stesso Dante Alighieri) a riprendere e rilanciare la tradizione, nonostante subito dopo l’elezione avesse fatto catturare e imprigionare Celestino annullandone tutti gli atti, a cominciare dalla stessa Perdonanza.

Statua di Bonifacio VIII di Arnolfo di Cambio, 1298. Museo dell’Opera di Firenze.

Il 22 febbraio 1300 Bonifacio VIII emana dunque la prima bolla di indizione dell’Anno Santo, in cui si stabilisce che “tutti coloro che nell’anno centesimo visitano le basiliche dei Santi Pietro e Paolo in Roma avranno la remissione plenaria dei peccati”.

I papi successivi manterranno questa intuizione sancita dal papa, anche per non incorrere nell’anatema divino che nella stessa bolla di indizione era lanciato contro chi si fosse opposto allo svolgimento dell’Anno Santo.

Ogni cento anni, quindi, i cristiani sono chiamati a compiere una serie di riti ed opere che assicurano loro la salvezza dell’anima. Per allineare l’Anno Santo cristiano al Giubileo ebraico Clemente VI accorcia il tempo di attesa a cinquant’anni celebrando il secondo Anno Santo nel 1350. Successivamente Urbano VI – il primo papa “romano” dopo il lungo periodo avignonese, e quello con cui inizia lo Scisma d’Occidente – proclama il Giubileo nel 1383, anche se sono passati solo 33 anni dall’ultimo, usando quindi come periodo di attesa la vita terrena di Gesù (allo stesso modo con cui nel 1933 e nel 1983 Pio XI e Giovanni Paolo II proclameranno anni santi straordinari).

Verificate le potenzialità dell’evento, Paolo II accorcia ulteriormente il tempo di attesa. Tra i pontefici più assolutisti della storia della Chiesa (sostituisce la mitria con il triregno e pronuncia la celebre frase: “Io sono il papa e posso, secondo che più mi piace, fare e disfare”), Paolo II stabilisce che – a partire dal 1475 – l’Anno Santo sarò celebrato ogni 25 anni e aggiunge altre basiliche da visitare.

Pellegrini del Giubileo del 1300, da una Miniatura della “Cronica” di G. Sercambi. Biblioteca dell’Archivio di Stato di Lucca.

I Giubilei ordinari si svolgeranno regolarmente fino al 1800, quando papa Pio VI muore in esilio in Francia e a Venezia si prepara l’elezione di Pio VII. Nel XIX secolo si celebra il solo Giubileo del 1825, anche a causa dell’indifferenza della gente. Si riprende l’anno giubilare nel 1900 grazie a Leone XIII e si festeggia con particolare partecipazione quello del 1950, che arriva a pochi anni dalla fine della Seconda guerra mondiale.

Nel correre del tempo si è sempre più rafforzato ed arricchito l’aspetto cerimoniale del rito che – partito dal semplice pellegrinaggio nel 1300 – ha visto l’istituzione della liturgia della Porta Santa nel 1400 e l’ampliamento delle varie condizioni di indulgenza.

Nei tempi moderni, il Giubileo di Wojtyla è passato alla storia grazie alla solenne richiesta di perdono da parte del papa attraverso la “purificazione della memoria”, un “mea culpa” da parte della Chiesa, per i peccati commessi.

E poi, il rivoluzionario Giubileo della Misericordia di papa Francesco, primo Anno Santo “delocalizzato” celebrato non a Roma ma in ogni diocesi del mondo dove la porta santa è allestita non solo nella Cattedrale, ma anche in Ospedale e in ogni cella del carcere.

Arnaldo Casali

Read More

L’inutile Concilio di Pisa

Miniatura del XV secolo da un manoscritto delle Cronache di Jean Froissart che illustra lo Scisma d’Occidente.

Il Concilio di Pisa si aprì il 25 marzo 1409. Era stato convocato per sanare la peggiore lacerazione mai vissuta dalla Chiesa cattolica. Ma finì per renderla ancora più grave.

La crisi alla quale si voleva porre rimedio è conosciuta come “Scisma d’Occidente” per distinguerla dall’altro grande scisma, quello di Oriente, iniziato nel 1054 e ancora in atto, che divise la chiesa cattolica da quella ortodossa. Ma se per quest’ultimo c’erano ragioni storiche, teologiche e geografiche a giustificare la separazione formale di gerarchie, tradizioni, contesti politici e liturgie che erano già da secoli divise nei fatti, lo scisma che si consumò in Europa fu tutto interno non solo alla Chiesa cattolica, ma addirittura allo stesso collegio cardinalizio.

Se quattrocento anni prima a contrapporsi a Roma era stata Costantinopoli, stavolta il nemico era ad Avignone. E non era un patriarca rivale, ma il papa stesso. Che aveva abbandonato Roma da settant’anni per rifugiarsi nella cittadina provenzale che si affaccia sul Rodano, a due passi dalla Costa Azzurra e con un vino più buono di quello dei castelli.

Era stato il francese Clemente V nel 1305 a trasferire la sede del papato in Francia. Eletto a Perugia dopo il rifiuto del cardinale inglese Walter Winterburne, Bertrand de Got aveva scelto di evitare la capitale – teatro degli scontri tra i Colonna e gli Orsini – e di rifugiarsi a Poiters sotto la protezione del re Filippo il Bello, che già da anni esercitava una forte ingerenza nella Chiesa cattolica tanto da scontrarsi ferocemente con Bonifacio VIII, da cui era stato scomunicato, ma che aveva infine sconfitto e umiliato con il celebre “schiaffo di Anagni”.

È vero anche che se un trasferimento formale della sede pontificia non c’era mai stato, erano ormai decenni che i papi evitavano la Città eterna e in molti non ci avevamo mai nemmeno messo piede scegliendo altre residenze (come l’abruzzese Celestino V, che non si era mosso dal L’Aquila). Nulla di strano, dunque, nel papa francese che se ne resta in Francia.

Il problema era sorto in seguito: per settant’anni il Conclave aveva eletto solo papi francesi che, a loro volta, nominavano cardinali francesi che continuavano a egemonizzare il collegio elettivo.

Già nel 1313 la Curia si era trasferita ad Avignone, mentre a Lione nel 1316 il Conclave aveva eletto Jacques Duèze, il famigerato Giovanni XXII (il “nemico” dei Francescani di cui parla a lungo anche Umberto Eco nel “Nome della rosa” e morto in odore di eresia) che aveva trasferito ufficialmente la sede papale, visto anche che nel frattempo il palazzo di San Giovanni in Laterano era andato distrutto in un incendio, mentre il suo successore – Jacques Fournier alias Benedetto XII – aveva completato il trasferimento facendo costruire il palazzo pontificio di Avignone. Morto nel 1342, dopo aver creato 7 cardinali di cui 6 francesi, era stato seguito da Clemente VI (che elesse 27 cardinali di cui 23 francesi), Innocenzo VI (15 cardinali di cui 14 francesi) e Urbano V, il primo a pensare seriamente di tornare a Roma, anche per sottrarre la Santa Sede all’ingerenza del Re.

Urbano V, nato Guillaume de Grimoard.

Per rimettere ordine nel caos che si era creato nella penisola, Urbano aveva mandato in Italia il cardinale Egidio Albornoz, che aveva recuperato gran parte dei terreni dello Stato Pontificio e aveva fatto edificare numerose rocche per la difesa dei territori riconquistati.

Il papa aveva fatto il suo solenne e trionfale ritorno a Roma il 16 ottobre 1367. L’idillio però era durato solo quattro anni: le disastrose condizioni in cui versava la città e le pressioni dei cardinali francesi avevano fatto tornare il pontefice sui suoi passi. Nonostante le suppliche di Francesco Petrarca e le minacciose profezie di Santa Brigida di Svezia, nel settembre 1370 Urbano era di nuovo ad Avignone, dove morì appena tre mesi dopo. E il conclave in cui sedevano anche i 14 nuovi cardinali da lui creati (di cui 11 francesi) aveva eletto Pierre Roger de Beaufort con il nome di Gregorio XI.

Gregorio XI, al secolo Roger de Beaufort.

All’inizio del 1376, papa Gregorio aveva iniziato una corrispondenza epistolare con Santa Caterina da Siena che cercava di convincerlo in ogni modo a tornare a Roma: “Rispondete a Dio che vi chiama… a tenere e possedere el luogo del glorioso pastore santo Piero”, “confortatevi, confortatevi, e venite, venite a consolare i povarelli servi di Dio e figliuoli vostri. Aspettianvi con affettuoso e amoroso desiderio”. Gregorio tentennava, era indeciso, continuava a ricevere pressioni dai cardinali perché si decidesse a lasciare la Curia ad Avignone. Il 18 giugno 1376 Caterina era giunta personalmente ad Avignone e il 13 settembre il papa aveva finalmente abbandonato la Francia, pur preoccupato e scoraggiato dai disordini esplosi a Roma e rassicurato solo dalla stessa Caterina sul fatto che stesse davvero seguendo la volontà di Dio.

Alla morte di Gregorio, l’8 aprile del 1378 il conclave si riunì a Roma. Era il primo nell’Urbe da settantacinque anni. Il collegio cardinalizio, dominato ancora dai francesi, si apprestava ad eleggere un nuovo papa transalpino. ma i romani si sollevarono, reclamando a gran voce: “Romano lo volemo, o almanco italiano!”. E così era stato eletto, per la prima volta dopo settantacinque anni, un papa italiano: il napoletano Urbano VI.

Appena cinque mesi dopo i cardinali francesi avevano dichiarato invalida quell’elezione – eseguita sotto pressione del popolo romano – e riuniti a Fondi avevano eletto un altro papa, ovviamente transalpino: Clemente VII, che si era stabilito, manco a dirlo, ad Avignone.

E per la prima volta la Chiesa cattolica ebbe due papi. – Entrambi paradossalmente legittimi.

E pensare che fu proprio per scongiurare gli scismi che per secoli avevano visto papi e antipapi eletti da poteri contrapposti (imperatore, famiglie aristocratiche, clero e popolo romano e così via), che dal 1059 era stata regolamentata l’elezione del pontefice riservandola ai soli cardinali.

Le posizioni europee nei confronti dello Scisma d’Occidente.

L’intera Chiesa cattolica si divise così in due “obbedienze”: quella a Roma e quella ad Avignone. Francia, Aragona, Castiglia, Cipro, Borgogna, Napoli, Scozia, Sicilia e Savoia rionobbero il papa di Avignone, mentre Inghilterra, Portogallo, Danimarca, Norvegia, Svezia, Polonia, Ungheria, Irlanda, Fiandre e Stati italiani rimasero fedeli a quello Italiano, mentre in Germania c’erano diocesi romane e diocesi avignonesi. Addirittura, in molti territori, si formarono due istituzioni parallele con due vescovi rivali nella stessa città.

Lo scisma proseguì anche dopo la morte dei due papi: nel 1389 al posto di Urbano VI i cardinali romani elessero Bonifacio IX, mentre ad Avignone nel 1394 salì al soglio Benedetto XIII.

Il primo tentativo di pacificazione risale al 1404: alla morte di Bonifacio IX i cardinali italiani si dichiararono disposti a non procedere all’elezione se Benedetto avesse accettato di dimettersi. Ma il papa di Avignone non ci pensò nemmeno e lo scisma proseguì con l’elezione di Innocenzo VII e – due anni dopo – di Gregorio XIII.

Solo un Concilio ecumenico poteva ricomporre la situazione: così, dopo trent’anni di scisma, quattro cardinali francesi scesero in Italia per cercare di trovare un accordo. Dalla riunione dei prelati di buona volontà nacque dunque – il 5 luglio 1408 – la convocazione di un Concilio generale, che si aprì a Pisa il 25 marzo 1409.

L’assemblea venne disertata dai due papi, che convocarono entrambi dei concili alternativi, uno a Perpignano e uno ad Aquileia, tutti e due disertati in massa, mentre anche le grandi università di Oxford, Parigi e Colonia sostennero l’assemblea toscana.

La cattedrale di Pisa, capolavoro del Romanico pisano.

Nella cattedrale di Pisa, sotto la presidenza del cardinale Malesec, si riunirono quattro patriarchi, 22 cardinali, 80 vescovi, i rappresentanti di 100 vescovi assenti, 87 abati con le procure di chi non era potuto intervenire di persona, 41 tra priori e generali di ordini religiosi, 300 dottori in teologia o diritto canonico e gli ambasciatori di tutti i regni cristiani.

Aperte solennemente le porte del duomo, i due papi rivali vennero chiamati, ma nessuno di loro rispose all’appello. “È stato nominato qualcuno per rappresentarli?” chiesero i due cardinali diaconi, ma ancora una volta regnò il silenzio.

Nei mesi successivi, rappresentanti politici ed ecclesiastici tedeschi cercheranno di difendere papa Gregorio, mentre le richieste dei delegati di Benedetto – arrivati il 14 giugno – susciteranno proteste, risa, insulti e persino minacce. Ma i 500 presenti al Concilio condannano in modo unanime i due papi rivali.

“Benedetto XIII e Gregorio XII – dichiara il patriarca di Alessandria, Simon de Cramaud – sono riconosciuti come scismatici, eretici conclamati, colpevoli di spergiuro e violatori di solenni promesse, in aperto scandalo della Chiesa universale. In conseguenza, essi sono dichiarati indegni del Pontificato Supremo e sono, ipso facto, deposti dalle loro funzioni e dignità ed espulsi dalla Chiesa. È proibito loro d’ora in avanti di considerarsi Pontefici Supremi e tutte le iniziative e le loro promozioni sono da considerarsi nulle. La Santa Sede è dichiarata vacante e i fedeli sono liberati dalla loro promessa d’obbedienza”. Un applauso fragoroso accoglie le parole del patriarca.

Il giorno dopo viene cantato il Te Deum e organizzata una processione per la festa del Corpus Domini e il 15 giugno i cardinali si riuniscono nel palazzo arcivescovile di Pisa. Undici giorni dopo eleggeranno il cardinale Pietro Philarghi, che prese il nome di Alessandro V. Sarà il nuovo papa a presiedere le ultime quattro sessioni del Concilio, confermando tutti gli atti stabiliti prima della sua elezione.

La consacrazione dell’antipapa Benedetto XIII, al secolo Pietro di Luna.

Ma lo spirito e i risultati del Concilio non avevano fatto i conti con la strenua determinazione dei due papi deposti, che lo definirono “una conventicola di demoni” e non ne riconobbero le decisioni, sostenendo che un concilio di vescovi non poteva essere superiore al Papa.

Quello che avrebbe dovuto essere l’atto finale di uno scisma che vedeva una chiesa con due papi, finì invece con complicare ancora di più la situazione: adesso i papi non erano più due, ma addirittura tre.

Per cinque anni i tre papi coesisteranno nella Chiesa: uno a Roma, uno ad Avignone e uno a Pisa, ognuno con il suo seguito di stati (Francia, Portogallo, Boemia, Italia, e Prussia con Pisa, Napoli, Polonia e Baviera al seguito di Roma, Spagna e Scozia con Avignone), ordini religiosi, università e persino santi.

Sarà l’imperatore Sigismondo di Lussemburgo a segnare la svolta decisiva, costringendo Giovanni XXIII (succeduto nel 1410 al “pisano” Alessandro V) a convocare un nuovo concilio a Costanza, in terra tedesca, che si aprirà il primo novembre 1414.

Giovanni si era dimostrato un abile diplomatico sin dalle trattative che avevano portato al Concilio di Pisa, ma era un uomo tutt’altro che spirituale: “Era un politicante ambizioso e accorto – scrive Indro Montanelli nella sua “Storia d’Italia” – un amministratore abile e rapace, un generale sagace e spietato. Perché avesse fatto il prete invece che il condottiero, non si sa. Ancora meno si sa perché lo elessero Papa, e in un momento come quello. Stando al suo segretario, egli aveva sedotto duecento fra ragazze, spose, vedove e suore. Né intendeva abbandonare questa piacevole attività, ora che aveva indossato la tiara”. Non a caso, quando a tutti e tre i papi venne chiesto un passo indietro, Giovanni si dette alla fuga e fu catturato, processato e deposto per “simonia, scandalo e scisma” nel 1415. A questo punto il papa romano, Gregorio XIII, accettò di abdicare a condizione di essere riconosciuto come unico pontefice legittimo dei tre arrivati al Concilio. È infatti ancora oggi considerato formalmente l’ultimo papa ad aver rassegnato le dimissioni prima di Benedetto XVI. L’avignonese Benedetto XIII, invece, resistette più a lungo: venne deposto nel luglio 1417. Infine, l’11 novembre il conclave elesse il romano Oddo Colonna che, con il nome di Martino V, si adoperò da subito per una politica di pacificazione. Martino in realtà riconobbe Giovanni (e non Gregorio) come suo predecessore e lo riammise nel collegio cardinalizio (Giovanni XXIII verrà infatti rimosso dall’annuario pontificio solo nel 1947, appena undici anni prima dell’elezione di papa Roncalli, che sceglierà lo stesso nome) e nel 1429 riuscirà a trovare un accordo anche con la fazione avignonese, nominando vescovo di Maiorca l’antipapa Clemente VIII (successore di Benedetto) in cambio delle sue dimissioni.

E il grande scisma, dopo cinquant’anni, si poté finalmente ritenere concluso.

Vergine della Misericordia, Enguerrand Quarton, retablo Cadard (ca. 1444, museo Condé). Immagine di una Chiesa riconciliata con se stessa.

Read More

  • Consenso al trattamento dati
error: Tutti i contenuti di questo sito web sono protetti.