L’attuale skyline di Narni, delineato dalla possente rocca che domina dall’alto l’abitato, richiama la convulsa storia del Trecento e il nome di uno dei suoi indiscussi protagonisti, il cardinale Gil (Egidio) Albornoz. Chi fu questo personaggio, capace di imprimere un segno indelebile nel paesaggio urbano di Narni, così come del riassetto politico generale dello Stato della Chiesa? Prendiamo le mosse dalla situazione politica e geografica dei territori sottoposti all’autorità della monarchia papale alla metà del Trecento. I papi, stabilmente residenti ad Avignone e tutti di origine francese, stentavano a controllare le città dell’Italia centrale, pervicacemente attaccate alle loro tradizioni autonomistiche se non addirittura ribelli all’autorità pontificia; al loro interno si era imposto, in molti casi, il potere personale di un signore, ormai difficilmente estirpabile. Per semplificare al massimo, regnava un disordine che la schiera dei legati e dei riformatori inviati durante la prima metà di quel secolo non era riuscita a disciplinare. Occorreva dunque un uomo forte o, meglio, un uomo tanto esperto nell’arte della guerra quanto nella diplomazia, che sapesse riprendere in mano il bandolo della matassa. Occorreva pure che questi fosse estraneo ai legami d’interesse fra il papato avignonese e il Regno di Francia, ma al tempo stesso esperto nel governo di uno Stato.

La rocca albornoziana domina il centro abitato di Narni (foto: MaurTRIMAS – Opera propria)
Così, nel giugno 1353 papa Innocenzo VI investì un porporato iberico, Gil Albornoz, che aveva preso parte alla politica del Regno di Castiglia, di un duplice titolo: quello di legato in Italia, che indicava una funzione di ambasciatore del papa, e soprattutto di vicario nello Stato della Chiesa, ossia un vero e proprio plenipotenziario del sovrano pontefice. Nessun altro personaggio aveva mai varcato le Alpi con un’investitura tanto ampia, ma avevano pienamente ragione alcuni cronisti coevi ad affermare che ci voleva un’ottima dose di coraggio ad accettare un impegno tanto gravoso. In Italia settentrionale spadroneggiavano i Visconti, acerrimi nemici del papato, che non soltanto controllavano città e territori in area padana, ma si erano insignoriti ora di Bologna, la più grande città dello Stato pontificio. La Romagna e le Marche pullulavano di tante signorie cittadine, che rifiutavano di riconoscere l’autorità papale, mentre fra l’Umbria meridionale e l’alto Lazio era stata fondata una vasta signoria pluricittadina da Giovanni di Vico, un temibile nemico tanto per il papato quanto per gli stessi i romani. Discendente della famiglia Prefetti di Vico e campione del ghibellinismo, nonché satellite politico dei Visconti in quest’area dell’Italia mediana, Giovanni si era insignorito di importanti città, quali Viterbo e Orvieto, ed esercitava pure un’egemonia esterna su Narni e Amelia. Minacciava pure Roma, tanto che nel marzo del 1354 papa Innocenzo VI inviò un’accorata lettera al popolo romano per metterlo in guardia contro quella «bestia mostruosa dal fetore nauseabondo».
Albornoz, al suo arrivo in Italia, decise di prendere il toro per le corna e di iniziare la sua missione combattendo Giovanni di Vico. In realtà, ai suoi occhi, questi gli doveva apparire come il nemico da sfidare per primo, poiché nelle altre provincie settentrionali dello Stato i poteri signorili erano ancora più forti: sarebbe stato meglio cominciare da un pesce tutto sommato piccolo, prima di arrivare a sfidare la grande balena, i Visconti. La sfida diplomatica e militare fu più dura del previsto, al punto che Albornoz lasciò, in una lettera a un collega cardinale, una memoria toccante sul durissimo inverno del 1354, trascorso asserragliato nella fortezza di Montefiascone, per dirigere le operazioni diplomatiche e militari contro Giovanni di Vico. Il successo arrise al cardinale, soprattutto per la sua capacità di coinvolgere le fazioni cittadine dei due centri maggiori, Orvieto e Viterbo, ove Albornoz riuscì a fare leva sulle parti avverse alla dominazione signorile. Giovanni, una volta sconfitto, dovette sottoporsi a una liturgia penitenziale e ricevere il perdono dal cardinale per i reati commessi, mentre i rappresentanti delle città di Viterbo, Orvieto, e Toscanella (Tuscania) giurarono fedeltà al cardinale e alla Chiesa. Si verificò ben presto una sorta di effetto domino nelle città della Sabina e dell’Umbria meridionale. Alcune di queste, come Amelia e Terni, offrirono al papa e ad Albornoz la signoria cittadina a vita a titolo personale; altre, come Spoleto, Narni, Foligno, Spello e Gubbio riconobbero l’autorità della Chiesa senza opporre resistenza, entro la fine del 1354. Fu così che un vesto territorio fra Umbria e Lazio settentrionale fu recuperato al dominio papale appena poco più di un anno dopo l’avvio dell’impegnativa missione italiana di Albornoz.

Uno stemma pontificio nella Rocca Albornoz
A dire il vero, se per la Romagna e per la Marca di Ancona è facile istaurare una coincidenza con le attuali regioni amministrative italiane, i confini e i distretti fra Umbria e Lazio avevano una fisionomia ben diversa da quella odierna. Qui si estendeva fin dal Duecento la provincia del Patrimonio di San Pietro in Tuscia, che comprendeva due città più rilevanti, Viterbo e Orvieto, altre un po’ meno grandi, ossia Todi, Terni, Narni, Orte e Rieti e altre minori, oltre ovviamente a una pletora di castelli. Disponiamo di un documento molto importante, un registro camerale del Patrimonio, risalente al 1364 e conservato inaspettatamente a Parigi e non all’Archivio Apostolico Vaticano, nel quale sono descritti esattamente i censi dovuti alla Santa Sede da ogni città. Sappiamo che Narni era tenuta a pagare 200 lire annue così come Orvieto, Viterbo e Todi: dunque poteva essere considerata di pari rango, quantomeno a livello fiscale; sappiamo anche che ai narnesi era affidata la custodia del castello di Calvi dell’Umbria, oggi un piccolo comune vicino al confine con il Lazio. In un’area limitrofa si estendeva poi un distretto minore dalla fisionomia del tutto particolare, le cosiddette Terre degli Arnolfi, costituite da un gruppo di minuscoli castelli di montagna disseminati in un’area fra Terni, Narni e Spoleto, sui quali la Sede papale avocava a sé, dal tardo Duecento, un dominio diretto. Più a nord si collocava un’altra delle province maggiori dello Stato della Chiesa, quel Ducato di Spoleto che però a metà Trecento era ridotto a una fascia territoriale gravitante sulla valle spoletana e sul medio corso del Tevere, lasciando fuori Perugia. Dobbiamo dunque immaginare l’area di confine in cui si trovava Narni come un mosaico di poteri foriero di un precario equilibrio fra le autonomie cittadine, l’esistenza di distretti minori, il controllo dei castelli da parte di dinasti e, più in alto, le rivendicazioni dell’autorità papale. A complicare il quadro, in questi anni, interveniva la spinta espansionistica di Perugia, che non soltanto minacciava a ovest lo stato di Siena, ma ingeriva profondamente nelle dinamiche interne di Assisi e Spoleto, proiettando verso sud la sua egemonia regionale.
Non sappiamo praticamente nulla sulla politica interna di Narni negli anni missione italiana di Albornoz, poiché non si sono conservati i registri delle delibere consiliari, la fonte più utile per ricostruire non solo le dinamiche di potere, ma anche il profilo dei personaggi attivi sul proscenio pubblico. Sappiamo però, a livello istituzionale, che al momento del riconoscimento dell’autorità cittadina, nel 1355, Albornoz introdusse a Narni una modifica ordinamentale: fece confluire la carica di podestà e quella di capitano del popolo nelle mani di uno stesso ufficiale a lui fedele, accordando così a questi un salario doppio, ossia pari alla somma delle due funzioni. Tale modifica costituiva molto probabilmente la risposta a una richiesta rivolta dai cittadini narnesi, lacerati dalle divisioni interne, ma dovette durare poco, perché negli anni successivi sono nuovamente documentate due distinte cariche. A Narni Albornoz avocò a sé le nomine dei podestà, così come fece in altre città, a Spoleto, ad Ascoli e a Rieti. Sappiamo anche che alla fine del 1354, subito dopo la sottomissione di Narni e di Terni, inviò Enrico di Sessa, dottore in diritto civile, uno dei suoi più fedeli collaboratori, con la qualifica di riformatore, per pacificare le fazioni interne alle due città: numerosi fuoriusciti ribelli, di orientamento ghibellino, giurarono fedeltà alla Chiesa e riottennero l’ammissione nelle due città, come pure il reintegro dei loro beni.

Replica ottocentesca del ritratto del cardinale Albornoz un tempo conservato nella sala capitolare della Cattedrale di Toledo. Madrid, Museo del Prado
Il cardinale castigliano fu sensibile a non introdurre nelle città riconquiste all’obbedienza mutamenti troppo drastici o a imporre ufficiali scomodi alle comunità locali. Il suo pragmatismo, riconosciuti da molti cronisti coevi, divenne proverbiale: Albornoz era perfettamente cosciente, a differenza dei suoi predecessori, che ogni conquista andava ottenuto attraverso un paziente processo di mediazione e che si poteva ricorrere alla forza militare poteva soltanto quando tutti le tessere del mosaico diplomatico erano state ben disposte. Anche quando arrivò a compiere gesti eclatanti, come quello di indire una vera e propria crociata, nel 1357, contro uno dei suoi più acerrimi nemici, Francesco Ordelaffi, signore di Forlì, lo fece sicuro del sostegno che avrebbe ottenuto. A Firenze la crociata fu predicata dal vescovo di Narni, l’eremitano Agostino Tinacci, che riuscì ad animare di zelo religioso il popolo e a indurre a partire oltre 200 cavalieri, nonché a raccogliere le decime, così indispensabili per il finanziamento della guerra. Albornoz non perse mai una battaglia, neanche quelle decisive in Romagna contro i Visconti, ma le complesse condizioni politiche generali e pure gli intrighi di palazzo all’interno della curia avignonese non gli consentirono di incassare appieno i risultati.
L’endemica insicurezza politica e militare indusse Albornoz a intraprendere uno straordinario progetto di fortificazione dello Stato della Chiesa. Non si trattava però di rafforzare i confini, quanto di erigere imponenti rocche in posizione dominante sulle città oppure lungo le vie di collegamento. Fra le fortezze di nuova costruzione e quelle restaurate gli studiosi ne hanno contate ben settantadue. Alcune di queste fortificazioni fungevano da presidio degli assi principali, come ad esempio le modeste strutture di Eggi, San Giacomo e Monteluco, nell’area della Flaminia. Altre si qualificavano come palazzi governativi, come a Montefiascone, sede della curia rettorale del Patrimonio di San Pietro in Tuscia e importante base logistica, ma soprattutto Ancona, ove dal 1356 Albornoz fece erigere un suntuoso palazzo di rappresentanza, nonché suo luogo preferito di residenza in Italia: il cronista orvietano Francesco di Montemarte annota che la costruzione «fu riputata e di forza e di habitatione nobil cosa fosse in Italia».
Ma gli edifici più interessanti voluti da Albornoz furono senza dubbio le fortezze urbane. Quelle di Assisi, Spoleto, Orvieto e Narni, si impongono ancora oggi alla vista, con le loro minacciose e magniloquenti forme regolari. In realtà, queste fortezze non rappresentavano soltanto un sistema difensivo contro possibili minacce esterne, quanto un severo monito per i cittadini, dissuasi così da ogni tentativo di rivolta contro il potere papale. Nel caso di Narni, la fortezza costituiva una minacciosa sentinella sulla conca ternana e sulla via Flaminia, ma sovrastava al tempo stesso l’abitato, ristabilendo così una gerarchia fra l’autorità pontificia e la comunità locale. Le rocche di Spoleto e di Narni presentano forme e tecniche costruttive simili. La rocca di Spoleto, iniziata nel 1362, realizzata forse secondo direttive elaborate nella curia avignonese, si segnala per la sua massiccia geometria rettangolare; anche a Narni fu realizzato un grande edificio a base quadrangolare, avviato soltanto nel 1366, appena un anno prima della morte di Albornoz.
Se per la rocca di Spoleto, i lavori furono ufficialmente affidati da Albornoz al celebre architetto militare eugubino Matteo di Giovannello Maffei, detto Gattapone, che diresse il cantiere e si occupò pure della gestione finanziaria, per Narni è stata suggerita la presenza sia di Matteo Gattapone sia dell’orvietano Ugolino di Montemarte, seppure non espressamente documentata. È invece fuor di dubbio che la posizione dominante dell’edificio, anziché mostrarsi rassicurante per i cittadini, doveva incombere su di essi e fungere come simbolo visibile della sovranità papale.
Francesco Pirani
