Urbano VI deposto dai cardinali

Ad Anagni, i mercenari bretoni e i soldati del conte di Fondi Onorato Caetani, già padroni della città, si disposero intorno alla cattedrale presidiando tutti gli accessi: nessuno doveva turbare il clima teso e grave che si respirava al suo interno.

La facciata e il campanile della cattedrale Santa Maria di Anagni

L’intero collegio dei cardinali stava per annunciare al mondo che la Chiesa sarebbe diventata orfana del suo pastore universale, e che Bartolomeo Prignano, eletto qualche mese prima col nome di Urbano VI, era nientemeno che “anticristo, demonio, apostata, tiranno, truffatore e distruttore dell’intera cristianità”.

Cosa aveva portato i quattordici porporati riuniti quel 9 agosto 1378 nella cittadina a sud di Roma a prendere una decisione così terribile? Perché mai proclamare vacante la sede di Pietro contraddicendo la scelta che loro stessi avevano compiuto l’8 aprile in Vaticano?

Semplicemente, si erano accorti di avere valutato male le qualità di colui che avevano eletto come vicario di Cristo. Era come se lo Spirito Santo, distratto, avesse indicato una persona rivelatasi poi inadatta a tanto incarico. E, dopo numerosi e vani tentativi di correggerlo, avesse ora ingiunto loro di procedere a nuova elezione.

Il sospetto che qualcosa non andasse in questo integerrimo e dottissimo arcivescovo, stretto collaboratore del cardinale vicecancelliere di curia, era maturato già poche ore dopo l’elezione.

Il suo nome era sembrato un ottimo compromesso tra i romani, che dopo quasi settant’anni di residenza dei papi ad Avignone chiedevano a gran voce un nuovo pontefice “romano o almanco italiano”, e lo stesso sacro collegio, per tre quarti composto da francesi, che in lui vedeva una creatura manovrabile proprio in virtù dei suoi trascorsi curiali.

Il giorno dopo la sua intronizzazione, però, ecco la prima doccia fredda: al tradizionale pranzo con gli elettori Prignano aveva fatto trovare nei loro piatti un po’ di brodo, un ciuffo d’erba, una pietanza scondita. La sorpresa era stata grande, per quei principi della Chiesa abituati a banchetti quanto mai sontuosi, ma, come lo stesso Urbano aveva spiegato davanti alle loro facce interrogative, si trattava di un modo per invitarli a sovvertire le abitudini di vita, per informarle allo spirito di una povertà evangelica che non fosse solo enunciata ma anche praticata.

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Urbano VI, al secolo Bartolomeo Prignano, (Itri, 1318 circa – Roma, 15 ottobre 1389), è stato il primo italiano dopo il periodo della cattività avignonese. Durante il suo pontificato si verificò lo scisma d’Occidente

Qualche giorno più tardi, durante un concistoro, era andato oltre accusando i cardinali di condurre una vita smodata e piena di lussi. A uno di loro, Pierre de Vergne, rimproverò di avere speso più di centomila fiorini per comprare terreni intestandoli al cugino solo per sottrarre fondi alla Camera apostolica.

Un altro, Pietro Corsini, si sentì dare del “ladro” perché a dire del papa aveva rubato un prezioso scrigno tra i beni del defunto pontefice Gregorio XI; un altro ancora era uno “sciocco”, un altro “ribelle”. Con il cardinale di Limoges Jean de Cros, Urbano venne quasi alle mani. E un giorno interruppe un predicatore che tuonava contro la simonia per annunciare che tale grave peccato avrebbe comportato la scomunica “per qualunque prelato di qualunque stato e condizione, anche cardinale, anche papa, se fosse possibile”. Naturalmente, la circostanza che non era mai stato cardinale (sarebbe stato l’ultimo papa eletto al di fuori del sacro collegio) rendeva Urbano VI libero da ogni timore reverenziale verso la categoria più blasonata degli uomini di Chiesa.

Così, quando annunciò che presto avrebbe creato porporati “di tutte le nazioni” e “tanti italiani quanti sono gli ultramontani”, cioè i francesi, la misura risultò colma. Bisognava fermarlo. Come?

L’idea che il conclave potesse considerarsi viziato perché avvenuto sotto la pressione dei romani non era credibile, visto che proprio per evitare strumentalizzazioni l’intero collegio aveva confermato per ben due volte il proprio voto lontano da condizionamenti e ricatti.

Uno spunto lo fornirono le intemperanze caratteriali del nuovo papa e quel suo modo di agire irrispettoso e inurbano (“Inurbano”, come subito lo aveva ribattezzato il popolino romano): Bartolomeo Prignano, decisero i cardinali, era “demente”. E il papa demente, proprio come il papa eretico, semplicemente non è papa.

Tra i più accesi difensori di Urbano, Caterina da Siena scagliò le sue frecce acuminate contro i ribelli definendoli “adoratori del membro del demonio” e “matti, perché a noi avete dato la verità (cioè lo stesso Urbano VI) e per voi volete gustare la bugia”. Invano.

Urbano VI assediato da Carlo III nel castello di Nocera, dalle Croniche di Giovanni Sercambi

Con la scelta del 9 agosto 1378, che aprì di fatto lo Scisma d’Occidente, c’è da pensare che ben pochi di quei cardinali immaginavano in quale terrificante girone dantesco stavano cacciando la Chiesa e l’intero occidente cristiano.

Se ne sarebbe riemersi solo trentanove anni più tardi, profondamente cambiati e pronti per passare dall’Età di mezzo all’Età moderna. Dove niente del mondo conosciuto sarebbe più rimasto uguale a prima.

Mario Prignano

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