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“Torture da Medioevo”

La Vergine di Norimberga abbraccia il fedele e lo accoglie nel suo ventre di ferro.

Gli occhi sbarrati fissano il vuoto, le labbra socchiuse lanciano un grido muto; il suo manto è infernale, la stretta è tagliente, il suo utero è popolato di lame che ti graffiano, ti tagliano, ti penetrano, si conficcano negli occhi e ti strappano le budella, fino a farti letteralmente a pezzi.

Una delle tante versioni dello strumento di torura noto come Vergine di Norimberga

Perché non è mica l’Immacolata, questa Vergine qui: no, questo è un sarcofago di ferro al cui interno sono fissati coltelli affilati su tutta la superficie mentre due lame, più lunghe e sottili, sono piazzate all’altezza degli occhi. Tutte le punte acuminate hanno la funzione di ferire il condannato senza lederne gli organi vitali, per prolungarne così quanto più possibile l’atroce agonia.

La Vergine di ferro – o Vergine di Norimberga – è forse il supplizio più celebre del Medioevo, tanto radicato nell’immaginario collettivo da aver dato il nome ad uno dei gruppi heavy metal più celebri della storia del rock: gli Iron Maiden, la cui iconica mascotte è uno zombi ghignante.

Peccato allora che una tale tortura, tanto terrificante da accarezzare le nostre paure e stuzzicare la sete di sangue, in realtà, non sia mai esistita.
Già, perché di medievale, la Vergine di ferro, non ha proprio niente. E a dirla tutta, nemmeno di reale: il primo esemplare è stato trovato a Norimberga nel XIX secolo ma non è mai stato usato: nasce già allora, infatti, come falso storico fatto realizzare dagli aristocratici per impressionare i propri visitatori e assecondare il gusto per un finto medioevo gotico.

Il logo del gruppo heavy metal Iron Maiden

Come tanti altri oggetti simbolo dell’Età di Mezzo (a cominciare dalla cintura di castità) la Vergine di ferro è un mito coniato nel Settecento per contribuire a costruire l’idea del medioevo come epoca oscura e selvaggia: quella “pattumiera della storia” – per usare la definizione di Trockij – fatta di inquisitori, streghe e un enorme quantitativo di violenza e atrocità gratuite.
Della Vergine, infatti, così come della maggior parte degli strumenti di tortura pseudo medievali, non solo non esistono originali, ma nemmeno fonti storiche che ne attestino l’utilizzo.
“Ci si aspetterebbe di trovare almeno una menzione – scrive Gabriele Campagnano in Quei falsi sulle torture medievali pubblicato sul sito Zhistorica – nel Philippi a Limborch Historia inquisitionis, scritto nel 1692 da un teologo protestante fortemente critico della Chiesa”.

E invece nulla, silenzio assoluto. Anche se una base storica che ne ha ispirato la fantasia sembrerebbe esserci: è lo Schandmantel, ovvero il “Mantello della Vergogna”; una sorta di barile che le autorità civili facevano indossare alle prostitute con lo scopo di impartire una pubblica umiliazione. Insomma uno strumento che c’entra con la Vergine di Norimberga quanto la gogna con la ghigliottina.
Bisogna dire comunque che il letale sarcofago è in ottima compagnia: la maggior parte degli strumenti di tortura che si possono ammirare nei tanti musei disseminati per il mondo non sono infatti documentati in alcun modo.
La cosa paradossale è che non solo i musei della tortura (per farsi un’idea di quanti e quali siano basta andare sul sito www.torturemuseum.it) raccolgono esemplari di strumenti leggendari, ma buona parte di queste leggende sono state create ad arte dai musei stessi.

La Forcella dell’eretico

Un esempio clamoroso di falso contemporaneo è la Forcella dell’Eretico: si tratta di una doppia forchetta legata al collo, con le punte rivolte sotto il mento e al petto, che avrebbe avuto l’obiettivo di impedire qualsiasi movimento della testa della vittima, che poteva solo sussurrare “abiuro”. Citato persino nel volume La storia dell’inquisizione di Carlo Havas, trova in realtà la sua prima attestazione nel catalogo della mostra di strumenti di tortura organizzata nella Casermetta di Forte Belvedere a Firenze nel 1983.

Applicazione della tortura con la Forcella dell’eretico

Tanto terribile quanto fasulla è poi la “pera vaginale” che sarebbe stata utilizzata per dilatare vagine e orifizi anali di streghe e di cui esiste anche una variante orale. Un curioso ibrido tra una sedia elettrica e il letto di un fachiro indiano è poi la Sedia inquisitoria: un trono di ferro interamente ricoperto di punte acuminate, dove la vittima veniva legata durante l’interrogatorio.
“Il quantitativo di metallo utilizzato e la presenza di chiodi fatti in serie – commenta Campagnano – lasciano presupporre una prima fabbricazione modernissima. È quantomeno sospetto che le prime riproduzioni della Sedia Inquisitoria siano del XX secolo, anzi, più precisamente, dell’ultimo quarto del secolo scorso”.
Secondo lo studioso anche questo improbabile arnese potrebbe essere stato inventato appositamente per la mostra degli strumenti di tortura di Forte Belvedere che ha fatto conoscere – se non creato dal nulla – la Forcella.

La pera vaginale

Tra i più celebri e più sfacciatamente falsi storici c’è la Culla di Giuda, che vedeva il condannato sospeso al di sopra di un cavalletto in cima al quale era posta una piramide sulla quale, attraverso un sistema di corde, sarebbe stato mosso in modo che la punta penetrasse nei genitali o nell’ano. Nonostante faccia parte dell’immaginario collettivo, è difficile – al di fuori dei soliti musei della tortura – trovare qualcuno che gli dia seriamente credito.
“D’altronde, immaginare un trabiccolo del genere – commenta ancora Campagnano -, per cui era necessario l’impiego di diverse persone, 4 funi e un puntale di legno, è storicamente (e fisicamente, visto l’impossibilità di mantenere in equilibrio l’imputato) demenziale”. Non a caso, ancora una volta, l’origine di questo marchingegno è la “fabbrica di falsi” di Forte Belvedere, e la datazione è sempre 1983.
Non deve stupire, in realtà, tutta questa creatività nell’inventare atrocità tanto fantasiose, dal momento che la realtà storica – di suo – offre ben poco, e se i musei della tortura dovessero raccogliere strumenti realmente utilizzati resterebbero praticamente deserti.

Esempio di utilizzo di una versione della Culla di Giuda

Le torture usate nel Medioevo, infatti, erano poche e più semplici: c’erano i ‘tratti di corda’ (l’inquisito, con le mani legate dietro la schiena, veniva sollevato più volte in aria per mezzo d’un sistema di carrucole e poi lasciato cadere); il ‘cavalletto’ (un ordigno sul quale si stiravano le membra del torturato); il ‘fuoco’ (si ungevano i piedi del torturato per avvicinarli poi a una fonte di calore); la ‘stanghetta’ (un sistema di contenzione che comprimeva polsi e caviglie); le ‘cannette’ (si stringevano con appositi strumenti le dita giunte del tormentato); la ‘veglia’ (s’impediva al torturato, legato a un sedile, di addormentarsi per un periodo che poteva arrivare a quasi due giorni); la ‘bacchetta’, uno staffile che si poteva usare anche nei confronti dei minorenni, non però prima del nono anno d’età.
L’uso dei carboni ardenti e del ferro rovente viene invece screditato dalle autorità ecclesiastiche a partire dal 1215, quando Innocenzo III proibisce di suffragare le torture con la benedizione, privandole così – a dispetto dei luoghi comuni – di ogni forma di sacralità.

La botte denominata Mantello della vergogna

D’altra parte non sono solo le torture ad essere oggetto di fantasie: “I luoghi comuni sull’inquisizione sono molti” spiega Franco Cardini in un’intervista con Avvenire pubblicata nel 2013. “La prima nozione da sfatare è che procedesse in modo arbitrario e per la volontà della Chiesa di asservire la società laica alla sua visione repressiva e fanatica. Ciò è totalmente privo di fondamento e corrisponde a una ‘leggenda nera’ avviata nei secoli XVIII e XIX, prima in ambito illuministico e poi protestante: due propagande calunniose, che volevano distorcere la realtà in modo anticattolico. Tra l’altro, i roghi erano più frequenti nei Paesi della Riforma, soprattutto calvinisti, che in quelli soggetti a Roma”.

La verità è che i processi dell’inquisizione erano in generale corretti e il ricorso alla tortura c’era nella misura in cui si trattava di un espediente usato a quel tempo nei tribunali laici. “Normalmente il processo inquisitoriale si concludeva col non luogo a procedere oppure con condanne leggere come l’esilio, pene pecuniarie, penitenze. Gli specialisti oscillano tra il 40 e il 70% di processi conclusi con una condanna, e in questa percentuale – alta ma non schiacciante – la pena capitale è relativamente rara, senza contare che c’erano infiniti modi per evitarla”.

I Catari al rogo in una miniatura

In sostanza il rogo coglieva solo l’eretico che si metteva nelle condizioni di essere considerato recidivo. E in generale non si finiva davanti all’Inquisizione per le proprie opinioni, ma sempre per l’accusa di reati effettivi come aver procurato aborti, avvelenato qualcuno o commesso delitti.

Quanto alla tortura: “Era chiaramente regolata: non doveva essere più feroce e dolorosa di un certo livello, doveva essere limitata nel tempo e spesso si svolgeva sotto il controllo di un medico. Inoltre poteva essere usata solo in due casi: quando le dichiarazioni dell’imputato erano contraddittorie o quando le prove di un processo non fossero chiare”.
“Durante l’Alto Medioevo – scrive ancora Cardini in Storia della tortura giudiziaria pubblicato su Medievista.it – la tortura fu in genere sostituita dall’ordalia, che con essa aveva in comune la concezione del rapporto tra coscienza soggettiva d’innocenza (o di colpevolezza) e capacità di sopportare prove e sofferenze”.

Papa Innocenzo IV ritratto in una miniatura

L’interrogatorio sotto tortura, invece, è attestato a partire dal 1228 nel Liber iuris civilis, e viene legittimato da Innocenzo IV nel 1252.
Si dovevano però evitare sia la mutilazione permanente sia la morte. “In età tardo medievale e rinascimentale abbondano i trattati sulla tortura che si preoccupano di legittimare e al tempo stesso di disciplinare la pratica. Già nei giuristi medievali si avvertono molto vivi la preoccupazione per gli abusi e il dubbio sull’efficacia della tortura in rapporto alla fragilità umana e alla paura del dolore”.
Tuttavia, molto forte era l’argomentazione dell’inquisitore Bernardo Gui (divenuto celebre come antagonista in Il nome della rosa) secondo il quale “la sofferenza induce a riflettere”.

“Sia nei processi civili sia in quelli inquisitori ali – continua Cardini – la tortura era raccomandata nei casi in cui l’imputato si ostinasse a negare la sua colpa ma non fosse in grado di dimostrare con prove o argomentazioni la sua innocenza; o quando, pur avendo egli ammesso la colpa, vi fossero fondati motivi per ritenere non completa la sua confessione”.

Naturalmente erano previste categorie di persone verso le quali la tortura era inapplicabile: nobili, i militari, cavalieri, chierici, bambini, vecchi e donne incinte. Con tutte le deroghe del caso, ovviamente.
La tortura poteva essere inoltre applicata solo sulla base di una preliminare sentenza, rispetto alla quale l’imputato poteva appellarsi: “Se e quando possibile, si tendeva a far sì che la sola paura della sofferenza bastasse a far confessare la verità. All’applicazione della tortura, che doveva essere eseguita secondo i limiti, nei modi e nei tempi sanciti nella sentenza, dovevano assistere i giudici inquisitoriali (quindi il vescovo del luogo e l’inquisitore) o i loro vicari ufficiali”.

L’ordalia di Riccarda di Svevia (840-906 ca.), in un dipinto di Dierec Bouts

Mezzi e sistemi di tortura variavano in relazione alle consuetudini locali: il testimone che avesse resistito al dolore senza ritrattare era considerato veridico e l’imputato che vi avesse resistito senza confessare era dichiarato innocente. I notai erano chiamati a registrare con precisione carattere e durata dei singoli tipi di tortura; dopo di essa, si chiedeva all’imputato confesso di confermare la sua confessione, nel qual caso si parlava di confessione spontanea.
“È indebito il carico che talora si fa ai tribunali inquisitoriali di aver usato sistematicamente la tortura: in ciò, essi non facevano che seguire la pratica giuridica dell’epoca; e vi sono testimonianze numerose d’una forte resistenza degli inquisitori a servirsi dell’extrema ratio, cui si ricorreva di solito soltanto dopo aver provato altre vie, quali, anzitutto, la prigione ‘stretta’ che prevedeva digiuno e privazione del sonno”.

Il domenicano frate Eliseo Marini, nel suo Sacro arsenale pubblicato nel 1631, sosteneva che la tortura dovesse essere applicata solo se le altre prove fossero del tutto insufficienti, e massima l’incertezza; e ammoniva che si procedesse con prudenza, si mostrassero all’imputato gli strumenti di tortura prima di usarli, gli si proponesse ripetutamente di pensare a quel che faceva, s’interrompesse più volte il procedimento per dargli modo di riflettere.

“La costrizione della volontà risulta insomma chiara – conclude Cardini – ma l’arbitrio dei giudici e la durezza del tormento si riducevano e si disciplinavano per quanto era possibile”.
Torturare sì, insomma: ma con giudizio.

Arnaldo Casali

Consigli di lettura
Modesto Rastrelli, Fatti attenenti all’Inquisizione e sua istoria generale, e particolare di Toscana, 1782.
Franco Cardini, Marina Montesano, La lunga storia dell’inquisizione. Luci e ombre della «leggenda nera», Città Nuova, 2005.
Andrea Del Col, L’inquisizione in Italia. Dal XII al XXI secolo, Mondadori, 2007.
Franco Di Bella, Storia della tortura, Odoya, 2008.
Henry Veyrier Roland Le Musée des supplices, Villeneuve 1973.

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