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Il mistero di Valentino

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San Valentino e i suoi discepoli. Vite di santi, Francia, Parigi, XIV secolo.

È venerato in tutto il mondo, tanto dai cattolici quanto dagli ortodossi e dagli anglicani come santo martire, taumaturgo, e in qualche caso protettore degli animali (come a Bussolengo, in provincia di Verona), degli agrumeti (a Vico del Gargano) o addirittura degli epilettici (a Monselice in Veneto, dove l’epilessia si chiama “Mal de san Valentin” e nel giorno del santo vengono distribuite delle piccole chiavi – che un tempo venivano messe in bocca durante gli attacchi per impedire il taglio della lingua). Niente ha a che fare invece, almeno sotto il profilo storico e religioso, con gli innamorati.

San Valentino da Terni, decapitato il 14 febbraio del 273 sulla via Flaminia, viene celebrato in ogni angolo dei cinque continenti, restando – paradossalmente – del tutto sconosciuto e misterioso.

E non è strano: in fondo deve la sua popolarità solo alla coincidenza con la festa degli innamorati, totalmente pagana (deriva infatti dai Lupercali, ricorrenza dedicata alla fertilità). Potremmo dire quindi che Valentino condivida, in qualche modo, il destino di San Silvestro, Santo Stefano e San Lorenzo, figure senza dubbio ignote a chi festeggia il giorno a loro dedicato.

A differenza di san Lorenzo, che non è mai stato patrono delle stelle cadenti, o di San Silvestro, che certo non viene invocato come protettore dei giocatori di tombola, Valentino raccoglie però attorno alla sua tomba a Terni ogni anno centinaia di coppie di fidanzati e le chiese che vantano le sue reliquie vedono arrivare in continuazione lettere che chiedono la benedizione del Santo sul proprio amore.

Ciò che sappiamo in realtà della figura storica di Valentino è molto poco: la più antica testimonianza che abbiamo su di lui è contenuta nel Martirologio geronimiano, scritto nel V secolo, mentre all’VIII secolo risale la Passio Sancti Valentini che narra la tortura, la decapitazione notturna e la sepoltura a Terni da parte dei suoi discepoli.

A Roma, un insegnante di greco, Cratone, ha un figlio afflitto da una terribile malattia alle ossa che ha incurvato il suo corpo fino a fargli finire la testa tra le ginocchia. Un amico di Cratone gli riferisce che un suo fratello affetto dallo stesso male, è stato guarito da Valentino, vescovo di Terni.

Giunto a Roma, Valentino si rende disponibile a curare Cerimone ma chiede la conversione al cristianesimo di Cratone. Poi si chiude in una stanza tutta la notte con il giovane Cerimone, pregando con lui. All’alba Cerimone esce dalla stanza completamente guarito. Cratone e tutta la sua famiglia si convertono quindi al cristianesimo, e con loro anche gli allievi di Cratone, tra cui figurano Procolo, Efebo, Apollonio e il figlio del prefetto di Roma Furioso Placido. Il quale – furioso di nome e di fatto – fa arrestare di notte Valentino e lo fa decapitare sulla via Flaminia. Procolo, Efebo e Apollonio, però, ne recuperano il corpo e lo seppelliscono a Terni, in un antico cimitero sopra il quale sorge oggi la basilica di San Valentino.

Particolare della tomba di San Valentino, nel santuario del vescovo e martire, a Terni.

Come detto, la tradizione colloca il martirio di Valentino il 14 febbraio del 273, ma gli studi più recenti – esposti da Emore Paoli nel corso di un convegno che si è svolto a Terni nel 2010 e ribaditi, sempre a Terni, nella giornata di studi promossa dal Comune il 6 febbraio 2016 – hanno ipotizzato uno spostamento della data di morte almeno di un secolo. Il fatto che, secondo la Passio Valentino sia stato ucciso di notte e in un luogo segreto, lascia pensare infatti che non si trattasse di un’esecuzione ma di un agguato. Avvenuto, quindi, non durante le persecuzioni, ma in un’epoca in cui il cristianesimo era stato legalizzato. Ad avvalorare questa tesi sia il nome di Furio Placido, che figura come prefetto a Roma dal 342 al 347, sia la presenza – nella cronotassi dei vescovi di Terni – di un Valentino II, anch’egli santo, impegnato nella lotta contro l’eresia ariana tra il 520 e il 533. Come il primo, anche Valentino II è stato ucciso, e come il primo anche lui ha avuto come successore un vescovo chiamato Procolo. Coincidenze che lascerebbero pensare ad un vero e proprio “duplicato”, la cui creazione non può essere né smentita né confermata vista la totale assenza di documenti riguardanti la chiesa ternana dei primi secoli.

Quel che è certo, però, è che il culto di San Valentino a Terni è antichissimo: sulla sua tomba già nel IV secolo era stata costruita una chiesa, distrutta dai Goti nel VI secolo e ricostruita nel VII. Proprio nella basilica di San Valentino avviene – nel 741 – lo storico incontro tra Liutprando, re dei Longobardi e papa Zaccaria con cui, attraverso la Donazione di Sutri – ha inizio lo Stato della Chiesa.

San Valentino, Lucas Cranach (1472-1553), Galleria delle arti figurative di Vienna.

Distrutta ancora dagli ungari, poi dai normanni e infine dai saraceni, la basilica viene ricostruita ancora una volta e affidata ai monaci benedettini. Poi viene abbandonata ad un progressivo degrado fino a quando, nel 1605, il vescovo Giovanni Antonio Onorati, discepolo di Cesare Baronio, promuove una campagna di scavi per riportare alla luce la tomba di San Valentino e ordina la costruzione di una nuova basilica affidata poi ai frati carmelitani.

Intanto a Roma si è consolidato il culto parallelo di un altro Valentino, non vescovo di Terni ma prete romano, anche egli decapitato sulla via Flaminia il 14 febbraio ma nell’anno 269 e sepolto nelle catacombe di San Valentino, da cui alcune reliquie sono state poi portate nella chiesa carmelitana di Dublino.

Tra le molte teorie elaborate per giustificare questo sdoppiamento, quella più comunemente accettata – elaborata negli anni ’90 – ritiene che si tratti in realtà dello stesso personaggio il cui culto si è sviluppato in modo diverso nelle due città alle quali il santo si era, per qualche motivo, legato. Secondo l’ipotesi più recente, invece, il Valentino romano era un presbitero, compagno dei martiri romani Maris e Marta e il culto del Valentino ternano, avrebbe in qualche modo acquisito le dimensioni cronologiche di quello romano. Il vescovo ternano vissuto tra il IV e il VI secolo, quindi, sarebbe stato “ricollocato” al tempo del Valentino romano approfittando della totale assenza di riferimenti cronologici nella Passio.

Nel frattempo, comunque, decine di città in tutto il mondo hanno iniziato a rivendicarne le reliquie: tra queste Sasso Corvaro in provincia di Urbino, Savona, Sadali in Sardegna, Belvedere Marittimo in Calabria, Vico del Gargano, Ozieri vicino Sassari, Torre d’Arese e Abriola, in provincia di Potenza, oltre che la stessa Dublino.

Particolarmente interessante è il caso di Bussolengo, in provincia di Verona: qui si trovano infatti le più antiche raffigurazioni di San Valentino, al quale è dedicata una chiesa edificata nel Medioevo, e che è patrono della città.

Nella chiesa di Bussolengo sono presenti ben tre cicli di affreschi sulla vita di San Valentino, oltre che un busto in legno e numerosi dipinti, di cui molti medievali. Il culto del santo sembra sia stato portato – nel XIV secolo – dalla confraternita dei disciplinati, nata proprio in Umbria. Grazie poi ad un miracolo avvenuto nel XVIII secolo, Valentino a Bussolengo è diventato anche il patrono del bestiame.

Sono proprio gli affreschi di Bussolengo a testimoniare il fatto che nel Medioevo il san Valentino vescovo di Terni è già conosciuto e venerato in tutta Europa, ma non ha ancora nessun legame con gli innamorati: i tre cicli presenti nella chiesa, infatti, ne raccontano la vita e il martirio senza alcun riferimento a matrimoni celebrati dal martire. Riferimenti di cui avremo tracce, invece, a partire dal XVII secolo e in ambiente anglosassone.

San Valentino, Leonhard Beck (ca. 1480–1542). Museo Nazionale della Fortezza di Coburgo.

William Shakespeare cita la festa di San Valentino nell’Amleto, all’interno di una filastrocca recitata da Ofelia durante la sua follia. E proprio in Inghilterra, non a caso, nascono leggende romantiche come quella secondo cui il santo aveva riappacificato una coppia di innamorati che stavano litigando, donando loro una rosa. A dimostrare come l’Ottocento romantico abbia diffuso ormai ovunque il culto di Valentino come patrono degli innamorati, è infine la stessa vetrata della basilica di Terni, restaurata nel 1854, che raffigura proprio il celebre episodio della rosa donata ai fidanzati.

Le altre leggende, che vogliono Valentino originario di Terni e appartenente ad una famiglia aristocratica, eletto vescovo ancora giovanissimo (a 22 anni secondo alcuni, a 27 secondo altri) arrivandone a datare la nascita nel 175 e la morte a 98 anni, si sviluppano tra il XVII e il XVIII secolo, quando Valentino diventa ufficialmente il patrono di Terni.

Fino al 1646, infatti, il santo si contendeva la protezione della città di Terni con San Procolo (suo successore) e sant’Anastasio (vescovo di Narni e Terni dal 649 al 653). Poi il governo dello Stato Pontificio, per ridurre i giorni festivi, aveva stabilito che ogni città dovesse scegliere un solo patrono principale: a Terni era scoppiata una lotta senza quartiere tra Valentino – sostenuto dal Comune – e sant’Anastasio, sepolto nella Cattedrale e sostenuto dal clero. Era stato proprio il voto decisivo dei carmelitani a decretare la vittoria di Valentino, proclamato ufficialmente patrono principale di Terni il 3 luglio 1647.

Divenuto quindi patrono e simbolo stesso della città e in particolare della sua aristocrazia laica, Valentino viene ridisegnato anche nelle leggende come santo ternano (a differenza di tutti gli altri patroni, e degli stessi altri vescovi di Terni, quasi sempre “missionari” arrivati da fuori) e di origini nobili.

La leggenda che vuole Valentino ordinato vescovo da san Feliciano, patrono di Foligno, è stata diffusa invece, e non caso, sempre nel XVII secolo ma da storici folignati.

La più celebre delle storie che legano il santo agli innamorati, quella di Sabino e Serapia (sorta di Romeo e Giulietta ante litteram: soldato romano lui, cristiana ternana lei, ostacolati nel loro amore dalle rispettive famiglie, uniti in matrimonio da Valentino e morti insieme subito dopo) è nata infine addirittura a metà del Novecento, ispirata da una tomba bisoma rinvenuta nella necropoli delle acciaierie a Pentima (e oggi esposta al Museo Archeologico) datata in realtà al 900 a.C.

D’altra parte la particolarità – e in fondo il fascino – del santo dell’amore è proprio quella di avere una leggenda in continuo sviluppo ed evoluzione: a testimoniarlo la più recente ad essere diffusa, secondo cui sarebbe stato lui stesso innamorato: lanciata appena due anni fa da un libro, è stata già ripresa da un musical e da un film.

Un’ipotesi, peraltro, paradossalmente molto verosimile, visto che al tempo di Valentino i vescovi – come i preti – erano sposati, e proprio nel cimitero paleocristiano che si trova sotto la basilica di San Valentino a Terni è stata ritrovata una lapide funeraria intitolata ad una “venerabilis femina” definita “episcopa”, perché moglie del vescovo.

Arnaldo Casali

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Tovaglie Perugine, status symbol medievale

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Nella Cena del Cavaliere da Celano (Giotto, Basilica superiore di Assisi, 1295-1299) la tavola è apparecchiata con una Tovaglia Perugina.

C’è un’Umbria da toccare con mano e da accarezzare che sfugge ai viaggi frettolosi e ai riti del turismo di massa. Si può scoprire seguendo un affascinante percorso che lega insieme l’antica arte della tessitura alla sapienza dei ricami e di merletti eterei, creati da mani pazienti e abilissime. Trame delicate, che appaiono come i timbri squillanti di un incanto fragile ma capace di sfidare il tempo. È lo stesso stupore che disegna nell’anima del viaggiatore un paesaggio inconfondibile e, a tratti, struggente. Le piccole e dolci colline sembrano quasi cingere in un lungo abbraccio l’armonico ordito dei campi. Prima dei tessuti, la bellezza segue altre strade. Tocca le pietre, le scale, i vicoli e i palazzi. E sfiora i castelli e i rosoni misteriosi di chiese antiche, che quasi precedono la meraviglia di piazze scenografiche e insieme raccolte. Spazi che si colmano in pochi passi. E dove le piacevoli abitudini si rinnovano ogni giorno. Luoghi intimi, riconoscibili, nei quali è ancora bello passeggiare e incontrarsi.

Per svelare questa trama nascosta bisogna partire da lontano. E pensare ai fondachi dei mercanti, cresciuti un po’ ovunque in secoli definiti bui in modo forse frettoloso. Ma che ancora oggi rischiarano il destino dell’Umbria, una regione sospesa tra Medioevo e futuro. Capace però di legare, come pochi altri territori, il globale con il locale: le università, i grandi eventi internazionali e le aziende tecnologiche convivono in modo naturale con la “sapienza delle mani” e con i mestieri d’arte che vengono ancora tramandati, seppure tra molte difficoltà, da padre in figlio. Questa piccola terra ogni giorno pesca il mondo grazie alla grande rete di internet. Ma non dimentica altre maglie, eleganti e ancora resistenti. Reti spesso minuscole, nelle quali si intessono anche le relazioni e dove gli ultimi artigiani trovano rifugio, protetti dalle radici profonde di una storia millenaria.

San Francesco di Assisi (1182-1226).

Il ricco mercante Bernardone, volle chiamare suo figlio Francesco in onore della Francia, il paese dalla lingua musicale dal quale importava stoffe preziose e dove volle anche trovare moglie. Nei primi anni del XIII secolo, nella sua bottega di Assisi, affollata di lavoranti, quei tessuti venivano cuciti con maestria, prima di fare il percorso inverso per essere venduti, dopo estenuanti viaggi a cavallo, nelle fiere e nei mercati della Champagne. La grande e vicina Perugia aveva già trentamila abitanti e una fiorente attività tessile. Come Foligno e la popolosa Orvieto del Duecento. Le Crociate aprivano nuovi, avventurosi percorsi. Sulla via della fede fiorivano anche gli scambi. E la lana, il lino, la canapa e la seta avvicinavano mondi diversi. La lana proveniva dagli allevamenti di ovini nell’appennino umbro marchigiano e dalla Valnerina. Oppure veniva importata, già filata dall’Inghilterra. Dal Trecento in poi, con la crescita della domanda, si aprirono nuovi mercati in Francia, Spagna e Portogallo. La canapa era coltivata soprattutto nell’area spoletina, in quella folignate, intorno a Perugia e nell’Altotevere. Fin dal Quattrocento le tele di Bevagna erano conosciute in tutta Europa: erano fini e bianche come il lino ma anche robuste. Servivano per il cordame e per gli usi più svariati.

Rakam, la parola araba che descrive il disegno e l’ornamento, avrebbe dato, nei secoli successivi, il nome alla nobile arte del ricamo. Ma nell’Umbria medievale quel suono era ancora sconosciuto. Anche se il segno del gusto per opere fragili e belle era già presente da tempo. Alberto Sotio, nel 1137 aveva già finito la sua Croce dipinta, che ora si può ammirare nel silenzioso splendore del Duomo di Spoleto. È il più antico capolavoro pittorico del Medioevo in Umbria: mostra un Cristo dolente, con gli occhi aperti, lo sguardo sereno e le braccia spalancate in un abbraccio misericordioso. I fianchi, appoggiati sulla Croce, sono coperti da un velo, trasparente e delicato, decorato da bande sottili, rosse ed azzurre. Colori che torneranno e diverranno tradizione. Nella chiesa di Santa Chiara, è ancora emozionante guardare il camice che la santa cucì per S. Francesco: le belle figure geometriche che rappresentano cervi e colombine sono disposte con cura, in modo armonioso e alternato. Anche quando la grave infermità la costrinse a letto, Chiara chiedeva alle consorelle di sollevarla dal suo povero giaciglio. E appoggiata ai sostegni, filava tessuti delicati, dedicati alla gloria di Dio. Allora i ricami servivano soprattutto ad ornare gli altari. Le clarisse di Assisi seguirono con entusiasmo l’esempio della fondatrice del loro ordine. Nel silenzio dei conventi, nacquero piccoli capolavori destinati a sfidare il tempo. Alcune tracce sono giunte fino a noi. Nella sacrestia della grande chiesa di San Domenico di Perugia i fregi della veste liturgica di papa Benedetto XI, realizzati in lino, con ricami in seta, risalgono al 1303. E il museo dell’Opera del Duomo di Orvieto conserva due trecenteschi bordi in lino rifiniti solo in minima parte con lavoro ad ago.

Tovaglia con motivi animali e geometrici. Collezione Galleria Nazionale dell’Umbria.

Ma il punto di forza della grande tradizione tessile medievale umbra erano le celebri Tovaglie Perugine: stoffe con fondo bianco, a occhio di pernice o spina di pesce bassa, con fasce colorate in blu e in qualche rarissimo caso anche in color ruggine. La pianta da blu, il guado, ha origini antichissime. Per almeno cinque secoli, dal Duecento al Seicento, fu coltivato in Valtiberina, soprattutto nell’area intorno a Sansepolcro. L’originale disegno delle tovaglie ricorda il moto ondoso dell’acqua. I perugini, nel loro dialetto, chiamarono quella figura stilizzata “belige”, per indicare il movimento a bilancia che durante la tessitura facevano i pedali degli antichi telai. Gli ornamenti, concentrati a fasce orizzontali sui lati minori del tessuto, si ottenevano grazie a trame supplementari di cotone bambagioso oppure di misto lino. Le tovaglie cominciarono ad essere utilizzate nelle chiese medievali del centro Italia soprattutto per abbellire gli altari. Poi, dopo il Quattrocento, l’uso si diffuse tra i nobili e nelle famiglie più ricche, in Toscana, nelle Marche, in ampie zone del centro Italia ma perfino nel nord Europa, in Trentino, in Friuli, nella Carnia e in Sicilia, dove una clientela colta e raffinata ne fece, per almeno due secoli, una sorta di “status symbol” delle classi dominanti.

Così diventarono parte integrante dei corredi. E via via si trasformarono in asciugamani, utili sia per gli usi sacri che per quelli profani, oppure in tende, cuscini e scialli da testa e per le spalle. Qualche volta i tessuti venivano arrotolati per servire da appoggio alle ceste che si portavano sulla testa. Ma secondo le occasioni, fungevano anche da cintura, sacca, bisaccia, stendardo o premio da assegnare nei tornei cavallereschi. Negli inconfondibili “tessuti perugini” veniva rappresentato un vastissimo repertorio di figure. Disegni geometrici, architettonici, vegetali e zoomorfi. Segni e simboli sia religiosi che profani, di discendenza araldica e spesso ispirati alla cavalleresca “età cortese”. Così cervi, grifi rampanti o in procinto di camminare, pavoni, falchi, lepri, lupi, leonesse, draghi e sirene venivano tessuti insieme a teorie di castelli e fontane, tralci di vite fruttati o altre piante e immagini nelle quali, di continuo, veniva evocata Perugia con la sua straordinaria Fontana Maggiore da poco costruita ma subito assurta a simbolo dell’identità cittadina, oppure Porta Sant’Angelo e anche l’insegna di Porta Eburnea, con l’elefante capace di sostenere una torre.

Le antiche tovaglie conservate nella Galleria Nazionale dell’Umbria.

Alcune tovaglie, ora conservate nella Galleria Nazionale dell’Umbria e appartenute alla collezione privata di Mariano Rocchi, presentano motivi decorativi molto particolari: quasi delle figure raddoppiate, come se le immagini fossero riflesse sull’acqua. Oppure con le lettere invertite, dove, ad esempio, la parola Amore si legge “Eroma”. Nei manufatti destinati agli altari ricorre, in infinite varianti, il disegno, intervallato da rosette ad otto petali, degli uccellini, già presente nei bassorilievi delle tombe etrusche. La lepre dell’innocenza, che arriva dalla tradizione mediorientale, è inseguita da un lupo lussurioso. E il cervo che nell’iconografia cristiana rappresenta la virtù, si abbevera alla fonte della saggezza o si accosta dolcemente all’albero della vita, come pure fanno, in alcuni casi, delle leonesse accosciate. In alcune tovaglie, ritrovate in Valnerina, appare anche la figura del caprone, con le corna avvolte a spirale. È sorprendente l’analogia degli antichi tessuti umbri con i “taleth”, gli scialli rituali ebraici bianchi a strisce blu. Di certo, le tovaglie percorsero anche le lunghissime strade delle Crociate. Lo testimoniano le rustiche bisacce confezionate dai tanti cavalieri che dall’Europa si mettevano in cammino alla volta del Santo Sepolcro. Molti dei motivi decorativi non sono stati ancora decifrati, anche se sono evidenti le ricorrenti simbologie cristiane intorno al tema dell’immortalità e della resurrezione e i segni beneauguranti e di buon auspicio, mescolati, in età più tarda a motti galanti o gentilizi in grafia tardo gotica. Per l’antropologa culturale Maria Luisa Buseghin i disegni dei pavoni, delle aquile e del leone con una o due code, denotano una chiara origine orientale, in particolare persiana. La stessa autrice, insieme ad altri studiosi specializzati sull’argomento, ricorda la tradizione non documentata che vuole la Confraternita della Mercanzia di Perugia, sorta nel 1380, come la prima vera e propria “fabbrica” delle tovaglie. L’antico istituto cittadino allora si occupava anche della riscossione delle tasse e di una razionale suddivisione del lavoro tra le 44 arti che animavano la Perugia del Trecento, fra le quali spiccava la potente corporazione dei lanari. Frammenti o porzioni di antiche tovaglie sono assai rare da trovare. Quelle integre sono rarissime e visibili quasi soltanto nei musei e nelle collezioni private. Ma la loro fortuna fu tale che vennero riprodotte da molti fra i più grandi artisti del Medioevo e del Rinascimento, in dipinti, affreschi e sculture lignee. Spesso venivano rappresentate insieme ad altri tessuti di gran pregio, quasi sempre di seta, importati da Lucca, dalla Sicilia o dall’estremo Oriente, destinati ad abbellire le chiese o le vesti lussuose di prelati e sovrani.

Particolare del Cenacolo di Ognissanti, Ghirlandaio (1480), Museo del Cenacolo di Ognissanti, Firenze.

Così fece, ad esempio, un artista della fine del Duecento: il Maestro delle Palazze, che in una Ultima cena, ora conservata all’Art Museum di Worcester, dipinse una lunga tovaglia, panneggiata con cura e ornata “alla perugina”, con fasce a motivi geometrici. La consacrazione artistica delle celebri tovaglie arrivò però con l’arte nuova, moderna e dirompente del grande Giotto, nella Cena del Cavaliere da Celano, uno dei ventotto affreschi che compongono il vastissimo ciclo murale delle Storie di San Francesco, ospitato nella Basilica superiore di Assisi. L’opera racconta una morte annunciata: la gioia abituale di un convivio che nel balenio delle poche parole scambiate tra San Francesco e il devoto cavaliere, si muta in dolore e lamento. La bianca tovaglia di renza appare in bella vista, stesa su una tavola “alla fratina”. Sopra, troneggia una trota arrostita, tra le posate medievali, i piatti dai bordi appiattiti e due lussuosi bicchieri di vetro. Cinque anni dopo, nel 1305, il grande artista ripropose le tovaglie anche nelle Nozze di Cana dipinte nella Cappella degli Scrovegni di Padova. Sempre ad Assisi, nella basilica inferiore, colpisce la grazia degli stucchi “ricamati” di Simone Martini nel Sogno di Sant’Ambrogio. Ma soprattutto, nella stessa chiesa, bisogna guardare con tutta l’attenzione che merita, l’altro capolavoro dello stesso autore, San Martino in atto di celebrare la Messa, in cui vengono raffigurate due diverse e splendide tovaglie d’altare, decorate in modo minuzioso con motivi geometrici e con simbologie zoomorfe. E ammirare, pochi metri dopo, l’emozionante Lavanda dei piedi di Pietro Lorenzetti, che risale al 1320 e che mostra un altro, mirabile esempio dei tipici tessuti perugini. Lo stesso artista rielaborò il tema delle Tovaglie Perugine una ventina di anni dopo anche nella Nascita della Vergine, conservata nel Museo dell’Opera del Duomo di Siena.

In Umbria, negli anni Trenta del Trecento, un altro ignoto e dotatissimo pittore, in una nicchia dell’ex convento francescano di Sant’Antonio a Pissignano, rivestì l’arcata che incornicia una Crocifissione con una tovaglia d’altare finemente ricamata. Nello stesso periodo, stoffe listate vennero dipinte a mo’ di foulard dal Maestro della Cattura di Cristo nella basilica superiore di Assisi o addirittura come cappucci dal grande e anonimo artista che a Montefalco affrescò la cappella della Croce, nella chiesa cittadina dedicata a Santa Chiara. Il Maestro di Cesi adornò con la pittura di quella stoffa alla moda la misericordiosa testa della Vergine in un originale Trittico che da molti anni arricchisce il già sontuoso museo Ephrussi de Rothschild di Cap Ferrat, in Francia. Altre testimonianze pittoriche si possono rintracciare nelle chiese spoletine di Santa Elisabetta e San Pietro Martire e nel tempio dell’Annunziata di Poggio di Croce a Preci. A Campi alta, nella scenografica chiesa di Santa Maria di Piazza, la Presentazione di Maria al tempio di Antonio e Giovanni Sparapane, è un vero e proprio trionfo espositivo dei tessuti umbri medievali. Nel Martirio di Santa Barbara, Madonna di Loreto e Sant’Antonio da Padova di Bartolomeo di Tommaso, visibile nella Pinacoteca comunale di Foligno, anche gli angeli al lavoro indossano tessuti finemente disegnati. L’affresco fa il paio con un’altra opera dell’artista, che mostra ornamenti dello stesso tipo: è il Giudizio Finale, che campeggia nella bella chiesa ternana di San Francesco, scampata ai 110 bombardamenti che misero in ginocchio la “città dell’acciaio” durante la seconda guerra mondiale.

I tessuti per i quali l’Umbria era famosa, vennero messi in mostra anche da artisti ignoti e affascinanti: ornati geometrici abbelliscono la statua lignea di una Madonna con Bambino che si può ancora ammirare nella chiesa di San Francesco a Acquasparta. Altri motivi vegetali compaiono nell’abito di un angelo, scolpito nella metà del Quattrocento e conservato nella pinacoteca comunale di Cascia. Sono bellissimi i tessuti verdi e amaranto che risaltano al centro della scena dei Funerali di Sant’Agostino di Ottaviano Nelli nella chiesa di Sant’Agostino a Gubbio. Le Tovaglie Perugine tornano in un particolare della stupefacente Cappella Baglioni di Spello dipinta dal Pinturicchio, nel Cenacolo di Foligno del Perugino e in due capolavori esposti nella Galleria Nazionale dell’Umbria: l’Adorazione dei Pastori di Bartolomeo Caporali e la Pietà di Piero di Cosimo. Ma anche altri artisti immortali vollero impreziosire le loro “ultime cene” con i tipici tessuti, da Duccio di Boninsegna al Ghirlandaio, dal Beato Angelico fino a Leonardo Da Vinci. Tovaglie damascate di lino bianco a piccoli rombi si conservano ancora alla Marienkirche di Danzica e emergono in tutta la loro bellezza nelle realistiche pennellate di alcuni artisti di scuola fiamminga, come Hans Memling che volle riprodurle nella sua Circoncisione, visibile al Museo del Prado di Madrid. Nei corredi delle signore dell’aristocrazia europea non potevano mancare i tessuti dell’Umbria, icona di un gusto ormai consolidato.

Le moderne Tovaglie Perugine.

Non stupisce quindi trovare la citazione delle “tovaglie e pannili perugini” nell’inventario della dote che Caterina de’ Medici portò con sé quando andò in sposa al re di Francia Enrico II. La regina fiorentina adorava ricamare, tanto che si diceva lo facesse anche durante gli incontri politici di alto livello. Al suo nome è legato quel Punto Madama riscoperto centinaia di anni dopo, come specifico della tradizione regionale. C’era una scuola umbra del ricamo già nel Rinascimento. Il Burato, libro de ricami di Alessandro Paganini, uno dei testi per modelli più antichi, stampato nel 1484 e che rimase in voga per quasi due secoli, riporta splendidi disegni di motivi ornamentali di animali fantastici già presenti nelle produzioni dell’Umbria, insieme a donne con la coda di sirena e leoni alati seduti dorso contro dorso. Il volume riporta sia schemi da ricamare a fili contati che da disegnare con la tecnica dello “spolvero”.

Alla fine del Cinquecento le produzioni artigiane subirono un declino che sembrò inarrestabile. I lavori del tessuto su tela, dei ricami e dei merletti scomparvero per quasi trecento anni dal commercio pubblico. Ma tornarono all’alba del XX secolo.

Federico Fioravanti

Questo articolo fa parte del volume ”Umbria delle mie Trame. Tessuti, merletti e ricami: gli itinerari dell’alto artigianato artistico”, lavoro editoriale di Promocamera, azienda speciale della Camera di Commercio di Perugia che ha dedicato una collana alla valorizzazione delle eccellenze regionali. Il volume, con testi e coordinamento editoriale di Federico Fioravanti e progetto grafico dello Studio Fabbri, viene distribuito in occasione di eventi, manifestazioni e mostre in Italia e all’estero.

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L’incredibile storia di Cospaia

2CartelloCospaia

La scritta è ancora lì, scolpita sull’architrave della piccola chiesa: “Perpetua et firma libertas”. E’ la labile traccia di una storia incredibile: quella di Cospaia, un piccolo paese dell’Alta Valle del Tevere che per quasi quattrocento anni fu la più piccola repubblica del mondo.

Una pigra collina. Poche case, quasi abbracciate al piccolo tempio della Confraternita, appena separate dal corto e tozzo disegno di via San Lorenzo. Intorno, il silenzio di una quieta campagna. Qui, da qualche parte, deve pur passare il confine tra l’Umbria e la Toscana.

Nel raggio di venti chilometri, i cartelli stradali evocano nomi e luoghi che stordiscono il viaggiatore. C’è Caprese, la minuscola, boscosa patria del grande Michelangelo. Poco lontano, l’amata terra di Piero: Sansepolcro. Le prime ore dell’alba regalano la stessa, straordinaria luce che il pittore riversava nei suoi dipinti. Il nitore del paesaggio, lo stupore dei colori, l’emozione degli sguardi. Come quello che coglie ancora chi contempla la “Madonna del parto”, il commovente omaggio che l’artista volle fare a Monterchi, il paese natale di sua madre. Un pezzo d’Umbria in Toscana. O viceversa. Poco importa. Questione di confini. A due passi c’è Città di Castello con la sua ricca pinacoteca: Raffaello, Signorelli, il Ghirlandaio…

A fianco della dritta e comoda strada, all’improvviso, spunta Anghiari. E davanti alla placida pianura torna la suggestione di un nome, insieme al ricordo di una celebre battaglia e di un grande e perduto dipinto murale di Leonardo da Vinci.

Tanta bellezza può confondere. Come avvenne a Cospaia, in modo accidentale. Quasi per uno scherzo del destino.

Cosimo De’ Medici il Vecchio in un ritratto del Pontormo (1518-1520)

Accadde nel 1441. Dieci anni prima, il papa veneziano Eugenio IV aveva chiesto un prestito di 25.000 fiorini d’oro a Cosimo il Vecchio, oculato artefice della dinastia dei Medici. Tanti soldi. Una montagna di denaro che serviva al “servitore di Pietro” per portare a termine una costosa ed estenuante lotta con il concilio di Basilea. Il lungimirante Cosimo pretese una garanzia. Eugenio IV, diede in pegno il paese di Borgo San Sepolcro e il suo circondario. Ma allo scadere dell’accordo, il pontefice non era più in grado di rimborsare l’astronomica somma. Il fertile spicchio di terra passò allora dal papa alla Repubblica di Firenze. Furono subito fissati i nuovi confini ed aggiornate le relative carte topografiche.

Secondo l’accordo, il limite tra i due stati doveva passare all’altezza del torrente Rio, un tributario del vicino Tevere. Ma erano due i fiumi paralleli che scendevano dal monte Gurzole. E per gli abitanti del luogo portavano entrambi lo stesso nome: Rio. Anche se, proprio a voler essere precisi, quello a nord si chiamava Gorgaggia e quello a sud Riascone.

Fatto sta che le apposite commissioni nominate per ridisegnare i confini, come spesso succede, non si parlarono e lavorarono ognuna per conto proprio. I fiorentini tracciarono il nuovo limite all’altezza del primo torrente, vicino Sansepolcro e gli emissari del papa presero come punto di riferimento il secondo fiumiciattolo, nei pressi di San Giustino. Così, per errore, di calcolo e di geografia, Cospaia e il suo contado non furono rivendicati né da Roma né da Firenze. E quel piccolo fazzoletto di terra, compreso tra i due affluenti del Tevere, rimase fuori dalle carte geografiche di tutti e due gli stati: una striscia sottile, poco più di 300 ettari, con in mezzo, su una collinetta, il villaggio di Cospaia con i suoi 350 abitanti. Un piccolo popolo dimenticato da tutti. Una terra di nessuno. I cospaiesi, analfabeti ma veloci di comprendonio, non ne fecero un dramma. Anzi, si affrettarono a proclamare la “Repubblica di Cospaia”. Quando il Papa e Firenze si accorsero dell’errore, pensarono bene di non modificare la situazione: troppo faticoso rimettere in discussione un complicato trattato per un territorio che da un punto di vista strategico appariva insignificante.

L’antica mappa di Cospaia, di proprietà del Comune di San Giustino

I due stati erano alleati e soprattutto in quel periodo di convulse vicende storiche, in tutt’altre faccende affaccendati. Forse Cosimo ed Eugenio IV, entrambi amanti dei classici, risero dell’errore, pensando alla massima di Plinio il Vecchio:“In realtà non c’è nessun male che non abbia qualcosa di buono”. Uno “stato cuscinetto” faceva comodo a tutti. Specialmente in un periodo di guerre permanenti. Per scambiarsi le merci senza pagare dazio. Per chiudere un occhio quando era proprio il caso di farlo. Insomma, Cospaia non era un problema. E se lo era, non appariva insormontabile. La soluzione poteva essere rimandata. L’errore di misurazione diventò legge. La nuova mappatura fu sancita in una bolla, datata 1441, conservata negli Annali Camaldolesi.

I cospaiesi si accorsero presto che essere stati dimenticati non era una iattura ma un vantaggio: i loro terreni, immuni dai balzelli, rendevano di più. I commerci crescevano. E quella sconosciuta libertà era inebriante: nessun tiranno, nessun padrone, nessun despota al quale rendere conto. Seduti, allora come ora, davanti alle loro case, guardando al tramonto la splendida pianura sottostante, tra una chiacchiera e l’altra, giorno dopo giorno, presero coscienza del fatto che vivere nascosti se non dava la felicità almeno portava fortuna.

Lo stemma della repubblica di Cospaia

Quel villaggio sulla collinetta si trasformò presto un “porto franco”. E i suoi abitanti realizzarono una repubblica anarchica. In senso letterale. Nessun governo. Né tasse né soldati. Leggi, carceri, eserciti, polizia, codici, statuti e tribunali non servivano. Per dirimere le questioni bastavano il consiglio degli anziani e l’insieme dei capifamiglia. Per i servizi di molitura del grano e per le cure mediche i cospaiesi continuavano ad affidarsi agli abitanti di San Giustino. Il curato era, di fatto, l’”ambasciatore” presso il vicino vescovo di Città di Castello e quindi del Papa stesso. Forse era anche l’unico abitante della lillipuziana repubblica che anche sapeva leggere e scrivere. Del resto, a far di conto, i cospaiesi, pensavano da soli. La loro economia, seppur ancorata all’antica usanza del baratto, cresceva, anche a discapito delle popolazioni limitrofe, vessate da infinite gabelle. Per tutti i paesi vicini quella piccola repubblica era ormai diventato “il paese della cuccagna”. Con tanto di bandiera: metà bianca e metà nera, divisa in diagonale, con quattro “denti” all’estremità destra. Veniva esposta con orgoglio sui tetti del villaggio, esibita nelle feste, issata ai bordi dei campi coltivati dai confinanti contadini papalini e fiorentini, costretti a “marchiare” i loro terreni con meno nobili spaventapasseri. La repubblica dimenticata di Cospaia andò avanti, con soddisfazione dei suoi abitanti.

Ma 133 anni dopo, una mattina del 1574, un fatto nuovo cambiò ancora la storia del piccolo Stato.

Semi della pianta del tabacco

Accadde che l’abate Alfonso Tornabuoni, vescovo di Sansepolcro, ricevette un prezioso regalo da suo nipote, il cardinale Niccolò Tornabuoni, all’epoca nunzio del Papa ed ambasciatore dei Medici a Parigi. Dentro il pacco inviato dall’alto prelato c’erano i semi di una pianta medicinale allora poco conosciuta: il tabacco. Era giunta in Europa dal Sud America all’inizio del XVI secolo. Già nel 1518 Cortes, conquistatore spagnolo di Cuba, inviò a Carlo V alcuni semi. La prima coltivazione avvenne, a scopo ornamentale, nel giardino reale di Lisbona. Giovanni Nicot, ambasciatore di Francia in Portogallo, al suo ritorno a Parigi, pensò di farne omaggio alla sua sovrana, Caterina de’ Medici. Ne guadagnò la sua riconoscenza ed anche una fama imperitura: il principio attivo del tabacco, la nicotina, porta ancora oggi il suo nome. Alla corte di Caterina, la pianta, prima pestata e poi cotta insieme al grasso del maiale, guarì le terribili ulcere di Francesco II, il figliolo malaticcio della grande regina, che entusiasta del miracoloso medicamento, diffuse poi anche la moda del fumo. Ma il tabacco, così chiamato da Tobago, una delle isole della lontana America dove veniva coltivato, era considerato un rimedio per tante altre cose: curava le febbri e la sifilide, alleviava i dolor di denti e schiariva la voce. Tutto questo il vescovo di Sansepolcro, destinatario del regalo, non lo sapeva ancora. E certo non poteva prevedere che per la Chiesa, in futuro, quei semi sarebbero diventati “pianta del demonio”.

Ma allora, nel 1574, il vescovo, gradì il regalo del nipote. E in segno di benevolenza verso il figlio di suo fratello, piantò con amore quei semi nel giardino del vescovado. Dall’orto del prelato a Cospaia c’erano meno di quattro chilometri. Quella pianta misteriosa, chiamata “erba tornabuona” in onore di Niccolò, li percorse in fretta e cominciò ad essere coltivata nella piccola repubblica e per la prima volta nella storia, nel territorio italiano. Tabacco da fiutare e da fumare. E quando quasi un secolo dopo, nel 1642, papa Urbano VIII arrivò a scomunicare tutti i fumatori, a Cospaia, dove anche il proibito era lecito, la coltivazione del tabacco diventò la più redditizia delle attività. Per irrigare i campi anche durante la siccità, ai piedi del villaggio fu creato un laghetto, usato ancora oggi per la pesca di carpe e storioni.

Il villaggio di Cospaia in una vecchia immagine

La piccola repubblica si trasformò nella capitale italiana del tabacco. E lo rimase anche quando un altro papa, Benedetto XIII, voglioso di alimentare le magre entrate del Vaticano, nel 1724 sottopose a dazio la coltura. A Cospaia le tasse già non si pagavano. E le proibizioni non erano mai entrate in vigore. Il tabacco divenne merce di contrabbando. Cospaia tornò sotto la lente di ingrandimento dei potenti stati vicini. Il papa ed il granduca di Toscana discussero a lungo di come eliminare l’anomalia della piccola repubblica. Ma sopraggiunsero altri problemi più urgenti. Il piccolo stato dell’Alta valle del Tevere resistette anche al periodo napoleonico ed al nuovo ordine politico susseguente al Congresso di Vienna. Solo quattro repubbliche al mondo sopravvissero alla riunificazione tra “il trono e l’altare”: gli Stati Uniti, la Svizzera, San Marino e Cospaia.

Filippo Natali scrisse ricordando quei tempi: “Cospaia nel 1815 era divenuta un emporio di commercio. Case commerciali, ditte le più importanti, in specie nel ceto degli israeliti, da Genova, Livorno, Civitavecchia, Napoli, Ancona ecc. stabilirono ivi i loro magazzini, ed ogni più modesto vano della villa, adibito fino allora ai più umili uffici dell’agricoltura, si cangiò in fondaco di mercanti, che vi tenevano agglomerate le loro mercanzie, specialmente in tessuti e coloniali, che vi penetravano immuni da qualunque dazio doganale”. Troppo per papa Leone XII, che aveva già proibito il valzer, bollato come “danza oscena” e chiuso le osterie. E che dopo il Giubileo introdusse misure severe contro i Carbonari e gli ebrei, tanto da vietare qualunque “transazione economica tra cristiani e giudei” ed anche il commercio e l’apertura fuori dal ghetto di negozi e magazzini gestiti dagli israeliti.

La Cospaia ricettacolo del contrabbando di merci proibite ormai aveva i giorni contati. Il papa prese per fame gli abitanti e in accordo con il granduca di Toscana, costrinse i quattordici capofamiglia rimasti a firmare “l’atto di soggezione”. Alla comunità fu concessa ancora la possibilità di continuare a coltivare il tabacco “fino ad un massimo di mezzo milione di piante”. L’indennizzo per la libertà perduta fu una moneta d’argento, che da un lato riportava impresso il severo profilo del pontefice. I cospaiesi, usando l’ironia, l’unica arma che per secoli avevano imparato a maneggiare, la chiamarono “papetto”, per ricordare a se stessi quanto fosse stata pagata poco una indipendenza difesa con tenacia per 385 lunghi anni.

Finì così l’incredibile storia della repubblica di Cospaia. Quasi una favola che ancora oggi si racconta ai bambini del paese durante la festa che ogni anno si celebra fra le casette del borgo alla fine di giugno. Bella, come una filastrocca da tenere a mente. Forse è anche per questo che la moderna scuola elementare è stata intitolata a Gianni Rodari. Subito dopo il bel prato all’inglese, davanti all’ingresso dell’istituto, lì, proprio vicino al tricolore, sventola ancora la bandiera bianca e nera divisa da una diagonale, dell’antica e minuscola repubblica, proclamata per un errore topografico nel 1441, all’indomani della battaglia di Anghiari e dichiarata decaduta nel 1826, alla vigilia di un tempestoso Risorgimento.

Un anno dopo, a qualche centinaio di metri dal glorioso villaggio, nascerà la Buitoni, che poi diventerà Perugina. Ma questa è un’altra storia.

Federico Fioravanti

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Montefalco, la Madonna della Cintola

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Un capolavoro, dai colori teneri e luminosi. La “Madonna della Cintola” di Benozzo Gozzoli è tornata a casa dopo 167 anni e uno scintillante restauro. Fino al 30 aprile del 2016, si potrà ammirare nella chiesa museo di San Francesco di Montefalco, affascinante borgo medievale in provincia di Perugia.

La preziosa pala, dal 1848 è custodita nei Musei Vaticani: i montefalchesi la donarono a Pio IX quando il papa concesse al piccolo borgo il titolo di città. Fu padre Antonio, un francescano di Montefalco che rischiò anche di diventare papa, a commissionare l’opera, nel 1450, al giovane Benozzo per l’altare maggiore della Chiesa di San Fortunato.

L’artista seguì dettami del grande Leon Battista Alberti, secondo il quale una pala d’altare doveva essere semplice, quadrata, costruita in modo impeccabile e dipinta in una “amistà di colori”: nell’italiano del tempo voleva dire che i colori dovevano essere “tra loro amici” e che il gioco cromatico poteva cambiare al variare della luce.

Il risultato non tradì le attese. La tempera e oro su tavola raffigura la Vergine che dona la cintola a San Tommaso, come prova della sua assunzione al cielo.

La scena principale del dipinto è concepita per incentivare la devozione: la Madonna, seduta su un trono di nubi, è circondata da una miriade di angeli; alcuni, in primo piano, suonano strumenti musicali, gli altri, più defilati, sono ancora immersi nella preghiera. I raggi luminosi che emergono dal fondo oro del dipinto, raccontano la gloria e lo splendore del paradiso che attende la Vergine. L’apostolo Tommaso, che ha sempre bisogno di toccare e vedere per credere, è inginocchiato, quasi proteso, verso la madre di Dio. Tiene un capo della cintola che Maria gli sta porgendo. Lo sguardo che corre tra i due è il preludio all’ultimo saluto. Il sepolcro dal quale, poco prima, la Madonna ha preso il volo, è pieno di fiori. Un albero, tenace come la fede della madre di Gesù, è piantato tra le rocce.

La predella a corredo della pala d’altare ripercorre, a beneficio dei fedeli, la vita della Vergine: ai due estremi la nascita e la morte e, in successione, il matrimonio con Giuseppe, l’annunciazione, la natività di Gesù e la presentazione al tempio. Sulle due lunghe lesene corinzie laterali sono raffigurati sei santi: San Francesco d’Assisi, San Fortunato in abiti vescovili, San Bernardino da Siena, San Ludovico di Tolosa, San Galgano e Sant’Antonio da Padova.

“Un prodigio di azzurro e oro”. Così, Antonio Paolucci, direttore dei Musei Vaticani, ha definito il capolavoro di Benozzo, tornato luminoso dopo il restauro diretto da Arnold Nesselrath e Adele Breda e eseguito da Alessandra Zarelli e Massimo Alesi. La pala aveva subito nei secoli un progressivo degrado, aggravato da antichi restauri che avevano offuscato la luce che emana il dipinto.

L’affascinante cromia dell’opera colpì, in modo indelebile, anche lo storico dell’arte Bernard Berenson, che alla fine dell’Ottocento, quando aveva 29 anni, arrivò a Montefalco a dorso di un mulo, affittato a Foligno.

Nella lunga e tortuosa salita fino alla “ringhiera dell’Umbria”, fu accompagnato da un ragazzino che il critico d’arte disegnò, in poche righe, come un putto dipinto da Luca della Robbia. La fatica dell’ascesa fino al centro del paese, fu ripagata dalla visione della “Madonna della cintola”. Berenson scrisse: “Benozzo sembra aver dimenticato il Paradiso celeste che gli aveva insegnato il suo maestro, il Beato Angelico, per raccontare quel paradiso che è il lembo di terra compreso tra Montefalco e Assisi”.

Federico Fioravanti

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Assisi, le creature di luce

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Per Francesco erano fratello Sole e sorella Luna, le stelle e il fuoco. Per noi, insieme alle ineguagliabili espressioni della Natura, anche la sua memoria è luce. Un faro che travalica l’appartenenza o meno a una fede religiosa, perché illumina pagine di storia, arte e architettura.

È questo lo spirito che ha motivato l’installazione di un nuovo sistema di illuminazione nella Basilica Superiore di San Francesco, ad Assisi. E l’impatto è grandioso. Le volte stellate, gli archi e le volute del santuario sembrano brillare di luce propria. Come il gioco di chiaroscuri, la varietà cromatica e le volumetrie degli affreschi di Giotto, che acquistano una più completa e godibile visibilità.

Inaugurato di recente, l’impianto concilia la volontà di valorizzare al massimo l’enorme patrimonio artistico della basilica con la necessità di preservare i capolavori all’interno dell’edificio. Le luci a Led sfruttano tecnologie di ultima generazione e non emettono né raggi infrarossi né ultravioletti, dannosi soprattutto per i celebri affreschi che raccontano la vita di Francesco.

Particolari cure sono state riservate anche all’aspetto filologico: per mantenere immutate morfologia e posizione dei lampadari originali presenti nella basilica, le strutture meccaniche medievali sono state dotate di particolari opere di ingegneria progettate ad hoc, che hanno permesso di inserire i proiettori senza modificare aspetto e collocazioni dei punti di illuminazione.

Il sistema è anche in linea con i parametri di risparmio energetico indicati dalle normative europee ed è dotato di un pannello di controllo, accessibile anche via smartphone, in grado di modulare l’intensità dell’illuminazione in armonia con il variare della luce naturale che penetra nella basilica e in funzione delle diverse attività che si svolgono, dalle occasioni celebrative alle visite, fino ai momenti di più intimo raccoglimento.

La basilica di Assisi è uno dei siti riconosciuti dall’Unesco come patrimonio del mondo. E i suoi affreschi sono tra i tesori d’arte italiani meglio conservati e più accessibili ai turisti. Lo certifica una speciale classifica stilata dall’analisi di più di cento testate della stampa internazionale, dal New York Times a Der Spiegel.

I meravigliosi affreschi di Giotto hanno conquistato il 13,55% delle citazioni totali. Al secondo posto (con il 12.30% di citazioni) gli affreschi della Cappella Sistina, che precedono il Colosseo e il Cenacolo di Leonardo Da Vinci. La classifica dei tesori d’arte restaurati comprende anche la Torre di Pisa, la Galleria degli Uffizi, la Valle dei Templi e i Sassi di Matera.

La costruzione della basilica di Assisi iniziò nel 1228, il giorno dopo la canonizzazione di Francesco. Per la decorazione vennero chiamati i migliori artisti. Il pittore Cimabue giunse in Umbria con uno stuolo di allievi, tra i quali il giovane Giotto che collaborò agli affreschi delle Storie del Vecchio e del Nuovo Testamento, in particolare alle Storie di Isacco. Quasi vent’anni dopo, il generale dell’Ordine Francescano affidò proprio a Giotto il ciclo di affreschi sulla vita di San Francesco. Il grande pittore scelse di raccontare l’umanità dei personaggi, ne curò la fisicità e diede rilievo agli elementi naturali del paesaggio.

Una pittura nuova e rivoluzionaria, capace di interpretare al meglio il messaggio francescano d’amore per tutte le cose del Creato. Molte le scene corali: la folla è compatta, disegnata come un unico volume. Giotto però non rinunciò alle individualità: curò le fisionomie dei personaggi e li vestì con un realismo che abbagliò lo spettatore trecentesco così come, oggi più che mai, ammalia i visitatori che arrivano a Assisi da tutti i paesi del mondo.

Giulia Cardini

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