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L’inutile Concilio di Pisa

Miniatura del XV secolo da un manoscritto delle Cronache di Jean Froissart che illustra lo Scisma d’Occidente.

Il Concilio di Pisa si aprì il 25 marzo 1409. Era stato convocato per sanare la peggiore lacerazione mai vissuta dalla Chiesa cattolica. Ma finì per renderla ancora più grave.

La crisi alla quale si voleva porre rimedio è conosciuta come “Scisma d’Occidente” per distinguerla dall’altro grande scisma, quello di Oriente, iniziato nel 1054 e ancora in atto, che divise la chiesa cattolica da quella ortodossa. Ma se per quest’ultimo c’erano ragioni storiche, teologiche e geografiche a giustificare la separazione formale di gerarchie, tradizioni, contesti politici e liturgie che erano già da secoli divise nei fatti, lo scisma che si consumò in Europa fu tutto interno non solo alla Chiesa cattolica, ma addirittura allo stesso collegio cardinalizio.

Se quattrocento anni prima a contrapporsi a Roma era stata Costantinopoli, stavolta il nemico era ad Avignone. E non era un patriarca rivale, ma il papa stesso. Che aveva abbandonato Roma da settant’anni per rifugiarsi nella cittadina provenzale che si affaccia sul Rodano, a due passi dalla Costa Azzurra e con un vino più buono di quello dei castelli.

Era stato il francese Clemente V nel 1305 a trasferire la sede del papato in Francia. Eletto a Perugia dopo il rifiuto del cardinale inglese Walter Winterburne, Bertrand de Got aveva scelto di evitare la capitale – teatro degli scontri tra i Colonna e gli Orsini – e di rifugiarsi a Poiters sotto la protezione del re Filippo il Bello, che già da anni esercitava una forte ingerenza nella Chiesa cattolica tanto da scontrarsi ferocemente con Bonifacio VIII, da cui era stato scomunicato, ma che aveva infine sconfitto e umiliato con il celebre “schiaffo di Anagni”.

È vero anche che se un trasferimento formale della sede pontificia non c’era mai stato, erano ormai decenni che i papi evitavano la Città eterna e in molti non ci avevamo mai nemmeno messo piede scegliendo altre residenze (come l’abruzzese Celestino V, che non si era mosso dal L’Aquila). Nulla di strano, dunque, nel papa francese che se ne resta in Francia.

Il problema era sorto in seguito: per settant’anni il Conclave aveva eletto solo papi francesi che, a loro volta, nominavano cardinali francesi che continuavano a egemonizzare il collegio elettivo.

Già nel 1313 la Curia si era trasferita ad Avignone, mentre a Lione nel 1316 il Conclave aveva eletto Jacques Duèze, il famigerato Giovanni XXII (il “nemico” dei Francescani di cui parla a lungo anche Umberto Eco nel “Nome della rosa” e morto in odore di eresia) che aveva trasferito ufficialmente la sede papale, visto anche che nel frattempo il palazzo di San Giovanni in Laterano era andato distrutto in un incendio, mentre il suo successore – Jacques Fournier alias Benedetto XII – aveva completato il trasferimento facendo costruire il palazzo pontificio di Avignone. Morto nel 1342, dopo aver creato 7 cardinali di cui 6 francesi, era stato seguito da Clemente VI (che elesse 27 cardinali di cui 23 francesi), Innocenzo VI (15 cardinali di cui 14 francesi) e Urbano V, il primo a pensare seriamente di tornare a Roma, anche per sottrarre la Santa Sede all’ingerenza del Re.

Urbano V, nato Guillaume de Grimoard.

Per rimettere ordine nel caos che si era creato nella penisola, Urbano aveva mandato in Italia il cardinale Egidio Albornoz, che aveva recuperato gran parte dei terreni dello Stato Pontificio e aveva fatto edificare numerose rocche per la difesa dei territori riconquistati.

Il papa aveva fatto il suo solenne e trionfale ritorno a Roma il 16 ottobre 1367. L’idillio però era durato solo quattro anni: le disastrose condizioni in cui versava la città e le pressioni dei cardinali francesi avevano fatto tornare il pontefice sui suoi passi. Nonostante le suppliche di Francesco Petrarca e le minacciose profezie di Santa Brigida di Svezia, nel settembre 1370 Urbano era di nuovo ad Avignone, dove morì appena tre mesi dopo. E il conclave in cui sedevano anche i 14 nuovi cardinali da lui creati (di cui 11 francesi) aveva eletto Pierre Roger de Beaufort con il nome di Gregorio XI.

Gregorio XI, al secolo Roger de Beaufort.

All’inizio del 1376, papa Gregorio aveva iniziato una corrispondenza epistolare con Santa Caterina da Siena che cercava di convincerlo in ogni modo a tornare a Roma: “Rispondete a Dio che vi chiama… a tenere e possedere el luogo del glorioso pastore santo Piero”, “confortatevi, confortatevi, e venite, venite a consolare i povarelli servi di Dio e figliuoli vostri. Aspettianvi con affettuoso e amoroso desiderio”. Gregorio tentennava, era indeciso, continuava a ricevere pressioni dai cardinali perché si decidesse a lasciare la Curia ad Avignone. Il 18 giugno 1376 Caterina era giunta personalmente ad Avignone e il 13 settembre il papa aveva finalmente abbandonato la Francia, pur preoccupato e scoraggiato dai disordini esplosi a Roma e rassicurato solo dalla stessa Caterina sul fatto che stesse davvero seguendo la volontà di Dio.

Alla morte di Gregorio, l’8 aprile del 1378 il conclave si riunì a Roma. Era il primo nell’Urbe da settantacinque anni. Il collegio cardinalizio, dominato ancora dai francesi, si apprestava ad eleggere un nuovo papa transalpino. ma i romani si sollevarono, reclamando a gran voce: “Romano lo volemo, o almanco italiano!”. E così era stato eletto, per la prima volta dopo settantacinque anni, un papa italiano: il napoletano Urbano VI.

Appena cinque mesi dopo i cardinali francesi avevano dichiarato invalida quell’elezione – eseguita sotto pressione del popolo romano – e riuniti a Fondi avevano eletto un altro papa, ovviamente transalpino: Clemente VII, che si era stabilito, manco a dirlo, ad Avignone.

E per la prima volta la Chiesa cattolica ebbe due papi. – Entrambi paradossalmente legittimi.

E pensare che fu proprio per scongiurare gli scismi che per secoli avevano visto papi e antipapi eletti da poteri contrapposti (imperatore, famiglie aristocratiche, clero e popolo romano e così via), che dal 1059 era stata regolamentata l’elezione del pontefice riservandola ai soli cardinali.

Le posizioni europee nei confronti dello Scisma d’Occidente.

L’intera Chiesa cattolica si divise così in due “obbedienze”: quella a Roma e quella ad Avignone. Francia, Aragona, Castiglia, Cipro, Borgogna, Napoli, Scozia, Sicilia e Savoia rionobbero il papa di Avignone, mentre Inghilterra, Portogallo, Danimarca, Norvegia, Svezia, Polonia, Ungheria, Irlanda, Fiandre e Stati italiani rimasero fedeli a quello Italiano, mentre in Germania c’erano diocesi romane e diocesi avignonesi. Addirittura, in molti territori, si formarono due istituzioni parallele con due vescovi rivali nella stessa città.

Lo scisma proseguì anche dopo la morte dei due papi: nel 1389 al posto di Urbano VI i cardinali romani elessero Bonifacio IX, mentre ad Avignone nel 1394 salì al soglio Benedetto XIII.

Il primo tentativo di pacificazione risale al 1404: alla morte di Bonifacio IX i cardinali italiani si dichiararono disposti a non procedere all’elezione se Benedetto avesse accettato di dimettersi. Ma il papa di Avignone non ci pensò nemmeno e lo scisma proseguì con l’elezione di Innocenzo VII e – due anni dopo – di Gregorio XIII.

Solo un Concilio ecumenico poteva ricomporre la situazione: così, dopo trent’anni di scisma, quattro cardinali francesi scesero in Italia per cercare di trovare un accordo. Dalla riunione dei prelati di buona volontà nacque dunque – il 5 luglio 1408 – la convocazione di un Concilio generale, che si aprì a Pisa il 25 marzo 1409.

L’assemblea venne disertata dai due papi, che convocarono entrambi dei concili alternativi, uno a Perpignano e uno ad Aquileia, tutti e due disertati in massa, mentre anche le grandi università di Oxford, Parigi e Colonia sostennero l’assemblea toscana.

La cattedrale di Pisa, capolavoro del Romanico pisano.

Nella cattedrale di Pisa, sotto la presidenza del cardinale Malesec, si riunirono quattro patriarchi, 22 cardinali, 80 vescovi, i rappresentanti di 100 vescovi assenti, 87 abati con le procure di chi non era potuto intervenire di persona, 41 tra priori e generali di ordini religiosi, 300 dottori in teologia o diritto canonico e gli ambasciatori di tutti i regni cristiani.

Aperte solennemente le porte del duomo, i due papi rivali vennero chiamati, ma nessuno di loro rispose all’appello. “È stato nominato qualcuno per rappresentarli?” chiesero i due cardinali diaconi, ma ancora una volta regnò il silenzio.

Nei mesi successivi, rappresentanti politici ed ecclesiastici tedeschi cercheranno di difendere papa Gregorio, mentre le richieste dei delegati di Benedetto – arrivati il 14 giugno – susciteranno proteste, risa, insulti e persino minacce. Ma i 500 presenti al Concilio condannano in modo unanime i due papi rivali.

“Benedetto XIII e Gregorio XII – dichiara il patriarca di Alessandria, Simon de Cramaud – sono riconosciuti come scismatici, eretici conclamati, colpevoli di spergiuro e violatori di solenni promesse, in aperto scandalo della Chiesa universale. In conseguenza, essi sono dichiarati indegni del Pontificato Supremo e sono, ipso facto, deposti dalle loro funzioni e dignità ed espulsi dalla Chiesa. È proibito loro d’ora in avanti di considerarsi Pontefici Supremi e tutte le iniziative e le loro promozioni sono da considerarsi nulle. La Santa Sede è dichiarata vacante e i fedeli sono liberati dalla loro promessa d’obbedienza”. Un applauso fragoroso accoglie le parole del patriarca.

Il giorno dopo viene cantato il Te Deum e organizzata una processione per la festa del Corpus Domini e il 15 giugno i cardinali si riuniscono nel palazzo arcivescovile di Pisa. Undici giorni dopo eleggeranno il cardinale Pietro Philarghi, che prese il nome di Alessandro V. Sarà il nuovo papa a presiedere le ultime quattro sessioni del Concilio, confermando tutti gli atti stabiliti prima della sua elezione.

La consacrazione dell’antipapa Benedetto XIII, al secolo Pietro di Luna.

Ma lo spirito e i risultati del Concilio non avevano fatto i conti con la strenua determinazione dei due papi deposti, che lo definirono “una conventicola di demoni” e non ne riconobbero le decisioni, sostenendo che un concilio di vescovi non poteva essere superiore al Papa.

Quello che avrebbe dovuto essere l’atto finale di uno scisma che vedeva una chiesa con due papi, finì invece con complicare ancora di più la situazione: adesso i papi non erano più due, ma addirittura tre.

Per cinque anni i tre papi coesisteranno nella Chiesa: uno a Roma, uno ad Avignone e uno a Pisa, ognuno con il suo seguito di stati (Francia, Portogallo, Boemia, Italia, e Prussia con Pisa, Napoli, Polonia e Baviera al seguito di Roma, Spagna e Scozia con Avignone), ordini religiosi, università e persino santi.

Sarà l’imperatore Sigismondo di Lussemburgo a segnare la svolta decisiva, costringendo Giovanni XXIII (succeduto nel 1410 al “pisano” Alessandro V) a convocare un nuovo concilio a Costanza, in terra tedesca, che si aprirà il primo novembre 1414.

Giovanni si era dimostrato un abile diplomatico sin dalle trattative che avevano portato al Concilio di Pisa, ma era un uomo tutt’altro che spirituale: “Era un politicante ambizioso e accorto – scrive Indro Montanelli nella sua “Storia d’Italia” – un amministratore abile e rapace, un generale sagace e spietato. Perché avesse fatto il prete invece che il condottiero, non si sa. Ancora meno si sa perché lo elessero Papa, e in un momento come quello. Stando al suo segretario, egli aveva sedotto duecento fra ragazze, spose, vedove e suore. Né intendeva abbandonare questa piacevole attività, ora che aveva indossato la tiara”. Non a caso, quando a tutti e tre i papi venne chiesto un passo indietro, Giovanni si dette alla fuga e fu catturato, processato e deposto per “simonia, scandalo e scisma” nel 1415. A questo punto il papa romano, Gregorio XIII, accettò di abdicare a condizione di essere riconosciuto come unico pontefice legittimo dei tre arrivati al Concilio. È infatti ancora oggi considerato formalmente l’ultimo papa ad aver rassegnato le dimissioni prima di Benedetto XVI. L’avignonese Benedetto XIII, invece, resistette più a lungo: venne deposto nel luglio 1417. Infine, l’11 novembre il conclave elesse il romano Oddo Colonna che, con il nome di Martino V, si adoperò da subito per una politica di pacificazione. Martino in realtà riconobbe Giovanni (e non Gregorio) come suo predecessore e lo riammise nel collegio cardinalizio (Giovanni XXIII verrà infatti rimosso dall’annuario pontificio solo nel 1947, appena undici anni prima dell’elezione di papa Roncalli, che sceglierà lo stesso nome) e nel 1429 riuscirà a trovare un accordo anche con la fazione avignonese, nominando vescovo di Maiorca l’antipapa Clemente VIII (successore di Benedetto) in cambio delle sue dimissioni.

E il grande scisma, dopo cinquant’anni, si poté finalmente ritenere concluso.

Vergine della Misericordia, Enguerrand Quarton, retablo Cadard (ca. 1444, museo Condé). Immagine di una Chiesa riconciliata con se stessa.

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Lo scisma d’Oriente

Lo storico incontro del 12 febbraio 2016 a Cuba tra Francesco e Kirill (foto Sir).

Fu per una sottile ma determinante differenza teologica; fu perché secoli di lontananza ci avevano resi diversi ed estranei; fu perché due galli in un pollaio non possono cantare; ma fu anche e soprattutto, per il caratteraccio di un ambasciatore.

Fu per tutto questo se oggi la Chiesa Cattolica è separata da quella Ortodossa. E se anziché arrivarci Umberto da Silvacandida, quel giorno a Santa Sofia, ci fosse entrato un Francesco d’Assisi, è probabile che le cose sarebbero andate in modo diverso.

Fino al 1054 non c’era alcuna differenza tra la Chiesa Cattolica (ovvero “universale”) e quella Ortodossa (“di corretta dottrina”). Sin dalle origini, il cristianesimo si era andato strutturando intorno a piccole comunità parrocchiali unite in diocesi governate da un vescovo. Le diocesi corrispondevano – più o meno – alle città, e quanto più importante era la città governata, tanto più lo era, come è ovvio, il suo vescovo.

Naturale, quindi, che il vescovo della capitale dell’impero assumesse una particolare autorità sugli altri. Niente a che fare, però, con l’attuale concetto di papato, concetto che tutto sommato proprio papa Francesco sta “picconando” cercando di riportare alle sue antiche origini il carisma del vescovo di Roma.

Se San Pietro – a dispetto da quanto raccontato dalla tradizione – non è mai stato né vescovo di Roma né tanto meno papa (il ruolo di capo della Chiesa nascente, nella prima comunità, fu assunto a Gerusalemme da Giacomo fratello di Gesù, come raccontato negli Atti degli Apostoli), quando il Cristianesimo viene legalizzato ed esce dalla clandestinità il suo capo di fatto diventa l’imperatore.

È infatti lo stesso Costantino – che nel 313 aveva proclamato lo storico editto – a presiedere nel 325 il concilio di Nicea che vede convocati circa 300 vescovi della Chiesa cristiana nel palazzo imperiale per discutere di questioni fondamentali come la data della Pasqua e la condanna dell’eresia ariana.

San Leone IX papa (1049-1054) e Michele Cerulario, patriarca di Costantinopoli.

Titolo prettamente imperiale, d’altra parte, è quello di “Pontefice Massimo”, ruolo istituito da Numa Pompilio per i sacerdoti pagani, divenuto un titolo dell’imperatore con Cesare Augusto, e assunto nel 375 dal vescovo di Roma. Che, nel frattempo, è diventato un punto di riferimento per l’intera cristianità. Con il titolo di “Primum inter pares”, il vescovo di Roma ha infatti il compito di “presiedere la Chiesa nella carità” intervenendo nelle dispute senza rappresentare comunque un’autorità assoluta.

Proprio Costantino, scegliendo l’antica Bisanzio per fondare la sua “Nuova Roma” aveva gettato le basi per la divisione tra impero d’oriente e impero d’occidente e per la rivalità tra il patriarca della vecchia Roma e quello della nuova.

Di fatto con il Concilio di Calcedonia, nel 451, la Chiesa assume la struttura di una pentarchia governata da cinque patriarcati: quello di Roma (al cui vescovo spetta il Primato d’onore), quello di Costantinopoli (secondo per importanza) e quelli di Gerusalemme (che governa la Palestina), Antiochia (le chiese del medio oriente) e Alessandria (le diocesi d’Egitto).

Con le conquiste islamiche di Palestina, Siria ed Egitto – alla fine del VII – gli ultimi tre patriarcati, finiti sotto i sultanati arabi, scompaiono o vengono drasticamente ridimensionati, e Roma e Costantinopoli si ritrovano da sole a governare due territori che – con la fine dell’impero romano d’occidente e le conquiste barbariche – sono diventati sempre più lontani.

Il mare Mediterraneo sembra allargarsi sempre di più a rendere estranei due paesi, due culture, due forme di vita religiosa che quando si incontrano, nel 1054, stentano a riconoscersi.

Non erano mancate, anche nei secoli precedenti, scomuniche reciproche tra i due patriarchi, legate soprattutto all’atteggiamento tenuto nei confronti delle eresie come il monofisismo, ai contesti politici che vedono un tentativo dell’imperatore d’oriente di riacquistare potere in Italia, e alle reciproche ingerenze. Ma quasi mille anni di dissapori arrivano al punto critico nel 1043 con la nomina (imperiale) di Michele Cerulario a patriarca di Costantinopoli.

Michele prende apertamente posizione contro la dottrina teologica del filioque rilanciata da papa Leone IX, secondo cui lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio, mentre per la tradizione ortodossa discende solo dal Padre.

Ad una questione squisitamente teologica si aggiungono poi prassi di carattere liturgico e disciplinare: nella chiesa Cattolica, infatti, è stato introdotto il celibato ecclesiastico mentre nella chiesa ortodossa continuano ad essere ordinati uomini sposati. Ma Michele attacca anche la tonsura, il taglio della barba per i preti cattolici e la celebrazione dell’eucarestia con pane azzimo e proibisce il rito latino in tutte le chiese sotto la sua giurisdizione.

Miniatura su Leone IX tratta dal Passionary of Weissenau, Codex Bodmer.

Anche l’organizzazione delle due chiese, con il passare dei secoli, è molto cambiata. Formalmente è rimasta la stessa struttura gerarchica composta da parrocchie, diocesi rette da vescovi, metropoliti che presiedono le diverse diocesi di una regione, patriarchi che governano le chiese nazionali e un primate onorario. Di fatto, però, mentre in oriente il potere è concentrato soprattutto sui metropoliti e i patriarchi, con un ruolo minoritario assegnato ai vescovi e il patriarca ecumenico riconosciuto solo come “primum inter pares”, in occidente è quasi irrilevante il ruolo dei metropoliti e dei patriarchi mentre si è rafforzato quello dei vescovi, è nata la nuova figura dei cardinali e il papa ha accentrato su di sé sempre più potere fino a fare della chiesa una vera e propria monarchia.

Leone IX, che rivendica il suo ruolo di primate della Chiesa universale e quindi la sua autorità anche su Costantinopoli, invia a trattare con il “ribelle” Michele una delegazione guidata dal cardinale Umberto da Silvacandida e composta dagli arcivescovi Federico di Lorena e Pietro di Amalfi. Le cui intenzioni non erano così pacifiche, tanto che portarono con loro la bolla di scomunica già pronta.

Francese e tra i principali protagonisti della riforma della Chiesa dell’XI secolo insieme a Ildebrando di Soana (futuro Gregorio VII) e San Pier Damiani, Umberto da Silvacandida sarà anche tra gli “inventori” del conclave che riserva l’elezione del Papa ai cardinali escludendo l’imperatore.

Il suo carattere forte e la sua radicalità, però, non aiutano certo il dialogo tra due mondi lontani e tra fazioni contrapposte: Umberto nega la legittimità stessa dell’elezione di Michele, il titolo di “ecumenico” riservato al patriarca di Costantinopoli, così come il suo ruolo di “secondo” dopo il vescovo di Roma. Il patriarca risponde rifiutandosi di ricevere la delegazione e il 16 luglio 1054 Umberto depone sull’altare della chiesa di Santa Sofia la bolla di scomunica.

Paradossalmente, quella scomunica non ha valore legale. Il 19 aprile, infatti, papa Leone IX è morto e il nuovo papa Vittore II sarà eletto solo a settembre. Durante la sede vacante tutte le cariche sono decadute, compresa quella di Umberto che non ha quindi alcuna autorità per compiere un simile atto.

Nonostante questo, la scomunica viene presa molto sul serio da Michele che, a sua volta, il 24 luglio scomunica tutta la delegazione mentre cattolici e ortodossi si lanciano anatemi. Questa volta, lo scisma è destinato a non ricomporsi più e le due chiese continueranno a crescere in parallelo, allontanandosi sempre di più nella liturgia e nella struttura gerarchica: mentre la chiesa ortodossa manterrà quella tipicamente autocefala, a Roma il papa finirà per rivendicare persino il titolo di “vicario di Cristo” contrapponendosi a qualsiasi altro potere.

Un francobollo commemorativo paraguayano dell’incontro tra Paolo VI e il patriarca Atenagora, avvenuto a Gerusalemme nel 1964.

D’altra parte, il primo serio tentativo di ricomporre la frattura non ha un sapore molto ecumenico: nel 1204, infatti, la Quarta Crociata compie una deviazione e anziché conquistare Gerusalemme invade e saccheggia Costantinopoli, instaurando un nuovo impero e sostituendo il patriarcato ortodosso con uno latino affidato a Tommaso Morosini, costringendo il patriarca Giovanni X alla fuga in Tracia. I bizantini si riprenderanno Costantinopoli già nel 1261, ma il patriarcato latino continuerà ad affiancare quello ortodosso per settecento anni.

Un altro tentativo di unione – di carattere completamente diverso – avviene invece nel 1439 al concilio di Firenze. Quando Costantinopoli viene assediata dai turchi ottomani, infatti, il patriarca Giuseppe II, con l’imperatore, ripara in Italia per chiedere soccorso e partecipa al Concilio che il 6 luglio proclama solennemente il decreto di unione tra le due chiese. Un’unione che, però, non diventerà mai effettiva a causa della ferma opposizione dei monaci e del clero ortodosso.

Con la caduta di Costantinopoli del 1453 per mano dei turchi ottomani guidati dal sultano Maometto II, la fine dell’impero romano d’oriente e la sostituzione del Cristianesimo con l’Islam, il patriarcato ecumenico assume un ruolo sempre meno rilevante e sempre più simbolico. Oggi il patriarca di Costantinopoli è quello che governa meno fedeli, tra tutte le chiese ortodosse, sulle quali continua tuttavia ad avere un primato d’onore.

Lo storico incontro del 1964 tra Paolo VI e Atenagora, con cui i due patriarchi hanno cancellato ufficialmente le reciproche scomuniche e la chiesa cattolica ha abolito il patriarcato latino, assume quindi un grande valore simbolico, ma scarsissimo impatto reale sui rapporti tra le due chiese. Che, teoricamente, sono in comunione ma che in realtà questa comunione non la vivono, né in un senso liturgico-sacramentale (non c’è la cosiddetta ‘ospitalità eucaristica’) né sotto quello organizzativo, visto che in molte diocesi ortodosse esiste il “doppione” cattolico.

Vocazione di Pietro e Andrea, Duccio di Buoninsegna (1308-1311), tavola dalla predella della Maestà, , Washington, National Gallery of Art.

La pietra dello scandalo, da questo punto di vista, è la Russia: elevata a patriarcato nel 1589 proprio in sostituzione di Roma nella “Pentarchia”, la chiesa di Mosca è oggi la più grande e potente del mondo ortodosso, un ruolo che la pone in conflitto sia con la chiesa di Roma che con quella di Costantinopoli.

Se lo scontro con Roma si è radicalizzato soprattutto dopo l’erezione nel 1991 di un “duplicato” cattolico a Mosca, con il patriarca di Costantinopoli quello di Russia si contende la leadership della chiesa ortodossa. Nel corso degli ultimi vent’anni Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI si sono incontrati, progressivamente, con quasi tutti i patriarchi ortodossi, ma il dialogo con la chiesa russa resta quello più difficile.

Le basi per un incontro tra il patriarca e il papa sono state gettate più di quindici anni fa da personaggi impegnati nel dialogo ecumenico come l’allora metropolita Kirill e l’arcivescovo Vincenzo Paglia.

Nel 2002 il metropolita partecipò a Terni ad un convegno su santità e martirio organizzato dalla diocesi di cui era vescovo Paglia. L’anno dopo una delegazione della città capeggiata dallo stesso vescovo era volata a Mosca per donare una reliquia di San Valentino al patriarca Alessio II.

Dopo l’elezione dello stesso Kirill a patriarca nel 2009 e quella di Jorge Mario Bergoglio a papa nel 2013, l’incontro si è fatto più vicino ma ancora problematico a causa dell’opposizione di gran parte della chiesa russa. La svolta è arrivata il 12 febbraio 2016 a Cuba, che – terra neutrale – ha visto il primo abbraccio tra i due. Un incontro che, certo non a caso, avviene alla vigilia del grande sinodo che vedrà tutta la chiesa ortodossa riunirsi per la prima volta dopo mille anni.

Pietro e Andrea, i due apostoli fratelli, che fondarono – secondo la tradizione – le due chiese, sono ormai pronti a tornare a vivere insieme.

Arnaldo Casali

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