fbpx

Tag Archives: Scienza

La supernova dell’anno 1006

Una supernova galattica, la più brillante nella storia umana, illuminò il cielo tra il 30 aprile e il 1° maggio del 1006.

Quell’estate “le persone furono in grado di leggere manoscritti anche a mezzanotte”. L’affermazione dell’astronomo Frank Winkler, del Middlebury College (università del Vermont) descrive con efficacia l’evento. La stella era così luminosa che fu visibile per parecchi mesi, anche in pieno giorno. La osservarono con stupore e preoccupazione da molti luoghi della terra, dalla Svizzera all’Italia, dall’Egitto all’Armenia, dall’Iraq alla Cina, fino al Giappone.

Come annotò Hepidanus, monaco dell’abbazia benedettina di S.Gallo (Svizzera nord-orientale) quell’immenso chiarore “accecava la vista” e destava “un certo allarme”. Anche perché niente del genere, a memoria d’uomo, si era visto prima. A Bologna un anonimo cronista si impressionò meno dei monaci elvetici e registrò in un manoscritto soltanto che “Una stella splendente brilla a lungo nel cielo”.

La descrizione più accurata del fenomeno celeste si deve al medico e astronomo egiziano Ali ibn Ridwan, vissuto tra il 988 e il 1060. Nel suo commentario al Tetrabiblos di Tolomeo parlò di un “cielo che splendeva” . Spiegò che quella nuova stella “si mostrava grande e di forma arrotondata” . Calcolò che fosse tre volte più grande del disco di Venere e raggiungesse una luminosità paragonabile al quarto di Luna”.

In un’altra cronaca del XIII secolo, vergata da Ibn al-Athir, si legge che “nell’anno 1006 è apparsa una nuova luna di oggetto simile a Venere nella costellazione australe del Lupo e i suoi raggi sulla Terra erano simili a quelli della Luna”. Bar Hebraus aggiunse che “la stella rimase visibile per 4 mesi per poi perdersi nel bagliore del Sole”.

Gli astronomi cinesi e giapponesi dissero che la Supernova era “come Marte, chiara e scintillante”. Lo Songshi, il libro che racconta la storia ufficiale della dinastia cinese Song, la descrisse come un oggetto grande quanto la metà del nostro satellite, così splendente da rendere completamente illuminato il suolo notturno. Dopo tre mesi, quell’enorme chiarore si affievolì per tornare poi a splendere per altri diciotto lunghi mesi. Così l’astrologo Zhou Keming, poté scrivere che per l’imperatore e per tutta la Cina era imminente “un periodo di grande prosperità”.

Oggi sappiamo che in un breve lasso di tempo una supernova emette tanta energia quanta è previsto che ne produca il Sole durante tutta la sua esistenza. L’esplosione stellare di cui parlano le cronache medievali forse avvenne per una fusione tra due stelle nane. Dai residui rimasti ancora nello spazio, la Nasa ha calcolato che la nascita della grande stella avvenne circa 7000 anni prima che la sua luce raggiungesse la terra.

Una cosa del genere non si era mai vista prima. Ma soltanto 48 anni dopo, nel 1054, gli astronomi cinesi e giapponesi descrissero in modo minuzioso un altro straordinario avvenimento celeste: il 4 luglio nella costellazione del Toro apparve una nuova stella, tanto brillante da risultare, al massimo del suo splendore, visibile persino in pieno giorno. Gli astronomi orientali la chiamarono “stella ospite”. Infatti quel fulgore cominciò a declinare dopo alcune settimane. E il 17 aprile del 1056 non fu più visibile ad occhio nudo.

In occidente la stella fu segnalata a Costantinopoli, ma senza informazioni scientifiche sulla sua luminosità e riguardo la posizione celeste. Giovanni Lupato nel suo libro “SN 1054, una supernova sul Medioevo” (1997) ha spiegato che il manoscritto quattrocentesco “Cronache di Rampona” descrisse il fenomeno anche se sbagliò la data dell’avvenimento.

Al di là delle parole, rimane però una immagine, riportata in un manoscritto del 1450: raffigura Enrico III (1017-1056) imperatore del Sacro Romano Impero, mentre indica la luminosissima stella ai suoi dignitari di corte.

Di quella prodigiosa esplosione di energia oggi rimane solo un residuo filamentoso a forma tentacolare chiamato M 1 “Nebulosa del Granchio” situato a circa 6 mila anni luce di distanza dalla terra.

Federico Fioravanti

Read More

Gli occhiali

Sembra che lenti per ingrandire dei particolari fossero utilizzate già nell’antica Roma, ma è del 1352 la prima documentazione sugli occhiali, usati con costanza per attenuare i difetti della vista: è il ritratto del cardinale Ugone di Provenza di Tommaso di Modena, conservato nella Sala del Capitolo della Chiesa di San Nicolò a Treviso.

Non sorprende la locazione del ritratto: lì vicino, tra Venezia e Murano, già da tempo si lavorava il vetro e nei Capitolari delle Arti Veneziane della fine del Duecento e dell’inizio del Trecento si parlava di “lapides ad legendum” e “roidi da ogli”, lenti di ingrandimento e occhiali da vista.

Read More

Il clima e i vulcani

Uno studio pubblicato su ‪Nature‬ collega a grandi eruzioni ‪‎vulcaniche‬ l’origine e le conseguenze dei cambiamenti climatici anomali che interessarono ‪Europa‬ e ‪‎Medio Oriente‬ a partire dal 536 d.C., quando Cassiodoro (politico, letterato e storico vissuto all’inizio del VI sec.) descrive estati fredde e inverni molto secchi.

Le nubi di cenere vulcanica avrebbero schermato i raggi del sole e il conseguente calo delle temperature avrebbe innescato reazioni a catena: siccità, scarsità di cibo e la cosiddetta “peste di Giustiniano”, che tra il 541 e il 542 uccise un terzo della popolazione del continente.

Read More

La asoleacion

Il fenomeno della “asoleacion”, che si verifica due volte all’anno nella cattedrale di Huesca (Spagna) ed è comune a molti templi di epoca medievale, è connesso alla rotazione della Terra attorno al Sole.

Solo in prossimità degli equinozi di autunno e primavera è infatti possibile ammirare il fascio di luce che entra dalla finestra sopra l’altare di San Joaquin e illumina una splendida Vergine di alabastro, producendo un affascinante caleidoscopio di sfumature grazie anche alle pietre colorate che adornano le pareti interne della cappella.

Read More

Il mappamondo di Hereford

Con oltre mille nomi di luoghi, figure e citazioni da testi biblici, il mappamondo di Hereford (ca. 1290) è un distillato di geografia, storia e religione.

Ci sono la Torre di Babele e gli animali dell’Arca di Noè, ma anche il Vello d’oro degli Argonauti e il labirinto del Minotauro.

Questa splendida mappa è ricchissima di icone e figure mitiche, come sfingi alate e cani con ali di pipistrello dai volti umani, tanto da ricordare più l’arte fiamminga di Hieronymus Bosch che la cartografia scientifica della cultura classica.

Read More

L’America dei Vichinghi

I Vichinghi arrivarono in America cinque secoli prima di Cristoforo Colombo.

Lo sappiamo con certezza dal 1960, quando nel sito archeologico canadese L’Anse aux Meadows (la Baia delle Meduse) situato nella parte più settentrionale dell’isola di Terranova, l’esploratore norvegese Helge Ingstad, insieme alla moglie, l’archeologa Anne Stine Ingstad, scoprì i resti di un villaggio dell’antico popolo guerriero di origine scandinava. L’ Unesco ha classificato il luogo nell’elenco dei Patrimoni dell’umanità nel 1978. Nel 2012 Patricia Sutherland, una ricercatrice dell’università scozzese di Aberdeen, trovò dei muri in pietra sezionati secondo l’uso vichingo in un terreno sull’isola di Baffin.

La zona costiera del Canada è nota come Helluland, una parola che nell’antica lingua norrena significa “terra di pietra lastra”. E’ lo stesso luogo dove secondo la leggenda, si fermò a lungo Leif Eriksson, un capo vichingo della Groenlandia che intorno all’anno Mille navigava verso ovest in cerca di fortuna. Sutherland arrivò alla scoperta seguendo resti di un tessuto ritrovato già nel 1999 nella stessa area e conservato da allora nel Museo della Civiltà di Gatineau in Québec.

La tecnica per produrre il filato risultò identica a quella utilizzata nel XIV secolo dalle donne vichinghe in Groenlandia. Il team di archeologi portò alla luce anche i resti di bastoncini di legno che i vichinghi offrivano ai nativi americani per transazioni commerciali. Le acque di Helluland allora brulicavano di trichechi e lungo le coste vivevano numerose colonie di volpi artiche e di animali da pelliccia.

Vinland è il nome che i vichinghi diedero al pezzetto di America settentrionale nella quale si insediarono. Improbabile, visto il clima, che fosse proprio quella “la terra del vino”. La parola nasce da una specie di vite selvatica che secondo le leggende orali dei vichinghi fu notata e molto apprezzata da Tyrkir, un guerriero germanico o forse ungherese che viaggiava al seguito dell’esploratore Leif Erikson. Con ogni probabilità era una pianta dalle cui bacche si poteva estrarre un gradevole succo alcolico.

Il primo a scrivere della scoperta di Vinland fu nel 1075 il teologo tedesco Adamo di Brema nell’opera “I Gesta”, dove parlò di “un’isola scoperta da molti” guerrieri scandinavi. Vinland viene menzionata per l’ultima volta nel 1121. Poi quel nome non fu più usato in nessun documento o resoconto di viaggio.

Secondo una tesi che divide ancora gli storici, l’isola sarebbe stata raggiunta nel 1325, oltre un secolo prima del viaggio di Colombo, anche dai fratelli veneziani Nicolò e Antonio Zeno. Fu invece ufficialmente scoperta da Giovanni e Sebastiano Caboto che l’avvistarono nel 1497 e le diedero il nome di “Terra Nuova” con il quale è conosciuta ancora oggi.

Read More

Gli uomini volanti del Medioevo

Il sogno del volo affascinò molti uomini del ‪Medioevo‬.

Due libri cinesi dell’XI secolo, raccontano di un certo Yuan Huangtou, sfortunato figlio di un imperatore, fatto prigioniero dal suo nemico Gao Yang e poi costretto a volare da un’alta torre incatenato a un aquilone. Sopravvisse per miracolo ma venne giustiziato lo stesso dal crudele rivale.

Armen Firman, un musulmano spagnolo del IX secolo, invece voleva proprio imitare gli angeli quando nel 852, abbigliato con un mantello rigido si lanciò dal minareto della moschea di Cordova. Si fracassò al suolo. Ma l’aria, intrappolata nel suo strano vestito, rallentò lo schianto: a sua insaputa aveva in qualche modo inventato il paracadute.

Al singolare e temerario esperimento assistette di persona anche Abbas Ibn Firnas (810-888) uno scienziato molto noto nel vasto califfato di Cordova, lo stato musulmano che all’epoca copriva quasi tre quarti della penisola iberica. Chimico, fisico, astrologo e poeta, Abbas era anche un inventore: sviluppò una formula per fabbricare cristalli e disegnò un ingegnoso sistema per costruire bellissimi planetari. Oggi portano il suo nome un cratere lunare e uno degli aeroporti di Baghdad. Nell’anno 875, quando già aveva 65 anni, dieci secoli in anticipo sui Fratelli Wright, costruì una macchina volante con la quale, replicò il volo di Armen Firman. Come lui, veleggiò pochi secondi prima di precipitare al suolo e rompersi tutte e due le gambe. Attribuì il suo fallimento al fatto che alla sua macchina mancasse una coda, capace di stabilizzare il volo dell’apparecchio. Dolorante per le ferite, visse comunque per altri 13 anni.

Oliviero (Eilmer) di Malmesbury (vetrata installata nell’Abbazia della sua città nel 1920)

La mancanza di una coda fu fatale anche al coraggioso monaco benedettino Eilmer di Malmesbury, Wiltshire, United Kingdom, che con due ali di sua invenzione si lanciò dalla torre dell’abbazia, in un anno imprecisato tra il 1002 ed il 1010: per puro caso, scampò alla morte. Rimase sciancato però non si perse d’animo: voleva ancora volare. Ma l’abate gli vietò di replicare il folle esperimento. E così Elmer si accontentò di studiare giorno e notte il cielo, tanto che i suoi trattati di astrologia furono molto considerati fino al XVI secolo. Il tentativo fallito di Elmer fu studiato e narrato a lungo da valenti studiosi e enciclopedisti come Helinand de Froidmont, Alberico delle Tre Fontane e Vincent de Beauvais. Ma fu il grande

Ruggero Bacone (1214-1294), conosciuto “Doctor mirabilis” per le sue incredibili intuizioni scientifiche e tecnologiche, il primo ad avvicinarsi in modo scientifico al problema del volo umano. Teorizzò una “sfera cava di rame” riempita con aria calda che potesse galleggiare in aria e portare a bordo un uomo che doveva azionare ali simili a quelle degli uccelli. La visionaria invenzione non fu presa in considerazione. Anche se Giovanni Fontana (1395-1455), professore all’Università di Padova, forse pensando a Bacone, fu capace di descrivere nei dettagli un fantomatico pallone ad aria calda.

Il precursore dell’aliante e del deltaplano fu invece il giovane e geniale matematico perugino Giovan Battista Danti (1478 – 1517) che costruì con pelli e legni leggerissimi una macchina per il volo planato. La provò a lungo, di nascosto e di notte, insieme a un fedele servitore, sull’isola Maggiore del lago Lago Trasimeno usando l’acqua come pista di atterraggio.

Fino al colpo di teatro, nel febbraio del 1498, durante la festa delle sontuose nozze di Pantasilea Baglioni con il celebre capitano di ventura Bartolomeo d’Alviano: Giovan Battista Danti si lanciò nel vuoto, dal tetto di un grande palazzo, ad ali spiegate. E volò sulla folla, prima attonita e poi euforica e plaudente, per qualche centinaio di metri. Ma all’improvviso la giuntura di una delle ali cedette: Giovan Battista cadde, rovinando sulle mura dei palazzi e poi in strada. Se la cavò con una gamba rotta. E non ripeté più l’esperimento. Da allora i concittadini, beffardi, per canzonarlo lo chiamarono Dedalo, il mitologico inventore che incitava di continuo il figlio al volo.

Poi venne Leonardo da Vinci con gli studi sul volo degli uccelli. E la sua profezia: “Piglierà il primo volo il grande uccello sopra il dosso del suo magno Cecero, empiendo l’universo di stupore, empiendo di sua fama tutte le scritture, e gloria eterna al nido dove nacque“.

Federico Fioravanti

Read More

  • Consenso al trattamento dati