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Il castello di Dracula

Il castello di Bran, conosciuto come il Castello di Dracula, è la fortezza più famosa e visitata della Transilvania. Sorge sull’antico confine tra la Transilvania e la Valacchia, a pochi chilometri dalla città di Brasov.

Appare all’improvviso, all’interno di una stretta gola, arroccato su una parete rocciosa. L’alone di mistero che lo avvolge ispirò Bram Stoker, lo scrittore irlandese autore del celebre romanzo gotico dell’orrore ispirato alle raccapriccianti vicende del principe Vlad III di Valacchia, detto Dracula (1431-1476).

In realtà, la vera residenza di Vlad era il castello di Poenari, edificato nel sud della Romania, sulla valle scavata dal fiume Argeş: ancora oggi se ne possono ammirare le rovine, se si ha la pazienza di affrontare una scalinata formata da 1480 gradini. Il castello di Bran fu utilizzato dal principe Vlad in modo saltuario. La fortezza, costruita con blocchi di pietra di fiume mescolati a mattoni, ha subito numerosi restauri e fonde architetture diverse, dal Gotico al Rinascimento.

Stoker non visitò mai di persona il castello. Ne conobbe le vicende soltanto attraverso i libri e i racconti. Ma la sua fantasia galoppò tra le strette scalinate, i labirinti, le torri, le camere a graticcio e i passaggi segreti della spettacolare costruzione che oggi ospita un piccolo museo di arte medievale.

Agli inizi del XIII secolo, sulla cima dove ora sorge il castello, i Cavalieri Teutonici iniziarono a costruire un fortino in legno, a sentinella della valle che da secoli permetteva il transito dei mercanti dalla Valacchia alla Transilvania. I Mongoli distrussero la costruzione nel 1242. Ma il maniero fu ricostruito nel Trecento da Ludovico I d’Angiò. La nuova rocca servì al Regno d’Ungheria come baluardo contro le incursioni dell’Impero ottomano. Sia il principe Mircea il Vecchio (Mircea Cel Bătrân) che suo nipote, Vlad l’Impalatore (Vlad Ţepeş) dormirono nella fortezza che per molti anni fu di loro proprietà.

L’origine del nome Dracula deriva dal padre di Vlad III: l’altrettanto crudele Vlad II faceva parte di un ordine cavalleresco chiamato “Sacro Ordine del Drago”, fondato nel 1408 dall’Imperatore Sigismondo IV per proteggere il Cristianesimo in Europa orientale dalla crescente minaccia turca. In romeno la parola “Drac“ significa drago, ma anche diavolo. Per le sue atrocità in battaglia il nome Vlad II Dragonul (Vlad il Drago) venne quindi mutato in Vlad II Dracul (Vlad il Diavolo). E il nome Draculea, che significa “Figlio del Diavolo”, passò così al principe Vlad III.

Il giovane alfiere del casato dei Drăculești, ebbe una giovinezza segnata dagli orrori: dopo la crociata di Varna nella quale gli ungheresi cercarono di respingere senza successo l’avanzata turca, fu mandato in ostaggio a Edirne, alla corte del sultano Murad II, come garanzia del pagamento dei tributi annuali pretesi dall’impero ottomano. Il principato di Valacchia si trovò così nella drammatica circostanza di essere servo di due padroni: da un lato il regno d’Ungheria, di cui era vassallo, e dall’altro l’impero ottomano, di cui era tributario.

Durante il lungo soggiorno presso la corte turca, Vlad fu vittima di sodomia. E forse da questo derivò l’ossessione per la quale è passato alla storia. Nel 1456, tre anni dopo la conquista di Costantinopoli, quando il padre fu ucciso dagli ungheresi, i turchi gli concessero di riconquistare il trono. E lo accompagnarono nelle sue terre protetto da una scorta di soldati ottomani.

Ma Vlad si emancipò presto dalle strategie del sultano. La sua “leggenda nera” nacque dall’abitudine di far impalare i propri nemici. La pala era una punizione già utilizzata dai turchi. Ma nella mani di Vlad divenne “un vero e proprio strumento di terrore di massa” (N. Davies, 1996).

La pala “alla valacca”, dalla punta affilata e ingrassata, veniva conficcata nel retto della vittima fino a uscirne dalla bocca. Il supplizio poteva durare diversi giorni. La terrificante pratica valse a Vlad l’epiteto di “tepeș“, l’impalatore. Con l’orribile sistema il “voivoda” uccise migliaia di persone, a partire dai nobili valacchi fedeli alla casata dei Dănești, il ramo nemico dei Drăculești. E quando gli emissari turchi tornarono a chiedere la riscossione del tributo annuale, poiché al suo cospetto non si tolsero il copricapo, fece inchiodare i turbanti alle loro teste come punizione. Il conflitto con i turchi andò avanti con alterne e complicate vicende tra inenarrabili crudeltà.

Vlad si distinse per grandi, fulminee e sanguinosissime vittorie, al punto che a Roma e in molte città europee fu salutato come “salvatore della cristianità”. Ma alla fine fu sconfitto. Al termine della guerra Vlad trascorse alcuni anni (1462-1474) come prigioniero alla corte del sovrano ungherese Mattia Corvino, che lo voleva tenere con sé per evitare altri conflitti con i turchi. Fu una carcerazione ferma ma dorata, anche perché Vlad aveva sposato una delle sorelle del re.

Il “voivoda” diventò famoso nel vicino mondo tedesco grazie al “Geshtichte Dracole Wayde”, un resoconto sulle sue gesta pubblicato a Vienna nel 1463. Il testo, che contribuì in modo determinante a alimentare la sua leggenda, è alla base delle molte invenzioni letterarie che lo scrittore Bram Stoker utilizzerà nel suo “Dracula”, pubblicato nel 1897. Le fonti storiche sono discordi sulla fine di Vlad l’Impalatore. Morì, forse in battaglia contro i turchi oppure vittima di un agguato, in una data imprecisata, tra l’ottobre e il dicembre 1476. Fu sepolto nel monastero di Snagov, su un’isola in mezzo a un lago, trentacinque chilometri a nord di Bucarest. I suoi resti, nonostante molte ricerche, non sono però mai stati trovati.

Nella tradizione romena non c’è nessuna traccia del Dracula, il vampiro che succhia il sangue delle sue vittime. Vlad III di Valacchia viene anzi presentato come un eroe dell’indipendenza nazionale, spietato campione della “storia sacra” del paese per aver protetto le popolazioni dall’implacabile dominio ottomano.

Virginia Valente

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