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Roma nella mani di Totila

Il 17 dicembre del 546 d. C. Totila e i suoi guerrieri Goti entrano a Roma grazie al tradimento della guarnigione isaurica. È l’epilogo di un assedio iniziato quasi due anni prima, con la città bloccata via terra e per mare mentre le truppe di Totila fanno capitolare Napoli, Tivoli e Piacenza. L’Urbe torna sotto il dominio dei re Goti dopo Vitige e la presa di Roma conclude la prima fase del regno di Totila.

Totila re dei Goti

I due volti di Totila. Le vicende che riguardano l’assedio di Roma e delle altre città, secondo la cronaca che ha tramandato Procopio, mostrano il duplice volto di Totila, abile politico, ottimo comandante, pietoso quando ne ha convenienza e spietato quando serve.

A Napoli il duro assedio ha messo alla prova la popolazione. Quando Totila entra in città decide di sfamare gli abitanti in quanto «erano ridotti allo stremo delle forze in quanto non mangiavano da giorni, o forse anche da settimane». Per paura che la disponibilità di cibo facesse sì che «i napoletani ne mangiassero d’un colpo troppo e morissero per un collasso», Totila fa chiudere le porte della città e fa razionare il cibo in modo che tutti ne mangiassero, ma in piccole quantità, aumentandole di giorno in giorno.

Il re dei Goti non aveva dimenticato che parte del suo esercito stava assediando Roma, così scrive una lettera, la consegna ad alcuni prigionieri e li spedisce a Roma. Totila chiede ai romani di ricordarsi di Teodorico e Amalasunta e di schierarsi contro i Bizantini. Memore di quanto avvenuto a Napoli, infatti, Totila spera di non dover affamare Roma e i suoi abitanti, confidando «che i senatori e il popolo, memori delle durezze subite durante l’assedio fatto da Vitige alla città qualche anno prima, gli aprissero spontaneamente le porte piuttosto che sopportare un altro durissimo assedio». Cosa che non avviene. Anche perché il governatore imperiale della città, Giovanni, nipote di Vitaliano, impedisce la lettura della lettera ed espelle il clero ariano, accusandolo di aver affisso i proclami di Totila in città.

Il massacro di Tivoli. Totila si comporta diversamente a Tivoli. La città era un importante snodo lungo la strada per Roma. Vi passavano gli approvvigionamenti che non giungevano nell’Urbe via fiume. Quindi prendere Tivoli significava tenere in scacco Roma. Qui, però, il re dei Goti non fu magnanimo. Entrato in città di notte, dopo che alcuni abitanti di Tivoli avevano aperto le porte, fa massacrare tutti gli abitanti, compreso il vescovo. Neppure Procopio riesce a descrivere il massacro e ricorda che gli abitanti vennero uccisi «in un modo che mi guarderò dal ricordare pur essendone bene a giorno, perché non voglio lasciare agli avvenire memorie di crudeltà disumana».

A Roma. Anche l’Urbe cadde a seguito di un tradimento, ma anche a causa del comportamento dei bizantini che affamarono la popolazione vendendo a prezzi altissimi le provviste che giungevano via fiume fino al momento in cui Totila riuscì a bloccarne l’afflusso. Tanto che all’ingresso dei Goti in città, annota sempre Procopio, i Romani non avevano più le forze neppure per una ribellione e «il colorito in breve si faceva livido, rendendoli simili a spettri».

La città era quindi alla fame e «i Romani, ridotti allo stremo della fama, persuasero» un certo Pelagio (futuro Papa Pelagio I 556-561), sacerdote conosciuto per essere altruista e generoso, «ad andare da Totila a negoziare una tregua di qualche giorno, con l’impegno che, se entro i termini della tregua non fosse giunto qualche aiuto da Bisanzio, avrebbero consegnato ai Goti, con una resa a discrezione, se stessi e la città». Totila riceve il sacerdote, ne rimane colpito, ma rigetta tutte le richieste, soprattutto quella che riguardava la salvaguardia delle mura. Per Totila la distruzione delle mura avrebbe costituito un vantaggio per i Romani che non avrebbero più dovuto subire un assedio.

All’epoca, Roma aveva «una cinta muraria di circa dodici miglia restaurata dall’imperatore Onorio nel 406», sedici porte e «un indeterminato numero di varchi secondari … all’interno, era divisa in quattordici regioni». I Goti in passato non avevano mai distrutto le mura delle città, anzi Teodorico si era impegnato a rafforzarle, comprendendone l’utilità, pur percependo le difficoltà da parte di un esercito prevalentemente di cavalieri, come quello dei Goti, e con scarse conoscenze ossidionali. «Fu per primo Vitige che, dovendo abbandonare Pesaro e Fano, ne fece abbattere le mura perché i Romani non avessero a dar noia ai Goti rioccupandole». Le sue previsioni si avverarono così che, traendo spunto da quell’esperienza, Totila deciderà (secondo quanto Procopio gli fa dire) di distruggere le mura delle città riconquistate perché l’esercito nemico non avesse una solida base da cui partire per condurre la guerra».

Il generale Belisario in povertà

Belisario scrisse a Totila proprio sulla distruzione delle mura, ricordando al re goto che «ora, se tu trionfi, distruggendo Roma non perdi però una città altrui, bensì la tua propria, o illustrissimo uomo: conservandola invece, tu puoi reputarti arricchito, a buon prezzo, del più splendido possedimento della terra. Se, invece, la fortuna ti sarà avversa, la conservazione di Roma sarà un buon motivo affinché tu trovi grazia agli occhi del vincitore, laddove la distruzione sua ti toglierebbe speranza di essere accolto con mitezza e di avere qualche vantaggio».

In alcuni casi, però, Totila fu costretto a ricostruire le mura, come a Roma, dovendo «fare i conti, oltre che con le necessità conseguenti alla condotta della guerra, anche problemi di prestigio internazionale essendosi visto rifiutare dal re dei Franchi la mano della figlia proprio perché conquistata la città, l’aveva in parte demolita e non era stato capace di conservarla».

La conquista della città. Il generale bizantino Belisario compie un tentativo di liberare l’Urbe, ma fallisce e si deve ritirare. È allora che «quattro Isauri di guardia scesero dalle mura con delle corde, misero piede fuori dalla cinta e proseguirono verso l’accampamento dei Goti». Una volta lì chiesero di parlare con Totila e gli offrirono la città. Il re non si fidò subito. Per altre tre volte gli Isauri si recarono nel suo accampamento per reiterare la promessa. Finché una sera Totila mandò alcuni suoi soldati a verificare la fattibilità dell’impresa. E alla fine diede il via libera all’operazione.

La notte del 17 dicembre 546, Totila «armò in silenzio tutte le truppe e le condusse presso la Porta Asinaria. Fece salire su per le corde, fino agli spalti, quattro dei Goti più cospicui per coraggio e vigore insieme con gl’Isauri, proprio in quel momento della notte in cui agl’Isauri spettava la guardia di quel pezzo di muro, mentre gli altri usufruivano del loro turno di riposo. Quelli, una volta dentro la cinta, scesero alla Porta Asinaria senza trovare resistenza alcuna, e demolirono a colpi d’ascia il trave di legno che di solito s’infilava negl’intacchi del muro dalle due parti per tenere uniti i battenti, nonché tutti i ferramenti in cui i guardiani ficcavano le chiavi per chiudere o aprire di volta in volta la porta secondo la necessità. Così spalancarono la porta come volevano, e fecero entrare agevolmente in città Totila con l’esercito goto».

Il saccheggio. La città era nelle mani di Totila e i Goti hanno già ucciso venti soldati e sessanta cittadini, quando si fa incontro al re quel Pelagio che già aveva trattato la resa. Con i Vangeli in mano dice a Totila: «Il Signore ti ha fatto padrone della città, adesso tu signore abbi pietà dei tuoi servi». Totila dà ordine di cessare da qualsiasi violenza sulle persone, di non «violentare né vergini né vedove», ma permette ai suoi uomini di saccheggiare case e palazzi. L’ordine di Totila riguarda anche la senatrice Rusticiana, vedova di Boezio, colpevole di aver fatto distruggere, la statua di Teodorico, dopo che questi aveva fatto uccidere Simmaco e Boezio, padre e marito della donna. A primavera dell’anno successivo la città cadeva in mano a Belisario.

Umberto Maiorca

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