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Sguardi curiosi sulle meraviglie di Conques

I Curiosi della cattedrale di Conques sono 14 e si affacciano sopra il timpano del portale di ingresso.

Mani scolpite srotolano la ghiera più esterna dell’arco del portale. Il disegno del timpano della chiesa romanica di Sainte-Foy sembra il bordo di una coperta: da sotto l’archivolto spuntano le teste di 14 misteriosi personaggi, accomunati da sguardi che raccontano un risveglio, pronti al timore o alla meraviglia.

Sono i “Curiosi” di Conques, impegnati da più di ottocento anni a catturare lo stupore sempre nuovo dell’Inferno e del Paradiso, raccontato appena più in basso in un affollato e stupefacente Giudizio Universale.

Cosa rappresentano queste figure allegoriche? Forse angeli bambini, vogliosi di assistere, costi quel che costi, al grande spettacolo del mondo. Sbucano fuori dalla pietra, con l’ansia di capire. I critici d’arte britannici li hanno chiamati “the observers”.

Osservatori. Spettatori di un incanto. Come i moderni viaggiatori di fronte alla scoperta di uno dei villaggi più belli di Francia.

Conques è un piccolo centro della Francia meridionale, a metà strada tra Lione e Bordeaux.

Conques, lo dice il nome, ricorda la forma di una conchiglia. Il paese è adagiato tra i dirupi dell’alta valle del Lot, a nord dell’Aveyron, nella regione Midi-Pirenei. I ripidi pendii, gli affioramenti rocciosi e le macchie scure di castagno creano un paesaggio austero e imponente.

Un piccolo borgo dal grande destino: importante tappa lungo il Cammino di Santiago de Compostela, è iscritto nel patrimonio mondiale dell’Unesco per la chiesa abbaziale di Sainte-Foy e le Vieux Pont che attraversa il fiume Dourdou.

Ma nasconde altre meraviglie. Come il “Tesoro di Sainte-Foy”, uno dei più grandi della cristianità medievale, vera miniera di gemme di oreficeria, insieme a una straordinaria collezione di reliquiari. L’abbazia ospita anche i resti del chiostro e la piscina di clausura dei monaci.

La prosperità dell’età medievale è testimoniata anche dalle tre porte di ingresso al paese (XI-XII secolo), dalle antiche mura, da quattro splendide fontane romaniche e da un ospizio riservato al ristoro dei pellegrini.

L’edificio cinquecentesco del castello di Humières con le sue mensole scolpite e un’alta torre, sovrasta i tetti in ardesia e le strade fiancheggiate dalle case a graticcio, insieme ai forni, ancora funzionanti, per il pane comune. Poco oltre, un singolare museo svela una ricca collezione di statue e capitelli.

Le pareti esterne della chiesa sono caratterizzate dai colori fiammeggianti delle arenarie metamorfiche (scisti) del territorio.

L’abbazia deve la sua origine ad un eremita. Si chiamava Dadon, in latino Deodatus. Il sant’uomo, vissuto alla fine del secolo VIII, scelse di donarsi a Dio in un luogo selvaggio vicino a una fresca sorgente. La sua fama di santità si diffuse nelle valli e i paesi vicini. Altri uomini lo seguirono. Nacque una chiesa, dedicata nei primi tempi al Santo Salvatore.

Gli eremiti adottarono la regola di San Benedetto e fondarono un monastero. Dadon, vocato alla solitudine, scelse un altro “deserto” e fondò poco lontano l’eremo di Grand-Vabre. A Conques rimase Medraldus, il suo primo discepolo, insieme a una pattuglia di monaci.

I re carolingi presero la comunità sotto la loro protezione, seguendo l’esempio di Carlo Magno, il primo benefattore. Fu Ludovico il Pio, il figlio di Carlo Magno, poi re di Aquitania, a scegliere per il paese intorno al monastero il nome di Conques. Le cronache registrano nell’anno 819 almeno dieci donazioni di terre a favore dei religiosi. Pipino II, ai doni di suo nonno aggiunse ori, argenti, preziosi tessuti, intagli e antichi cammei.

La fama dell’abbazia si propagò dall’anno 866 quando uno dei monaci, ricordato come Ariviscus, trafugò con l’inganno a Agen le reliquie di Sainte-Foy (Santa Fede) martire dodicenne torturata a morte su una graticola all’epoca di Diocleziano (303). A partire da quel momento, i miracoli si susseguirono, attirando enormi folle di pellegrini, da ogni zona d’Europa.

Le graziose case medievali di Conques.

La costruzione della chiesa si protrasse fino al 1140. L’abbazia di Sainte-Foy (Santa Fede) semplice, verticale e luminosissima, all’inizio fu edificata con la pietra arenaria rossastra della valle del Dourdou.

L’abate Odolric iniziò i lavori tra il 1041 ed il 1052. Ma il materiale di costruzione risultò troppo friabile. E l’abate Stefano II (1065-1087) scelse di continuare i lavori con le pietre di calcare giallo brillante estratte dalle cave di Lunel, allora chiamata “la piccola Gerusalemme” per la nutrita presenza di una comunità ebraica.

Il tono caldo del nuovo materiale si sposò alla perfezione con lo scisto grigio, la friabile roccia locale: le pietre, tagliate ad arte, portarono compattezza e eleganza alle mura della chiesa grazie al lavoro di artisti di scuole e paesi diversi.

Poi l’abate Bégon III (1087-1107) scelse di affidarsi a un’unica bottega. E a uno sconosciuto maestro di scultura che realizzò con il suo caratteristico stile il chiostro, la sala capitolare, il refettorio e anche il matroneo dell’abbaziale.

Un artista di grande valore, che con ogni probabilità aveva già lavorato alla cattedrale di San Giacomo di Compostela, realizzò il timpano, una delle opere di scultura più importanti della prima metà del XII secolo. Non solo per la sua originalità ma anche per le dimensioni: è alto circa quattro metri e largo quasi sette. Fu realizzato tra il 1107 e il 1125, quando il monastero era guidato dall’abate Bonifacio.

Il grande timpano del XII secolo, dove sono illustrati Inferno e Paradiso.

Un arco profondo a tutto sesto: è un libro scolpito che i fedeli potevano leggere con facilità, nonostante l’abbondanza dei personaggi e la diversità delle scene. La figura centrale del Cristo, sproporzionata rispetto alle altre, attira lo sguardo dei visitatori. Alla sua sinistra c’è l’Inferno, alla destra il Paradiso.

Da un lato, l’ordine e la pace, la chiarezza contemplativa e l’amore. Dall’altro il caos, la violenza e il dolore, unite a spaventose e continue convulsioni dell’animo. Il vasto semicerchio ospita tre registri sovrapposti, divisi in 20 scomparti.

Il Cristo parla agli occhi dei fedeli con le parole scolpite del vangelo di Matteo: “Venite, voi che siete i benedetti dal Padre mio; entrate nel regno che è stato preparato per voi fin dalla creazione del mondo”. E appena dopo ammonisce: “Andate via da me, maledetti, nel fuoco eterno che Dio ha preparato per il diavolo e per i suoi servi!”. Due cavalieri armati di lancia contengono la folla brulicante dei demoni e dei dannati, che preme con forza, al confine tra il Bene e il Male.

Un particolare del timpano.

Diavoli irsuti, terribili ghigni, fauci spalancate: un avaro è impiccato con la sua borsa al collo e un rospo sotto i piedi; un demonio divora il cervello di un pazzo. C’è anche un lucifero gobbo che tira la lingua di uomo con un gancio di ferro. Accanto, un ubriacone vomita il suo vino mentre un falsario è costretto a bere l’oro prima che sia fuso. Tra corpi aggrovigliati e feroci supplizi, un’ascia e una balestra raccontano gli orrori infiniti della guerra mentre nel fuoco eterno la vanità brucia insieme ai futili piaceri del mondo.

Il popolo eletto, alla destra di Gesù, avanza in una soave visione di beatitudine, guidato dalla Vergine che precede San Pietro. La felicità eterna è annunciata dal suono armonioso dei corni degli angeli: vergini sagge, i martiri, i profeti e gli apostoli camminano sicuri, protetti dalla fede. Nella processione dei beati l’eremita Dadon, fondatore dell’abbazia, è vicino a Carlo Magno, leggendario protettore del monastero.

Nel groviglio dei corpi, si intuisce il momento solenne della pesatura delle anime tra l’arcangelo Gabriele e un diavolo beffardo che tenta di barare. Intanto, angeli pietosi intanto sollevano le palpebre dei morti che risorgono dai loro sarcofagi.

L’interno della chiesa abbaziale, alta 22 metri (foto: Camster).

La chiesa, come Conques, ha conosciuto storie di gloria e di abbandono. Nel 1531, durante le guerre di religione, fu bruciata dai protestanti e cadde nell’oblio più completo. La riscoprì lo scrittore e archeologo Prosper Merimée (1803-1870) autore, tra l’altro di un famoso racconto da cui il musicista Bizet trasse l’opera Carmen.

Merimée, incaricato dell’ispezione dei monumenti storici francesi, stese un rapporto appassionato nel quale lanciò un vero e proprio appello per salvare il monumento. E nel 1837 iniziarono i lavori di restauro che riportarono l’edificio agli splendori di oggi. Con 104 vetrate progettate dall’artista Pierre Soulages e realizzate nel 1988 con un particolare tipo di vetro, traslucido, dal maestro vetraio Dominique Fleury.

L’edificio, poco decorato all’esterno, offre all’interno la visione di 250 capitelli di diverse tipologie, una navata che raggiunge 22 metri di altezza, i resti di alcuni affreschi dedicati al martirio della santa e una “Annunciazione” di grande pregio. Ma oltre al magnifico timpano, la chiesa è famosa soprattutto per il Tesoro che offre un panorama esaustivo della storia dell’oreficeria religiosa francese dal IX al XVI secolo.

Fra tante meraviglie, spicca la magnifica statua reliquiario di Sainte-Foy in trono che risale al IX secolo. La figura di legno è rivestita d’oro e d’argento e adorna di gioielli, cammei e pietre intagliate, antiche e preziose. Madonne in Maestà, che intorno al Mille, abbellirono le chiese di Alvernia, Linguadoca e Aquitania ripresero in parte le fattezze della santa venerata a Conques. Sainte-Foy , è però l’unico esempio conservato di questo tipo di una statua reliquiaria d’epoca romana ed è considerata uno dei primi cinque tesori dorati medievali in Europa.

La preziosa statua di Sainte Foy, assisa in trono, cela all’interno la sacra reliquia della giovane martire.

La santa viene presentata davanti a una tenda di velluto rosso intenso, colore che evoca il martirio e il trionfo della fede. È assisa in trono, rigida, con gli avambracci tesi in avanti e paralleli e le palme delle mani aperte. Una reliquia sacra con fattezze di idolo: il corpo sproporzionato (testa, braccia e grandi piedi), una espressione facciale forte, il mento in alto, grandi occhi blu scuro in vetro smaltato. La santa tiene fra le mani due tubi dorati nei quali un tempo i devoti mettevano i fiori. Le frange della veste sul collo, delle maniche e del fondo della veste risalgono al X secolo, come il diadema in oro e pietre preziose. Le braccia e le mani della statua sono state ricostruite nel Cinquecento. Una cavità nascosta sul retro dell’opera cela la reliquia del cranio rivestito da una lamina d’argento.

Begon III, abate mecenate e collezionista, raccolse e ordinò a Conques altri pezzi sontuosi: un reliquiario a forma di A donato dai re carolingi e valorizzato da pietre e smalti, un altro a forma di campanile ottagonale e un altro ancora commissionato per contenere un frammento della Vera Croce. Il reliquiario di Pipino d’Aquitania è un cofanetto d’oro del secolo XI, a forma di casetta, che sulla parte frontale mostra una Crocifissione a sbalzo e sul retro un motivo ad arcate con due colombe. C’è anche un altare portatile, coperto da una lastra di porfido rosso con fasce d’argento sui lati decorate con i busti di Cristo e della Vergine.

L’abbazia svela altre meraviglie, concentrate nello spazio di poche decine di metri. Il pezzo forte sono le decorazioni scolpite nella serpentina color verde scuro della piscina dei monaci. Tra le maschere, le immagini religiose e le figure assortite di cani, gatti, scimmie e altri animali, spunta anche un diavolo. Ma è un demone gioioso, che ispira curiosità e meraviglia. Come il Medioevo di Conques.

Federico Fioravanti

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Saint Denis, prima, meravigliosa cattedrale gotica

San Dionigi, decapitato sull’altura di Montmartre, si alzò in piedi e raccolse la sua testa. Poi scese dall’alta collina del suo martirio (“mons martyrium”) e portò quel capo mozzo e sanguinante in un remoto luogo della sterminata campagna che allora circondava Lutezia, la città della Gallia romana nata sulla riva sinistra della Senna.

Nel cimitero dove il santo vescovo di Parigi trovò sepoltura, all’inizio fu edificata una chiesa piccola, capace però di custodire la leggenda di Dionigi, che si propagò ben oltre le date incerte del martirio. E segnò, nei secoli, la storia stessa della Francia.

Dagoberto I, re merovingio, decise che in quel luogo decentrato dovesse nascere una abbazia benedettina dove pretese di essere inumato dopo la sua morte (638). Pipino il Breve, nel 754, vi si fece consacrare re.

A partire dal VI secolo, Saint Denis diventò il luogo di sepoltura di quasi tutti i regnanti francesi. Oggi ospita le tombe di 42 sovrani, 32 regine e 63 principi e principesse. Le prime storie della Francia furono vergate proprio dai monaci benedettini dell’abbazia. Il culto del santo intanto attirava migliaia di pellegrini da tutto il paese.

La chiesa si trasformò ancora. E divenne grande e bellissima soprattutto grazie al genio e al lavoro di un uomo: Sugero (1080 -1151), consigliere di due re, mediatore tra la monarchia e il papa e reggente di Francia durante la seconda crociata. Aveva un fisico minuto ma era animato da una indomabile volontà e sorretto da una straordinaria intelligenza. Guidò l’abbazia dal 1122 al 1251. Con un triplice ruolo: committente, costruttore e cronista dei lavori della prima, meravigliosa cattedrale gotica della storia.

I lavori iniziarono nel 1136. L’abate voleva un’opera sontuosa, mai vista prima. Organizzò il cantiere, trovò il denaro che serviva e volle che l’oro, le perle e le pietre preziose abbellissero le suppellettili liturgiche, la grande croce, il paliotto dell’altare e il tempietto dei reliquiari. San Bernardo si scandalizzò di tanta magnificenza. Scrisse una famosa lettera a Sugero nella quale definiva Saint Denis come “fucina di Vulcano” e “sinagoga di Satana”. L’abate rispose al rigore ascetico dell’ispido santo con delicate parole d’amore sulla bellezza del creato e i colori del mondo. Sugero voleva una architettura di luce, l’attributo divino per eccellenza che trovava descritto negli scritti di Dionigi l’Areopagita e nelle opere di Scoto Eriugena. I grandi spazi e la luce guidarono la nascita della cattedrale, anche grazie a inedite tecniche di costruzione: Saint Denis è il primo edificio della storia dell’architettura in cui convivono sia la pianta a croce latina con cappelle laterali che la volta su ogive incrociate.

Le vetrate creano un muro ondulatorio di luce. E i due rosoni, i primi costruiti in Francia, ammaliano il visitatore: quello a nord, che indica il punto delle tenebre, riflette dei colori freddi, al contrario dell’altro, il rosone esposto al sud, che mostra un tripudio di colori. Per Sugero, l’incanto delle pietre multicolori doveva trasportare chi entrava a Saint Denis in “un altro mondo”, per elevare la mente dell’uomo dalle cose terrene.

Fu San Luigi IX a ordinare una scultura per ogni sovrano sepolto nella cattedrale. Nel Medioevo, per il popolo dei fedeli la grande cattedrale era “la necropoli dei nostri re”.

Saint Denis rappresenta la Francia come pochi altri luoghi. Si diceva che la bandiera sacra dell’abbazia fosse di colore rosso perché era bagnata dal sangue stesso di San Dionigi. Diventò presto lo stendardo dei re da esibire in battaglia. Un simbolo del potere reale descritto anche nella “Chanson de Roland” dell’XI secolo. Fu consegnato a Guillaume de Martel prima della battaglia di Azincourt (1415) e perso dopo la sua morte.

Alla chiesa abbaziale di Saint-Denis Giovanna d’Arco appese la sua armatura nel 1429. Nella grande chiesa dormono anche i re Borboni, chiusi in bare adagiate su telai di ferro, e Luigi XVI e Maria Antonietta, i sovrani travolti dalla Rivoluzione.

Virginia Valente

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