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L’eresia catara a Orvieto

Il Palazzo dell’inquisizione in via della Misericordia, a Orvieto

Orvieto viene considerata una delle città dell’Italia centrale più importanti nella storia del catarismo. Questo ruolo non le compete per essere stato uno dei centri di diffusione di questa eresia in Italia, dal momento che le città dove i catari avevano le loro sedi erano Firenze, Viterbo, Narni e Spoleto. Ma perché ad Orvieto la diffusione e la repressione dell’eresia produssero una serie di importanti conseguenze dal punto di vista economico, politico e religioso.

Esiste un forte legame, ad esempio, tra il riconoscimento del miracolo eucaristico di Bolsena e l’offensiva cattolica contro il catarismo che ebbe in Orvieto un luogo centrale. Gli eretici negavano infatti il dogma della transustanziazione, ovvero la presenza di Cristo nell’eucarestia, elemento centrale del miracolo. La stessa costruzione del duomo deve essere inserita, insieme ad altre motivazioni, in questa volontà di riconquista spirituale di un territorio in cui la presenza catara si era diffusa per decenni in maniera capillare, conquistando ogni ceto sociale anche se furono alcune delle famiglie più in vista di Orvieto a difendere i catari.

La repressione attuata nei loro confronti ebbe anche un determinante riflesso nel favorire l’ascesa della famiglia Monaldeschi. Questo capitolo della storia cittadina è stata tramandato da uno scritto conosciuto come “Leggenda”, ovvero Passio beati Petri Parentiis martiris, dedicato alla vita di Pietro Parenzo e redatto nel 1205 da Maestro Giovanni che era probabilmente un canonico di Orvieto.

Gli episodi si svolsero sullo sfondo dell’aspro contrasto tra il Comune e Innocenzo III per il controllo di Acquapendente. La diffusione del catarismo ad Orvieto era iniziata alla fine del 1110 da Firenze e si estese rapidamente anche per i forti sentimenti ghibellini e contrari al papato.

Il primo a propagare i germi del catarismo ad Orvieto sarebbe stato tale Ermannino da Parma a cui fecero seguito nel 1170 due predicatori fiorentini, Diotisalvi e Gottardo. Il vescovo dell’epoca, Rustico, non ebbe però piena consapevolezza del pericolo e trascurò il diffondersi del fenomeno.

I catari fecero molti proseliti fin quando il vescovo Riccardo da Gaeta, in carica dal 1178 al 1202, non condannò all’esilio alcune persone e alla morte altre. Questa drastica soluzione fu da lui adottata quando ebbe piena consapevolezza del fatto che la dottrina catara aveva fatto breccia in numerose famiglie importanti grazie all’operato subdolo ed efficace di due donne, inviate in missione ad Orvieto dai catari fiorentini, Milita da Montamiata e Giulietta da Firenze. Quando Innocenzo lanciò l’interdetto contro la città, a causa dell’invasione orvietana di Acquapendente, richiamò a Roma anche il vescovo e questo particolare lasciò campo libero agli eretici i quali presero piede e minacciarono addirittura di cacciare i cattolici.

San Parenzo, Luca Signorelli, Cappellina dei Corpi Santi, Duomo di Orvieto

Ad innalzare il livello dello scontro con la Chiesa giunse in città un eretico dal grande carisma, il viterbese Piero Lombardo. Fu lui ad elaborare il progetto di bandire i cattolici dalla città e trasformare la rupe in una fortezza inespugnabile controllata dai catari.

L’intervento del papa venne sollecitato da alcune famiglie orvietane, allarmate per la grande forza persuasiva di questo uomo dalla personalità magnetica e capace di esercitare un fortissimo ascendente. Da Roma venne spedito a sedare la situazione un giovane esponente della nobiltà dal carattere impulsivo e ambizioso che alcuni volevano addirittura nipote del papa, Pietro Parenzo. Divenuto Podestà, procedette con grande energia a combattere gli eretici, iniziando a confiscare i beni appartenenti non solo ai catari, ma anche a coloro che li avevano protetti e aiutati. Parenzo capì subito la forza dei nemici che aveva di fronte e, nel 1199, tornò per un periodo a Roma dove fece testamento e dove il papa gli concesse l’indulgenza plenaria che veniva accordata ai crociati.

La “Leggenda” racconta che, appena tornato a Orvieto, Parenzo venne catturato dagli eretici che lo rinchiusero in una capanna fuori città. Qui lo costrinsero a mangiare la spazzatura durante una parodia della messa. Quando Parenzo si rifiutò di ritrattare i provvedimenti che aveva assunto, venne colpito prima a martellate e poi con un colpo di piccone che lo uccise. Il suo corpo venne ritrovato la mattina seguente lungo la strada delle Piagge.

La reazione fu travolgente. Lo stesso papa inviò truppe in città e questa svolta militare determinò la supremazia del partito guelfo su quello ghibellino. La commozione del popolo fu grande. Alcuni eretici o presunti tali vennero anche linciati dalla folla. Pietro Parenzo venne celebrato non solo come vittima, ma come un santo dal momento che si cominciò ad attribuirgli miracoli e prodigi di varia natura. Questa è le versione dei fatti tramandata dalla fonte ufficiale, ma i dubbi su chi abbia davvero deciso di eliminare Parenzo non sono mai mancati. È infatti evidente che le ripercussioni legate ad un episodio di tale gravità avrebbero finito per ricadere in maniera devastante sui catari come poi accadde inevitabilmente, favorendo i cattolici.

L’incarico di Podestà venne conferito al fratello della vittima, Parenzo di Parenzo che lo ricoprì per tre anni.

La repressione messa in atto fece si che la città tornasse nell’orbita politica del papato, ma il catarismo non era affatto scomparso e nel 1268 ci fu un’azione giudiziaria su larga scala grazie alla cui documentazione possiamo farci un’idea chiara di quale fosse il rapporto tra la popolazione e l’eresia.

Miniatura raffigurante la cacciate dei Catari da Carcassonne

Una città eretica Il processo che portò alla sbarra 88 persone, 58 uomini e 30 donne, con l’accusa di eresia rappresenta uno spaccato molto interessante sulla diffusione di questo culto in città.

Il caso di Orvieto smentisce infatti l’idea di alcuni storici secondo cui il catarismo si sarebbe diffuso prevalentemente nelle classi sociali più basse. Ad Orvieto non fu affatto così. La classe dirigente della città era ampiamente legata all’eresia, non tanto perché le persone fossero interessate a cogliere le sottigliezze dottrinarie e le differenze rispetto all’ortodossia cattolica, ma soprattutto perché i perfetti e molti semplici catari avevano saputo conquistarsi il rispetto con la coerenza e il rigore dei loro comportamenti.

Certo è che il catarismo orvietano fu in larga misura anche un fenomeno politico, alimentato da ghibellinismo e interessi famigliari.

Dopo l’omicidio di Parenzo, il movimento ereticale sembrava essere stato annientato, ma si trattava solo di un’illusione.

Il fuoco covava sotto la cenere e un’ondata eretica si manifestò nuovamente con grande vigore nel 1240, in coincidenza con la campagna militare nell’Italia centrale di Federico II che arrivò a minacciare anche Orvieto, a dimostrazione di quanto fosse stretta la sovrapposizione tra catarismo e ghibellinismo.

Furono anni di grandi scontri all’interno della città tra i sostenitori dell’imperatore e del papato. Non è un caso se molte della famiglie ghibelline più in vista come i Ricci, i Tosti, i Lupicini e i Miscinelli erano complici dell’eresia.

La predicazione eretica aveva tuttavia conquistato e convinto una parte non trascurabile del ceto dirigente cittadino, anche quello che non aveva nulla a che vedere con il ghibellinismo. I Filippeschi, la maggior famiglia ghibellina, non furono ad esempio coinvolti nel processo, né i Della Greca o i della Tasca.

Domino Rainiero, la personalità di maggior spicco tra i condannati nel processo agli eretici, era un nobile molto ricco che non aveva nessun rapporto con i ghibellini ed era anzi imparentato con i Monaldeschi. Questo per dire che l’azione dell’Inquisizione non deve essere considerata come la reazione strumentale della Chiesa contro i ghibellini. Non si trattò, insomma, di un processo dalle finalità politiche.

L’Inquisizione che aveva la propria sede nei sotterranei della chiesa della Misericordia, un luogo che ancora oggi mantiene inalterato il suo sinistro aspetto, operò con due francescani, uno dei quali orvietano.

Le sentenze dell’Inquisizione venivano lette e pubblicate nella chiesa di San Francesco “nel luogo dei frati Minori” di fronte ad un pubblico di uomini e donne appositamente convocati dall’inquisitore.

Compianto su Cristo morto con i santi Faustino e Pietro Parenzo, Luca Signorelli, Cappella di San Brizio, Duomo di Orvieto

Un altro personaggio molto ricco e in vista come Bivenio Blasii ebbe la casa demolita per ritorsione.

Gli antichi documenti ci fanno rivivere anche la vicenda di una governante in servizio nella casa, tale Donna Verdonella. Dopo essersi gravemente ammalata, questa donna convinse la sua padrona ad andare a cercare due patari affinché le impartissero il sacramento del consolamentum. Nel processo del 1268 si indagò sull’appartenenza alla setta eretica e sul sostegno fornito ad essa a partire dalla fine del 1100 fino ad allora; per questo motivo solo 61 persone erano ancora in vita all’epoca in cui fu istruito il processo.

L’azione degli inquisitori fu spietata, alla fine ci furono molte condanne ed una serie di ingenti confische di beni; non solo, ma le cronache giudiziarie riferiscono di almeno un paio di casi in cui gli inquisitori fecero riesumare anche le salme di persone sospettate.

Questa sorte toccò ad un personaggio del calibro di Amideo Lupicini che era stato Rettore nel 1262 ed aveva svolto un delicato incarico diplomatico per stringere l’armistizio con Siena così come a Jacopo Arnoldi che nel suo palazzo aveva ricevuto perfetti e perfetta, dal momento che anche le donne potevano ricoprire incarichi di vertici nell’organizzazione molto gerarchizzata dei catari. Quest’ultimo particolare non deve essere considerato irrilevante per comprendere l’avversione viscerale nutrita da Innocenzo III nei confronti di questo movimento religioso alla luce dell’impostazione radicalmente maschilista che la Chiesa aveva ormai assunto dopo aver cancellato del tutto l’esperienza delle prime comunità cristiane in cui le donne avevano, al contrario, un ruolo importante e spesso di primo piano.

Orvieto, Duomo, Pilastri istoriati, dettaglio del Peccato Originale

Chi erano gli altri condannati? Tre di loro erano grandi prestatori di denaro a cui furono demolite anche le case. Bivenio Blasii aveva anche costruito una possente torre fortificata per resistere agli inquisitori. Simeone Lanarolo aveva una grande manifattura di lana. Dagli atti del processo si apprende che aveva insegnato ad un simpatizzante come adorare un perfetto, aveva consentito che il consolamentum venisse amministrato in casa sua ed aveva recuperato il corpo senza vita di un perfetto. Anche la sua casa venne abbattuta.

La repressione degli inquisitori non portò tuttavia alla cattura di alcun perfetto. Orvieto, per un po’ di tempo, cercò di barcamenarsi tra papato e impero, anche in conseguenza delle sue divisioni interne, ma quando Federico II nel 1243 mise sotto assedio Viterbo, Orvieto inviò rinforzi ai viterbesi.

Fu, peraltro, sulle ceneri di quell’assedio fallito che Viterbo passò definitivamente sotto il potere della Santa Sede, contraddicendo la propria storia. Per rafforzare e cercare di rendere irreversibile questa clamorosa inversione di tendenza politica venne incentivato il culto popolare di santa Rosa, ben presto trasformata in un potentissimo simbolo identitario di Viterbo ed elemento fideistico di ancoraggio al papato.

Claudio Lattanzi Claudio Lattanzi, giornalista, saggista e editore è l’autore del libro Orvieto nel Medioevo. Ascesa e declino (INTERMEDIA Edizioni, € 13,50).

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L’eresia di Fra Dolcino

L’attore Ron Perlman nel film “Il nome della rosa” è Salvatore, un frate ritardato in odore di eresia.

A dispetto del nome era tutt’altro che docile, fra Dolcino da Novara, l’eretico condottiero e “fricchettone”, cantore della libertà dalle ricchezze ma anche dalle convenzioni sociali, che più di ogni altro ha ispirato la letteratura degli ultimi due secoli. Umberto Eco – che scelse due dei protagonisti de “Il nome della rosa” come seguaci del frate – ha tirato fuori il millenarista lombardo dal Medioevo facendolo entrare nell’immaginario contemporaneo col suo grido folle e ascetico, feroce e spirituale: “Penitenziagite!”.

Nato a Prato Sesia, in provincia di Novara nel 1250, si chiamava Davide Tornielli ed era figlio di un prete, anche se in realtà tutti i suoi dati anagrafici sono avvolti nel mistero e nell’incertezza, data la scarsità di fonti oggettive che lo riguardano. Come tanti altri eretici dell’Antichità e del Medioevo, infatti, conosciamo Dolcino soltanto attraverso i racconti dei suoi nemici e non tutte le informazioni, di conseguenza, sono attendibili.

Quel che è certo, invece, è che nel 1291 Dolcino entra a far parte del movimento degli Apostolici fondato da Gerardo Segarelli, un predicatore di una decina di anni più vecchio, che dopo essersi accostato all’ordine francescano ed essere stato rifiutato per il suo eccessivo rigore, aveva distribuito tutti i suoi averi ai poveri e fondato un nuovo movimento di ispirazione francescano-spirituale, che aveva assunto il nome di “Apostolici”, proprio perché voleva riprendere la vita della prima comunità cristiana formata dagli apostoli, in cui tutti i beni venivano messi in comune vivendo in sostanziale povertà.

Resti medievali nei dintorni di Prato Sesia (Novara), dove nacque Dolcino.

“Paenitentiagite, quia appropinquabit regnum caelorum” (“Fate penitenza, perché il Regno di Dio arriverà”) è il grido di battaglia degli Apostolici, reso celebre, anch’esso dal romanzo “Il nome della rosa”, dove viene ripetuto da due monaci dell’abbazia del delitto – Remigio da Varagine e Salvatore – che si identificano così come ex seguaci di Dolcino, finendo bruciati sul rogo per volontà del domenicano Bernardo Gui.

Con scelte tipicamente francescane (ma non attuate, al tempo, dai frati francescani) come la povertà totale, il rifiuto di ogni gerarchia, l’uguaglianza tra uomini e donne e la comunione dei beni, gli Apostolici avevano catturato la simpatia dei fedeli mettendosi di fatto in concorrenza con gli stessi Francescani e con i Domenicani, arrivando a raccogliere – nelle città – più offerte di loro.

In un primo tempo gli Apostolici erano rimasti nell’ortodossia e si erano anche rivolti ad un protonotario pontificio per sapere quale fisionomia istituzionale avrebbero dovuto assumere. Quando il Concilio del 1276, però, aveva sconfessato tutte le congregazioni religiose non autorizzate, proibendo nuove forme di vita religiosa, gli Apostolici avevano finito per allontanarsi sempre più dalla Chiesa istituzionale.

Segarelli e i suoi compagni conducevano una vita fatta di digiuno e preghiera, lavorando o chiedendo la carità, senza praticare il celibato; la cerimonia di accettazione dei nuovi seguaci prevedeva che pubblicamente si mostrassero nudi come aveva fatto San Francesco.

Se però Francesco d’Assisi sosteneva che l’obbedienza al Papa e ai preti in generale doveva essere incondizionata – e che lui avrebbe sempre obbedito e baciato le mani anche ai preti peccatori – gli Apostolici affermano il diritto e il dovere di ribellarsi anche allo stesso papa quando si allontanava dai precetti evangelici, rivendicano il diritto dei laici a predicare (Francesco, invece, aveva accettato di essere ordinato diacono), prefigurando l’imminenza del castigo celeste provocato dalla corruzione dei costumi ecclesiastici e la necessità di vivere in assoluta povertà. Significativamente, finirono per essere accusati di depredazioni e rapine, anche sproporzionate rispetto a quelle necessarie a garantire la loro semplice sopravvivenza.

D’altra parte, forti del detto paolino “tutto è puro per i puri”, praticavano una sessualità promiscua. Insomma, dalle orme di San Francesco – che volevano seguire in modo più radicale – diventarono una sorta di movimento hippy ante litteram. Cacciati anche dalle diocesi dove erano stati accolti con favore (come Parma), gli Apostolici vennero sconfessati ripetutamente dalla Chiesa, processati per eresia e condannati in modo definitivo, nel 1290, da Niccolò IV che paradossalmente fu il primo papa francescano.

Segarelli, dopo l’ennesima condanna, bruciò sul rogo, a Parma, nel 1300. Dolcino era entrato a far parte del movimento degli Apostolici nel 1291. Con tutta probabilità non pronunciò mai i voti di castità, povertà e obbedienza.

La definizione di “frate” non sta ad indicare l’appartenenza a un ordine religioso, quanto piuttosto l’uso di chiamarsi “fratello” nell’ambito del movimento ereticale. L’attività di Dolcino si svolse innanzitutto nella zona del lago di Garda, con un soggiorno accertato presso Arco di Trento. Qui, nel 1303, conobbe la bellissima giovane Margherita Boninsegna che diventò la sua compagna e lo affiancò nella predicazione.

Dolcino si rivelò dotato di grande fascino e comunicativa: sotto la sua guida, il numero degli Apostolici tornò ad aumentare. I seguaci di Davide Tornielli diventarono più di mille. La loro aperta e crescente ostilità verso Roma, si radicalizzò sotto il pontificato di Bonifacio VIII.

L’elezione del cardinale Benedetto Caetani, appartenente a una delle famiglie più potenti dell’aristocrazia romana, aveva fatto seguito, nel 1294, alle discusse dimissioni di papa Celestino V, che fino a quelle, nel 2013, di Benedetto XVI rappresentarono un caso unico nella storia della Chiesa.

Celestino V (nato tra il 1209 e il 1215 e morto il 19 maggio 1296) era originario del Molise ed è sepolto a L’Aquila. È stato il 192º Papa della Chiesa cattolica, pontefice dal 29 agosto al 13 dicembre 1294.

Celestino, al secolo Pietro Angelerio, era stato un celebre eremita, conosciuto come Pietro dal Morrone: la sua elezione provocò un’ondata di speranza e di entusiasmo paragonabile forse solo a quella che, ancora una volta, a ottocento anni di distanza, ha generato nei credenti papa Francesco. “Finalmente avremo un papa che crede in Dio” fa dire a una popolana Ignazio Silone in “L’avventura di un povero cristiano”.

Estraneo alle contese delle famiglie nobili romane e alla corruzione che regnava nella curia, Pietro aveva fama di santità: fu scelto dai cardinali per uscire da una situazione di stallo che durava da quasi due anni. Tentò di portare il carisma e la povertà francescana sul trono di Pietro. Anche il rapporto con i movimenti pauperistici come i Francescani spirituali e gli Apostolici, quindi, cambiò radicalmente sotto il suo pontificato. Per questo, quando si dimise per lasciare spazio al cinico e spietato Bonifacio VIII, si scatenò una guerra che vide l’alleanza delle famiglie romane ostili ai Caetani e dei movimenti pauperistici, nei confronti dei quali era subito ripresa la persecuzione.

Dolcino elaborò una sua dottrina teologica che – sulla scia di Gioachino da Fiore – divideva la storia del mondo in diverse età: la prima era quella dell’Antico Testamento, dei patriarchi e dei profeti; la seconda quella di Gesù Cristo e degli Apostoli, età della santità e della castità; poi era venuta l’età segnata dal potere e dalla ricchezza della Chiesa, per far fronte ai quali era arrivato Benedetto, riprendendo l’antica povertà. Ma secondo Davide Tornielli era stato tradito – a sua volta – dallo sviluppo del monachesimo, per contrastare la cui ricchezza erano poi arrivati Francesco e Domenico. Giunti alla fine della terza età, occorreva quindi convertirsi agli insegnamenti degli apostoli, ma perché questo avvenisse era necessario che tutti i chierici, i monaci e i frati morissero di morte “cruellissima”.

Dolcino annunciò che il tempo della Chiesa infedele e corrotta stava per finire. In attesa della venuta della Chiesa santa, però, quella attuale andava distrutta. Per questo, forte del successo che riscuoteva in tutta la Valsesia dove aveva ormai più di 4mila seguaci, scatenò una vera e propria rivoluzione armata con l’obiettivo di riscattare gli abitanti di quelle terre dalle condizioni di infinita povertà in cui versavano e nel 1304 occupò la regione, grazie al sostegno di Matteo Visconti. La Valsesia divenne così il luogo dove le utopie delle predicazioni dolciniane trovarono una concretezza e un’attuazione politica.

Monte Rubello (Alpi biellesi), dove si rifugiarono i dolciniani assediati dalle forze armate del vescovo di Vercelli.

Abbandonati da Visconti, i dolciniani il 10 marzo 1306 si arroccarono sul Monte Rubello, nel Biellese, dove tentarono di resistere all’assedio di Raniero degli Avogadro, vescovo di Vercelli, che – forte delle milizie armate radunate del Novarese – bandì una vera e propria crociata contro Davide Tornielli e i suoi seguaci.

I resistenti, in un primo tempo, furono soccorsi dalla gente del luogo, che fornì loro viveri e assistenza. L’esercito vescovile rispose con vere e proprie razzie verso la popolazione che finì per abbandonare Dolcino e i suoi seguaci quando anche i “frati” iniziarono a saccheggiare i centri abitati e a requisire i beni di prima necessità.

Rimasti isolati, i dolciniani capitolarono. Il 23 marzo del 1307, le truppe di Raniero riuscirono a penetrare nel fortilizio fatto costruire da Dolcino, dove ancora, in modo disperato, resistevano gli ultimi superstiti di un gruppo ormai falcidiato. Secondo fonti di epoca successiva, fu terribile lo spettacolo che si presentò agli occhi degli assalitori: i dolciniani, per lottare e sopravvivere, arrivarono a cibarsi dei resti dei compagni morti.

La cattura di Margherita e fra Dolcino, affresco di Antonio Ciancia da Caprile (1867, Chiesa Matrice SS. Quirico e Giulitta di Trivero).

Quasi tutti i prigionieri vennero passati per le armi, tranne Dolcino, Margherita e il luogotenente Longino da Bergamo. Dolcino venne processato a Vercelli e fu condannato a morte. L’Anonimo Fiorentino (uno dei primi commentatori della “Divina Commedia”) raccontò che Davide Tornielli rifiutò di pentirsi e anzi annunciò la sua risurrezione il terzo giorno dopo la morte.

Margherita e Longino vennero arsi vivi sulle rive del torrente Cervo, il corso d’acqua che scorre vicino a Biella, dove la tradizione identifica ancora una sorta di isolotto detto appunto “di Margherita”. Un cronista annotò che Dolcino, costretto ad assistere al supplizio dell’amata, dava “continuo conforto alla sua donna in modo dolcissimo e tenero”.

L’esecuzione di Dolcino fu pubblica e esemplare: secondo Benvenuto da Imola (un altro antico commentatore dantesco), venne condotto su un carro attraverso la città di Vercelli, torturato a più riprese con tenaglie arroventate. Poi gli vennero strappati il naso e il pene. Dolcino sopportò tutti i tormenti senza gridare né lamentarsi, fino a che fu issato sul rogo e arso vivo.

Prima di morire, il millenarista ribadì le sue teorie in una lettera, annunciando come imminente il tempo finale in cui si sarebbe ristabilito finalmente l’ordine e la pace dopo le degenerazioni della Chiesa. Alcuni teologi della Riforma protestante vedranno in Dolcino un loro antesignano e nella diffusione della Parola di Dio legata alla liberazione del nord Europa. I commentatori laici ne faranno invece, nel XX secolo, un precursore del Socialismo.

Dante ricorda Dolcino nella Divina Commedia nel canto XXVIII dell’Inferno:

«Or di’ a fra Dolcin dunque che s’armi, tu che forse vedra’ il sole in breve, s’ello non vuol qui tosto seguitarmi, sì di vivanda, che stretta di neve non rechi la vittoria al Noarese, ch’altrimenti acquistar non saria leve »

Dante colloca Dolcino nella bolgia dei seminatori di discordie e degli scismatici: l’azione della “Commedia” è ambientata nel 1300, quando il frate era ancora vivo. Il grande poeta non lo incontra durante la sua visita all’Inferno: è Maometto, che si trova in quella stessa bolgia, a preannunciargli il suo arrivo. Si tratta di una delle numerose profezie “post eventum” che Dante inserisce nel poema per poter citare personaggi ancora viventi nell’anno 1300 o fatti posteriori a tale data (ma già avvenuti, ovviamente, nel momento in cui egli scriveva).

Il cippo che ricorda Fra Dolcino, sul monte Rubello (foto: Ceragioli).

Nel 1907, per il seicentesimo anniversario della morte di Dolcino, alla presenza di una folla di diecimila persone riunitesi sui luoghi dell’ultima battaglia, un obelisco alto dodici metri fu eretto in memoria dei dolciniani per iniziativa di Emanuele Sella, letterato ed economista che vantava trascorsi in seno al socialismo.

Non a caso nel 1927 l’obelisco viene abbattuto da un gruppo di fascisti per essere ricostruito, con dimensioni più ridotte, nel 1974 alla presenza di Dario Fo e Franca Rame.

Da allora, ogni anno, nella seconda domenica di settembre, viene organizzato un convegno dolciniano e una cerimonia commemorativa nei pressi del cippo. Fo e Rame, nel 1977, inserirono la leggenda del frate nel loro “Mistero Buffo”.

La storia di Dolcino e Margherita è raccontata anche in uno degli episodi di “Cantalamappa” di Wu Ming.

Arnaldo Casali

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Montségur, la strage dei Catari

I Catari al rogo in una miniatura.

“Lasciatemi raccontare la storia Di un sangue bevuto dalla mia terra Lasciatemi raccontare la storia Di una volontà di ferro Di una gioventù passata Di una libertà voluta Del vecchio sogno disperato Di una libertà perduta”.

Così recitano le parole di una canzone scritta nel 1972 dal cantante occitano Claude Marti.

“Cinquecento eravate a Montségur / Sapendo ciò che vuol dire vivere / Cinquecento eravate a Montségur / Certo siete dietro l’azzurro”.

Erano in cinquecento, il 16 marzo 1244 a Montségur, ma ne sopravviveranno appena la metà: oltre duecento, infatti, finiranno arsi sul rogo nella più grande strage di eretici mai compiuta dalla Chiesa cattolica; l’atto finale di una guerra durata cinquant’anni, che segnerà anche la fine dell’indipendenza politica e culturale dell’Occitania dalla Francia.

Erano albigesi, quei cinquecento, ovvero catari: la più celebre e popolare eresia del Medioevo, contro cui papa Innocenzo III ha lanciato una vera e propria crociata, l’unica indetta da cristiani contro altri cristiani.

L’espansione del Catarismo agli inizi del XII secolo (mappa: Mire Peisset).

Il catarismo affonda le sue radici nei primissimi secoli del cristianesimo: già i discepoli di Novaziano, nel III secolo, si autodefinivano catari, ovvero “puri”, ma è nel XII secolo ad Albi, in Occitania, che nasce il fenomeno destinato a segnare l’intera storia religiosa medievale.

Sotto il profilo teologico, l’eresia catara è caratterizzata da un radicale dualismo che contrappone bene e male, luce e tenebre, spirito e materia. Anche il divino è diviso in due: esiste un Dio malvagio, che è il Creatore del mondo e spinge l’uomo verso l’esistenza materiale; ed esiste un Dio buono, che ne è il redentore attraverso la figura di Gesù Cristo, che a sua volta non è un vero uomo, ma un angelo apparso in sembianze umane per liberare l’umanità dal dominio della materia.

L’obiettivo del cristiano è quello di liberarsi progressivamente da tutto ciò che è materiale per elevarsi verso il divino attraverso lo spirito. I catari considerano malvagio e diabolico, dunque, tutto quello che è espressione della corporeità, a partire da cibo e sesso, e arrivano a praticare il suicidio rituale come estremo atto di liberazione dal proprio corpo.

Ovviamente la Chiesa di Roma, ricca e corrotta, viene rifiutata e sconfessata dalla dottrina catara, che struttura una vera e propria Chiesa parallela con istituzioni che si pongono in diretta competizione con quelle cattoliche riscuotendo grande successo, soprattutto tra le classi sociali più umili.

La complessa elaborazione teologica degli albigesi, infatti, rimane in secondo piano – nella visione popolare – rispetto alla povertà evangelica praticata dai suoi adepti. I “perfetti” (ovvero il livello più alto che possono raggiungere gli iniziati) rinunciano ad ogni proprietà e vivono unicamente di elemosina, oltre a praticare la castità. Naturale, quindi, che vincano ogni sfida con i preti cattolici, che sono tutt’altro che un esempio di santità e distacco mondano. Sotto questo profilo gli albigesi non fanno che raccogliere l’eredità dei patarini e dei valdesi, ma anche dello stesso movimento francescano. In tutti e tre i casi si tratta di movimenti pauperistici che si contrappongono alla corruzione della Chiesa romana. Ma se il francescanesimo rappresenta proprio la risposta cattolica agli eretici, patarini e valdesi pur contestando la Chiesa sotto il profilo teologico si mantenevano assolutamente ortodossi (i valdesi si allontaneranno dalla dottrina cattolica solo nel XVI secolo, aderendo alla Riforma protestante). Quella catara diventa quindi la più insidiosa delle eresie dai tempi degli ariani, perché attira i fedeli puntando il dito contro la corruzione della Chiesa ma a differenza di patarini e valdesi che si accontentavano di una riforma morale, mira a stravolgerne completamente la teologia.

Catari esplusi da Carcassonne (bottega del Maestro di Boucicaut).

Le prime persecuzioni contro i catari, tuttavia, non arrivano da Roma ma da Parigi: gli albigesi rischiano di scardinare l’ordinamento sociale e spesso si rendono responsabili di disordini e aggressioni a chiese e monasteri. Arresti ed esecuzioni vengono eseguiti quindi per ragioni di ordine pubblico dal potere politico, mentre la prima condanna da parte della Chiesa risale al 1179, con il terzo Concilio lateranense convocato da papa Alessandro III. Ormai i catari hanno conquistato anche le sfere alte della popolazione, persino alcuni sovrani si sono convertiti, più o meno segretamente, e mantengono alcuni “perfetti” tra i cortigiani.

È proprio per combattere il fenomeno ereticale che Domenico di Guzman – che inizia a predicare in Linguadoca nel 1206 – fonda il suo ordine sostenendo la necessità di affiancare alla predicazione anche povertà, umiltà e carità; unico modo per apparire credibili di fronte al popolo sedotto dall’esempio di vita degli albigesi. L’azione di Domenico riscuote subito successo: la primissima comunità domenicana è costituita proprio da donne che hanno abbandonato l’eresia. Mentre il frate spagnolo agisce in modo totalmente pacifico, però, Roma passa alle maniere forti: viene istituito il Tribunale dell’inquisizione che ricerca, processa e condanna al rogo gli eretici e nel 1208 papa Innocenzo III indice una vera e propria crociata contro gli albigesi, affidata alla guida di Simon de Montfort. La crociata finisce per trasformarsi in un vero e proprio genocidio: il 22 luglio del 1209 a Beziers muoiono 20mila persone tra catari, cattolici ed ebrei, compresi vecchi, donne e bambini. Arnaldo Amaury, legato papale, ordina infatti di sterminare l’intera popolazione: “Uccideteli tutti! – dice – Dio riconoscerà i suoi”. “Corsero nella città – racconta la Canzone della crociata albigese scritta nel 1213 – agitando spade affilate, e fu allora che cominciarono il massacro e lo spaventoso macello. Uomini e donne, baroni, dame, bimbi in fasce vennero tutti spogliati e depredati e passati a fil di spada. Il terreno era coperto di sangue, cervella, frammenti di carne, tronchi senza arti, braccia e gambe mozzate, corpi squartati o sfondati, fegati e cuori tagliati a pezzi o spiaccicati. Era come se fossero piovuti dal cielo. Il sangue scorreva dappertutto per le strade, nei campi, sulla riva del fiume”. “I nostri non rispettarono né rango, né sesso, né età – scrive, soddisfatto, lo stesso Arnaldo – ventimila uomini circa furono passati al filo della spada e questa immensa carneficina fu seguita dal saccheggio e dall’incendio della città intera: giusto risultato della vendetta divina contro i colpevoli!”.

La crociata contro gli albigesi acquisisce anche una valenza politica: Raimondo di Tolosa infatti si schiera dalla parte dei catari contro Simone di Monfort, a cui sono stati assegnati territori appartenenti alla sua famiglia. La guerra si conclude con il trattato di Parigi del 12 aprile 1229, con il quale Raimondo si sottomette al Re di Francia, riconsegnandogli – attraverso un accordo matrimoniale – i territori autonomi della Linguadoca. Gli albigesi, però, anche se privati di copertura politica, continuano la loro lotta sotterranea.

I resti del castello di Montségur, nella regione francese dei Midi-Pirenei.

Il castello di Monstégur era stato costruito nel 1204 sotto la direzione di Raymond de Péreille, signore del luogo, come estremo rifugio per gli albigesi. Col proseguire della crociata e la caduta dei centri di resistenza catara, la fortezza aveva rivestito sempre più importanza, tanto da essere additata nel 1233 dal clero cattolico come “Sinagoga di Satana”. Sotto la spinta dell’inquisizione affidata a francescani e domenicani, tutte le chiese catare del sud di Francia hanno cessato praticamente ogni attività e i sopravvissuti si sono dati alla clandestinità o sono fuggiti. In questo quadro il vescovo cataro Guilhabert di Castres chiede e ottiene protezione nella rocca di Montségur. L’arrivo del Vescovo trasforma radicalmente la vita del villaggio e della fortezza, che diventa un punto di riferimento anche per tutti i feudatari catari e i loro cavalieri cacciati dai possedimenti, che iniziano ad utilizzare la rocca come base per azioni di guerriglia contro i crociati cristiani. Raymond de Péreille viene scomunicato, con conseguente confisca di tutti i beni e si unisce agli abitanti della rocca. Nel 1242 ad Avignonnet due inquisitori domenicani, Arnaud Guilhelm de Montpellier e Étienne de Narbonne, vengono attaccati e massacrati insieme a tutto il loro seguito. Come rappresaglia le forze crociate nell’estate del 1243 attaccano Montségur. L’assedio dura quasi un anno: nel marzo 1244 dei mercenari baschi riescono a scalare il precipizio sotto la Roc de la Tour e piazzando una catapulta bombardano anche l’interno del castello. Gli assediati si arrendono e vengono poste le condizioni della resa: chi abiurerà avrà salva la vita, chi rifiuta sarà bruciato sul rogo. Secondo una leggenda durante l’ultima notte quattro perfetti si allontanano dalla fortezza portando al sicuro il leggendario tesoro dei catari.

All’alba di mercoledì 16 marzo 1244 arriva la resa dei conti: 222 persone si rifiutano di abiurare e vengono arse vive ai piedi della rocca. Il prato dove viene eretto il rogo sarà ribattezzato Pratz dels crematz: prato dei bruciati.

Monumento in memoria dei duecento catari bruciati durante l’assedio di Montségur, 16 marzo 1244.

“Ecco l’ora dei corvi Sulla strada di Montferrier Ecco l’ora dei corvi Grande fiume, nero carnaio del Papa la grande armata del Re di Francia ribaldi di Domenico i porci Amen, amen, Dies Irae!”

Arnaldo Casali

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