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Castel dell’Ovo, un simbolo

Castel dell’Ovo sorge su un antico isolotto formato da due scogli uniti da un arco naturale. Da secoli è stato collegato alla terraferma da un corridoio, che ora è il bel viale di ingresso al castello.

Sorretto da un uovo nascosto nelle sue segrete, sorge da un unico blocco di tufo su un’isola che non c’è.

Castel dell’Ovo è a guardia del golfo di Napoli da oltre un millennio, baluardo tra la potenza del mare e quella del fuoco, acquattato sotto il vulcano alle sue spalle.

Luogo leggendario, raffinata villa luculliana, carcere, monastero, fortezza e sede di talismani alchemici, la cittadella murata è anche e soprattutto un simbolo. Che si è evoluto nel tempo e che ogni volta è diventato emblema di un’epoca.

Nell’Antichità rappresentò il mito. Incarnato dalla sirena Partenope, che per il rifiuto di Ulisse si lasciò spiaggiare morente sulla rena di Megaride, piccola isola di due scogli gemelli che diverrà il basamento del castello. L’antichissimo culto, nato nella Grecia orientale approdò così sulla costa tirrenica. La sirena trovò sepoltura nell’isola e genti cumane la colonizzarono. Per fondare, sulle alture di Pizzo Falcone e Monte Echia, il primo nucleo di Partenope, la città antica riemersa nel 1949 con gli scavi di Via Nicotera. Era il VII secolo a.C.

In epoca romana divenne l’emblema dei fasti aristocratici della repubblica. Neapolis, la città nuova costruita a valle di Partenope dal IV secolo a.C. e annessa a Roma dal 326 a.C., piacque a Lucullo (117-56 a.C.). Il console, passato alla storia per i deliziosi convivi e i sollazzi gastronomici, apprezzò in particolare quei due scogli al centro del golfo e ne fece le fondamenta di una splendida villa. Megaride smise allora di essere un’isola. Un corridoio la collegò alla terraferma dove eleganti giardini, che si estendevano fino a Pizzo Falcone e Monte Echia, videro fiorire per la prima volta in Europa ciliegi e peschi importati dalla Persia. Plutarco ricorda i celebri banchetti: “Vi erano d’obbligo, come antipasti, frutti di mare, uccellini di nido con asparagi, pasticcio d’ostrica, scampi. Poi veniva il pranzo vero e proprio: petti di porchetta, pesce, anatra, lepre, pavoni di Samo, pernici di Frigia, morene di Gabes, storione di Rodi. E formaggi, e dolci, e vini”. I cibi erano serviti nella dimora sul golfo al bordo di laghetti pullulanti di pesci e lungo moli che si protendevano sul mare. Lucullo portò nella villa anche collezioni di monete, quadri e sculture raccolte nei suoi numerosi viaggi e costruì una grandiosa biblioteca che contava un numero incredibile di manoscritti ed era aperta a tutti. Megaride divenne un raffinato centro di incontro di studiosi e letterati.

Poi Megaride vide la fine di un impero e il principio di un’epoca. Nel periodo tardo antico divenne la prigione di Romolo Augustolo (461-dopo il 511), l’ultimo imperatore di Roma, sulla cui data di deposizione in Italia si fa iniziare il Medioevo. Romolo era figlio di Flavio Oreste, un generale romano di origine barbara e, al contrario del padre, poteva sedere sul soglio imperiale perché sua madre era di stirpe romana. Nel 475 Oreste depose Giulio Nepote (che regnò per un anno) e mise sul trono il giovane figlio per governare in suo nome. Ma pochi mesi dopo lo sciro Odoacre catturò e uccise Oreste. E, il 4 settembre del 476, si liberò anche di Augustolo, il piccolo imperatore. Il ragazzo venne confinato nel Castellum lucullanum, l’antica villa dei tempi della repubblica. E di lui non si seppe più nulla.

Agli albori del Medioevo il Castellum cambiò radicalmente la sua funzione e divenne un cenobio, luogo di vita sociale (dal greco κοινός, comune e βίος, vita) per una piccola comunità di preghiera devota a Santa Patrizia (ca.664-685). Sembra che la santa, ora sepolta nella chiesa di San Gregorio Armeno al centro di Napoli, sia stata accolta e rifocillata proprio qui in seguito a un naufragio. Compatrona della città insieme al celebre San Gennaro, Patrizia era una nobildonna bizantina fuggita da Costantinopoli per evitare il matrimonio che le imponeva l’imperatore Costante II e seguire la vocazione alla preghiera e all’assistenza. Al suo culto è legato il prodigio della liquefazione del sangue, come per San Gennaro. Secondo la tradizione, il miracolo si ripete nel giorno della sua morte, avvenuta il 25 agosto 685 tra le mura dell’antico edificio.

La Sala delle Colonne. Di età romana, fu probabilmente convertita in refettorio quando la Villa di Lucullo diventò un monastero.

Nel secolo VIII il cenobio si trasformò in un vero e proprio monastero, dimora di seguaci di un leggendario ordine: quello dei basiliani. Giunti sulle coste della penisola per sfuggire alla furia iconoclasta dell’imperatore bizantino Leone III Isaurico (675-741), che nel 726 ordinò la distruzione delle immagini sacre in tutte le province dell’Impero con azioni che costarono la vita a diversi monaci, i basiliani sbarcati sul golfo trovarono rifugio tra le mura di tufo di Megaride. E le elessero a luogo di preghiera e lavoro, dove si rispettava la regola di San Basilio Magno (329-379). Vescovo e teologo della Cappadocia, Basilio fu tra le figure di spicco del monachesimo cristiano. E’ riconosciuto come padre degli ordini conventuali orientali, gli storici gli attribuiscono anche un grosso peso nello sviluppo di quello occidentale, soprattutto grazie alla sua regola, che fu di ispirazione per San Benedetto. La splendida Sala delle Colonne, che conserva blocchi di pietra cilindrica usati in epoca romana per abbellire la villa di Lucullo, divenne il refettorio dove monaci e monache consumavano i pasti, mentre i cunicoli e le cellette scavati nel tufo, i romitori basiliani, servivano per pregare e riposare. Nel Cenobio in insula maris, indicato in quel periodo anche col nome di isola di San Salvatore, venne edificata la chiesa del Salvatore, di cui restano visibili deboli tracce. Il monastero era un fiorente centro di cultura, nel quale i monaci si dedicavano a copiare codici e creare preziose raccolte. Agli amanuensi del Cenobio luculliano veniva affidata la trascrizione di pergamene dalle più importanti raccolte conventuali e il richiamo che esercitò questa schola scriptoria conferì all’intera città un ruolo notevole tra i centri più importanti della cultura occidentale. Secondo alcune fonti, il monastero conservava anche parte del tesoro della biblioteca di Lucullo, con il quale si contribuì alla diffusione delle opere dell’antichità classica.

Poi il castello cambiò ancora volto. Gli emiri arabi, presi il nord Africa e la penisola iberica, iniziarono a sferrare attacchi contro le coste dell’Italia meridionale. Avevano già strappato il controllo del Mediterraneo ai Bizantini e la penisola era l’ovvia preda seguente. Le incursioni, i saccheggi e i rapimenti sulle coste determinarono l’occupazione e la fondazione di centri da utilizzare per la penetrazione verso l’interno. Tra le prime conquiste ci furono Ischia, Ponza e Lampedusa. Bizantini e Carolingi allora, cominciarono a dotarsi di flotte militari e acquartierarono una importante base della controffensiva a Napoli, ducato autonomo sotto l’autorità formale di Costantinopoli. I monaci abbandonarono Megaride, che da cenobio divenne castrum, una struttura difensiva di grande importanza strategica per la città.

L’interno del castello, dove sarebbe ancora nascosto l’uovo magico di Virgilio.

Tra i secoli IX e XI le funzioni difensive del castrum furono rafforzate. Il primo documento in cui è citato come forte risale al 1128. Si tratta di un accordo tra Sergio VII (†1137), ultimo duca di Napoli, e la repubblica di Gaeta. Sotto la minaccia dell’invasione normanna, il duca giura pace a Gaeta a nome suo e dei suoi sudditi, tra i quali sono elencati anche gli abitanti dell’Arce del Salvatore. Pochi anni dopo la fortezza diventerà sede non solo militare, ma anche regia. La salita al trono di Ruggero II d’Altavilla (1095-1154) nel Regno di Sicilia, porterà i normanni alla conquista di tutta l’Italia meridionale e lo stesso Ruggero farà del castello la sua “principale stanza” nella penisola dove, al suo ingresso in città, terrà il parlamento generale ai napoletani.

Il castrum restò una delle maggiori sedi continentali del Regno di Sicilia per tutta la dominazione normanna. Guglielmo I di Sicilia (1131-1166), detto il Malo, lo fece restaurare e ampliare ed è di questo periodo la costruzione della torre poi detta di Normandia, attribuita a un architetto di nome Buono. Delle quattro torri menzionate nel corso della storia all’interno delle mura fortificate, oggi restano identificabili solo questa, nel lato sud del castello, e la torre di Mezzo, in posizione centrale. Le altre due (torre Colleville sul lato nord e torre Maestra al centro) si conoscono solo grazie al Vasari, secondo il quale Federico II di Svevia (1194-1250) nominò esecutore di ulteriori lavori di consolidamento il Fuccio, architetto e scultore fiorentino, se non addirittura Nicola Pisano. Federico fece del forte anche una sede del tesoro reale, dove raccolse reperti di epoca greca e romana, eleggendo il castrum a museo archeologico ante litteram.

La miniatura del Codice dell’Ordine del Nodo che raffigura Castel dell’Ovo.

Per quanto riguarda l’assetto del castello nel Trecento, la fonte più preziosa di informazioni è la Miniatura del codice dell’Ordine del Nodo, realizzata nel 1352 e conservata nella Biblioteca Nazionale di Parigi. Nel disegno, solo la torre campanaria è cilindrica, mentre tutte le altre presentano pianta quadrata, merlatura terminale con balestriere e coperture a solaio. La struttura del castello è tipica dell’epoca normanno-sveva, a foggia di cittadella fortificata.

L’Arce del Salvatore continuò ad essere utilizzata principalmente come struttura difensiva anche dagli Angioini. Ed è durante la loro dominazione su Napoli (1266-1442) che compare per la prima volta il riferimento all’uovo. In relazione a lavori eseguiti, la fortezza viene infatti citata come “Chastel du Salvateur eu mer de Naple, qui est dit communement chastel d’euf”. La denominazione trova riscontro nella Cronica di Partenope, un testo anonimo del XIV secolo in cui, tra i diciassette capitoli dedicati alla descrizione dei prodigi che il vate Virgilio (70-19 a.C.) avrebbe compiuto per i napoletani, c’è la collocazione nelle segrete del castello di un uovo magico. Dall’integrità di quest’uovo, immerso in una caraffa di vetro protetta da una gabbia metallica, sarebbe dipeso per sempre il destino della città.

Il valore della leggenda dell’uovo per i napoletani è chiarita da un episodio avvenuto durante il tempo di Giovanna d’Angiò (ca. 1327-1382) che nel 1343, non ancora diciottenne, ereditò il Regno di Napoli. Nel corso di un tentativo di espugnare il regno, Ambrogino Visconti (dei Visconti di Milano) venne imprigionato a Castel dell’Ovo, ma riuscì a evadere grazie al crollo dell’arco naturale che univa da secoli i due scogli di Megaride. Il castello subì danni pesanti e la vista delle rovine convinse la popolazione a credere che Ambrogino avesse rotto l’uovo, che il castello fosse crollato per questo e che il destino di Napoli fosse inevitabilmente segnato. Per riprendere il controllo della città, Giovanna fu costretta a giurare di aver sostituito l’uovo magico con un altro. Può darsi che i danni di quel periodo siano in realtà da attribuire a un maremoto, che intorno alla metà del Trecento viene ricordato nelle cronache di Napoli come una grande calamità per buona parte dell’area partenopea.

Virgilio in un mosaico del III secolo (Museo del Bardo, Tunisi).

Nel XIV secolo comunque, Castel dell’Ovo è già profondamente legato alla figura di Virgilio, del quale Napoli tramanda in particolare le eccezionali facoltà taumaturgiche. A partire dal V sec. d.C. (con la Vita virgiliana riproposta da Svetonio del grammatico Donato) e con rinnovata attenzione dal Duecento in poi, biografia e leggende del poeta romano si fondono indissolubilmente. Il vescovo di Hildesheim Corrado di Querfurt ad esempio, in una lettera del 1196 ad Arnoldo di Lubecca, attribuisce la conquista di Napoli al fatto che il il piccolo modello della città costruito da Virgilio, contenuto in una bottiglia di cristallo, si fosse incrinato.

La guida di Dante nella Commedia fu dunque un nume tutelare per Napoli, che protesse così bene tanto da essere considerato il suo primo patrono, predecessore di San Gennaro. Secondo la tradizione, in tutta l’area dai Campi Flegrei a Napoli ci sono segni del suo intervento prodigioso. Molti hanno a che fare con l’acqua, come la costruzione dei bagni termali di Baia e Pozzuoli e il prosciugamento di paludi insalubri che portavano la peste o l’incanto di acque sorgive che acquistarono il potere di guarire ogni malattia. Altri con gli animali, come la generazione di una mosca e di una sanguisuga d’oro capaci di tenere lontani i corrispettivi naturali che infestavano Napoli, o la forgiatura di un cavallo di metallo che aveva la virtù di guarire quelli veri. Dall’attribuzione di queste azioni magiche, anche le opere di Virgilio acquistarono valore oracolare: vennero chiamate sortes virgilianae e tramandate e interpretate cristianamente. Fu così che Virgilio assunse una veste profetica, esaltata dall’annuncio, dato nella quarta egloga delle Bucoliche quarant’anni prima della nascita di Cristo, della venuta di un divino puer che avrebbe segnato l’inizio di un’età di pace e di serenità.

Le sue spoglie, storicamente traslate a Napoli dopo la morte avvenuta a Brindisi e custodite in un tumulo ancora visibile sulla collina di Posillipo, furono profanate durante il regno di Ruggero il Normanno. E secondo una leggenda, sarebbero state murate a Castel dell’Ovo. Il re infatti conquistata Napoli dopo un lunghissimo assedio, avrebbe permesso a un medico inglese di aprire il sepolcro del poeta. Ma i cittadini riuscirono a trafugare le ossa fino a Castel dell’Ovo e consegnarono solo i libri con le formule magiche che erano stati sepolti con Virgilio. Per rassicurare i napoletani, le preziose reliquie rimasero visibili attraverso una grata per un certo tempo e poi murate. In ogni caso, il sepolcro del poeta lungo la via Puteolana, meta di pellegrinaggio già dal I secolo d. C., continuò ad essere luogo di culto popolare, che da pagano si è poi trasformato in cristiano con la celebre festa di Piedigrotta.

Castel dell’Ovo visto da occidente. Sull’altro lato, protetta dalle possenti mura, una tranquilla baia ospita il variopinto quartiere Borgo Marinari e alcuni club nautici.

Nel corso dei secoli, l’architettura di Castel dell’Ovo è stata modificata ampiamente e le sue funzioni sono cambiate ancora anche se, per la posizione e l’imponenza, fu spesso destinato a carcere. Tra i tanti, vi fu imprigionata la stessa Giovanna d’Angiò nel 1381, il condottiero spagnolo Pietro Navarro (che però il 2 luglio del 1503 riuscì a espugnare il castello grazie all’utilizzo delle mine), il filosofo Tommaso Campanella nel XVI secolo e Francesco De Sanctis dal 1850 al 1853.

Con l’unità d’Italia il castello divenne un presidio della Marina militare e fu utilizzato per la difesa della costa. Dopo la grande epidemia di colera della fine dell’Ottocento, nel periodo del risanamento urbanistico che cambiò volto a molti quartieri storici di Napoli, Castel dell’Ovo rischiò addirittura di scomparire per sempre: un progetto del 1871 ne prevedeva l’abbattimento per far posto ad un nuovo rione. Ma per fortuna non se ne fece nulla. Dopo gli interventi di restauro del terremoto del 1980, è passato dal ministero della Difesa a quello dei Beni culturali e poi al Comune di Napoli.

Oggi, sede della Direzione regionale per i Beni Culturali della Campania, è simbolo della storia e della bellezza di questa terra. Nelle grandi sale, che sono visitabili, si svolgono mostre, convegni e manifestazioni. Parte dello storico rione di Santa Lucia, è adiacente all’incantevole porticciolo turistico del Borgo Marinari, animato da ristoranti e bar e sede storica di alcuni tra i più prestigiosi circoli nautici napoletani.

Daniela Querci

L’incantevole Golfo di Napoli.

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La Sacra di San Michele e le sue leggende

Monumento simbolo del Piemonte, la Sacra di San Michele (www.sacradisanmichele.com) è edificata sul monte Pirchiriano, uno sperone roccioso alto 962 metri all’imbocco della Val di Susa.

Ha attraversato oltre mille anni di storia sorgendo, decadendo e risorgendo. È l’Abbazia di San Michele della Chiusa, più nota come “Sacra di San Michele”, in Val di Susa.

Fondata sul monte Pirchiriano, nel comune di Sant’Ambrogio di Torino dall’aristocratico francese Ugo de Monvoisier tra il 983 e il 987, la Sacra di San Michele è stato un punto di riferimento sempre più importante per il monachesimo benedettino nel Medioevo, toccando l’apice della fama intorno all’anno mille, anche se nuovi edifici si sono aggiunti fino al XIII secolo. Un’inesorabile declino la porta ad essere sostanzialmente abbandonata dal Trecento fino agli inizi dell’Ottocento, quando viene recuperata e ristrutturata, diventando monumento simbolo del Piemonte.

Tutto comincia alla fine del primo millennio, quando il vescovo di Torino Annuncone decide di edificare un tempietto dedicato a San Michele, uno dei personaggi più venerati nel Medioevo: si tratta dell’angelo che nel libro biblico di Daniele viene definito il capo supremo dell’esercito celeste in difesa dei giudei perseguitati, mentre nel libro dell’Apocalisse è il principe degli angeli fedeli a Dio che combatte e scaccia il drago e gli angeli ribelli.

In Val di susa il culto di San Michele, arrivato dall’Oriente e diffusosi soprattutto in Italia meridionale per poi salire verso la Francia, approda intorno al VI secolo. L’ubicazione sull’alto monte richiama i due santuari del Gargano e della Normandia.

Inizialmente la sede scelta dal vescovo è il monte Caprasio (“Monte delle capre”), ma poi si opta per il monte Pirchiriano (“Monte dei porci”). Qualche tempo dopo il piccolo santuario viene scelto come proprio romitorio dal vescovo di Ravenna, San Giovanni Vincenzo, che ha deciso di abbandonare la carriera ecclesiastica per dedicarsi alla vita eremitica. Secondo una leggenda, era stato lo stesso arcangelo Michele a chiedere all’ex vescovo di lavorare al suo santuario. Per due giorni, però, tutta la legna raccolta era sparita nel nulla, salvo poi ricomparire miracolosamente proprio sopra il monte Pirchiriano. Gli stessi angeli avrebbero infine consacrato la cappella, che di notte era stata vista avvolta da un grande fuoco. Qui Giovanni viene raggiunto dal conte Ugo di Monvoisier, ricco e nobile signore dell’Alvernia, che si era recato a Roma per chiedere indulgenza al Papa ricevendone in cambio – come penitenza – la scelta fra un esilio di 7 anni e la costruzione un’abbazia.

Uno scatto suggestivo della Sacra di San Michele, finalista al concorso fotografico Wiki Loves Monuments 2015 (foto Elio Pallard).

“Quel vertice alpino – scrive Attilio Zuccagni Orlandini in Corografia fisica, storica e statistica dell’Italia e delle sue isole – ferì non molto tempo dopo la vista e l’immaginazione di un Barone di Francia, reduce da Roma in Alvernia con Isergarda sua moglie”.

Ugo decide di edificare un monastero presso la chiesetta di San Michele e per collaborare all’impresa chiama il marchese Arduino di Avigliana, mentre a capo del monastero viene messo il monaco Adverto: “La santa vita di esso e dei primi suoi successori procacciò tale e tanta celebrità a quel sacro chiostro, che per lungo tempo concorsero a gara Imperatori, Re, Duchi, Marchesi, Conti, Prelati ad impinguarlo di amplissime possessioni e di ricche rendite, cedendo al medesimo giurisdizioni, castella, chiese ed altre abbadie ancora”.

Il nucleo costitutivo dell’edificio è formato dall’abbazia, a cui si sono aggiunti nei secoli successivi il Monastero Nuovo, la Nuova Chiesa e la Torre della Bell’Alda. La Foresteria viene costruita verso la fine del secolo XI per accogliere i pellegrini che arrivavano sul monte. Dell’edificio originario rimane però poco e la foresteria attuale è per la maggior parte una ricostruzione fatta a cavallo tra il 1800 e il 1900.

Il Monastero Nuovo, costruito tra il XII e il XIV secolo sul lato nord dell’abbazia, era la parte destinata alla vita dei monaci e disponeva di tutte le strutture ad essi necessarie: le celle, la biblioteca, la cucina, il refettorio e le officine, mentre la chiesa viene costruita tra il 1148 ed il 1170.

La Torre della Bell’Alda e le rovine del Monastero Nuovo nel complesso architettonico della Sacra di San Michele.

Si dice che una ragazza chiamata Alda, inseguita dai soldati, si fosse gettata dalla torre rimanendo miracolosamente illesa. Qualche tempo dopo, però, la superbia ed il bisogno di farsi una dote l’avevano spinta a scommettere con i suoi compaesani sull’esito di un secondo, pubblico, salto. Questa volta finì sfracellata sulle rocce sottostanti. Da allora la costruzione ha assunto il nome di “Torre della Bell’Alda”.

Un’altra leggenda vuole che il vecchio sacrestano del monastero, Bernardino, fosse solito, ogni sera, percorrere lo scalone per andare a chiudere la porta d’ingresso alla sua base, con una certa inquietudine data dagli scheletri presenti nelle nicchie e dai pipistrelli quivi raccolti. In una sera di tempesta, mentre risaliva lo scalone, una folata di vento aveva spento la torcia. Tremante aveva iniziato a cercare a tentoni gli scalini quando, d’un tratto, sentì il rumore di ossa fregate sulla pietra. Arrivato alla sommità dello scalone si era accorto che il vento aveva chiuso la porta. Le sue urla di terrore erano giunte alle orecchie dell’abate, attardatosi a pregare, che trovatolo tremante dietro alla porta si sentì dire che un morto si muoveva sullo scalone. Alla luce della sua torcia si presentò la visione di un teschio strisciante su uno scalino. Avvicinatosi però, uno scossone ne rivelò la vera natura: un topo, trovatosi scoperto, corse via mentre il teschio rotolava per le scale, lasciando i due spettatori sollevati ed un nuovo nome per lo scalone: “Lo scalone dei sorci”.

Lo scalone dei morti (o dei sorci, come vuole un’altra versione della leggenda), è intagliato nella roccia e sale ripido fino al portale dell’abbazia.

All’abbazia è legato anche il mistero della cosiddetta “linea magica” di San Michele: sembra infatti che una linea energetica unisca tre santuari dedicati proprio all’Arcangelo: il Mont-Saint-Michel in Francia nella regione della Normandia, la Sacra di San Michele appunto, e il Monte Sant’Angelo in Puglia. Secondo gli esperti di magia bianca il punto energetico sarebbe situato su una piccola piastrella del pavimento in sasso che è di colore più chiaro. Collocandosi su quel punto si percepirebbe nitidamente la potente energia della linea magica di San Michele. Nella Sacra di San Michele in Piemonte questo punto si trova sulla sinistra della Chiesa, subito dopo l’entrata. I tre luoghi sacri dedicati a san Michele si trovano a 1000 chilometri di distanza l’uno dall’altro, allineati lungo questa linea retta, la quale prolungata in linea d’aria, passa sopra Gerusalemme da una parte, e sopra St. Michael’s Mount, in Cornovaglia, dall’altra, continuando fino all’isola di Skellig Michael in Irlanda.

Per la Sacra passava la via Francigena, una delle più importanti vie di pellegrinaggio medievali, che univa il Mont-Saint-Michel in Francia al santuario di San Michele Arcangelo in Puglia. Il Medioevo ne ha sancito il ruolo di primo piano anche europeo, in quanto via di transito di mercanti, eserciti, nobili, uomini di Chiesa e pellegrini che dovevano raggiungere Roma, cuore della cristianità, o Santiago de Compostela, secolare meta religiosa.

Già nel 333 d.C. il Colle del Monginevro viene attraversato dall’anonimo autore dell’Itinerarium burdigalense (la più antica descrizione di un pellegrinaggio cristiano) per raggiungere la Terra Santa: vengono annotate con precisione le mansio e le statio della Valle di Susa, alcune delle quali oggi importanti siti archeologici. L’afflusso intenso di genti lungo la Via Francigena produsse una circolazione di idee e un costante scambio di saperi, lingue e religiosità, che contribuirono allo sviluppo in valle di una vivacità culturale di impronta europea: sorsero monasteri di notorietà internazionale come l’Abbazia di Novalesa e la Sacra di San Michele, luoghi di culto di dimensione più locale come la Cripta di Celle, cappelle e centri cittadini sedi di mercato o luoghi di transito e di pedaggio obbligati come Susa, Bussoleno, Avigliana e Oulx.

L’inconsueto bassorilievo di una delle lesene del portale della Sacra.

Quanto al Monte dei porci, vede la presenza di insediamenti umani fin dai tempi preistorici. In epoche successive viene fortificato dai Liguri e poi dai Celti sotto il dominio dei due re Cozio. Nel 63 d.C. viene sfruttato dai Romani come area di interesse militare e dal 569 i Longobardi invadono e occupano le Alpi Cozie innalzando muraglie e torri attraverso la valle quando, sotto la guida del loro re Desiderio e del figlio Adelchi, si ammassano per resistere all’entrata in Italia di Carlo Magno, re dei Franchi.

Nel portale dell’abbazia è presente uno zodiaco che contiene molte curiosità: tra queste una è inserita nella rappresentazione del segno del cancro: se viene capovolta infatti, si vede chiaramente la faccia di un vescovo con tanto di copricapo. Sopra una lesena dello stesso portale, invece, si può vedere un uomo completamente nudo in posizione praticamente pornografica: il ramo dell’albero che percorre tutta la lesena e ne costituisce l’ornamento finisce infatti esattamente nell’ano del personaggio in questione, che sembra – diciamo così – gradire.

Arnaldo Casali

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Il castello di Dracula

Il castello di Bran, conosciuto come il Castello di Dracula, è la fortezza più famosa e visitata della Transilvania. Sorge sull’antico confine tra la Transilvania e la Valacchia, a pochi chilometri dalla città di Brasov.

Appare all’improvviso, all’interno di una stretta gola, arroccato su una parete rocciosa. L’alone di mistero che lo avvolge ispirò Bram Stoker, lo scrittore irlandese autore del celebre romanzo gotico dell’orrore ispirato alle raccapriccianti vicende del principe Vlad III di Valacchia, detto Dracula (1431-1476).

In realtà, la vera residenza di Vlad era il castello di Poenari, edificato nel sud della Romania, sulla valle scavata dal fiume Argeş: ancora oggi se ne possono ammirare le rovine, se si ha la pazienza di affrontare una scalinata formata da 1480 gradini. Il castello di Bran fu utilizzato dal principe Vlad in modo saltuario. La fortezza, costruita con blocchi di pietra di fiume mescolati a mattoni, ha subito numerosi restauri e fonde architetture diverse, dal Gotico al Rinascimento.

Stoker non visitò mai di persona il castello. Ne conobbe le vicende soltanto attraverso i libri e i racconti. Ma la sua fantasia galoppò tra le strette scalinate, i labirinti, le torri, le camere a graticcio e i passaggi segreti della spettacolare costruzione che oggi ospita un piccolo museo di arte medievale.

Agli inizi del XIII secolo, sulla cima dove ora sorge il castello, i Cavalieri Teutonici iniziarono a costruire un fortino in legno, a sentinella della valle che da secoli permetteva il transito dei mercanti dalla Valacchia alla Transilvania. I Mongoli distrussero la costruzione nel 1242. Ma il maniero fu ricostruito nel Trecento da Ludovico I d’Angiò. La nuova rocca servì al Regno d’Ungheria come baluardo contro le incursioni dell’Impero ottomano. Sia il principe Mircea il Vecchio (Mircea Cel Bătrân) che suo nipote, Vlad l’Impalatore (Vlad Ţepeş) dormirono nella fortezza che per molti anni fu di loro proprietà.

L’origine del nome Dracula deriva dal padre di Vlad III: l’altrettanto crudele Vlad II faceva parte di un ordine cavalleresco chiamato “Sacro Ordine del Drago”, fondato nel 1408 dall’Imperatore Sigismondo IV per proteggere il Cristianesimo in Europa orientale dalla crescente minaccia turca. In romeno la parola “Drac“ significa drago, ma anche diavolo. Per le sue atrocità in battaglia il nome Vlad II Dragonul (Vlad il Drago) venne quindi mutato in Vlad II Dracul (Vlad il Diavolo). E il nome Draculea, che significa “Figlio del Diavolo”, passò così al principe Vlad III.

Il giovane alfiere del casato dei Drăculești, ebbe una giovinezza segnata dagli orrori: dopo la crociata di Varna nella quale gli ungheresi cercarono di respingere senza successo l’avanzata turca, fu mandato in ostaggio a Edirne, alla corte del sultano Murad II, come garanzia del pagamento dei tributi annuali pretesi dall’impero ottomano. Il principato di Valacchia si trovò così nella drammatica circostanza di essere servo di due padroni: da un lato il regno d’Ungheria, di cui era vassallo, e dall’altro l’impero ottomano, di cui era tributario.

Durante il lungo soggiorno presso la corte turca, Vlad fu vittima di sodomia. E forse da questo derivò l’ossessione per la quale è passato alla storia. Nel 1456, tre anni dopo la conquista di Costantinopoli, quando il padre fu ucciso dagli ungheresi, i turchi gli concessero di riconquistare il trono. E lo accompagnarono nelle sue terre protetto da una scorta di soldati ottomani.

Ma Vlad si emancipò presto dalle strategie del sultano. La sua “leggenda nera” nacque dall’abitudine di far impalare i propri nemici. La pala era una punizione già utilizzata dai turchi. Ma nella mani di Vlad divenne “un vero e proprio strumento di terrore di massa” (N. Davies, 1996).

La pala “alla valacca”, dalla punta affilata e ingrassata, veniva conficcata nel retto della vittima fino a uscirne dalla bocca. Il supplizio poteva durare diversi giorni. La terrificante pratica valse a Vlad l’epiteto di “tepeș“, l’impalatore. Con l’orribile sistema il “voivoda” uccise migliaia di persone, a partire dai nobili valacchi fedeli alla casata dei Dănești, il ramo nemico dei Drăculești. E quando gli emissari turchi tornarono a chiedere la riscossione del tributo annuale, poiché al suo cospetto non si tolsero il copricapo, fece inchiodare i turbanti alle loro teste come punizione. Il conflitto con i turchi andò avanti con alterne e complicate vicende tra inenarrabili crudeltà.

Vlad si distinse per grandi, fulminee e sanguinosissime vittorie, al punto che a Roma e in molte città europee fu salutato come “salvatore della cristianità”. Ma alla fine fu sconfitto. Al termine della guerra Vlad trascorse alcuni anni (1462-1474) come prigioniero alla corte del sovrano ungherese Mattia Corvino, che lo voleva tenere con sé per evitare altri conflitti con i turchi. Fu una carcerazione ferma ma dorata, anche perché Vlad aveva sposato una delle sorelle del re.

Il “voivoda” diventò famoso nel vicino mondo tedesco grazie al “Geshtichte Dracole Wayde”, un resoconto sulle sue gesta pubblicato a Vienna nel 1463. Il testo, che contribuì in modo determinante a alimentare la sua leggenda, è alla base delle molte invenzioni letterarie che lo scrittore Bram Stoker utilizzerà nel suo “Dracula”, pubblicato nel 1897. Le fonti storiche sono discordi sulla fine di Vlad l’Impalatore. Morì, forse in battaglia contro i turchi oppure vittima di un agguato, in una data imprecisata, tra l’ottobre e il dicembre 1476. Fu sepolto nel monastero di Snagov, su un’isola in mezzo a un lago, trentacinque chilometri a nord di Bucarest. I suoi resti, nonostante molte ricerche, non sono però mai stati trovati.

Nella tradizione romena non c’è nessuna traccia del Dracula, il vampiro che succhia il sangue delle sue vittime. Vlad III di Valacchia viene anzi presentato come un eroe dell’indipendenza nazionale, spietato campione della “storia sacra” del paese per aver protetto le popolazioni dall’implacabile dominio ottomano.

Virginia Valente

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La fortezza di Lucera

Appello per la Fortezza svevo angioina di Lucera, in provincia di Foggia.

La maggiore piazza d’armi del ‪‎Medioevo‬ italiano sorge su una collina che ormai da decenni registra continui smottamenti (foto Piero Tarcisio Piacquadio). Urgono interventi per evitare che le frane distruggano il sito.

L’ultimo allarme è arrivato da un post della pagina Facebook di Raffaele Licinio, professore ordinario di Storia medievale nella Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Bari e fondatore dei siti storiamedievale.net, mondimedievali.net e cinemedioevo.net.

L’imponente cinta muraria, lunga 900 metri e rinforzata da 22 torri (15 quadrangolari e 7 pentagonali) un tempo era resa inaccessibile da un fossato alle cui estremità si ergono ancora due splendide torri circolari: la Torre del Leone, o del Re e la merlata Torre della Leonessa, o della Regina.

La fortificazione venne edificata da Carlo I d’Angiò e completata nel 1283. Racchiudeva una vera e propria cittadella militare, con gli alloggiamenti per i soldati, una cisterna per la raccolta d’acqua, il ponte sul fossato e una Cappella dedicata a San Francesco.

Cinquanta anni prima, nel 1233, nel punto più alto della città e sulle fondamenta di una cattedrale romanica, Federico II di Svevia aveva fatto erigere la sua dimora imperiale.

Lo splendido Palatium dell’imperatore non aveva porte di accesso. Per entrare e uscire si utilizzavano scale provvisorie oppure dei passaggi sotterranei. L’interno dell’edificio ospitava una delle zecche dello Stato e con ogni probabilità anche l’harem di Federico II.

Lucera dal 1224 al 1300 fu abitata quasi esclusivamente dai saraceni che Federico II aveva fatto deportare dalla Sicilia con l’intento di sedare le continue rivolte della comunità musulmana presente nell’isola da centinaia di anni.

In Puglia furono trasferite almeno 20mila persone. I nuovi abitanti della città pugliese ebbero la facoltà di conservare la loro religione, di costruire moschee e minareti e di vivere secondo le loro usanze nonostante le indignate proteste del papa.

La città conobbe un grande sviluppo economico una intensa attività culturale. E i saraceni in grado di combattere diventarono in breve tempo il fedelissimo e efficiente esercito privato dell’imperatore. L’insediamento arabo fu poi smantellato per ordine del sovrano angioino Carlo II d’Angiò

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Il Castello Aragonese di Reggio Calabria

Una buona notizia da Reggio Calabria: dopo anni di chiusura per lavori di ristrutturazione, dal mese di novembre 2015 è di nuovo visitabile quello che insieme ai Bronzi di Riace è uno dei luoghi simbolo della città. Il Castello Aragonese conserva l’anima e la memoria storica della città dello Stretto. Nei secoli è sopravvissuto alla furia dei terremoti e dei maremoti, alle ripetute invasioni e a mille altre tormentate vicende.

Il primo documento che certifica l’esistenza di una rocca risale al 536. Quando infuriava la guerra tra i Goti e i Bizantini, Belisario, uno dei più grandi generali di Giustiniano I, riuscì a liberare dai barbari Reggio Calabria. Ma la città era senza fortificazioni. Fu allora costruita la nuova cinta muraria, soprattutto per proteggere il porto che era di fondamentale importanza per assicurare i collegamenti tra l’Italia e Costantinopoli.

Nel 1059 la fortezza passò dai Greci ai Normanni che ne fecero la sede della loro corte. La costruzione del castello avvenne in età sveva: in origine il possente edificio aveva una pianta quadrata con quattro torri angolari, anch’esse di forma quadrata.

Carlo d’Angiò se ne impossessò nel 1266. Durante le infinite guerre tra Angioini e Aragonesi, venne prima restaurato e poi fortificato dalla regina Giovanna I. Nel 1382, lungo il perimetro delle mura, sorgevano ben 6 torri. Quando la città fu conquistata dagli Aragonesi (1440) Ferdinando d’Aragona diede il via a nuove modifiche per farne un castello adatto alle nuove tecniche militari che prevedevano l’uso della polvere da sparo.

Il basamento a scarpa già garantiva il rimbalzo delle pietre mentre la cornice a profilo arrotondato impediva la risalita di invasori. Nel 1458, dopo i lavori di Baccio Pontelli, discepolo di Giorgio Martini, la fortezza si arricchì di due torri merlate circolari, di un fossato e di un rivellino esterno.

Per i reggini il robusto castello fu per secoli l’unica via di scampo dalle invasioni che arrivavano dal mare: nel 1543, di fronte all’avanzata dei Turchi di Barbarossa, diventò un sicuro rifugio di più di mille cittadini.

Info: portale ufficiale del turismo di Reggio Calabria

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