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Il codice rosso della bellezza

Il Codex Purpureo Rossanensis è forse il più antico e meglio conservato documento biblico della cristianità. Un “unicum” di inestimabile valore. L’Unesco lo ha riconosciuto come Patrimonio dell’Umanità. Il capolavoro della produzione libraria ed artistica è conservato nel museo diocesano di Rossano, la città calabrese in provincia di Cosenza che per centinaia di anni, dal 540 al 1059, fu considerata la più bizantina d’Italia.

Il rarissimo documento dell’arte sacra bizantina del V-VI secolo, di alta qualità artigianale, è scritto in caratteri onciali, ossia in lettere maiuscole greche o maiuscole bibliche, su due colonne di 20 righe ciascuna.

I codici miniati orientali esistenti nel mondo sono solo sette. Tre sono in siriaco e quattro in greco. Ma il Codex Purpureus Rossanensis, con i suoi 188 fogli, che corrispondono a 376 pagine, è il più ampio e prezioso documento del genere. I fogli in origine erano 400. Quelli che mancano, li bruciò un incendio di cui è rimasta qualche traccia nelle ultime pagine dell’opera.

Gli autori sono sconosciuti. L’evangelario miniato con testi di Matteo e Marco, mostra quindici superbe miniature. Sono le immagini superstiti di un corredo iconografico molto più vasto, che descrivono gli avvenimenti e le parabole della predicazione di Gesù Cristo.

Il testo evangelico, nonostante alcuni errori di trascrizione è tra i più antichi ed attendibili del mondo. Gli abilissimi amanuensi usarono inchiostri d’oro e d’argento e una tecnica raffinata che emerge in modo nitido sia nella scrittura che nelle illustrazioni.

Le parole non hanno accenti, né spiriti. Non sono nemmeno separate tra loro. E nel testo, tranne i punti che segnano la fine dei periodi, non compaiono segni di interpunzione. Il codice è detto “purpureo” per via del colore delle sue meravigliose 376 pagine. Tanto splendore era possibile solo immergendo i fogli nel bagno di una sostanza molto costosa, dalla tinta rosso porpora. Rarissima perché veniva pazientemente estratta da migliaia di molluschi che vivevano in un braccio del Mediterraneo prospicente alla Palestina. Con ogni probabilità, il colore del Codex Rossanensis fu prodotto a Tiro, antichissima città fenicia, rinomata per la sua porpora. In quell’epoca era proibito produrre codici con quella colorazione: la porpora era un segno del potere e quindi una prerogativa esclusiva degli imperatori.

Tanta bellezza però, rimase celata per centinaia di anni. Nessuno storico o cronista se ne occupò. Finché un canonico della cattedrale di Rossano, Scipione Camporota, pensò di dare a quei fogli meravigliosi una sommaria sistemazione. Ne parlò in giro e numerò le preziose pagine con inchiostro nero. L’opera fu poi segnalata, in modo fugace, dallo scrittore, giornalista e poeta campano Cesare Malpica, in un libro-reportage titolato “La Toscana, l’Umbria e la Magna Grecia” pubblicato nel 1846. Il merito della “scoperta” andò così a due studiosi tedeschi, Oskar von Gebhardt e Adolf von Harnach che nel 1880 presentarono finalmente l’opera all’attenzione della cultura internazionale.

Rimane il mistero sull’origine del documento. Le ricerche di Fernanda de Maffei, docente dell’Università di Roma, portano a pensare che la patria del Codex Purpureus Rossanensis sia Cesarea di Palestina e che la data di stesura dell’opera debba essere anticipata alla prima metà del secolo V. Forse fu portato a Rossano da monaci greco melkiti, provenienti dal Medio Oriente, che fuggivano dai musulmani che occuparono le loro terre. Del resto molti asceti, in quegli anni turbinosi, trovarono la pace sulle coste della Calabria. Rossano “La Bizantina” fino all’arrivo dei Normanni (1059) fu una formidabile fortezza e un importantissimo centro politico e amministrativo. Nel cuore della città risiedeva lo stratego, il funzionario supremo nominato da Costantinopoli: riuniva in sé il potere militare e civile e per legge doveva rispondere direttamente all’imperatore.

Nel corso del X secolo la città diventò la capitale della dominazione bizantina in Italia. Visigoti, Longobardi e Saraceni provarono a conquistarla. Ma Rossano non fu mai espugnata. Sicura e bellissima, fu definita la “Ravenna del Sud”. Era sede di monasteri, di diocesi e di ricche biblioteche. Ma diventò famosa soprattutto per i suoi “Scriptoria”, le “Officinae librorum”, i fascinosi luoghi dove prendevano vita preziosi volumi e codici raffinati. Una terra intrisa di spiritualità, patria di ben quattro papi (Zosimo, Giovanni VII, Zaccaria, Giovanni XVI) e anche dei santi Nilo e Bartolomeo.

Virginia Valente

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Il Castello Aragonese di Reggio Calabria

Una buona notizia da Reggio Calabria: dopo anni di chiusura per lavori di ristrutturazione, dal mese di novembre 2015 è di nuovo visitabile quello che insieme ai Bronzi di Riace è uno dei luoghi simbolo della città. Il Castello Aragonese conserva l’anima e la memoria storica della città dello Stretto. Nei secoli è sopravvissuto alla furia dei terremoti e dei maremoti, alle ripetute invasioni e a mille altre tormentate vicende.

Il primo documento che certifica l’esistenza di una rocca risale al 536. Quando infuriava la guerra tra i Goti e i Bizantini, Belisario, uno dei più grandi generali di Giustiniano I, riuscì a liberare dai barbari Reggio Calabria. Ma la città era senza fortificazioni. Fu allora costruita la nuova cinta muraria, soprattutto per proteggere il porto che era di fondamentale importanza per assicurare i collegamenti tra l’Italia e Costantinopoli.

Nel 1059 la fortezza passò dai Greci ai Normanni che ne fecero la sede della loro corte. La costruzione del castello avvenne in età sveva: in origine il possente edificio aveva una pianta quadrata con quattro torri angolari, anch’esse di forma quadrata.

Carlo d’Angiò se ne impossessò nel 1266. Durante le infinite guerre tra Angioini e Aragonesi, venne prima restaurato e poi fortificato dalla regina Giovanna I. Nel 1382, lungo il perimetro delle mura, sorgevano ben 6 torri. Quando la città fu conquistata dagli Aragonesi (1440) Ferdinando d’Aragona diede il via a nuove modifiche per farne un castello adatto alle nuove tecniche militari che prevedevano l’uso della polvere da sparo.

Il basamento a scarpa già garantiva il rimbalzo delle pietre mentre la cornice a profilo arrotondato impediva la risalita di invasori. Nel 1458, dopo i lavori di Baccio Pontelli, discepolo di Giorgio Martini, la fortezza si arricchì di due torri merlate circolari, di un fossato e di un rivellino esterno.

Per i reggini il robusto castello fu per secoli l’unica via di scampo dalle invasioni che arrivavano dal mare: nel 1543, di fronte all’avanzata dei Turchi di Barbarossa, diventò un sicuro rifugio di più di mille cittadini.

Info: portale ufficiale del turismo di Reggio Calabria

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