“Il settimo sigillo”, partita a scacchi con la Morte

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“Questa è la mia mano, posso muoverla, e in essa pulsa il mio sangue. Il sole compie ancora il suo alto arco nel cielo. E io… io, Antonius Block, gioco a scacchi con la Morte. ” (Antonius Block). Il settimo sigillo, 1957, regia di Ingmar Bergman, è tratto dal dramma “Pittura su legno”, dello stesso Bergman

La generazione precedente alla mia è stata forse segnata soprattutto dalla radio; quella successiva è una generazione decisamente televisiva; la prossima, quella di chi oggi ha fra i dieci e i trenta, è una generazione informatico-telematica, tutta computer e telefonini.

Noialtri che stiamo tra i sessanta e gli ottant’anni, noi generazione della guerra in Vietnam, del boom economico e del Sessantotto, noi contemporanei di Bob Dylan e di Sean Connery, siamo senza dubbio una generazione profondamente segnata dal cinema, intrisa di cinema.

Non che il grande schermo e la pellicola al nitrato d’argento non fossero cose anche di prima: è ormai praticamente un secolo che ogni generazione ha i suoi idoli cinematografici, e Charlot non vale certo meno di Johnny Depp. E noialtri che abbiamo abbastanza rapidamente dimenticato Bo Derek, mentre siamo restati tutti profondamente innamorati di Michelle Pfeiffer, non ci siamo certo scordati (come avremo potuto?) d’essere stati fidanzati con Brigitte Bardot, più di cinquant’anni or sono; e perfino Gilda, Rita Hayworth, riesce ancora a riscaldarci le viscere (quanto meno, intendiamoci, quelle della memoria).

Io, infatti, penso per film. Mi rivedo, ragazzino, bere western e retoriche pellicole sui marines nei cinema all’aperto della mia Firenze di sessant’anni fa; ripenso a Porto delle nebbie come alla pellicola che mi ha introdotto nel “grande” cinema, ma continuo ad aver nostalgia anche non solo per Hitchcock, ma anche per Carné e per Ford, Il postino suona sempre due volte mi tiene ancora sveglio, quando lo becco di notte su una qualche rete televisiva, sia nella versione del 1946 con la dark lady Lana Turner sia in quella del 1981 con un’indimenticabile, fragile, sensualissima Jessica Lange.

Ma ho nostalgia anche e perfino, ebbene sì, dei polpettoni di cappa e spada con Errol Flynn e di quelli della serie Dracula col vecchio caro Christopher Lee. Va da sé che, quando sono sicuro che nessuno mi vede, torno non dico a Totò e a Sordi – quello va da sé – ma anche a Mel Brooks, magari perfino a Villaggio, a Verdone, che Dio mi perdoni, perfino a Pozzetto. Non oltre, naturalmente. Con la signora Marini e con Alvaro Vitali non sono mai sceso a patti.

Poi ci sono i “miei” film: quelli che se potessi non mi stancherei mai di rivedere. Non sono molti: e proprio per questo ho un forte imbarazzo della scelta quando si tratta di parlarne.

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“La Morte che gioca a scacchi”: l’affresco di Albertus Pictor realizzato intorno al 1480 nella chiesa di Täby ha ispirato Bergman nella realizzazione de “Il settimo sigillo”

Il mio regista preferito è comunque senza dubbio, dovendo scegliere, Ingmar Bergman, quello che più direttamente e profondamente ha parlato alla mia generazione nutrita di Freud, di Jung, di Kierkegaard, di Nietzsche e di Sartre: la generazione che non aveva visto la guerra (o ne aveva solo qualche ricordo-lampo) ma che era cresciuta tra le sue macerie, che si andava interrogando sugli orizzonti perduti dei grandi ideali e sulla foresta delle grandi illusioni.

Il settimo sigillo è il film che vorrei far vedere ai miei nipoti per cercar di spiegar loro che cosa sia la vita: ammesso che io lo sappia, che lo abbia intuito se non compreso.
So bene che, sulle prime, sarei frainteso: può sembrare una pellicola “storica”, sul Medioevo: e infatti, come tale, regge molto più di altre che sono invece, storicamente parlando, più ambiziose (e dal canto mio mi capita di associarlo sempre più spesso a L’armata Brancaleone: un paragone che non ritengo affatto né irrispettoso, né blasfemo, né troppo scherzoso).

Quel che mi colpì prima di tutto nel ’58, quando lo vidi la prima volta (era uscito nel ’57), fu la fotografia: lo scabro bianco-nero del quale Bergman è maestro, lo stesso de Il posto delle fragole.
Poi mi colpì, allora, l’aspetto “veritiero” se non addirittura “veridico” di quel Medioevo, che intuii e giudicai subito come profondamente “mio”. Ero difatti un cultore appassionato – e, coi miei diciotto anni, ingenuo – di quel Medioevo che sognavo di studiare all’università (una cosa che del resto ho poi fatto, rendendomi conto in tal modo di che cosa significhi l’eterogenesi dei fini).

Evidentemente mi sbagliavo: ero caduto in una trappola che non mi era stata del resto affatto tesa; avevo visto e sulle prime giudicato con occhi relativamente assuefatti ai film “storici” una pellicola che conteneva un messaggio rigorosamente esistenzialista, non avevo compreso che quel film là non andava assolutamente visto con i medesimi occhi con i quali si poteva guardare non dico La disfida di Barletta, ma neppure l’Aleksander Nievskji o La passione di Giovanna d’Arco.

Gli adolescenti possono anche fingere di apprezzare quello che non capiscono; ma amano quello che sanno riconoscere.
Nel Settimo sigillo individuai e apprezzai fino alla passione le cose che avevo imparato di un Medioevo avvicinato soprattutto da autodidatta, sia pure con qualche buona lettura, come L’autunno del Medioevo di Huizinga o Movimenti religiosi e sette ereticali di Volpe. Amai le citazioni del Cavaliere, la morte e il diavolo di Dürer, quelle della Danza Macabra, della Peste Nera, della caccia alle streghe.
Era un Medioevo che avrebbe dovuto insospettirmi, sembrarmi troppo convenzionale: ma allora mi affacciavo alla vita e allo studio, il convenzionale era per me una vittoria, era perfino nuovo e originale.

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Max von Sydow è Antonius Block, il cavaliere. Bengt Ekerot interpreta la Morte. Bergman affidò il ruolo di Jöns, lo scudiero, terzo principale protagonista del film, all’attore Gunnar Björnstrand

Non compresi quindi che Bergman mi poneva in realtà dinanzi ai grandi archetipi dell’esperienza esistenziale, che il “suo” Medioevo non era il periodo storico grosso modo compreso tra la caduta dell’impero d’Occidente e la scoperta del nuovo mondo, bensì la vita colta nel suo mistero, l’ “età di mezzo” tesa tra due misteri che, se la fede non contribuisce a diradarne il buio pauroso e a conferir loro un senso, restano il Nulla, ben più terribile della Morte e del Diavolo. Il Nulla nel quale lo scudiero Jons invita il cavaliere Antonius Block a specchiarsi, mentre questi affronta l’angoscia del passo decisivo; mentre, dal canto suo, lo scudiero accetta a sua volta di entrare nel Nulla, ma dichiara di farlo ribellandosi.

«Ribellarsi, questa è la nobiltà dello schiavo: la vostra nobiltà sia l’obbedienza»: così insegna Nietzsche nel Così parlò Zarathustra.

Ma nel livido, tempestoso mattino, successivo alla notte del passaggio dell’angelo dell’abisso, l’artista girovago Jot e la sua famiglia si accorgeranno di esser vivi, scampati alla fine; e capiranno che la carità del cavaliere li ha salvati, consentendo loro di ucciderli attraverso uno stratagemma giocato alla Morte durante la loro lunga partita a scacchi. La Morte non si può vincere: capita comunque di poterla eludere, talvolta, e ciò è bene a patto che ne valga la pena.

Il cavaliere reduce dalle crociate, salvando l’umile famiglia di attori nomadi, ha assolto ancora una volta al suo compito di difensore degli umili e degli oppressi. E sono loro, gli umili, che restano in vita; che ereditano la terra.

Un grande esistenzialismo fedele a Nietzsche e a Kierkegaard, ma ben più nobilmente umano rispetto alla cupa miseria dell’annoiata disperazione sartriana.

Franco Cardini

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