Sedano, afrodisiaco naturale

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“La seduzione forzata”, miniatura da Le livre de Lancelot du Lac

Un proverbio della Franca Contea così recita: “Se l’uomo conoscesse l’effetto del sedano ne riempirebbe il suo cortile”.

Fin dal Medioevo, l’ortaggio veniva considerato un afrodisiaco naturale. Tanto che Michele Savonarola, metteva in guardia le donne dal consumarlo, perché istigava al coito anche quelle che in cuor loro volevano rimanere caste.

Certo nella cucina afrodisiaca il sedano appare meno stimolante delle ostriche e sembra meno stuzzicante del peperoncino, eppure questo semplice alimento dei nostri orti è stato da sempre in grado di stimolare determinate attitudini erotiche.

Non solo, contrariamente a quanto è successo per molte erbe o alimenti considerati afrodisiaci solo nel passato, anche la medicina moderna ha riconosciuto al sedano di essere un fattore equilibrante delle funzioni sessuali.

Secondo la tradizione popolare e le credenze antiche, diversi erano i sistemi per raggiungere gli effetti desiderati.

Il più semplice consisteva nel mangiare la radice cruda della pianta.
Ma c’era anche chi riteneva che strofinare la pelle con un gambo di sedano, cotto durante un plenilunio, aumentasse la spinta erotica, oppure che appendere un sedano alla testata del letto riportasse il desiderio nelle coppie ormai prive di entusiasmo.

Era così comunemente riconosciuto questo effetto sensuale che regalare, all’amato o all’amata, il midollo legnoso, chiamato cuoricino, diventava un invito inequivocabile all’amore fisico.

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La vendita delle verdure in una miniatura

È una pianta biennale, dal fusto eretto, con foglie verde scuro e fiori giallo-biancastro raccolti ad ombrello. Allo stato selvatico predilige i terreni umidi e salmastri e per questo è detto anche “Appio palustre”, nome che deriva dal termine scientifico Apium graveolens.

Il significato di apium secondo alcuni, ha origine da ape, perché la pianta è molto amata da questi insetti, oppure, secondo altri dal termine celtico apon (“acqua”), perché cresce nelle zone umide.

Il termine “sedano” invece riporta alla Luna: deriva infatti dal greco selinon, quindi dedicato a Selene e, ancora oggi, alcune definizioni dialettali, “seleri” (da cui il francese celeri), “sellerò”, “sellare”, sono strettamente legate a questa parola.

Nel passato il sedano è stato una nobile pianta consacrata alla Grande Madre, quindi alla Luna, e come tale aveva un aspetto duplice, di vita e di morte: due facce della dea.
La vita era rappresentata dal suo valore erotico, la morte per l’associazione che se ne faceva con i riti funebri.

Con il sedano si preparavano corone per i morti e si ornavano colonne sepolcrali, tanto che in un detto popolare, per indicare un moribondo, si diceva che “aveva bisogno di sedano”.
Allo stesso tempo con questa pianta si addobbavano archi trionfali, si facevano corone per gli atleti vincitori di giochi importanti e si confezionavano corone nuziali.

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Santa Ildegarda di Bingen

Con tutto questo valore simbolico, l’uso alimentare della pianta era bandito nell’Antichità, come ci riporta Castore Durante, perché veniva considerata vivanda esclusiva dei morti. Solo nel Cinquecento il sedano comincia ad essere coltivato negli orti e a diffondersi come alimento.

Nel Medioevo Santa Ildegarda di Bingen, lo consigliava per la gotta. Un rimedio per curare le ferite aperte e un toccasana per molte malattie. La mistura ottenuta triturando i semi di sedano e la noce moscata era utile per combattere la “tetraggine”, la depressione dell’epoca.

Poi, nei processi alle cosiddette streghe, ritorna come pianta magica: veniva usata nella preparazione degli unguenti che favorivano le visioni strabilianti e le sensazioni del volo. Sicuramente ne venivano sfruttate anche le doti afrodisiache, perché nella ricerca del sabba, uno degli elementi fondamentali, per le donne che ritenevano di congiungersi con il diavolo, era l’appagamento sessuale.

Oggi, lontano da questi simbolismi, il sedano viene usato dagli erboristi per curare calcolosi, infezioni reumatiche e meteorismo, ma soprattutto è un importante ingrediente di crudités ed insalate, di minestroni e salse di pomodoro, fino a diventare elemento indispensabile in alcune ricette della nostra cucina regionale, come la caponata siciliana, o la romana coda alla vaccinara.

Rosella Omicciolo

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