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Plantageneti, un nome di fiore per 14 re

Goffredo Il Bello in una raffigurazione conservata alla Bibliothèque nationale de France

Goffredo Il Bello in una raffigurazione conservata alla Bibliothèque nationale de France

Plantageneti. Si chiamarono così quattordici re d’Inghilterra. La dinastia, compresi i rami cadetti di Lancaster e York, regnò in modo ininterrotto per 331 anni (1154-1485).

L’ultimo sovrano fu Riccardo III, che Shakespeare, nel suo celebre dramma, volle deforme e malvagio. Torna alla mente quel verso disperato, strozzato in un grido, quando il re è solo, sconfitto e ormai vicino alla morte: “Un cavallo, un cavallo, il mio regno per un cavallo!”.

È curioso pensare che le bizze di un altro destriero e un altro regno popolarono uno dei tanti, mitici racconti sulle origini della dinastia.

In Francia, secondo una leggenda, nella lontana estate del 1127 fu proprio un cavallo, lanciato al galoppo e imbizzarrito dal rumore di un tuono, a trascinare in un burrone il quattordicenne conte Goffredo d’Angiò, detto “Il Bello” (1113 -1151) per via della sua riconosciuta avvenenza.

Fu questione di un attimo: “Le Beau” si aggrappò a un arbusto di ginestra che sporgeva sull’orlo del dirupo mentre l’animale precipitava nel vuoto. I rami forti e le radici ben salde della pianta selvatica salvarono la vita al “giovin signore”. Goffredo rimase penzolante sull’abisso fino a quando i suoi compagni di cavalcata lo tirarono fuori. Quella sera, al Castello di Angers, si parlò a lungo del miracoloso episodio. E fu festa grande per l’erede dell’antichissima casata originaria del Gâtinais, “la terra delle mille radure” dell’Île-de-France, che però, già dal IX secolo aveva preso possesso dell’Angiò (Anjou) a cui poco dopo seguirà la confinante contea del Maine.

Goffredo, attento ai segni del destino, volle ogni giorno un fiore di ginestra sul suo cappello. E i suoi figli, e i figli dei suoi figli, furono ricordati con il nome dell’arbusto miracoloso: “planta genét”, la “pianta della ginestra”.

Goffredo V, il primo dei Plantageneti, appena un anno dopo dopo si lasciò guidare dalla ragione di Stato che animava suo padre Folco, detto “Il Giovane” e sposò Matilde (1102–1167), la figlia di Enrico I d’Inghilterra che aveva ben undici anni più di lui e che era già vedova di Enrico V di Franconia, imperatore del Sacro Romano Impero.
Matilde portava però in dote il vasto e strategico ducato di Normandia. E di conseguenza, anche una importante ipoteca, che segnò il destino dell’Europa, di qua e di là dalla Manica, per i secoli a venire: un figlio maschio, nato dal matrimonio, sarebbe salito al trono come re d’Inghilterra. Così avvenne. Matilde, detta Maud, ebbe tre figli. Il primogenito, Enrico II, diventò il re francese delle isole britanniche e diede inizio alla dinastia dei Plantageneti.

La stirpe reale, tra vicende alterne e drammatiche, governò un vastissimo territorio che oltre all’Inghilterra e ai diritti feudali vantati su Galles, Scozia e Irlanda orientale, comprendeva la Normandia, la Guascogna e l’Aquitania. Anche se, a partire dal 1206 perse proprio l’antica contea di Angiò che passò al re di Francia.
Per il loro stemma i Plantageneti del ramo Lancaster non scelsero la ginestra così amata dall’avo Goffredo V. Vollero un altro fiore, più nobile: una rosa rossa. Anche i parenti del ramo York scelsero una rosa. Ma la vollero bianca, per marcare una differenza che continuava a profumare d’odio.
La lunga contesa tra i due rami dell’antica casata per la successione al trono d’Inghilterra, venne ricordata come la “Guerra delle Due Rose”: un feroce conflitto che nel 1485 porterà sul trono inglese un’altra dinastia, quella dei Tudor.

Seconda cartina France_1154_Eng

I territori dei Plantageneti nel XII secolo

I vasti e importanti possedimenti dei Plantageneti in terra di Francia, condizionarono per più di un millennio, fino alla “Entente Cordiale” dell’8 aprile 1908, i rapporti di forza e la politica estera di Francia e Gran Bretagna. Quella “amichevole intesa” mise fine a secoli di battaglie e infiniti contrasti che videro protagonisti i Plantageneti soprattutto nella cosiddetta “Guerra dei Cent’anni”. Il famoso conflitto durò, anche se in modo non continuativo, la bellezza di 116 anni. Si concluse con la cacciata degli inglesi dal continente. La Francia, di fatto, raggiunse allora il suo attuale assetto geopolitico, a parte la città di Calais che tornò sotto il governo di Parigi soltanto nel 1558.

I Plantageneti modificarono in modo profondo la civiltà inglese. Anche per via del loro rapporto con la terra d’origine, intessuto dagli interessi, dal sangue e dal rispetto degli onori feudali. Enrico II e gli altri re dopo di lui, potenziarono l’organizzazione amministrativa già perseguita dai precedenti re Normanni. E insieme a una forte burocrazia, crearono un governo centrale che diventerà il cardine su cui poggia ancora l’Inghilterra moderna.

Quanto alla ginestra e alla storia di Goffredo V caduto da cavallo, forse non andò proprio così. Perché già Enrico II, quando prese in moglie Eleonora d’Aquitania, ripudiata dal suo primo marito, il re di Francia Luigi VII, sentì il bisogno di suggerire a un chierico di Caen che si chiamava Robert Wace, la stesura di un altro, fantastico racconto che nobilitasse il lignaggio della famiglia insieme al suo giovane trono di Britannia.

Così, insieme alla leggenda dei Plantageneti si diffuse anche il mito di re Artù.
Wace dedicò il “Roman de Brut” nel 1155 alla regina Eleonora. Come traccia della storia, pescò a piene mani nelle leggende locali e nella interessante cronaca latina “Historia Regum Britanniae” di Goffredo di Monmouth (1135 ca.) che adattò in lingua francese, o meglio nel dialetto anglo normanno che parlavano sia Enrico II che sua moglie.
Il chierico ripercorse la leggendaria saga di un eroe, Bruto, nipote di Enea, scampato alla guerra di Troia, esiliato nella Britannia a cui diede non solo il nome ma anche una progenie di gloriosi re, tra i quali comparve anche il grande e saggio Artù, modello del monarca ideale sia in pace che in guerra.
Wace fu anche il primo cantore della Tavola Rotonda e il primo a nominare Excalibur, la mitica spada del re.

Nel libro, il destino di Artù anticipava quello dei Plantageneti. Anche Artù, come Enrico II, regnava con Eleonora d’Aquitania sulla piccola e grande Bretagna, sulle isole britanniche e sulle terre dell’ovest della Francia.
I Celti poi chiamavano la ginestra “balanos”. E l’aggettivo “belenos” in gallico voleva dire “Lo splendente”, lo stesso nome attribuito all’Apollo Celtico, giallo e luminoso come il fiore.
Così, nel nuovo mito, i Plantageneti diventarono i figli dello “splendente Belenos”, il nome che su numerose armi celtiche era associato al grifone e al leggendario Uther Pendragon, il “monte di drago”, dispotico signore di Camelot e padre di Artù. Il nome Plantageneto dopo Enrico II non fu più esibito. Tornò in auge con Riccardo, duca di York, padre dei sovrani d’Inghilterra Edoardo IV e Riccardo III. Ma la tradizione associò l’epiteto a tutti i discendenti inglesi di Goffredo d’Angiò.

RR

Riccardo “Cuor di Leone” e Filippo II di Francia ricevono le chiavi di San Giovanni d’Acri durante la terza crociata

Quattordici regni che lasciarono un segno.
Enrico II (1154-1189) gettò le basi dello stato inglese. Riprese la lotta contro l’autonomia dei baroni, avviò una riforma giudiziaria di straordinaria importanza e tentò di limitare i privilegi della Chiesa, scontrandosi con l’arcivescovo Thomas Becket, antico amico e consigliere, assassinato dentro la cattedrale di Canterbury.
Suo figlio, Riccardo I, detto “Cuor di Leone” (1189-1199) si ribellò al padre e lo sconfisse. La morte di Enrico II, avvenuta lo stesso anno, lo portò sul trono. Ma Riccardo decise di partire per la terza crociata: vendette le terre della corona, gli uffici e i vescovati e spese il tesoro accumulato dal suo predecessore. Durante la crociata, prese San Giovanni d’Acri e sconfisse il Saladino, ma non riuscì a conquistare Gerusalemme. Quando seppe che il fratello Giovanni voleva usurpare il trono, concluse una tregua con il sultano, rientrò in patria e stroncò la ribellione.
Giovanni Senza Terra (1199-1216) quinto nella linea di successione di Enrico II, venne chiamato così perché non ebbe la sua parte nella divisione dell’eredità. Fu l’ultimo Plantageneto a vantare il titolo di conte di Angiò, a causa della sconfitta che subì a Bouvines dal re di Francia Filippo II Augusto, che in seguito lo privò anche di tutti i possedimenti a nord della Loira.
Enrico III (1216–1272) figlio di Giovanni, divenne re a soli 9 anni. Sposò Eleonora di Provenza da cui ebbe cinque figli. Nove furono invece gli eredi di Edoardo I (1272–1307). Il suo successore Edoardo II (1307–1327) fu deposto dal Parlamento e costretto ad abdicare, prima di essere imprigionato e poi assassinato con un ferro rovente negli intestini nel carcere di Berkley.
Edoardo III (1327–1377) allargò in regno con nuove conquiste in Francia e in Scozia e fu ricordato dai posteri come “fiore della cavalleria”.
Riccardo II (1377–1399) imprigionato nella Torre di Londra, rinunciò alla corona e morì assassinato.

Sul trono d’Inghilterra salirono allora i Plantageneti del ramo Lancaster. La cerimonia di incoronazione di Enrico IV (1399–1413) fu la prima, dai tempi della conquista normanna, ad essere celebrata in lingua inglese. Enrico IV fu anche il primo sovrano inglese che permise il rogo per gli eretici.
Suo figlio, Enrico V (1413–1422) regnò nove anni. Trionfò sui francesi nella battaglia di Azincourt e si fece nominare erede del trono di Francia. Ebbe anche il merito di evitare lo Scisma d’Occidente. Shakespeare ne ricordò in un dramma le tante virtù che ne fecero uno dei sovrani più popolari del Medioevo.
Enrico VI Lancaster perse e riconquistò il trono in due distinti momenti (1422–1461 e 1470–1471). Divenne re d’Inghilterra a soli nove mesi, sotto la reggenza dello zio John, duca di Bedford. Alla morte del nonno Carlo VI (1422) ebbe anche la corona di Francia. Ma era affetto da squilibri mentali e sotto il suo regno l’Inghilterra perse i territori francesi, alla fine della Guerra dei Cent’anni.

Edoardo IV inaugurò l’era degli York. Salì anch’egli due volte sul trono. (1461–1470 e 1471–1483). Ossessionato dal potere fece uccidere suo fratello Giorgio,
Suo figlio, il povero Edoardo V (1483) regnò per poco tempo: fu subito fatto imprigionare dallo zio Riccardo, duca di Gloucester che si proclamò re con il nome di Riccardo III (1483–1485). Con la sua morte nella battaglia di Bosworth finì, insieme alla “Guerra delle due Rose” anche la dinastia.

Foto copertina e interno Blason_Geoffroy_Plantagenet.Nella loro lunga storia, i Plantageneti furono leoni o gattopardi, a seconda delle occasioni, come gli animali che apparivano in bella mostra sui loro blasoni.
Quello di Goffredo” Il Bello” è il più antico stemma medievale che si conosca, insieme a un altro, esibito dal Siniscalco di Francia Raoul I di Vermandois.
Il mitico fondatore della dinastia volle uno stemma con le immagini dei predatori che tanto affascinavano i Normanni. Prima di farlo disegnare chiese il permesso a suo suocero, Enrico I Beauclerc.

Il blasone (d’azzurro, a sei leoncelli d’oro) fu riprodotto sulla sua effige funeraria: conosciuta come lo “Smalto di Le Mans”, oggi è conservata nel museo dell’antica capitale della Contea del Maine, proprio nei luoghi dove, quasi 900 anni fa, nacque la leggenda dei Plantageneti.

Federico Fioravanti

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