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Non solo Egeria. Le pellegrine di Gerusalemme

L’exploit di studi sulle donne nel Medioevo ha generato, dopo la lezione di Georges Duby, un nuovo soggetto storiografico. Il tema del viaggio al femminile ha attirato l’interesse degli studiosi fino a porsi, a partire dagli Anni Novanta, come proficuo tema di ricerca.

Particolare di una miniatura di Maria Egiziaca, vestita unicamente di biondi capelli, mentre le viene consegnato il mantello del suffragio (Parigi, Yates Thompson 3 f. 287)

Emblematica l’agiografia di Maria Egiziaca, prostituta redenta dal pellegrinaggio in Terra Santa, tramandata, nella versione più antica, dal patriarca di Gerusalemme Sofronio (550-639). La pellegrina, bloccata da una forza misteriosa mentre è in procinto di entrare al Santo Sepolcro, si rivolge alla Vergine, che le indica il punto del Battesimo nel Giordano. Maria Egiziaca attraversa il fiume e inizia, sulla riva opposta, la sua nuova vita eremitica e ascetica. Il pellegrinaggio è un rito di passaggio, purifica e rigenera.

Nel Tardo Antico le donne dell’alta società figurano tra i protagonisti del fenomeno nel momento del suo primo grande sviluppo. Egeria, che scrive e si rivolge alle dominae sorores, appartiene a una classe sociale di alto rango comprovata da vari dati: la deferenza con cui è ricevuta dalle massime autorità religiose; la scorta di soldati e ufficiali imperiali che l’accompagna in alcuni tratti del suo percorso; la durata e i costi del viaggio; l’utilizzo di carri ben attrezzati e di cavalcature; il possesso di un diploma (una sorta di passaporto ante litteram) che le permette di muoversi lungo il cursus publicus. Egeria parte dalla Galizia per un pellegrinaggio che dal Mar Rosso e dall’Arabia la conduce fino ad Antiochia e a Costantinopoli, dopo che era transitata, ovviamente, dalla Palestina. A Gerusalemme la pellegrina descrive con dovizia di particolari le basiliche costantiniane e le liturgie dei Luoghi Santi, trasmettendone l’atmosfera coinvolgente in occasione delle festività.

La fortuna dell’Itinerarium Egeriae costituisce un caso eccezionale nella storiografia sul pellegrinaggio. Il suo diario fu scoperto “appena” un secolo e mezzo fa nella biblioteca della Fraternita di Santa Maria della Misericordia di Arezzo. A un solo decennio dal ritrovamento del codice esistevano già cinque edizioni e quattro traduzioni integrali: russo (1890), italiano (1890), inglese (1891), danese (1896), cui seguirono, negli anni seguenti, quelle in greco, tedesco, spagnolo, francese, polacco, portoghese, romeno, catalano ed ebraico. Si contano persino cinque bibliografie egeriane! Di lei, insomma, molto – forse troppo? -, si è scritto. Pierre Maraval l’accosta ad una scrittrice moderna che, per la personalità e la freschezza con la quale racconta le sue memorie, avrebbe meritato il successo del suo bestseller. Gustave Morin la tratteggia così: ingenua, generosa, riservata, ottimista, dinamica, che si commuove, con spirito di iniziativa, «estroversa», paragonandola ad una miss inglese dei primi del Novecento che viaggia in libertà a dispetto dei limiti e dei pregiudizi che l’opinione pubblica impone al suo sesso. Ma i limiti e i pregiudizi sono forse quelli dell’età di Morin perché Egeria non è né l’unica, né la prima.

L’inventio Crucis eleniana, Biblioteca Capitolare, Vercelli, ms. CLXV, Collectio canonum et conciliorum, 2r, IX sec.

È l’imperatrice Elena ad avviare il pellegrinaggio in Terra Santa nel 326. Concluso il Concilio di Nicea, la madre di Costantino visita Betlemme e Gerusalemme dove, accompagnata dal vescovo Macario, riscopre il luoghi della Passione e – così raccontano Ambrogio e Paolino da Nola – la Vera Croce. Eusebio di Cesarea, che enfatizza il ruolo di Costantino, sottolinea la convergenza tra i desideri della madre e l’operatività del figlio, che avvia la costruzione dell’allora tripartito Santo Sepolcro (basilica a cinque navate, triportico con atrio, Anastasis).

Alla famiglia imperiale appartengono anche le pellegrine Elia Eudocia Atenaide, moglie di Teodosio II; Eudossia, figlia degli stessi Elia Eudocia e Teodosio, che sposerà Valentiniano III; Licinia Eudocia, figlia di Eudossia e Valentiniano; Anicia Giuliana – la committente per antonomasia –, figlia di Placidia la Giovane e Flavio Anicio Olibrio.

Un alone di santità circonda, in particolare, Eudocia. Vi contribuisce il recupero delle reliquie del protomartire Stefano e delle catene di san Pietro, oltre all’intensa attività edilizia. Dopo il matrimonio della figlia Eudossia, celebrato a Costantinopoli il 28 ottobre 437, Eudocia decide di sciogliere un voto: parte in pellegrinaggio attorno al 438-439; si reca una seconda volta in Palestina nel 443 e vi rimane fino alla morte. Lì fonda due monasteri, tre oratori e un convento con annesso ospizio. Finanzia la costruzione della chiesa del Pretorio o Santa Sofia, di San Pietro al palazzo di Caifa, di San Giovanni Battista a sud del Santo Sepolcro e della basilica di Santo Stefano in cui sarà sepolta nel 460.

L’imbarco di santa Paola per la Terra Santa, (Claude Lorrain, Museo del Prado, Madrid, 1639)

Poi c’è la cerchia di Gerolamo. Durante gli anni romani, l’allora segretario di papa Damaso si riunisce sull’Aventino con un gruppo di clarissimae cui inculca l’ideale del distacco dal mondo. La lettera 108 del suo epistolario, datata 404 e nota come Epitaphium sanctae Paulae, è indirizzata a Eustochio dopo la morte di sua madre Paola. Gerolamo rievoca il pellegrinaggio di Paola che giunge al porto di Ostia accompagnata da parenti, amici e servitori. L’imbarco è reso drammatico dalla separazione dagli affetti. La donna cerca di dissimulare l’emozione. Ma la fede che la spinge a partire è più forte di tutto. Paola visita la Palestina e i monasteri dell’Egitto, fonda un ospedale a Betlemme. E nella lettera a Marcella, Paola e Eustochio esortano la destinataria a raggiungerle. Nel farlo, madre e figlia contrappongono la ricchezza e la grandezza di Roma alla parvula Bethleem: Paola aveva vestito abiti di seta, era stata servita dagli schiavi, ora si edifica attraverso le difficoltà del pellegrinaggio e il rigore della vita monastica.

Si colloca alla metà del IV secolo il pellegrinaggio di Melania Seniore. Melania si trovava in Palestina quando, ricevuta la notizia del matrimonio di sua nipote, decide di tornare a Roma. Ma passa poco che, vendute tutte le proprietà, se ne rivà a Gerusalemme, dove fonda un monastero. Anche Melania Iuniore e Piniano conducono una vita di fede opposta al modello mondano di Roma. Coniugi aristocratici cristiani, giunsero dall’Italia nel 410-411 a Tagaste, poi, presi dal richiamo di Gerusalemme, lasciano tutto per la Terra Santa.

Le molte pellegrine che giungono in Terra Santa durante il Basso Impero sembrano dileguarsi alla fine del V secolo. Il Medioevo barbarico ha tramandato figure e resoconti di diversi pellegrini europei, ma non sussistono fonti odeporiche che dettagliano viaggi di donne nei secoli V-X. Ugeburga, non una pellegrina, ma la monaca parente di Willibaldo che ne riporta il resoconto di viaggio nell’VIII secolo, sembrerebbe – se si eccettuano i riferimenti di genere nelle agiografie – l’unica presenza femminile nella storia del pellegrinaggio gerosolimitano durante l’Alto Medioevo.

Dopo l’Anno Mille il quadro d’insieme cambia radicalmente. Anziché scoraggiare il pellegrinaggio, la distruzione del Santo Sepolcro ad opera del fatimide al-Hakim (1009) provoca uno sviluppo del fenomeno, sul medio periodo, connesso anche al nuovo assetto geopolitico della penisola Balcanica che favorisce il percorso terrestre e ad un anelito escatologico sempre intenso tra 1033 e 1099. Non si viaggia più soli o in piccole compagnie bensì in grandi gruppi di pellegrini che in alcuni casi comprendono qualche migliaio di fedeli. Tra questi sono documentate molte donne. Anzi c’è ragione di pensare che molte ve ne siano tra i componenti di quelle moltitudini di cui parla Rodolfo il Glabro anche quando non sono documentate esplicitamente. Uomini e donne, laici e chierici, ricchi e senzaveri partono pellegrini in Oriente. Oppure agguantano una forma surrogata di viaggio sacro, più accessibile e, ai loro occhi, comunque meritoria, andando a visitare le tante Gerusalemme d’Europa che si costituiscono accanto a chiese e cappelle che custodiscono le reliquie di Terra Santa o che semplicemente rinviano, nell’intitolazione, al Santo Sepolcro di Gerusalemme.

I miracoli di San Pantaleone raccontano di come Gida Thorkelsdóttir, moglie di Godwin del Wessex e madre di Araldo II d’Inghilterra, tenne fede alla sua promessa di andare a Gerusalemme dopo la guarigione del figlio che era stato assalito da un orso. Gida si giovò dei migliori mezzi di trasporto, che in parte alleviarono il peso di una fatica comunque enorme e assai prolungata. Ed è anche il caso di Ildegarda. Nel 1046 la contessa d’Angiò va a morire a Gerusalemme «secundum desiderium cordis sui» e chiede di essere sepolta nei pressi della tomba del Salvatore.

Le pie donne al Sepolcro, dall’Apocalisse di Bamberga, Staadtbibliothek, Bamberg, ms. CXL, 69v., c. 1010

Le fonti menzionano pure alcune coppie di coniugi che ripetono, uniti dalla fede, l’esperienza di fede fatta molti secoli prima da Melania e Piniano: Dudone di Dons ed Edwige di Chiny; il catalano Mir Compan che viaggia con la moglie Eliardis e la figlia Adelaide. Ed anche alle Crociate, ogni cavaliere mosse dietro di sé donne, bambini e servitori. Alla Prima, per esempio, parteciparono Rodolfo I de Gäel, conte di Norwich, con sua moglie Emma di Hereford e il loro figlio Alain de Gäel. Ma non sempre è possibile. A volte partire significa lasciarsi tutto alle spalle, anche gli affetti più cari. Un tale Pietro Raimondo, di Vic, fa testamento. Chiede alla consorte di aspettarlo sette anni, a meno che non riceva una comprovata notizia della sua morte, e che nel frattempo non si abbandoni alla turpitudine dell’adulterio.

Quello delle pellegrine è un tema che si estende anche al Tardo Medioevo. Emergono i casi-exempla di Brigida di Svezia e Margery Kempe, entrambe spose e madri che, nella seconda parte della loro vita, scelgono di partire in pellegrinaggio. Brigida, figlia di pellegrini, appartiene a una famiglia dell’alta aristocrazia e può permettersi un seguito di protezione. Dopo la morte del marito – con il quale era già stata a Compostela – decide di recarsi a Roma e a Gerusalemme. La Kempe vive un’esperienza più difficile. Dopo una visione, parte sola, e senza mezzi, per Santiago, Roma e Gerusalemme lasciando un resoconto di viaggio noto come Libro di Margery Kempe.

Nella storia del pellegrinaggio la presenza femminile, non secondaria, sconfessa la convenzionale immagine di “Medioevo maschio”. Pur rilevando, tuttavia, la proficuità del filone di studi, non riusciamo ad individuare una specificità del pellegrinaggio femminile, anche laddove sia possibile definire, come è stato sostenuto, e in riferimento ai secoli successivi, mete prettamente femminili. La storia del pellegrinaggio al femminile si dissolverebbe in un elenco. Una donna medievale non mostra, automaticamente, motivazioni e aspirazioni diverse da quelle degli altri pellegrini. Si rileva piuttosto un tratto peculiare nell’avventura delle matrone romane del Tardo Antico accomunate tra loro, queste sì, non tanto dall’essere donne, ma da un determinato status sociale che permette loro, attraverso la disponibilità di mezzi, di alleviare le fatiche di un viaggio intercontinentale che allora aveva tutti i caratteri dell’intrapresa.

Giuseppe Perta
Università per Stranieri Dante Alighieri di Reggio Calabria
https://medalics.academia.edu/GiuseppePerta

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