L’eccidio di Cesena e la Guerra degli Otto Santi

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La rocca vecchia di Cesena in un di segno di A. Dal Muro

La storia di Cesena cambiò per sempre in un freddo giorno dell’inverno del 1377. Il 3 febbraio i mercenari bretoni del capitano di ventura John Hackwood, conosciuto dagli italiani come Giovanni Acuto, massacrarono più di 5000 persone.

Uomini, donne e bambini vennero trucidati senza pietà. In meno di tre giorni la città fu rasa al suolo. I cadaveri, ammucchiati lungo le strade, venivano gettati come sacchi nei pozzi o sepolti in grandi fosse comuni scavate nei piazzali davanti alle chiese. Chi riuscì a scampare alla strage, trovò rifugio nella vicina Cervia o a Rimini.
I saccheggi tra le case e nelle vicine campagne continuarono fino al mese di agosto, insieme ai ricatti, agli stupri e alle devastazioni.

Se si prende per buona una relazione di appena sei anni prima, stilata dal cardinale Anglico, fratello di papa Urbano V e vicario generale per gli Stati della Chiesa in Italia, nell’anno 1371 la città romagnola contava 8300 abitanti. Con il “Sacco dei Bretoni” trovarono quindi la morte più della metà dei cesenati.

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L’elezione dell’antipapa Clemente VII

IL BOIA CHE DIVENNE PAPA Un massacro, insensato. Ordinato e diretto, in modo spietato, da un uomo di chiesa: il cardinale Roberto di Ginevra (1342-1394), successore del grande Albornoz nel ruolo di comandante degli eserciti pontifici in Italia.

L’alto prelato, nelle cronache del tempo, passò alla storia come “Il boia di Cesena”.

Ma questa sua fama sinistra non gli impedì, appena un anno dopo, il 31 ottobre 1378, di vincere un conclave, venire eletto papa in contrapposizione a Urbano VI e di dare il via, con il nome di Clemente VII, al cosiddetto Scisma d’Occidente, il durissimo scontro tra papi e antipapi per il controllo del soglio pontificio che per quarant’anni (1377-1417) lacerò la Chiesa tanto da minacciarne la stessa esistenza.

Fino ai tragici giorni dell’eccidio di Cesena, Roberto di Ginevra, era conosciuto soprattutto come il cugino del re di Francia. Sua nonna, Maria di Brabante, era la cognata dell’imperatore Enrico VII.

Abile e spregiudicato, godeva dei favori di Gregorio XI, l’ultimo dei sette papi della cattività avignonese, che lo nominò arcivescovo di Cambrai nel 1368. Da quando agguantò il cardinalato, nel 1371, Roberto iniziò a collezionare diocesi e benefici ecclesiastici di vario tipo tra la Francia, i Paesi Bassi e l’Inghilterra. Diventò ricchissimo e sempre più potente. Amava la bella vita e i piaceri della carne.

Avignon, France - June 16, 2005: Facade of the Palace of the Popes (Palais des Papes) in France. In front of the photo is a square with almost no people. Some persons are sitting on a somewhat higher part of the square.

Il palazzo dei papi ad Avignone

Avignone all’epoca, con quasi trentamila abitanti, era la più grande città della Francia dopo Parigi. Dal 1308 aveva sostituito Roma come sede del papato e capitale del mondo cristiano. La affollavano cortigiani, nobili e dignitari. Attirava i principali ordini religiosi. Era il luogo privilegiato del commercio e delle banche. E ospitava una prestigiosa università. La biblioteca pontificia era arrivata a possedere più di duemila preziosi manoscritti. Ma la corruzione dilagava. E il cinismo era elevato ad arte. Poco tempo prima, nelle epistole Sine nomine, Francesco Petrarca aveva descritto la nuova sede del papato come una città dove “non c’è devozione, né carità, né fede, né rispetto; né timor di Dio. Non c’è alcunché di santo, di giusto, di onesto, in breve di umano”.

In questo ambiente, Roberto di Ginevra, il futuro “boia di Cesena”, scalò in fretta molte posizioni. Più che alla fede era appassionato al gioco diplomatico, al potere e al mestiere delle armi. Nessuno quindi si stupì quando Gregorio XI, che aveva annunciato a più riprese di voler lasciare Avignone per tornare a Roma, lo nominò legato pontificio per la Romagna e la Marca.
Un incarico importantissimo. Il cardinale doveva preparare il terreno al ritorno in Italia del papa, caldeggiato dalle appassionate e continue sollecitazioni di Caterina da Siena ma anche da pressanti considerazioni politiche.

Il viaggio fu annunciato e rimandato più volte. I ritardi, giustificati dalla guerra tra Francia e Inghilterra, appesa a una fragile tregua, erano in realtà dovuti a ragioni economiche. La corte papale era a secco di denaro. Così, Gregorio XI si fece prestare trentamila fiorini d’oro dal re di Navarra e ben sessantamila dal duca di Angiò, che però volle cautelarsi chiedendo in garanzia i gioielli di proprietà del pontefice.

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Gregorio XI, l’ultimo papa di Avignone

Gregorio, a differenza degli altri papi di Avignone, amava l’Italia. Per tre anni, al seguito di Urbano V, aveva vissuto a Roma come cardinale. E in gioventù aveva frequentato a lungo l’università di Perugia dove aveva imparato l’italiano. Nello Studium della Vetusta nacque la sua esibita passione per la letteratura greca e per quella latina che in seguito gli procurò l’appellativo di “primo papa umanista”.

Ma nella penisola la situazione politica era ormai precipitata. I pontefici mancavano da Roma da settanta anni. E la Chiesa avignonese, di fatto, era percepita come una potenza straniera. I territori soggetti all’autorità papale aspiravano all’autonomia e sopportavano a fatica il malgoverno dei legati, tutti di origine francese.
La crisi economica faceva il resto. Mancava la manodopera e imperversavano le carestie. Le popolazioni erano ancora stremate dalle terribili conseguenze della peste nera del 1348 che aveva falcidiato quasi la metà degli abitanti della penisola italiana. I focolai delle epidemie si riaccendevano, in modo ciclico, ad ogni decennio.

In questo clima, tra il 1375 e il 1378, Firenze, fino ad allora la più guelfa delle città italiane, si fece capofila di una rivolta secessionista che assunse quasi i contorni di una sollevazione nazionale.
Il ritorno del papa spaventava i maggiorenti della città gigliata che voleva estendere i suoi domini sulle vicine e fertili terre dell’Umbria governata dai legati pontifici. Firenze si sentiva accerchiata. In città, anche i cosiddetti “fraticelli”, quei “frati di povera vita” che fustigavano l’opulenza esibita dalla corte papale, spingevano per una soluzione di forza. L’occasione della guerra però nacque da un rifiuto. Quello di Guglielmo di Noellet, cardinale legato prima a Bologna e poi a Perugia che nel 1374, vietò di vendere il grano ai fiorentini.
La decisione fu letta come una astuzia per indebolire Firenze, stremata dalla carestia e dalle conseguenze della peste che nel giro di soli otto mesi in riva all’Arno aveva fatto ben settemila vittime. In città mancava il pane e l’inverno era alle porte.

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John Hawkwood, chiamato dagli italiani Giovanni Acuto, raffigurato da Paolo Uccello in un affresco del Duomo di Firenze

IL SIGNORE DELLE ARMI L’allarme aumentò, qualche mese dopo, quando i mercenari di Giovanni Acuto, al termine di una condotta stipulata con il papa per la guerra contro i Visconti sconfinarono in Toscana in cerca di razzie.

Solo il nome di John Hackwood faceva paura: il mercenario inglese, all’epoca era il più famoso dei condottieri di ventura. E anche il più pagato. Con molte buone ragioni: aveva combattuto i francesi a Crécy e a Poiters e aveva insegnato ai suoi uomini come usare con efficacia l’arco lungo inglese. Spostava le sue truppe, vestite con armature leggere, a grande velocità, per poi piombare come un falco sui nemici. Un vero signore della guerra, che da tempo, Roberto di Ginevra aveva ammansito con grandi somme di denaro.
Anni dopo anche i fiorentini si servirono di lui a caro prezzo, fino a nominarlo cittadino onorario. Mezzo secolo dopo la sua morte (1394) ne onorarono la memoria con il grande affresco di Paolo Uccello che ancora oggi campeggia nella navata sinistra del Duomo di Firenze. Ma allora, nell’anno 1375, John Hackwood detto l’Acuto ancora parteggiava per il papa. E per calmarlo ci vollero ben centotrentamila fiorini.

LA GUERRA DEGLI OTTO SANTI La guerra contro il pontefice esplose con virulenza. L’incendio della ribellione divampò in fretta, anche grazie all’aiuto determinante di Barnabò Visconti, signore di Milano.

La prima città a ribellarsi fu Città di Castello, il 3 dicembre 1375.
In poco più di tre mesi, fino alla sollevazione di Bologna del 20 marzo 1376, i Comuni della Toscana e quasi tutte le città del centro Italia soggette all’autorità papale, cacciarono le guarnigioni pontificie e aderirono alla lega capeggiata da Firenze.
La bandiera della rivolta, un vessillo rosso con la scritta Libertas, iniziò a campeggiare sulle torri delle città ribelli. Un lungo elenco: Milano, Lucca, Siena, Pisa, Arezzo, Viterbo, Perugia, Città di Castello, Montefiascone, Foligno, Spoleto, Gubbio, Terni, Narni, Todi, Assisi, Chiusi, Orvieto, Orte, Toscanella, Radicofani, Sarteano, Camerino, Fermo e Ascoli.

La reazione di Gregorio XI fu immediata. Intimò ai fiorentini di raggiungerlo ad Avignone per chiedere perdono. Di fronte al loro rifiuto, lanciò un “interdetto”: la città gigliata venne scomunicata, punita con la mancata concessione dei sacramenti, ad eccezione del battesimo e dell’eucarestia.
I crediti che la città vantava sul papa vennero dichiarati decaduti. E a ben seicento fiorentini, scacciati da Avignone, furono confiscati tutti i beni.

In riva all’Arno, dopo la scomunica, i magistrati che guidavano la città, gli “Otto della Guerra”, vennero battezzati, in modo ironico, gli “Otto santi”. Fra di loro c’erano i rappresentanti di alcune delle più importanti famiglie della città: Alessandro Bardi, Guccio Gucci, Giovanni Dini, Giovanni Magalotti, Andrea Salviati, Matteo Soldi, Giovanni Moni e Tommaso Strozzi.

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Coluccio Salutati, cancelliere di Firenze. L’immagine proviene da un codice della Biblioteca Laurenziana

Intanto Coluccio Salutati, cancelliere della Repubblica fiorentina, inviava infuocate lettere ai romani. Li invitava a ribellarsi al papa. Difendeva la legittimità morale delle città ribelli, vessate dalle tasse papaline. Scriveva dell’Italia, “inondata” dai Francesi, che “divorano, in suo nome, i suoi beni e succhiano il suo sangue”.
Roberto di Ginevra nel maggio del 1376 era già al lavoro per combattere le città ribelli. Arruolò al servizio della Chiesa le bande dei mercenari bretoni di Jean de Malestroit e di Silvestro Budes, famose per la loro ferocia.
I soldati, rimasti senza ingaggi per la pausa del conflitto che opponeva la Francia all’Inghilterra, minacciavano di devastare la valle del Rodano e la stessa Avignone.
Ma adesso c’era una nuova guerra da combattere. I mercenari attraversarono il Delfinato e la Savoia. La campagna d’Italia iniziò con il saccheggio di Cuneo, abbandonata dal Conte Verde Amedeo d’Aosta. L’obiettivo della lunga marcia era arrivare a Bologna per unirsi alle armate di Giovanni Acuto e riconquistare la città, difesa da Roberto da Camerino, comandante generale della lega antipontificia.

IL SACCO DI FAENZA Nello stesso mese di maggio, John Hackwood occupò di notte Faenza per prevenire una possibile sollevazione. Più di trecento persone vennero uccise a scopo preventivo. Migliaia di faentini furono espulsi dalla loro città. I maggiorenti finirono in catene. Le case e le chiese vennero saccheggiate per tutto il giorno.

Un racconto leggendario parla di una monaca contesa a forza da due luogotenenti dell’Acuto. Hackwood risolse la questione urlando: “Metà per uno!”. E tagliò in due parti la poveretta con la sua spada. Le cronache dell’epoca riportano anche la notizia di una violentissima rissa tra i mercenari inglesi che si accapigliavano per la spartizione del bottino: Belmont e Giovanni Brecci, luogotenenti di Giovanni Acuto rimasero feriti in modo grave.

Roberto di Ginevra entrò a Modena il 3 luglio e il giorno dopo invase anche il territorio bolognese. Le devastazione e i saccheggi verso i civili iniziarono ancor prima dell’assedio della città. Bologna resisteva, protetta dalle sue mura: non servì nemmeno una congiura ordita dal cardinale insieme al Marchese d’Este e alla fazione cittadina dei Maltraversi.

Roberto da Ginevra alternava la diplomazia alla strategia del terrore: negoziò il disimpegno di Milano e Napoli ma volle far capire alle città ribelli che era pronto a tutto, facendo spesso passare a fil di spada anche chi si arrendeva.

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Gregorio XI in una incisione ottocentesca

IL RITORNO A ROMA Un fatto nuovo cambiò, in parte, le sorti del conflitto: il papa stava tornando in Italia. L’avventuroso viaggio, tra mille imprevisti, durò ben 17 settimane. A Genova il papa incontrò ancora Caterina da Siena. Il 6 dicembre sbarcò a Pisa. E il 5 dicembre arrivò a Corneto, il porto dell’alto Lazio nei pressi dell’attuale Tarquinia. Lì Gregorio XI rimase più di un mese per patteggiare con i romani il suo rientro nella Città Eterna. Fece il suo ingresso a Roma solo il 7 gennaio 1377 tra tiepide feste popolari. Come residenza non scelse l’antico palazzo del Laterano, per più di mille anni sede dei pontefici, ma volle stabilirsi in Vaticano. In ogni caso, la sua sola presenza, bastò a indebolire la posizione di Firenze agli occhi delle città alleate.
Gregorio, nei mesi precedenti, aveva già chiesto al suo cardinal legato di allentare l’assedio di Bologna e di ritirarsi nella Marca e in Romagna per far svernare i 4000 cavalieri e i 6000 fanti dell’esercito di mercenari tra le città di Faenza, Forlì, Cesena e Rimini. I soldati trovarono ricovero nelle vaste campagne intorno ai centri abitati.

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Ritratto di Roberto di Ginevra nel Palazzo dei papi, ad Avignone

UN BAGNO DI SANGUE A Cesena arrivarono solo i bretoni, comandati dal capitano di ventura Jean de Malestroit. Roberto di Ginevra scelse come sua residenza la Murata, il munitissimo sistema difensivo, costruito venti anni prima dal cardinale Egidio Albornoz, che faceva capo alle due rocche poste in cima al colle Garampo.

La situazione degenerò in breve tempo. Il cibo scarseggiava. E i mercenari trattavano i civili come dei nemici. Settimana dopo settimana, le provocazioni, i soprusi e le angherie dei militari si moltiplicarono. Quando un gruppo di soldati sequestrò ad alcuni macellai dei pezzi di carne, la popolazione si ribellò. I cesenati uccisero più di 400 bretoni. Decine di altri mercenari si rifugiarono nella Murata dove era riparato anche Roberto di Ginevra.

Il cardinale attraverso Galeotto Malatesta, che ufficialmente era ancora il signore della città, fece sapere di condannare il comportamento dei suoi soldati e convinse i cesenati a deporre le armi per una riconciliazione generale. Ma aveva già mandato a chiamare John Hackwood che era di stanza nella vicina Faenza.

Secondo molti racconti Giovanni Acuto, memore della precedente strage di Faenza, propose al cardinale legato di assicurare alla giustizia del papa soltanto i responsabili della rivolta. Ma Roberto di Ginevra gli urlò in faccia tutta la sua rabbia: “Voglio sangue! Sangue e giustizia”. Così le truppe inglesi entrarono dalla porta del Soccorso e insieme ai bretoni di Jean de Malestroit si scagliarono contro la folla ormai disarmata. Il bagno di sangue durò tre giorni e non risparmiò né le donne, né i vecchi e nemmeno i bambini. Le violenze si protrassero per settimane. L’eccidio cambiò per sempre il volto della città. Agli oltre cinquemila morti si aggiunsero centinaia di deportati.

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La Rocca Malatestiana di Cesena

“N’EMPIRO UN POZZO CUPISSIMO” Nerio di Donato Acciajuoli, nella sua “Cronaca Senese” raccontò anche quello che avvenne dopo la strage, quando i superstiti fuggiti verso Cervia tornarono in cerca di vendetta nelle campagne intorno alla città: “Sappiate poi, che quelli, che scamparo di Cesena, si riducevano alla Città di Cervia, che è presso a Cesena a dieci miglia, e spesso si raunavano e andavano nel contado di Cesena, e assalivano e’ saccomanni de’ Brettoni, e di quelli di Messer Johanni Augud, e assai n’ammazzoro in più volte in poco tempo, in modo che non v’era strada, che assai v’erano sotterrati a 25 e a 50 con gran vendetta, e massime n’empiro uno pozzo cupissimo, el qual pozzo è in luogo Gattolino presso a Cesena a 6 miglia, che in più volte l’empiro de’ morti de’ Brettoni. E cosi fero alquanto vendetta quelli di Cesena, che fuggiro; e anco empiro uno altro pozzo in luogo chiamato Belpavone, che è presso a Cesena a 9 miglia. Siché in poco tempo quelli di Cesena, che scamparo, fero gran vendetta de’ Brettoni, e delle genti di Misser Johanni Augud”.

Sette secoli dopo, il ricordo di quei tragici giorni sopravvive nella piccola piazza che ospita gli uffici dell’Anagrafe. È intitolata ai “Cesenati del 1377”.

Firenze inviò alle città alleate di Perugia, Arezzo, Fermo, Ascoli e Siena una drammatica lettera nella quale gli autori dell’eccidio erano definiti “non homines, sed monstra teterrima”. Terribili mostri.
Sorbelli nella “Cronaca di Bologna” scrisse: “Quasi la gente non volea più credere né in papa né in cardinali: perché queste erano cosa da uscire di fede”.
L’eco della strage giunse in fretta anche a Roma. Il papa, a titolo precauzionale, riparò ad Anagni e tornò a Roma solo a novembre inoltrato.

Ma l’eccidio di Cesena, con tutto il suo carico di insensata ferocia, in realtà, servì come monito. E stroncò le velleità di guerra delle signorie italiane contro il papato. Già un mese dopo, nel marzo del 1377, Bologna concluse una tregua di due mesi con Roberto di Ginevra. E a giugno firmò la pace con Gregorio XI. Gli altri Comuni delle Marche e della Romagna si accodarono in fretta.
Il cardinal legato, che conosceva bene la ferocia dei suoi mercenari, per impedire nuovi saccheggi decise di vendere la sua argenteria e alcuni dei suoi tanti gioielli servirono a pagare le milizie.
Rodolfo da Varano, capitano generale dei fiorentini, cambiò casacca e passò al soldo del papato. Anche John Hackwood, detto l’Acuto scelse un nuovo padrone e si accasò a Firenze, dove trovò, oltre a nuovi grandi commesse, anche una gloria imperitura.

Cesena, rasa al suolo dai bretoni, fu ricostruita da Galeotto Malatesta.

La Guerra degli Otto Santi finì invece appena un anno dopo. La pace fu firmata dal nuovo papa, Urbano VI il successore di Gregorio XI. I fiorentini, per cancellare la scomunica furono costretti a pagare, anche se solo in parte, l’astronomica cifra di 350.000 fiorini.

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L’Europa al tempo del Grande Scisma

“PRO REMEDIO ANIMAE” Il cardinale legato Roberto di Ginevra continuò la sua scalata al potere. Dopo la morte di Gregorio XI, favorì l’elezione di Bartolomeo Prignano che diventò papa con il nome di Urbano VI. Fu lui stesso a darne l’annuncio alla folla. Ma appena quattro mesi dopo, di fronte alle prime decisioni del nuovo pontefice, ne chiese la deposizione.

Il “boia di Cesena” con l’appoggio di suo cugino, il re di Francia Carlo V e di 13 cardinali ribelli fu eletto papa in un altro conclave convocato appositamente a Fondi. Assunse il nome di Clemente VII e riportò di nuovo il papato ad Avignone.

Con lui ebbe inizio il Grande Scisma, la più grande divisione nella storia della Chiesa cattolica prima della Riforma. Un papa e un antipapa. Con due pontefici in carica, per quaranta anni la comunità dei fedeli fu divisa fra “obbedienza romana” e “obbedienza avignonese”.

Durante il suo pontificato venne anche chiamato a decidere dell’autenticità della Sindone di Torino, esposta per la prima volta a Lirey nel 1350. In una apposita bolla del 6 gennaio 1390 ordinò di “dire ad alta e chiara voce, al fine di far cessare ogni frode, che la Sindone non era il vero sudario di Gesù Cristo ma una figura o una sua rappresentazione”.

Sui due papi si divisero anche gli ordini religiosi.
Clemente VII fu appoggiato dai francescani, dai certosini e da buona parte dei domenicani.

Roberto di Ginevra morì ad Avignone il 16 settembre 1394. E proprio negli ultimi anni della sua vita, si occupò con il solito zelo degli ordini religiosi, attraverso numerose donazioni pro remedio animae. Chissà se ebbe il tempo di pensare veramente anche alla sua, insanguinata per sempre dall’eccidio di Cesena.

Federico Fioravanti

DA LEGGERE:
Edwin Mullins I papi di Avignone. Un secolo in esilio – Odoya 2015
Eamon Duffy La grande storia dei papi – Mondadori 2000
Duccio Balestracci Le armi, i cavalli, l’oro. Giovanni Acuto e i condottieri nell’Italia del Trecento – Laterza 2009
Elena Percivaldi Gli antipapi. Storia e segreti – Newton Compton 2014
Claudio Rendina I papi. Storia e segreti – Newton Compton 2007
Robert Davidshon Storia di Firenze – Sansoni 1978
Franco Cardini Breve storia di Firenze – Piccola biblioteca Pacini 2007
Andrea Sirotti Gaudenzi L’eccidio di Cesena. La più grande strage del Medio Evo – Invictus 2014

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