Le origini dell’Irlanda

L’Irlanda ha sempre rappresentato nelle fonti classiche una terra immaginaria e semileggendaria, sulla scia di quanto accaduto alla prospiciente Britannia.

La mappa dell’Ibernia di Claudio Tolomeo (100-175 ca.)

Come sempre accade per ciò che concerne il mondo antico, è difficile ricostruire dalle fonti un quadro definito e incontrovertibile. Un profilo storico delle vicende legate all’Irlanda deve nascere, per forza di cose, dalle evidenze documentali e archeologiche giunte fino ai nostri giorni.

Per prima cosa, dobbiamo esaminare l’origine del suo toponimo latino Hibernia, attraverso cui è possibile proporre tesi legate ad interpretazioni etimologiche e linguistiche. In prima battuta, rimanendo nella semantica afferente alla lingua latina, il termine Hibernia potrebbe derivare da -hiems (inverno) indicando di conseguenza la natura invernale e fredda dell’isola.

Nelle fonti greche invece, l’isola era conosciuta già in epoca più antica col nome di Iérnē, riscontrabile nell’opera di Pitea di Massalia di cui ci è stato tramandato il resoconto del suo tentativo di effettuare un periplo del mondo conosciuto. Il nome greco rimbalzò successivamente in Tolomeo (Ἰουερνία) e Strabone (Iérne) e, analizzandolo, è possibile supporre che il termine possegga radici linguistiche celtiche. Infatti, com’è ben noto presso i linguisti, il dialetto celtico insulare irlandese conserva una traccia di questo nome nel termine *Iveriu (proveniente dal celtico pi-wer- = fertile) e testimonierebbe come l’Ibernia fosse in origine una terra indicata per la coltivazione.

Conferma di tale notizia è riscontrabile anche in Pomponio Mela, che riporta come l’isola fosse molto feconda e adatta al pascolo di armenti. Il Libro delle Invasioni, una cronaca irlandese redatta attorno al XI secolo, riportò invece la tradizione secondo cui il nome Hibernia fosse una locuzione geografica e che si intendesse mettere in evidenza la sua posizione occidentale rispetto alla concezione terrestre della società greco romana.

La diffusione dei Celti in Europa all’epoca dell’apogeo della loro civiltà (III secolo a.C.)

Gaeli e Galli Considerando poi il punto di vista etnico, numerosi studi moderni hanno confermato come l’Irlanda subì un’invasione dal continente attorno al V/VI secolo a.C. e che i suoi abitanti parlassero un dialetto di celtico insulare detto goidelico/gaelico. Queste genti, secondo le attestazioni documentarie, erano chiamate appunto Gaeli (da cui derivò anche l’etnonimo Galli) poiché provenivano dalla Gallia e dal Nord dell’Iberia e si diffusero in tutto l’arcipelago britannico.

Questa κοινῇ celtica che si venne a creare nelle due isole è testimoniata anche da Tacito, il quale riportava ancora nel I secolo come i Britanni e i Celti d’Irlanda avessero essenzialmente gli stessi costumi.
In accordo con lo storico romano troviamo anche Claudio Tolomeo, autore della famosa Geographia, il quale stilando la lista degli etnonimi tra Ibernia e Britannia indicò come i Brigantes fossero attestati in entrambe le isole e anche i Manapi, indicati come tribù ibernica nell’opera, presentano un’assonanza con il nome dei Menapi stanziati nella Gallia Belgica.

Insomma, analizzando le fonti sembra che i Romani ritenessero gli antichi irlandesi come un ramo della grande moltitudine delle popolazioni celtiche che si erano diffuse in Europa dall’Età del Bronzo. A partire infatti dalle civiltà celtiche convenzionalmente definite come La Tene e Halstatt, gli archeologi sono complessivamente d’accordo nel ritenere che, a partire dal V secolo a.C., l’Europa continentale fosse un’area a prevalenza celtica. Dal punto di vista etnico, se si eccettua il periodo della romanizzazione, qualcosa cambiò soltanto nel V-VI secolo d.C. durante il periodo delle invasioni barbariche.

La migrazione degli Scoti In particolare, oltre alle migrazioni germaniche, nelle isole britanniche si rilevò in quel periodo un movimento “interno” di genti celtiche in particolare quando migrarono nella Britannia settentrionale popolazioni dall’Irlanda chiamati Scoti.
Per questo motivo, l’Irlanda iniziò, a cavallo tra tarda antichità e Medioevo, ad essere chiamata con il nome di Scotia Maior mentre gli ex territori della Caledonia, com’era chiamata dai Romani e dove si stanziarono gli Scoti, vennero denominate Scotia Minor.

Questi popoli, delle cui aggressività scrisse Ammiano Marcellino, erano già attestati come popolo barbaro stanziato all’interno dei confini dell’impero romano nel 297 come confermava l’opera conosciuta come Laterculo Veronese o Nomina Provinciarum Omnium.
In tal senso anche Nennio, monaco anglosassone del secolo X, nella sua Historia Brittonum ipotizzò per gli Scoti una provenienza dalla penisola iberica come raccolto dallo stesso storico da fonti autorevoli presso quel popolo.
Questa notizia trovò conferma anche in Beda il Venerabile che, con la sua Historia Ecclesiastica gentis Anglorum, confermò come gli Scoti fossero originari dell’Irlanda.

Prima di procedere nel corso dei secoli della storia d’Irlanda, è utile soffermarsi ancora sulla fase antica e in particolare su un dibattito ancora in corso sui rapporti tra Romani e Hibernia. Il centro della questione verte sulla interpretazione dei passi dell’Agricola in cui Tacito affermava come l’isola fosse facilmente conquistabile dal suocero Agricola in rapporto al fatto che i Romani non riuscirono mai a porla effettivamente sotto il loro controllo.

I popoli dell’Irlanda antica

Il racconto di Strabone Le ragioni per cui il generale romano non conquistò effettivamente l’Ibernia non sono note, tuttavia è possibile supporre che logisticamente soggiogare l’isola non valesse la pena in termini economici, oppure che fosse considerata una questione subalterna rispetto al controllo delle zone settentrionali della Britannia.

Quello che tuttavia emerge dalle fonti è che i Romani conoscessero l’isola e i suoi abitanti, che certamente intrattenevano anche rapporti commerciali con le tribù britanne; ad esempio, nell’odierno Galles, sono state ritrovate iscrizioni ascrivibili proprio ai Celti d’Irlanda.

Che cosa sappiamo, più approfonditamente, riguardo questi popoli?
Come abbiamo avuto modo di vedere nella prima parte, gli studiosi sono concordi nel ritenere Britanni e Irlandesi giunsero nell’arcipelago britannico in seguito alla migrazione dei Celti continentali che si intensificò specialmente tra V e VI secolo a.C .

Tuttavia, mentre i Britanni in seguito ad i contatti con la Gallia mutarono lingua e abitudini, tanto che lo stesso Cesare ravvisò la vicinanza tra lo stile di vita degli abitanti del Kent e quello gallico, gli Irlandesi preservarono le loro peculiarità originarie. Anche nelle fonti classiche si può trovare un riflesso di questa originaria unità in quanto nei frammenti di Pitea del III secolo a.C. chiamava Pretani entrambe le popolazioni senza distinzione alcuna. E Avieno nel suo Ora Maritima distingueva tra gli abitanti di Albione e la gens Hiernorum dell’Irlanda.

I regni e le principali città d’Irlanda nel 900 ca.

Nel 1946 lo storico irlandese O’Rahilly codificò un modello storico che divideva in quattro ondate le invasioni celtiche provenienti dal continente; la prima, quella più antica era quella dei Priteni/ Pretani, quelli che poi i Romani latinizzarono in Pitti, probabilmente per la loro abitudine a dipingersi il corpo in battaglia.
La seconda ondata è quella degli Eraìnn (V secolo), provenienti dalla Belgica, popolo di cui parla anche Cesare. Due secoli dopo, dall’Armorica, giunse l’ondata detta Laginiana composta da Laigin, Domnainn e Gálioin. Attorno al 100 a.C. infine giunse infine dall’Aquitania l’ultima ondata di Galli definita goidelica.

Ben poco però è possibile ricavare riguardo agli usi e ai costumi di questi popoli, in quanto le più antiche iscrizioni irlandesi sono databili dopo il 300 d.C. e sono composte da iscrizioni in gaelico con lettere latine.
Anche scorrendo un’opera successiva come il Libro delle Invasioni, non si trovano tracce concrete in quanto la narrazione sulle origini degli Irlandesi si confonde con vicende bibliche, facendoli discendere direttamente da Albanus, figlio di Iafeth. Qualche altro dato controverso lo troviamo in Strabone, che descrive così gli abitanti dell’Irlanda:

Intorno alla Britannia vi sono alcune altre isolette. Ve n’ha inoltre una grande, l’Ierna, che si stende al settentrione della Britannia, la quale è maggiore in larghezza che in lunghezza. Di quest’isola non abbiamo cosa alcuna da poter dire con sicurezza, se non che i suoi abitanti sono più incolti dei Britanni, siccome quelli che nutronsi di carni umane e sono voraci; mangiano i loro padri quando son morti, stimando così di dar loro onorevole sepoltura; e si mischiano palesemente non solo colle altre donne, ma ben anche colle madri e colle sorelle. [Strab. IV, 5]

A prescindere da alcuni aspetti folcloristici, quello che sappiamo per certo è che il nucleo centrale della società era rappresentato dalla Tuath (tribù) a cui c’era a capo un re (rì Tuaithe) che nelle fonti romane diventa regulus, alla stregua di quanto già riscontrato presso i Galli da Cesare.
Un gradino più in basso nella gerarchia c’erano i nobili (flaithi), che rappresentavano una sorta di aristocrazia guerriera a cui veniva richiesto il contributo maggiore per la difesa della tribù.
Al di sotto troviamo la classe media (Oes Dana) tra cui troviamo i mestieranti e i sacerdoti druidici (drì). Quest’ultimi, alla stregua della descrizione fornitaci da Cesare, rappresentavano una casta molto considerata anche presso Britanni e Galli: detenevano il monopolio della trasmissione orale e venivano spesso chiamati in causa per dirimere le controversie giuridiche tra le tribù. Muovendoci poi verso il fondo della piramide sociale, troviamo contadini e possessori di buoi (bòaire e aithech) e infine, coloro che non possedevano alcun diritto civile, gli schiavi (mug).

Itinerari ipotetici della spedizione di Agricola in Ibernia

Le genti ignote Tornando alla natura dei rapporti tra Romani e Ibernici, sebbene la storiografia ufficiale ancora oggi dichiari che nessun piede romano calpestò mai il suolo irlandese, alcuni studiosi hanno proposto delle ipotesi alternative in tal senso. Oltre al già citato Tacito, uno spunto in tal senso fu fornito da Giovenale il quale, in una sua satira, dichiarava che le legioni romane si erano spinte oltre le coste irlandesi.
Affermare con certezza se questa frase fosse un’iperbole o dato storico, è difficile da dirsi. Quello che è certo è che Agricola aveva studiato l’isola e che pensò certamente ad espandere il dominio Romano sull’Ibernia, tanto che Tacito affermò che avrebbe potuto essere conquistata in pochi giorni e con una sola legione.

Tralasciando questa particolare riflessione (che potremmo collocare all’interno dell’usuale punto di vista romanocentrico poco imparziale), è importante analizzare come nel capitolo XXIV dell’Agricola, poco prima di trattare dell’Irlanda, lo storico romano affermò come il generale, nel quinto anno del suo comando in Britannia, mosse per primo alla scoperta di genti ignote ai Romani.
L’interpretazione di alcuni studiosi dunque fu quella di ritenere che le navi di Agricola mossero verso l’Ibernia e approdarono nell’attuale zona di Dublino, dove si concentra la maggior parte dei ritrovamenti romani nell’isola. Ancora Tacito riportava come, nel 82 d.C. Agricola accolse un principe irlandese esule in Britannia per poi aiutarlo successivamente nella riconquista del suo titolo.

La leggenda di Tuathal Techtmar Alcuni studi, in particolare quello di R. Warner, hanno voluto vedere in questo principe la conferma di una figura leggendaria come quella di Tuathal Techtmar, principe irlandese che in diverse cronache medievali viene dipinto come il primo che unificò l’Irlanda sotto un unico dominio e il primo della tribù dei Goideli.

Egli, in tenera età, sarebbe stato scacciato in Britannia, nella terra natia della madre Eithne e successivamente sarebbe rientrato e avrebbe riconquistato il trono in seguito a diverse battaglie.
Sebbene il suo esilio britannico sia datato alla prima parte del II secolo, alcuni studiosi hanno ipotizzato che la sua vittoria fu talmente repentina da supporre che fu aiutato da truppe romane. Il dibattito su tale affermazione è tutt’oggi aperto e solo un approfondimento delle indagini archeologiche nell’area di Drumaragh, dove sono state trovate tracce di un forte simile a quelli romani in Britannia, potrà dirimere la questione.

Oltre all’assonanza del toponimo con la parola “Roma”, l’area presenta numerosi reperti di matrice romano-britannica, anche di epoche relative al tardo impero, inseriti all’interno di un perimetro fortificato molto simile ai castra eretti dai legionari.
Tuttavia, altre teorie hanno supposto che la presenza di oggetti di origine romana nell’area potrebbero derivare da spedizioni non “ufficiali” come quelle di Agricola, ma ricollocabili comunque a popoli sottoposti all’influenza di Roma. Molto probabilmente infatti, questi ritrovamenti sarebbero ascrivibili al passaggio in Irlanda di truppe ausiliarie romano britanne che, al seguito di Tuathal Techtmar, lo aiutarono nella riconquista dell’isola e vi si insediarono successivamente.

Anche Tolomeo che, come abbiamo visto nella sua Geografia, utilizzò per le tribù stanziate in Hibernia, proprio nella zona di Drumanagh, gli stessi etnonimi di popoli britanni come Menapi e Briganti, a testimonianza dell’esistenza di legami tra Britannia romana e Ibernia e di come fosse lecito supporre un passaggio di popoli da una all’altra isola, non necessariamente sotto l’egida romana.

Il promontorio di Drumanagh, a nord est di Dublino

I quattro regni Per avere notizie sullo status quo dell’Irlanda prescindendo dalle fonti latine, è necessario analizzare brevemente un’opera semileggendaria come “La Grande Razzia” (in gaelico Táin Bó Cúailnge) basata su racconti orali del IV secolo e trascritta a più riprese sino al secolo XI. Basata appunto sulla trasmissione orali dei bardi irlandesi ed intrisa pertanto di topoi letterari celtici, subì successivamente una rivisitazione ad opera dei monaci cristiani che ne curarono la messa per iscritto.
Un’opera poliedrica dunque, in grado di mostrare, al netto degli espedienti narrativi tipici di un testo epico, tutte le trasformazioni culturali avvenute in Irlanda dall’antichità al periodo medievale.

Dal testo si evince come gli Irlandesi (chiamati èrainn, da cui deriva il termine odierno di Eire) erano divisi anticamente in quattro regni chiamati Ulaid, Connachta, Laigin e Mumudei quali, ancora oggi, conservano la radice del nome rispettivamente con Ulster, Connacht, Leinster e Munster. La successiva aggiunta del suffisso – ster, con riferimento al possesso della terra, secondo alcuni studi, sarebbe il lascito linguistico lasciato in epoca medievale dal passaggio delle popolazioni scandinave che razziarono l’isola.

Prendendo sempre ovviamente con le pinze le suggestioni che la lettura di un libro come questo potrebbe implicare, è possibile ipotizzare come quest’opera celebrasse in qualche modo la superiorità degli antichi Erainn rispetto alla nuova dinastia goidelica degli O’Neill, giunta come detto nel V secolo a.C., che aveva il suo centro di potere nella città di Tara, mai menzionata nel Tain.

A Tara, secondo quanto attestato nella Cronaca d’Irlanda (una recente sistemazione degli annali irlandesi per gli eventi che vanno dal 432 al 911) veniva nominato con un rito pagano il re Supremo d’Irlanda, che governava su tutti i regni. Questi popoli, in concordanza con quanto affermato dalle fonti latine, presentavano diverse affinità con gli omologhi celtici, in particolare prevedevano la possibilità che una donna amministrasse un regno (in Ibernia, la regina Medb regnava sul Connacht, come Cartimandua e Budicca in Britannia). Una traccia ancora più antica collegherebbe poi il matrimonio rituale del re con la terra a scopo sacrale e per propiziare la fertilità (chiamato in gaelico Banais Rigi) con altre liturgie similari ancora in usi oggi in Africa Nera. Con l’erede dei Goideli, il re Louiguir/Loegario, avrà a che fare il famoso Patrizio, attualmente patrono d’Irlanda, durante la sua opera evangelizzatrice.

Unicum a livello europeo Prima di affrontare la questione patriciana, bisogna sottolineare come l’Irlanda rappresenti un unicum a livello europeo tale da non poter essere incasellata nelle convenzionali cesure storiche europee.

Il passaggio infatti tra Antichità e Medioevo, genericamente conosciuto come Tardo-antichità e che interessò tutto il continente europeo e ugualmente la Britannia, non toccò l’Irlanda.

Al riparo dalle invasioni e solo marginalmente influenzata dalla romanizzazione, la penisola ibernica non subì gli influssi barbarici e la lenta dipartita della romanità come il resto del mondo romano, ma al contrario subì proprio in questo periodo una latinizzazione dotta grazie all’opera dei missionari cristiani.

Detta in soldoni, il latino non venne introdotto attraverso la conquista dei romani prima e la contaminazione successiva delle lingue romano-barbariche, ma tramite lo studio della letteratura classica messo in atto nei monasteri irlandesi (altro tratto peculiare rispetto all’evangelizzazione) introdotti dal cristianesimo che ne conservarono e tramandarono i tratti più puri e eruditi. Il passaggio tra mondo antico e Medioevo in Irlanda non fu dunque caratterizzato da un periodo di passaggio ma avvenne repentinamente e quasi senza scossoni politici e sociali.

Ma quando arrivò il cristianesimo in Irlanda?
Le notizie sono scarne e frammentarie rispetto ad esempio alla Britannia, dove già sotto Diocleziano moriva come martire cristiano Albano (305) e, ancora prima (179) secondo Beda, Lucio re di Britannia inviava una missiva a papa Eleuterio durante l’impero di Marco Aurelio e del figlio Commodo al fine di ricevere il battesimo cristiano. Quest’ultima notizia, attestata anche da Goffredo di Monmouth, sarebbe da intendersi come infondata: già sotto Antonino Pio la Britannia era saldamente sotto il controllo romano ed era pertanto impossibile che esistesse una carica in opposizione al dominio di Roma. Se per la Britannia le fonti sono diverse, per l’Ibernia le attestazioni sono molto più tarde e si riferiscono al periodo immediatamente successivo al ritiro delle legioni romane dalla Britannia ordinato dall’imperatore Onorio (410).

Una vetrata nella cattedrale di Carlow (Irlanda) con l’immagine di San Patrizio

La missione di Patrizio La prima notizia presente nelle fonti è quella di Beda, che per l’anno 431 indicò come papa Celestino inviò il vescovo Palladio a predicare agli Scoti che credevano in Cristo. Sappiamo sempre da Beda che fuori dai confini della ormai ex Britannia romana si era concentrata la missione evangelizzatrice di diversi santi, in particolare si ricorda per i Pitti Niniano di Whithorn che, nel IV secolo, aveva introdotto quei popoli alla fede cattolica. Era pertanto possibile che nell’Irlanda fosse giunta in qualche modo l’influenza cristiana che, storicamente, avvenne ufficialmente tramite l’opera di Patrizio (389-461), figlio di Concessa e di Calpurnio, diacono e decurione nella Britannia nord occidentale.

Sebbene alcuni studiosi, in particolare T. O’Rahilly, ritengano che l’attuale biografia patriciana sia sovrapposta all’azione evangelizzatrice di Palladio, ci limitiamo a considerare i dati storici forniti dalle fonti.

Stando a ciò, Patrizio fu rapito da predoni irlandesi pagani all’età di sedici anni mentre soggiornava in Galles, successivamente si formò in Gallia, ordinato da Germano di Auxerre e nel 432 venne inviato in Irlanda, dove fondò diversi monasteri, per primo quello di Armagh.

Al contrario di quanto accadde nel resto d’Europa, dove la romanità lasciava via via spazio all’affermazione di nuovi regni, in Irlanda avanzava parallelamente al cristianesimo attraverso l’opera del britanno Patrizio. Esaminando il suo apostolato, è possibile delineare diverse peculiarità rispetto agli omologhi europei, in particolare il fatto che non dovette affrontare il martirio per riuscire nella sua opera di conversione e, in secondo luogo, in quanto fondò il suo successo sulla sintesi che produsse con il mondo celtico-pagano.

Il trifoglio per spiegare la Trinità Al monaco britanno sono attribuiti diversi miracoli, in particolare quello di aver liberato l’isola dai serpenti, che sono così ritratti nelle icone raffiguranti il santo; il trifoglio, che è diventato un simbolo dell’Irlanda e di Patrizio stesso, venne poi usato dal monaco per spiegare ai pagani il funzionamento del concetto di trinità, altrimenti difficilmente assimilabile dai nativi.

Un’icona di San Patrizio con il trifoglio

Patrizio poi, per la sua familiarità con quel mondo pagano, venne descritto quasi come un druido, in competizione con gli altri maghi del paese per dimostrare la superiorità del Dio cristiano su quelli autoctoni.
In tal senso è emblematico ciò che avvenne a Tara di fronte al re irlandese, quando Patrizio, accendendo un fuoco dove non era permesso dai culti druidici, affrontò i maghi del re sconfiggendoli e convertendo lo stesso re al cristianesimo. In seguito all’azione patriciana, il cristianesimo irlandese iniziò a svilupparsi attorno alle singole abbazie con i monaci che si prodigavano per raggiungere e convertire ampi strati della popolazione che, al netto della tradizione agiografica, dovette essere certamene più graduale.

Il cristianesimo si impose via via nei secoli successivi, generando a sua volta un importante esponente missionario, cioè il famoso Colombano (540-615) la cui missione toccò l’Europa continentale e anche il nord dell’Italia, in cui è tutt’oggi venerato in decine di città.

Paolo Pietro Giannetti

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