Le misure del Medioevo

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Lastra di paragone tra misure utilizzate nella città di Senigallia

Non c’è niente di più difficile che prendere le misure al Medioevo. Anzi qualcosa c’è: prendere le misure del Medioevo. Quanto misura il Medioevo? E soprattutto, come?
Se gli storici non sono riusciti a stabilire in modo unanime la lunghezza dell’età di mezzo (c’è chi lo fa arrivare al 1453 e chi al 1492) riuscire a misurare con esattezza qualcosa, all’epoca, era quasi impossibile.

Insomma, inutile cercare di prendere misure drastiche: le misure medievali sono sempre elastiche, e cambiano praticamente in ogni paese, in ogni città, a volte addirittura in ogni villaggio.

Il metro e il sistema metrico-decimale sono ancora lontani: saranno introdotti con la Rivoluzione Francese nel 1791, diventeranno una convenzione internazionale nel 1875, troveranno la loro lunghezza definitiva nel 1983 e ancora oggi sono utilizzati solo da 88 stati sovrani su 196: gli Stati Uniti, per dire, seguono tuttora il vecchio sistema mentre il Regno Unito ha adottato il nuovo nel 1965.

Di fatto per tutto il corso del Medioevo misure di capacità, peso, lunghezza e valuta cambiano ad ogni cinta muraria, e per capirci qualcosa bisogna ogni volta sottoporsi a complesse operazioni di conversione. Per fare qualche esempio: 100 lire sottili di Venezia ne valgono 96 a Genova, un marco d’argento veneziano fa 9 once e 3 denari di Genova; 100 lire grosse di Venezia fanno 147 lire, un’oncia e 20 carati e un quarto di Genova. E ancora: 100 canne di Genova a Venezia corrispondono a 35 braccia, una lira d’argento veneziana a Pisa fa 13 once.

Certo, va detto anche che, così come avviene con la misura del tempo, il problema non si pone nemmeno per l’uomo medio, che passa tutta la vita all’interno del suo villaggio, mentre per gli addetti ai lavori è parte del proprio mestiere.

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I mercanti del Medioevo avevano a che fare con un intricato e mutevole complesso di misurazioni

D’altra parte anche all’interno dello stesso contesto le cose si misurano in modo diverso: la botte è un’unità di misura che cambia a seconda che sia “rasa” o “colma”, ma anche il contenuto fa la differenza: il moggio di avena contiene 240 staia, ossia 2601 litri, ma se è di frumento sono 144, ossia 1561. Il moggio di vino “su feccia” è ben diverso da quello senza deposito: e un moggio di vino vale appena un decimo del moggio di avena, mentre la Gia greca corrisponde a 1.638 metri e la Gia agraria equivale 4,75 ettari.

E dire che i romani, già in età repubblicana, erano riusciti a imporre al mondo una misurazione più o meno unanime, basata su caratteri antropometrici: il piede (29,6 centimetri), le dita (1,85), i pollici (2,467) e il palmo (7,4).
Cinque piedi romani formavano il passo, equivalente a 1,48 metri; dieci piedi costituivano la pertica che equivaleva a 2,96 metri.

Gli stessi nomi continuano ad essere usati nell’Inghilterra medievale, con misure – però – diverse: gli inglesi hanno infatti un piede un po’ più grande, che misura 30,5 centimetri ed è diviso in 12 pollici formando un terzo di yard. Il piede medievale gallese – però – è formato da soli nove pollici inglesi. Il pollice, in origine pari alla larghezza di due pollici umani medi affiancati, equivale a 2,54 centimetri ma in Scozia è leggermente più largo; per tutto il Medioevo viene definito come la lunghezza complessiva di tre chicchi d’orzo di misura media accostati l’uno all’altro.

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Riproduzione di un cubito pieghevole in legno completo di astuccio

Il cubito, usato già dagli ebrei nell’Antico Testamento, in origine è la distanza dal gomito fino all’estremità del dito medio ed è generalmente ritenuto pari a diciotto pollici (45,72 centimetri) o a sei palmi o a due spanne. La spanna (che qualcuno chiama palmo) indica invece la distanza tra la punta del dito mignolo e quella del pollice della mano aperta ed è considerata equivalente a mezzo cubito.

Se la situazione in Gran Bretagna è complicata, in Francia lo è ancora di più: l’alto numero di ducati, contee, città e feudi porta a un proliferare di sistemi di misurazione, che variano anche a seconda che si riferiscano al commercio all’ingrosso o al dettaglio o a magazzini, porti, fonderie, miniere e officine, e differiscono anche tra terraferma e mare.
La più piccola delle unità di misura francesi è la linea (2,256 millimetri), costituita da dodici punti, che equivale a 1/12 di pollice e a 1/144 di piede.

Il piede standard di Parigi si chiama pied de roi, perché basato sulle misure fisiche dei sovrani, ed equivale a dodici pollici e 32,5 centimetri, mentre il passo – originariamente la distanza coperta da un soldato con un doppio passo di marcia – ha una particolare unità architettonica chiamata il pas commun, di due piedi e mezzo, con variazioni regionali che oscillano in misure più ampie, dai tre ai cinque piedi.

La pertica, usata prevalentemente nella Francia centrale, viene fissata sotto Carlo Magno a sei aunes o a ventiquattro piedi romani (7,12 metri) e rimane l’unità di misura nazionale fino alla fine del Medioevo. Il braccio è in origine pari alla lunghezza delle due braccia stese e misurate dall’estremità del dito medio; è in genere calcolato tra 1,624 a 1,960 metri e viene chiamato anche grand pas. La canna, anch’essa utilizzata nella Francia meridionale, ha tre misure locali che vengono però impiegate a livello nazionale: quella di Marsiglia (2 metri), quella di Montpellier (1,9 metri) e quella di Tolosa (1,7 metri).

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Il braccio fiorentino inciso in via de’ Cerchi, nel capoluogo toscano

Se in Francia e in Inghilterra a dettare le misure è il corpo del sovrano, in Italia qualcuno fa riferimento addirittura a quello di Cristo: ecco allora che il braccio torinese e quello fiorentino corrispondono a un terzo dell’impronta della Sacra Sindone.

L’Italia medievale, d’altra parte, dato l’accentuato frazionamento politico, ha più sistemi di misura di ogni altro paese in Europa, eccetto le regioni germaniche del Sacro romano impero. Una linea di demarcazione dei sistemi metrici – per quanto labile – si può tracciare tra nord e sud: il primo si estende dalla pianura Padana ai centri urbani della Toscana e all’Italia centrale, mentre il secondo comprende tutto il territorio dell’Italia meridionale e la Corsica, la Sardegna, la Sicilia e Malta. Qui si trovano sia unità di misura locali e utilizzate in insediamenti urbani e rurali, sia una certa quota di unità a diffusione regionale, ma anche un minor numero di misure interregionali.

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Nella città di Padova c’è ancora il “Canton dee busie”, “l’angolo delle bugie”, dove sulla parasta d’angolo del palazzo della Ragione sono scolpite e ben visibili le misure del luogo, tra cui staio, brazzo, coppo

L’oncia, diffusa in tutta Italia, è esempio di un’unità interregionale, con più piccoli calibri espressi in minuti, ottavi e punti; in termini metrici varia tra 1,86 e 5,85 centimetri, ed è equivalente a 1/12 di piede. Il palmo – anch’esso largamente usato come unità di misura interregionale – non ha sottomultipli prestabiliti, ma viene diviso in numeri diversi di once, parti, quarte, soldi; in ogni caso varia da 12,50 a 29,18 centimetri.

Il piede – di solito di dodici once – varia tra 22,3 e 64,9 centimetri, il braccio semplice (di comunissimo uso nell’Italia centrosettentrionale) ne fa da 52 a 69 mentre la canna, chiamata altrove pertica, è generalmente divisa in un numero differente di braccia, palmi, piedi od once e varia da quattro a dodici palmi; si usano inoltre il passo e la tesa piemontese, il passetto – un passo più piccolo – attestato nell’Italia settentrionale e centrale e in Sicilia, lo spazzo piemontese e ancora lo staiolo romano e il trabucco, in uso nell’Italia settentrionale e in Sardegna, generalmente pari a sei piedi, con numerosi sottomultipli e variazioni locali.

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Misure assisane scolpite in scaglia rossa

Quanto al Sacro Romano Impero, troviamo il pollice (zoll) che varia da 2,4 a 3 centimetri, il piede (fuss) da 25 a 36, l’auna da 57 a 82, la tesa (klafter) da 1,72 a 2,50 metri, la pertica da 2,86 a 4,67 metri. In Svizzera – un paese influenzato nei diversi momenti della sua evoluzione storica dagli impatti culturali, sociali, economici, militari e metrologici romani, germanici, italiani e francesi – variano l’auna, il braccio, la linea, la pertica, il piede, il pollice e la tesa seguendo sistemi metrologici simili a quelli in uso nei paesi confinanti. In altre aree dell’Europa occidentale e centrale ci sono naturalmente tante variazioni metrologiche quante suddivisioni politiche. Nei paesi germanici e slavi non occupati dalle truppe romane, poi, i sistemi di misurazione lineare autoctoni si evolvono in genere senza essere ostacolati da influssi esterni. Nella penisola iberica, invece, si fa sentire l’influenza araba: in Portogallo la linea (linha) è solitamente pari a 2 millimetri, il covado a 66 centimetri e il braccio (braça) a 2,20 metri, mentre in Spagna oltre alla linea ci sono la pulgada di 23 centimetri, il piede di 28 e l’estadal di 3,39.

Ad importare misure da un paese all’altro ci pensano soprattutto i grandi progettisti, i costruttori e gli artigiani che realizzano le grandi imprese dell’arte medievale e che, portati dal loro lavoro a spostarsi su grandi distanze, adottano le unità di misura che considerano più adatte in un’ampia varietà di sistemi differenti.

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Il denier, moneta creata da Carlo Magno nell’ambito della sua riforma monetaria, la cosiddetta monetazione carolingia

Strettamente connessa alla misura del peso è infine la valuta. Che nel Medioevo – a differenza di oggi – non ha un valore convenzionale: non è una banca a stabilire il valore di una moneta, ma il metallo di cui è costituita; ecco quindi che il peso di una moneta finisce per diventare il suo nome. Nel tardo impero con una libbra d’argento si possono coniare 20 soldi e un soldo corrisponde a 12 denari. Se soldi e denaro hanno finito per diventare nomi comuni per parlare di valuta, la libbra – da unità di peso – diventa un nome proprio. Nel Medioevo praticamente ogni città avrà la sua, ma la Lira – nei suoi vari coni – attraverserà i secoli per arrivare fin in epoca contemporanea: nel 2002 con l’introduzione dell’Euro sono scomparse quella italiana e quella irlandese, ma nel Regno Unito esiste ancora: quella che in italiano viene chiamata, non a caso, “Lira sterlina” è infatti il “pound” che, tradotto, non significa altro che “libbra”.

Arnaldo Casali

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