Le armi del Museo Luigi Marzoli di Brescia

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Le armi del Museo Luigi Marzoli di Brescia esposte a Gubbio nella mostra “Un giorno nel Medioevo”

Spade e scudi, celate e schinieri, elmi e corazze, l’evoluzione delle armi e delle armature in epoca medievale è collegata ai cambiamenti sociali che avvengono in città e sui campi di battaglia, con l’emergere di nuove classi sociali e il lento passaggio dalla predominanza dei cavalieri ai fanti, fino alla comparsa delle armi da fuoco. Alla mostra “Un giorno nel Medioevo” a Gubbio, sono esposti alcuni pezzi provenienti dal Museo delle armi “Luigi Marzoli” di Brescia: un’alabarda, una celata e un petto da piede che raccontano molto del Medioevo, come spiega Marco Merlo, conservatore del museo bresciano.

«All’evoluzione delle armi e armature concorrono numerosi fenomeni, di cui quello sociale è solo una parte. In ogni epoca, alla base di ogni evoluzione nel campo degli armamenti vi è sempre un progresso scientifico. Ciò accadde nel Medioevo con le evoluzioni nel campo della metallurgia. Nelle città in particolare, il metallo era considerato molto prezioso: Bartolomeo Anglico nel XII secolo scriveva che il ferro è più prezioso dell’oro perché con il ferro si forgiano attrezzi agricoli e armi, mentre le trame di molti fablieaux ruotano proprio intorno alla rarità del ferro. Ciò ha significato che un armamento in ferro fosse molto caro e, quindi, proporzionale alle sostanze economiche del guerriero. I cavalieri quindi, avendo maggiori risorse economiche, si permettevano, oltre all’immancabile cavallo, un armamento qualitativamente superiore rispetto ai fanti (anche se le eccezioni non mancarono: esistevano cavalieri poveri, così come fanti ricchi). Per quanto però riguarda la morfologia delle armi, questo aspetto rientra nel rapporto dialettico tra offesa e difesa: se un cavaliere con un armamento difensivo in ferro, sul suo cavallo, era quasi invulnerabile per un fante, i fanti dal canto loro svilupparono armi in grado di colpire e disarcionare i cavalieri, quindi armi in asta (con poco metallo, ma molto legno), armi lanciatoie (archi e balestre) e protezioni mobili (mantelletti e pavesi). Queste però richiedevano un uso coordinato per affrontare una carica di cavalleria e il combattere in formazione cementò quella coesione sociale che distinse i pedites come un vero partito politico. Non dobbiamo però mai dimenticare che le armi non servono solo per la guerra, ma anche per la caccia».

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La celata e il petto da piede, cioè forgiato per il combattimento appiedato sono pezzi molto significativi. Le armature quattrocentesche complete giunte sino ai nostri giorni sono una decina

L’armatura e la spada non sono solo oggetti bellici, ma anche simbolo di distinzione sociale e, spesso, anche oggetto d’arte?
«Le armi sono prima di tutto un oggetto d’uso ed è estremamente raro imbattersi in un’arma forgiata per non essere usata. La qualità, però, dipende dalle capacità economiche del committente. In una società di disuguali, ogni oggetto indossato ed esibito doveva sottolineare il rango e la ricchezza del proprietario. Le armi, come strumento anche di potere in una società dal bellicismo endemico come il Medioevo, sono tra gli oggetti che maggiormente palesavano il rango di colui che le indossava. Quindi i ricchi committenti non badavano a spese per avere le armi più lussuose, prima di tutto da un punto di vista tecnico (più un’arma è prodotta con cura e più è efficace in combattimento o nella caccia). Diretta conseguenza è che i committenti più raffinati vogliono che le proprie armi siano forgiate anche con materiali preziosi e lavorate con tecniche decorative di grande raffinatezza, seguendo le correnti artistiche predominanti. Tra alcuni capolavori del gotico internazionale si annoverano numerose armi commissionate da imperatori, re e principi. Da un punto di vista simbolico, proprio a causa della grande confidenza che ogni uomo medievale aveva con le armi, queste si fanno carico anche di messaggi simbolici, e in arte (non solo figurativa, ma anche nella letteratura) divengono metafore o allegorie di messaggi più complessi che però, all’epoca, erano ben intellegibili da tutti».

Qual è la storia dei pezzi (alabarda, petto e celata) in mostra a Gubbio?
«Non conosciamo i proprietari dei tre pezzi in mostra a Gubbio, ma ci testimoniano alcuni aspetti di grande interesse. La celata ha dei marchi che ne collocano la produzione a Milano, uno dei più importanti centri di produzione armiera del Medioevo e della prima Età Moderna. La celata è un oggetto che poteva essere posseduto da un cavaliere o da un fante professionista. Questo esemplare è probabilmente da fante. Il petto è molto significativo, perché si tratta di un petto da piede (per il combattimento appiedato) senz’altro commissionato da una persona molto abbiente. Ancora più significativo se pensiamo che armature quattrocentesche complete, giunte fino ai nostri giorni, sono poco più di dieci in tutto il mondo. L’alabarda, che è ancora in una forma primitiva, è di grande rarità: è un’arma da fanteria (di quelle sviluppate proprio per affrontare i cavalieri), e già in questa forma ce ne sono giunte poche, ma questa in particolare reca dei marchi punzonati che solitamente si trovano sulle armature. Ciò porta a ipotizzare che non fossero i marchi del produttore ma del venditore».

La produzione delle armi è autoctona, all’interno delle città medievali, oppure già si assiste al sorgere di centri di produzione specializzati ai quali rivolgersi?
«La produzione armiera raramente è autoctona. Le armi in ferro e acciaio si possono produrre solo laddove ci siano nelle vicinanze miniere (con un minerale adatto) per la materia prima, forni per il pre-lavorato e quindi boschi per l’alimentazione dei fuochi; quindi corsi d’acqua per azionare i magli idraulici. Ciò è il motivo per cui alcune città divengono particolarmente celebri e basarono la parte più dinamica della loro economia nella produzione di armi (per curiosità: in questi luoghi, ancora oggi ci sono le più importanti aziende d’armi del mondo). Ovviamente, già nel Trecento, molti armaioli riuscivano a comprare il pre-lavorato sul mercato, ma per la produzione di armi necessitavano comunque caratteristiche fisiche che non tutte le città avevano. Laddove non si produceva armi, si acquistavano sul mercato, così come avviene oggi. Sappiamo che in queste città alcuni artigiani compravano le armi sul mercato e facevano solo le rifiniture finali e poi le vendevano; oppure le armi meno pregiate (come frecce e quadrelli o alcune armi in asta) potevano essere prodotte un po’ ovunque, laddove c’era del metallo da usare e un fabbro sufficientemente abile, ma si tratta appunto di una produzione poco significativa. Un esempio interessante è rappresentato dalle grandi famiglie imprenditoriale di Firenze (città che nel Due e Trecento produceva alcune tipologie di armi famose in Europa e nel Mediterraneo), come i Bardi o gli Acciaiouli erano iscritte all’Arte Maggiore degli armaioli, proprio perché venditori all’ingrosso che si rifornivano dagli armaioli che le producevano materialmente, ma costoro erano iscritti all’Arte Minore ed erano impossibilitate a vendere grosse forniture. Alla fine, quindi, laddove si producevano armi, vi era una fiorente economia».

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L’edificio che ospita il Museo delle Armi Luigi Marzoli, a Brescia

Come nasce il museo Marzoli?
«Il Museo Marzoli raccoglie i due terzi della collezione del cavalier Luigi Marzoli, imprenditore di Palazzolo sull’Oglio, arrivata ai Civici Musei di Brescia alla sua morte nel 1965, oltre a diverse centinaia di pezzi presenti già nelle collezioni civiche bresciane dal XIX secolo. Quando Marzoli era in vita, la sua collezione fu considerata a partire da James Mann, curatore della Wallace Collection di Londra, la più significativa collezione privata al mondo, perché creata dal nulla, solo con le risorse intellettuali ed economiche di Marzoli. Ma ancora di più, nella storia del collezionismo, in particolare oplologico, Marzoli è il primo che non acquista oggetti in virtù del loro valore estetico, ma segue un filone collezionistico, che è quello di documentare l’evoluzione della lavorazione metallurgica bresciana e più in generale lombarda, dal Medioevo al XIX secolo. Il Museo ha ancora l’indirizzo voluto dal cavalier Marzoli, di documentare le evoluzioni tecniche (e di conseguenza economiche e sociali) della produzione armiera soprattutto di Brescia e del suo territorio».

Umberto Maiorca

Contatti:
Fondazione Brescia Musei
via Musei 55 – 25121 Brescia
tel. 030.2400640 – Mail: info@bresciamusei.com
Museo delle Armi Luigi Marzoli

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