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L’assassinio del secondo califfo

L'assassinio del secondo califfoEra l’alba del 3 novembre 644 quando in una moschea di Medina, durante le preghiere del mattino, uno schiavo persiano di nome Lulua colpì con tre coltellate alla schiena il califfo arabo Omar ibn al-Khattab (581-644), secondo successore di Maometto, dopo Abu Bakr, coetaneo e miglior amico del Profeta.

Sul letto di morte Omar ebbe appena il tempo di organizzare un “consiglio di compagni del profeta” (Shura) che scongiurò un conflitto tra le tribù e subito designò Othmàn (570-676) come nuovo califfo.

Era il primo omicidio di un successore di Maometto. E non sarebbe stato l’ultimo. Anche Othmàn morì assassinato, come pure Alì dopo di lui.
La tradizione islamica considera Omar come il califfo, “vicario” o “rappresentante”, ideale di Maometto (nella foto la moschea di Dubai dedicata a Omar ibn al Khattab).
Come Abu Bakr, era il suocero del Profeta. All’inizio era tenacemente ostile alla nuova religione. Si convertì a 33 anni e diventò un intransigente campione della fede. Fu il primo califfo a fregiarsi del titolo di “Principe dei credenti” e diventò il principale artefice della rapida diffusione dell’Islam. Era energico, frugale e molto pio. Da Medina guidò l’epica stagione delle conquiste militari fuori dalla penisola arabica e la trasformazione delle strutture patriarcali e primitive della umma, il nome con cui gli arabi indicano la comunità dei fedeli, termine la cui radice onomatopeica è identica alla parola “madre”.

In veloce successione, durante il governo di Omar caddero sotto il potere islamico la Palestina, la Siria e l’Egitto. Poi la Mesopotamia e la Persia occidentale, la cui capitale Ctesifonte fu conquistata nel 637: erano passati appena 5 anni dalla morte di Maometto.

In tutta la sua vita il secondo califfo non partecipò mai direttamente a una battaglia: l’uomo della guerra, come accadeva anche con Abu Bakr, era Khalid, “la spada di Allah”, un eccezionale generale, precursore delle moderne “guerre lampo”.

Omar dette però delle regole al suo popolo. E pretese che fossero applicate. Fece a tutti divieto di comprare e lavorare la terra che era proprietà dello Stato e non dei singoli. Nelle regioni conquistate, gli arabi dovevano rimanere soltanto una casta militare che alloggiava in cittadelle fortificate, lontano dalle popolazioni sottomesse.
Il sistema fiscale imponeva ai tutti musulmani il pagamento della decima. I non credenti erano invece obbligati a pagare una tassa personale e fondiaria ma non furono costretti con la forza a convertirsi all’Islam.

Si racconta che una volta Omar si rifiutò di pregare in una chiesa per rispetto verso i cristiani. Spiegò ai suoi accompagnatori che se lo avesse fatto, un giorno i suoi fratelli musulmani, sapendo che in quel luogo aveva pregato il califfo, avrebbero tolto il tempio a chi professava un altro credo.

Sotto il califfo Omar nacque anche il calendario islamico: l’Egira, il trasferimento di Maometto e dei primi devoti dalla Mecca alla città oasi di Medina fu preso a inizio dell’era musulmana. Ma il primo anno della nuova epoca non fu fatto cominciare con la data esatta dell’evento ma con il 16 luglio 622, l’inizio dell’anno lunare ordinario nel quale era avvenuta la migrazione.

I primi quattro califfi regnarono tutti da Medina. Dopo di loro, sotto varie dinastie, se ne sono contati altri 100. Fino all’ultimo califfato riconosciuto da quasi tutto il mondo sunnita: quello degli ottomani, dissolto nel 1924 da una legge di Mustafa Kemal Atatürk, fondatore e primo presidente della Turchia.

Federico Fioravanti

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