La versione del Guiscardo

Venivano dal freddo nord, chiusi nelle cotte di maglia, con le lunghe lance e gli scudi a goccia. In pochi anni eliminarono i bizantini e gli arabi e divennero padroni del sud Italia. Chi erano i normanni? Chi era Roberto il Guiscardo? Francesco Grasso racconta l’epopea dei normanni e della famiglia più importante.

Roberto il Guiscardo

Roberto il Guiscardo

“La versione del Guiscardo” è un romanzo storico. Perché, secondo te, sempre più autori scelgono di cimentarsi in questo genere letterario?

«Partirei dai lettori. Non c’è dubbio che i romanzi storici, oggi, siano apprezzati: basta entrare in qualunque libreria, riempiono scaffali interi. Secondo me il pubblico è attratto dalla Storia, ma vuole leggere qualcosa in più della cronaca che può trovare in manuali scolastici e testi di saggistica. Spesso questi ultimi risultano aridi per i non addetti ai lavori; la narrativa, invece, può andare oltre i fatti, veicolare le passioni, i dilemmi, i conflitti interiori di chi quei fatti li ha vissuti, rendere la Storia avvincente e fruibile. In più, credo che il pubblico italiano sia attratto dalla narrazione del passato perché è consapevole di avere in retaggio una grande Storia. Ricordo quell’augurio cinese (o forse è una maledizione?) “Possa tu vivere in tempi interessanti”. Be’, per gli italiani è sempre stato vero, in tutte le epoche, vale la pena ricordarlo. Dal punto di vista degli autori, io penso che scrivere romanzi storici rappresenti una sfida intrigante. Mi porto a esempio, ma penso valga anche per i colleghi… Quando io scrivo narrativa di fiction, il mio scopo è rendere plausibile una trama di mia invenzione. Se un lettore sfoglia un mio racconto e commenta “Accidenti, sembra una storia vera!”, allora so di aver vinto, per così dire. Al contrario, quando scrivo un romanzo storico, il mio scopo è narrare un evento reale aggiungendovi suspense, tensione, pathos e anche una certa dose di colpi di scena. Difficile, perché è come scrivere un giallo di cui tutti sanno già all’inizio chi è l’assassino e qual è il movente: si rischia la noia, come dicevo prima per la saggistica. Se invece, nonostante tutto, riesco a raccontare il puro evento storico in modo che il lettore commenti “Accidenti, questo non può essere vero!”, allora è lì che vinco veramente».

Perché hai scelto di raccontare l’arrivo in Italia dei normanni?

«Premetto che “La versione del Guiscardo” è il mio sesto romanzo storico. Tutti i precedenti narrano storie della Sicilia. Scelta obbligata: sono siciliano di nascita, voglio raccontare il passato della mia terra; non mi sentirei in grado di lavorare, come autore, su vicende e genti che non mi appartengono. Non sono uno storico, solo un narratore. Perché i normanni? Forse perché, in ogni famiglia siciliana, c’è sempre un fratello moro dagli occhi neri e un fratello biondo con gli occhi azzurri. Il sangue arabo si è mescolato con quello normanno in un crogiolo unico al mondo. Chi conosce Palermo sa che laggiù ci sono capolavori di arte figurativa araba medievale, quasi un ossimoro, visto che l’Islam proibisce di ritrarre la figura umana. Furono proprio i normanni a fondere la loro cultura “barbara” con l’arte araba (nella pittura, ma anche nella poesia, musica, architettura…) creando qualcosa di straordinario che non si è ripetuto in nessun altro paese. Ho voluto raccontarlo, anche come omaggio e ringraziamento, nel romanzo “La versione del Guiscardo” e negli altri volumi della mia trilogia sugli Altavilla. Voglio anche sottolineare come Roberto il Guiscardo e suo fratello Ruggero, nonostante fossero nati in Normandia, abbiano vissuto gran parte della loro vita in Italia. Entrambi sono sepolti in terra italiana: Roberto a Venosa (provincia di Potenza), Ruggero a Mileto (provincia di Vibo Valentia). Il primo è stato duca di Puglia e Calabria, il secondo conte di Sicilia. Entrambi sono stati, a mio avviso, personaggi storici italiani».

Torre normanna

Torre normanna

Hai parlato della Sicilia. Cosa resta, nel nostro meridione, dell’epopea dei normanni?

«Tutto il sud Italia, ad esempio, è pieno di torri normanne. Sono costruzioni molto caratterizzate, riconoscibilissime. Come ho scritto nel mio romanzo, in realtà i normanni, quando giunsero da noi, trovarono un paesaggio già incastellato, gremito di torri bizantine, ex-romane e longobarde. Ugualmente eressero le “loro” fortificazioni dappertutto. Perché? Io credo che gli Altavilla volessero marcare il territorio. E ci riuscirono: la dominazione normanna durò meno di due secoli, ma le loro torri si ergono ancora. Oltre alle torri e agli occhi azzurri che citavo, i normanni hanno lasciato altre tracce nelle contrade del sud. Nel folklore e tradizione popolare di molti paesi meridionali, ad esempio… Tra i tanti cito Gerace in Calabria (la piazza principale della cittadina si chiama “Piazza del Tocco” in ricordo dello scontro tra Roberto il Guiscardo e suo fratello Ruggero, che narro nel mio romanzo) e Cerami in Sicilia (ogni anno, a maggio, vi si rievoca la battaglia decisiva che si svolse in quella località, ove i normanni sbaragliarono un esercito arabo superiore in numero per 10 a 1). Anche la celebre “opera dei pupi siciliani” nacque per veicolare a un pubblico analfabeta, in una sorta di teatro ambulante, l’epopea della riconquista cristiana dell’isola da parte dei normanni. Molti aneddoti sugli Altavilla, assenti nelle cronache di Goffredo Malaterra e degli altri storici, si sono invece tramandati grazie alle recite dei burattini che ancora oggi, dopo mille anni, vengono messe in scena in Sicilia».

Nell’incipit del tuo romanzo ho letto una frase del Guiscardo: “Prevalere con l’inganno non è meno nobile di sopraffare il nemico con la forza”. È questo il segreto che ha permesso al Guiscardo e ai suoi fratelli di ottenere i loro straordinari successi militari?

«Riguardo ai successi militari, in effetti furono straordinari. I fratelli Altavilla arrivarono in Italia come semplici mercenari, portando con sé quasi solo un cavallo e una spada. In poco più di un ventennio conquistarono i potentati longobardi, espugnarono le città bizantine, scacciarono gli arabi dalla Sicilia, sconfissero l’imperatore tedesco a Civitate, imprigionarono il Papa, divennero duchi e conti… Come vi riuscirono? Roberto, dicono le cronache, era un politico e diplomatico geniale, cinico come Ulisse e spregiudicato come Machiavelli. Utilizzava tattiche di intelligence militare, era poliglotta, s’intrufolava mascherato negli accampamenti e nelle città avversarie, corrompeva i generali nemici, non aveva remore a prendere in ostaggio papi e vescovi, metteva in atto campagne di disinformazione e discredito per chi lo osteggiava. Il Guiscardo non sembra neppure un uomo del medioevo… Per dissolutezza e ambizione può rivaleggiare con figure ben più moderne come Bismark e Talleyrand. Ruggero, al contrario, era quel che oggi verrebbe definito “cristiano fondamentalista”. Viveva il rapporto con la Fede in modo mistico, si sentiva investito di una missione divina: scacciare gli infedeli dalla Sicilia. Giacché, secondo lui, Dio lo guidava, non poteva certo venire sconfitto. Questo lo rendeva, in battaglia, audace ben oltre i limiti della follia. Cito un passaggio del romanzo: Ruggero informa Roberto della sua decisione di sfidare l’emiro di Palermo. Il fratello, realista, lo ammonisce: “Hai almeno idea di quanti nemici dovrai fronteggiare?”. Ruggero scrolla le spalle: “Al bastone non importa quanti lupi dovrà percuotere. Esso sa che il pastore lo brandisce per proteggere il gregge, tanto gli basta. Io sono il bastone dell’Onnipotente, cosa dovrei temere?”».

Pupi siciliani

Puppi siciliani

“La versione del Guiscardo” è il secondo volume di una trilogia. Vuoi parlarci degli altri due romanzi?

«Il primo volume della saga si intitola “I due leoni”. Vi si narra, in prima persona sotto forma delle memorie di Ruggero, la conquista della Sicilia da parte del più giovane dei fratelli Altavilla. Il titolo richiama lo stemma che i normanni portavano su scudi e stendardi, appunto i due leoni. Ma si riferisce anche al rapporto di amore-odio tra i due protagonisti, Roberto e Ruggero, due autentiche fiere da battaglia che quando non erano impegnati contro un nemico comune lottavano l’uno contro l’altro. Il Guiscardo soleva dire, riferendosi al rapporto con suo fratello “Due leoni possono cacciare insieme, ma solo uno può comandare il branco”. Il terzo volume della trilogia sarà dedicato al figlio di Roberto, battezzato alla nascita Marco, ma che cambierà il proprio nome in Boemondo. Costui guidò i normanni alle crociate e divenne re di Antiochia; fu il primo Altavilla a raggiungere il traguardo – la corona – che suo padre aveva inseguito vanamente tutta la vita. Il romanzo è ancora in fase di scrittura. Quando sarà pubblicato spero di poter tornare qui a Gubbio, in un prossimo Festival del Medioevo, a presentarlo».

Umberto Maiorca

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