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La tradizione dell’albero

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Foto di Antonio Grande

L’albero di Natale più grande del mondo verrà acceso il 7 dicembre sulle pendici del Monte Ingino a Gubbio, la città sede del Festival del Medioevo. Testimonial dell’evento saranno i piloti delle Frecce Tricolori.

L’albero è alto più di 750 metri ed è composto da più di 700 sorgenti luminose. Le radici partono dalle mura cittadine e la stella raggiunge la basilica del patrono Sant’Ubaldo, in cima alla montagna. Ogni luce è stata adottata e dedicata a una persona, in cambio di una piccola donazione. L’albero resterà acceso fino a gennaio, dal tramonto fino a tarda notte (per maggiori informazioni sull’evento: Albero di Natale più grande del mondo).

La tradizione dell’albero di Natale è sentita in modo particolare nell’Europa settentrionale ma ormai è universalmente accettata anche nel mondo cattolico.

Già i druidi, sacerdoti degli antichi popoli celti, avevano l’abitudine di decorare gli alberi sempreverdi. E i Vichinghi ritenevano che l’abete rosso avesse poteri magici proprio perché in inverno non perdeva le foglie.

Tra i “barbari del nord” la celebrazione del solstizio d’inverno prevedeva l’incendio di un albero: un rito propiziatorio per illuminare la notte invernale che cominciava a regredire. E la saga nordica dei Nibelunghi celebra un grande frassino piantato al centro della terra.

Una storia particolare lega l’albero di Natale a San Bonifacio. Nato in Inghilterra intorno al 680, evangelizzò le popolazioni germaniche. Si narra che il santo, insieme a un gruppo di discepoli, affrontasse i pagani riuniti presso una quercia sacra al dio Thor mentre stavano per compiere un sacrificio umano. Bonifacio rimproverò quegli uomini empi. Prese una scure e cominciò a colpire con forza l’albero sacro. All’improvviso si levò un vento fortissimo e la grande quercia, cadendo, si spezzò in quattro parti. Dietro l’imponente albero c’era un giovane abete verde. San Bonifacio disse ai pagani: “Questo piccolo albero, un giovane figlio della foresta, sarà il vostro sacro albero questa notte. È il legno della pace, poiché le vostre case sono costruite di abete. È il segno di una vita senza fine, poiché le sue foglie sono sempre verdi. Osservate come punta diritto verso il cielo. Che questo sia chiamato l’albero di Cristo bambino; riunitevi intorno ad esso, non nella selva, ma nelle vostre case; là non si compiranno riti di sangue, ma doni d’amore e riti di bontà”.

Estonia e Lettonia si contendono il primo albero di Natale della storia. Nel 1441 a Tallin, capitale estone, fu eretto un grande abete sulla piazza del municipio attorno al quale ballarono donne e uomini alla ricerca dell’anima gemella. Nella città di Riga una targa con una scritta in otto lingue, ricorda al mondo che il primo “albero di Capodanno” nacque nella città lettone nel 1510.

La tradizione dell’albero si rintraccia anche in un appuntamento medievale celebrato in Germania: il “gioco di Adamo e di Eva” (“Adam und Eva Spiele”). Era uno dei “misteri” che venivano sceneggiati il 24 dicembre, la sera della vigilia, in preparazione al Natale. I personaggi della rappresentazione erano Adamo, Eva, il diavolo e l’angelo con la spada di fuoco che faceva la guardia al giardino dell’Eden. Per ricostruire l’immagine del Paradiso, le piazze e le chiese delle città tedesche venivano riempite di alberi di frutta e simboli dell’abbondanza. Gli alberi venivano decorati con le mele per alludere al peccato originale e con le ostie (simbolo del corpo di Cristo, sacrificato per scontare il peccato originale).

Con il tempo, le ostie furono soppiantate da candele, noci, castagne e biscotti. E gli alberi da frutta vennero sostituiti dagli abeti che, secondo la devozione popolare, erano “sempreverdi” proprio grazie a un miracolo di Gesù che volle donare loro una eterna primavera. L’abete è ancora oggi l’albero in cui in alcune terre tedesche le favole depositano i bambini portati dalla cicogna.

Virginia Valente

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