La Sicilia bizantina nel Mediterraneo

La Sicilia, per la sua particolare posizione geografica, ha rappresentato in varie epoche e per molti popoli il centro nevralgico del Mediterraneo: nodo di passaggio e di scambi commerciali, luogo di incontri e di scontri, sicuro rifugio per perseguitati ed esuli, punto di partenza per spedizioni militari, terra fertile e amena.

La caduta di Siracusa in mano araba, dal Madrid Skylitzes (folio 100v, dettaglio). Il manoscritto è stato stilato in Sicilia nel sec. XII e ora è conservato alla Biblioteca Nacional de España a Madrid

Inevitabilmente essa ha finito per assorbire le culture, gli usi, i costumi e gli stili artistici che vi sono approdati insieme con i molti stranieri che si sono avvicendati sull’isola nel corso dei secoli. Come un grande crogiolo, la Sicilia ha fuso tutti questi elementi, riplasmandoli in maniera nuova e originale.

Per comprendere meglio, però, la funzione che l’isola rivestì nei quasi quattro secoli in cui fece parte dell’impero bizantino (535- 902), è utile fare una breve analisi di quello che accadde nel periodo immediatamente precedente.

Nel 330 d. C. la nuova capitale, fondata sul Bosforo da Costantino, ricevette dall’imperatore il privilegio politico dell’annona publica, un tributo, normalmente in natura. Le risorse frumentarie dell’Egitto, sino allora destinate a Roma, venivano perciò dirottate verso oriente e in conseguenza la Sicilia uscì dal suo prolungato isolamento politico dei secoli dell’alto impero, il periodo della cosiddetta pax romana e crebbe d’importanza con un triplice ruolo. Come base strategica per spedizioni militari verso l’Africa, come appoggio regolare al transito dei convogli frumentari da lì verso Roma e come fonte alternativa per forniture straordinarie di cereali, quando carestie, difficoltà meteorologiche stagionali, resistenze di alti funzionari africani o scorrerie di barbari bloccavano le importazioni oltremarine.

Il governo della provincia di Sicilia si trasformò in appannaggio quasi esclusivo della nobiltà romana che cominciò a interessarsi maggiormente alla gestione delle proprietà terriere nell’Isola. Contemporaneamente, la trasformazione nel modo di produzione, da schiavistico a coloniario, fu un fenomeno cardine dell’economia tardo antica, che determinò un mutamento su tutti i fronti, generando uno stimolo progressivo alla produzione.

L’impero di Giustiniano

La conquista bizantina della Sicilia fu realizzata in pochi mesi e con l’impiego di un esercito relativamente modesto: i maggiorenti romani e la nobiltà latifondista, nonostante i privilegi concessi loro da Totila, preferirono di fatto schierarsi con i Bizantini.

Giustiniano, però, cominciò ben presto ad allentare i vincoli tra la Sicilia e l’Italia, anzi l’isola costituiva ormai una sorta di appannaggio della corona. Inoltre il riassetto giustinianeo mirava a una rivalorizzazione del grande reddito fondiario provinciale e a una progressiva estromissione della nobiltà romana per rendere interlocutori diretti quei proprietari terrieri locali meno connessi alla grande politica e agli interessi romanocentrici.

Si può affermare con certezza che nella Sicilia protobizantina non esisteva un unico tipo di proprietario terriero e la campagna siciliana non consisteva soltanto di grandi proprietà: la terra veniva in realtà sfruttata attraverso un intero mosaico di tenute di diverse dimensioni con un gran numero di padroni. È vero che la proprietà ecclesiastica era la vera protagonista del paesaggio agrario siciliano del VI secolo, ma c’era anche il patrimonio imperiale, composto di latifondi, miniere, cave e l’embrionale industria di cui si hanno parecchie testimonianze.

La Sicilia ha giocato, durante l’Alto Medioevo, un ruolo di primo piano, non solo come produttore di derrate alimentari, ma anche per l’importanza dei suoi grandi porti nello smistamento e stoccaggio di merci provenienti da tutto il bacino del Mediterraneo e ciò malgrado l’avvicendarsi qui di diverse dominazioni fino a tutto l’VIII secolo.

Nell’analisi del ruolo rivestito dalla Sicilia nel Mediterraneo in quest’epoca, non si spiega comunque il mistero riguardante la peste bubbonica, che aveva cominciato a serpeggiare nel Mediterraneo, con ondate successive di recrudescenza, dall’età di Giustiniano fino all’VIII secolo e di cui qui non se ne possiede alcuna traccia. Molto devono aver influito la dispersione degli insediamenti nelle campagne e la scarsa concentrazione degli abitanti nelle grandi città portuali, nonché il fatto che in Sicilia il grano confluiva dall’interno agli scali costieri e ne partiva, non già vi arrivava. Pare, infatti, che i ratti, gli unici a trasmettere la peste bubbonica, che viaggiavano sulle navi insieme con i carichi di frumento, si spostassero di pochissimo nel raggio delle imbarcazioni su cui viaggiavano.

La chiesa dei SS Pietro e Paolo di Casalvecchio Siculo (foto: Antonio Casablanca)

È necessario anche cercare di capire fino a che punto la Sicilia subisse il dominio dei Bizantini e avesse tentato di ribellarsi nei secoli del loro dominio o si fosse viceversa sentita liberata dagli invasori gotici e fosse tornata a far parte di quel mondo greco-latino cui sentiva di appartenere. L’accoglienza riservata dalle città dell’isola alle truppe imperiali indica chiaramente la loro lealtà all’impero, indipendentemente da quale fosse la sede di governo.

Ma la vera questione è quella dell’evoluzione successiva, visto che molti studiosi hanno considerato la Sicilia come una “provincia riottosa” alla pari dell’Italia dell’VIII secolo.

Solo lavori recenti hanno sottolineato la distanza dell’isola dalle aspirazioni secessioniste della penisola italiana a favore di una stretta connessione con Costantinopoli che si traduce nella forte compenetrazione dell’aristocrazia locale nelle élites imperiali, in una economia monetaria solida, nella forza del potere pubblico locale; si tratta di un rapporto che prosegue ben oltre i secoli VI-VII.

L’importanza della Sicilia e la preoccupazione di controllarla il più strettamente possibile è dimostrata dalla venuta di Costante II che non corrisponderebbe a un ripiego strategico, ma all’impegno diretto dell’imperatore sul fronte più delicato. Parallelamente, l’anarchia che regnava nei Balcani e il conseguente ridimensionamento delle comunicazioni nell’Adriatico collocava la Sicilia in una posizione di controllo degli scambi tra Oriente e Occidente. L’isola si affermava, dunque, come un polo di potere essenziale, un elemento appunto centrale dello Stato imperiale, insieme fonte di ricchezza e base d’irradiazione della potenza bizantina.

Monete conservate al Museo Archeologico Regionale Paolo Orsi di Siracusa (foto: Gianni Grillo)

Un altro motivo, caro alla storiografia tradizionale e che contribuisce a delineare l’immagine di un’isola periferica e di un debole sistema di relazioni con Costantinopoli, è quello della presunta disaffezione da parte dell’impero verso i suoi possessi occidentali nell’VIII secolo; un atteggiamento che avrebbe attribuito all’Isola la sola funzione di terra d’esilio. Questa posizione, presente nella produzione storiografica italiana, è diffusa anche fra i bizantinisti, ma appare fondata su falsi presupposti: i dati di cui disponiamo tracciano, infatti, il quadro di una politica consapevole di rafforzamento dell’azione d’intervento in Sicilia, finalizzata a ristabilirvi l’autorità imperiale. Cardini di questa politica erano il trasferimento dell’autorità sull’Italia meridionale al patriarcato di Costantinopoli, la fondazione di vescovadi fortificati, una riforma monetaria che portasse alla restaurazione del titolo della moneta aurea, il rilancio dell’esazione fiscale, la confisca dei possessi della Chiesa di Roma, lo sviluppo della flotta della Sicilia e di un esercito scelto in grado di operare lontano dalle proprie basi.

Sono queste le riforme che permisero agli strateghi di sviluppare nella seconda metà del secolo audaci politiche di contrapposizione al papato e alla monarchia carolingia.

C’è invece un aspetto che è stato sistematicamente trascurato anche da parte degli storici moderni: l’accanimento dimostrato dalla dinastia isaurica nel voler restaurare il potere bizantino in Italia, che comportò l’abbandono dell’Africa.

Leone III decise di chiudere la zecca di Sardegna, che proseguiva le emissioni dell’esarcato d’Africa e che gli imperatori precedenti avevano al contrario, cercato di mantenere in vita con ogni sforzo.

In conclusione, non solo la Sicilia non aveva alcuna vocazione a divenire una provincia italiana, ma anzi tutta la sua evoluzione storica nel corso del periodo bizantino avvenne in sostanziale contrasto con quella della Penisola.

Un problema di analoga natura si pone a proposito della contrapposizione fra la cosiddetta centralità mediterranea della Sicilia e la sua situazione di “terra di confine”.

La centralità di una regione, infatti, dev’essere valutata in funzione di due fattori: la posizione economica e strategica della provincia all’interno dell’organismo politico di cui è parte e il suo ruolo all’interno della rete di comunicazioni interregionali. Quest’ultima non può ovviamente essere immaginata come immutabile nel tempo, soprattutto per una provincia che è stata sempre un crocevia degli scambi mediterranei.

Sikelia. La Sicilia orientale nel periodo bizantino e Sikelia 2. La Sicilia dei Bizantini. I Bizantini di Sicilia, di Susanna Valpreda

Situata ai confini occidentali di Bisanzio, la Sicilia occupa nondimeno una posizione centrale nell’impero dei secoli VII e VIII. Anzitutto perché la forza dell’autorità di Costantinopoli sembra essere stata qui più tenace che altrove.

La trasformazione dell’isola in thema le assicurava, infatti, legami con la capitale più stretti rispetto ad altre province. Soprattutto il reclutamento dei governatori della Sicilia fra le file degli eunuchi del cubiculum, in seguito favoriti e membri della famiglia imperiale, continuava a garantire la stretta tutela di Costantinopoli e in cambio l’agevole accesso delle élite locali all’autorità suprema. E il ruolo dell’isola quale terra d’esilio, è stato ugualmente frainteso facendo considerare la Sicilia una regione remota, di confine. Ora, non si esiliavano necessariamente gli oppositori nel posto più lontano, ma piuttosto là dove li si poteva meglio controllare, proprio in ragione della pregnanza dell’autorità pubblica.

Viceversa, nella seconda metà dell’VIII secolo, lo spostamento a nord del baricentro politico della penisola italiana, legato all’affermazione del potere franco, unito allo sviluppo della potenza commerciale veneziana e alla stabilizzazione dei Balcani, provocò uno spostamento dell’asse diplomatico-economico dal Tirreno verso l’Adriatico.

Un secondo fenomeno rafforzò poi questa marginalizzazione: lo stabilizzarsi dei fronti balcanico e anatolico dall’inizio del IX secolo rese nuovamente sicuro lo sfruttamento dei due grandi bacini agricoli nelle immediate vicinanze di Costantinopoli, la Bitinia e più in generale il litorale egeo dell’Asia Minore e la Tracia. Il grado di stabilità di quella regione influì, infatti, direttamente sul valore strategico dell’Isola come cardine delle relazioni est-ovest nel Mediterraneo La Sicilia, fino allora principale porta di Bisanzio in Occidente e granaio della capitale, perse la centralità caratteristica dei secoli VII e VIII. La diminuzione dello status dei suoi governatori, la rarefazione delle dignità sui sigilli non appartenenti a funzionari e infine, l’instabilità delle emissioni monetarie, sono segni della disaffezione del potere centrale, che parallelamente preferì investire nelle regioni centro orientali dell’impero.

Alcuni temi, emersi in studi di recente pubblicazione, dimostrano quanto sia diventato necessario il superamento di posizioni preconcette ereditate dalla storiografia risorgimentale che vedono nella fase bizantina della storia siciliana solo una parentesi negativa che venne superata solo con l’annessione dell’isola alla cristianità occidentale.

Susanna Valpreda

Bibliografia essenziale:
S. Valpreda, Sikelia. La Sicilia orientale nel periodo bizantino – Bonanno Editore, 2015.
S. Valpreda, Sikelia 2. La Sicilia dei Bizantini. I Bizantini di Sicilia – Lithos, 2020.
L. Cracco Ruggini, La Sicilia tardoantica e l’oriente mediterraneo, in Kokalos, vol. XLIII-XLIV,1997-98.
E. Caliri, Società ed economia della Sicilia di VI secolo attraverso il Registrum epistularum di Gregorio Magno – Armando Siciliano Editore, 1997.
F. Ardizzone, Rapporti commerciali tra la Sicilia occidentale ed il Tirreno centromeridionale nell’VIII secolo alla luce del rinvenimento di alcuni contenitori da trasporto – II. Congresso nazionale di archeologia medievale, All’insegna del Giglio, Firenze, 2000.
A. Molinari, Sicily between the 5th and the 10th century: villae, villages, towns and beyond. Stability, expansion or recession? – The insular system of the early Byzantine Mediterranean. Archaeology and history, Archaeopress, Oxford, 2013.
L. Arcifa, Per un nuovo approccio allo studio delle città siciliane nell’altomedioevo: Catania e Siracusa tra VIII e IX secolo, in Rivoluzioni silenziose. La Sicilia dalla tarda antichità al primo medioevo, Edizioni del prisma, Catania, 2016.
A. Nef, V. Prigent, Per una nuova storia dell’alto medioevo siciliano – Storica, XII, 2006.

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