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La prima cometa

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Adorazione dei Magi, “Scene dalla vita di Cristo” (1303-1305, Giotto, Cappella degli Scrovegni, Padova)

Lucente, a cinque punte e con una lunga coda curva. È il profilo inconfondibile della cometa, incontrastata protagonista dei cieli di ogni presepe e natività che si rispetti. E verrebbe da pensare che così sia sempre stato.

Invece, la prima apparizione iconografica della cometa è del 1303. E l’entrata è di quelle che non passano inosservate: immortalata da Giotto nell’Adorazione dei Magi della celebre Cappella degli Scrovegni a Padova, il corpo celeste è diventato da allora un elemento immancabile nelle rappresentazioni del Natale.

Con il linguaggio limpido che ne caratterizza i lavori, Giotto decorò il cielo della sua Natività con una inedita palla di fuoco rosso-dorato, arricchita da una lunga chioma che verso la fine si stempera in una tinta nerastra. Ma come gli venne l’idea di dipingerla così? In ordine cronologico, la notizia più antica che descrive una cometa è di San Matteo che, unico tra gli apostoli, ne parla nel suo vangelo e proprio in riferimento ai Magi. Però, nella pur dettagliata cronaca del fenomeno, Matteo non ci tramanda propriamente una cometa con tanto di chioma e coda, quanto un generico “aster” con movimento diverso da quello delle altre stelle. E in effetti la citazione di Matteo è riportata in iconografie precedenti il capolavoro giottesco, come quella del mosaico di Sant’Apollinare a Ravenna (VI secolo), dove sopra ai Magi compare una stella circondata da un contorno a otto punte, ma senza chioma né coda.

Così, qualcuno pensò che forse Giotto una cometa l’avesse vista davvero. E che ne fosse rimasto talmente colpito da sostituire, o meglio arricchire, la scena descritta da San Matteo con un evento che avrebbe degnamente suggellato il divino annuncio. Ma, alla pubblicazione dell’ipotesi, verso la fine degli anni Settanta del secolo scorso, uno stuolo di astrofisici drizzò le antenne. Perché, nell’articolo uscito sulla prestigiosa rivista Le Scienze, la storica dell’Arte Roberta Olson dava per certo che la cometa vista da Giotto fosse quella di Halley (Olson, R.J.M. Le Scienze, 131, 104-112, 1979).

Gli scienziati cominciarono a fare i conti. A dire il vero, non avevano mai smesso: erano secoli che si facevano calcoli per capire quali fossero le comete osservate nell’antichità. Anzi, fu proprio in base alla cronistoria degli avvistamenti che Newton e lo stesso Halley, duecento anni prima, cominciarono a fare stime abbastanza precise delle orbite delle comete. Ma l’articolo della Olson riaccese l’interesse. E, forse per il fatto di non portare la firma di un addetto ai lavori, l’affermazione punse nel vivo l’orgoglio professionale di più di un astrofisico. Doveva essere la scienza a mettere il punto fermo sulla questione della “Cometa di Giotto”.

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I Re Magi, particolare dei mosaici di Sant’Apolinnare Nuovo a Ravenna (561-568)

Ma le nuove frontiere della conoscenza della materia celeste, invece che chiarire complicarono la questione. Se la corrente predominante finì per dare ragione alla Olson, tanto è vero che l’Agenzia Spaziale Europea intitolò a Giotto la sonda del 1986 passata a soli 596 chilometri dalla Cometa di Halley per fotografarne il nucleo, i detrattori della teoria misero in tavola due pezzi da novanta: per prima cosa, la cometa ritratta da Giotto era troppo grande per poter essere quella di Halley. E poi i colori usati non erano realistici. Perché un artista sensibile alla prospettiva e al naturalismo come fu il grande maestro avrebbe dovuto esagerare così palesemente le dimensioni e dipingere di rosso un astro che in tutti gli avvistamenti è sempre descritto bianco?

C’è anche da dire che negli altri tre lavori di scuola giottesca sull’infanzia di Cristo (due nella basilica inferiore di Assisi e uno al Metropolitan Museum di New York), tutti posteriori agli affreschi della Cappella degli Scrovegni, la cometa ha forme decisamente più stilizzate. La stella con la coda di Giotto impiegò una settantina d’anni (che, nota curiosa, è più o meno il tempo che intercorre tra due passaggi vicino alla Terra della Cometa di Halley) per prendere piede nella iconografia religiosa, dopodiché non l’abbandonò più. C’è quindi chi sostiene che la raffigurazione della cometa degli Scrovegni sia un episodio tipicamente padovano, ispirato non dall’esperienza diretta del fenomeno, ma da differenti fonti che l’artista miscelò nella sua personale visione: le proporzioni da alcuni “pseudo” vangeli che giravano all’epoca, noti per le esagerazioni aneddotiche, che descrivevano l’astro come una gigantesca cometa che occupava tutto il cielo, e la forma e i colori dal filosofo aristotelico e medico Pietro D’Abano, in quegli anni in cattedra all’Università di Padova, che qualifica le comete come “Esalazioni secche e calde, che s’infiammano” e “Dopo un grande fuoco, la materia perde il colore rosso e si tinge di nero”.

Negli ultimi trent’anni, il dibattito non si è concluso e di teorie ne sono venute fuori parecchie, compresa quella secondo cui l’artista di comete ne avrebbe viste addirittura due, scambiandole per una sola. Fatto sta che il punto fermo rimane: non lo hanno messo gli astrofisici moderni, ma Giotto nel Trecento con le sue incomparabili pennellate. Radicando nella tradizione popolare l’immagine della Cometa di Natale, vivida e con la sua lunga coda, che traccia la luminosa parabola di Cristo sulla Terra.

Daniela Querci

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