La papessa

La papessa partorisce durante una processione (miniatura del 1450)

La papessa partorisce durante una processione (miniatura del 1450)

Habemus Papam.
L’eletto, ancora tremante, ancora incredulo, riceve l’omaggio deferente di tutti i suoi confratelli. Si inginocchiano, gli baciano l’anello. Poi lo accompagnano in processione nella sala del trono, dove lo fanno accomodare su una sedia di porfido rosso, che al posto del cuscino ha un grande buco.

A questo punto uno dei più giovani presenti si avvicina, si inginocchia, mette una mano sotto la sedia e prende a palpare i testicoli e la verga del nuovo papa. Poi grida a gran voce: “Ha il pene e i testicoli!” e tutti rispondono: “Sia lodato il Signore!”. Quindi si procede finalmente alla gioiosa consacrazione del papa eletto.

Non sarà proprio il massimo, come cerimonia, infilare le mani dentro le mutande del vicario di Cristo. Ma d’altra parte la Chiesa non può permettersi un altro papa donna.

Quello che era successo il giorno di Pasqua dell’anno 858 durante la solenne processione per le vie di Roma, era stato davvero imbarazzante.

Papa Giovanni VIII aveva celebrato la messa solenne a San Pietro e stava tornando in pompa magna a San Giovanni in Laterano, sede del vescovo di Roma. La folla festante gli si era stretta intorno ma giunti all’altezza della basilica di San Clemente il cavallo che portava il papa, spaventato dalla ressa, si era imbizzarrito provocando al pontefice le doglie.

E così la processione si era fermata perché il papa doveva partorire. Un bel maschietto, peraltro, peccato che subito dopo la papessa smascherata era stata legata per i piedi allo stesso cavallo, che l’aveva trascinata per tutta Roma; poi era stata lapidata a Ripa Grande e infine fatta a pezzi. I suoi resti erano stati sepolti nella stessa strada della tragedia, dove nessuna processione papale sarebbe mai più passata. Al suo posto sarebbe stato eletto Benedetto III, che avrebbe avuto grande cura di cancellare ogni memoria dell’unico papa donna della storia della Chiesa.

Cattedra porphyretica

Cattedra porphyretica. Insieme alla sedia stercoraria, restò in uso fino alla elezione di Leone X, nel 1513

E ‘allora st’antra ssedia sce fu mmessa / pe ttastà ssotto ar zito de le vojje / si er pontefisce sii Papa o Ppapessa” scrive Giuseppe Gioachino Belli.

Ma come era arrivata quest’antesignana di Lady Oscar sul trono più alto del mondo?

Secondo la leggenda, Giovanna era nata in Inghilterra ma il padre l’aveva fatta educare in Germania, a Magonza. Travestita da uomo, era riuscita ad entrare in un monastero in Grecia con il nome di Giovanni Anglico e arrivata a Roma aveva insegnato e scalato la carriera ecclesiastica accanto a papa Leone IV alla cui morte – nell’855 – era stata eletta con il nome di Giovanni VIII.

In realtà il vero Giovanni VIII (morto, peraltro assassinato) avrebbe regnato vent’anni dopo – dall’872 all’882 – e nessuna papessa Giovanna è mai esistita.

Eppure la popolarità raggiunta dalla leggenda fu tanta che nessuno – fino al XVI secolo – ha messo in dubbio la sua veridicità, divenuta uno dei temi più cari alla polemica protestante. Anche se proprio un protestante – il pastore David Blondel – sarà il primo a smentirla categoricamente alla metà del Seicento.

D’altra parte se il periodo cronologico del presunto regno di Giovanna è in realtà totalmente coperto da papa Benedetto, la sedia “a ciambella” in porfido effettivamente utilizzata dai pontefici risale a molti secoli prima: si tratta, infatti, di troni romani – probabilmente degli antichi “water” o sedie usate per il parto dalle imperatrici – che i papi già in età costantiniana avevano utilizzato per sottolineare la loro continuità con il potere romano. Non si trattava quindi di uno strumento per presunti test di virilità, ma un segno tangibile di quel potere che aveva indotto i papi ad assumere il titolo di “Pontefice massimo”, un tempo attributo degli imperatori.

La prima testimonianza della leggenda risale al 1240 e oggi si ritiene che sia nata come satira antipapale in ambienti vicini all’imperatore Federico II di Svevia (entrato in conflitto con il papato tanto da essere scomunicato). Eppure la sua diffusione fu tale che la papessa – oltre ad essere immortalata nei tarocchi – viene citata anche da personaggi autorevoli come Guglielmo di Ockham e Giovanni Boccaccio ed è stata inserita persino in elenchi ufficiali dei papi come quello del Duomo di Siena, dove figurano 171 busti tra cui quello del “finto” Giovanni VIII.

PapessaGiovannaD’altra parte le leggende non nascono mai dal nulla e di materiale su cui ricamare la chiesa altomedievale ne aveva offerto a sufficienza: se Giovanna Anglica non è mai esistita, la Chiesa cattolica la sua “papessa” la avuta davvero, altrettanto determinata ma assai più potente, spregiudicata e disinibita di quella leggendaria.

È Marozia, la regina della pornocrazia romana. È dell’epoca in cui è ambientata la leggenda e senza bisogno di spacciarsi per un uomo ha comandato la Chiesa per due decenni. E se papa, formalmente, non lo è mai stata, dei papi è stata amante, madre e nonna. Due di questi, tra l’altro, si chiamavano proprio Giovanni.

Bella, affascinante e spregiudicata, anche se analfabeta Marozia riesce a tenere le redini di Roma e della Chiesa cattolica per più di vent’anni tra amanti, matrimoni, amicizie, alleanze, intrighi e guerre.

Diventata ad appena quindici anni amante e poi concubina di papa Sergio III, si sposa per ben tre volte e sempre per accordi politici: la prima volta nel 909 con Alberico di Spoleto; poi, rimasta vedova, con Guido marchese di Toscana, nemico di papa Giovanni X. Con il marito Marozia assalta il Laterano, fa imprigionare e deporre il vescovo di Roma e pilota l’elezione dei tre papi successivi, l’ultimo nei quali – nel 931 – è suo figlio Giovanni XI.

Di carattere debole e remissivo, Giovanni – che diventa papa a 21 anni – è totalmente succube della madre, che si stabilisce nello stesso palazzo del Laterano e governa direttamente la Chiesa, mentre il figlio non prende una sola iniziativa.

Nel 932 Giovanni celebra il terzo matrimonio della madre, questa volta con il re d’Italia Ugo di Provenza, il quale però entra subito in conflitto con un altro figlio di Marozia – Alberico – che verrà schiaffeggiato dal neo patrigno proprio durante la festa di nozze.

Raffigurazione del parto della papessa Giovanna nella pubblicazione di Heinrich Steinhöwel (1474, Ulm)

Raffigurazione del parto della papessa Giovanna nella pubblicazione di Heinrich Steinhöwel (1474, Ulm)

Alberico sposerà Alda, figlia di Ugo e si vendicherà instaurando una nuova signoria su Roma. Caccerà il suocero da Roma, arresterà la madre e confinerà in Laterano il fratellastro, destinato a trascorrere anche gli ultimi anni senza fare praticamente nulla.

L’unico atto degno di nota di Giovanni XI resta il privilegio, assegnato all’abate di Cluny, di poter aggregare altri monasteri e porre l’intero ordine sotto la diretta dipendenza del papa, togliendoli dunque dalla giurisdizione dei vescovi. Un privilegio tale che gli abati di Cluny diventeranno – nel corso del Medioevo – potenti quanto i sovrani.

La leggenda della papessa non fa altro, dunque, che trasfigurare il pontificato formale di Giovanni XI controllato da Marozia, che avvenne realmente un’ottantina di anni dopo quello presunto di Giovanna.

A tenere viva la leggenda, d’altra parte, c’è anche l’estrema confusione che regna attorno al nome Giovanni, il più utilizzato nella storia della Chiesa e nel Medioevo. Una confusione tale da lasciare un posto vacante: la cronologia dei papi passa infatti – per un errore di conteggio – da Giovanni XIX (discendente della stessa Marozia) a Giovanni XXI.

Giovanni XX, dunque, è un papa fantasma mai esistito. O forse, chissà, Giovanna era proprio lui.

Arnaldo Casali

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