La nascita dell’Università di Napoli

tudenti raffigurati in un frammento dell'arca di Giovanni da Legnano. Opera di Pierpaolo dalle Masegne, 1383, Bologna, Museo medievale

Studenti raffigurati in un frammento dell’arca di Giovanni da Legnano. Opera di Pierpaolo dalle Masegne, 1383, Bologna, Museo medievale

La prima università statale e laica nacque a Napoli nel 1224. A quel tempo la città era la capitale di un ducato, ma non era più importante di altri centri come Salerno, sede della antica e prestigiosa scuola medica, Capua e anche di Benevento, enclave pontificia nel cuore di una Campania che nel Medioevo superava i confini attuali e comprendeva molti altri territori del Lazio di oggi.

La decisione di fondare uno Studium fu frutto della volontà imperiale. Federico II di Svevia ne spiegò i motivi ai suoi sudditi, attraverso una lettera circolare, vergata in quel fatale 1224 e giunta fino a noi grazie alle cronache di Riccardo di San Germano.

L’imperatore scrisse che lo scopo principale della nascita dello “Studium Neapolitatum” era quello di assicurare ai suoi sudditi la possibilità di studiare “in conspectu parentum suorum“, sotto lo sguardo dei propri familiari. Così, si sarebbero evitati lunghi e costosi viaggi in terre straniere.

Napoli fu scelta per la sua posizione accessibile e per il favore del clima. Ma soprattutto per una precisa volontà politica che suggellava una pacificazione: la città era stata l’ultima a piegarsi alle armate di Ruggero II e aveva resistito per tre difficili anni anche all’assedio di Enrico VI, padre di Federico II. Non solo. Appena tredici anni prima, nel 1211, si era ancora ribellata all’autorità imperiale e era passata al partito di Ottone IV, l’imperatore del Sacro Romano Impero di fazione guelfa che aveva risposto alla scomunica e alla deposizione da parte di papa Innocenzo III avanzando in modo minaccioso, alla testa delle sue truppe, verso il Regno di Sicilia di cui rivendicava la corona.

Il busto di Federico II conservato a Barletta

Il busto di Federico II conservato a Barletta

Federico di Svevia, con la sua circolare, espresse l’auspicio che lo Studium di Napoli “mediante l’attingimento dei saperi e il semenzaio delle dottrine”, coltivasse prima di tutto lo studio del Diritto, che è “un modo di servire Dio e di piacere al sovrano”.

Secondo una concezione squisitamente medievale, l’imperatore si sentiva obbligato solo verso Dio, dal quale faceva discendere la sua missione. E si definiva “rex justus” e “lex animata in terris”, legge animata in terra. Roffredo da Benevento, che forse fu il primo rettore dello Studium, ribadì questo basilare principio: “L’imperatore fonda il suo diritto sul dono elargitogli dalla grazia celeste”.

Lo storico tedesco Norbert Kamp, ci ricorda che la fondazione dell’università a Napoli fu la conseguenza diretta delle importanti riforme amministrative realizzate dal sovrano svevo nell’arco di due anni (1220-1221) che prevedevano di utilizzare giuristi qualificati in posizioni di grande prestigio nei tribunali del Regno di Sicilia.

Federico II voleva coltivare una nuova classe dirigente, funzionale alla sua burocrazia. La “curia regis” aveva bisogno di persone di cultura elevata, giuristi qualificati fondamentali per l’amministrazione dello stato.

A quel tempo, la patria riconosciuta degli studi giuridici era Bologna, sede della prima, prestigiosissima università del mondo, fondata nel 1088.
Federico voleva però evitare che i futuri funzionari della sua amministrazione si nutrissero del clima contrario all’impero che pervadeva la città felsinea e molte altre località dell’Italia settentrionale.

Platone impartisce insegnamenti a Socrate (Oxford, Bodleian Library, ms.Ashmole 304, c. 31v). La miniatura (1240 ca.) è opera di Matteo Paris, colui che definì Federico II stupor mundi

Platone impartisce insegnamenti a Socrate (Oxford, Bodleian Library, ms.Ashmole 304, c. 31v). La miniatura (1240 ca.) è opera di Matteo Paris, colui che definì Federico II Stupor mundi

Così, Federico II, che all’epoca aveva 30 anni, assicurò ai nuovi, potenziali studenti, tutta una serie di agevolazioni, a partire dalle spese di iscrizione più basse, fino alle convenzioni per gli alloggi a prezzo fisso e alla possibilità di borse di studio per gli studenti più poveri. Il sovrano svevo pensò perfino a un pasto statale per gli alunni più bravi. E non trascurò di far intendere che da quel momento in poi, studiare a Napoli per poi sedere nei tribunali del Regno, era la garanzia di un sicuro arricchimento, non solo culturale.

Ma per farsi capire meglio, arrivò anche alle minacce. Vietò a chiunque di lasciare il Regno per studiare o insegnare altrove. Stabilì inoltre (“sancimus“) che nessun suddito dell’Impero o del Regno di Sicilia avrebbe più potuto recarsi a Bologna, pena la decadenza da una serie di diritti essenziali, a partire da quello di poter fare testamento.

Dichiarò nulle tutte le sentenze dei giudici che in modo ostinato rimanevano nella città felsinea. E arrivò a colpire nelle persone e negli averi gli stessi genitori degli studenti “qui de regno sunt extra regnum in scolis“. Fissò anche una data precisa come limite per il rientro in patria di chi era emigrato altrove: quella del 29 settembre, giorno di San Michele. Non a caso, nello stesso periodo, di regola, riprendevano le lezioni nello Studium bolognese.
Invano Bologna cercò, a sua volta, di sabotare la nuova iniziativa scolastica dell’imperatore svevo.

L’Università di Napoli si differenziava da tutti gli altri atenei di allora (Bologna, Modena e Reggio Emilia, Vicenza, Arezzo e Padova) su un punto fondamentale: la Chiesa non aveva nessun potere riguardo il reclutamento dei docenti.

Le minacce e le blandizie del sovrano per molto tempo servirono a poco: i primi anni dell’ateneo furono travagliati. A più riprese (1226, 1234, 1239) Federico II invitò docenti e discenti italiani e stranieri a lasciare Bologna e trasferirsi a Napoli.

Il 14 novembre 1239, l’imperatore accolse le richieste dei professori e degli studenti dello Studium e aprì sia agli italici che agli ultramontani le porte dell’università campana. Con le dovute eccezioni: da Napoli erano comunque esclusi i sudditi del papa e i cittadini di altre città del nord della penisola che combattevano la sua autorità (Milano, Bologna, Ravenna, Brescia, Piacenza, Alessandria, Faenza e Treviso).

Il logo dell'Università degli studi di Napoli Federico II

Il logo dell’Università degli studi di Napoli Federico II

Così, al pari di Bologna e Parigi, l’università partenopea divenne un centro internazionale di insegnamento superiore.

Docenti illustri hanno segnato la sua storia centenaria: Roffredo di Benevento, Benedetto d’Isernia, Andrea Bonello da Barletta e Matteo da Pisa per il diritto; Anello da Gaeta per le lettere latine; Arnaldo Catalano per la filosofia; Goffredo da Trani per il diritto canonico; Pietro d’Ibernia per le scienze naturali; Maestro Martino per la logica e Terrisio d’Atina per la retorica. Senza dimenticare l’allievo più famoso: Tommaso d’Aquino, il “doctor angelicus”.

Federico Fioravanti

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