La nascita del cognome

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L’albero della vita, capostipite dal quale si dipartono tutte le genti e le storie del mondo, nel mosaico pavimentale della cattedrale di Santa Maria Annunziata, a Otranto (Pantaleone, 1163-1165)

C’è il ladro di pollo e l’esattore delle tasse, il ragazzo fortunato e quello grasso, il feudatario, il piccolo, il bello, il cieco, il sordo e l’astuto, il pennuto, il piemontese e il napoletano, il pastore, il devoto, lo spaccapietra, l’argentiere, il cappellaio, il campanaro, il costruttore di botti, il mugnaio, il coltivatore di canapa e tanti, tanti, tanti figli di.

Dietro ogni cognome c’è una storia; e quasi tutte iniziano nel Medioevo.

Come il Comune, gli occhiali, il libro, la stampa e le cattedrali anche i cognomi attuali sono invenzioni medievali.

Nella Roma antica, infatti il cognome c’era, ma corrispondeva in realtà al nostro soprannome, mentre il ruolo dell’attuale cognome era rivestito dal nome.
Un romano veniva identificato per legge da prenomen, nomen e cognomen: il prenome corrispondeva al nostro nome di battesimo, ma al di fuori della famiglia serviva a poco, visto che il campionario era molto ristretto (Marco, Gaio, Tito, Publio e Lucio). Il nome era invece quello della gens, ovvero il clan di appartenenza; anche in questo caso, però, non aiutava molto l’identificazione perché – in epoca repubblicana – le grandi famiglie (Claudia, Giulia, Cornelia e così via) erano poche, per questo la maggior parte dei romani vengono identificati soprattutto attraverso il cognomen, ovvero il soprannome attribuito in età adulta.

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Il ritratto immaginato di Publio Ovidio Nasone nelle Cronache di Norimberga (1493)

Poteva arrivare da gesta eroiche (ad esempio Coriolano, dalla presa di Corioli), da caratteristiche fisiche (Nasone) o da abitudini (Caligola portava i sandali militari, detti “caligae”). Con il passare del tempo, però, anche il cognome finisce per diventare ereditario e in età imperiale identifica la famiglia nucleare all’interno della gens; nonostante questo, esistono cognomi comuni anche in gens diverse: si pensi allo storico Publio Cornelio Tacito e all’imperatore Marco Claudio Tacito.

Ad ogni modo nel Medioevo si azzera tutto: sono pochissimi i cognomi attuali di origine romana (come Metelli, Coccia – dalla gens Cocceia e Salvi e Salvini dal cognomen Salvius) mentre è soprattutto tra il XII e il XIII secolo che si vanno strutturando quelli contemporanei.

Nell’Età di Mezzo l’unico nome “legale” è quello di battesimo, la cui varietà nel frattempo si è moltiplicata in modo esponenziale. Nella propria comunità si viene identificati – come ancora oggi accade nei piccoli borghi – con il nome del padre, con il mestiere o con un soprannome; chi viaggia viene spesso additato con il nome della città di provenienza mentre i nobili lo prendono dal loro feudo: Casali, ad esempio, deriva da Casale di Cortona, Di Maio e De Maio da Maggio in provincia di Como, Cordeschi da Cordesco vicino Teramo, mentre Querci dall’omonima località di Pistoia.

Con il passare dei secoli, per preservare i cognomi importanti dall’estinzione, vengono trasmessi anche dalle donne nel caso in cui non ci sia una discendenza maschile; motivo per cui oggi la maggior parte delle famiglie di origine aristocratica ha il doppio cognome.

Buona parte dei cognomi attuali derivano comunque da patronimici, anche se in forme diverse: poteva essere utilizzato in latino o in italiano (Francisci e Di Francesco) e spesso la preposizione cadeva (ecco dunque Daniele alternativo a Danieli, Valentino alternato a Valentini o ancora Salvatore e Salvatori, Guarino e Guarini); in qualche caso restava anche il titolo del capostipite (Mastromatteo, Mastrogiorgio). La variante “Quondam” deriva invece dall’avverbio latino che sta per “fu” e veniva usata quando, al momento del battesimo, il padre del bambino era già morto. Il figlio di un “fu” Carlo diventa dunque Quondamcarlo, mentre il solo Quondam può indicare un trovatello o una semplice abbreviazione.

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Una immagine di bottai in un Libro d’Ore (1516) conservato nella Biblioteca di Angers

Non mancano cognomi che alla loro origine hanno soprannomi tutt’altro che benevoli: Fumagalli, ad esempio, significa “ladro di polli” (‘fumare’ è un’espressione gergale lombarda adoperata per indicare sia la cottura alla brace, sia la sottrazione abusiva di un bene) e i primi Baglioni erano figli di “bagli”, funzionari statali addetti alla riscossione delle tasse, all’esecuzione delle condanne e alla convocazione delle milizie. Il Massaro era invece il fattore, mentre i Fornaciari non erano altro che fornai.

I cognomi Bottai e Botteri fanno riferimento a costruttori di botti, mentre i calzolai hanno dato origine ai cognomi Scarparo, Scarpa, ma anche Caligari e Caligaris (dal latino caligarius); Cannavaro e Cannavò derivano dall’antica dizione usata per indicare il cantiniere o il bottigliere, mentre Molinari è un nome da mugnai e Balistreri da fabbricanti di balestre. Chi porta il cognome Argenti ha qualche antenato che lavorava il prezioso metallo, così come – ovviamente – chi si chiama Orefice, mentre Paglia e Pagliai discendono da famiglie contadine così come i Pegoraro.

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San Francesco e Dante rappresentano casi emblematici per le origini medievali dei cognomi

Una vera e propria istantanea della nascita dei cognomi si può osservare in personaggi come Francesco e Chiara di Assisi o nella famiglia di Dante Alighieri.

San Francesco, infatti, ad Assisi viene indicato come Francesco di Pietro di Bernardone, o semplicemente Francesco di Bernardone. Allo stesso modo, Chiara è detta “di Favarone di Offreduccio” o piuttosto “di Offreduccio”.

Ad identificare sia Chiara che Francesco, non è quindi tanto il nome del padre quanto quello del nonno, mentre il nipote di Francesco – figlio di suo fratello Angelo – è ricordato nei documenti come Piccardo Bernardone. Ecco dunque che nell’arco di quattro generazioni un nome è diventato un cognome.

Un caso analogo riguarda la famiglia del Sommo Poeta: Dante era figlio di Alighiero di Bellincione e i suoi figli Jacopo e Pietro vengono indicati, a volte come “di Dante” a volte come Alighieri.
La famiglia, peraltro, avrebbe mantenuto il cognome anche quando sarebbero venuti a mancare discendenti maschi, tanto che il nome dell’ultimo discendente dell’autore della Divina Commedia, tra gli ospiti dell’edizione 2017 del Festival del Medioevo, si chiama Sperello di Serego Alighieri.

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Una pagina dell’archivio parrocchiale di Sant’Ippolito (XIV sec., Bardonecchia, Torino)

A cristallizzare i cognomi e a dargli valore legale ci pensa nel 1563 il Concilio di Trento, che rende obbligatoria la registrazione dei battezzati, affidando ai parroci il compito di registrarli. Nascono così anche cognomi inventati sul momento per trovatelli e “figli di nessuno”: quello più diffuso è senza dubbio Proietti, dal latino “proiectus”, ossia “gettato”, usato per i neonati abbandonati. Stesso dicasi per Diotallevi e per il più raro – e spietato – D’incertopadre.

I cognomi derivati da nomi di battesimo si possono dividere in quelli di origine latina (Giuli, Cesari, Martini), greca (Andreotti, Cristofori, Giorgi), germanica (Bernardi, Carli, Federici) ed ebraica (Adami, Baldassarri, Gasparri), ma ce ne sono anche tipicamente medievali, come Fioravanti (dal nome Fioravante), Bontempi (dall’augurale Bontempo), Mazzilli (da Mazzeo), Brizzi (da Brizio), Diamanti e Cherubini. Non mancano diminutivi come Cardini, che deriva da Riccardini o varianti locali come il veneto Zanussi – diminutivo di Zanni, in veneziano Giovanni.

Il primo Pinna doveva avere l’abitudine di portare una penna sul cappello, mentre gli avi di Liliana Cavani avevano una casa molto modesta (Cavana in emiliano significa “capanna”). Il capostipite dei Berlusconi, poi, era un tipo due volte losco (dal milanese “bis-luscus”); frenate però le battute sui corsi e ricorsi storici: in questo caso per losco si intende “privo di luce” con riferimento a un guercio o uno strabico.

Non è poi troppo difficile indovinare da dove potesse arrivare l’antenato del regista Alessandro D’Alatri o quello dell’ex presidente della Repubblica Napolitano o ancora il primo Piemontese, cognome tipicamente pugliese: una regione, peraltro, dai cognomi particolarmente pittoreschi: basti pensare che solo tra i vescovi si trovano Renna, Castoro e Cornacchia, quest’ultimo vescovo di Molfetta, mentre di Molfetta è il nome del vescovo di Cerignola.

Da segnalare infine l’origine del cognome Trenta: se chi lo porta è sempre stato tra le vittime privilegiate di scherzi telefonici (“Scusi, ho sbagliato numero”) può in compenso vantare l’appartenenza ad un’antica famiglia che faceva parte del Consiglio dei Trenta della propria città.

Tra i nomi di origine satirica, oltre a quelli ricordati, anche Grillo, Bellomo, Quattrocchi, Guerci, Sordi, Astuti, Bruschi, Malerba, Onesti, Acerbi, Agnelli, Bevilacqua, Cattabriga, Magnavacca, Squarcialupo, Pappalardo e Frangipane.

Spregiativo era stato anche il soprannome di Pelavicino affibbiato, per la sua rapacità, al marchese Oberto I morto nel 1148, e condiviso anche dal nipote Oberto II, finito per diventare così il nome dell’importantissimo casato dei Pallavicini.

A una suggestiva leggenda è legata poi la nascita del cognome Malaspina: un dipinto conservato nel castello del paese di Fosdinovo, in provincia di Massa Carrara, ne fa risalire l’origine all’anno 540, quando il nobile Accino Marzio vendicò la morte del padre sorprendendo il re dei Franchi Teodoboerto nel sonno e trafiggendolo alla gola con una spina. Il grido del re – “Ah! Mala spina!” – avrebbe dato origine al casato.

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Il campione del calcio Paolo Rossi. E’ probabile che il capostipite della sua famiglia abbia avuto i capelli rossi

Oggi, in Italia, si contano ben 350mila cognomi: un primato mondiale che fa impallidire il ben più ristretto elenco dei nomi, fermo a quota 7mila.

Il più diffuso – chi l’avrebbe mai detto – è Rossi, derivato dal colore dei capelli o dalla carnagione della pelle. Al secondo posto e con la stessa origine troviamo Russo e al terzo Ferrari, che deriva dal mestiere del fabbro, così come Ferretti, Ferrero e – ovviamente – Fabbri.

Non mancano, nelle anagrafi, nelle lapidi dei cimiteri e negli elenchi telefonici cognomi singolari: da Pappacena in Bonacucina a Fattaposta e Assolutissimamente, da Chicchirichì a Ingannamorte, passando per Sguaitamatti, Incantalupo, Tontodimamma, Mezzasalma, Zizzadoro, Pompini, Bonadonna, Boccadoro, Trombatore, Trentacapelli, Pizza, Malinconica, Finocchio, Ammazzaloro, Mancazzo, Addio, Frocione, Topo, Della Gatta, Chiappafredda, Porcelli, Zoccolella, Schifone, Pidocchi, Contacessi, Sterminio, Tirapelle, Coccolone, Saltaformaggio, Scaramuccia, Calamita, Spione e Basta.

Qualche anno fa una trasmissione televisiva andò a Napoli per fare una lunga intervista a tutti i componenti della famiglia Mastronzo. Un cognome imbarazzante, tanto che alcuni di loro ne hanno chiesto la modifica mentre qualcun altro, con più senso dell’umorismo, ha pensato bene di chiamare il figlio Felice: Felice Mastronzo.
Eppure anche questo cognome apparentemente paradossale, deriva in realtà dal nome, incautamente contratto, di un autorevole capostipite: Mastro Oronzo.

Arnaldo Casali

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