La nascita dei Monti di Pietà

Particolare degli affreschi del chiostro del duomo di Bressanone (sec. XIV-XVI)

Particolare degli affreschi del chiostro del duomo di Bressanone (sec. XIV-XVI)

Una lotta lunga un secolo. Una guerra senza spargimento di sangue, ma anche senza esclusione di colpi, in un intreccio tra religione, politica ed economia.

Due i fronti contrapposti: da una parte i francescani osservanti, dall’altra i banchieri ebrei. La parola chiave è usura: uno dei peccati più gravi per il cristianesimo, ma non per la religione ebraica, tanto che gli ebrei sono diventati protagonisti della rinascita economica e culturale dell’Italia al tramonto del Medioevo.

Sul pacifico equilibrio fatto di convivenza e integrazione piombano però, a metà del XV secolo, i frati minori osservanti guidati da Bernardino da Siena, che nell’Umbria francescana hanno il loro centro propulsore.

Alla secolare condanna dell’usura Bernardino affianca – per la prima volta – un’alternativa, fondando una vera e propria economia cristiana. E il suo discepolo frate Barnaba Manassei, rampollo di una ricca famiglia di Terni, la mette in pratica fondando i Monti di Pietà, ovvero delle “banche cristiane” orientate non solo al mero profitto ma alla giustizia sociale.

San Bernardino in un affresco della Cappella delle Rose alla Porziuncola (Santa Maria degli Angeli, Assisi)

San Bernardino in un affresco della Cappella delle Rose alla Porziuncola (Santa Maria degli Angeli, Assisi)

C’è qui un uomo che voglia diventare rico? – dice il frate senese in una predica – Oh, quanti ci so’ che dicono di sì. E io ti voglio insegnare e diventerai rico. Presta a usura e diventerai in poco tempo rico. Ma io non ti ho detto a chi. Io dico ben che tu presti, ma presta a uno che ti renda. Iddio è quello veramente e ma non falla che egli non renda. E sai quanto ‘e rende? Rende cento per uno. Che cent, che cent? Egli rende più di miglia per uno, più di du’ migliaia”.

Nel 1438 i banchi italiani praticano un tasso minimo di 6 denari per libbra al mese, pari al 30% di interesse. E Bernardino da Siena, grande riformatore dell’Ordine francescano, definito “mistico per eccellenza” si dedica a sistemare la dottrina della pratica affaristica, esponendo le sue idee in materia di economia nel Tractatus de contractibus et usuris gettando le basi dell’etica dell’economia, di cui è l’indiscusso inventore.

Un’etica che non si ferma più – come detto – alla condanna dell’usura, ma va alla ricerca di alternative, proponendo agli imprenditori e ai mercanti una condotta di vita capace di conciliare cristianesimo e ricchezza. Nel suo trattato Bernardino non si ferma a questioni di principio, ma entra nei dettagli, precisando anche quale interesse si può chiedere lecitamente e il profitto che si può trarre.

De contractibus et usuris di Bernardino da Siena (sec. XV)

Tractatus de contractibus et usuris di Bernardino da Siena (sec. XV)

“Con il tractatus bernardiniano si rende chiara e completa una dottrina francescana del denaro – spiega Pompeo De Angelis – non più considerato polvere da calpestare ma inquadrato nella positività della proprietà privata, nell’etica del commercio, nella determinazione equa del valore e del prezzo”.

Barnaba Manassei era nato a Terni nel 1398 in una famiglia ghibellina proveniente dalla Sabina. Dopo gli studi di Medicina all’università di Perugia, era passato a teologia.
“Il padre di frate Barnaba – spiega De Angelis – era stato podestà di Recanati e di Ancona, L’Aquila, Firenze, Siena, Norcia e Perugia. Il fratello Stefano nel 1452 fece invece parte della commissione municipale che difese i banchi ebraici nel momento in cui cadde l’interdetto su coloro che li sostenevano”.
“Suo nipote Barnaba – continua De Angelis in Barnaba Manassei e la fondazione dei monti di pietà (Istess, 2008) – era da un anno vicario della provincia francescana e frequentava da quattro anni lo Studium di Monteripido a Perugia. Fu certamente partigiano dello zio, perché convinto della necessità dei prestiti per il funzionamento sociale”.
Indossato l’abito francescano nel 1430, otto anni dopo Barnaba conosce Bernardino da Siena e ne diventa allievo. E’ guardiano del convento di Santa Maria degli Angeli dal 1438 a 1451, anno in cui viene eletto vicario della provincia di Perugia, carica confermata nel 1460.

Convento di Monte Ripido (Perugia)

Convento di Monte Ripido (Perugia)

Nella quaresima del 1462 Barnaba incontra frate Michele Carcano da Milano. Carcano ha appena 35 anni mentre Barnaba ne ha 64 e da 25 vive alternando meditazioni economiche e ascetismo, sull’esempio di Bernardino da Siena, ormai morto da 18 anni e già beatificato. “La personalità di Barnaba – scrive De Angelis – era molto più forte di quella del giovane frate, rappresentante di una seconda generazione di predicatori che non riuscirà mai ad eguagliare la prima”.

Il 4 aprile si tiene il Consiglio Comunale di Perugia a cui prende parte anche Carcano, che riesce a far mettere ai voti la delibera per abrogare i capitoli concessi agli ebrei per il prestito.
La proposta ottiene 48 voti favorevoli e uno contrario; viene così chiesto di interrompere l’attività di banco e contribuire con una somma alla costituzione di un monte di denaro in vista della fondazione di una banca per i poveri: l’alternativa a quella degli usurai.

L’unico precedente a cui riferirsi, precisa De Angelis, è quello ternano della Confraternita di San Nicandro, della quale sono soci esponenti della famiglia Manassei.
Sorta nel 1291, la Confraternita – oltre a dare vita al primo ospedale cittadino – aveva raccolto molti lasciti in beni e denaro, tanto da poter soccorrere le finanze municipali con prestiti in cambio di privilegi. “Barnaba Manassei, in quanto medico, aveva collaborato con la Confraternita, che gestiva l’ospedale civico, sempre più ampio. Per lui l’intera opera pia ternana rappresentava un esempio di accumulazione di denaro per il bene comune”.

Ordinationi e statuti del Monte della pietà (1472)

Ordinationi e statuti del Monte della pietà (1472)

Nel mese di aprile del 1462, a Perugia, viene stabilita la somma di 3000 fiorini per la cassa iniziale e viene elaborato uno statuto in 18 articoli che regola le concessioni di prestiti, la restituzione del mutuo e la gestione del banco.

L’istituzione viene chiamata “Monte dei poveri” non tanto perché soccorre i non abbienti, ma perché limita a 6 fiorini il tetto del prestito e a 6 mesi il termine massimo della restituzione.
“Dal che se ne deduce che il Monte era rivolto ai bisogni dei più modesti artigiani e non corrodeva il terreno dei grossi banchi dei giudei, necessari alla finanza pubblica e ai patrimoni immobiliari. L’interesse sul prestito doveva coprire le spese degli ufficiali addetti alla gestione e la fluidità della circolazione del danaro. Il tasso di interesse venne indicato circa un anno dopo la stesura dello statuto, perché il Monte ebbe difficoltà ad avviarsi”.

Da Perugia, l’invenzione di Barnaba Manassei inizia a diffondersi in poco tempo nelle altre città dell’Umbria e d’Italia.

Nel 1464 è a Terni, nel 1466 in Toscana. “I francescani avevano trovato il campo in cui battersi positivamente”. La rivoluzione era iniziata.

La predicazione dei francescani usa la demagogia di attribuire le difficoltà dei più poveri all’usura degli ebrei e al peccato mortale collettivo dell’ospitarli. Sulle città “disobbedienti a Dio” arriva l’interdetto papale. Ma non sempre: d’altra parte se spesso le banche ebraiche vengono tollerate è perché il governo cittadino e lo stesso vescovo stipulano convenzioni con le comunità giudee. “Sarebbe difficile mantenere il popolo senza qualche esercizio di usura” ammettono gli avvocati. D’altra parte le convenzioni con gli ebrei rappresentano “un argine allo strozzinaggio dei prestatori cristiani”.

Nella quaresima del 1464 arriva a Terni la nuova e definitiva offensiva da parte dei francescani con le prediche di Nicola da Spoleto che definisce gli ebrei “voracissimi orsi e rabbiosi cani del pio sangue dei cristiani” accusandoli di essere la causa della diffusa povertà. Il 25 marzo alcuni membri del consiglio comunale si schierano con il predicatore francescano e il municipio decide di non rinnovare l’accordo con gli ebrei.

Per costituire il Monte di Pietà di Terni vengono investiti 450 fiorini, “cifra che si dimostrò presto insufficiente a prestare a tutto il popolo”. L’arrivo a Terni di Barnaba Manassei e di frate Fortunato Coppoli da Perugia migliora la situazione perché i due confratelli riescono ad attribuire una responsabilità al municipio nel finanziamento del Monte. “Quando era sostenuto dalla sola Confraternita di San Nicandro aveva il nome Mons Mutationis, poi quando agì una commissione composta da Manassei, Coppoli e due deputati comunali assume il nome di Monte di Pietà”

Con la riforma del 1467 il Monte dei francescani diventa un affiliazione del Comune e della fraternità laica di San Nicandro. Nello statuto del Monte si legge: “Primo, che questo Monte è nato principalmente per aiutare le persone bisognose nelle cose lecite: deve essere mantenuto, usato e governato nei modi prescritti dai capitoli e cioè: che tutti i denari che in esso si depositeranno in qualunque modo o da qualsiasi singola persona, in dono, in lasciti o in prestiti, sia al presente che nei tempi futuri, di giorno in giorno verranno incassati da un depositario eletto e per la durata della sua elezione, il quale terrà un conto ordinato in un libro esclusivo per questi atti, in cui si segneranno le entrate e le uscite, secondo l’uso del buon mercante e la singola persona depositerà denari o li pagherà in seguito a rogiti notarili”.
Lo statuto prosegue in 18 articoli, sulla falsariga di quello di Perugia. “Si può dire – spiega Pompeo De Angelis – che il capitalismo ebbe per base la teologia, la giurisprudenza e la ragioneria dei francescani di Monte Ripido, attraverso l’opera concreta di Barnaba Manassei, Fortunato Coppoli e Michele Carcano”.
Dopo quelli di Perugia e Terni un Monte di Pietà nasce anche a Borgo Sansepolcro “con cui si aprì la strada della Toscana ai banchi francescani, formazione che derivò dalla visita di Fortunato Coppoli nel 1466.

Ritratto di Luca Pacioli attribuito a Jacopo de' Barbari (museo di Capodimonte, Napoli)

Ritratto di Luca Pacioli attribuito a Jacopo de’ Barbari (museo di Capodimonte, Napoli)

Quando viene fondato il Monte di Pietà a Borgo San Sepolcro vive il francescano Luca Pacioli: “Ea nato verso il 1445 da una famiglia povera ed ebbe un’istruzione da Piero della Francesca, che gli servì per lavorare con un mercante veneziano”.

Nel 1470 Luca indossa l’abito francescano e di distingue come matematico alla corte del duca di Urbino e di Ludovica Sforza a Milano. “Con il suo trattato De computi delle scritture si chiude il cerchio dei francescani, personaggi autorevoli del Rinascimento, trasformatisi in teorici del capitalismo”.

Nella dedica al duca di Milano, sottolinea De Angelis, scrive la sintesi migliore della vicenda dei Monti di Pietà: “Dicano molti biasimando una parte tra le essenziali del corpo trafficante detto cambio. E per conseguenza, chiamino quelli che lo esercitino usurai e peggio che giudei, che certamente con cento mani sono da benedire perché, tolto il cambio, sarebbe distrutto il fondamento tutto dell’edificio mercantesco, senza il quale non è possibile che le repubbliche si mantengano: né la vita umana potrebbe sostenersi”.

Poi avverte delle “abusioni” possibili e indica i modi di rendere il cambio lecito “quando il tasso di interesse si è calcolato in sudore e spesa di chi eroga il denaro”.

Insomma la banca è già diventata indispensabile. Tanto vale che sia etica.

Arnaldo Casali

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